Consigli di lettura: Disinformazione scientifica e democrazia, di Mauro Dorato

Studiare scienze sociali e fare ricerca sociale significa confrontarsi in modo più o meno diretto con l’opinione di senso comune secondo cui le scienze sociali non sono ‘davvero’ scienza. Si tratta di un’opinione sbagliata: il metodo scientifico appartiene alle nostre discipline tanto quanto alle scienze naturali, nei suoi fondamenti di verifica delle ipotesi attraverso la raccolta e l’analisi dei dati, di produzione di ricerche che vengono sottoposte al vaglio della comunità scientifica che ne discute il valore e la validità, e di costruzione di teorie intese come fili che collegano in modo robusto i nodi dati da vari pezzi di evidenza empirica per formare un quadro che offra una comprensione d’insieme di specifici fenomeni sociali. Proprio perché sappiamo di lavorare in un ambito in cui l’applicazione del metodo scientifico richiede agli scienziati una maggiore cautela e un maggiore rigore, il mio corso di laurea triennale (ad esempio) prevede due esami di metodologia delle scienze sociali al primo anno, uno di filosofia della scienza al secondo e, sempre al secondo, uno specificamente dedicato alle tecniche quantitative di analisi dei dati che affianca matematica (primo anno) e statistica (secondo anno). Tutte le prospettive teoriche dei diversi campi interni alla sociologia sono presentate come acquisizioni consolidate dall’evidenza empirica, seppure aperte a un processo di ridefinizione e reinterpretazione man mano che la società si trasforma, un problema che chi si occupa di scienze naturali non deve affrontare: per noi, il carattere cumulativo della conoscenza scientifica non è un dato acquisito, ma è un processo che implica un costante ‘guardarsi indietro’ per capire cosa è rimasto valido nelle trasformazioni della società contemporanea, cosa invece riflette un’epoca che appare tramontata e cosa – accade – era il frutto di teorie ancora immature, per mancanza di dati o per mancanza di considerazione verso fenomeni che all’epoca della loro costruzione apparivano minori ma hanno acquisito sempre maggiore spazio sociale nel tempo.

Un esempio è l’infanzia: il modo in cui la società pensa l’infanzia e progetta i vincoli all’interno del quale i bambini vivono la loro infanzia sulla base delle rappresentazioni provenienti da numerosi ambiti del sapere è un oggetto di studio estremamente recente, nato nella seconda metà degli anni ’90 nei Paesi nordici e anglosassoni e arrivato in Italia solo dopo il 2000, su cui ancora lavorano pochissime persone. Prima di questa ‘svolta’, l’infanzia era ‘sociologicamente invisibile’: non veniva considerata un oggetto di studio di per sé, e i bambini non erano visti come attori sociali, ma solo come oggetti passivi dei processi di socializzazione. Tutt’ora, esistono pochissimi studi sul modo in cui i bambini costruiscono significati, interpretano il mondo intorno a loro, si relazionano con le strutture e i sistemi che il mondo adulto costruisce attorno a loro, elaborano le proprie soggettività crescendo e assorbendo/rielaborando informazioni dal contesto che li circonda.

Questo ‘guardarsi indietro’ nella costruzione di conoscenza scientifica a partire dalla conoscenza esistente non significa scartare del tutto ciò che non risulta più applicabile: i sociologi sono grandi ‘riciclatori’ di concetti e idee che trovano nuove applicazioni in quadri concettuali e teorici diversi da quelli in cui sono nati, e sono pochi i casi in cui una teoria viene scartata del tutto. Anche in questi casi, tuttavia, ciò non significa che essa subisca una damnatio memoriae: di solito, viene comunque illustrata spiegandone le debolezze critiche che hanno portato al suo abbandono e utilizzata come esempio di questo processo che caratterizza le scienze sociali. L’esempio più famoso è il funzionalismo di Talcott Parsons, una formulazione teorica che ha dominato la sociologia americana negli anni ’50 e ’60, divenendo il paradigma più forte di lettura dei fenomeni sociali, per poi venire abbandonato quando l’emersione di nuovi fenomeni sociali non previsti dalla teoria (le battaglie femministe e quelle per i diritti civili dei neri, le proteste contro la guerra in Vietnam e in generale lo sviluppo di una controcultura giovanile alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70) e di obiezioni critiche hanno mostrato l’inadeguatezza di questa teoria sia sul piano dell’efficacia per comprendere la società sia sul piano del rigore scientifico.

Tutta questa immensa premessa è un modo, da parte mia, di ‘giustificare’ il perché mi ritengo saldamente una difensora del metodo scientifico, dell’oggettività della conoscenza scientifica e del valore della scienza per la società, nonostante il mio statuto di scienziata sociale mi faccia sentire talvolta ‘un gradino più in basso’ rispetto a chi si occupa di medicina o scienze dure, anche perché una parte della conversazione sulla difesa della scienza non ingloba le scienze sociali e le questioni di disinformazione che riguardano i nostri ambiti non trovano a combatterle lo stesso fronte combattivo e compatto che trovano altre questioni come la disinformazione sui vaccini, quella sul riscaldamento globale, quella sull’omeopatia, quella sull’auto elettrica, quella sulla sperimentazione animale, quella sull’energia nucleare, ecc. Ci sono molte questioni dove esiste disinformazione che contrasta in modo netto con il corpus di conoscenza consolidato delle scienze sociali, e si tratta di questioni che hanno ricadute sociali significative: ne citerò due, ripromettendomi di parlarne in altri ambiti, ovvero la PAS e l’ideologia gender. Il punto è un altro: la difesa del valore della scienza nella società richiede di ascoltare la voce della scienza in tutti gli ambiti, riconoscendo a tutti i campi pari dignità.

Proprio il mio ambito di studi mi ha fornito gli strumenti per capire come funzionano il metodo scientifico e il consenso della comunità scientifica, e quindi per poter riconoscere la disinformazione anche in ambiti che non mi competono, nutrendo la mia curiosità verso il contrasto alle bufale, che poi mi ha portata a trovare punti di riferimento in divulgatori scientifici ed esperti come Dario Bressanini, Beatrice Mautino, Salvo di Grazia, Roberto Burioni e Paolo Attivissimo. Mi piacerebbe, un giorno, unire alla mia attività di ricerca sociale anche quella di divulgazione scientifica, e ho continuato a interrogarmi sui motivi che stanno alla base della mancanza di informazione su come funziona la scienza nella conoscenza del ‘cittadino medio’, sulle strategie con cui la divulgazione scientifica può essere più efficace, sulle ragioni che nutrono il sospetto nei confronti degli esperti e, quindi, spingono alla ricerca di fonti di informazione ‘alternative’. Non credo che nello scenario attuale si possa fare scienza, in qualunque ambito, senza preoccuparsi della percezione pubblica della scienza e senza sentirsi chiamati a fare la propria parte affinché la società comprenda il valore di politiche basate sull’evidenza scientifica e del prendere in considerazione la complessità dei problemi quando si tratta di elaborare soluzioni.

