Consigli di lettura: Disinformazione scientifica e democrazia, di Mauro Dorato

Studiare scienze sociali e fare ricerca sociale significa confrontarsi in modo più o meno diretto con l’opinione di senso comune secondo cui le scienze sociali non sono ‘davvero’ scienza. Si tratta di un’opinione sbagliata: il metodo scientifico appartiene alle nostre discipline tanto quanto alle scienze naturali, nei suoi fondamenti di verifica delle ipotesi attraverso la raccolta e l’analisi dei dati, di produzione di ricerche che vengono sottoposte al vaglio della comunità scientifica che ne discute il valore e la validità, e di costruzione di teorie intese come fili che collegano in modo robusto i nodi dati da vari pezzi di evidenza empirica per formare un quadro che offra una comprensione d’insieme di specifici fenomeni sociali. Proprio perché sappiamo di lavorare in un ambito in cui l’applicazione del metodo scientifico richiede agli scienziati una maggiore cautela e un maggiore rigore, il mio corso di laurea triennale (ad esempio) prevede due esami di metodologia delle scienze sociali al primo anno, uno di filosofia della scienza al secondo e, sempre al secondo, uno specificamente dedicato alle tecniche quantitative di analisi dei dati che affianca matematica (primo anno) e statistica (secondo anno). Tutte le prospettive teoriche dei diversi campi interni alla sociologia sono presentate come acquisizioni consolidate dall’evidenza empirica, seppure aperte a un processo di ridefinizione e reinterpretazione man mano che la società si trasforma, un problema che chi si occupa di scienze naturali non deve affrontare: per noi, il carattere cumulativo della conoscenza scientifica non è un dato acquisito, ma è un processo che implica un costante ‘guardarsi indietro’ per capire cosa è rimasto valido nelle trasformazioni della società contemporanea, cosa invece riflette un’epoca che appare tramontata e cosa – accade – era il frutto di teorie ancora immature, per mancanza di dati o per mancanza di considerazione verso fenomeni che all’epoca della loro costruzione apparivano minori ma hanno acquisito sempre maggiore spazio sociale nel tempo.

Un esempio è l’infanzia: il modo in cui la società pensa l’infanzia e progetta i vincoli all’interno del quale i bambini vivono la loro infanzia sulla base delle rappresentazioni provenienti da numerosi ambiti del sapere è un oggetto di studio estremamente recente, nato nella seconda metà degli anni ’90 nei Paesi nordici e anglosassoni e arrivato in Italia solo dopo il 2000, su cui ancora lavorano pochissime persone. Prima di questa ‘svolta’, l’infanzia era ‘sociologicamente invisibile’: non veniva considerata un oggetto di studio di per sé, e i bambini non erano visti come attori sociali, ma solo come oggetti passivi dei processi di socializzazione. Tutt’ora, esistono pochissimi studi sul modo in cui i bambini costruiscono significati, interpretano il mondo intorno a loro, si relazionano con le strutture e i sistemi che il mondo adulto costruisce attorno a loro, elaborano le proprie soggettività crescendo e assorbendo/rielaborando informazioni dal contesto che li circonda.

Questo ‘guardarsi indietro’ nella costruzione di conoscenza scientifica a partire dalla conoscenza esistente non significa scartare del tutto ciò che non risulta più applicabile: i sociologi sono grandi ‘riciclatori’ di concetti e idee che trovano nuove applicazioni in quadri concettuali e teorici diversi da quelli in cui sono nati, e sono pochi i casi in cui una teoria viene scartata del tutto. Anche in questi casi, tuttavia, ciò non significa che essa subisca una damnatio memoriae: di solito, viene comunque illustrata spiegandone le debolezze critiche che hanno portato al suo abbandono e utilizzata come esempio di questo processo che caratterizza le scienze sociali. L’esempio più famoso è il funzionalismo di Talcott Parsons, una formulazione teorica che ha dominato la sociologia americana negli anni ’50 e ’60, divenendo il paradigma più forte di lettura dei fenomeni sociali, per poi venire abbandonato quando l’emersione di nuovi fenomeni sociali non previsti dalla teoria (le battaglie femministe e quelle per i diritti civili dei neri, le proteste contro la guerra in Vietnam e in generale lo sviluppo di una controcultura giovanile alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70) e di obiezioni critiche hanno mostrato l’inadeguatezza di questa teoria sia sul piano dell’efficacia per comprendere la società sia sul piano del rigore scientifico.

