Consigli di non lettura: “Il sesso del terrore” di Susan Faludi

Negli ultimi anni, la produzione di saggistica femminista è aumentata in modo considerevole, dando origine a una fertile nicchia di mercato dove è possibile trovare ogni genere di opera scritta con una prospettiva femminista, dalla critica letteraria ai libri di poesia (Eve Ensler, Rupi Kaur, Joumana Haddad, per esempio), dalle biografie (Roxane Gay), ai romanzi (Margaret Atwood, Naomi Alderman), passando per i libri per bambine/i per arrivare alle analisi che attingono agli studi di genere, e alle scienze sociali più in generale, per spiegare aspetti specifici dell’oppressione femminile in un sistema sociale patriarcale e androcentrico. Molte di queste opere sono di altissimo livello intellettuale e di grande rigore scientifico, ma è altrettanto vero che in tutti i generi e in tutte le nicchie ci sono anche opere di minore valore e/o rilevanza, e che il tempo per leggere è limitato, specie quando si tratta di saggi.

In questo periodo della mia vita sto leggendo molto per un progetto di ricerca in università di cui vi parlerò quando sarà concluso: vi basti sapere, per ora, che si tratta di un lavoro sugli studi di genere per il quale ho dovuto e devo macinare una grande quantità di libri e articoli accademici per poter costruire, insieme al resto del gruppo di ricerca, un background teorico esteso e approfondito in cui collocare il nostro contributo. Parallelamente ai testi che mi è richiesto di leggere, ho acquistato altri volumi approfittando della sezione outlet di una nota libreria online italiana, in cui periodicamente i titoli sono scontati dal 65% al 70%. Il mio obiettivo era di ampliare la mia formazione personale e trovare spunti utili da collegare al lavoro in corso, in modo da non restringere troppo il focus sull’argomento specifico. Questo significa procedere un po’ “a tentoni”, senza sapere se e come un libro si potrebbe rivelare utile e interessante, un’esperienza che sarà familiare a chiunque abbia dovuto scrivere una tesi o un elaborato che richiede una bibliografia piuttosto consistente: per trovare i testi adatti a fare da fonti, bisogna leggere anche testi che alla fine si rivelano inutili o solo marginalmente utili.

Scrivo quindi per presentare un libro che sconsiglio di leggere a chiunque sia alla ricerca di teoria femminista, o comunque di un buon saggio femminista con cui ampliare le basi teoriche del proprio attivismo o la propria cultura personale. Si tratta di un libro, come spiegherò, estremamente specifico e che, ritengo, può risultare utile e interessante solo per coloro che hanno un interesse di ricerca rivolto allo stesso specifico argomento trattato dall’autrice. Il libro è Il sesso del terrore. Il nuovo maschilismo americano (2007) e l’autrice è Susan Faludi.

Il libro viene presentato come il ‘seguito’ di Backlash, un’opera chiave del femminismo in cui Faludi dimostra l’esistenza di un contrattacco reazionario deliberato, da parte delle forze sociali conservatrici, contro le conquiste della seconda ondata femminista degli anni ’70, a partire dagli anni ’80 e proseguendo verso i ’90. Premetto di non aver effettivamente letto Backlash, ma si tratta come dicevo di un’opera che viene ripresa in molte altre trattazioni relative a femminismo e studi di genere perché contribuisce a spiegare come il processo di emancipazione femminile abbia rallentato, dopo l’insorgenza rapida e travolgente degli anni ’70, e come la conversazione culturale sulle questioni di genere sia cambiata dopo quel decennio. Ne Il sesso del terrore Faludi documenta un altro cambiamento per lei cruciale nella conversazione collettiva americana sulle questioni di genere: quello avvenuto dopo l’11 settembre, in seguito ai tristemente noti attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono. La tesi del libro è che i media americani di ogni orientamento e i politici conservatori abbiano fatto ricorso a schemi di genere tradizionali per trovare un senso agli eventi che hanno sconvolto la coscienza della nazione, costruendo una narrazione in cui le donne erano le vittime e gli uomini gli eroi (sebbene gli uomini fossero sconvolti e traumatizzati dagli attentati tanto quanto le donne, e tutti, inclusi i soccorritori, fossero vittime dello stesso senso di impotenza e terrore di fronte a un evento imprevedibile e inarrestabile). In altre parole, per metabolizzare il trauma gli Stati Uniti, secondo Faludi, non hanno scelto di guardarlo in faccia e accettare la vulnerabilità della nazione, ma si sono rifugiati in un immaginario tradizionale fatto di una virilità stoica, violenta e protettrice (quella dei cowboy contrapposti agli indiani) che per esistere ha bisogno di avere come contraltare una femminilità debole, spaventata, incapace di reagire (quella delle fanciulle rapite).

