Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 12)

Con il decimo capitolo, Problemi e metodi di storia della cultura, entriamo nella terza parte in cui si articola Medioevo Maschio: quella dedicata a Culture, valori e società. Come suggerisce il titolo, si tratta di un capitolo che contiene una riflessione interna alla storia della cultura, allo stato della disciplina nella comunità scientifica francese di cui Georges Duby fa parte.

Egli sostiene che la storia della cultura sia un “settore sottosviluppato della ricerca scientifica”, dato che “ci sono, gli storici da un lato, e dall’altro gli storici dell’arte, gli storici della letteratura, della filosofia, delle scienze, e talvolta piccoli settori anche più chiusi: storia della medicina o storia della musica. Poiché da un secolo la Francia è un paese laicizzato e scolarizzato, gli storici hanno potuto conquistare due province: quella della storia religiosa e quella della storia dell’educazione”. E da questa segmentazione discende la tendenza a considerare, quando si tratta di cultura, la cultura scritta: non le opere d’arte, non la musica, non il teatro, ma solo le testimonianze culturali in forma testuale. Un’altra causa del sottosviluppo della storia della cultura è “l’insufficienza dei nostri strumenti d’analisi” e in particolare una dipendenza dai metodi e dalle teorie della storia economica. “I metodi della storia economica, in effetti, hanno rivelato la loro insufficienza in ciò che concerne i fenomeni culturali”, scrive Duby. E, partendo da questi presupposti, cerca di proporre delle soluzioni.

La storia della cultura si propone di osservare nel passato, fra i movimenti d’insieme di una civiltà, i meccanismi di produzione di oggetti culturali. Che si tratti della grossa produzione volgare, o della produzione raffinata, fino a quel vertice che è il capolavoro […], lo storico della cultura deve […] considerare l’insieme della produzione e chiedersi quali relazioni passano tra ciò che accade al sommo dell’edificio […] e quella base abbastanza torpida della produzione corrente che sta al disotto di esso e ne subisce il contraccolpo. Perciò le discipline separate, storia dell’arte, delle letterature, della filosofia e persino delle scienze, sono deludenti nella misura stessa in cui continuano a puntare sui valori eccezionali”. Un problema su cui focalizzarsi dovrebbe invece essere quello “dei rapporti tra questo movimento creatore che opera come fattore trainante nell’evoluzione di una cultura e le strutture profonde”, come ad esempio le strutture economiche. Duby cita l’esempio della diffusione dell’arte cistercense e della “parte che ebbe l’organizzazione dello sfruttamento rurale delle proprietà dell’ordine dei Cistercensi, e [del] posto che teneva il danaro ad un tempo nella gestione di tali proprietà e nella retribuzione delle squadre di costruttori”, ma ci mette in guardia dal presupporre un nesso lineare causa-effetto: “il monumento cistercense non significava solo la riuscita di un particolare sistema di produzione economica, significava anche, e in primo luogo senza dubbio, due cose: la ripresa di una tradizione formale; la visualizzazione di una morale e di una concezione del mondo”.

Tra i fattori della produzione culturale (a parte ciò che ne costituisce la materia prima) si colloca un’eredità, un capitale di forme a cui ciascuna generazione attinge. Il principale interesse della storia letteraria, della storia dell’arte e della filosofia sta nell’inventariare queste forme, nel mostrare come questa riserva […] si trasforma […]. [Esiste] una storia delle forme. Nel movimento di questa storia dobbiamo guardarci dal concentrare troppo la nostra attenzione sulle innovazioni: non dobbiamo dimenticare l’enorme massa delle persistenze”.

Bisogna contare su questa presenza di un’eredità di forme possibili, a cominciare dalle forme del linguaggio. Un’eredità che non è immobile, ma mobile, mutevole nella durata; i suoi rapporti, tuttavia, hanno solo dei rapporti molto vaghi con l’economia, mentre si trovano strettamente legati alla vita propria dei laboratori, a tutti i processi di apprendistato, quindi al sistema d’educazione nel suo insieme; è là che l’eredità è trasmessa da una generazione all’altra e che, momento per momento, è sottoposta a cernita”. Duby attribuisce la «Rinascita» della cultura francese nel XII secolo proprio al fatto che la scuola “si è trovata ad essere vivificata, e specialmente dai doni di benefattori laici che decidevano di fondare piuttosto delle collegiate che dei monasteri, e notevolmente anche dalla maggior mobilità dei maestri e degli uditori che permetteva l’intensificazione di ogni sorta di circolazioni. Ma si deve anche tener conto di un’esplorazione sistematica del patrimonio che fu allora intrapresa, del ritrovamento di fonti che erano rimaste insabbiate, soprattutto le forme dell’antichità pagana, che non sembravano più tanto pericolose”.

