Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 13)

L’undicesimo capitolo di Medioevo Maschio è intitolato La storia dei sistemi di valori. Si tratta di un capitolo piuttosto lungo, che quindi suddividerò in due parti. 

La storia globale di una civiltà risulta dei cambiamenti che si producono a livelli diversi, a livello di ecologia, di demografia, di tecniche di produzione e di meccanismi di scambio, a livello della ripartizione dei poteri e della situazione degli organi di decisione, a livello, infine, di atteggiamenti mentali, di comportamenti collettivi e della visione del mondo che domina questi atteggiamenti e questi comportamenti. Strette correlazioni uniscono questi diversi movimenti, ma ognuno di essi si svolge in maniera relativamente autonoma […]. La mia esperienza personale mi spinge a pensare che la storia dei sistemi di valori ignori i mutamenti subitanei”. Può accadere che la storia dei valori sia “turbata da fenomeni di acculturazione. Una cultura può, a un certo momento della sua evoluzione, trovarsi ad essere dominata, invasa, penetrata da una cultura esteriore, sia per traumatismi d’origine politica, come l’invasione o la colonizzazione, sia per […] l’incidenza di meccanismi di fascino o di conversione, essi stessi successivi al disuguale vigore, al disuguale sviluppo, al disuguale potere di seduzione delle civiltà messe a fronte”. Ma le culture sono resistenti al cambiamento. Duby prende come esempio “la lentezza della penetrazione del cristianesimo (che è solo un elemento fra altri presi a prestito dalla cultura romana) tra le popolazioni che le grandi migrazioni dell’alto Medioevo avevano messo in più stretto contatto con una civiltà meno rudimentale. L’archeologia rivela che i simboli cristiani si sono insinuati solo molto progressivamente fra le sepolture dei cimiteri germanici, e le credenze pagane, sotto il rivestimento superficiale di riti, di gesti e di formule imposti a forza al complesso della tribù dai capi convertiti, sopravvissero a lungo”.

Oppure, per prendere un secondo esempio, “quando l’espansione militare della cristianità occidentale, negli ultimi anni del secolo XI, fece scoprire, a Toledo, in Campania, a Palermo, dagli uomini di studio che accompagnavano i guerrieri, la sconvolgente ricchezza delle dottrine ebraiche e greco-arabe, questi intellettuali si precipitarono a sfruttarne i tesori. Ma il sistema di valori di cui erano portatori li trattenne per lunghi decenni dall’attingervi altro che delle tecniche, applicate sia all’arte di ragionare, sia alle misure delle cose, sia alle cure del corpo”. Ovviamente qui entrano in gioco anche i divieti della Chiesa, volti a “impedire a quegli studiosi di appropriarsi anche del contenuto filosofico e morale delle opere tradotte. Ma questi divieti furono sempre aggirati; la Chiesa totalitaria del secolo XIII non riuscì a impedire, in nessuno dei grandi centri di ricerca, la lettura e il commento del nuovo Aristotele. Tuttavia la potenza corrosiva di questo corpo dottrinale, due secoli più tardi, non era arrivata ad aprire nella coerenza del pensiero cristiano delle brecce di qualche importanza”.