Il libro è diviso in due sezioni: nella prima, che occupa oltre metà del volume, si descrive dettagliatamente la conversazione collettiva post-11 settembre, mentre nella seconda si rintraccia l’origine degli schemi di genere rinvenibili in quella conversazione nell’epoca delle guerre indiane, combattute nel ‘600 e nel ‘700 dapprima dai coloni inglesi puritani e poi dai cittadini dei neonati Stati Uniti d’America, dopo l’indipendenza. La prima parte è la più ampia e si articola in differenti capitoli, ognuno dei quali documenta uno specifico aspetto di quella conversazione collettiva, attingendo ad articoli di giornale e citazioni di programmi televisivi come fonti principali, ma includendo anche dichiarazioni di politici, stralci dagli interrogatori della commissione d’inchiesta sull’11 settembre, post sull’Internet, ecc. Gli aspetti affrontati dai vari capitoli sono: la narrazione dell’11 settembre come un atto di guerra nei confronti dello stile di vita americano e delle famiglie americane; la celebrazione dei soccorritori e delle forze dell’ordine come veri e propri supereroi; il paragone con i cowboy; la narrazione delle sopravvissute e delle vedove come ‘vestali’ del dolore; la narrazione della nazione come intenta a medicare le proprie ferite con un ritorno al matrimonio, allo stare a casa a curare i figli, al fare figli; la narrazione della virilità del presidente George W. Bush e di quella dello sfidante alle presidenziali del 2004, John Kerry; la storia della soldatessa prigioniera di guerra Jessica Lynch, che nonostante fosse, seppur catturata dal nemico, assistita in un ospedale iracheno nelle migliori condizioni possibili, fu descritta come prigioniera dei fedayn, vittima di torture e stupri e salvata da un’operazione militare eroica. Nella seconda parte del libro, che occupa poco più di un centinaio di pagine a fronte delle oltre 200 della prima, si ricostruisce l’origine del ‘mito’ nell’epoca delle guerre indiane, attingendo a fonti storiche come la narrativa di prigionia (biografie e romanzi scritti soprattutto da donne che, catturate dagli indiani, vissero con loro a volte per decenni prima di essere ‘salvate’ e di ritornare alle comunità bianche) e le successive modificazioni che questi testi subirono man mano che gli ideali puritani tramontavano in favore di una società più combattiva, meno disposta ad accettare le privazioni e i tormenti come prove da sopportare per mostrarsi degni di fronte a Dio. In queste modificazioni, la figura centrale non è più la donna che, fortificata dalla fede, si ricostruisce una vita nelle tribù indiane, ma l’uomo che combatte per salvare moglie e figli dagli indiani, sempre più descritti come selvaggi stupratori demoniaci (in mezzo, ci sono anche i processi alle streghe di Salem del 1692, in cui furono uccise soprattutto donne indipendenti e benestanti, che gestivano patrimoni e proprietà senza dipendere da uomini). Specularmente, le figure femminili in queste narrazioni diventano sempre più donne-bambine, vulnerabili, incapaci di difendersi da sole, innocenti e ingenue, su cui incombe la minaccia dello stupro come suprema umiliazione.

