Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 22)

Il sedicesimo e ultimo capitolo di Medioevo Maschio, che costituisce una sezione a sé stante del libro, è intitolato Orientamenti delle ricerche storiche in Francia. 1950-1980. Come suggerisce il titolo, si tratta di un capitolo che riflette sullo stato della disciplina. Dato che tratta dell’ultimo capitolo del libro, con questo post si chiude anche questa serie. Ringrazio i miei “venticinque lettori” – come Manzoni, sono un’ottimista – per avermi seguita sin qui. Dal prossimo post si parlerà di tutt’altro, promesso! 

L’autore, che scrive nel 1980, esordisce ripercorrendo il cammino della rivista Annales, una pubblicazione accademica dedicata a ripensare la storia come disciplina: “Contro ciò che sopravviveva delle tradizioni positivistiche, solidamente arroccate in istituzioni potenti – contro la storia-battaglia, contro una storia politica isolata dal resto, contro una storia disincarnata dalle idee. In primo luogo a favore della storia economica. E sempre di più per la storia sociale”. Annales era stata fondata da Lucien Febvre e Marc Bloch nel 1929 con l’obiettivo di dare uno spazio a “una storia largamente aperta sui fenomeni culturali, che si rifiuta di privilegiare […] quei fenomeni che rientrano nel dominio del materiale […] che si allontana dagli accidenti superficiali […] per sondare in profondità, insinuandosi perciò nei ritmi di lunghissima durata, avventurandosi là dove pare che non muti più nulla, tuffando lo sguardo verso le basi, verso gli strati più stabili, gli strati contadini”. Per Duby, l’obiettivo di Febvre e Bloch resta valido e resta da compiere: “la storia che merita di essere fatta resta, nella varietà delle sue molteplici componenti, la storia di questa o quella popolazione entro lo spazio che essa occupa”.

E la disciplina della storia, nel suo percorso di rinnovamento nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, è progredita grazie alla “consapevolezza più chiara della relatività delle nostre conoscenze” nella comunità degli storici e grazie agli sforzi di codificare i metodi e le tecniche in un corpus di conoscenza facilmente accessibile. In particolare, Duby ricorda l’uscita, nel 1961, de L’Histoire et ses méthodes: “il mirabile monumento che la storia positivista aveva lasciato in eredità, [incaricato] di descrivere la precisa attrezzatura che serviva per raccogliere, conservare, criticare le testimonianze. Quel discorso del metodo storico fu prima di tutto l’elogio dell’erudizione, minuziosa, rigorosa, oggettiva”, ma conteneva in sé anche il riconoscimento del fatto che la storia «è una scienza sociale indissolubilmente legata alle altre scienze dell’uomo» (Charles Samaran). Il riconoscimento del fatto che la conoscenza non può essere totalmente oggettiva e lo sforzo per raggiungere la massima oggettività possibile devono andare insieme. «La storia è, a un tempo, oggettiva e soggettiva: è il passato, appreso nella sua autenticità, ma il passato visto dallo storico» (Henri Iréné Marrou).

Duby ribadisce: “Certamente non deve attenuarsi lo sforzo di «stabilire i fatti» con la più rigorosa precisione, ma sono caduti i paraocchi che impedivano di considerare lucidamente il carattere per forza sbilenco delle nostre sistemazioni, il fatto che non raggiungeremo mai se non più di una trascurabile porzione del passato […] e che la verità assoluta è fuori portata”. Inoltre, il lavoro dello storico non può e non deve essere volto alla fredda neutralità, se vuole avere ricchezza, profondità e significato: “Non si spiegherebbe la vivacità dei progressi che la storia fa sotto i nostri occhi senza chiamare in causa il senso sempre più vivo che per essere buoni storici bisogna tenere gli occhi aperti sul proprio tempo, che la storia neutra, quella che si scrive chiusi in biblioteca, è sempre sbiadita e dolciastra. Impegnarsi nel presente, prestare orecchio a tutte le sue voci – in una parola: vivere – questo esige in particolare che ci si tenga informati di ciò che si scopre e si trasforma nel campo delle scienze umane vicine. La storia s’indebolirebbe se restasse isolata”. La storia e le altre scienze sociali dovrebbero impegnarsi in una “solidarietà competitiva”e sforzarsi di abbattere le barriere tra le discipline. Nel caso della formazione di Duby stesso e degli storici francesi della sua generazione, ad esempio, un ruolo chiave è stato svolto dalla geografia, la cui influenza “portò gli storici a dare più volentieri per cornice alle loro indagini le monografie regionali. Hanno imparato a circoscrivere debitamente un territorio; a considerare il complesso degli uomini che lo popolano nel loro rapporto con questo ambiente, ossia con la natura lungamente modellata dalla storia; a mettere in relazione le forze molteplici intervenute per dare a questa popolazione le sue forme e per far sì che queste si evolvessero”.

