Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 2)

Nella prima parte di questa serie di post che affronta il tema del costruzionismo sociale partendo dal libro Representation: Cultural Representations and Signifying Practices curato da Stuart Hall, abbiamo introdotto l’argomento attraverso i concetti di cultura, linguaggio e significato, e siamo giunti alla conclusione che il significato non è una proprietà intrinseca della realtà che noi esseri umani semplicemente ‘scopriamo’, ma che è prodotto e costruito da noi attraverso la cultura e il linguaggio, appunto. In questo senso possiamo affermare che “la rappresentazione è pensata come qualcosa che entra nella costituzione stessa delle cose; e così la cultura è concettualizzata come un processo primario o ‘costitutivo’, tanto importante quanto la ‘base’ economica o materiale nel plasmare i soggetti sociali e gli eventi storici”, per dirla con Stuart Hall.

Da questi presupposti discendono diverse prospettive di analisi, che Hall introduce in questo modo: “Il ‘linguaggio’ fornisce quindi un modello generale di come la cultura e la rappresentazione operano, specialmente […] nell’approccio semiotico – dove la semiotica è lo studio o la ‘scienza dei segni’, e del loro ruolo generale come veicoli di significato nella cultura. In tempi più recenti, questo focus sul significato ha compiuto una svolta, concentrandosi maggiormente non su come ‘funziona’ il linguaggio, ma sul più ampio ruolo del discorso nella cultura. I discorsi sono modi di riferirsi a o di costruire conoscenza su un particolare argomento di pratica: un cluster (o una formazione) di idee, immagini e pratiche, che forniscono modi di parlare di, forme di conoscenza e di comportamento associate a, un particolare argomento, attività sociale o sito istituzionale nella società. Queste formazioni discorsive […] definiscono ciò che è appropriato o meno nel nostro modo di definire, e nelle nostre pratiche riguardo a, un particolare soggetto, sito o attività sociale; quale conoscenza è considerata utile, rilevante e ‘vera’ in quel contesto, e che tipo di persona o di ‘soggetto’ incarna le sue caratteristiche”. Hall approfondisce la distinzione fra i due approcci: “l’approccio semiotico riguarda il come della rappresentazione, il modo in cui il linguaggio produce significato […]; mentre l’approccio discorsivo è più focalizzato sugli effetti e sulle conseguenze della rappresentazione – la sua ‘politica’. Esso esamina […] come la conoscenza prodotta da un particolare discorso si connette al potere, regola il comportamento, costruisce identità e soggettività, e definisce il modo in cui certe cose sono rappresentate, pensate, praticate e studiate. L’enfasi nell’approccio discorsivo è sempre sulla specificità storica di una particolare forma o ‘regime’ di rappresentazione […], su specifici linguaggi o significati, e su come sono dispiegati in particolari luoghi, in particolari momenti. Esso ci indirizza verso una maggiore specificità storica – verso il modo in cui le pratiche di rappresentazione operano in concrete situazioni storiche, in pratiche effettive”.