Perché sconsiglio questo libro? In ultima analisi, per le motivazioni esposte a inizio dell’articolo: come attiviste/i, il tempo da dedicare alla nostra formazione è sempre poco, e questo vale anche per chi studia o fa ricerca e quindi può confrontarsi con una grande quantità di letteratura scientifica. Ritengo quindi che dobbiamo scegliere quali sono le opere la cui lettura può essere un arricchimento, una fonte di stimoli per capire meglio noi stessi e la situazione in cui ci troviamo, e quali invece sono le opere che in ultima analisi possono essere ‘sacrificate’ alla mancanza di tempo perché meno rilevanti. Credo che il libro di Faludi rientri in quest’ultima categoria: esso è una ricognizione estremamente rigorosa e approfondita di una specifica conversazione culturale in uno specifico momento della storia americana recente, che tuttavia è già superato (e probabilmente lo era già nel 2007 quando il libro è stato scritto). Ammiro molto il rigore con cui Faludi ha documentato l’oggetto del suo lavoro e la quantità di fonti su cui esso è basato è così ampia che la sua tesi è inconfutabile, sia nel descrivere la reazione della cultura americana all’11 settembre in ottica di genere, sia nel rintracciarne le origini all’epoca delle guerre indiane e dei successivi slittamenti culturali che, dalla seconda metà del ‘600 all’epoca vittoriana, hanno cancellato la forza delle pioniere sorrette dalla fede che hanno costruito l’America insieme agli uomini per sostituirle, nell’immaginario collettivo, con ragazze pudiche e fragili di fronte a cui gli uomini potevano ergersi come protettori e salvatori di fronte alla minaccia di altri uomini, uomini selvaggi e stupratori. Ma il rigore non basta: in ultima analisi, il libro resta racchiuso nei confini della tesi che intende dimostrare e non va oltre nel dare un contributo che possa essere ricordato nella teoria femminista e nella formazione di una femminista, perché è troppo settoriale, troppo specifico.

Sapere che questo è successo può aiutarci a vedere lo stesso meccanismo all’opera in altre narrazioni, questo è vero. Ma ritengo che leggere le 390 pagine di quest’opera sia uno sforzo che la maggior parte di noi si può risparmiare, se non è mossa da un interesse ardente per l’approfondimento di questo specifico meccanismo (buon per voi!) o da un interesse di ricerca relativo specificamente all’11 settembre e/o alle narrazioni coloniali dell’epoca delle guerre indiane. È vero che la vita è troppo breve per leggere brutti libri, ma ci sono casi in cui è altrettanto vero che la vita è troppo breve per leggere libri poco rilevanti nell’ottica dell’attivismo e della formazione femministi. Non per questo ritengo il libro privo di meriti.

Un’ultima nota conclusiva sulla traduzione italiana: il titolo originale dell’opera è The Terror Dream, “Il sogno del terrore”, un riferimento a una citazione di Alan Le May in cui si descrive il terrore primordiale che paralizza un uomo, un’esperienza che lo riporta a un incubo vissuto da bambino e allo stato di completa impotenza, di completa mancanza di controllo, che solo gli incubi più vividi possono dare. Ora, già il fatto di dover spiegare questo riferimento significa che quello originale non è un buon titolo, ma la traduzione italiane è peggio: qual è il sesso del terrore? Sono le donne, perché vengono raccontate come le vittime, le sole a vivere il terrore primordiale di cui parla Le May mentre gli uomini, eroici e risoluti, fanno voto di proteggerle e vendicarle? O sono gli uomini, che reagiscono a quel terrore primordiale rifugiandosi nel mito di una virilità inscalfibile perché anche loro hanno vissuto la paura, il dolore e la vulnerabilità derivanti dagli attacchi terroristici? Non c’è una risposta a questa domanda, perché non era nelle intenzioni dell’autrice porsela. Questa domanda deriva solo da una pessima scelta di traduzione. Il sesso del terrore non è un’espressione che compare nel libro, nemmeno una volta. Se il titolo originale non si poteva tradurre letteralmente perché Alan Le May non è un autore noto in Italia, perché non sceglierne uno completamente diverso ma almeno dotato di senso in riferimento all’argomento del libro?

La traduttrice è senz’altro preparata, ma è chiaro che le manca qualcosa per tradurre l’inglese americano più colloquiale, i modi di dire giornalistici e i giochi di parole presenti nei titoli in alcuni casi sono stati tradotti in modi che mi hanno fatto pensare che una traduzione migliore fosse palese. L’esempio più calzante è a pag. 178, dove Jack-o’-Lantern, il nome inglese della zucca di Halloween incisa per formare un volto e illuminata dall’interno con una candela. Nell’edizione italiana è diventata misteriosamente “Gianni il Lanternino”. Come diavolo si fa a non sapere cos’è un Jack-o’-Lantern? Queste cose sono nelle filastrocche per bambini, si imparano alle elementari quando si studiano i vocaboli relativi alla festa di Halloween! E se proprio, una breve ricerca su Wikipedia toglie qualsiasi dubbio. Ma soprattutto…qualcuno ha mai sentito parlare di Gianni il Lanternino? Scrivetemi nei commenti se sapete chi è.