Più di recente altre sfide sono state lanciate agli storici. Sono venute soprattutto dalla linguistica e dall’antropologia […]. I lavori dei linguisti sfociarono nello strutturalismo […]. Invitando a trascurare il mutevole per ciò che è immobile, lo strutturalismo negava la storia. In ogni caso, tendeva a considerarla marginale. Fu per gli storici una specie di colpo di frusta. […] Incoraggiò ad analizzare con maggiore assennatezza ciò che noi altri storici già chiamavamo «strutture». Portò certi di noi a non limitare più le osservazioni a fasi relativamente corte, a percorrere audacemente dei lunghissimi periodi, spostando dei concetti da un’estremità all’altra, in modo da distinguere ciò che è stabile da ciò che si muove. L’esempio della linguistica rafforzò la tendenza a esaminare con la massima attenzione la scorza delle testimonianze”. 

Contributi fondamentali all’evoluzione della storia come disciplina vennero da due non-storici: Michel Foucault, filosofo e sociologo, e Claude Lévi-Strauss, antropologo. “L’antropologia progrediva di pari passo con la linguistica. Come questa, prendeva soprattutto per oggetti dei sistemi, costruiva volentieri dei modelli e si sforzava di dimostrare la stabilità delle loro articolazioni”. Ma solo con Lévi-Strauss si giunse alla consapevolezza che «ogni buon libro di storia è impregnato di etnologia», anche grazie al fatto che in quel momento storico “la liberazione delle colonie obbligava una buona parte degli etnologi a ripiegare sulla «metropoli». Scelsero come loro terreno le campagne di Francia, poi, ben presto le sue città. Si assisté allo sviluppo di un’«etnologia francese» che si appropriò la funzione pioneristica assoluta a lungo dalla geografia urbana”. Questo portò anche a un’innovazione metodologica. “Gli strumenti della critica storica, effettivamente, furono costruiti per applicarsi a discorsi coerenti che evocano i movimenti più vivaci della durata. Per apprendere debitamente ciò che procede lentamente e percepire l’inespresso abbiamo bisogno quindi d’impiegare altri materiali e di trattare diversamente quelli che ci sono familiari”.

Duby nota: “i testi rimangono la nostra principale fonte d’informazione. La storia continua a costruire la parte più importante del suo discorso partendo da altri discorsi. Tuttavia nel modo di manipolare questi documenti, di selezionarli e di sottoporli alle nostre interrogazioni, scorgo due mutamenti recenti che sono orientati in senso inverso. Nella misura stessa in cui la storia s’interessa alle forme strutturali, […] nella misura in cui porta il suo sguardo verso gli strati profondi del corpo sociale, verso quella gente che parla poco e le cui parole si sono in massima parte perdute, nella misura in cui il quotidiano, il banale, ciò di cui nessuno pensa a serbare il ricordo le sembra più degno d’attenzione dei fatti sensazionali, deve mettersi in cerca di una molteplicità d’indizi piccolissimi”. Questo tipo di ricerca porta a elaborare modelli matematici, perché i dati raccolti sono numerici e hanno senso solo come accumulazione di fatti minuti, da sommare fra loro per rappresentare un fenomeno. Questo tipo di ricerca, inoltre, deriva soprattutto dal tipo di fonti disponibili agli storici dell’età moderna, dei secoli XVI, XVII e XVIII: “Si era cominciato col misurare le fluttuazioni del valore delle cose, del corso delle monete, del traffico mercantile. Rapidamente, applicando questi procedimenti alle menzioni dei battesimi, dei matrimoni, delle sepolture che si trovano ammucchiate nei registri parrocchiali, si giunse allo studio del movimento della popolazione. La storia demografica fu così la grande trionfatrice”.

