Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 18)

Bentornati alla serie di post su Il dominio maschile di Pierre Bourdieu, che sta volgendo al termine. Nella puntata precedente l’autore ha descritto il ruolo della famiglia, della Chiesa, della scuola, dello Stato nel trasmettere retaggi patriarcali per via del loro funzionamento, in modo implicito, ma anche per via della cultura che riproducono. L’analisi delle persistenze, che sono dovute all’inerzia istituzionale – i cambiamenti nel funzionamento delle istituzioni sono sempre molto lenti -, ora va messa fianco a fianco con l’analisi dei cambiamenti, in modo da avere un quadro complessivo da leggere alla luce di tutto il resto del libro nonché una “mappa di lavoro” per capire il campo di forze in gioco e la tensione fra conservazione dell’esistente e cambiamento.

Bourdieu esordisce con un’affermazione netta e incoraggiante: “Il cambiamento principale è […] che il dominio maschile non si impone più con l’evidenza di ciò che è ovvio. Grazie in particolare all’immenso lavoro critico svolto dal movimento femminista che […] è riuscito a rompere il circolo chiuso del rafforzamento generalizzato, tale dominio appare ormai […] come qualcosa da difendere o da giustificare […]. La messa in discussione delle evidenze procede di pari passo con le profonde trasformazioni che la condizione femminile ha conosciuto […]. Si pensi […] alla maggior diffusione dell’accesso all’insegnamento secondario e superiore nonché al lavoro salariato e, quindi, alla sfera pubblica, ma anche alla presa di distanza nei confronti dei lavori domestici e delle funzioni di riproduzione (legata ai progressi e all’uso generalizzato delle tecniche contraccettive e al ridursi del numero dei membri della famiglia) che si esprime in particolare nel differimento del matrimonio e della procreazione o nell’abbreviarsi dell’interruzione dell’attività professionale in occasione della nascita di un figlio – o nell’aumento del tasso di divorzio e nell’abbassamento del tasso di matrimonio”. Inoltre Bourdieu sottolinea la “trasformazione decisiva del ruolo dell’istituzione scolastica nella riproduzione della differenza tra i generi, come il moltiplicarsi dell’acceso delle donne all’istruzione e, con essa, all’indipendenza economica, o come la trasformazione delle strutture familiari […]. Così, […] benché l’inerzia degli habitus, e del diritto, tenda a perpetuare, al di là delle trasformazioni della famiglia reale, il modello dominante della struttura familiare e, con esso, quello della sessualità legittima, eterosessuale e orientata verso la riproduzione, […] rispetto al quale si organizzano tacitamente la socializzazione e […] la trasmissione dei principi di divisione tradizionali, la comparsa di nuovi tipi di famiglia […] e l’accesso alla visibilità pubblica di nuovi modelli di sessualità (l’omosessualità), contribuisce […] ad allargare l’ambito dei possibili in materia di sessualità. In modo analogo […] l’aumento del numero di donne che lavorano non ha potuto non investire la divisione dei compiti domestici e, con essa, i modelli tradizionali maschili e femminili […]: si è  così potuto osservare che le figlie di madri che lavorano hanno aspirazioni di carriera più elevate e meno legate al modello tradizionale della condizione femminile”.

Queste sono tutte trasformazioni che conosciamo e che abbiamo ampiamente discusso nelle puntate precedenti, nello svolgere i confronti fra la situazione attuale, quella di una cultura patriarcale le cui basi sono messe in discussione all’interno di un campo di forze pluralistico, dove agenti a favore del cambiamento e agenti a favore della conservazione si scontrano sul piano del discorso e su quello delle politiche, e la situazione che l’autore ha descritto partendo dalla sua esperienza in Cabilia, quella di un patriarcato così radicato da apparire ineluttabile (come Thanos). Le osservazioni di Bourdieu, oltre a ribadire che l’autore aveva ben presente di scrivere nella Francia del 1998, post-seconda ondata femminista, ci aiutano a vedere l’emancipazione come un processo con molte facce. Egli traccia un quadro applicabile anche al presente: “l’accesso delle bambine all’insegnamento secondario e superiore che, in rapporto con le trasformazioni delle strutture produttive […], ha comportato una trasformazione rilevante della posizione delle donne nella divisione del lavoro: si osserva così un forte aumento della presenza delle donne nelle professioni intellettuali, […] come pure un intensificarsi della loro partecipazione alle professioni vicine alla definizione tradizionale delle attività femminili. […] le diplomate hanno avuto come principale sbocco le professioni d’intermediazione medie […] ma restano praticamente escluse dai posti di autorità e di responsabilità, in particolare nell’economia e nella finanza, oltre che nella politica. I cambiamenti visibili delle condizioni celano in effetti permanenze nelle posizioni relative: la parificazione delle opportunità d’accesso e dei tassi di rappresentanza non deve mascherare le ineguaglianze che sussistono nella ripartizione tra i diversi curricula scolastici e, quindi, tra le carriere possibili. Più numerose dei maschi a diplomarsi e a fare studi universitari, le ragazze sono assai meno rappresentate nei settori più prestigiosi, in particolare in quelli a orientamento scientifico [e] restano legate alle specialità tradizionalmente considerate ‘femminili’ e poco qualificate […], mentre alcune specialità (meccanica, elettricità, elettronica) restano praticamente riservate ai maschi. […] La struttura si perpetua in coppie di opposizioni omologhe alle divisioni tradizionali [e] il medesimo principio di divisione si applica anche all’interno di ogni disciplina, assegnando agli uomini la parte più nobile, più sintetica, più teorica, e alle donne quella più analitica, più pratica, meno prestigiosa”.

