Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 8)

Siamo arrivati all’ottava puntata della serie di post in cui ragioniamo sulle argomentazioni esposte da Pierre Bourdieu nel suo saggio Il dominio maschile (1998). Nel post precedente è stato esposto il concetto di violenza simbolica, ovvero la violenza che l’ordine culturale agisce sui dominati impedendo loro di pensarsi al di fuori dell’ordine di dominio stesso, la sua relazione con il concetto di habitus, la nascita del femminismo e del movimento LGBT come opere di costruzione delle soggettività di donne e persone LGBT sottraendosi alla violenza simbolica stessa, e il modo in cui l’ordine culturale agisce sulle preferenze soggettive anche nella sfera sentimentale e sessuale. Una puntata densa, quindi: se volete rinfrescarvi la memoria prima di ricominciare, la trovate qui.

Bourdieu riprende dal suo esempio sul fatto che le donne francesi esprimono preferenze per uomini più alti e più anziani, preferenze che riflettono un ordine di genere basato sulla superiorità, concreta e simbolica, dell’uomo: “le donne più osservanti e legate al modello ‘tradizionale’ – quelle che dicono di preferire una differenza d’età maggiore – si incontrano soprattutto tra gli artigiani, i commercianti, i contadini e anche gli operai, categorie nelle quali il matrimonio resta, per le donne, il mezzo privilegiato per acquisire una posizione sociale; come se, essendo il prodotto di un adattamento inconscio alle probabilità associate a una struttura oggettiva di dominio, le disposizioni sottomesse che si esprimono in queste preferenze producessero l’equivalente di […] un calcolo dell’interesse. […] queste disposizioni tendono ad attenuarsi […] a mano a mano che diminuisce la dipendenza oggettiva, che contribuisce a produrle e ad alimentarle (la stessa logica dell’adattamento delle disposizioni alle opportunità oggettive spiega infatti come l’accesso delle donne al lavoro professionale sia un fattore determinante del loro accesso al divorzio)”. Qui il concetto è molto chiaro: le possibilità di scelta sono limitate alle possibilità di pensabilità, che a loro volta dipendono dall’ordine culturale e dalle strutture sociali, e le donne che le interiorizzano, in questo caso, senza esserne consapevoli si orientano verso preferenze che vanno a favore della conservazione delle disparità sociali esistenti.

“Si può quindi pensare – afferma Bourdieu – questa forma particolare di dominio solo a condizione di superare l’alternativa tra costrizione (da parte di forze) e consenso (a ragion), tra coercizione meccanica e sottomissione volontaria, libera […]. L’effetto del dominio simbolico (di etnia, genere, cultura, lingua, ecc.) si esercita […] attraverso schemi di percezione, di valutazione e di azione che sono costitutivi degli habitus e fondano, al di qua delle decisioni della coscienza e dei controlli della volontà, un rapporto di conoscenza profondamente oscuro a se stesso. Così, la logica paradossale del dominio maschile e della sottomissione femminile […], che è spontanea ed estorta, si capisce solo se si prende atto degli effetti durevoli che l’ordine sociale esercita sulle donne […] cioè delle disposizioni spontaneamente adattate a quell’ordine che essa impone loro. La forza simbolica è una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, […] ma […] opera solo poggiandosi su disposizioni depositate […] nel più profondo dei corpi”. La forza del dominio è nel fatto che noi ci comportiamo seguendo delle regole, ma anche degli schemi di lettura e classificazione della realtà, che ci sono oscuri: li seguiamo senza avere conoscenza di come li abbiamo appresi e quindi senza aver potuto riflettere sulla loro validità o meno. Quando prendiamo consapevolezza della loro esistenza, sono già radicati dentro di noi. Dove abbiamo imparato lo stereotipo per cui le bionde sono stupide? Nessuno formalmente ce lo ha mai insegnato, tutti lo abbiamo “raccolto per la strada” della nostra crescita, perché è uno stereotipo che circola per la società. Alcune di queste norme sociali sono più rigidamente controllate dalle persone intorno a noi (provate a essere una dodicenne che non si depila ancora le ascelle in uno spogliatoio a educazione fisica), altre sono contestate (provate a dire che le donne bionde sono stupide: nella maggior parte dei casi, sarete considerati dei cretini retrogradi) e altre sono ancora piuttosto invisibili, ma il punto è che esse vengono interiorizzate quando siamo troppo piccoli per capirle, e dopo agiscono da dentro di noi finché non le vediamo per quello che sono e iniziamo ad accorgerci della loro presenza e quindi a poter controllare come rispondiamo alla loro attivazione.