Uno dei libri che ho incontrato su questo argomento e che ho trovato illuminante è quello che voglio consigliare oggi, Disinformazione scientifica e democrazia. La competenza dell’esperto e l’autonomia del cittadino, di Mauro Dorato (2019). Il libro mi è stato consigliato dal professore di Analisi quantitativa dei fenomeni sociali, che ho incontrato per caso mentre facevo un giro in libreria, e sono felice di essermi buttata ad acquistarlo sul momento. È uno di quei libri così belli e intensi che è difficile da condensare in un riassunto o in una raccomandazione: oltre ad essere ricco e puntuale nel contenuto, è scritto con una prosa cristallina, in cui ogni asserzione è così precisa e così essenziale, priva del superfluo, da essere una piccola opera d’arte. Purtroppo, l’esatto opposto del modo in cui scrivo io. L’autore è un filosofo della scienza che ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali, e l’oggetto di cui tratta il libro è affrontato con la forza e il rigore di chi lavora con la logica, per cui procede attraverso una serie di dimostrazioni nella forma di premesse → argomentazioni → conclusioni, mentre le confutazioni delle tesi avversate prendono spesso la forma di dimostrazioni per assurdo. Se amate la logica come strumento di pensiero, questo libro sarà delizioso. Se invece, come me, siete meno abituati a questo stile di argomentazione ma ne apprezzate la pulizia mentale e la bellezza, sarà una lettura interessante.

Il volume si propone di dimostrare la validità di due tesi collegate: quella per cui il buon funzionamento di una democrazia richiede come condizione necessaria l’alfabetizzazione scientifica dei cittadini, nella misura maggiore possibile, e quella secondo cui la specializzazione delle conoscenze scientifiche e l’accessibilità di infinita informazione non sempre valida attorno a cui si mobilitano rapidamente gruppi tramite Internet fanno sì che la democrazia rappresentativa sia una forma di governo migliore della democrazia diretta se l’obiettivo è quello di mediare fra interessi e valori di diversi gruppi puntano all’interesse generale. L’autore sviluppa le argomentazioni a sostegno di queste tesi dapprima illustrando “come funziona” la scienza: il concetto di inferenza, il carattere fallibile della scienza, la controllabilità sociale della conoscenza scientifica attraverso il consenso della comunità scientifica, per poi illustrare “come funziona” la democrazia: il fatto che il libero accesso alla conoscenza, inteso come possibilità di sviluppare le proprie capacità e la propria razionalità, sia una premessa per realizzare l’uguaglianza dei cittadini e che quest’ultima richieda un funzionamento meritocratico della società, e che la competizione per le risorse necessarie all’avanzamento della conoscenza non degeneri in una “guerra tra poveri” per finanziamenti insufficienti; la separazione dei poteri come forma di controllo incrociato necessaria alla democrazia, l’idea che il governo democratico richiede un consenso oggettivo sulle basi delle decisioni laddove possibile, il che significa che i cittadini devono essere istruiti e informati, affinché possano riconoscere l’evidenza che deve guidare una decisione razionale se essa esiste, oppure se l’evidenza è insufficiente, affinché essi possano sviluppare un dibattito basato su punti di vista critici e consapevoli per colmare la mancanza di evidenza. A partire da queste argomentazioni, l’autore mostra che la comunità democratica e quella scientifica dovrebbero condividere logiche di funzionamento comuni affinché la prima funzioni nel modo migliore possibile.

A questo punto, l’autore mette in luce due possibili derive e debolezze dei sistemi democratici: la democrazia diretta, che rischia di diventare un sistema plebiscitario in cui ai cittadini non è permesso partecipare all’elaborazione delle decisioni ma solo approvare o respingere ciò che viene loro proposto, e la tecnocrazia, che rappresenta l’altra faccia dello stesso problema. Partendo dal carattere sociale della conoscenza, che significa che ognuno di noi non ha la possibilità di verificare personalmente la validità di tutta una serie di teorie su cui sono basati i sistemi che usiamo quotidianamente, eppure esiste uno ‘strato’ di fiducia implicita basato sul fatto che si tratta di un sapere consolidato e diffuso, l’autore mostra come la fiducia negli esperti sia una scelta razionale. D’altronde, non pretendiamo di verificare la tenuta strutturale di ogni ponte o viadotto ogni volta che dobbiamo attraversarlo, no? La fiducia negli esperti, argomenta l’autore, non mina l’autonomia del cittadino nel fare le sue scelte, ma la incorpora, se riconosciamo che le opinioni degli esperti sono fondate sulla loro conoscenza e non, come spesso si sente dire in modo ‘gentista’ e complottista, sugli interessi economici dei loro committenti o di oscuri ‘poteri forti’. L’autore osserva inoltre che è una tipica – ed efficace – strategia di disinformazione quella di suggerire che fra gli esperti non esista un consenso, sfruttando il fatto che il cittadino ignaro, partendo dal presupposto che entrambi i gruppi di esperti siano parimenti credibili, sceglierà quello che appare più convincente, e quindi quello più bravo a costruire una narrazione efficace. Riporto una citazione: “la possibilità di fornire al cittadino strumenti attendibili che gli permettano di valutare la correttezza di tesi contrapposte che non posseggono affatto lo stesso grado di scientificità è una condizione indispensabile per la sopravvivenza di qualunque tipo di democrazia. È solo se sappiamo come scegliere l’esperto ‘giusto’ che possiamo conciliare il valore dell’autonomia delle nostre decisioni […] con il principio di competenza […]”.