Al contempo, si sviluppa anche una tendenza complementare, “a tornare […] a ciò che vi è di narrativo nelle fonti scritte, per l’abbondanza e la ricchezza di ciò che i racconti offrono. Una tale tendenza invita […] a trarre dal complesso il discorso più ricco per il suo valore espressivo, per la densità del suo contenuto. Estrarre il monumentale dal materiale indifferenziato. […] Gli storici non hanno inventato questi nuovi procedimenti di lettura. Li hanno presi a prestito da altre scienze umane, dalla psicologia sociale, dall’etnologia, dalla linguistica […]. Il linguaggio è trattato ormai come un materiale. Ma si tratta non tanto di contare i suoi elementi quanto di smontare le sue strutture e di metterle a confronto. […] E l’apporto specifico della storia è qui, nel cercare di discernere come questi complessi si modificano nella durata”. A questo processo contribuisce con forza lo sviluppo dell’archeologia, che ha trovato un clima culturale favorevole nella “nostalgia del «mondo che abbiamo perduto», che immaginiamo pacifico, ordinato, il mondo rassicurante della campagna. Ma il successo dell’archeologia dipende soprattutto dal fatto che essa […] ha smesso di preoccuparsi solo dell’eccezionale. Alla preoccupazione di salvare dei capolavori si è aggiunta quella di portare alla luce, di raschiare, di inventariare con cura tutte le tracce […] della vita di tutti i giorni, il progetto di ricostituire […] la «cultura materiale»”.  Ad avvantaggiarsi degli apporti di un’archeologia preoccupata degli aspetti quotidiani della vita è stata fin qui soprattutto la storia medievale. Ma da ogni parte si fa viva la curiosità per gli strumenti, per i costumi, per gli emblemi, per tutte le rappresentazioni figurate che gli uomini del passato hanno offerto della loro esistenza concreta e dei loro sogni. […] Ancora abbondanti, ma minacciate, e ci rendiamo conto di quanto sono fragili. Ci si mette a farne l’inventario, si raccolgono, si restaurano”.

Ciò che vi è di ringiovanito nella concezione della storia, nella maniera di scegliere le fonti d’informazione e di servirsene, è indissolubilmente legato al nuovo tipo di domande che lo storico si pone”. Dai tempi della fondazione di Annales, nel 1929, la storia economica che la rivista ha contribuito a porre in primo piano è stata sostituita, come prospettiva dominante, dalla storia sociale e poi dalla storia delle civiltà e dalla storia della cultura, intesa come storia “di quei fattori che non rientrano nell’ambito materiale”. “Del riflusso della spiegazione preminente in base all’economia gli storici dell’Antichità e quelli dell’alto Medioevo furono i principali responsabili: in effetti l’informazione documentaria su queste epoche è poverissima di dati suscettibili di uno sfruttamento statistico. […] D’altra parte, bastava che aprissero gli occhi per convincersi che, in quel passato lontano, il danaro teneva un posto molto meno importante nelle relazioni umane, che lo spirito di profitto influiva sui comportamenti meno dei costumi e delle credenze. […] Gli storici del feudalesimo furono così costretti ad attribuire alla gratuità un posto che non sospettavano così largo. Scoprirono che rischiavano di non capir nulla nel movimento dei beni se non riconoscevano che talvolta il gusto di distruggere allegramente le ricchezze ha il sopravvento su quello di produrle, che il valore dell’ozio, nella maggior parte delle società, supera di gran lunga quello del lavoro, che la liberalità, anzi lo spreco, sta spesso al sommo della scala delle virtù. Ammettere negli scambi il predominio del dono e del ricambio sulla compravendita, e quello della funzione simbolica dello strumento monetario sfocia in una rappresentazione della società feudale affetto nuova e molto più esatta”. 

Riflettere sugli scambi non di mercato porta a riflettere sulle strutture di parentela, il luogo sociale in cui la maggior parte di questi scambi avveniva sulla base di obbligazioni di solidarietà reciproche. E guardare ai rapporti sociali che si stabilivano fra i parenti porta a guardare “con occhi diversi i fatti politici, religiosi, economici”. “Quando […] i medievalisti affinano il concetto di un tipo di produzione familiare, quando cercano di capire come si ripartivano i compiti, i profitti, l’autorità all’interno di quella essenziale cellula sociale che è la parentela, che disponeva delle donne e decideva di darle in spose, quando tentano di misurare ciò che anche i morti consumavano, sollevano un poco il velo”. La storia della famiglia si avvicina alla sociologia della famiglia, smette di essere solo una storia demografica della famiglia per interessarsi “ai sogni che regolano i comportamenti, ai codici, ai divieti, alle loro violazioni, alle speranze in cui ci si culla, ai rituali”.