Bourdieu sostiene quindi che “i progressi delle donne non devono dissimulare quelli corrispondenti degli uomini, il che fa sì che […] la struttura degli scarti si mantenga. L’esempio più notevole di questa permanenza in e attraverso il cambiamento è rappresentato dal fatto che le posizioni che si femminilizzano sono o già squalificate […] o in declino, con una svalutazione che viene come raddoppiata […] dall’abbandono degli uomini […]. In più, se è vero che si trovano donne a tutti i livelli dello spazio sociale, le loro opportunità d’accesso (e i loro tassi di rappresentanza) diminuiscono a mano a mano che ci si avvicina alle posizioni più rare e ricercate, al punto che il tasso di femminilizzazione attuale e potenziale costituisce il miglior indice della posizione e del valore relativi delle diverse professioni. Così, […] l’eguaglianza formale tra gli uomini e le donne tende a dissimulare che, a parità di condizioni, le donne continuano a occupare sempre posizioni meno favorite. Per esempio, se è vero che le donne sono sempre più rappresentate nella pubblica amministrazione, le posizioni a loro riservate sono sempre le più precarie e basse. […] La migliore attestazione delle incertezze dello statuto attribuito alle donne sul mercato del lavoro è probabilmente data dal fatto che esse sono sempre meno pagate degli uomini, a parità di condizioni, ottengono posti meno elevati per gli stessi diplomi e soprattutto sono più colpite, in proporzione, dalla precarietà dell’impiego e dalla disoccupazione, oltre che relegate più di frequente in posti a tempo parziale – cosa che ha, tra i vari altri effetti, quello di escluderle […] dai giochi di potere e dalle prospettive di carriera”. Bourdieu “predice” anche che “le donne saranno le principali vittime della politica neoliberista, volta a ridurre la dimensione sociale dello stato e a favorire la ‘deregulation’ del mercato del lavoro”.

Bourdieu osserva inoltre che “indipendentemente dalla posizione che occupano nello spazio sociale, le donne presentano la caratteristica comune di essere separate dagli uomini da un coefficiente simbolico negativo che, come il colore della pelle per i neri o qualsiasi altro segno di appartenenza a un gruppo stigmatizzato, connota negativamente tutto ciò che esse sono e fanno”. Ciononostante, “malgrado le esperienze specifiche che le avvicinano (come quei tratti quasi impercettibili del dominio rappresentati dalle innumerevoli ferite, spesso subliminali, inflitte dall’ordine maschile) le donne restano separate le une dalle altre da differenze economiche e culturali, che investono tra l’altro molto profondamente il loro modo oggettivo e soggettivo di subire e di provare il dominio maschile – senza con questo annullare tutto ciò che è legato alla minorazione del capitale simbolico che la femminilità implica. […] Gli uomini continuano a dominare lo spazio pubblico e il campo del potere […], mentre le donne si orientano […] verso lo spazio privato […], in cui si perpetua la logica dell’economia dei beni simbolici, o verso quelle specie di estensioni di tale spazio che sono i servizi sociali […] ed educativi, oppure ancora verso gli universi di produzione simbolica […]. Se le strutture antiche della divisione sessuale sembrano ancora determinare la direzione e la forma stessa dei cambiamenti, ciò deriva dal fatto che, oltre a essere oggettivate in curricula, carriere e mansioni più o meno fortemente sessuate, essere agiscono attraverso tre principi pratici cui le donne, ma anche le persone che le circondano, si ispirano nelle loro scelte. In base al primo […] le funzioni adatte alle donne si situano nel prolungamento delle funzioni domestiche […]. Il secondo principio vuole che una donna non possa avere autorità su uomini e che quindi abbia buone probabilità, a parità di condizioni, di vedersi preferire un uomo in una posizione d’autorità, e di essere relegata a funzioni subordinate di assistenza. Il terzo principio conferisce all’uomo il monopolio della manipolazione degli oggetti tecnici e delle macchine”.

Bourdieu introduce qui un esempio sul modo in cui operano questi principi impliciti: “Quando si interrogano delle adolescenti sulla loro esperienza scolastica, si rimane immancabilmente colpiti dal peso esercitato dagli incitamenti e dalle ingiunzioni, positive o negative, dei genitori, degli insegnanti (in particolare del personale addetto all’orientamento) o dei condiscepoli, sempre pronti a richiamarle in modo tacito o esplicito al destino che è loro assegnato dal principio di divisione tradizionale. Così, molte ragazze osservano che i professori delle materie scientifiche sollecitano e incoraggiano i maschi più delle femmine e che i genitori, come gli insegnanti o gli addetti all’orientamento, le sconsigliano ‘nel loro interesse’ di affrontare certe carriere considerate maschili […]. Ma questi richiami all’ordine devono gran parte della loro efficacia al fatto che tutta una serie di esperienze precedenti, in particolare nello sport, che costituisce spesso la prima occasione di vivere la realtà della discriminazione, le hanno preparate ad accettare questi suggerimenti in forma di anticipazioni e le hanno spinte a interiorizzare la visione dominante […]. La divisione sessuale dei compiti, inscritta nell’oggettività delle categorie sociali direttamente visibili, e la statistica spontanea attraverso la quale si forma la rappresentazione che ciascuno di noi si fa del normale ha loro insegnato che […] ‘al giorno d’oggi, non è che si vedano molte donne fare mestieri da uomini'”.