Da questo discende che è necessario fornire ai cittadini gli strumenti per capire come opera la disinformazione scientifica e quindi come vengono amplificati alcuni presunti ‘punti deboli’ della scienza per negarne la validità. Dorato ne illustra quattro: la distorsione del rapporto fra teoria e fatti, il rischio induttivo, la frode scientifica e il relativismo, secondo cui ogni forma di conoscenza è situata nel suo contesto sociale, culturale e storico, e quindi non esiste un’oggettività delle conoscenze scientifiche. Illustra inoltre alcune strategie della disinformazione: quella già citata di suggerire che esistano due fazioni in disaccordo (e che quindi l’evidenza empirica non consente di dirimere una questione, ma tutto si riduce a due punti di vista di eguale valore) che può assumere la forma di seminare dubbio sulla validità di un corpus di evidenza consolidato (ad esempio, quella riguardante il nesso fumo → cancro, che è un nesso probabilistico e non deterministico, o quella riguardante il fatto che il riscaldamento globale è causato dall’attività umana a livelli e rapidità che non hanno precedenti nella storia geologica della Terra) oppure di ‘venditori di fumo’, ciarlatani che imitano il linguaggio della scienza per portare avanti le loro idee (Davide Vannoni di Stamina è l’esempio più ovvio), oppure di dibattiti televisivi fra un esperto e una persona a caso che sostiene senza competenze la tesi opposta (ad esempio, il noto dibattito Roberto Burioni, virologo, VS Red Ronnie, DJ, ed Eleonora Brigliadori, showgirl, sui vaccini). Dorato ribadisce: “le ipotesi degli scienziati possono essere valutate solo da loro pari e non da incompetenti. Le ipotesi scientifiche hanno a che fare con l’evidenza che le supporta in modo logico e non sono equivalenti a opinioni”.

Dorato ci mostra quindi una serie di dati relativi all’analfabetismo di ritorno, alla bassa percentuale di giovani laureati nel nostro Paese e in generale ai bassi livelli di fruizione di informazione e cultura (che, fra l’altro, alimentano le disuguaglianze sociali) per argomentare la necessità dell’alfabetizzazione scientifica, illustra il teorema della giuria di Condorcet per mostrare la necessità di elevati livelli di conoscenza diffusa per riuscire a pervenire a decisioni corrette. L’autore illustra, infine, delle strategie accessibili a tutti per farsi un’idea della competenza di un presunto esperto attraverso il riconoscimento che riceve o meno dalla comunità scientifica internazionale usando Internet.

L’ultimo capitolo è dedicato ad argomentare in favore dello studio della storia della scienza e della filosofia della scienza nelle scuole superiori, in modo da mostrare il carattere di processo della costruzione della conoscenza scientifica e come questo processo sia sorretto da tutta una serie di controlli, dibattiti, confutazioni di teorie precedenti che hanno reso la scienza come la conosciamo la forma più affidabile e valida di conoscenza che l’umanità abbia mai prodotto e possa mai produrre. Questo nutrirebbe anche il pensiero razionale e critico, perché si tratta di discipline ‘meta’ rispetto ai singoli ambiti in cui la scienza lavora, che mostrano il come essa procede nei suoi aspetti di metodo e di costruzione di conoscenza cumulativa al di là del cosa essa studi. E renderebbe evidente anche ai “non addetti ai lavori” alcune cose che io ho dovuto imparare non in un insegnamento specifico, ma distillandole dal mio percorso, come: “Il fatto […] che anche le teorie più innovative debbano tener conto di ciò che si è già scoperto e non lo neghino mai nella sua interezza costituisce un argomento importante contro la tesi secondo cui la verità scientifica cambia radicalmente da un momento storico a un altro e non ci sia un punto di vista corretto sui fatti sui quali siamo chiamati a decidere”, che è quello che affermavo all’inizio del post sul fatto che la costruzione cumulativa della conoscenza non parte da zero a ogni svolta, ma implica il ricollegarsi alle teorie precedenti per capire cosa si può correggere, cosa si può rielaborare, cosa si deve scartare e cosa invece può illuminare altri ambiti, trovando in essi nuove applicazioni. È a questo argomento che l’autore dedica ampio spazio in questo capitolo, per confutare l’idea che se “la scienza di oggi” è diversa dalla “scienza di ieri”, allora non si può dire che essa abbia una pretesa di verità o validità, perché la “scienza di domani” potrebbe metterla in discussione interamente. Ma non è così che funziona, e tutti dovremmo avere le conoscenze che riguardano questi fatti.

L’autore prosegue argomentando la necessità di abituarci a ragionare usando le probabilità come abilità cruciale per la formazione di una mentalità razionale e scientifica, in particolare usando in modo intuitivo la probabilità bayesiana per riflettere su rischi, opportunità e forza che siamo disposti a riconoscere a un’affermazione. Allo stesso modo, dobbiamo avere le basi per ragionare sul concetto di causa e non pensare che una causa sia solo un deterministico azione → conseguenza: soprattutto quando si tratta di fenomeni complessi, i nessi causali sono nessi probabilistici calcolati su grandi numeri, e gli effetti causali si esprimono in termini di “variazione della probabilità di Y laddove X è presente” (Y|X); per riflettere sul concetto di coerenza delle affermazioni con la conoscenza consolidata (“E quando queste affermazioni sono straordinarie tanto da essere rivoluzionarie nelle implicazioni che hanno rispetto alle attuali leggi scientifiche generali e verificate, dobbiamo richiedere prove straordinarie”, Marcello Truzzi. Questa affermazione è spesso abbreviata in “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie“, ma il punto è lo stesso).

In conclusione, raccomando questo libro a chiunque voglia riflettere sul ruolo della scienza nella società democratica e voglia approfondire delle riflessioni sul metodo scientifico, sul carattere sociale della conoscenza scientifica, sulle basi logiche e filosofiche del principio di competenza. Non è un libro ‘di livello base’, un’introduzione a questi argomenti, ma in 160 pagine sviluppa i suoi argomenti con profondità, rigore e forza, guidando il lettore in un’esposizione che io trovo meravigliosamente efficace e ben scritta. Raccomanderei questo libro nei corsi di filosofia della scienza (io ho frequentato Filosofia delle scienze sociali, specificamente, ma credo che sia applicabile anche a corsi analoghi nelle facoltà di scienze dure), agli aspiranti divulgatori scientifici e a tutti coloro che vogliono essere difensori del valore sociale della scienza. Conoscere le basi filosofiche e logiche delle proprie idee e dei propri valori è un grande sostegno per essere in grado di comunicarli in modo più efficace e non scivolare nell’illusione che essi siano autoevidenti.

30 pensieri su “Consigli di lettura: Disinformazione scientifica e democrazia, di Mauro Dorato

  1. Mi dispiace, ma, per quanto si voglia inculcare a tutti i costi la denominazione di scienza alla sociologia (e ad altre discipline similari), non mi troverà mai d’accordo. Fermo restando il fatto che sono discipline di tutto rispetto, restano, appunto, discipline e non scienze. Molto utili ai fini statistici e programmatici riferenti alle situazioni specifiche, ma da qui a chiamarle scienze, ce ne vuole.
    La scienza è ben altra cosa e non dipende dalle decisioni dell’uomo nè in campo personale, nè in campo sociale che sia.
    Non a caso, nel mondo accademico, queste “scienze” vengono definite “soft science”.