Le tendenze alla crescita o al regresso dell’attività economica […], esse stesse strettamente legate al tracciato della curva demografica e alla modificazione delle tecniche, determinano sicuramente dei mutamenti nell’articolazione dei rapporti di produzione e nella distribuzione delle ricchezze ai diversi gradi dell’edificio sociale. Ma questi mutamenti si presentano più scaglionati nel tempo delle trasformazioni economiche che li producono, e si scopre che questi ritardi e questi rallentamenti sono in parte dovuti al peso dei complessi ideologici. Si determinano, in effetti, all’interno di un quadro culturale che si presenta ad accoglierli, ma che si mostra meno pronto a modificarsi […], costruito su un’armatura di tradizioni, che, di generazione in generazione, sono trasmesse, sotto molteplici forme, dai diversi sistemi d’educazione, tradizioni di cui il linguaggio, i riti, le convenienze sociali costituiscono il solido sostegno”. La tradizione è una forza inerziale rispetto al progresso, ma occorre ricordare che “gli ostacoli alle innovazioni si presentano con una forza molto variabile a seconda dei diversi ambienti culturali, che si giustappongono e si penetrano a vicenda in seno ad ogni società. […] Lo spirito conservatore appare particolarmente vivace nelle società contadine, la cui sopravvivenza a lungo è dipesa dall’equilibrio estremamente fragile di un insieme coerente di pratiche agrarie, sperimentate con pazienza, che sembrava temerario modificare, il che comportava un rigoroso rispetto di ogni consuetudine, e una saggezza di cui i vecchi apparivano i più sicuri depositari. Ma questo spirito, senza dubbio, non è meno vivo in tutte le élites sociali, apparentemente aperte alla seduzione delle idee, delle estetiche e delle mode nuove, ma, in verità, inconsapevolmente attanagliate dal timore di mutamenti meno superficiali che rischierebbero di mettere in discussione la loro autorità. È forse più vigoroso che ovunque nel clero di tutte le religioni, legato al mantenimento delle visioni del mondo e dei precetti morali su cui si fondano l’influenza che esercita e i privilegi di cui gode. Tali resistenze sono d’altronde naturalmente rafforzate dalla tendenza che guida […] i modelli culturali, costruiti in funzione degli interessi e dei gusti degli strati dominanti, […] a diffondersi di grado in grado verso gli strati inferiori dell’edificio sociale; l’effetto di simili slittamenti è di prolungare molto a lungo la vitalità di certe rappresentazioni mentali e dei comportamenti che ne dipendono, mantenendo sotto una modernità di superficie dove le élites trovano di che appagarsi, una solida base di tradizioni su cui possono trovare un punto d’appoggio le aspirazioni conservatrici”.

Naturalmente, se fosse sempre così ogni cambiamento sociale e culturale sarebbe solo apparenza. Infatti, le aspirazioni conservatrici “si trovano di fatto ad essere contrastate nei momenti in cui l’evoluzione più rapida delle strutture materiali rende più porose le barriere interne ed esterne e favorisce le comunicazioni e le osmosi, sia per il rallentarsi delle solidarietà familiari, sia per l’apertura ad altre culture, sia per il vacillare delle gerarchie. Come conseguenze più dirette si presentano i mutamenti che si verificano nelle strutture politiche, nella misura in cui una nuova distribuzione dei poteri può tradursi nella deliberata intenzione di modificare il sistema d’educazione”. Il sistema politico è il più facile da alterare, e dal controllo del sistema politico discende la capacità di intervenire sugli altri sistemi. Comunque, Duby sottolinea che il punto è un altro: “Importa […] scoprire quali sono in seno alla società i gruppi d’individui che, per la loro posizione professionale e politica, per la loro appartenenza a una certa fascia d’età si trovano ad essere meno soggetti al peso delle tradizioni e più portati a combatterle; importa ugualmente misurare la potenza di cui dispongono effettivamente questi agenti innovatori. Ma qualunque sia loro importanza e la loro capacità di sovvertimento, il sistema culturale oppone alla loro azione un’architettura molto salda”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 12)

Con il decimo capitolo, Problemi e metodi di storia della cultura, entriamo nella terza parte in cui si articola Medioevo Maschio: quella dedicata a Culture, valori e società. Come suggerisce il titolo, si tratta di un capitolo che contiene una riflessione interna alla storia della cultura, allo stato della disciplina nella comunità scientifica francese di cui Georges Duby fa parte.

