Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 11)

Il nono capitolo di Medioevo Maschio conclude la seconda parte, dedicata al tema delle strutture di parentela, ed è intitolato La Francia di Filippo Augusto. Le trasformazioni sociali in ambiente aristocratico.

Georges Duby intende proporre due ipotesi di lavoro per la comunità dei medievalisti: vuole “mettere in relazione ciò che si può conoscere della situazione e del tessuto della classe dominante con due mutamenti di cui, sotto il regno di Luigi Filippo, fu luogo la regione su cui concentro le mie osservazioni. Uno tecnico: la modificazione delle pratiche militari; l’altro sociale: la modificazione delle strategie matrimoniali”. Questi due cambiamenti andrebbero poi messi in relazione “con l’evoluzione dell’economia”, un tema di tutta la ricerca storiografica di Duby.

Partiamo dal primo fenomeno, i cambiamenti in ambito militare. “La diffusione nell’aristocrazia, tra il 1130 e il 1160, di una nuova maniera di combattere che conferiva una funzione ormai decisiva al cavallo e che determinava anche il brusco rincaro dell’equipaggiamento cavalleresco” è stato il primo; segue poi “Il brusco moltiplicarsi, dopo la metà del secolo, delle bande di combattenti di professione, di bassa estrazione, che lavoravano per danaro, con armi particolari ritenute indegne di un cavaliere, ma […] di una tale efficacia che i principi non esitavano a servirsene […] anche se il costo era spaventoso e il fatto di impiegarli poco onorevole”. A questi si aggiunge il “perfezionamento delle tecniche di fortificazione”.
Duby ci invita ad “osservare attentamente il peso delle conseguenze di queste due modificazioni […] sulle strutture, la delimitazione, gli atteggiamenti, la coscienza di sé dell’aristocrazia […]. L’affermarsi del contrasto, in seno al sistema dei valori, fra una maniera nobile e una maniera ignobile di affrontare l’avversario non intervenne in modo determinante nel circoscrivere i contorni del gruppo aristocratico, nel rafforzare la sua coesione, proprio attorno ai valori della cavalleria?”. Non solo perché i mercenari erano guerrieri più abili degli aristocratici, ma anche per “il pericolo intravisto di una promozione [sociale] di avventurieri coccolati dai principi” e per il timore di “una ribellione contro le esazioni signorili che sembrano intollerabili nella misura stessa in cui il monopolio militare – la funzione di pace che le giustificava – si trova a esser messo in discussione”.
Minacciata, l’aristocrazia serra le file; sopporta con meno impazienza, nella dipendenza finanziaria in cui la pone il rincaro degli strumenti di guerra, il peso del potere dei principi che garantisce il mantenimento dei suoi privilegi. Sotto questa tutela, la valorizzazione comunemente accettata dei riti della vestizione, del titolo che la cerimonia conferisce, dei doveri che impone, attenua rapidamente la differenza tra proceres e milites all’interno di un ordo che l’ideologia del potere ha l’abilità di elevare al primo rango”.

La trasformazione delle strategie matrimoniali è quella che abbiamo già incontrato nei capitoli precedenti: l’allentamento della regola che imponeva “ai capifamiglia di dar moglie legittima solo al maggiore dei figli” per evitare di frazionare il patrimonio. Duby nota che, come tutte le convenzioni sociali, anche prima di questo mutamento la regola aveva delle eccezioni: “le nozze dei cadetti erano in genere il frutto di felici circostanze: la generosità di un protettore che manifestava liberalità verso i giovani […] che sollecitavano da lui delle spose; la scomparsa accidentale del figlio maggiore che obbligava il secondo figlio a procreare anche lui dei discendenti legittimi che eventualmente avrebbero preso il posto dei nipoti orfani minacciati dalla mortalità giovanile e dai rischi dell’apprendistato militare; più spesso l’occasione d’installarsi in un’altra casa come genero sposando una ragazza priva di fratelli e perciò ereditiera. Inoltre, in questi casi, ci si sforzava di contenere la ramificazione della discendenza e il frazionamento dell’eredità collocando i figli maschi nati da queste unioni laterali in posti ecclesiastici o lanciandoli nell’avventura in terre lontane; per dirla in breve, spingendo i rami avventizi ad atrofizzarsi rapidamente”.
Quindi, cosa cambia? Secondo Georges Duby, si ha “una contrazione che determinò la concentrazione delle fortune” che portò al “riassorbirsi nell’aristocrazia della Francia del Nord la «giovinezza», quel gruppo di adulti costretti al celibato […]. I «baccellieri» si fanno rari. Restare senza moglie era una volta una condizione durevole, condivisa dalla maggior parte dei maschi di quest’ambiente sociale; ormai, per i più, il celibato è solo una tappa, un’età della vita; la sorte comune, quando non si appartiene alla Chiesa, è di sistemarsi, di fondare la propria famiglia, […] di mettere al mondo anche dei figli legittimi”.