    • Mi dispiace non aver risposto tempestivamente al commento, ma sono piuttosto impegnata per seguire questo blog come vorrei.
      So che non ho il potere di convincere nessuno in merito alla scientificità di ciò che studio: nemmeno l’intera comunità internazionale dei sociologi è riuscita a ottenere questa forma di legittimazione, quindi è ben al di sopra delle mie forze.
      La definizione di ‘soft science’, tuttavia, riguarda l’oggetto di studio e il rapporto conoscitivo con esso, che deve tenere in considerazione la riflessività del ricercatore (come il fatto di stare studiando le persone influenza il loro comportamento) e l’agency degli individui nel processo di ricerca. Tuttavia, ciò non significa che i nostri risultati dipendano dalle nostre decisioni, se non da quelle metodologiche e quindi processuali, come in qualsiasi altra scienza.

      • No, probabilmente non sono stato chiaro io.
        Con la definizione “soft science” non intendo un qualcosa che può essere emarginato perchè inutile o di scarso impatto, no, intendo una scienza tale solo per denominazione, sulla quale (la denominazione) ho moltissime riserve.
        Non intendo dire che i risultati degli studi sociologici dipendono da chi studia i fenomeni, intendo dire che i risultati dipendono da come si organizza la società in quel momento. Però le possibilità di variabili sono talmente tante che basta cambiare una convenzione a seconda, ad esempio, di una “moda” momentanea, per cambiare completamente il risultato.
        Non di meno, la sociologia, resta una disciplina importantissima per poter avere delle, diciamo così, “stime” su come evolve la società secondo certe tendenze, usi, leggi, costumi, ecc. ecc.
        E’ utile saperlo perchè, se la società non dovesse “girare” bene (bene, nel senso comune) per uno dei motivi elencati sopra, si può far cambiare rotta al motivo che danneggia. E’ come se la socilologia facesse la radiografia della società e, in rapporto anche (e non solo) alle osservazioni delle società passate, porporre soluzioni tendenti al bene comune.
        Non so se mi sono spiegato.

      • Grazie per aver voluto chiarire il tuo pensiero. Per quanto mi riguarda, credo che il fatto che la società cambi sia in sé parte della natura del fenomeno e che non precluda la scientificità del suo studio: forse, un giorno la disciplina sarà abbastanza sviluppata da permetterci di comprendere il cambiamento e le permanenze in un’unica teoria forte. Per ora non ci siamo, e possiamo solo descrivere il cambiamento di ogni società nel tempo e le differenti traiettorie di società diverse.
        D’altronde, l’interesse dei primi sociologi, Emile Durkheim e Max Weber, nasce specificamente dal desiderio di documentare il cambiamento sociale e di cercare di comprenderlo.
        All’interno della “saggezza comune” della disciplina c’è comunque una percezione che il cambiamento non sia fluttuante e imprevedibile come mode che cambiano di mese in mese, di anno in anno: sugli argomenti di cui mi occupo, ricorrere a letteratura scientifica degli anni ’90 è perfettamente accettabile, e si possono riprendere, fatte le debite tare, anche testi degli anni ’70 e ’80. Oltre di solito non si va sia per la difficoltà nel reperimento delle fonti (la digitalizzazione degli archivi, in Italia, è un processo largamente incompleto e frammentario) sia perché si ritiene che lo stato di sviluppo concettuale e metodologico della letteratura fosse troppo embrionale per produrre conoscenza valida e utilizzabile al giorno d’oggi. Fanno eccezione i classici, i giganti sulle cui spalle ci poggiamo tutti, nei cui testi si trovano continuamente spunti di riflessione o idee in nuce che hanno poi trovato sviluppo in momenti successivi della storia della disciplina.
        Non credo, in conclusione, che possa essere oggetto di conoscenza scientifica solo ciò che è immutabile o le cui leggi di mutamento possono essere predette da teorie che hanno il rigore matematico e logico della fisica, ad esempio. Ma questa è una questione molto soggettiva.

  2. Certo, alla fine risulta poi essere un problema di convenzioni. Però al momento, ciò che differnzia moltissimo le scienza dure dalle scienze molli, è la ripetibilità. E’ chiaro che un fenomeno, ad es. fisico, può essere riproducibile in laboratorio. Per un fenomeno sociale, il discorso cambia. Non è possibile la riproducilbilità. E’ proprio questo che differenzia una scienza da una disciplina o altro. Almeno questa è la convenzione utilizzata da sempre. In base a questo parametro, quindi, le scienze sarebbero quelle naturali (biologia), fisiche e, al limite, chimiche, anche se la chimica può essere parte della fisica, ma è talmente vasta da potersi “sganciare”.
    Tutte le altre assumono una definizione diversa. Ad esempio l’ingegneria e la medicina diventano tecniche, cioè mettono in pratica le conoscenze acquisite grazie alla scienza. La matematica è un linguaggio e serve a relazionarsi nelle varie scienze e tecniche. Gli ambiti psicologici o pedagogici o sociologici possono definirsi studi, perchè di fatto si basano sullo studio delle relazioni e degli esiti delle stesse derivanti da fattori che magari “casualmente” sono stati quelli che sono stati, ma che avrebbero potuto essere diversi portando ad una diversa realtà. In effetti, i suddetti studi, non hanno carattere assoluto nella formulazione delle leggi.
    Però alla fine, in effetti, se l’uomo assume per convenzione parametri diversi o ne aggiunge di nuovi, ecco che possiamo dare la definizione di scienza a qualunque disciplina, come, ad es., sento dire “scienze infermieristiche” oppure “scienze motrorie”, mentre, secondo i parametri attuali, sono molto più vicine alle “techiche”, sia infermieristiche che motorie. Resta comunque chiaro che il nostro, è solo un dibattimento sulla “denominazione”, resta comunque il fatto che si ha bisogno di tutto questo, comunque lo si voglia chiamare.

    • La replicabilità dei risultati è un criterio che può avere un’interpretazione forte o più debole (senza che ciò ne sminuisca il valore) ma, in entrambe le versioni, resta un criterio fondamentale senza il quale la conoscenza scientifica non sarebbe tale.
      E’ problematico che nelle scienze sociali non si facciano abbastanza repliche di disegni di ricerca sperimentali, né per osservare le variazioni nel tempo, né per osservare le variazioni in differenti contesti. Certo, questa non è la replicabilità forte delle scienze dure, ma è un modo affidabile di mappare le differenze.
      Penso che definire “scienze” anche le discipline che applicano la conoscenza scientifica e/o costruiscono conoscenza attraverso versioni del metodo scientifico sia, da parte di chi le pratica, anche un modo per “difendere” il valore sociale e il rigore della conoscenza con cui lavora proprio per il fatto che viviamo in un’epoca in cui il riconoscimento sociale della competenza degli esperti è intaccato da varie forme di oscurantismo, disinformazione, pseudoscienza e junk science. Forse sul piano del rigore concettuale non è stata la scelta migliore, ma vedo la difesa delle professionalità esperte, sul piano sociale, come un valore. Questo esula parecchio dal discorso, ma alla fine le nostre posizioni discendono da premesse di filosofia della scienza diverse, e non penso ci sia spazio per altro che non sia un cordiale riconoscimento, da parte mia, della validità dei tuoi punti.
      Comunque, colgo di nuovo l’occasione per ringraziarti dei tuoi commenti acuti, riflessivi, non polemici e molto validi.