Egli sostiene che la storia della cultura sia un “settore sottosviluppato della ricerca scientifica”, dato che “ci sono, gli storici da un lato, e dall’altro gli storici dell’arte, gli storici della letteratura, della filosofia, delle scienze, e talvolta piccoli settori anche più chiusi: storia della medicina o storia della musica. Poiché da un secolo la Francia è un paese laicizzato e scolarizzato, gli storici hanno potuto conquistare due province: quella della storia religiosa e quella della storia dell’educazione”. E da questa segmentazione discende la tendenza a considerare, quando si tratta di cultura, la cultura scritta: non le opere d’arte, non la musica, non il teatro, ma solo le testimonianze culturali in forma testuale. Un’altra causa del sottosviluppo della storia della cultura è “l’insufficienza dei nostri strumenti d’analisi” e in particolare una dipendenza dai metodi e dalle teorie della storia economica. “I metodi della storia economica, in effetti, hanno rivelato la loro insufficienza in ciò che concerne i fenomeni culturali”, scrive Duby. E, partendo da questi presupposti, cerca di proporre delle soluzioni.

La storia della cultura si propone di osservare nel passato, fra i movimenti d’insieme di una civiltà, i meccanismi di produzione di oggetti culturali. Che si tratti della grossa produzione volgare, o della produzione raffinata, fino a quel vertice che è il capolavoro […], lo storico della cultura deve […] considerare l’insieme della produzione e chiedersi quali relazioni passano tra ciò che accade al sommo dell’edificio […] e quella base abbastanza torpida della produzione corrente che sta al disotto di esso e ne subisce il contraccolpo. Perciò le discipline separate, storia dell’arte, delle letterature, della filosofia e persino delle scienze, sono deludenti nella misura stessa in cui continuano a puntare sui valori eccezionali”. Un problema su cui focalizzarsi dovrebbe invece essere quello “dei rapporti tra questo movimento creatore che opera come fattore trainante nell’evoluzione di una cultura e le strutture profonde”, come ad esempio le strutture economiche. Duby cita l’esempio della diffusione dell’arte cistercense e della “parte che ebbe l’organizzazione dello sfruttamento rurale delle proprietà dell’ordine dei Cistercensi, e [del] posto che teneva il danaro ad un tempo nella gestione di tali proprietà e nella retribuzione delle squadre di costruttori”, ma ci mette in guardia dal presupporre un nesso lineare causa-effetto: “il monumento cistercense non significava solo la riuscita di un particolare sistema di produzione economica, significava anche, e in primo luogo senza dubbio, due cose: la ripresa di una tradizione formale; la visualizzazione di una morale e di una concezione del mondo”.

Tra i fattori della produzione culturale (a parte ciò che ne costituisce la materia prima) si colloca un’eredità, un capitale di forme a cui ciascuna generazione attinge. Il principale interesse della storia letteraria, della storia dell’arte e della filosofia sta nell’inventariare queste forme, nel mostrare come questa riserva […] si trasforma […]. [Esiste] una storia delle forme. Nel movimento di questa storia dobbiamo guardarci dal concentrare troppo la nostra attenzione sulle innovazioni: non dobbiamo dimenticare l’enorme massa delle persistenze”.

Bisogna contare su questa presenza di un’eredità di forme possibili, a cominciare dalle forme del linguaggio. Un’eredità che non è immobile, ma mobile, mutevole nella durata; i suoi rapporti, tuttavia, hanno solo dei rapporti molto vaghi con l’economia, mentre si trovano strettamente legati alla vita propria dei laboratori, a tutti i processi di apprendistato, quindi al sistema d’educazione nel suo insieme; è là che l’eredità è trasmessa da una generazione all’altra e che, momento per momento, è sottoposta a cernita”. Duby attribuisce la «Rinascita» della cultura francese nel XII secolo proprio al fatto che la scuola “si è trovata ad essere vivificata, e specialmente dai doni di benefattori laici che decidevano di fondare piuttosto delle collegiate che dei monasteri, e notevolmente anche dalla maggior mobilità dei maestri e degli uditori che permetteva l’intensificazione di ogni sorta di circolazioni. Ma si deve anche tener conto di un’esplorazione sistematica del patrimonio che fu allora intrapresa, del ritrovamento di fonti che erano rimaste insabbiate, soprattutto le forme dell’antichità pagana, che non sembravano più tanto pericolose”.