Lo scienziato sociale francese traccia infine una conclusione al paragrafo: “attraverso l’esperienza di un ordine sociale ‘sessualmente’ ordinato e i richiami all’ordine espliciti […] dotati di principi di visione acquisiti in esperienze analoghe del mondo, le ragazze incorporano, sotto forma di schemi di percezione e di valutazione difficilmente accessibili alla coscienza, i principi della visione dominante che le porta a trovare normale […] l’ordine sociale così com’è e ad anticipare in qualche modo il loro destino, rifiutando le carriere o i curricula da cui esse sono in ogni caso escluse, orientandosi verso quelli cui sono in ogni caso destinate. La costanza degli habitus che ne risulta è così uno dei fattori più importanti della costanza relativa della struttura della divisione sessuale del lavoro: […] questi principi sfuggono in larga misura al controllo cosciente e insieme resistono alle trasformazioni o alle correzioni […]. Inoltre, anche se non vogliamo certo attribuire agli uomini strategie organizzate di resistenza, […] la logica spontanea delle operazioni di cooptazione che tende sempre a conservare le proprietà più rare dei corpi sociali, e in primo luogo la sex ratio di esse, affond[a] le sue radici in un’apprensione confusa […] del pericolo che la femminilizzazione fa correre alla rarità e quindi al valore della posizione, e anche, in qualche modo, all’identità sessuale dei suoi occupanti. […] le posizioni sociali stesse sono sessuate e sessuanti, e […] difendendo i loro posti contro la femminilizzazione, è la loro idea più profonda di sé stessi in quanto uomini che viene difesa, soprattutto da categorie sociali come i lavoratori manuali o da professioni come quella militare che devono gran parte se non la totalità del loro valore […] all’immagine di virilità cui sono associate”.

Con questa puntata, in cui ho lasciato molto spazio all’autore, chiudiamo l’analisi della situazione contemporanea in termini di tensione fra conservazione e cambiamento. Nella prossima puntata tratteremo il paragrafo intitolato Economia dei beni simbolici e strategie di riproduzione, in cui Bourdieu parla delle donne nella famiglia ai giorni nostri e quello intitolato La forza della struttura, dove si parla del modo in cui interpretiamo e categorizziamo la sessualità e quindi i generi.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 17)

Ci ritroviamo ancora a parlare de Il dominio maschile di Bourdieu. Nella puntata precedente, la sedicesima, abbiamo aperto la terza parte del libro, in cui l’autore analizza le persistenze e i fattori di cambiamento nella società in cui scrive, che al contrario di quella cabila non è una società patriarcale e androcentrica “pura”, ma una in cui sono intervenuti cambiamenti importanti dovuti all’emancipazione delle donne e alla presenza di movimenti LGBT e femministi, che hanno portato rivendicazioni e analisi che hanno in parte sollevato il velo sulla cultura androcentrica. Bourdieu aveva sostenuto l’importanza di includere in un’analisi della condizione femminile le istituzioni che contribuiscono al mantenimento dell’ordine di genere attraverso la riproduzione della Differenza e di ricostruire i processi storici di occultamento di questo lavoro e di costruzione, quindi, di una maschera di naturalità della Differenza, e aveva affermato che la comprensione dei rapporti di genere può discendere solo dall’analisi dei meccanismi e delle istituzioni la cui funzione implicita è “la perpetuazione dell’ordine di generi”. Perciò è direttamente da qui che ripartiamo.

Bourdieu scrive: “Il lavoro di riproduzione [dell’ordine di genere] era assicurato, sino a un’epoca recente, da tre istanze principali, la famiglia, la chiesa e la scuola che […] avevano il tratto comune di agire sulle strutture inconsce. È probabilmente alla famiglia che spetta il ruolo principale nella riproduzione del dominio e della visione maschili; è nella famiglia che si impone l’esperienza precoce della divisione sessuale del lavoro e della rappresentazione legittima di tale divisione, garantita dal diritto e inscritta nel linguaggio. Quanto alla chiesa, pervasa dall’antifemminismo profondo di un clero pronto a condannare tutte le infrazioni femminili alla decenza, soprattutto in materia di abbigliamento, e riproduttore autorizzato di una visione pessimista delle donne e della femminilità, essa inculca (o inculcava) esplicitamente una morale familiarista, interamente dominata dai valori patriarcali, in particolare con il dogma dell’inferiorità innata delle donne. Ma la chiesa agisce anche […] sulle strutture storiche dell’inconscio, in particolare attraverso il simbolismo dei testi sacri, della liturgia e persino dello spazio e del tempo religioso […]. In certe epoche, essa ha potuto appoggiarsi su un sistema di opposizioni etiche corrispondenti a un modello cosmologico per giustificare la gerarchia in seno alla famiglia […] e per imporre una visione del mondo sociale e del posto che in esso spetta alla donna ricorrendo a una vera e propria azione di ‘propaganda iconografica’”.