      • Sì sì, le professionalità e la validità delle loro espressioni comunque siano, a carattere scientifrico o disciplinare indipendentemente, vanno sempre difese. L’uomo ha sempre bisogno dell’uomo in tutte le sue capacità e in tutti i suoi “talenti”.

  3. Ciao Lady, come prima cosa ti chiedo come stai? Dato che se non erro abiti in un comune della zona rossa, dove ci sono contagiati e anche dei morti, ho visto anche il sindaco in tv, ti mando un grande abbraccio.
    In merito al discorso della scienza, anche alla luce del CoronaVirus(Covid-19), se pensiamo che l’azienda che produce la birra messicana Corona, in questi mesi ha perso quasi 400 milioni di dollari, la gente non la comprava per la sua omonimia con il virus.
    Questo per dire, che la strada è in salita.

    • Ciao, scusa se non ti ho risposto subito. In sei giorni, come saprai, la situazione è molto cambiata. In un momento come questo, stringerci attorno al valore della scienza appare ancora più importante: abbiamo bisogno di risposte, abbiamo bisogno di orientarci in uno scenario che cambia di giorno in giorno e che ha un impatto diretto sulle nostre vite, e appare chiaro che c’è una sola strada che può darci una guida razionale. Spero che questa pandemia abbia almeno come risultato quello di ricordarci che, con tutti i limiti del caso, solo la scienza può orientare le nostre decisioni come collettività verso il male minore.

  4. Comunque per quanto riguarda la sociologia, si è una scienza, pero fa parte di quel tipo di scienza che presenta varie variabili, e che nel corso del tempo alcune sue teorie possono non essere validi.
    Certo per alcune cose si può dire lo stesso della scienza normale, ma fino a un certo punto, comunque la considero una scienza utile, è abbastanza importante, comunque secondo me per capire come si comporta una società, cioè un gruppo di persone, ha una sua importanza anche la psicologia, non so al livello sociologico viene considerata, e anche cose come la storie e forse un pizzico di filosofia, la storia perchè essa tende a ripetersi, e la filosofia perchè comunque è una cosa che condiziona gli uomini secondo me.

    • Nel mio percorso di triennale ho studiato psicologia sociale per un esame, e storia contemporanea per un altro (il resto della storia si dà per acquisito dalle superiori). In ogni caso, la prospettiva storica viene presa in considerazione in modo trasversale, al di là dell’esame specifico, quando si affrontano i vari argomenti e i modi in cui sono stati pensati nel corso dell’evoluzione della società. In tutte le scienze alcune teorie perdono di validità nel corso del tempo, o vengono ridefinite, ma mi trovo d’accordo con Dorato nel dire che di solito non si tratta di scartare qualcosa del tutto, ma ci sono sempre elementi teorici e interpretativi che possono venire “riciclati” in altre prospettive. Per questo la prospettiva storica sull’evoluzione della ricerca in sociologia ha un ruolo così importante: anche idee sviluppate alla fine dell’800, messe in cornici più attuali, possono dirci qualcosa sul mondo in cui viviamo ed estendere il nostro sguardo più in là.

  5. Mi chiedo se la sociologia potrà essere aiutata grazie, ai big data, agli algoritmi, e alle I.A. , e se non ci sia il rischio in un mondo futuro, che la vita di ogni individuo venga deciso da un algoritmo.
    Se una programmazione è una cosa utile, e anche gestire al meglio una popolazione, e una società, si rischia di sacrificare moltissime cose ,e moltissime persone per esempio.

    • Per quello che posso dirti io, l’impressione dall’interno della disciplina è che ci sia il timore opposto, ovvero che il valore sempre più preminente dell’individuo rischi di incrinare il senso di appartenenza alla società, che in epoche anche molto vicine alla nostra era fondato sull’omogeneità (ad esempio, il considerare gli italiani come un popolo di valori cattolici e dare per scontato che questi valori siano un fondamento comune su cui basare la vita della società) ma ora deve essere ridefinito incorporando le differenze culturali e quelle individuali (differenze identitarie, di traiettorie biografiche, di visioni del mondo, ecc.), con tutti i problemi che ne derivano. Non credo che siamo diretti verso un futuro distopico di vite rigidamente incasellate e controllate, quanto piuttosto rischiamo di perdere il senso di contribuire al bene di un qualcosa di più alto e più grande di noi, una comunità, uno Stato, lo stesso pianeta Terra, se non comprendiamo che sono i valori democratici a permetterci di stare insieme come individui unici e liberi di definire sé stessi.

      • Capisco il tuo punto di vista, nella storia dell’umanità molte persone si sono sentire parte di alcune comunità, trovando degli elementi in comune, cosi come si sono allontanati da altri gruppi , e in alcuni casi queste fratture insanabili, hanno prodotti conflitti molto sanguinosi.
        Il punto e che riuscire insieme un gruppo di persone non è una cosa semplice, ci sono sempre persone che poi vogliono uscire, e anche se queste persone non ci sono, questo gruppo col tempo può perdere forza, come una fiamma che lentamente si spegne.
        Facendo un paragone piuttosto che esempi ideologici, prendiamo l’Italia, esso è un paese relativamente giovane, rispetto hai grandi paesi europei, aveva e ha tuttora istanze di federalismo/secessionismo(anche se sono cose molto diverse), che vengono sia dal nord che dal sud, alcune zone d’Italia, tengono molto alla loro appartenenza regionale, pensiamo per esempio ai sardi, per non parlare di varie zone al confine con l’Austria, dove spesso essi si sentono più tedeschi/austriaci che italiani, oppure nessuno di queste tre cose.
        Il punto e che l’ottocento, dove l’Italia è nato viene visto come una cosa lontana, che ormai non ha più nulla a che fare con noi, e spesso questo avviene anche per la nascita della repubblica, visto ormai solo come una ricorrenza, o come una data storica, o come un occasione di scontro politico tra destra e sinistra.
        Sembra quasi che molti si ricordano che l’Italia è una nazione, solo durante i momenti di crisi, o per le partite della nazionale italiana, su questo ultimo tema ci sono anche delle celebri frasi di Wiston Churchill.
        E se facciamo di questo la premessa, capiamo ancora di più perchè l’integrazione europea diventa non dico un utopia, ma quantomeno una cosa molto complicata, e penso che per il momento parlare di Stati Uniti d’Europa, lasci il tempo che trovi, è un po come dire che si vuole un mondo senza guerra, il punto e come, se hai un obbiettivo devi anche pensare a come raggiungerlo, cosi come se hai una destinazione devi pensare alla strada da fare, senno non la raggiungerai mai.