In conclusione, errori di traduzione e scelte sbagliate a parte, Il sesso del terrore è un testo di saggistica molto rigoroso, molto ben documentato, ben scritto e che contiene informazioni che possono risultare interessanti per chi volesse approfondire gli specifici argomenti di cui tratta il testo, ma che ritengo non arricchisca in modo significativo la formazione generale di una persona interessata alla teoria femminista. In un momento in cui il panorama editoriale relativo ai temi di genere e femministi è sempre più vasto e in cui arrivano in Italia grandi contributi non solo nelle collane scientifiche ma anche rivolti a un pubblico più generalista, per me una cernita si impone: non possiamo leggere tutto, ma dobbiamo ‘specializzarci’ anche nella nostra formazione personale, nel nostro tempo libero. Questo è il motivo per cui faccio le mie raccomandazioni, in positivo o – in questo caso – in negativo.

E ora, cosa farò del libro? Lo donerò alla biblioteca civica del mio paese, in modo da metterlo a disposizione di tutti coloro che possano averne bisogno. Il fatto che sia stato un acquisto ‘sbagliato’ per me non significa che non possa essere utile o interessante per altri, anzi: questo è ciò che mi auguro.

Come agiscono gli stereotipi di genere: agency e communality

Oggi voglio tornare a parlare di gender studies (studi di genere), e di una parte della teoria che è stata elaborata per spiegare i processi di costruzione sociale delle differenze di genere in modo diseguale e gerarchico, che svaluta ciò che è associato alla femminilità al fine di costruire e mantenere un’inferiorità sociale delle donne. Naturalmente, si tratta di un riassunto di un argomento molto vasto e che è stato affrontato da moltissimi angoli, perciò alla fine del post riporterò una bibliografia parziale per chi desidera approfondire.

Gli stereotipi del maschile e del femminile nella cultura occidentale si basano sulla polarizzazione e contrapposizione di due macro-categorie, agency e communality, che racchiudono l’85% dei tratti caratteriali su cui si basa la formazione delle impressioni stereotipate, sia verso individui singoli che verso gruppi. L’associazione fra agency e maschilità, da una parte, e fra communality e femminilità, dall’altra, diventa un’aspettativa normativa nei confronti di uomini e donne che entra in gioco nelle interazioni, e in questo senso struttura due ruoli di genere, il ruolo maschile (masculine role) e il ruolo femminile (feminine role).

Agency e communality sono due diverse modalità di agire nel mondo sociale: la prima fa riferimento alla tensione verso il raggiungimento dei propri obiettivi e richiede un orientamento al compito e il possesso di competenze e potere, mentre la seconda fa riferimento alla capacità di stringere relazioni con gli altri e richiede un orientamento alla persona e il possesso di calore ed espressività (intesa come capacità di comunicare le proprie emozioni e stati d’animo e di leggere quelli degli altri) (Volpato, 2013). Ma agency e communality sono anche dimensioni attraverso le quali noi ‘leggiamo’ le persone che incontriamo e ci formiamo impressioni su di loro, al punto che è possibile ricondurre a queste due macro-categorie l’85% delle impressioni che gli individui elaborano su altre persone e gruppi (Volpato, 2013). Nella cultura occidentale, i tratti agentic sono connotati come maschili e quelli communal come femminili: questa dicotomia deriva dal fatto che “il contenuto degli stereotipi di genere è collegato alla divisione del lavoro e ai ruoli storicamente ricoperti da uomini e donne: si attribuiscono alle donne caratteristiche communal poiché tali attributi sono coerenti con il loro ruolo domestico e di cura, agli uomini caratteristiche agentic poiché tali attributi sono coerenti con il loro ruolo di lavoratori”, per cui “sono la divisione del lavoro e la gerarchia di genere a far associare gli uomini ai tratti agentic e le donne a quelli communal” (Volpato, 2013); in altre parole, “i tratti di personalità associati ai due generi derivano dai diversi ruoli sociali e dal diverso status assegnato a uomini e donne” (Volpato, 2013, corsivo mio).