Bourdieu prosegue riguardo alla forza simbolica: essa “agisce come una sorta di innesco [e] si limita ad attivare le disposizioni che il lavoro di inculcazione e di incorporazione ha depositato in coloro […] che […] le offrono presa. […] la forza simbolica trova le sue condizioni di possibilità e la sua contropartita economica […] nell’immenso lavoro preliminare necessario per operare una trasformazione durevole dei corpi e produrre le disposizioni permanenti […]; si esercita […] attraverso la familiarizzazione insensibile con un mondo fisico simbolicamente strutturato e un’esperienza precoce e prolungata di interazioni abitate dalle strutture di dominio. Gli atti di conoscenza e di riconoscimento pratici della frontiera […] tra dominanti e dominati che [il] potere simbolico innesca e attraverso i quali i dominati contribuiscono, spesso a loro insaputa, a volte contro la loro volontà, al loro stesso dominio accettando tacitamente i limiti imposti, assumono spesso la forma di emozioni corporee, vergogna, umiliazione, timidezza, ansia, senso di colpa, o di passioni e sentimenti, amore, ammirazione, rispetto”. L’ordine di genere è una struttura di dominio che ci fa leggere la realtà come se esistessero solo due generi coincidenti con i sessi biologici e caratterialmente diversi non in termini di grado, ma in termini radicali. Lo riassume un manifesto contro “l’ideologia gender”: “i bambini sono maschi, le bambine sono femmine”. Per loro non è un’ovvietà grammaticale, ma il fatto che ogni bambino deve comportarsi da maschio, e ogni bambina deve comportarsi da femmina: le eccezioni andrebbero a stravolgere la loro “natura” di maschi e femmine. L’ordine di genere può essere sfidato: se non esistesse un’opposizione a questo schema di dominio, per me sarebbe impossibile fare questo discorso, perché avrei accettato pienamente come una verità la coincidenza “naturale” fra sesso e genere.

Il fatto che il dominio si inscriva nei corpi anche, eventualmente, contro la nostra volontà attraverso emozioni che non possiamo controllare, implica che “è del tutto illusorio credere che la violenza simbolica possa essere vinta con le sole armi della coscienza e della volontà” perché “gli effetti e le condizioni della sua efficacia sono durevolmente inscritti nella zona più profonda del corpo sotto forma di disposizioni”. In termini pratici: provate a decidere di non sentirvi in imbarazzo quando siete imbarazzati, provate a decidere di non avere paura quando siete davvero spaventati. Bourdieu nota che è facile dedurre l’esistenza di queste disposizioni: basta osservare cosa succede quando i vincoli strutturali, economici o sociali, vengono a cadere: “quando i vincoli esterni vengono meno e le libertà formali […] sono acquisite, l’autoesclusione e la ‘vocazione’ […] finiscono col sostituirsi all’esclusione dichiarata: l’espulsione dai luoghi pubblici […] può realizzarsi […] attraverso quella sorta di agorafobia socialmente imposta che può sopravvivere a lungo all’abolizione degli interdetti più visibili e porta le donne a escludersi spontaneamente dall’agorà”. Un esempio tipico della nostra società è la segregazione orizzontale, il fatto che ancora oggi esistano “barriere di genere” che orientano le scelte delle ragazze portandole ad allontanarsi dagli ambiti di studio tradizionalmente considerati più “da maschi” e a più alta matematizzazione (anche se non è vero che le femmine sono meno brave in matematica dei maschi: il report Eurydice del 2010 dimostra che tutta la differenza nei test è imputabile ad insicurezza e ansia e quindi a un fenomeno di profezia che si autoavvera, per cui le bambine interiorizzano l’idea di essere meno brave, vivono i test con tensione e quindi ottengono risultati peggiori rispetto ai bambini). Un altro esempio è il fatto che al conseguimento del diritto di voto da parte delle donne non discende necessariamente una loro forte e paritaria partecipazione politica rispetto agli uomini. L’autoesclusione ha molte ragioni, fra cui le disposizioni che inducono a considerare un certo ambito come “maschile”: nel caso della politica, a fianco delle molte donne che la ritengono un ambiente troppo carico di aggressività e competitività, sono anche molte quelle che ritengono di non potersi adattare a logiche di governo della cosa pubblica maschili, e altre ancora che ritengono che le donne siano in qualche modo “troppo pulite per la politica” e riluttanti a mettersi in gioco in un mondo percepito come corrotto, dove bisogna scendere a compromessi, dove il potere è qualcosa di sporco.