Il fatto di prendere in considerazione l’importanza dei miti, dei riti, dell’immaginario nell’evoluzione delle società umane fu senza dubbio facilitato dal progressivo scadimento del concetto di causalità”, aggiunge Duby. “L’evoluzione di una formazione sociale è determinata da innumerevoli fattori. Agiscono tutti insieme e subiscono a loro volta l’azione di quelli che li circondano. […] Rassegnati a non poter raggiungere che verità molto parziali e relative e costretti da questa stessa convinzione a parlar sempre con riserva, gli storici si persuadono dell’indissociabile globalità delle influenze. […] Il loro sforzo si volge a penetrare le sottigliezze di un giuoco di correlazioni, d’«interconnessioni»; vorrebbero stabilire «relazioni intelligibili» tra diversi rami contemporanei dell’attività umana; la lor speranza è di ricostruire delle «unità coerenti, significative» (Marrou). E così ci si avvicina a un’ulteriore prospettiva: la storia delle mentalità. “Non c’è oggi nessuno storico che non ammetta la necessità, per chi vuol capire un fatto storico […] di immergersi in quel magma disordinato e tuttavia coerente di idee accettate, di ordini, di figure apparentemente vaghe ma le cui ossature sono tuttavia abbastanza solide da costringere le parole ad associarsi in questo o quel modo, che insegnano a comportarsi in certi modi e su cui si trova esposta la totalità di una visione del mondo. «Prigioni a lunga scadenza» certamente, le mentalità non sono tuttavia immobili: spetta alla storia, in pieno sviluppo, dell’educazione […] di aiutare a scoprire precisamente ciò che le trasforma”. Da questa prospettiva discendono la storia dei sistemi di valori e quella delle ideologie, basate sulla ricerca delle espressioni simboliche prodotte dagli esseri umani e condensate nei prodotti culturali (testi, affreschi, cattedrali, vasi, abiti, gioielli…). Questa storia “invita a scoprire a quali interessi siano servite le formazioni ideologiche, quindi gli ambienti a cui danno sicurezza e di cui giustificano le azioni, i mediatori che le diffondono, gli stratagemmi che servono a imporle e le resistenze che suscitano”.

Studiare le ideologie insegna che in ogni società in qualche misura complessa esistono parecchi sistemi ideologici e che un conflitto permanente li contrappone. Ogni complesso culturale è eterogeneo. Gli storici […] giudicano di dover studiare nel passato i diversi «livelli di cultura». Questa metafora […] rischia d’imporre l’immagine di strati sovrapposti; essa spinge a far coincidere questi strati con la stratificazione economica delle società”. Ma, nonostante questo rischio, è importante incamminarsi in questa strada per contrastare “l’esorbitante potere che il monopolio delle conoscenze nobili, della familiarità con lo scritto e con tutte le forme d’espressione capaci di sopravvivere attraverso le età, conferisce a chi dà vita o diffusione all’ideologia dominante”.  Le tracce più visibili delle formazioni ideologiche che sono state sconfitte da altre ideologie […], che ne sono state respinte un po’ alla volta nei piani meno accessibili dell’edificio culturale, risalgono al momento in cui le ideologie sconfitte furono oggetto di repressione. È il fuoco della polemica che le illumina; si conoscono per i proclami che le denunciano, per l’apologia dei loro detrattori, per le motivazioni dei giudizi che le condannano. Le vediamo con gli occhi dei loro oppressori. Messe in ridicolo, sfigurate. Nel frattempo, per scoprirne l’esistenza, conviene interpretare il silenzio dei testi. […] quando si mette a osservare delle ideologie, lo storico deve arrovesciare l’oggetto dei suoi sforzi di oggettività. La storia positivista si dedicava a stabilire la veridicità dei fatti. Ora questi, secondo le circostanze, importano meno della maniera in cui se ne è parlato […]. Quando la testimonianza è messa alla prova, non si tratta di separare il vero dal falso a proposito di ciò che pretende far credere. Si prova da se stessa, per ciò che rivela della personalità del testimone, per ciò che questi nasconde o dimentica non meno che per ciò che afferma e per il modo che ha di affermarlo”.

