Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 14)

Nella puntata precedente della serie eravamo rimasti all’undicesimo capitolo della raccolta di saggi di Georges Duby che stiamo trattando ormai da maggio e che sta arrivando alla fine. Avevo optato per dividere in più parti il capitolo, perché si tratta di uno dei più densi del libro. Riprendiamo dunque lo sviluppo dell’argomentazione di Duby sul cambiamento nei valori, nella mentalità collettiva e nella cultura con degli esempi.

Duby ci propone di osservare “un ambiente che si può credere dei più disposti ad accogliere delle novità, quello degli uomini di studio che si riunirono a Parigi durante il Medioevo centrale. Il loro luogo d’incontro: uno dei principali del mondo; un agglomerato urbano in continua crescita, la cui popolazione si trovava […] agitata dalle correnti dell’economia e, nel cuore del più grande Stato d’Occidente, dal via vai dell’azione politica; il punto di concentrazione, infine, di tutti coloro che, da un capo all’altro della cristianità latina, sentivano più vivo il bisogno di conoscere”. Questi studiosi si occupavano di “un insegnamento professionale che mirava a formare i membri eminenti del clero”, ma l’insegnamento è una professione che “mette chi lo esercita di fronte a esseri più giovani di lui le cui esigenze lo stimolano a spingersi più avanti”, ed è una professione che prevede “metodi di lavoro fondati sul dialogo, la disputa, la libera discussione, su uno spirito di competizione […], quindi sulla contestazione delle idee comunemente accettate”. Così, Duby si propone di “ricostruire il sistema di valori com’era accettato, da un lato, verso il 1125, dai contemporanei di Abelardo, d’altro lato, verso il 1275, dai contemporanei di Jean de Meun”, e parte dal contestualizzare i cambiamenti avvenuti in quei 150 anni: “al tempo di Abelardo le città emergono appena dalla circostante campagna; la circolazione monetaria ha di recente ripreso vigore, ma la sola ricchezza è ancora la terra; il solo lavoro è quello dei campi, qualunque sia ormai l’importanza della produzione artigianale stimolata dalla propensione al lusso ostentato di un’aristocrazia che la crescita agricola, da un secolo, rende meno bisognosa; per tutti gli uomini un’esistenza interamente dominata dai ritmi e dalle pressioni dell’ambiente naturale”.

All’epoca di Jean de Meun abbiamo, invece, “una popolazione senza dubbio tre volte più numerosa; delle campagne che hanno raggiunto una sistemazione definitiva, ma che si trovano ormai, economicamente e politicamente, a dipendere dalle città; all’interno di queste, dei modi di vivere che […] si sottraggono all’oppressione della fame, del freddo e della notte; il danaro, che è diventato il principale strumento di potere, la molla delle promozioni sociali”. Parlando delle relazioni politiche, invece, Duby nota che all’inizio del secolo XII, al tempo di Abelardo, esse “si trovano del tutto inserite nel quadro della signoria, il che significa per la massa dei lavoratori un completo assoggettamento ai signori dei castelli e ai capi dei villaggi; per i più ricchi, la specializzazione militare, i profitti delle spedizioni per rapina, il rifiuto di tutti gli obblighi, salvo quelli che scaturiscono dall’omaggio, dalla concessione feudale e dalla sottomissione agli anziani del lignaggio”. Invece, al tempo di Jean de Meun troviamo “uno Stato vero e proprio, basato su un’armatura amministrativa abbastanza perfezionata perché possa rinascere una nozione astratta dell’autorità e perché la personalità del sovrano sparisca dietro quella dei suoi servitori; […] la ritualizzazione dell’arte della guerra […]; regole giuridiche messe per iscritto e messe in mano di professionisti della procedura; […] un senso di libertà che si rafforza in seno alle associazioni di uguali, di tutti i gruppi di mutui interessi che si annodano ai vari livelli della società e che sono abbastanza vigorosi […] per suscitare i primi scioperi”.
In questi 150 anni non si sono solo verificate trasformazioni nelle strutture sociali, ma anche eventi di grande portata come: “lo sviluppo e il fallimento dell’avventura della crociata, il saccheggio, in Spagna, in Sicilia, a Costantinopoli, delle culture superiori il cui fulgore un tempo rendeva più irrisorio il carattere rozzo della civiltà carolingia; uno stupefacente indietreggiamento dei confini dell’universo, l’irrompere dell’Asia mongola, la marcia di Marco Polo verso Pechino, la penetrazione dei confini africani e asiatici […] da parte di trafficanti e di missionari, che si abituano a parlare altre lingue e ad utilizzare altre misure”, e poi lo sviluppo e la repressione di numerose eresie in seno al cristianesimo.