Insomma: la caduta delle barriere strutturali di per sé non è sufficiente a produrre un cambiamento di massa negli atteggiamenti e nelle attitudini di coloro che sono liberi da quelle barriere. Ci vuole anche un cambiamento culturale che permetta loro di pensarsi oltre quelle barriere, com’è successo con l’entrata delle donne nel mercato del lavoro, che si è accompagnata a quella che noi chiameremmo una “risignificazione” della loro identità – cioè un diverso modo di pensare sé stesse – in cui il lavoro è diventato parte dell’identità femminile, invece di essere considerato un tratto che definisce solo gli uomini. L’autoesclusione dalle sfere che comportano un attraversamento delle norme di genere è un fenomeno ancora visibile nella nostra società (ad esempio, solo l’1% dei maestri delle elementari è uomo) e così pure l’idea che esistano “vocazioni” maschili e “vocazioni” femminili. Con questo chiudiamo l’ottava puntata, mentre dedicheremo la nona a chiarire il funzionamento del dominio, che Bourdieu vuole distinguere da precedenti definizioni dello stesso concetto per poter includere il fatto che il dominio agisce attraverso disposizioni e habitus, e quindi ogni scelta compiuta laddove esistono forme di dominio non è determinata dal dominio né interamente libera, ma è orientata dall’esistenza di queste disposizioni e di questi habitus che dal dominio sono prodotti.

 

20 pensieri su “Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 8)

  1. io dico che una donna o un uomo che provano amore o ammirazione per certe persone e non altre non sono per forza vittime nè dominate

    • Ma ti pare che qualcuno abbia detto questo?
      Quello che Bourdieu sta cercando di dire è che, all’interno di una struttura di potere che si esprime come violenza simbolica, le persone oppresse possono provare anche amore o ammirazione per i loro oppressori, NON che tutti coloro che provano amore o ammirazione sono oppressi.
      Sinceramente, quest’ultima interpretazione non ha nessun senso.

  2. Questo articolo mi ha fatto pensare a una cosa della mia adolescenza, io ho frequentato l’ITI alle superiori, e devo dire che le ragazze erano come i draghi…esseri misteriosi che nessuno aveva mai visto, no lasciamo stare le battute ci sono scuole dove uno dei due sessi è quasi assente.
    Il problema di questi “stereotipi/imposizioni”(non mi viene il termine esatto), e che sono difficile da estirpare dato che come dici appunto, le persone se li portano anche involontariamente.
    Pensiamo a un genitore che non vuole che il suo/a bambino /a abbia bloccato lo considerato per l’altro sesso.
    Ma anche se i genitori permettessero ciò, poi ci sarebbero altri problemi, tipo i condizionamenti degli amici e dei conoscenti, che magari spiegherebbero una ragazza a non fare certe scuole/corsi.

