Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 9)

Il settimo capitolo del saggio di Georges Duby inaugura la seconda sezione del libro, dedicata al tema delle strutture di parentela, ed è intitolato Strutture familiari nel Medioevo occidentale. L’importanza dei legami di parentela nella società feudale è emersa anche nei capitoli precedenti, parlando di alleanze matrimoniali, ma qui lo storico francese puntualizza un altro aspetto: molte relazioni sociali si modellano sui legami di parentela. “È il caso di tutte le fraternità artificiali […] che riuniscono uomini di sangue diverso, sia in seno a gruppi combattenti, sia nel quadro del vassallaggio, sia col giuramento di mutua assistenza che presta la gente di città, sia, infine […] in quelle vere e proprie famiglie che sono le comunità monastiche. È molto evidente che il movimento demografico dipende in gran parte dalla disposizione delle strutture familiari, che tutto il giuoco dell’economia è subordinato alla base di produzione e di consumo che queste strutture costituiscono. Esse orientano anche, in larga misura, lo svolgimento della vita politica, il giuoco dei confronti e delle alleanze, il corso delle carriere. Infine hanno molto notevoli risonanze sugli atteggiamenti mentali, esercitando specialmente una grande influenza sull’evoluzione delle rappresentazioni religiose: il cristianesimo dei secoli XI e XII ne dipende, per esempio, in alcuni dei suoi tratti fondamentali, che si tratti di pratiche funerarie, di cui la coscienza familiare impose il larghissimo sviluppo, o che si tratti delle corrispondenze ambigue che si scorgono fra le riflessioni sulla genealogia di Cristo e le forme della devozione mariana e, d’altra parte, le esigenze affettive che cominciavano ad affermarsi nel quadro familiare”.

Dobbiamo, quindi, comprendere meglio l’articolarsi delle strutture di parentela, per comprenderne gli effetti. Duby suggerisce di partire dalle genealogie, “quelle che gli storici ricostituiscono partendo da mille indizi sparsi, quelle, non meno preziose, che furono composte nei secoli X, XI, XII e che riflettono il modo di rappresentarsi la discendenza e la cuginanza per parte dei contemporanei. Sullo sfruttamento di questo materiale possono fondarsi alcune ipotesi concernenti l’evoluzione delle relazioni di parentela negli strati sociali superiori dell’Europa occidentale fra la fine dell’epoca carolingia e il secolo XII”.
Non si tratta di un lavoro facile, perché risalendo nelle genealogie fino al secolo X le fonti “smettono di offrire indizi che consentano di stabilire con certezza delle filiazioni in linea paterna”. Duby ipotizza che sia perché “Prima, l’individuo si trovava in seno alla sua parentela come in un gruppo fluido e […] orizzontale, in cui le alleanze matrimoniali contavano almeno quanto l’ascendenza; in un ambiente dove, poiché il successo dipendeva essenzialmente dalla benevolenza di un protettore, dalla concessione di benefici personali e revocabili, la cosa importante per ognuno era di legarsi alla «casa» di un benefattore e, per quanto era possibile, a quella del re; ciascuno, più che in virtù dei suoi antenati, vi riusciva in virtù dei suoi parenti, fossero o no del suo sangue. In seguito, al contrario, poiché non è più un beneficiario, ma l’erede di un bene e di un potere che si trasmette di padre in figlio, si sente integrato a un corpo di parentela orientato in senso verticale […] e la memoria ancestrale occupa ormai un posto molto più largo nelle sue rappresentazioni mentali; intende risalire fino al fondatore della «casa»”, dal quale dipende poi l’onore di tutta la stirpe.

“Possiamo considerare il progressivo rafforzamento di queste strutture proprie del lignaggio come un tratto specifico della società chiamata feudale. Questo moto, di fatto, si accompagna alla disgregazione dei poteri regi. Le genealogie più antiche sono quelle dei principi territoriali che si liberarono della soggezione al re alla fine del secolo IX; vengono poi quelle dei conti, quando questi si liberarono della tutela dei principi; poi quelle dei signori di un semplice castello che, a loro volta, si resero indipendenti dai conti. Infine […] escono dall’ombra durante il secolo XI dei lignaggi di cavalieri, via via che questi, sottraendosi alla loro primitiva condizione domestica, ottengono dal loro signore di essere sistemati su una terra e di stabilirvi la propria stirpe. La modificazione dei rapporti di parentela sembra dunque procedere da due trasformazioni congiunte […]: una trasformazione delle strutture politiche, che fece sparpagliare i poteri di comando; una trasformazione delle condizioni economiche, che si tradusse nella dispersione dei gruppi di «amici», fino a poco tempo prima aggregati alle case principesche […] per il progressivo metter radici dei membri dell’aristocrazia in un patrimonio”.
Non si tratta di un processo lineare: “se il X secolo fu un periodo di dissociazione dei patrimoni e di disintegrazione delle cellule familiari originarie in parecchie stirpi progressivamente autonome, le condizioni mutarono all’avvicinarsi dell’anno mille. Allora cominciò una fase di rapida solidificazione: nel 1100 i lignaggi aristocratici non sono più numerosi di quanto non fossero cento anni prima. L’arresto della ramificazione di queste famiglie può essere attribuito alla contrazione dei legami di parentela in seno a strutture di lignaggio molto più rigide”. Duby descrive i segni di un “progressivo rafforzarsi della solidarietà dei consanguinei attorno all’eredità familiare” nei documenti giuridici dell’epoca, come ad esempio “l’evoluzione dello sponsalicium, della donazione concordata del marito alla moglie, che, a partire dall’anno mille, muta totalmente di significato, per l’estensione dei diritti del marito; questa trasformazione accompagna l’affermarsi di consuetudini che tendono a escludere le donne dalla successione; di questa, nel secolo XI, le figlie maritate non ricevono più nulla oltre la dote, e le sorelle rimaste nella casa paterna ne raccolgono solo briciole per le elemosine funerarie. Queste stirpi diventano così, dopo l’anno mille, delle stirpi di figli maschi. Tuttavia, solo negli ultimi anni del secolo XI […] si scopre la prima tendenza volta a favorire il figlio maggiore: fra le regole consuetudinarie, quelle che prescrivevano l’uguaglianza degli eredi dello stesso rango furono incontestabilmente le più tenaci. Fu in altra maniera, attraverso la pratica dell’indivisione e soprattutto mediante una politica sostenuta di limitazione dei matrimoni che […] le stirpi cavalleresche giunsero […] a scongiurare gli effetti rischiosi delle divisioni successorie”.