L’approccio discorsivo e quello semiotico sono due versioni del costruzionismo che forniscono modelli di come funzionano cultura, significato e rappresentazione, che rappresentano, per Hall, “uno dei più significativi cambiamenti di direzione nella nostra conoscenza della società”. Presentiamo ora una panoramica del volume, l’itinerario che seguiremo per sviluppare i temi presentati finora. Il primo capitolo, di Stuart Hall, spiega come i significati siano in costante fluttuazione (shift) nello spostarsi da una cultura all’altra, da un linguaggio all’altro, da un contesto storico, una comunità, un gruppo, una subcultura a un altro, e come essi siano fissati, sebbene in modo solo temporaneo, attraverso i nostri sistemi di rappresentazione.
Il secondo capitolo, di Pete Hamilton, indaga la costruzione di significato sul mondo attraverso un linguaggio visuale, quello della fotografia, attraverso il caso di testimonianze fotografiche della Francia post-seconda guerra mondiale prodotte da fotografi aderenti al ‘paradigma umanista’. “Questo peculiare corpus di lavori ha prodotto un’immagine molto specifica e una definizione di ‘cosa significa essere francese’ in questo periodo, e quindi ha contribuito a dare un significato particolare all’idea di appartenenza alla cultura francese e alla ‘francesità’ come identità nazionale. Quindi, qual è lo status, quali sono le ‘pretese di verità’, che questi documentari fotografici stanno affermando? Cosa stanno ‘documentando’? […] Come si collega l’immagine della Francia che emerge da questi lavori con i rapidi cambiamenti sociali che hanno investito la Francia di allora e con la nostra immagine di ‘francesità’ attuale?”, si chiede Stuart Hall nel presentare i temi che saranno affrontati da Hamilton nel suo capitolo.
Il terzo capitolo è di Henrietta Lidchi e affronta un tema diverso e un diverso set di pratiche significanti: la messa in mostra, intesa come “produzione di significato attraverso l’esposizione di oggetti e artefatti di ‘altre culture’ nel contesto del museo contemporaneo”, in cui “gli elementi esposti sono spesso ‘cose’ piuttosto che ‘parole o immagini’ e le pratiche significanti coinvolte sono quelle dell’ordinamento e dell’esposizione in uno spazio fisico […]. Ciononostante, […] la messa in mostra è anch’essa un ‘sistema’ o una ‘pratica della rappresentazione’ – e di conseguenza opera ‘come un linguaggio’. Ogni scelta – mostrare questo piuttosto che quello, mostrare questo in relazione a quello, dire questo di quello – è una scelta su come rappresentare ‘altre culture’; e ogni scelta ha delle conseguenze sia in termini di quali significati sono prodotti e di come il significato è prodotto. […] questi significati sono inevitabilmente implicati in relazioni di potere – specialmente fra chi realizza l’esposizione e chi viene esposto”. Questo capitolo ci porta quindi più vicini a un tema caro al femminismo, quello della costruzione delle differenze come Alterità, come un divario irriducibile fra “noi” e “loro”, attraverso le rappresentazioni che sostengono e producono la differenza stessa.
Il quarto capitolo riporta la parola nelle mani di Stuart Hall, che affronta appunto il modo in cui la differenza razziale, etnica e sessuale è stata rappresentata, partendo da due punti fermi: il modo in cui la ‘differenza’ è rappresentata come ‘Altro’ e l’essenzializzazione della ‘differenza’ attraverso gli stereotipi. Da qui, Hall ci porta a vedere “come le pratiche significanti effettivamente strutturano il modo in cui ‘guardiamo’ – come differenti modi di ‘guardare’ sono inscritti in pratiche di rappresentazione; e come la violenza, la fantasia e il ‘desiderio’ giocano un ruolo nelle pratiche di rappresentazione, rendendole molto più complesse e rendendo i loro significati più ambivalenti. Il capitolo si conclude con la considerazione di alcune contro-strategie nella ‘politica della rappresentazione’ – il modo in cui il significato può essere oggetto di lotte, e se un particolare regime di rappresentazione può essere sfidato, contestato e trasformato”.
Il quinto capitolo, di Sean Nixon, mette a tema il modo in cui lo spettatore/consumatore è attirato e implicato in certe pratiche di rappresentazione attraverso l’analisi della costruzione di nuove identità genderizzate nella pubblicità, nelle riviste e nelle industrie contemporanee rivolte agli uomini. Nixon cerca di capire se le pratiche di rappresentazione nei media hanno costruito nuove identità maschili e si chiede: “I differenti linguaggi della cultura del consumo stanno sviluppando nuove ‘posizioni per il soggetto’ con cui i giovani uomini sono invitati a identificarsi in misura crescente? E, se è così, che cosa ci dicono queste immagini sui significati della mascolinità e sul modo in cui essi stanno slittando nella cultura visuale tardo-moderna?”.
Il sesto e ultimo capitolo è di Christine Gledhill ed è una disamina del modo in cui la rappresentazione opera nelle soap opera, che sono “fonti immensamente popolari nella vita moderna di narrazioni di fiction, che mettono in circolo significati attraverso tutta la cultura popolare – e in modo sempre più globale – che sono state tradizionalmente definite come ‘femminili’ come appeal, riferimenti e modi di operare. Gledhill chiarisce il modo in cui questa identificazione genderizzata di un genere televisivo è stata costruita. Considera come e perché questo ‘spazio di rappresentazione’ si è aperto nella cultura popolare; come il genere narrativo e gli elementi di genere interagiscono nelle strutture narrative e nelle forme di rappresentazione; e come queste forme popolari sono state plasmate e piegate ideologicamente. Esamina come i significati che circolano nelle soap opera – così spesso sminuiti come stereotipici e artificiali – nonostante tutto entrano nell’arena discorsiva dove il significato delle identificazioni con mascolinità e femminilità viene contestato e trasformato”.