Un secondo tipo di fattori che influenzano la produzione culturale è dato dai fattori ideologici. Duby scrive: “Non insisterò sulla funzione determinante tenuta in ogni società dall’immaginario, dai sistemi di valori, e da tutte le immagini che servono a spiegare il mondo. Ricorderò solo che questi oggetti, questi immensi involucri che sono le ideologie, hanno anche una loro storia, e che questa storia è collegata al movimento delle strutture materiali. E non solo perché si ripercuote su di queste, ma perché un processo di sovradeterminazione fa sì che eserciti una profonda influenza sull’infrastruttura. Prendo a esempio l’azione sull’evoluzione demografica delle rappresentazioni ideologiche che governano […] le pratiche sessuali. Quest’azione spiega […] per un passato lontano [che] l’ideologia cristiana del matrimonio non fu evidentemente senza influenza sull’aumento delle nascite nel Medioevo centrale”.
La storia delle ideologie è […] in relazione con quella del potere. L’ideologia è un’arma di cui il potere intende servirsi. Ora esso tiene la mano sulle principali fucine della produzione culturale. Quindi si stabilisce un’unione indissolubile fra la storia di tale produzione e quella dell’ideologia. Di qui la necessità d’intraprendere lo studio […] delle ideologie coesistenti e concorrenti. In effetti la relazione dei fenomeni ideologici con le strutture di profondità si esprime in particolare nel fatto che i confronti di cui la società è il luogo si traducono in una lotta permanente fra parecchi sistemi ideologici messi a fronte. In ogni società appena evoluta non troviamo dunque una cultura, ma delle culture”.

Il popolo, argomenta lo storico francese, “presenta delle stratificazioni culturali numerose e diversamente combinate”, ma questo vale ovviamente anche per “quella parte della società che domina il popolo”, e i vari strati che compongono le culture di classe non sono separati come strati geologici, ma sono caratterizzati da “una serie infinita di slittamenti, di passaggi, di interferenze”. Duby parla a questo proposito di “complessità dello spazio culturale”. Gli storici hanno cercato di studiare questo spazio culturale stratificato cercando correlazioni fra culture e classi sociali a partire dal fatto che “esiste una lotta ideologica che non è senza rapporto con la «lotta di classe»”. Per quanto questo sia vero, tuttavia è riduttivo, e Duby propone quindi di “mettere in pratica piuttosto il concetto di «formazione culturale». A condizione di riferire il termine a quel concetto di formazione sociale”, argomenta, che gli pare più adatto a “render conto della complicazione delle strutture culturali, della permanenza delle forme residue, di tutti i ritorni e della incessante mobilità dei fenomeni di acculturazione” e del fatto che “le sfaldature tra le culture messe a fronte o combinate non passano, in realtà, attraverso il corpo sociale, ma attraverso gli atteggiamenti e i comportamenti di ciascun individuo”, questo concetto può aiutare ad avere una visione plurale e non deterministica della complessità dello spazio culturale, appunto.

Così, per Duby “il principale apporto della scuola storica francese alla storia della cultura” consiste nel “tentativo […] di immergersi nelle profondità della società per conoscere qualcosa di diverso dal sommo dell’edificio, per raggiungere una cultura in genere eclissata dalla cultura dominante, la cultura popolare”, per richiamare “l’attenzione dei francesi alle loro origini contadine, alle civiltà tradizionali”, partendo “dall’idea di una contrapposizione delle culture alte alla cultura popolare”. Si tratta di un progetto di ricerca molto simile a quello della storia delle donne (Women’s History) i della storia dei neri (Black History) nel mondo anglosassone, il riportare alla luce una versione della storia che appartiene a voci storicamente marginalizzate.
Grazie a questo approccio, si possono inquadrare alcuni fenomeni altrimenti trascurati, come “la lotta intrapresa dalla Chiesa medievale per distruggere tutto un sistema di credenze e di riti” oppure, allontanandoci dal Medioevo, la battaglia “ingaggiata dopo il secolo XVIII per l’alfabetizzazione, involontarimente congiunta alla battaglia sostenuta dall’ideologia egalitaria,che rappresenta la fase ultima […] della socializzazione della cultura dotta”. Ma il nostro autore non è soddisfatto di questo approccio: “attenersi alla concezione che si limita a porre a fronte due classi signific[a] in verità restringere abusivamente il campo di osservazione e rischiare di impoverire i risultati dell’osservazione stessa”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 11)