Bourdieu prosegue notando che la scuola “continua a trasmettere i presupposti della rappresentazione patriarcale [e] quelli inscritti nelle sue strutture gerarchiche, tutte sessualmente connotate, tra le diverse scuole o facoltà, tra le discipline […], tra le specialità, cioè tra modi d’essere e di vedere, di vedersi, di rappresentarsi le proprie attitudini e le proprie inclinazioni, insomma, tutto ciò che contribuisce a costruire non soltanto i destini sociali ma anche l’intimità delle immagini di sé. […] è tutta la cultura dotta, veicolata dall’istituzione scolastica, che […] non ha cessato di imporre […] modi di pensiero e modelli arcaici […] nonché un discorso ufficiale sul secondo sesso cui collaborano teologi, giuristi, medici e moralisti, e che mira a limitare l’autonomia della moglie, in particolare per quanto riguarda la sfera del lavoro, in nome della natura ‘puerile’ e minorata di essa […]. Ma la scuola è nello stesso tempo […] uno dei principi più decisivi del cambiamento nei rapporti tra i sessi per via delle contraddizioni di cui è il luogo e che introduce”. Quello che Bourdieu intende dire è che le varie discipline hanno immagini di sé, che sono sedimentazioni della loro storia, che non sono neutre: nel presentare sé stesse in un certo modo, si rivolgono implicitamente a maschi o femmine, creano attese differenziate e quindi orientano le scelte degli studenti e delle studentesse. Inoltre, tutto il modo in cui si insegna, l’ambiente scolastico, le interazioni con i pari e con gli/le insegnanti possono trasmettere significati impliciti legati alle aspettative nei confronti di maschi e femmine, e questo è ciò che chiamiamo curriculum nascosto. Naturalmente, anche il curriculum ufficiale, manifesto, ha un peso: se nelle discipline il ruolo delle donne e un’analisi di genere sulle loro rappresentazioni non trovano spazio, le ragazze assorbiranno solo lo sguardo maschile sulla realtà. Per questo è così importante non solo introdurre le grandi donne della storia, della scienza, della letteratura, ma anche sottoporre i discorsi degli uomini che si studiano riguardo alle donne a una critica con lenti di genere: non vogliamo parlare della misoginia in Gabriele d’Annunzio? Il piacere è interamente centrato sull’impossibilità del protagonista di venire a patti con la dicotomia madonna/puttana che ha dentro di sé e quindi nel non riuscire ad amare la donna che ha come quella che ha perso. E il romanzo non presenta questo fatto come un problema del protagonista, della sua mentalità, ma come una tragedia che noi siamo tenuti ad accettare come inevitabile quando invece è causata da lui stesso, dai suoi schemi di pensiero. Parliamo invece di Giovanni Pascoli, e delle sue distorte e malsane aspettative di cura e lavoro emotivo nei confronti delle sorelle, al punto da vivere come un tradimento la scelta di una delle due di avere una vita propria, sposandosi, invece di passare tutta la sua esistenza ad accudirlo? A partire dalla vicenda del poeta, si potrebbe introdurre una riflessione sul ruolo delle donne e sulle aspettative legate al genere (come avremmo giudicato una poetessa che avesse preteso di obbligare il fratello a vivere con lei e prendersi cura di lei per tutta la vita?). La prospettiva di genere non è solo “parlare di donne”, ma parlare anche delle rappresentazioni che gli uomini hanno creato delle donne, dei modelli di maschilità, delle (poche) rappresentazioni delle donne di sé stesse, delle (ancora meno) rappresentazioni delle donne degli uomini.

Bourdieu continua: “Per completare il censimento dei fattori istituzionali che favoriscono il riprodursi della divisione dei generi, occorrerebbe infine considerare il ruolo dello stato, che ratifica e rafforza le prescrizioni e le proscrizioni del patriarcato privato con quelle di un patriarcato pubblico, inscritto in tutte le istituzioni incaricate di gestire e regolare l’esistenza quotidiana dell’unità domestica”. Questo è un riferimento al fatto che i modelli di welfare, ad esempio, o le leggi, possono essere implicitamente patriarcali perché sono il prodotto di una cultura patriarcale e androcentrica. Bourdieu si spinge oltre e descrive gli stati “paternalistici e autoritari”, cioè le dittature conservatrici che l’Europa ha conosciuto dopo la prima guerra mondiale, come “realizzazioni compiute della visione ultraconservatrice che fa della famiglia patriarcale il principio e il modello dell’ordine sociale inteso come ordine morale, fondato sulla preminenza assoluta degli uomini rispetto alle donne, degli adulti rispetto ai bambini, e sulla riduzione della morale alla forza, al coraggio e al dominio del corpo”. Ma nemmeno le democrazie attuali sono immuni da retaggi patriarcali: per Bourdieu, “gli stati moderni hanno inscritto nel diritto di famiglia […] tutti i principi fondamentali della visione androcentrica. E l’ambiguità essenziale dello stato è legata in misura determinante al fatto che esso riproduce nella sua stessa struttura, con l’opposizione tra ministeri finanziari e ministeri di spesa […] la divisione archetipica tra il maschile e il femminile, con le donne schierate dalla parte dello stato sociale, in quanto responsabili e in quanto destinatarie privilegiate delle sue cure e dei suoi servizi”. Con questo, l’autore intende che la divisione dei ministeri di un governo riflette una divisione del lavoro simile a quella di una famiglia tradizionale: ci sono i compiti di autorità e mantenimento dell’ordine (Interno, Esteri, Difesa), di ottenimento delle risorse (Economia e Finanze, Politiche Agricole e Forestali, Trasporti e Infrastrutture, Giustizia) codificati come maschili, e quelli invece legati al Welfare (Istruzione, Pari Opportunità, Beni Culturali, Ambiente, Sanità, Politiche del lavoro) che sono codificati come femminili. La distribuzione delle cariche ministeriali tende ancora oggi a riflettere questi codici impliciti, tant’è che una donna alla Difesa fa ancora notizia, e tant’è che i ministeri reputati più importanti sono quelli codificati come maschili, dato che hanno potere decisionale sulle risorse che spettano agli altri, soprattutto nel caso del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Chiudiamo qui questa puntata, perché nella prossima introdurremo i fattori di cambiamento, la parte che ritengo più interessante, e voglio darle lo spazio che merita.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 16)

Siamo pervenuti, con questa sedicesima puntata (qui potete rileggere la precedente), alla terza parte del saggio di Pierre Bourdieu, intitolata Fattori di permanenza e fattori di cambiamento. Buona parte delle argomentazioni riguardo a questo è già contenuta nei miei commenti agli scritti delle prime due sezioni del libro, perché trovo logico analizzare il mutamento fianco a fianco rispetto alle strutture invarianti. Tuttavia, riprendere lo sviluppo del discorso originale dell’autore e le sue parole ha un valore senz’altro superiore rispetto a quello che posso offrire, e ci fa capire che Bourdieu era pienamente consapevole delle trasformazioni intercorse grazie all’emancipazione delle donne e ai movimenti LGBT e femminista nella società in cui scriveva. Questa sezione del libro è molto densa, ma se la leggiamo alla luce di tutti i commenti nei post precedenti, non credo mi resti molto da aggiungere per chiarire il pensiero e il lessico dell’autore.

