Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 15)

Abbiamo dedicato tre puntate di questa serie di post al solo capitolo 11 del libro di Duby perché ritengo che meriti che l’argomentazione sia sviluppata in tutta la sua ricchezza, piuttosto che riassunta dovendo tagliare troppi pezzi. Sarebbe scarnificare quello che definisco uno dei suoi capitoli migliori. Qui, infatti, vediamo come nel Medioevo la cultura cristiana – e gli intellettuali cristiani – dovettero reagire al confronto con la cultura musulmana, che non potevano liquidare come “primitiva”. Abbiamo visto che tipo di contesto culturale era: intellettualmente vivace, ma non tanto aperto al cambiamento quanto potremmo pensare sentendo la definizione “intellettuali”.

In tutto questo, secondo Duby si verificano due sole “modificazioni notevoli”. La prima è “una presa di coscienza della relatività. Prima di tutto della relatività del tempo. Esso non è più […] concepito come un blocco omogeneo, in cui il passato e l’avvenire aderirebbero al presente, stabilendo con esso dei rapporti anagogici [l’anagogia è l’interpretazione spirituale della «lettera», tesa verso il superiore «intelletto» di realtà spirituali e divine, secondo il vocabolario Treccani, ndr]”. Corollario di questa nuova idea è “la scoperta progressiva dell’immensità, della diversità, della complessità della creazione, la nuova coscienza del fatto che l’universo è pieno di uomini che rifiutano d’intendere il messaggio del Cristo, [che] obbligano i più illuminati a pensare che la cristianità forse non è situata al centro del mondo, o per lo meno che essa ne occupa solo un settore limitato. E allo stesso modo devono ben riconoscere che il pensiero cristiano si trova ad essere incapace di assorbire il blocco coerente del sistema aristotelico o di scomporlo nelle sue parti”.

La seconda modificazione è nel fatto che “molti degli uomini di cui parliamo hanno accolto senza esitazione il gusto di una felicità terrestre, di quella felicità che, secondo Jean de Meun, era stata offerta all’uomo nel mattino della creazione, di una gioia di vivere che gli arretramenti della Natura e della Ragione davanti alle offensive dell’ipocrisia sono venuti a compromettere, ma di cui spetta ai filosofi di promuovere la restaurazione”.

Sono modifiche che Duby definisce “nettamente meno rilevanti” di quelle che avvengono in altre sfere, “nell’attività economica, della demografia, nel giuoco dei poteri. I sistemi di valori non sono immobili; la trasformazione delle strutture materiali, politiche e sociali ne tocca le basi e le fa evolvere, ma si tratta di un’evoluzione che si svolge senza fretta e senza scosse, perfino negli ambienti culturali d’avanguardia, la cui funzione specifica è di lavorare all’adattamento dei sistemi stessi”.

Lo storico francese a questo punto inserisce una riflessione sulla questione “della prevedibilità di tali mutamenti”. “Il compito dello storico è di proporre delle spiegazioni a cose fatte, ossia di mettere ordine nei fatti che si presentano alla sua osservazione, di stabilire delle relazioni fra essi, e d’introdurre così una logica nello svolgimento di un tempo lineare. Da questo medesimo tentativo è portato a mostrarsi in primo luogo più attento alle novità, scoprirle, […] per metterle in evidenza, dall’ampia corrente di abitudini e di routines […]; è portato, d’altro lato, quando vuol rendere conto di queste novità, a privilegiare la necessità in rapporto al caso. E questo più particolarmente quando le novità si collocano a livello non di evento ma di strutture”. Così, lo storico giunge a delineare una relazione “fra l’espansione della gioia di vivere, la scoperta della relatività e, d’altronde, lo slancio della prosperità cittadina, la caduta delle barriere nell’Occidente, l’ascensione di certi gruppi sociali, il lento logorio dei miraggi della Gerusalemme celeste e il perfezionarsi dello strumento sillogistico”. Tuttavia, lo storico deve guardarsi dal rischio di cadere in una concezione deterministica della Storia: “consapevolmente o no, si schiera a favore […] di tutte le concezioni che si basano su una concatenazione di cause determinanti la successione delle età dell’umanità, che […] si danno a costruire su una esperienza del passato un vettore di cui suppongono che l’orientamento debba prolungarsi nel futuro”.