Tutta questa immensa premessa è un modo, da parte mia, di ‘giustificare’ il perché mi ritengo saldamente una difensora del metodo scientifico, dell’oggettività della conoscenza scientifica e del valore della scienza per la società, nonostante il mio statuto di scienziata sociale mi faccia sentire talvolta ‘un gradino più in basso’ rispetto a chi si occupa di medicina o scienze dure, anche perché una parte della conversazione sulla difesa della scienza non ingloba le scienze sociali e le questioni di disinformazione che riguardano i nostri ambiti non trovano a combatterle lo stesso fronte combattivo e compatto che trovano altre questioni come la disinformazione sui vaccini, quella sul riscaldamento globale, quella sull’omeopatia, quella sull’auto elettrica, quella sulla sperimentazione animale, quella sull’energia nucleare, ecc. Ci sono molte questioni dove esiste disinformazione che contrasta in modo netto con il corpus di conoscenza consolidato delle scienze sociali, e si tratta di questioni che hanno ricadute sociali significative: ne citerò due, ripromettendomi di parlarne in altri ambiti, ovvero la PAS e l’ideologia gender. Il punto è un altro: la difesa del valore della scienza nella società richiede di ascoltare la voce della scienza in tutti gli ambiti, riconoscendo a tutti i campi pari dignità.

Proprio il mio ambito di studi mi ha fornito gli strumenti per capire come funzionano il metodo scientifico e il consenso della comunità scientifica, e quindi per poter riconoscere la disinformazione anche in ambiti che non mi competono, nutrendo la mia curiosità verso il contrasto alle bufale, che poi mi ha portata a trovare punti di riferimento in divulgatori scientifici ed esperti come Dario Bressanini, Beatrice Mautino, Salvo di Grazia, Roberto Burioni e Paolo Attivissimo. Mi piacerebbe, un giorno, unire alla mia attività di ricerca sociale anche quella di divulgazione scientifica, e ho continuato a interrogarmi sui motivi che stanno alla base della mancanza di informazione su come funziona la scienza nella conoscenza del ‘cittadino medio’, sulle strategie con cui la divulgazione scientifica può essere più efficace, sulle ragioni che nutrono il sospetto nei confronti degli esperti e, quindi, spingono alla ricerca di fonti di informazione ‘alternative’. Non credo che nello scenario attuale si possa fare scienza, in qualunque ambito, senza preoccuparsi della percezione pubblica della scienza e senza sentirsi chiamati a fare la propria parte affinché la società comprenda il valore di politiche basate sull’evidenza scientifica e del prendere in considerazione la complessità dei problemi quando si tratta di elaborare soluzioni.

Uno dei libri che ho incontrato su questo argomento e che ho trovato illuminante è quello che voglio consigliare oggi, Disinformazione scientifica e democrazia. La competenza dell’esperto e l’autonomia del cittadino, di Mauro Dorato (2019). Il libro mi è stato consigliato dal professore di Analisi quantitativa dei fenomeni sociali, che ho incontrato per caso mentre facevo un giro in libreria, e sono felice di essermi buttata ad acquistarlo sul momento. È uno di quei libri così belli e intensi che è difficile da condensare in un riassunto o in una raccomandazione: oltre ad essere ricco e puntuale nel contenuto, è scritto con una prosa cristallina, in cui ogni asserzione è così precisa e così essenziale, priva del superfluo, da essere una piccola opera d’arte. Purtroppo, l’esatto opposto del modo in cui scrivo io. L’autore è un filosofo della scienza che ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali, e l’oggetto di cui tratta il libro è affrontato con la forza e il rigore di chi lavora con la logica, per cui procede attraverso una serie di dimostrazioni nella forma di premesse → argomentazioni → conclusioni, mentre le confutazioni delle tesi avversate prendono spesso la forma di dimostrazioni per assurdo. Se amate la logica come strumento di pensiero, questo libro sarà delizioso. Se invece, come me, siete meno abituati a questo stile di argomentazione ma ne apprezzate la pulizia mentale e la bellezza, sarà una lettura interessante.

Il volume si propone di dimostrare la validità di due tesi collegate: quella per cui il buon funzionamento di una democrazia richiede come condizione necessaria l’alfabetizzazione scientifica dei cittadini, nella misura maggiore possibile, e quella secondo cui la specializzazione delle conoscenze scientifiche e l’accessibilità di infinita informazione non sempre valida attorno a cui si mobilitano rapidamente gruppi tramite Internet fanno sì che la democrazia rappresentativa sia una forma di governo migliore della democrazia diretta se l’obiettivo è quello di mediare fra interessi e valori di diversi gruppi puntano all’interesse generale. L’autore sviluppa le argomentazioni a sostegno di queste tesi dapprima illustrando “come funziona” la scienza: il concetto di inferenza, il carattere fallibile della scienza, la controllabilità sociale della conoscenza scientifica attraverso il consenso della comunità scientifica, per poi illustrare “come funziona” la democrazia: il fatto che il libero accesso alla conoscenza, inteso come possibilità di sviluppare le proprie capacità e la propria razionalità, sia una premessa per realizzare l’uguaglianza dei cittadini e che quest’ultima richieda un funzionamento meritocratico della società, e che la competizione per le risorse necessarie all’avanzamento della conoscenza non degeneri in una “guerra tra poveri” per finanziamenti insufficienti; la separazione dei poteri come forma di controllo incrociato necessaria alla democrazia, l’idea che il governo democratico richiede un consenso oggettivo sulle basi delle decisioni laddove possibile, il che significa che i cittadini devono essere istruiti e informati, affinché possano riconoscere l’evidenza che deve guidare una decisione razionale se essa esiste, oppure se l’evidenza è insufficiente, affinché essi possano sviluppare un dibattito basato su punti di vista critici e consapevoli per colmare la mancanza di evidenza. A partire da queste argomentazioni, l’autore mostra che la comunità democratica e quella scientifica dovrebbero condividere logiche di funzionamento comuni affinché la prima funzioni nel modo migliore possibile.