Bourdieu apre in questo modo: “È in effetti una constatazione davvero sorprendente quella della straordinaria autonomia delle strutture sessuali rispetto a quelle economiche, dei modi di riproduzione rispetto ai modi di produzione: lo stesso sistema di schemi classificatori si ritrova […] al di là dei secoli e delle differenze economiche o sociali, ai due estremi dello spazio dei possibili antropologici […]; e alcuni ricercatori, per lo più di formazione psicoanalitica, scoprono, nell’esperienza psichica degli uomini e delle donne di oggi, processi […] che, come il lavoro necessario a separare il figlio dalla madre o gli effetti simbolici della divisione sessuale dei compiti e dei tempi nella produzione e nella riproduzione, si mostrano in tutta la loro evidenza nelle pratiche rituali, compiute pubblicamente o collettivamente e integrate nel sistema simbolico di una società interamente organizzata secondo il principio del primato della mascolinità. […] la visione androcentrica […] di un mondo in cui le disposizioni ultramascoline trovano le condizioni più favorevoli alla loro attualizzazione nelle strutture dell’attività agraria – ordinata secondo l’opposizione tra il tempo di lavoro, maschile, e il tempo di produzione, femminile – e anche nella logica di un’economia dei beni simbolici pienamente compiuta [ha] potuto sopravvivere ai cambiamenti profondi che hanno investito le attività produttive e la divisione del lavoro, relegando l’economia dei beni simbolici in un numero ridotto di piccole isole, circondate dalle acque fredde dell’interesse e del calcolo”. Bourdieu ha argomentato per buona parte del libro che secondo lui la logica dello scambio di mercato, su cui si fonda il capitalismo, e quella dello scambio dei beni simbolici in cui gli uomini scambiano e le donne vengono scambiate, su cui si fonda il patriarcato, non coincidono. Qui ora si interroga sul fatto che le due logiche coesistano anche alla luce di mutamenti che hanno cambiato in maniera notevole il sistema capitalistico. Patriarcato e capitalismo non sono due facce della stessa oppressione che collaborano e si alimentano a vicenda, ma rispondono a logiche diverse.

Il paragrafo successivo è una riflessione metodologica sul lavoro che deve compiere chi voglia occuparsi di ricerca storica prendendo in considerazione il patriarcato: “l’eterno, nella storia, non può essere altro che il prodotto di un lavoro storico di eternizzazione. […] per sfuggire completamente all’essenzialismo, non si tratta tanto di negare le permanenze e le invarianti, che fanno incontestabilmente parte della realtà storica; occorre piuttosto ricostruire la storia del lavoro storico di destoricizzazione o […] la storia della (ri)creazione protratta delle strutture oggettive e soggettive del dominio maschile che si è sviluppata […] da quando esistono uomini e donne, e attraverso la quale l’ordine maschile si è continuamente riprodotto di età in età. […] una ‘storia delle donne’ che intenda mostrare […] forti elementi di costanza e di permanenza, deve […] considerare innanzitutto, la storia degli agenti e delle istituzioni che concorrono in permanenza ad assicurare tali permanenze, chiesa, stato, scuola ecc., e che possono variare, nelle diverse epoche, quanto a peso relativo e funzioni. Non può accontentarsi di registrare, per esempio, l’esclusione delle donne dall’una o dall’altra professione […]; deve prendere atto e rendere conto della riproduzione e delle gerarchie […] nonché delle disposizioni gerarchiche che esse favoriscono spingendo le donne a contribuire alla loro esclusione dai luoghi da cui sono comunque escluse”. Questa esortazione di Bourdieu è stata ampiamente accolta nella ricerca storica, sociologica e antropologica ed è a fondamento di quella che oggi si chiama prospettiva di genere e del campo di studi interdisciplinare detto appunto degli studi di genere. Le istituzioni e le agenzie di socializzazione, appunto il sistema economico e quello politico, la cultura, e la triade famiglia-scuola-chiesa (a cui oggi aggiungiamo i mass media e i gruppi dei pari), tutti contribuiscono implicitamente a mantenere l’ordine di genere, perché viviamo ancora in un contesto culturale androcentrico e patriarcale. Studiare l’effetto delle strutture sull’ordine di genere, nel presente e nel passato, è cruciale per non cadere in una logica riduzionista che situa il mantenimento dell’ordine di genere solo nelle interazioni e nei processi a livello micro di costruzione delle identità maschili e femminili.

Bourdieu prosegue la sua argomentazione: “La ricerca storica […] deve sforzarsi di stabilire, per ogni periodo, lo stato del sistema degli agenti e delle istituzioni, famiglia, chiesa, stato, scuola ecc. che […] hanno contribuito a sottrarre più o meno completamente alla storia i rapporti di dominio maschile. L’oggetto vero di una storia dei rapporti tra i sessi è quindi la storia delle combinazioni successive […] di meccanismi strutturali (come quelli che assicurano la riproduzione della divisione sessuale del lavoro) e di strategie che, attraverso istituzioni e agenti singoli, hanno perpetuato […] talvolta a costo di cambiamenti reali o apparenti, la struttura dei rapporti di dominio tra i sessi: la subordinazione della donna può infatti esprimersi nel suo ingresso nel mondo del lavoro […] oppure […] nella sua esclusione dal lavoro stesso, come è avvenuto dopo la rivoluzione industriale, con la separazione di casa e lavoro, il declino del peso economico delle donne della borghesia, ormai relegate dalla pruderie vittoriana al culto della castità e delle arti domestiche, acquarello e piano, ma anche, almeno nei paesi di tradizione cattolica, alla pratica religiosa, sempre più esclusivamente femminile”. L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, come vedremo, anche per l’autore rappresenta un passo verso l’emancipazione e lo smantellamento delle costruzioni che fondano il patriarcato, ma ovviamente non può rappresentare il compimento di questo processo, da solo.