Nella rappresentazione sociale le donne sono associate a calore affettivo, empatia, cura, dolcezza, gentilezza, comprensione, dono di sé, dunque sono stereotipizzate come meravigliose, ma deboli: lo stereotipo presuppone che esse diano priorità agli altri e abbiano un orientamento verso le componenti relazionali di un ruolo piuttosto che verso le componenti legate allo svolgimento di compiti e al perseguimento di obiettivi. Specularmente, la rappresentazione sociale degli uomini li associa ad attributi quali competenza, strumentalità e potere, che comportano l’essere autocentrati, orientati al compito e impegnati nel raggiungimento dei propri obiettivi, e di conseguenza implicano tratti caratteriali quali competitività, assertività, asprezza: dunque gli uomini sono stereotipizzati come duri ma vincenti e legittimati socialmente a dare la priorità a sé stessi e ai propri obiettivi anche a discapito delle relazioni con le persone che li circondano. Questo significa che le donne pagano un prezzo maggiore nei rapporti con gli altri se danno la priorità a sé stesse rispetto ai bisogni altrui, venendo considerate antipatiche, ostili, prepotenti, altezzose laddove invece gli uomini hanno maggiori margini di libertà e non subiscono giudizi altrettanto aspri a parità di comportamenti.

I tratti communal sono percepiti come positivi, come dotati di valore sociale, ma anche come slegati dalla competenza, e in questo senso non danno una connotazione di prestigio agli individui o alle mansioni che rientrano in questa sfera; essendo inoltre legati al ruolo di cura storicamente attribuito alle donne, essi hanno una più forte dimensione normativa rispetto ai tratti agentic, che invece godono di maggiore prestigio sociale: possedere i tratti communal non è un merito, ma un requisito della femminilità, per le donne, mentre non possederli o respingerli è un demerito, al punto che si parla di femininity-competence double bind (doppio vincolo femminilità/competenza) per riferirsi a quel fenomeno per cui le donne di potere che adottano atteggiamenti meno ‘femminili’ (più agentic) per difendere la propria autorità dalla minaccia dello stereotipo sono giudicate negativamente e, all’inverso, le donne che adottano una presentazione di sé più ‘femminile’ sono giudicate meno competenti e autorevoli (Campus, 2013; Volpato, 2013), mentre gli uomini non subiscono un fenomeno analogo perché maschilità e competenza non sono considerate in antitesi, ma anzi la maschilità è definita dal possesso dell’agency.

La maschilità comporta una maggiore rigidità dei confini di genere rispetto a quelli del genere femminile per due ragioni: da un lato, il fatto che in un contesto culturale androcentrico essa implichi uno status superiore, che deve essere ‘protetto’ e che sarebbe messo in discussione dalla permeabilità dei suoi confini, dall’altro il fatto di essere un obiettivo da perseguire attraverso un processo di distanziamento dal femminile che comincia nell’infanzia e deve essere portato avanti di fronte allo sguardo degli altri per tutta la vita. Come mette in luce il sociologo Michael Kimmel, diventare ragazzi e poi uomini è un percorso costruito per opposizione, che prevede una presa di distanza dalla femminilità, la quale non può essere oggetto di curiosità, di desiderio (si devono desiderare le ragazze, ma non si può desiderare di essere come loro, non si può ammettere di sentire dentro di sé la domanda What it feels like for a girl? – come ci si sente ad essere una ragazza? – di cui cantava Madonna) ma deve essere confinata fuori da sé. La femminilità può essere pensata come un set di caratteristiche di personalità e di marcatori nella presentazione di sé, mentre la maschilità nella nostra società viene costruita solo come una negazione del femminile e quindi non è mai interamente definibile da una serie di elementi da acquisire e che restano consolidati una volta acquisiti: la maschilità va sempre riaffermata ed è sempre in bilico, precaria, perché il giudizio degli altri uomini su cosa è ‘abbastanza maschio’ sposta sempre l’asticella un po’ più in alto.

Nella nostra società ci sono ruoli, come quelli di leadership, che sono rappresentati come caratterizzati da una predominanza della componente di agency su quella di communality, ovvero sono definiti dallo svolgimento di compiti piuttosto che dalla componente relazionale, e sono stereotipizzati come maschili proprio in virtù di questo fatto, confermando la stretta associazione fra maschilità ed agency esistente nella nostra cultura (Volpato, 2013). Ma come avviene tutto quello che abbiamo descritto finora? Come si costruiscono due generi diversi e divisi lungo le linee di agency e communality?