    • Io ho frequentato un liceo scientifico, un tipo di scuola che nell’orientamento alle medie viene descritta come adatta alle persone brave nello studio, e io lo sono sempre stata. Nella mia classe eravamo circa 3/4 maschi e 1/4 femmine, in altre classi però le proporzioni erano diverse. Però so bene che ci sono ambienti abbastanza segregati, mi è capitato di incontrare classi di meccanici/elettricisti facendo la divulgatrice turistica alla centrale idroelettrica del mio paese fatte di soli ragazzi. Non sono sorpresa. è la riprova che questo fenomeno è reale.

    • se una ragazza vuol fare un certo corso lo fa oggi nulla lo impedisce (nelle facoltà scientifiche le donne non mancano, ci vanno le donne che ne hanno voglia come è per gli uomini), gli amici non possono farle modificare i suoi interessi

      • Ti fa piacere pensare che le pressioni sociali contino così poco sulla vita delle persone?
        Non è una domanda polemica. Commentando questa serie di post, mi sono trovata a riflettere molto anche sulla me stessa adolescente, sulle circostanze in cui mi sono trovata e su quelle in cui avrei potuto trovarmi, e quindi anche sul peso che le persone che ho conosciuto hanno avuto nell’aprirmi o non aprirmi spazi di possibilità attraverso le cose – idee, opportunità, libri, autori, strumenti – che mi hanno presentato. Gli spazi di libertà che abbiamo sono comunque condizionati da tutto ciò che ci sta attorno. Per te non è stato così?

      • No. nessuna delle persone che ho incontrato ha modificato il fatto che le materie umanistiche mi interessassero più di quelle scientifiche (e sono un uomo)

      • Ti faccio un esempio. La mia professoressa di lettere era una persona dalla mente estremamente chiusa, che rifiutava di prendere in considerazione la validità delle mie idee relative, ad esempio, al rispondere alle domande su certi autori in modo critico per la loro visione della donna (tipo D’Annunzio o Pascoli). Sistematicamente, le mie risposte venivano valutate negativamente anche se ho poi scoperto che quello che dicevo era vero (non sapevo che si trattasse di “prospettiva di genere”, all’epoca). Il fatto che quello in cui credevo fosse sminuito mi ha dato maggiore determinazione nell’approfondire questi argomenti per poterle dimostrare che avevo ragione, una delle ragioni per cui mi sono buttata in testi di scienze sociali e femminismo attorno ai 15-16 anni, oltre al mio desiderio ardente di conoscere su queste cose. Questo ha alimentato la mia decisione di iscrivermi a Sociologia all’università, scartando Scienze politiche, preferendo un corso di studi più analitico. Posso dire che una persona per cui ho nutrito rabbia e disprezzo durante la mia adolescenza, e che tutt’ora non stimo, abbia contribuito a plasmare il mio cammino e ciò che io sono.

  3. Io per esempio penso che le case produttrici di giocattoli dovrebbero aumentare la loro varietà, mi spiego meglio.
    La famosa Barbie ci dovrebbe essere in varie versioni, in modo che fa i lavori più disparati e il prezzo deve essere uguale o comunque simile, dico questo perchè leggevo in un articolo che, le Barbie in versioni lavoro più pagato tipo donne in carriera venivano vendute a prezzo molto più alto rispetto alle altre, e qualcuno vedeva anche una forma di classismo per cosi dire.
    In questo modo le bambine vedrebbero varie alternative a loro occhi, e potrebbero scegliere più liberamente e quindi ci dovrebbero essere anche gli accessori del tipo, se faccio la Barbie astronauta ci deve essere l’astronave/base spaziale, se faccio Barbie meccanico/pilota ci deve essere il garage/officina e cosi via.
    Oppure altri personaggi come le eroine, tipo Batwomen,Batgirl,Wonder Woman,Capitan Marvel,Vedova Nera,Supergirl,Superwoman,Zatanna ecc……
    Comunque questo mi fa pensare alla mia infanzia, io alla fine vedevo alcuni cartoni che forse potevano essere definiti per “ragazze/bambine” come le superchicche, o un cartone dove praticamente erano tipo le Charlis Angeles ma in versione adolescenti, oppure un altro che era un anime del 2000 che riguardava internet con una ragazza come protagonista, e vabbe pure Sailor Moon XD