Così, scrive Bourdieu, “facendo emergere le invarianti trans-storiche del rapporto tra i ‘generi’, la storia si costringe ad assumere come oggetto il lavoro storico di destoricizzazione che li ha continuamente prodotti e riprodotti, cioè il lavoro costante di differenziazione cui gli uomini e le donne non cessano di essere sottoposti, e che li porta a distinguersi mascolinizzandosi o femminilizzandosi. […] la storia dovrebbe impegnarsi a descrivere e ad analizzare la (ri)costruzione sociale sempre ricominciata dei principi di visione e di divisione generatori dei ‘generi’ e […] delle diverse categorie di pratiche sessuali […] – l’eterosessualità stessa è infatti socialmente costruita e costituita socialmente in metro universale di ogni pratica sessuale ‘normale'”. Qui Bourdieu dice molte cose che vanno lette con attenzione: la prima è che la cultura patriarcale funziona naturalizzando le differenze di genere che costruisce e mantiene, quindi oscurando i meccanismi sociali e culturali attraverso questo lavoro di costruzione avviene, un processo che Bourdieu chiama “destoricizzazione” perché crea l’apparenza che la costruzione delle differenze sia un dato di natura e nel farlo ‘sottrae’ allo sguardo i concreti processi storici in cui in ogni epoca e in ogni società ciò avviene. La seconda cosa da ribadire è che quando Bourdieu parla di costruzione sociale dell’eterosessualità intende quello che più propriamente oggi chiamiamo “eteronormatività”, cioè il fatto che tutto nella nostra società presenta l’eterosessualità come l’opzione di default e non presenta tutti gli altri orientamenti sessuali come posti sullo stesso piano dell’eterosessualità, ma li rappresenta come devianti o li rende invisibili. Comunque, il modo in cui pensiamo omosessualità ed eterosessualità cambia nel tempo, e questo ci rivela il fatto che questi modi di concepirle sono costruzioni sociali. In una nota, infatti, Bourdieu scrive: “l’opposizione tra omosessuali ed eterosessuali si è instaurata solo molto recentemente, e […] solo dopo la Seconda guerra mondiale l’eterosessualità o l’omosessualità si sono imposte come scelte esclusive. Sino a quel momento, erano molti gli individui che passavano da un partner maschile a uno femminile, e vari uomini detti normali potevano unirsi a ‘finocchi’, ma limitandosi al lato detto ‘maschile’ del rapporto. Gli ‘invertiti’, cioè gli uomini che desideravano altri uomini, si distinguevano per modi e abiti effemminati, che hanno cominciato a regredire quando la distinzione tra omosessuale ed eterosessuale si è affermata con maggiore chiarezza”. In altre parole, Bourdieu ci descrive il fatto che prima della Seconda guerra mondiale l’omosessualità era concepita come una pratica sessuale, mentre dopo si è affermata la sua concezione come di un’identità, per cui chi pratica atti omosessuali È omosessuale o bisessuale, ma non può continuare a pensare sé stesso come etero chiudendo in un compartimento stagno le sue pratiche sessuali, perché le pratiche sessuali contribuiscono a definire l’identità di una persona.

Bourdieu conclude questa argomentazione così: “Una comprensione piena dei cambiamenti intervenuti sia nella condizione delle donne sia nei rapporti tra i sessi può infatti venire […] solo da un’analisi delle trasformazioni dei meccanismi e delle istituzioni incaricate di garantire la perpetuazione dell’ordine dei generi”.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 15)

La quattordicesima puntata di questa serie di post di analisi e commento del saggio Il dominio maschile, scritto dal sociologo francese Pierre Bourdieu – come ormai saprete benissimo – nel 1998, ci aveva portati ad analizzare la costruzione sociale della femminilità come una disposizione a percepirsi e darsi valore attraverso lo sguardo degli altri, l’unico sguardo che può rendere visibili le “virtù” della femminilità, virtù che non sono associate al raggiungimento di obiettivi e all’autorealizzazione personale, ma solo all’aderenza a uno standard. E ovviamente l’aderenza a uno standard culturalmente dato non è qualcosa di ottenibile in modo definitivo, quindi costringe a un lavoro incessante di ricerca di approvazione esterna. Bourdieu, che in quanto uomo e grande accademico non ha mai sperimentato su di sé questo tipo di pressione, ha una lucidità incredibile nell’analizzarla dall’esterno, aiutato dal fatto di essere disposto ad ascoltare e leggere ciò che le donne, studiose o scrittrici, hanno da dire sulle loro esperienze. Molte delle fonti del saggio, infatti, sono studi di scienziate sociali e femministe, e anche quando Bourdieu ritiene che il suo framework teorico possa essere migliore e in grado di comprendere più fenomeni rispetto a quelli usati dalle “colleghe”, le sue critiche sono il frutto di una lettura attenta, non sono mai critiche volte a sminuire il lavoro altrui o a farlo sembrare irrilevante. Da un punto di vista personale, apprezzo il fair play nella critica scientifica.