Il nono capitolo di Medioevo Maschio conclude la seconda parte, dedicata al tema delle strutture di parentela, ed è intitolato La Francia di Filippo Augusto. Le trasformazioni sociali in ambiente aristocratico.

Georges Duby intende proporre due ipotesi di lavoro per la comunità dei medievalisti: vuole “mettere in relazione ciò che si può conoscere della situazione e del tessuto della classe dominante con due mutamenti di cui, sotto il regno di Luigi Filippo, fu luogo la regione su cui concentro le mie osservazioni. Uno tecnico: la modificazione delle pratiche militari; l’altro sociale: la modificazione delle strategie matrimoniali”. Questi due cambiamenti andrebbero poi messi in relazione “con l’evoluzione dell’economia”, un tema di tutta la ricerca storiografica di Duby.

Partiamo dal primo fenomeno, i cambiamenti in ambito militare. “La diffusione nell’aristocrazia, tra il 1130 e il 1160, di una nuova maniera di combattere che conferiva una funzione ormai decisiva al cavallo e che determinava anche il brusco rincaro dell’equipaggiamento cavalleresco” è stato il primo; segue poi “Il brusco moltiplicarsi, dopo la metà del secolo, delle bande di combattenti di professione, di bassa estrazione, che lavoravano per danaro, con armi particolari ritenute indegne di un cavaliere, ma […] di una tale efficacia che i principi non esitavano a servirsene […] anche se il costo era spaventoso e il fatto di impiegarli poco onorevole”. A questi si aggiunge il “perfezionamento delle tecniche di fortificazione”.
Duby ci invita ad “osservare attentamente il peso delle conseguenze di queste due modificazioni […] sulle strutture, la delimitazione, gli atteggiamenti, la coscienza di sé dell’aristocrazia […]. L’affermarsi del contrasto, in seno al sistema dei valori, fra una maniera nobile e una maniera ignobile di affrontare l’avversario non intervenne in modo determinante nel circoscrivere i contorni del gruppo aristocratico, nel rafforzare la sua coesione, proprio attorno ai valori della cavalleria?”. Non solo perché i mercenari erano guerrieri più abili degli aristocratici, ma anche per “il pericolo intravisto di una promozione [sociale] di avventurieri coccolati dai principi” e per il timore di “una ribellione contro le esazioni signorili che sembrano intollerabili nella misura stessa in cui il monopolio militare – la funzione di pace che le giustificava – si trova a esser messo in discussione”.
Minacciata, l’aristocrazia serra le file; sopporta con meno impazienza, nella dipendenza finanziaria in cui la pone il rincaro degli strumenti di guerra, il peso del potere dei principi che garantisce il mantenimento dei suoi privilegi. Sotto questa tutela, la valorizzazione comunemente accettata dei riti della vestizione, del titolo che la cerimonia conferisce, dei doveri che impone, attenua rapidamente la differenza tra proceres e milites all’interno di un ordo che l’ideologia del potere ha l’abilità di elevare al primo rango”.