Un secondo tipo di fattori che influenzano la produzione culturale è dato dai fattori ideologici. Duby scrive: “Non insisterò sulla funzione determinante tenuta in ogni società dall’immaginario, dai sistemi di valori, e da tutte le immagini che servono a spiegare il mondo. Ricorderò solo che questi oggetti, questi immensi involucri che sono le ideologie, hanno anche una loro storia, e che questa storia è collegata al movimento delle strutture materiali. E non solo perché si ripercuote su di queste, ma perché un processo di sovradeterminazione fa sì che eserciti una profonda influenza sull’infrastruttura. Prendo a esempio l’azione sull’evoluzione demografica delle rappresentazioni ideologiche che governano […] le pratiche sessuali. Quest’azione spiega […] per un passato lontano [che] l’ideologia cristiana del matrimonio non fu evidentemente senza influenza sull’aumento delle nascite nel Medioevo centrale”.
La storia delle ideologie è […] in relazione con quella del potere. L’ideologia è un’arma di cui il potere intende servirsi. Ora esso tiene la mano sulle principali fucine della produzione culturale. Quindi si stabilisce un’unione indissolubile fra la storia di tale produzione e quella dell’ideologia. Di qui la necessità d’intraprendere lo studio […] delle ideologie coesistenti e concorrenti. In effetti la relazione dei fenomeni ideologici con le strutture di profondità si esprime in particolare nel fatto che i confronti di cui la società è il luogo si traducono in una lotta permanente fra parecchi sistemi ideologici messi a fronte. In ogni società appena evoluta non troviamo dunque una cultura, ma delle culture”.

Il popolo, argomenta lo storico francese, “presenta delle stratificazioni culturali numerose e diversamente combinate”, ma questo vale ovviamente anche per “quella parte della società che domina il popolo”, e i vari strati che compongono le culture di classe non sono separati come strati geologici, ma sono caratterizzati da “una serie infinita di slittamenti, di passaggi, di interferenze”. Duby parla a questo proposito di “complessità dello spazio culturale”. Gli storici hanno cercato di studiare questo spazio culturale stratificato cercando correlazioni fra culture e classi sociali a partire dal fatto che “esiste una lotta ideologica che non è senza rapporto con la «lotta di classe»”. Per quanto questo sia vero, tuttavia è riduttivo, e Duby propone quindi di “mettere in pratica piuttosto il concetto di «formazione culturale». A condizione di riferire il termine a quel concetto di formazione sociale”, argomenta, che gli pare più adatto a “render conto della complicazione delle strutture culturali, della permanenza delle forme residue, di tutti i ritorni e della incessante mobilità dei fenomeni di acculturazione” e del fatto che “le sfaldature tra le culture messe a fronte o combinate non passano, in realtà, attraverso il corpo sociale, ma attraverso gli atteggiamenti e i comportamenti di ciascun individuo”, questo concetto può aiutare ad avere una visione plurale e non deterministica della complessità dello spazio culturale, appunto.

Così, per Duby “il principale apporto della scuola storica francese alla storia della cultura” consiste nel “tentativo […] di immergersi nelle profondità della società per conoscere qualcosa di diverso dal sommo dell’edificio, per raggiungere una cultura in genere eclissata dalla cultura dominante, la cultura popolare”, per richiamare “l’attenzione dei francesi alle loro origini contadine, alle civiltà tradizionali”, partendo “dall’idea di una contrapposizione delle culture alte alla cultura popolare”. Si tratta di un progetto di ricerca molto simile a quello della storia delle donne (Women’s History) i della storia dei neri (Black History) nel mondo anglosassone, il riportare alla luce una versione della storia che appartiene a voci storicamente marginalizzate.
Grazie a questo approccio, si possono inquadrare alcuni fenomeni altrimenti trascurati, come “la lotta intrapresa dalla Chiesa medievale per distruggere tutto un sistema di credenze e di riti” oppure, allontanandoci dal Medioevo, la battaglia “ingaggiata dopo il secolo XVIII per l’alfabetizzazione, involontarimente congiunta alla battaglia sostenuta dall’ideologia egalitaria,che rappresenta la fase ultima […] della socializzazione della cultura dotta”. Ma il nostro autore non è soddisfatto di questo approccio: “attenersi alla concezione che si limita a porre a fronte due classi signific[a] in verità restringere abusivamente il campo di osservazione e rischiare di impoverire i risultati dell’osservazione stessa”.

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