Duby definisce questo ambiente culturale come “penetrato dall’esigenza della verità, dalla sete di capire e dal gusto del moderno”, ma nonostante questo il sistema dei valori non si modifica in modo radicale come tutti gli altri sistemi appena descritti. “Senza dubbio, il primato della ragione è, verso il 1275, esaltato con maggior deliberazione […]. Ma due generazioni prima della stessa generazione d’Abelardo, Berengario di Tours proclamava la ragione «onore dell’uomo»; e la chiara visione delle cose che, valendosi dello strumento razionale, i contemporanei di Jean de Meun si sforzano di raggiungere, procede, infatti, dal paziente uso dei meccanismi logici che i maestri delle scuole parigine insegnavano ad utilizzare, nei primi anni del secolo XII, per dissipare l’ambiguità dei segni di verità sparsi nei testi sacri e nello spettacolo del mondo visibile”. Non si tratta quindi di un’innovazione nel sistema culturale, ma della prosecuzione di un fenomeno già presente. “Lo spirito critico, nel 1275, affronta con audacia tutto ciò che gli intellettuali dell’epoca chiamano finzione, le ipocrisie della devozione, la sottomissione dei bigotti alle disposizioni pontificie, i privilegi della nobiltà del sangue che Abelardo, perfettamente integrato in questa categoria sociale che non rinnegava, non aveva per nulla pensato di mettere in discussione, fino agli eccessi dei giuochi di cortesia, che lo stesso Abelardo si era sforzato di praticare come meglio poteva, e alle sofisticazioni dell’etica mondana. Ma anche a questo proposito […] una simile tendenza alla contestazione, una simile aspirazione all’onestà e alla misura, caratterizzavano i maestri di Parigi nel primo quarto del secolo XI; se non miravano alle stesse cose è solo perché i problemi che nascevano dall’ambiente sociale, politico, morale non si ponevano nei medesimi termini”.

Il fatto che siamo di fronte a sviluppi graduali di idee e valori preesistenti e non a radicali innovazioni, secondo Duby si applica anche ad altre idee, come l’attenzione verso la natura, la “volontà di scoprirne le leggi, di giungere alla chiara comprensione di un ordine naturale «da cui scaturiscono le vie oneste», e di raggiungere così i fondamenti solidi di un’etica e di una fede”. Certo, il cristianesimo, pur essendo un ordine culturale così dominante da non essere nemmeno pensabile non essere credenti, non è rimasto cristallizzato nel tempo: il cristianesimo degli intellettuali di cui parla Duby “si presentava con un volto nuovo; si mostra molto più libero, di quanto non fosse centocinquant’anni prima, dalle terrificanti prosternazioni e dall’involucro del ritualismo, orientato ormai verso un Dio sofferente e fraterno, con cui l’uomo può tentare il dialogo; molti di loro […] si mettono allora per le vie del misticismo”. La conoscenza filosofica prosegue ma “ciò che di fatto si mostra più nettamente sono delle persistenze: quella di una tecnica d’analisi; quella di un desiderio di capire fatto più acuto dai metodi e dagli obiettivi di un insegnamento; quella di esigenze morali governate da una certa situazione in seno alla società; quella di una visione di un universo naturale e soprannaturale fondata su testi interpretati sempre meglio”.

12 pensieri su “Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 14)

  1. Complimenti Lady per questa lunga serie di post, in effetti l’insegnamento è un lavoro che mette da una parte una persona più adulta con una molto più giovane e quindi un po come i genitori sono due generazione a confronto(scontro) , certo è vero che gli alluni rispettano i loro insegnanti ma anche essi avendo a confronto con una generazione nuova e giovane potrebbero ripensare ad alcune cose a cui hanno dato sempre per scontato che fossero cosi.

    • Sono pienamente d’accordo! Io credo che gli/le insegnanti dovrebbero riconoscere di più il carattere reciproco dell’imparare, piuttosto che pensare che l’insegnamento sia un flusso di informazioni che l’insegnante impartisce e gli alunni ricevono.

      • Aggiungo che ritengo che sarebbe opportuno studiare le civiltà antiche più importanti come i romani i sumeri i babilonesi gli egizi ecc…. per sapere tutte le loro tradizioni le curiosità ecc… magari nei libri di storia dovremmo trovare i vestiti tipici di un uomo e di una donna di quella cultura e poi quelli delle varie classi sociali le vari abitudini e cosi via , per poter fare anche un raffrontare tra le varie società antiche e la nostra per esempio.

      • In generale, una storia della società è tanto importante quanto una storia politica/militare. Cosa mangiavano i babilonesi? Di che materiali erano fatti i loro vestiti? Quali ruoli erano considerati “da maschi” e quali “da femmine” nella loro società?
        è a partire da questi aspetti che si può introdurre la diversità culturale come ricchezza, pensare a tutto ciò che abbiamo preso da altre culture (le albicocche, la pasta, la carta, la polvere da sparo…) e che abbiamo creato, rielaborato e restituito al mondo.