La trasformazione delle strategie matrimoniali è quella che abbiamo già incontrato nei capitoli precedenti: l’allentamento della regola che imponeva “ai capifamiglia di dar moglie legittima solo al maggiore dei figli” per evitare di frazionare il patrimonio. Duby nota che, come tutte le convenzioni sociali, anche prima di questo mutamento la regola aveva delle eccezioni: “le nozze dei cadetti erano in genere il frutto di felici circostanze: la generosità di un protettore che manifestava liberalità verso i giovani […] che sollecitavano da lui delle spose; la scomparsa accidentale del figlio maggiore che obbligava il secondo figlio a procreare anche lui dei discendenti legittimi che eventualmente avrebbero preso il posto dei nipoti orfani minacciati dalla mortalità giovanile e dai rischi dell’apprendistato militare; più spesso l’occasione d’installarsi in un’altra casa come genero sposando una ragazza priva di fratelli e perciò ereditiera. Inoltre, in questi casi, ci si sforzava di contenere la ramificazione della discendenza e il frazionamento dell’eredità collocando i figli maschi nati da queste unioni laterali in posti ecclesiastici o lanciandoli nell’avventura in terre lontane; per dirla in breve, spingendo i rami avventizi ad atrofizzarsi rapidamente”.
Quindi, cosa cambia? Secondo Georges Duby, si ha “una contrazione che determinò la concentrazione delle fortune” che portò al “riassorbirsi nell’aristocrazia della Francia del Nord la «giovinezza», quel gruppo di adulti costretti al celibato […]. I «baccellieri» si fanno rari. Restare senza moglie era una volta una condizione durevole, condivisa dalla maggior parte dei maschi di quest’ambiente sociale; ormai, per i più, il celibato è solo una tappa, un’età della vita; la sorte comune, quando non si appartiene alla Chiesa, è di sistemarsi, di fondare la propria famiglia, […] di mettere al mondo anche dei figli legittimi”.

Duby quindi propone delle ipotesi esplicative: “Devo chiedermi se questa rottura delle vecchie costrizioni non fu facilitata soprattutto da una doppia modificazione. Una riguarda il costume feudale ed è la diffusione delle pratica del «paraggio»: delle case satelliti si creavano attorno alla casa madre; le restavano tuttavia sottomesse poiché il figlio maggiore […], conservando in sua mano la parte del patrimonio dove affondava le sue radici la memoria del lignaggio, riceveva l’omaggio dei fratelli sposati, in quanto costoro ricevevano da lui come feudo i beni ereditati dalla madre, o di recente acquisto, che erano stati loro concessi per installarvi la loro famiglia. L’altra modificazione tocca l’economia. […] La fortuna aristocratica in questi anni sembra in primo luogo essersi regolarmente accresciuta attraverso il perfezionamento della fiscalità, la bonifica delle terre, la moltiplicazione delle famiglie sfruttabili, e uno sviluppo generale che rialzò i profitti che i padroni del suolo e del potere traevano dalle loro prerogative. Questa fortuna sembra soprattutto aver acquistato fluidità. Si dilatò la parte che vi teneva il danaro. Dalla penetrazione dello strumento monetario risultò una maggiore elasticità, mentre si gonfiava senza posa la massa dei beni ridistribuiti fra i pari o fra i cavalieri dai signori degli Stati dove si rinvigoriva la capacità di munificenza”.

Gli effetti sono in primo luogo la fine della tensione di classe provocata dalla presenza di un ceto di giovani cui era proibito sposarsi. In secondo luogo, la presenza di una struttura di potere fatta di tante case satelliti attorno a una casa madre porta ad una “parcellizzazione […] dei poteri di comando e di sfruttamento, che tendono a esercitarsi luogo per luogo, in genere nel quadro parrocchiale. Miniaturizzazione concomitante della dimora signorile, disseminazione delle case fortificate, replica simbolica rimpicciolita dei vecchi castra. Infine, proliferazione della nobiltà”. Quest’ultima è cruciale, e lo storico francese propone di “confrontare questa nuova esuberanza di nascite alle innovazioni […]: al rincaro dell’equipaggiamento militare, al moltiplicarsi dei figli di cavalieri che tardano a ricevere la vestizione, alla comparsa di titoli e di simboli araldici che garantiscono la loro superiorità nativa, all’omogeneizzazione progressiva della nobiltà attraverso l’adozione di un sistema di valori e di rappresentazioni”.
Così, abbiamo due fenomeni concomitanti: il “ripiegamento dell’aristocrazia sulla qualità del suo sangue e sul sistema etico che essa inalberava di fronte alle minacce di destabilizzazione che venivano dai nuovi modi di fare la guerra, e l’abbandono simultaneo di una stretta disciplina matrimoniale, la diminuita preoccupazione di controllare con questo mezzo le nascite; e questa […] distensione di cui si stenta a capire che non abbia avuto come corollario un senso di benessere, ma le cui rapide conseguenze furono, allargando questo strato sociale, di renderlo più poroso, meno strettamente chiuso all’ascesa dei parvenus, e, alla fine, di indebolirlo a maggior vantaggio dell’autorità regale”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 10)