Da questa panoramica deriviamo quindi una ricchezza di oggetti di analisi e di prospettive, sguardi, che è il motivo per cui mi sono accostata a leggere per intero questo volume, al di là di quanto richiesto. Stuart Hall, prima di proseguire, ci invita a ricordare che ogni lavoro che riguarda l’ambito delle rappresentazioni “è destinato a essere interpretativo” e ogni dibattito non può essere impostato in termini di interpretazioni ‘giuste’ o ‘sbagliate’, ma di competizione fra interpretazioni ugualmente plausibili, in cui il metodo da seguire è quello di “tentare di giustificare la propria ‘lettura’ nei dettagli in relazione alle concrete pratiche e forme di significazione utilizzate, e a quali significati ti sembra che esse stiano producendo”. Ampliando il discorso, “Ci sono sempre differenti circuiti di significato che circolano in una cultura allo stesso tempo, formazioni discorsive che si sovrappongono, da cui attingiamo per creare significati o per esprimere ciò che pensiamo. Inoltre, noi non abbiamo una relazione diretta, razionale o strumentale con i significati. Essi mobilitano sentimenti ed emozioni potenti […]. A volte essi mettono in discussione le nostre stesse identità. Noi lottiamo con essi perché essi sono importanti – e queste sono contese da cui possono discendere conseguenze serie. Essi definiscono ciò che è ‘normale’, chi appartiene – e di conseguenza chi viene escluso. Essi sono profondamente inscritti in relazioni di potere. Pensate a come le nostre vite sono profondamente plasmate a seconda di quali significati di maschio/femmina, bianco/nero, ricco/povero, gay/etero, vecchio/giovane, cittadino/immigrato, sono in gioco in diverse circostanze”.

Proprio il fatto di partire dalla costruzione sociale delle differenze attraverso i significati che vengono attribuiti ad esse e le diseguaglianze che ne discendono rende così affini il costruzionismo sociale e la prospettiva femminista, che poi si allarga in un’ottica intersezionale a comprendere la lotta contro ogni forma di discriminazione, il razzismo, l’omofobia e la transfobia, il classismo. Chiariamo ulteriori definizioni per avere con noi tutti gli strumenti necessari per affrontare il testo. “Il fatto che i concetti, le idee e le emozioni siano incarnati in una forma simbolica che può essere trasmessa e interpretata in modi pieni di significato è ciò che intendiamo con ‘le pratiche della rappresentazione’. Il significato deve entrare nel dominio di queste pratiche, se deve poter circolare in modo efficace all’interno di una cultura. E non si può ritenere che abbia completato il suo ‘passaggio’ nel circuito culturale finché non è stato ‘decodificato’ o ricevuto in modo intelligibile in un altro punto della catena. Il linguaggio […] è lo ‘spazio’ culturale condiviso in cui la produzione del significato attraverso il linguaggio – ovvero, la rappresentazione – si svolge. Il ricevente di messaggi e significati non è uno schermo passivo su cui il messaggio originale viene proiettato in modo trasparente e accurato. Il ‘prendere significato’ è una pratica significante tanto quanto il ‘mettere nel significato'”. I processi di rappresentazione sono dialoghi fra un mittente e un destinatario dei significati trasmessi attraverso le rappresentazioni. Hall aggiunge: “Ciò che regge questo ‘dialogo’ è la presenza di codici culturali condivisi, che non possono garantire che i significati rimarranno stabili per sempre – anche se tentare di fissare il significato è esattamente il motivo per cui il potere interviene nel discorso. Ma, anche quando il potere è in circolo attraverso significato e conoscenza, i codici funzionano solamente se sono almeno in una certa misura condivisi, almeno nella misura in cui rendono possibili efficaci ‘traduzioni’ tra ‘parlanti’. Dovremmo forse imparare a pensare al significato […] in termini di scambio efficace – un processo di traduzione, che facilita la comunicazione culturale mentre riconosce sempre la persistenza del potere e della differenza fra diversi ‘parlanti’ nello stesso circuito culturale”.