Duby giunge, a partire dalla scoperta di questi fatti e processi, a chiedersi: “Che risonanza ebbe sulle espressioni della cultura cavalleresca l’instaurazione di queste strutture di lignaggio?”. Una prima risposta la conosciamo dai capitoli precedenti: la sublimazione delle tensioni fra i giovani che non erano autorizzati a sposarsi, “privati dalla rigidità del quadro del lignaggio di ogni indipendenza economica e di ogni speranza di sistemazione”, e gli adulti sposati nel gioco dell’amor cortese, un flirt con la possibilità dell’adulterio, più che con la dama. Ma sappiamo anche che a partire dalla fine del XII secolo si verificò il passaggio a “una maggiore elasticità delle relazioni economiche”, che produsse effetti su “strutture di parentela che si erano costituite per la protezione di diritti fondati quasi esclusivamente sul possesso della terra”. Questi effetti non sono evidenti: Duby osserva che i pochi studi compiuti sul tema “lasciano intravedere il frantumarsi degli antichi gruppi familiari e la proliferazione delle «case nuove. […] Nell’aristocrazia il lignaggio sembra cominci a cedere il posto alla cellula coniugale, alla coppia”, e ci rammenta inoltre che “Le fonti gettano pochissima luce sulla famiglia contadina; ma, dall’epoca carolingia, presentano, in genere, dei gruppi ristretti di tipo coniugale. È certo che i quadri giuridici della dipendenza [dei contadini dai loro signori] non hanno cessato di esercitare sulla struttura delle parentele rurali delle pressioni determinanti, soprattutto attraverso la costrizione dei modi di trasmissione successoria”.
Tuttavia, i ceti più poveri hanno sempre, storicamente, goduto di maggiore libertà nella sfera privata rispetto alle classi sociali più elevate, i comportamenti dei cui membri erano rigidamente sorvegliati. E questo fenomeno è più evidente nelle città: “Ciò che si intravede delle società urbane fa pensare che, nei quartieri nuovi delle città in via di sviluppo, i fenomeni d’immigrazione e dei tipi di fortuna in cui i beni mobili tenevano un posto nettamente più largo che in ogni altro settore della società conferissero alle relazioni familiari una elasticità più grande che non in qualunque altro luogo. Il che rese qui più necessarie e più salde le fraternità artificiali e complementari”.

C’è tuttavia un fenomeno complementare a quello sopra descritto: “il fascino dei modelli aristocratici fece sì che, negli strati della borghesia che accedevano alla ricchezza e che appena era possibile compravano delle terre, si istituissero delle strutture di parentela […] come nella cavalleria, e in maniera altrettanto rigida, in funzione di una stretta discendenza in linea paterna”. Capiamo quindi che è un fattore economico (la presenza della terra nel patrimonio) e non socio-culturale (l’appartenenza alla cavalleria, un ceto con delle regole specifiche) ad orientare la direzione delle strutture di parentela. “Infatti è proprio in funzione della ricchezza che si determinano le differenze più nette. Poiché la sopravvivenza dei figli è meglio garantita le famiglie ricche sono nettamente più numerose […]; gli ascendenti e i collaterali vi sono pure più numerosi; più rilevante, del pari, la proporzione, da un lato dei celibi, dall’altro delle donne maritate, e più sensibile la differenza d’età fra i coniugi. Il tasso di popolazione maschile, infine, cresce via via che si sale nella gerarchia delle fortune”.
Duby ribadisce il concetto più oltre: “Le relazioni di parentela, quelle per lo meno di cui le fonti informano, si stabiliscono in funzione di un patrimonio costituito sia da terre che da poteri o da danaro. Ma le strutture familiari, i costumi e le pratiche che assicurano la loro sopravvivenza, le rappresentazioni mentali che su di esse si appoggiano, intervengono a loro volta, in forma spesso indiretta, ma sempre decisiva, per rallentare o accelerare l’evoluzione dei modi di produzione e della gerarchia delle fortune”.

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