Fin dalla prima infanzia, i bambini e le bambine imparano che sapere di essere maschi o femmine e sapere che cosa è appropriato per un maschio o per una femmina (colori, giocattoli, accessori, atteggiamenti) è uno step necessario per essere ammessi nei gruppi di pari dei coetanei. Questo perché quella per sesso è la prima categorizzazione delle persone che un bambino o bambina acquisisce nel corso del suo sviluppo cognitivo e sociale (Cahill, 1986) e dimostrare di aver compiuto questo passo di fronte agli altri bambini, di saper dire se si è un maschio o una femmina e se gli altri sono maschi o femmine, è una fonte di prestigio, una competenza sociale che distingue i ‘bambini grandi’ dai ‘piccoli’. Essere ‘un bambino piccolo’ è infatti un’etichetta svilente e dispregiativa fra i bambini, mentre essere considerato ‘un bambino grande’ è motivo di orgoglio e consente di assumere un ruolo di leadership nelle attività di gioco di gruppo. Spencer Cahill descrive l’acquisizione di un’identità di genere e della capacità di classificare persone, oggetti e comportamenti in base al genere (cose da femmine, cose da maschi) come una tappa nella transizione da infante (baby) a bambino/a (boy/girl), notando che nella nostra società non è data la possibilità di una transizione ‘neutra’ da baby a child o kid (due termini per indicare i bambini che in inglese non implicano un genere e possono riferirsi a bambini e bambine indifferentemente). Nel momento in cui si smette di essere un baby, si diventa automaticamente genderizzati come boy o come girl.

Di fatto, in una società che ancora coltiva aspettative differenziate nei confronti di bambine e bambini e in cui è in atto un processo di ri-genderizzazione – cioè di rafforzamento di una socializzazione volta a mantenere in essere un ordine sociale di genere diseguale, come parte di un processo più vasto di reazione contro i cambiamenti che ci stanno avvicinando alla parità di genere e alla messa in discussione della naturalità della costruzione dei generi come due, intrinsecamente diversi e necessariamente complementari (Abbatecola e Stagi, 2017) – abbiamo bisogno di rendere permeabili i confini fra ciò che è connotato come riservato a un genere e ciò che è connotato come appartenente solo all’altro, affinché sia bambini che bambine possano avere accesso al ‘meglio di entrambi i mondi’ e coltivare così sia i lati agentic che quelli communal, realizzando personalità equilibrate e avendo accesso a un ventaglio di opportunità più ampio. In questo senso, il fatto che le identità femminili, nelle nuove generazioni di giovani adulte (18-30 anni) stiano abbracciando un modello di femminilità più forte, in cui gli attributi tradizionali di dolcezza, remissività, dono di sé agli altri, insicurezza, timidezza e graziosità stanno lasciando spazio o coesistendo con maggiore assertività, sicurezza in sé stesse, fierezza, è un segnale positivo. L’avvicinamento dei bambini alla sfera della communality e delle bambine alla sfera dell’agency, tuttavia, non è destinato ad avvenire in modo simmetrico, perché la maschilità ha un valore più strettamente normativo della femminilità, in quanto il modo in cui essa è costruita deriva dalla necessità di mantenere uno status diseguale fra uomini e donne nella società. Dobbiamo quindi chiederci come favorire, soprattutto attraverso l’adolescenza, lo sviluppo di maschilità che accolgano gli aspetti di attenzione verso gli altri, verso i loro bisogni, nelle relazioni interpersonali. Questo non significa rinunciare agli aspetti positivi che la maschilità incarna, ma affiancarli a nuovi elementi che possano arricchirla della dimensione communal. 

Fonti:

  • Abbatecola, Emanuela, e Stagi, Luisa (2017). Pink is the new black. Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia, Rosenberg&Sellier, Torino;
  • Cahill, Spencer (1986). Language practices and self definition: the case of gender identity acquisition. The Sociological Quarterly 27(3), 295-311;
  • Campus, Donatella (2013). Women political leaders and the media, Palgrave MacMillan, Houndmills, Basingstoke;
  • Kimmel, Michael S. (2002). Maschilità e omofobia. Paura, vergogna e silenzio nella costruzione dell’identità di genere, in Leccardi, Carmen (a cura di) (2002) Tra i generi. Rileggendo le differenze di genere, di generazione, di orientamento sessuale, Guerini, Milano.
  • Volpato, Chiara (2013). Psicosociologia del maschilismo, Laterza, Roma-Bari, 2013.