“L’obiettivo principale che, secondo me, deve porsi la ricerca attuale di storia sociale è precisamente di chiarire la maniera in cui si articolano i movimenti discordi che animano l’evoluzione delle infrastrutture e quella delle sovrastrutture e in cui questi movimenti si ripercuotono l’uno sull’altro”. Duby descrive come “la dissociazione delle relazioni di dipendenza personale in seno alla signoria medievale si presenti senz’altro come conseguenza diretta dell’azione di tendenze a lunga durata, del perfezionamento delle tecniche di produzione agricola, della crescita della popolazione e della diffusione dello strumento monetario” e argomenta che all’epoca in cui avvenne nessuno era stato in grado di prevederla, e così il potere dei feudatari fu eroso e la corona si rafforzò. Lo storico confronta questa situazione, esito appunto di tendenze di lungo periodo, con altri fenomeni che ritiene più inaspettati: “chi, invece, avrebbe potuto predire il brusco avvento […] di un’estetica della luce, lo stabilirsi dei riti dell’amore cortese in contrappunto a un’evoluzione delle strutture della famiglia aristocratica e della morale coniugale proposta dalla Chiesa, oppure i destini dell’eresia valdese e le forme che rivestì la devozione francescana quando fu «addomesticata» dall’autorità pontificia?”.

Egli argomenta quindi che le uniche previsioni che forse ha senso fare sono quelle che riguardano “la probabile continuazione delle tendenze profonde che mettono in moto la storia dell’economia, quella della popolazione e delle tecniche, e forse quella della conoscenza scientifica; questo senza nascondersi che le ripercussioni di un movimento d’opinione, di una propaganda o delle decisioni del potere possono, in qualunque momento, deviarne sensibilmente il corso”. E tutte queste previsioni devono, come condizione necessaria ma non sufficiente, poggiare su un metodo storiografico il più possibile rigoroso. Nel caso della storia dei valori, argomento di questo capitolo, Duby scrive: “Se si ammette che il rivestimento ideologico […] è con assoluta evidenza modificato dal movimento delle infrastrutture, ma che tende a rispondere con lenti riflessi, la cosa importante sembra sia osservare in primo luogo nel presente le tendenze di maggior peso, tutto ciò che, sul piano dell’evoluzione demografica e della trasformazione dei rapporti economici è suscettibile di provocare gli adattamenti in questione, scuotendo i quadri del pensiero, stimolando o ostacolando le comunicazioni tra gruppi, favorendo i transferts, gli sradicamenti, gli scambi e le fusioni. Importa, in secondo luogo, scoprire i punti dove le resistenze della tradizione sembrano più fragili, mettere alla prova la rigidezza dei sistemi d’educazione, in seno alla famiglia, alla scuola, a tutti gli organismi d’iniziazione e d’apprendistato; misurare la loro capacità di accogliere gli apporti esteriori, e il potere d’assimilazione di una certa rappresentazione del mondo di fronte alle possibili irruzioni di elementi proiettati dalle culture esteriori”.

Le parole conclusive del capitolo sono splendide: “Lo storico infine ha il dovere d’insistere sull’importanza stessa della storia, come elemento particolarmente attivo fra quelli che compongono un’ideologia pratica. In larghissima misura, la visione che una società si forma del proprio destino, il senso che, a torto o a ragione, essa attribuisce alla propria storia intervengono come una delle armi più potenti delle forze di conservazione o di progresso, cioè come uno dei sostegni più decisivi di una volontà di salvaguardare o di distruggere un sistema di valori, come il freno o l’acceleratore del movimento che […] porta alla trasformazione delle rappresentazioni mentali e dei comportamenti”.

