Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 10)

L’ottavo capitolo di Medioevo Maschio porta l’impegnativo titolo Strutture familiari aristocratiche nella Francia del secolo XI in rapporto con la struttura dello Stato. L’obiettivo dell’autore è tentare di indagare “quali relazioni hanno potuto unire, nella Francia dei secoli X e XI, l’evoluzione delle strutture dello Stato e l’evoluzione delle strutture familiari nell’alta aristocrazia”. Il problema di ricerca sorge a partire da un fatto la cui scoperta Duby attribuisce a Karl Schmid: “nei paesi franchi, quando gli storici si sforzarono di risalire lungo la linea di successione delle più grandi famiglie per scoprire i loro avi più lontani, arriva un momento in cui l’indagine non può più progredire, e questo momento […] si situa, per le stirpi più nobili, alla fine dell’epoca carolingia, o, più spesso, nella prima metà del secolo X. Fino a questo limite […] lo storico può passare dal figlio al padre […]; ma, giunto a questa soglia, non trova più altro che individui di cui può scoprire le alleanze matrimoniali, di cui spesso sa chi è la moglie, ma di cui non arriva a scoprire chi era il padre”.
Abbiamo visto questo fenomeno nel capitolo precedente, il passaggio da una struttura familiare orizzontale dove le alleanze e le fratellanze avevano “lo stesso peso e la stessa risonanza psicologica delle filiazioni” a una struttura verticale dove la discendenza paterna era la più alta fonte di prestigio e di legittimazione della propria posizione sociale. Duby si propone di collegare questo passaggio alla “progressiva dissoluzione politica del regno della Francia occidentale”, alla “costituzione di grandi principati alla fine del IX e al principio del X secolo”, alla “nascita, alla periferia di questi grandi complessi regionali, di formazioni politiche praticamente indipendenti nel quadro del pagus e attorno alla funzione comitale” e alla polverizzazione dello stesso pagus “in una quantità di castellanie autonome”.

Duby prosegue con una nota sulle fonti da lui indagate, la letteratura genealogica. Questi scritti “sono stati composti per famiglie molto potenti che, preoccupate di illustrare la loro nobiltà, hanno incaricato un chierico domestico o uno dei religiosi addetti al santuario che esse proteggevano in modo particolare e dove seppellivano i loro morti, di scrivere la storia del lignaggio risalendo fino al più lontano antenato conosciuto”. Queste opere ci offrono “la rappresentazione di ciò che tali famiglie si raffiguravano di se stesse e delle proprie origini”, un quadro edulcorato e idealizzato piuttosto che fedele alla realtà. Ma è sempre il caso delle opere scritte per celebrare qualcuno.  L’autore illustra la sua decisione di circoscrivere la sua indagine “a livelli inferiori della nobiltà, al livello di conti, visconti e castellani, cioè di signori di quelle formazioni politiche più ristrette costituitesi nelle fasi ulteriori di sgretolamento dello Stato che chiamiamo feudale”.
Nel suo esempio, la genealogia dei conti di Guînes intitolata Historia comitum ghisnensium, l’antenato mitico cui l’autore ricorre quando non riesce più a risalire ad antenati concreti è presentato come “colui che costruì il castello di Guînes, la fortezza che doveva diventare il fulcro della contea e la base materiale, topografica della famiglia comitale” e come “il seduttore di una delle figlie del principe vicino, il conte di Fiandra. Attraverso questa unione illecita quest’uomo è diventato la radice dell’albero di Jesse che costituisce dopo di lui la genealogia ghisnensium. Col figlio bastardo, la potenza familiare ottiene la sua legittimazione, poiché il nuovo conte di Fiandra suo zio lo adotta per figlioccio, lo arma cavaliere […], erige la sua terra in contea e infine gliela concede in feudo”. Da questa narrazione assorbiamo l’idea che per questa famiglia è importante sottolineare che “l’origine della stirpe per loro coincideva esattamente con l’istituzione di una potenza autonoma attorno a una fortezza, col titolo e i poteri ad essa connessi; questa doveva formare ormai il cuore del patrimonio familiare”.
Non ha importanza che l’avo mitico abbia ottenuto il suo titolo di conte di Fiandra attraverso un’unione illegittima: quello che conta è che abbia poi legittimato il dominio dei conti di Guînes sulle loro terre tramite le doverose procedure formali.

Molte altre genealogie descritte nel capitolo presentano tratti simili: la funzione della figura dell’antenato mitico è quella di istituire la genealogia, attraverso un atto che legittima il radicamento in un preciso territorio. Duby riassume: “le strutture di parentela a livello di media aristocrazia si [sono] trasformate durante il secolo X e all’inizio dell’XI. Prima niente lignaggio, niente coscienza genealogica in senso proprio, niente memoria coerente degli antenati; un uomo dell’aristocrazia considerava la sua famiglia come un aggruppamento, per così dire, orizzontale, scaglionato nel presente, […] dai limiti indecisi e mobili, costituito tanto da propinqui quanto da consanguinei, uomini e donne legati a lui dal sangue come dal giuoco delle alleanze matrimoniali. Per lui, per la sua fortuna, più degli antenati contavano i propinqui, attraverso i quali si avvicinava al potere, ossia al re o al duca, che distribuiva cariche, benefici, onori. Politicamente aspettava tutto da un principe: l’importante per lui erano le sue relazioni e non la sua ascendenza”. Ma in seguito, al contrario, l’individuo si sente inserito in un gruppo di struttura molto più stretta, che s’impernia sulla filiazione agnatizia e che ha un orientamento verticale; si sente membro di un lignaggio, di una razza, ove di padre in figlio si trasmette un’eredità; membro di una «casa» la cui direzione si trasmette al maggiore dei figli e di cui si può scrivere la storia rappresentandola sotto la forma di un albero che ha le sue radici nella persona dell’avo fondatore, origine di tutta la potenza e di tutto l’onore della razza. L’individuo è diventato egli stesso un principe; ha acquistato una coscienza d’erede”.
Duby riafferma il fatto che questa struttura “si è costituita attorno a un potere divenuto autonomo, assoggettato solo agl’incerti doveri del vassallaggio; [essa] si forma dunque nel momento stesso in cui lo Stato si disgrega, in cui il re o il duca rallentano la loro presa sull’aristocrazia fino a quel momento del tutto inclusa nella loro «casa». […] La nuova struttura di parentela si delinea dapprima nel regno di Francia, fra il 920 e il 950, a livello di famiglie comitali, quando i conti, rendendosi indipendenti, cominciano a trasmettere al figlio quell’«onore» ormai ereditario, ben presto indivisibile e per questo trasmissibile in linea di primogenitura che è costituito dal loro titolo, dalla fortezza su cui il titolo si basa, e dai poteri annessi a un tempo al titolo e al castello”. E conclude: “Ho voluto attirare l’attenzione su un legame che mi pare veramente organico tra la dissoluzione del potere di comando, l’appropriazione dei regalia, l’evoluzione delle istituzioni feudali, da un lato, e, d’altro lato, la comparsa di strutture familiari nuove nell’aristocrazia del regno di Francia”.

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