      • Pienamente d’accordo con il tuo ragionamento. Infatti io credo molto nell’insegnare la storia dell’Italia come un processo che ci riguarda tutti, non come eventi distanti, e lo stesso per insegnare educazione civica. Il senso di appartenenza alla comunità non esiste da solo, va nutrito e coltivato attraverso legami, storie, memoria e anche rituali. Se l’Italia si frammentasse di nuovo in Stati regionali, sarebbero tutti Stati più deboli e insignificanti in un contesto globale. Proprio perché la nostra storia è breve e vicina ai giorni nostri dobbiamo tenerla stretta e rinnovarne la vitalità e il valore.

  6. Ovviamente concordo pure che sarebbe folle che una regione o un insieme di regioni si staccasse diventando uno stato autonomo, per quanto riguarda l’Unione Europea, il concetto in se è buono, ma ci sono varie criticità, penso che la più importante sia decidere chi fa parte e chi no.
    Il fatto di cercare di fare sempre aumentare il numero degli stati membri, non è positivo a mio avviso, quando poi sopratutto si perde uno stato importante come l’Inghilterra, e in molti altri la fiducia nella UE, cala costantemente, alle volte a torto alle volte a ragione, il fatto e che difficilmente se prendi un abitante di un paese UE si sente un europeo, magari potrà sentirsi vicino a due stati, tipo gli Albanesi che sono venuti qui negli anni 90, e infatti l’Albania ha voluto aiutarci nei limiti della sua capacità contro il Covid, quindi quegli albanesi oltre alla loro nazione, vedono l’Italia come un paese vicino e amico, ma dubito essi sentano uno spirito europeo.

    • L’ampliamento dell’Unione Europea verso i Paesi dell’Est Europa è stato voluto nell’ottica di favorire il loro sviluppo economico attraverso la condivisione dei vantaggi che derivano dal fare parte dell’UE – per esempio, la libera circolazione di merci e persone – e la condivisione di regole intesa come base per i programmi di sostegno. Inoltre, c’è anche una logica geopolitica, quella di tenere vicini degli Stati che storicamente appartenevano al blocco d’influenza sovietico per allontanarli dall’influenza della Russia, e una logica culturale: abbiamo sempre percepito come “Europa” anche gli Stati dell’Est, a differenza di altre aree che chiaramente consideriamo “Asia”. Alcuni dicono che la somma di queste intenzioni invece di portare sviluppo ha aperto una frattura e che è stata un’operazione prematura, un mettere il carro davanti ai buoi. Io non so cosa pensare. L’Unione Europea è un progetto le cui radici storiche (dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, che ha permesso la condivisione di risorse strategiche per la ripresa economica dopo la Seconda Guerra Mondiale) e le cui motivazioni ideali, politiche e culturali ci sono state spiegate a scuola da quando facevo le medie, perciò mi è veramente difficile capire perché le generazioni precedenti alla mia abbiano così tanto scetticismo nei confronti dell’UE.
      Ho sempre avuto la convinzione che uniti siamo più forti, sia nel far valere la nostra posizione nell’arena internazionale, in cui siamo molto più piccoli degli altri grandi attori con cui ci confrontiamo – USA, Cina, Russia, ecc – sia per quanto riguarda la possibilità di migliorare le condizioni dei cittadini dell’Unione stessa.

      • Per quanto riguarda l’ampliamento ad est, mi viene in mente una cosa che ha detto recentemente il presidente francese Macron, che penso pure io, ovvero che molti paesi dell’UE(non solo dell’est europa), vedono l’europa in un ottica solo commerciale, ma non in un ottica politica, li va bene prendersi i lati positivi, ma non i lati negativi, ed aiutare i paesi in difficoltà, e questo vale dall’Ungheria all’Olanda.
        Poi la mia posizione penso sia molto particolare, da una parte non penso che i singoli paesi europei da soli c’è la possano fare, dall’altra lato penso però che l’UE cosi com’è non vada bene, non rischia di sparire nel breve termine, ma sicuramente quello di diventare una specie di zombie, come detto anche in un articolo sul New York Times.
        Penso anche che serve uno o due paesi molto forti, che possano fare il nucleo dell’UE, che è stato il ruolo che ha avuto per molto tempo gli USA, per quanto riguarda sia l’UE che l’occidente in generale.
        Per molto tempo, questo compito è toccato alla Francia e la Germania, sopratutto dopo l’uscita dell’Inghilterra, e l’indebolimento politico ed economico, di paesi come Italia e Spagna, ma penso che non sono stati all’altezza della situazione, sopratutto la Germania, magari bravi a governare i loro paesi(parlo sopratutto della Germania), ma non molto bravi a governare l’UE.
        Certo se gli USA, ritornassero in campo e fossero più europeisti, magari le cose potrebbero cambiare, ma bisognerà vedere chi sarà il prossimo presidente americano, e bisogna anche vedere se le elezioni, subiranno delle variazioni per via della Pandemia.

      • In questo momento siamo davanti a uno spartiacque storico, e ancora non possiamo vedere come saranno le relazioni internazionali dopo la pandemia. Di certo c’è solo una cosa: la direzione in cui vogliamo che vada l’UE dobbiamo anche farla capire attraverso il nostro voto, prendendo la parola nella conversazione collettiva, perché è vero: così com’è non è abbastanza.