 

7 pensieri su “Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 15)

  1. Quando consideriamo le religioni secondo me dobbiamo considerare anche il paese di provenienza , per esempio attualmente tutti gli islamici vengono considerati tutti uguali (erroneamente) da moltissimi italiani ma tra un musulmano russo e uno saudita ci sono enormi differenze che vengono dalla cultura nazionale del resto mica tutti i cristiani sono culturalmente uguali , per certi versi è lo stesso discorso del immigrazione bisogna vedere da dove vengono e poi dopo che stanno molto tempo in una nazione poi (nel bene o nel male) cominciano a esserne “contaminati” , senza considerare che le religioni con i cambiamenti culturali e tecnologici anche se inizialmente li respingono con tutte le loro forze poi gioco forza sono costrette a cedere se cosi non fosse saremmo ancora nel medioevo, del resto se ci si pensa a differenza di come credono molto Adamo ed Eva non erano coperti dalle foglie di Fico tale “copertura” avene dopo aver mangiato la mela della conoscenza e da li nacque la vergogna , al inizio loro erano nudi quindi se dovessimo seguire questo dovremmo essere tutti nudisti(dato che i nostri corpi sarebbero ad immagine e somiglianza del signore e ci saranno stati dati da lui) e coprici solo per il freddo e per evitare le infezioni(un po come i primi esseri umani che non si coprirono certo per pudore)

    • Come tutti gli altri elementi culturali, anche le religioni mutano. E osservare come è mutato il cristianesimo – non solo per la pressione di forze esterne, ma anche per elaborazione interna – ci aiuta a capire che l’Islam non è un monolite imperturbabile, cristallizzato all’epoca di Maometto.
      Proprio come gli intellettuali francesi scoprirono l’idea che la Storia dell’umanità non è un decadimento ma può essere – se decidiamo che lo sia – tesa al progresso e al miglioramento dell’esistente, là fuori ci sono intellettuali musulmani che stanno ripensando l’Islam ponendolo in dialogo con la tecnologia moderna (che non è occidentale! La tecnologia è di tutti, è globale ormai), con le spinte delle donne, con un’economia in sviluppo, con i problemi ambientali…se anche la civiltà islamica fosse sola sul pianeta, non sarebbe comunque bloccata nel tempo.

  2. Si concordo perfettamente con te del resto se prendiamo alcune immagini del Afghanistan prima del invasione sovietica o del Iran prima della rivoluzione islamica erano paesi molto occidentali anche per gli abiti che le donne indossavano , quindi probabilmente se non ci fossero state questi eventi oggi quei paesi probabilmente sarebbero molto diversi da come li conosciamo.
    Si la tecnologia è di tutto volevo solo fare notare che per esempio internet e altre tecnologie possono aiutare molto i giornalisti e gli attivisti per aumentare la visibilità delle loro campagne e per condividere informazioni e fare vedere cose che tg e radio magari(soprattutto in un regime dittatoriale) censurerebbero, oltre a un discorso più generale che la tecnologia e pure un fattore di cambiamento della società lo è sempre stato e a mio avviso lo sarà sempre di più del resto i nostri nipoti/pronipoti per certi versi saranno un tutt’uno con la tecnologia anche se ci risulta difficile vedere cosi avanti nel futuro e immaginare il cambiamento che avvera.

    • La tecnologia è la forza in gioco, nel cammino della specie umana, che cambia più rapidamente. Non dobbiamo crederla capace di CREARE da sola progresso o regresso, perché è uno strumento, ma le sue possibilità cambiano il campo di gioco per tutte le forze coinvolte nel cambiamento e nella conservazione dell’esistente. E così come i governi possono usare Internet per individuare gli oppositori politici, ottenere informazioni su di loro e usarle per condannarli, così gli oppositori possono usarlo per far sentire la loro voce, organizzarsi, costruire reti di solidarietà. Sono le persone, non gli strumenti, a fare la differenza: gli strumenti aiutano solo chi sceglie di usarli.

      • “La scienza non ha una dimensione morale. È come una lama. Se tu la dai a un chirurgo o ad un assassino, ciascuno la userà in modo diverso.” Wernher von Braun

        “Von Braun era un geniale scienziato tedesco, che durante la seconda guerra mondiale sviluppò per conto dei nazisti una rivoluzionaria arma missilistica detta V2. Quando ultimarono quel razzo che avrebbe distrutto tante vite umane, uno dei suoi collaboratori si voltò e disse: “Questa data segna la nascita della prima nave spaziale”. E circa vent’anni dopo, in un nuovo Paese, Von Braun spedì i primi uomini sulla Luna a bordo del gigantesco razzo Saturn.

        E non aggiungo altro.

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