A questo punto, l’autore mette in luce due possibili derive e debolezze dei sistemi democratici: la democrazia diretta, che rischia di diventare un sistema plebiscitario in cui ai cittadini non è permesso partecipare all’elaborazione delle decisioni ma solo approvare o respingere ciò che viene loro proposto, e la tecnocrazia, che rappresenta l’altra faccia dello stesso problema. Partendo dal carattere sociale della conoscenza, che significa che ognuno di noi non ha la possibilità di verificare personalmente la validità di tutta una serie di teorie su cui sono basati i sistemi che usiamo quotidianamente, eppure esiste uno ‘strato’ di fiducia implicita basato sul fatto che si tratta di un sapere consolidato e diffuso, l’autore mostra come la fiducia negli esperti sia una scelta razionale. D’altronde, non pretendiamo di verificare la tenuta strutturale di ogni ponte o viadotto ogni volta che dobbiamo attraversarlo, no? La fiducia negli esperti, argomenta l’autore, non mina l’autonomia del cittadino nel fare le sue scelte, ma la incorpora, se riconosciamo che le opinioni degli esperti sono fondate sulla loro conoscenza e non, come spesso si sente dire in modo ‘gentista’ e complottista, sugli interessi economici dei loro committenti o di oscuri ‘poteri forti’. L’autore osserva inoltre che è una tipica – ed efficace – strategia di disinformazione quella di suggerire che fra gli esperti non esista un consenso, sfruttando il fatto che il cittadino ignaro, partendo dal presupposto che entrambi i gruppi di esperti siano parimenti credibili, sceglierà quello che appare più convincente, e quindi quello più bravo a costruire una narrazione efficace. Riporto una citazione: “la possibilità di fornire al cittadino strumenti attendibili che gli permettano di valutare la correttezza di tesi contrapposte che non posseggono affatto lo stesso grado di scientificità è una condizione indispensabile per la sopravvivenza di qualunque tipo di democrazia. È solo se sappiamo come scegliere l’esperto ‘giusto’ che possiamo conciliare il valore dell’autonomia delle nostre decisioni […] con il principio di competenza […]”.

Da questo discende che è necessario fornire ai cittadini gli strumenti per capire come opera la disinformazione scientifica e quindi come vengono amplificati alcuni presunti ‘punti deboli’ della scienza per negarne la validità. Dorato ne illustra quattro: la distorsione del rapporto fra teoria e fatti, il rischio induttivo, la frode scientifica e il relativismo, secondo cui ogni forma di conoscenza è situata nel suo contesto sociale, culturale e storico, e quindi non esiste un’oggettività delle conoscenze scientifiche. Illustra inoltre alcune strategie della disinformazione: quella già citata di suggerire che esistano due fazioni in disaccordo (e che quindi l’evidenza empirica non consente di dirimere una questione, ma tutto si riduce a due punti di vista di eguale valore) che può assumere la forma di seminare dubbio sulla validità di un corpus di evidenza consolidato (ad esempio, quella riguardante il nesso fumo → cancro, che è un nesso probabilistico e non deterministico, o quella riguardante il fatto che il riscaldamento globale è causato dall’attività umana a livelli e rapidità che non hanno precedenti nella storia geologica della Terra) oppure di ‘venditori di fumo’, ciarlatani che imitano il linguaggio della scienza per portare avanti le loro idee (Davide Vannoni di Stamina è l’esempio più ovvio), oppure di dibattiti televisivi fra un esperto e una persona a caso che sostiene senza competenze la tesi opposta (ad esempio, il noto dibattito Roberto Burioni, virologo, VS Red Ronnie, DJ, ed Eleonora Brigliadori, showgirl, sui vaccini). Dorato ribadisce: “le ipotesi degli scienziati possono essere valutate solo da loro pari e non da incompetenti. Le ipotesi scientifiche hanno a che fare con l’evidenza che le supporta in modo logico e non sono equivalenti a opinioni”.