  7. Poi penso che ci sono anche altre cose da mettere in chiaro, se il progetto finale è fare diventare tanti stati un unico stato, allora ci devono essere dei punti fermi, tipici di uno stato.
    Inizierei dicendo che uno stato deve avere una capitale, col palazzo del governo, e che ci deve essere un presidente, o al massimo due, un po come da noi c’è quello della Repubblica e il Primo Ministro, una cosa del genere c’è anche in Francia, anche se è un paese presidenziale, mentre invece le cose non sono cosi negli USA.
    Poi ci deve essere un parlamento, anche se quello c’è già, magari per il futuro ci dovrebbero essere dei cambiamenti.
    Poi arriva uno dei punti più importanti e dolenti, ci vogliono dei confini, noi dobbiamo capire quali sono, quali stati fanno parte dell’UE e quali no, e poi in quel caso, non si potrà annettere altri stati, se non dopo una procedura molto complessa, e poi non potrebbe neanche essere concesso che gli stati se ne vadano, essere uno stato significa questo, è questo sarà una cosa molto complicata sotto vari punti di vista.
    Altri problemi che potrebbero esserci, riguardano la difesa collettiva, si dovrebbe creare un esercito comune, si potrebbe in parte prendere le strutture della NATO, dato che gli unici paesi membri della NATO che non sono europei, sono solo il Canada e gli USA(certo essi sono il più grande finanziatore di tutta la baracca), e poi c’è il fatto delle armi nucleari, dato che ci sono stati UE(per il momento solo la Francia, dato che l’Inghilterra ha lasciato l’UE), con armi nucleari, da chi sarebbero gestite? e se il parlamento europeo, decidesse la distruzione di queste armi, la Francia come la prenderebbe?
    Come altre situazioni da cui si dovrebbe provvedere c’è quella dell’intelligenze, e quella della giustizia, li la cosa si fa complicata, dato che pur quanto uno stato federale possa lasciare varia libertà di scelta in questo campo, basti pensare che negli USA, la scelta di avere la pena di morte, dipende da stato a stato, ci sono poi ovviamente le leggi federali, per esempio se le leggi contro la mafia fossero solo in Italia, ci sarebbe un problema, e la criminalità organizzata potrebbe prosperare in altri stati, sopratutto se parliamo di riciclare i soldi sporchi.
    Prima o poi si dovrà pensare a come risolvere queste varie questioni, dato che spesso vedo, solo e solamente tifo da una parte all’altra delle barricate, senza pensare a come risolvere seriamente questi problemi.

    • Tanti punti interessanti, come sempre, ma vorrei farti una domanda: tu credi che dovremmo decidere a priori “che cosa è Europa” e quindi dove finisce, quali elementi definiscono gli Stati che possono farne parte e quelli che invece non possono?

      • Ciao, considera che per aderire all’unione ci sono già delle condizioni da rispettare:

        -essere uno stato europeo (articolo 49 Trattato sull’Unione Europea (TUE));
        -rispettare i principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché dello Stato di diritto (art. 6 TUE);
        -rispettare una serie di condizioni economiche e politiche conosciute come criteri di Copenaghen.

        Quindi le discriminanti sono due, essere uno stato europeo, quindi discriminante geografica, che esclude anche gli stati in due continenti, tipo la Russia, ed essere uno stato democratico vero, se non ci fosse la discriminante geografica, non si potrebbe chiamare più unione europea, semmai sarebbe una versione base di un governo mondiale, ma l’UE non è stata fatta per questo, per quello esiste l’ONU.
        Lo scopo dell’UE, per i padri fondatori erano avere la pace e la prosperità in europa, riuscendo a contrastare le nuove potenze, in primis l’agguerrita e poco democratica URSS, ma anche i nostro alleati americani, se non ci fosse la discriminante geografica si tradirebbero i principi cardini dell’unione, e se dovessero entrare altri stati molto potenti, andrebbe a finire che le decisioni non si prenderebbero più un Europa, il che sarebbe un paradosso dato che parliamo dell’UE.

      • Sono pienamente d’accordo con quello che hai detto, ma al contempo penso che, guardando ai confini a Est dell’Europa, stabilire “che cosa è Europa” e “che cosa è Asia” è una questione che non ha fondamenti geografici, ma culturali (lingua, religione…) e geopolitici (il fatto di ricadere in una zona di influenza russa, e quindi di non sentire legami o senso di appartenenza e vicinanza nei confronti dell’Europa, come idea prima ancora che come aggregazione di Stati). Elementi culturali e geopolitici possono cambiare nel corso del tempo, ovviamente. E’ importante anche la questione che hai sollevato del peso economico e geopolitico: gli Stati europei sono tutti molto piccoli rispetto agli interlocutori con cui ci confrontiamo sul piano mondiale, come Cina, India, Russia e USA, ma siamo piccoli anche rispetto a moltissimi Stati del Sud America, dell’Africa, dell’area islamica. Finora riusciamo a restare influenti perché le nostre economie sono più sviluppate, perché siamo ricchi: ma non è una condizione che continuerà a esistere da sola, e comunque bisogna tessere relazioni con gli altri Stati.
        C’è un principio nella lista dell’Evil Overlord (http://www.eviloverlord.com/lists/overlord.html) che dice “I will treat any beast which I control through magic or technology with respect and kindness. Thus if the control is ever broken, it will not immediately come after me for revenge.” (Tratterò ogni bestia sotto il mio controllo magico o tecnologico con rispetto e gentilezza. Così, se il controllo dovesse mai essere spezzato, non si rivolterà immediatamente contro di me per vendicarsi). Ovviamente non sto dicendo che gli altri Stati siano ‘bestie’ o ‘inferiori’ o che il mondo occidentale abbia qualche forma di controllo su di loro: sto dicendo che avere legami di cooperazione e rispetto è senz’altro più vantaggioso che apparire come occidentali avidi, gelosi del loro benessere e chiusi in sé stessi, o peggio tentare di ‘esportare la democrazia’ attraverso la guerra.

  8. Ciao, bisogna vedere se i governi di questi paesi e il loro popolo vuole entrare nell’UE, se questa volontà c’è, e non si creano conflitti troppo forti con la Federazione Russa(quindi evitando scenari tipo Ucraini), e parliamo di paesi che sono effettivamente democratici, per me non ci sarebbero problemi per la loro entrata, se fosse un paese effettivamente democratico, accetterei pure la Turchia, ma questo non mi sembra possibile per il momento, e anche per molti anni/decenni a venire, io penso che si possano accettare anche stati, dove diciamo che la religione predominante non sia il cattolicesimo, basta che non siano teocrazie ovviamente.
    Sicuramente come è successo nel passato, ci saranno per forza dei cambiamenti geopolitici che neanche possiamo immaginare, del resto, 50 anni nessuno avrebbe pensato alla fine dell’URSS e che la Cina sarebbe diventata un potenza mondiale, per questo bisogna essere pronti e uniti come Europa.
    Per quanto riguarda trattare con gli altri stati, l’UE deve avere un economia forte e prospera, deve avere una politica estera comune, deve essere rapida a scegliere cosa fare, avere una forte Intelligence e un forte esercito, usare questi strumenti per avere una forte diplomazia, in modo da intrattenere buone relazione con gli altri stati e fare buoni accordi commerciali, secondo me.