L’ottavo capitolo di Medioevo Maschio porta l’impegnativo titolo Strutture familiari aristocratiche nella Francia del secolo XI in rapporto con la struttura dello Stato. L’obiettivo dell’autore è tentare di indagare “quali relazioni hanno potuto unire, nella Francia dei secoli X e XI, l’evoluzione delle strutture dello Stato e l’evoluzione delle strutture familiari nell’alta aristocrazia”. Il problema di ricerca sorge a partire da un fatto la cui scoperta Duby attribuisce a Karl Schmid: “nei paesi franchi, quando gli storici si sforzarono di risalire lungo la linea di successione delle più grandi famiglie per scoprire i loro avi più lontani, arriva un momento in cui l’indagine non può più progredire, e questo momento […] si situa, per le stirpi più nobili, alla fine dell’epoca carolingia, o, più spesso, nella prima metà del secolo X. Fino a questo limite […] lo storico può passare dal figlio al padre […]; ma, giunto a questa soglia, non trova più altro che individui di cui può scoprire le alleanze matrimoniali, di cui spesso sa chi è la moglie, ma di cui non arriva a scoprire chi era il padre”.
Abbiamo visto questo fenomeno nel capitolo precedente, il passaggio da una struttura familiare orizzontale dove le alleanze e le fratellanze avevano “lo stesso peso e la stessa risonanza psicologica delle filiazioni” a una struttura verticale dove la discendenza paterna era la più alta fonte di prestigio e di legittimazione della propria posizione sociale. Duby si propone di collegare questo passaggio alla “progressiva dissoluzione politica del regno della Francia occidentale”, alla “costituzione di grandi principati alla fine del IX e al principio del X secolo”, alla “nascita, alla periferia di questi grandi complessi regionali, di formazioni politiche praticamente indipendenti nel quadro del pagus e attorno alla funzione comitale” e alla polverizzazione dello stesso pagus “in una quantità di castellanie autonome”.

Duby prosegue con una nota sulle fonti da lui indagate, la letteratura genealogica. Questi scritti “sono stati composti per famiglie molto potenti che, preoccupate di illustrare la loro nobiltà, hanno incaricato un chierico domestico o uno dei religiosi addetti al santuario che esse proteggevano in modo particolare e dove seppellivano i loro morti, di scrivere la storia del lignaggio risalendo fino al più lontano antenato conosciuto”. Queste opere ci offrono “la rappresentazione di ciò che tali famiglie si raffiguravano di se stesse e delle proprie origini”, un quadro edulcorato e idealizzato piuttosto che fedele alla realtà. Ma è sempre il caso delle opere scritte per celebrare qualcuno.  L’autore illustra la sua decisione di circoscrivere la sua indagine “a livelli inferiori della nobiltà, al livello di conti, visconti e castellani, cioè di signori di quelle formazioni politiche più ristrette costituitesi nelle fasi ulteriori di sgretolamento dello Stato che chiamiamo feudale”.
Nel suo esempio, la genealogia dei conti di Guînes intitolata Historia comitum ghisnensium, l’antenato mitico cui l’autore ricorre quando non riesce più a risalire ad antenati concreti è presentato come “colui che costruì il castello di Guînes, la fortezza che doveva diventare il fulcro della contea e la base materiale, topografica della famiglia comitale” e come “il seduttore di una delle figlie del principe vicino, il conte di Fiandra. Attraverso questa unione illecita quest’uomo è diventato la radice dell’albero di Jesse che costituisce dopo di lui la genealogia ghisnensium. Col figlio bastardo, la potenza familiare ottiene la sua legittimazione, poiché il nuovo conte di Fiandra suo zio lo adotta per figlioccio, lo arma cavaliere […], erige la sua terra in contea e infine gliela concede in feudo”. Da questa narrazione assorbiamo l’idea che per questa famiglia è importante sottolineare che “l’origine della stirpe per loro coincideva esattamente con l’istituzione di una potenza autonoma attorno a una fortezza, col titolo e i poteri ad essa connessi; questa doveva formare ormai il cuore del patrimonio familiare”.
Non ha importanza che l’avo mitico abbia ottenuto il suo titolo di conte di Fiandra attraverso un’unione illegittima: quello che conta è che abbia poi legittimato il dominio dei conti di Guînes sulle loro terre tramite le doverose procedure formali.