Comunque, il paragrafo intitolato La visione femminile della visione maschile è una lunga analisi di un singolo momento nel romanzo Al faro di Virginia Woolf, su cui non mi soffermerò perché – mi duole ammetterlo – non ho letto il romanzo e non ho la pretesa di capirlo sulla base del commento che Bourdieu ne fa. Mi limiterò quindi a riportare le sue riflessioni teoriche. Il paragrafo apre in questo modo: “La struttura impone i suoi vincoli ai due estremi del rapporto di dominio, quindi ai dominanti stessi, che possono beneficiarne pur essendo, secondo il motto di Marx, ‘dominati dal loro dominio’. E questo perché […] i dominanti non possono non applicare a se stessi, cioè al loro corpo e a tutto ciò che sono e fanno, gli schemi dell’inconscio che, nel loro caso, generano formidabili esigenze […]. Occorre quindi analizzare, nelle sue contraddizioni, l’esperienza maschile del dominio”. E nella rilettura di Virginia Woolf, Bourdieu scopre “un’evocazione incomparabilmente lucida dello sguardo femminile, a sua volta particolarmente lucido su quella specie di sforzo disperato, e alquanto patetico nella sua incoscienza trionfante, che ogni uomo deve fare per essere all’altezza della sua idea infantile dell’uomo”. Le donne che prendono coscienza dell’esistenza di discriminazioni fondate su una divisione arbitaria ed androcentrica fra “maschile” e “femminile”, si rendono conto ben presto del fatto che la mascolinità tradizionale non ha alcun senso e appare all’esterno come una futile gara a dimostrare la propria virilità. Da qui nascono hashtag come #masculinitysofragile o #maletears, che esprimono la percezione del ridicolo di una virilità tradizionale che si sente minacciata dalla parità di genere, dalla crescente legittimazione sociale dell’omosessualità, dall’idea che i ruoli di genere possano (e debbano!) essere ridefiniti in maniera più inclusiva. Di recente ho visto un tweet di Diego Fusaro, di fronte al quale il senso di esasperazione, incredulità e ridicolo che molte donne provano di fronte alla chiusura mentale di questi uomini si condensa perfettamente. Vi riporto lo screen, ringraziando Il Ricciocorno Schiattoso che l’ha postato.

Un noto filosofo italiano, teoricamente di sinistra, ha una reazione del tutto equilibrata di fronte alla possibilità di cambiare un pannolino.

Battute a parte, se i generi sono costruiti per mantenere una differenza che non permette il reciproco scambio e sovrapposizione di mondi ed esperienze, quello che ne risulta è ciò che viene definito “guerra dei sessi”, per cui gli uomini non capiscono e ridicolizzano gli sforzi delle donne per conseguire la femminilità (pensate al repertorio di battute sui complessi delle donne riguardo al loro aspetto, sulla futilità del truccarsi, vestirsi e pettinarsi, sulla vacuità degli interessi stereotipicamente femminili), così come le donne non capiscono e ridicolizzano gli sforzi degli uomini per dimostrare la loro mascolinità (pensate alle battute sul “no homo, bro”, sulle macchine grosse come modo per compensare una presunta carenza sessuale, sull’atteggiamento divenuto noto come “celodurismo”). In ogni caso, è una testimonianza del maggiore potere sociale raggiunto dalle donne il fatto che si possa criticare la maschilità in modo così aperto, irriderla nella sfera pubblica, darne giudizi così impietosi. Ai tempi di Virginia Woolf, sarebbe stato impensabile usare qualcosa di più di una lama di ironia sottilissima nascosta sotto la descrizione minuziosa dei dettagli psicologici di un “uomo qualunque” per parlare della maschilità. Ed è testimonianza del fatto che c’è ancora molta strada da fare l’aggressività con cui alcuni uomini reagiscono alle critiche alla mascolinità da parte delle donne: sappiamo bene che ci sono gruppi, come i Red Pillers e gli Incels, che non accettano che si possa mettere in discussione la loro rappresentazione della gerarchia di genere, ma anzi usano violenza verbale – e talvolta anche fisica – e minacce per pretendere che tutti aderiscano alla loro visione gerarchica e si comportino come se essa fosse vera. Minacce, ovviamente, rivolte soprattutto alle donne ritenute colpevoli di non soddisfare i loro bisogni emotivi e sessuali spontaneamente, ma anzi di metterli in discussione e metterli in ridicolo.

Tornando a Bourdieu, egli scrive: “L’illusio originaria, costitutiva della mascolinità, è probabilmente alla radice di tutte le forme della libido dominandi, cioè di tutte le forme specifiche di illusio che si generano nei diversi campi. L’illusio è quanto fa sì che gli uomini […] siano socialmente istituiti e istruiti in modo da rimanere irretiti […] in tutti i giochi che vengono loro socialmente assegnati e la cui forma per eccellenza è la guerra”. Bourdieu usa la parola ‘giochi’ in riferimento a quelle attività che sono competizioni per dimostrare la propria virilità: in questo modo sottolinea sia la futilità di queste attività – un uomo non smetterebbe di essere uomo rifiutando di parteciparvi, se l’ordine di genere non fosse così pervasivo da farle apparire necessarie al mantenimento dell’identità maschile, quindi queste attività sono di fatto prive di scopo, e se tutti rinunciassero a compierle avremmo uno spazio maggiore di possibilità di essere per gli uomini, e quindi la possibilità per più maschilità di coesistere in uno spazio plurale e inclusivo – sia la natura competitiva. Gioco fa quindi inteso come game, non come play: non è qualcosa di “giocoso” e “ludico”, perché di fatto in questi “giochi” si struttura l’ordine sociale esistente. Ma, per Bourdieu, si tratta comunque di “giochi infantili che non vengono percepiti nella loro verità perché, appunto, la collusione collettiva conferisce loro la necessità e la realtà delle evidenze condivise. Il fatto che, tra i giochi costitutivi dell’esistenza sociale, quelli considerati seri siano riservati agli uomini, mentre alle donne spetta occuparsi dei bambini e delle cose da bambini […] contribuisce a far dimenticare che anche l’uomo è un bambino che gioca a fare l’uomo. L’alienazione di genere è alla radice del privilegio specifico: è nella misura in cui è addestrato a riconoscere i giochi sociali che hanno come posta una forma qualsiasi di dominio e in cui è designato molto presto, soprattutto attraverso i riti di istituzione, come dominante e quindi dotato, in quanto tale, della libido dominandi, che egli ha il privilegio a doppio taglio di darsi ai giochi per il dominio”.