    • In questo momento, credo che a Erdogan importi molto poco di entrare nell’Unione Europea, e la Turchia sembra essere scivolata in un governo autoritario da cui non sappiamo quando uscirà. Il fatto che altri popoli eventualmente non siano cattolici per me è ininfluente: a parte il fatto che altri Stati già membri del nucleo centrale dell’UE non sono a maggioranza cattolica – in quasi tutti gli Stati del Nord il cristianesimo praticato è di matrice protestante – io non credo che l’identità europea oggi sia legata a una religione specifica. Il cristianesimo fa parte della Storia europea, ma non credo che faccia parte dell’identità europea per come è stata definita dal progetto dell’Unione e non credo che sia nemmeno giusto legare un progetto politico sovranazionale a un’appartenenza religiosa. Credo che ogni ampliamento della UE deve essere legato alla volontà, da parte degli Stati che vorranno aderire, di rispettare i principi fondanti dell’Unione, e al fatto di credere che essa possa essere uno strumento per orientare positivamente le decisioni da prendere a livello globale verso questi principi, come la democrazia, la parità di genere, il multiculturalismo, la protezione dell’ambiente… Secondo me il popolo ucraino aveva tutto il diritto di voler entrare nell’UE e di esprimere questa volontà, e la Russia ha interferito con le scelte di un altro Stato.
      Per i resto, concordo con la parte finale del commento: una politica estera comune, un’intelligence condivisa ed eserciti magari che restano legati ai governi nazionali, ma in grado di lavorare insieme come un esercito unico in caso di necessità, diplomazia e soft power per orientare come dicevo i processi decisionali globali verso obiettivi e valori progressisti. Questi possono essere i fondamenti di un’Unione le cui leggi la rendano forte e coesa all’interno, e i cui principi la rendano leader progressista agli occhi del resto del mondo, un ruolo che gli Stati Uniti hanno mostrato di non poter svolgere perché le contraddizioni del loro sistema sono emerse crudamente sia sul piano economico, che su quello politico, che su quello sociale. Gli USA devono avvicinarsi di più al nostro modello, ne sono sempre più convinta.

      • Ciao, concordo con te, per quanto riguarda la vicenda Ucraina, non ho molti elementi per esprimermi, ma sicuramente per come è stata gestita la vicenda è stata una sconfitta per tutti, comunque per esempio non sono molto d’accordo con espandere ulteriormente la NATO ad est.
        Per quanto riguarda gli eserciti, all’inizio sarà un alleanza tra tanti eserciti che cooperano, tipo in Afghanistan con l’ISAF, mentre per il futuro ci potrebbe essere un esercito europeo, mentre per i compiti nazionali, i vari stati avranno una specie di guarda nazionale, un po come negli USA, con le dovute differenze del caso.
        Onestamente io penso che, il 900 ci ha dimostrato che gli imperi non hanno futuro, ma che allo stesso tempo gli stati da soli possono fare pochi, oppure veri e propri disastri, il futuro potrebbe essere degli stati continentali, del resto seguendo l’esempio dell’UE, è nata l’unione africana e una versione simile anche per il sud america.
        Questi stati continentali potrebbero portare il mondo a una cooperazione, o quantomeno a un dialogo tra pari, perchè è chiaro che in questo momento, nazioni come quelle africane o del sud america, non riescono a trattare alla pari, e anche alcune nazioni dell’Asia.
        Ovviamente questo non significa risolvere tutti i problemi, o che non ci saranno situazioni e scelte molto discutibili, ma considerando i lati positivi e i lati negativi, prevalgono nettamente i lati positivi, oltretutto l’umanità non può permettersi di commettere gli stessi errori del 900, una terza guerra mondiale, potrebbe rischiarare di causare la fine dell’umanità per come la conosciamo, tornando indietro di parecchi secoli.
        Poi sul futuro più remoto, molti, pensiamo agli scrittori di fantascienza, pensano a uno stato mondiale, premesso che per quella condizione, dovremmo avere tutti sistemi economici simili, e magari su quello ci siamo, e poi un sistema democratico condiviso e stabile, e su quello non ci siamo, basti pensare che esiste un paese chiamato Cina, con quasi il 20% della popolazione, che è una gigantesca dittatura.
        Non se quello sarà il futuro o se sia la scelta migliore, ma sicuramente alcuni problemi già di oggi, devono essere affrontati mondialmente, come il COVID-19(e certi problemi sanitari), i cambiamenti climatici, le migrazioni, la fame nel mondo, la povertà, e l’esplorazione lo sfruttamento e la colonizzazione dello spazio.

      • Assolutamente, sono d’accordo con te su tutto. Gli imperi non hanno futuro perché il presupposto della loro esistenza è il colonialismo, che è totalmente in contrasto con valori che siamo giunti a comprendere solo appunto osservando gli effetti disastrosi della dominazione sui popoli dominati. Ogni popolo deve essere libero, attraverso i suoi governanti, di formare delle alleanze basate sulla collaborazione, lo scambio economico, la difesa condivisa o tutte queste cose. Un impero invece considera alcuni suoi territori, e i loro abitanti, come al servizio di altri territori e di altri abitanti, istituzionalizzando uno sfruttamento razzista delle risorse che impoverisce chi è ai margini (non solo geograficamente, ma anche economicamente e culturalmente) e arricchisce chi è già al centro. Se mai arriveremo a un unico governo mondiale, dovrà per forza essere un governo democratico per poter essere accettato da tutti equamente e non imposto da chi ha più potere sugli altri. Quindi concordo pienamente con te nel dire che finché la seconda potenza al mondo, la Cina, non sarà uno Stato democratico disposto a giocare alle stesse regole degli altri Stati democratici, questo è l’ostacolo maggiore che si pone di traverso a questo sogno.

  9. Concordo con te, se questo sogno prima o poi fosse realtà ci potrebbero essere molte cose positive, un maggiore aiuto ai paesi poveri, visto come una cosa naturale, una maggiore possibilità di emigrare in modo sicuro e legale, magari un mondo con meno razzismo e xenofobia, dove non conta il colore della pelle, e la tua etnia, ma quello che dici e quello che fai oltre le tue abilità.
    Comunque non penso che il problema sia che qualcuno imponga di entrare, semmai il problema e se qualcuno vuole uscire, all’inizio ci sta, tipo l’Inghilterra che esce dall’UE, ma se poi passa molto tempo e il sistema diventa interconnesso, diventa problematico, diventa un po come quando la Catalogna, voleva essere indipendente, be e qui rientrano le situazioni e le scelte discutibili e problematiche che dicevo prima, ma avere il potere significa questo sopratutto, prendere delle decisioni e prendersene la responsabilità.

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