Molte altre genealogie descritte nel capitolo presentano tratti simili: la funzione della figura dell’antenato mitico è quella di istituire la genealogia, attraverso un atto che legittima il radicamento in un preciso territorio. Duby riassume: “le strutture di parentela a livello di media aristocrazia si [sono] trasformate durante il secolo X e all’inizio dell’XI. Prima niente lignaggio, niente coscienza genealogica in senso proprio, niente memoria coerente degli antenati; un uomo dell’aristocrazia considerava la sua famiglia come un aggruppamento, per così dire, orizzontale, scaglionato nel presente, […] dai limiti indecisi e mobili, costituito tanto da propinqui quanto da consanguinei, uomini e donne legati a lui dal sangue come dal giuoco delle alleanze matrimoniali. Per lui, per la sua fortuna, più degli antenati contavano i propinqui, attraverso i quali si avvicinava al potere, ossia al re o al duca, che distribuiva cariche, benefici, onori. Politicamente aspettava tutto da un principe: l’importante per lui erano le sue relazioni e non la sua ascendenza”. Ma in seguito, al contrario, l’individuo si sente inserito in un gruppo di struttura molto più stretta, che s’impernia sulla filiazione agnatizia e che ha un orientamento verticale; si sente membro di un lignaggio, di una razza, ove di padre in figlio si trasmette un’eredità; membro di una «casa» la cui direzione si trasmette al maggiore dei figli e di cui si può scrivere la storia rappresentandola sotto la forma di un albero che ha le sue radici nella persona dell’avo fondatore, origine di tutta la potenza e di tutto l’onore della razza. L’individuo è diventato egli stesso un principe; ha acquistato una coscienza d’erede”.
Duby riafferma il fatto che questa struttura “si è costituita attorno a un potere divenuto autonomo, assoggettato solo agl’incerti doveri del vassallaggio; [essa] si forma dunque nel momento stesso in cui lo Stato si disgrega, in cui il re o il duca rallentano la loro presa sull’aristocrazia fino a quel momento del tutto inclusa nella loro «casa». […] La nuova struttura di parentela si delinea dapprima nel regno di Francia, fra il 920 e il 950, a livello di famiglie comitali, quando i conti, rendendosi indipendenti, cominciano a trasmettere al figlio quell’«onore» ormai ereditario, ben presto indivisibile e per questo trasmissibile in linea di primogenitura che è costituito dal loro titolo, dalla fortezza su cui il titolo si basa, e dai poteri annessi a un tempo al titolo e al castello”. E conclude: “Ho voluto attirare l’attenzione su un legame che mi pare veramente organico tra la dissoluzione del potere di comando, l’appropriazione dei regalia, l’evoluzione delle istituzioni feudali, da un lato, e, d’altro lato, la comparsa di strutture familiari nuove nell’aristocrazia del regno di Francia”.