    • è vero, le Barbie che rappresentano le varie professioni e quelle “Sheroes”, ispirate a donne che hanno conquistato il successo nei loro campi, costano più delle altre. D’altra parte, però, le nuove Barbie Fashionistas, che rappresentano una grande varietà di forme del corpo e colori della pelle (e anche i Ken Fashionistas), costano tutte attorno ai 15€, un prezzo decisamente accessibile.
      Ho visto le bambole della linea DC Superhero Girls, che sono versioni ragazzine delle eroine DC più famose, Wonder Woman, Supergirl, Batgirl, ma non trasmettono un’idea di forza: hanno grandi teste e gli occhioni e corpi sottili, non sono diverse dalle altre bambole. Invece credo che se fossero più simili alle statue per il mercato adulto, forse sarebbero meno apprezzate dalle bambine piccole, ma più apprezzate dalle bambine un po’ più grandi, 8-9 anni, che stanno cercando fonti di ispirazione per sentirsi forti.

      • Capito, penso di avertelo detto in passato, ma ho scoperto recentemente che di un cartone animato del mio passato, di cui avevo un giocattolo vendevano anche un personaggio femminile sempre con un ruolo d’azione.
        https://www.google.com/search?q=natalie+action+man&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwjLr-KSwNfiAhVKyKQKHe8rC-4Q_AUIECgB&biw=1600&bih=757

        Comunque vedendo nei siti di giocattoli, ormai moltissimi giocattoli li mettono la categoria unisex per esempio, e sempre per rimanere a parlare della DC, ci sono pure i kit lego (ormai considerati giustamente unisex)

      • Non mi parlare di Lego! Ieri sono andata a comprare delle costruzioni da regalare alla classe che mi ha ospitata per la mia ricerca, e non riuscivo a trovare dei Lego “classici” con i blocchetti di dimensioni adatte a dei bambini da 3 a 5 anni. C’erano solo i blocchi grossi per bambini molto piccoli (1-2 anni) o i blocchi molto piccoli per bambini più grandi, nella versione classica. Tutto il resto del reparto era occupato dai set per costruire oggetti specifici, Lego City, Lego Friends, Lego NinjaGo. Alla fine ho rinunciato ai Lego e ho comprato blocchi da costruzioni di un’altra marca, ma sono rimasta molto delusa.

      • Hanno fatto comunque pure i lego, per ricordare celebri personaggi femminili inerenti l’esplorazione spaziale.

      • Sì, ma non si trovano facilmente, purtroppo: queste serie si trovano nei negozi specializzati, mentre nei reparti giocattoli dei supermercati c’è una varietà molto più ristretta e quindi c’è spazio praticamente solo per i Lego mainstream. Non sono riuscita a trovare neanche i Lego classici ma con i blocchi un po’ più grandi (quelli di dimensione standard sono troppo piccoli per i bambini dell’asilo), figurati i set con le scienziate o le astronaute. Comunque, i blocchi che ho scelto sono piaciuti ai bambini anche non essendo Lego, quindi va bene così.

      • Considera che nella mia città c’è proprio un negozio lego ufficiale, con tutti le opere lego più particolare, dal razzo Satrun V con 1969 pezzi, che porto gli astronauti sulla Luna, alla morte nera e il millenium falcon di Star Wars, e tanto altro.
        E una cosa del genere, ovviamente parlo di Palermo

      • Sono sicura che a Milano deve essercene uno, o più di uno, ma dalle mie parti in senso più ristretto, nel mio immediato circondario (anche se Milano è solo a mezz’ora di treno, non andrei in città apposta per comprare qualcosa) di provincia, niente di simile. E questo è un problema diffuso: i libri per bambini privi di stereotipi o che sfidano gli stereotipi, i giocattoli creativi e neutri rispetto al genere…sono ancora prodotti di nicchia, meno accessibili e più costosi di quelli mainstream, di solito.

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