  2. Certamente per esempio molti trascurano il fatto che i romani (pensiamo hai centurioni) usano un gonnellino “corazzato” mentre noi oggi consideriamo la gonna un indumento femminile , oppure il fatto che trucchi e gioielli nella storia non sono stati usati solo dalle donne oppure che piangere non è sempre stato considerato una debolezza e solo per le donne , sicuramente l’incontro con altre culture quindi mi riferisco al immigrazione sia a quello europea che ormai viene data per scontata sia per quelle extraeuropea sia per i cittadini di paesi del sud-est asiatico sia per quella che viene vista un po con diffidenza ovvero quella degli africani , penso che anche se l’incontro con altre culture non è esente da problemi e incomprensioni come dici anche tu può essere fonte di arricchimento e anche se magari gli immigrati di prima generazioni hanno dei problemi a integrarsi questo non vale per i loro figli/nipoti dato che poi vengono pervasi/”contaminati” dal paese che li ospita , un po come dire se io vado in Russia con una donna italiana per farmi una famiglia e chiaro che poi i figli che farò verranno “contaminati” dalla cultura di quel paese.
    Aggiungo che io sono di una terra ovvero la Sicilia che ha “subito” innumerevoli invasioni nel corso della sua lunga storia e tutte queste invasioni hanno lasciato qualcosa in questa terra che poi ha plasmato la nostra cultura e le nostri tradizioni i nostri cibi e cosi via oltre che tutti gli edifici storici che si trovano nella mia terra.

    • Le culture sono fatte di persone, e gli scambi che a livello “macro” sembrano minacciosi spesso a livello “micro” rivelano la loro quotidianità. I ragazzi e le ragazze di seconda generazione spesso sono testimoni ardenti del fatto di non sentirsi divisi fra le loro radici e il loro mondo presente, ma di vivere queste due cose insieme, non contrapposte. Stanno tracciando strade che un giorno sapremo vedere in tutta la loro ricchezza.
      Sai che a lungo gli archeologi hanno giudicato le sepolture, ad esempio quelle longobarde o vichinghe, in base al corredo funebre per decidere se fossero uomini o donne? Ma l’associazione “gioielli – donne” e “armi – uomini” si è rivelata in alcuni casi più il frutto di un pregiudizio derivante da visioni stereotipizzate di come le società antiche dovevano funzionare che un’analisi realistica.

      • Molto interessante , io per esempio a scuola ho avuto un compagno cinese nella mia classe oppure nella mia scuola c’era una ragazza che stava con un ragazzo di colore.

      • Alle elementari, nella mia classe c’erano due ragazze di cultura araba – una marocchina e una tunisina -, un ragazzo cinese, un ragazzo rumeno e un ragazzo marocchino. Non eravamo un’eccezione nella scuola, in un paese di 12.000 abitanti.
        Abbiamo affrontato tutti insieme le difficoltà: ovviamente per alcuni di loro imparare l’italiano è stato difficile, soprattutto il ragazzino cinese, spesso non capivamo cosa volesse dire perché aveva un vocabolario poverissimo. Ma questa era l’unica differenza percettibile, non c’era un “noi” e “loro”.

  3. Esatto questo è il punto del mio discorso oltretutto nel modo ci sono oltre 55 paesi che hanno un tasso di immigrati superiori al nostro.

    • Il nostro non è così alto come si vuole far credere. Ricordo che il piano del governo Renzi prevedeva 2,5 immigrati ogni 1000 abitanti in ciascun comune. è il rifiuto di molti comuni ad accoglierli che rende la situazione meno sostenibile per gli altri, in un chiaro caso di NIMBY (not in my backyard, non nel mio cortile: cioè rimpallare i problemi agli altri, che li aggrava per tutti).

      • Io per intenderci parlavo di quello generale che comprende immigrati comunitari ed extracomunitari ovviamente regolari perchè su quelli irregolari non si sa con esattezza quanti sono ma ci sono solo stime ma anche considerandoli parliamo di meno del 10%, se poi parliamo dei richiedenti asilo nel nostro paese rispetto agli altri paesi parliamo sempre di cifre più basse rispetto a quello che si crede senza considerare che la maggior parte dei richiedenti asilo/profughi stanno principalmente in paesi poveri, concordo con te sul fattore NIMBY alla fine in paesi come la Svezia la percentuale era di 19 ogni 1000 persone per intenderci anche se penso che il governo Renzi abbia fallito per quanto riguarda l’integrazione, perchè okay il lavoro di Minniti per le riduzione delle partenze ma bisognava(bisogna) fare qualcosa per chi era già qui perchè lasciare quelle persone a se stesse non giova a nessuno tranne a chi vuole speculare sulla paura(legittima).

      • E’ vero: e infatti le storie di successo sono quelle in cui i ragazzi arrivati qui riescono ad avere gli strumenti per integrarsi. Si tratta di capire che l’integrazione deve iniziare prima che siano completato l’iter e si sia capito se una persona ha diritto di rimanere o meno, perché in ogni caso le competenze che acquisisce sono utili per avere una vita onesta anche in un altro Paese europeo o nel proprio Paese d’origine.

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