Dorato ci mostra quindi una serie di dati relativi all’analfabetismo di ritorno, alla bassa percentuale di giovani laureati nel nostro Paese e in generale ai bassi livelli di fruizione di informazione e cultura (che, fra l’altro, alimentano le disuguaglianze sociali) per argomentare la necessità dell’alfabetizzazione scientifica, illustra il teorema della giuria di Condorcet per mostrare la necessità di elevati livelli di conoscenza diffusa per riuscire a pervenire a decisioni corrette. L’autore illustra, infine, delle strategie accessibili a tutti per farsi un’idea della competenza di un presunto esperto attraverso il riconoscimento che riceve o meno dalla comunità scientifica internazionale usando Internet.

L’ultimo capitolo è dedicato ad argomentare in favore dello studio della storia della scienza e della filosofia della scienza nelle scuole superiori, in modo da mostrare il carattere di processo della costruzione della conoscenza scientifica e come questo processo sia sorretto da tutta una serie di controlli, dibattiti, confutazioni di teorie precedenti che hanno reso la scienza come la conosciamo la forma più affidabile e valida di conoscenza che l’umanità abbia mai prodotto e possa mai produrre. Questo nutrirebbe anche il pensiero razionale e critico, perché si tratta di discipline ‘meta’ rispetto ai singoli ambiti in cui la scienza lavora, che mostrano il come essa procede nei suoi aspetti di metodo e di costruzione di conoscenza cumulativa al di là del cosa essa studi. E renderebbe evidente anche ai “non addetti ai lavori” alcune cose che io ho dovuto imparare non in un insegnamento specifico, ma distillandole dal mio percorso, come: “Il fatto […] che anche le teorie più innovative debbano tener conto di ciò che si è già scoperto e non lo neghino mai nella sua interezza costituisce un argomento importante contro la tesi secondo cui la verità scientifica cambia radicalmente da un momento storico a un altro e non ci sia un punto di vista corretto sui fatti sui quali siamo chiamati a decidere”, che è quello che affermavo all’inizio del post sul fatto che la costruzione cumulativa della conoscenza non parte da zero a ogni svolta, ma implica il ricollegarsi alle teorie precedenti per capire cosa si può correggere, cosa si può rielaborare, cosa si deve scartare e cosa invece può illuminare altri ambiti, trovando in essi nuove applicazioni. È a questo argomento che l’autore dedica ampio spazio in questo capitolo, per confutare l’idea che se “la scienza di oggi” è diversa dalla “scienza di ieri”, allora non si può dire che essa abbia una pretesa di verità o validità, perché la “scienza di domani” potrebbe metterla in discussione interamente. Ma non è così che funziona, e tutti dovremmo avere le conoscenze che riguardano questi fatti.

L’autore prosegue argomentando la necessità di abituarci a ragionare usando le probabilità come abilità cruciale per la formazione di una mentalità razionale e scientifica, in particolare usando in modo intuitivo la probabilità bayesiana per riflettere su rischi, opportunità e forza che siamo disposti a riconoscere a un’affermazione. Allo stesso modo, dobbiamo avere le basi per ragionare sul concetto di causa e non pensare che una causa sia solo un deterministico azione → conseguenza: soprattutto quando si tratta di fenomeni complessi, i nessi causali sono nessi probabilistici calcolati su grandi numeri, e gli effetti causali si esprimono in termini di “variazione della probabilità di Y laddove X è presente” (Y|X); per riflettere sul concetto di coerenza delle affermazioni con la conoscenza consolidata (“E quando queste affermazioni sono straordinarie tanto da essere rivoluzionarie nelle implicazioni che hanno rispetto alle attuali leggi scientifiche generali e verificate, dobbiamo richiedere prove straordinarie”, Marcello Truzzi. Questa affermazione è spesso abbreviata in “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie“, ma il punto è lo stesso).

In conclusione, raccomando questo libro a chiunque voglia riflettere sul ruolo della scienza nella società democratica e voglia approfondire delle riflessioni sul metodo scientifico, sul carattere sociale della conoscenza scientifica, sulle basi logiche e filosofiche del principio di competenza. Non è un libro ‘di livello base’, un’introduzione a questi argomenti, ma in 160 pagine sviluppa i suoi argomenti con profondità, rigore e forza, guidando il lettore in un’esposizione che io trovo meravigliosamente efficace e ben scritta. Raccomanderei questo libro nei corsi di filosofia della scienza (io ho frequentato Filosofia delle scienze sociali, specificamente, ma credo che sia applicabile anche a corsi analoghi nelle facoltà di scienze dure), agli aspiranti divulgatori scientifici e a tutti coloro che vogliono essere difensori del valore sociale della scienza. Conoscere le basi filosofiche e logiche delle proprie idee e dei propri valori è un grande sostegno per essere in grado di comunicarli in modo più efficace e non scivolare nell’illusione che essi siano autoevidenti.