Un simile rigore nel trattamento dell’informazione importa specialmente quando s’interrogano i testi che rivelano certi aspetti della cultura popolare. Le espressioni di questa cultura, in effetti, fino a tempi vicinissimi a noi, sono o degli oggetti, in massima parte molto deteriorabili, o delle parole, che volano via. Molto di rado ascoltiamo il popolo. Tutto ciò che ci è detto di esso proviene da intermediari. Questi hanno trascritto ciò che hanno sentito dire”. Questi intermediari contribuirono “a diffondere dall’alto in basso le conoscenze, gli usi, le mode che un mimetismo molto comunemente condiviso fa diffondere da sé di grado in grado, verso gli strati più bassi della società; come contropartita trasportarono verso le élites quegli ingenui ornamenti che fanno l’incanto del distinto populismo della gente bene. In questa seconda funzione informano: dobbiamo tutto alle relazioni che hanno steso, alle collezioni che hanno costituito. Ora, la pratica dell’etnologia ci mette in guardia: la trasmissione non si opera senza che il messaggio venga poco o molto snaturato. Il mediatore non è mai imparziale. La sua cultura influenza ciò che riporta, e l’impronta è tanto più deformante quanto più il testimone è dotto o crede di esserlo, e s’impiccia di offrire una sua interpretazione, nella grande libertà che gli viene dal senso di dominare dall’alto della sua scienza i fragili oggetti che raccoglie”.

Tutto ciò che si può raccogliere delle arti e tradizioni popolari risale allo stesso secolo XIX, non viene dai villaggi ma dalle borgate, molte di queste vestigia sono manipolate ed è pericoloso supporre che possano validamente informarci su ciò che si credeva e si sentiva nelle campagne cento, trecento, o anche novecento anni fa. Significa far torto al popolo e trattarlo da essere privo di nerbo figurarsi immobile la sua cultura. Essa è viva, dura, anche, e la durata la trasforma”. Nell’ambito dell’evoluzione della disciplina storica in Francia si situa anche un nuovo rapporto con l’evento storico: “la tendenza attuale a osservarlo più da vicino, per stabilire come s’inserisce nelle masse più stabili che fungono da supporto, che provocano il suo zampillare e su cui determina dei riflessi. […] Non è per se stesso, in effetti, che l’evento è diviso in pezzi, disarticolato. È per ciò che rivela, per il sommovimento di cui è causa e che senza di esso passerebbe inosservato. Il contraccolpo c’interessa più dello stesso colpo: quel mulinello che fa emergere dal profondo cose che di solito sfuggono all’occhio dello storico. In effetti gli eventi scatenano un’effervescenza di discorsi che danno conto di ciò che non è abituale, ma nel flusso delle parole ce ne sono alcune […] che rivelano delle strutture latenti”. Lo stesso vale anche per l’individuo: “il grand’uomo, o l’uomo medio, di cui il caso fa sì che abbia molto parlato di sé, o che si sia parlato molto di lui, è alla stessa maniera dell’avvenimento, rivelatore attraverso tutte le dichiarazioni, le descrizioni, le illustrazioni di cui è occasione accidentale, attraverso le onde che i suoi gesti o le sue parole mettono in moto attorno a lui”.

Con questa panoramica sullo stato della storia come disciplina, Duby conclude il suo libro, fiducioso nelle possibilità aperte da queste prospettive di rivelare aspetti inediti delle società del passato, di collegare temi precedentemente messi a fuoco in modo separato, di estendere la conoscenza e la sua oggettività proprio grazie alla consapevolezza del fatto che l’indagine storica, come ogni forma di ricerca nelle scienze sociali, parte da un punto di vista.

Grazie per avermi seguita fin qui. Spero che sia stato un viaggio interessante: siamo partiti dalla condizione della donna in relazione all’amore, al matrimonio, alle forme di controllo sociale che si giocavano attraverso il suo corpo, per poi arrivare a una storia culturale attraverso le strutture sociali ed economiche (la parentela, l’accumulazione della ricchezza, il potere statale e il potere feudale). Abbiamo concluso con le riflessioni di Duby in merito al mestiere dello storico: poche domande sono importanti tanto quanto “come sappiamo quello che sappiamo?”. Non finirò mai di dirlo: è il metodo che FA la scienza, che ci può dire se un’affermazione che pretende di dire qualcosa di vero ha le carte in regola per essere considerata per quello che dice. Prima il metodo, poi i contenuti. E Duby ha dedicato capitoli interi a riflettere sullo stato della Storia come disciplina, della sua capacità di dirci qualcosa di vero pur con tutte le limitazioni dovute alle fonti, ai punti di vista, al fatto che chi scriveva nel passato scriveva a sua volta con un punto di vista e degli obiettivi, consapevoli o meno. Credo che tutto questo viaggio ci possa far capire che la storia non è come un manuale scolastico, e sappiamo molto meno del passato di quello che la scuola ci rappresenta.