Duby quindi propone delle ipotesi esplicative: “Devo chiedermi se questa rottura delle vecchie costrizioni non fu facilitata soprattutto da una doppia modificazione. Una riguarda il costume feudale ed è la diffusione delle pratica del «paraggio»: delle case satelliti si creavano attorno alla casa madre; le restavano tuttavia sottomesse poiché il figlio maggiore […], conservando in sua mano la parte del patrimonio dove affondava le sue radici la memoria del lignaggio, riceveva l’omaggio dei fratelli sposati, in quanto costoro ricevevano da lui come feudo i beni ereditati dalla madre, o di recente acquisto, che erano stati loro concessi per installarvi la loro famiglia. L’altra modificazione tocca l’economia. […] La fortuna aristocratica in questi anni sembra in primo luogo essersi regolarmente accresciuta attraverso il perfezionamento della fiscalità, la bonifica delle terre, la moltiplicazione delle famiglie sfruttabili, e uno sviluppo generale che rialzò i profitti che i padroni del suolo e del potere traevano dalle loro prerogative. Questa fortuna sembra soprattutto aver acquistato fluidità. Si dilatò la parte che vi teneva il danaro. Dalla penetrazione dello strumento monetario risultò una maggiore elasticità, mentre si gonfiava senza posa la massa dei beni ridistribuiti fra i pari o fra i cavalieri dai signori degli Stati dove si rinvigoriva la capacità di munificenza”.

Gli effetti sono in primo luogo la fine della tensione di classe provocata dalla presenza di un ceto di giovani cui era proibito sposarsi. In secondo luogo, la presenza di una struttura di potere fatta di tante case satelliti attorno a una casa madre porta ad una “parcellizzazione […] dei poteri di comando e di sfruttamento, che tendono a esercitarsi luogo per luogo, in genere nel quadro parrocchiale. Miniaturizzazione concomitante della dimora signorile, disseminazione delle case fortificate, replica simbolica rimpicciolita dei vecchi castra. Infine, proliferazione della nobiltà”. Quest’ultima è cruciale, e lo storico francese propone di “confrontare questa nuova esuberanza di nascite alle innovazioni […]: al rincaro dell’equipaggiamento militare, al moltiplicarsi dei figli di cavalieri che tardano a ricevere la vestizione, alla comparsa di titoli e di simboli araldici che garantiscono la loro superiorità nativa, all’omogeneizzazione progressiva della nobiltà attraverso l’adozione di un sistema di valori e di rappresentazioni”.
Così, abbiamo due fenomeni concomitanti: il “ripiegamento dell’aristocrazia sulla qualità del suo sangue e sul sistema etico che essa inalberava di fronte alle minacce di destabilizzazione che venivano dai nuovi modi di fare la guerra, e l’abbandono simultaneo di una stretta disciplina matrimoniale, la diminuita preoccupazione di controllare con questo mezzo le nascite; e questa […] distensione di cui si stenta a capire che non abbia avuto come corollario un senso di benessere, ma le cui rapide conseguenze furono, allargando questo strato sociale, di renderlo più poroso, meno strettamente chiuso all’ascesa dei parvenus, e, alla fine, di indebolirlo a maggior vantaggio dell’autorità regale”.

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