In altre parole, gli uomini vengono socializzati a essere competitivi per strutturare la loro identità maschile, e così facendo acquisiscono il desiderio e l’attitudine al dominio, ovvero quello spirito competitivo che ancora oggi è ritenuto una caratteristica necessaria per il successo in ambito professionale, ad esempio. L’altra faccia della medaglia è il fatto che “le donne hanno il privilegio, tutto negativo, di non lasciarsi irretire dai giochi che hanno per posta i privilegi e, nella maggior parte dei casi, di non lasciarsene coinvolgere, almeno direttamente, in prima persona”. Questo può essere un modo di leggere la famosa “indifferenza” delle donne verso alcuni ambiti considerati maschili, come la politica: le donne non vi trovano quella realizzazione del proprio ego perché sono socializzate a cercarla in altri ambiti. Bourdieu prosegue: “Ma poiché questa distanza è un effetto del dominio, le donne sono per lo più condannate a partecipare per procura, attraverso una solidarietà affettiva con il giocatore che non implica un’autentica partecipazione intellettuale e affettiva al gioco, e che le trasforma […] in sostenitrici accanite ma male informate della realtà e delle poste in gioco”. In questa descrizione possiamo vedere, ad esempio, le mogli che sostengono i mariti rinunciando alla propria carriera in nome di un progetto familiare condiviso e basato sulla divisione sessuale del lavoro, che accettano l’implicito che la realizzazione professionale è anche un’affermazione dell’identità maschile per il loro compagno e, con il loro sostegno emotivo e pratico (privare gli uomini della responsabilità della loro fetta di lavoro di cura assumendolo su di sé è una forma di lavoro che non trova ancora abbastanza riconoscimento nella nostra società), partecipano indirettamente alla competizione, svolgendo un ruolo a metà fra la cheerleader e l’infermiera a bordo campo. Bourdieu sottolinea questo fatto in una nota a margine: “le donne svolgono una funzione catartica e quasi terapeutica di regolazione della vita emotiva degli uomini: calmano la loro collera, li aiutano ad accettare le ingiustizie o le difficoltà della vita ecc”: e anche questo lavoro emotivo è lavoro di cura, in cui si dona conforto cedendo energia mentale.

Bourdieu prosegue: “le donne sono raramente tanto libere da qualsiasi dipendenza, nei confronti se non dei giochi sociali almeno degli uomini che li giocano, da spingere il disincanto sino a questa sorta di commiserazione un po’ condiscendente per l’illusio maschile. Tutta la loro educazione le prepara piuttosto a entrare nel gioco per procura, cioè in una posizione al contempo esterna e subordinata, e ad accordare […] alla cura maschile una sorta di attenzione intenerita e di comprensione fiduciosa, generatrice anche di un profondo senso di sicurezza. Escluse dai giochi del potere, le donne sono pronte a parteciparvi per il tramite degli uomini che in tali giochi sono impegnati”. Come si diceva, la situazione è molto migliorata da questo punto di vista, ma la realtà descritta da Bourdieu non è ancora tramontata del tutto. Egli continua: “Il principio di queste disposizioni affettive consiste nello statuto assegnato alla donna nella divisione del lavoro di dominio […]. La rinuncia […] è inscritta nel più profondo delle disposizioni costitutive dell’habitus, seconda natura che non presenta mai tanto chiaramente le apparenze della natura come quando la libido socialmente istituita si compie in una forma particolare di libido intesa nel senso ordinario di desiderio. In quanto la socializzazione differenziale dispone gli uomini ad amare i giochi di potere e le donne ad amare gli uomini che li giocano, il carisma maschile è, in parte almeno, il fascino del potere, la seduzione che il possesso del potere esercita, in sé, su corpi di cui persino le pulsioni e i desideri sono politicamente socializzati. Il dominio maschile trova uno dei migliori elementi di sostegno nel misconoscimento favorito dall’applicazione al dominante di categorie di pensiero generate nel rapporto stesso di dominio, misconoscimento che può condurre [all’]amore del dominante e del suo dominio, libido dominantis che implica la rinuncia a esercitare in prima persona la libido dominandi“.

Con questo, Bourdieu intende dire che, per le donne, il fatto di sublimare il desiderio di potere nel desiderio di un uomo di potere – un atteggiamento celebrato anche nel detto “Dietro un grande uomo c’è una grande donna”, che però non si chiede perché la grande donna debba stare dietro invece che combattere le sue battaglie in prima persona – è un prodotto di una disposizione alla rinuncia a cui si è socializzate, la disposizione a interiorizzare l’idea che la divisione sessuale del lavoro che lascia la sfera pubblica – e quindi il potere – agli uomini sia giusta e valida. Qui si chiude la seconda parte del libro, nella prossima puntata inizieremo la terza, contenente le riflessioni dell’autore sul tema Fattori di permanenza e fattori di cambiamento.