Poiché l’introduzione si conclude qui, chiudo anch’io il post. Nella prossima puntata affronteremo il primo capitolo.

Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 1)

Come sto passando i miei giorni di quarantena? Principalmente, studio. Con le lezioni videoregistrate, dall’inizio del semestre, che è arrivato quando già in Lombardia le misure di quarantena erano attive; con ogni probabilità, le lezioni dell’intero semestre si svolgeranno in questa modalità, e ancora non ci sono informazioni sulle modalità in cui si svolgeranno gli esami a giugno. Ma mi ritengo fortunata: posso continuare con il mio percorso in modo più o meno regolare e posso trascorrere le mie giornate chiusa in casa avendo una routine di studio che mi dà ordine e stabilità. Il mio pensiero di solidarietà va a tutti coloro che invece sono in difficoltà, coloro per cui la quarantena ha un impatto psicologico e fisico pesante, a coloro che sono “in prima linea” a fornirci i servizi essenziali, camioniste/i e corrieri su autostrade deserte, commesse/i e magazziniere/i, il personale sanitario e quello di strutture come le case di riposo, gli operatori e le operatrici dei servizi di raccolta rifiuti, e tutti coloro che mantengono l’infrastruttura digitale su cui stiamo facendo così tanto affidamento, sia dal lato informatico che da quello materiale. La mia normalità dipende dall’impegno di altri.

Oltre a studiare, ho ripreso a lavorare su Wikiquote, perché non ho smesso di credere nell’importanza di progetti basati sulla condivisione libera della conoscenza e ora che ho un po’ più di tempo sono orgogliosa di contribuire, nel mio piccolo. E poi c’è l’intersezione fra le due cose, lo studio e la diffusione della conoscenza, che cerco di portare avanti anche in questo blog, divulgando opere che mi hanno colpita particolarmente per la loro profondità e complessità. Ne ho incontrata una proprio in questo semestre: si tratta di Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, a cura di Stuart Hall, un volume pubblicato nel 1997. Uno dei miei professori, Gianmarco Navarini, ha accennato al fatto di voler tradurre o essere impegnato a tradurre questo libro in italiano, per cui spero in futuro di poter aggiornare questa serie di post che mi accingo a scrivere con un link all’edizione italiana, ma nel frattempo dovrete accontentarvi delle mie traduzioni commentate dei passi significativi, seguendo lo stesso metodo di lavoro che ho adottato per “Il dominio maschile” di Pierre Bourdieu“Medioevo maschio” di Georges Duby. Perché questo libro? Perché una prospettiva che influenza il mio approccio alle questioni di genere e il mio sguardo sul mondo è quella del costruzionismo sociale, e credo che questo libro mi dia l’occasione di spiegare questo paradigma teorico e come si riflette su ciò che penso, incluso il mio modo di essere femminista. E anche perché scrivere è per me un modo di riordinare le idee e “assorbire” un’opera densa e complessa, che merita uno sforzo di approfondimento. Cominciamo!

Nell’introduzione, Stuart Hall definisce la rappresentazione come “una delle pratiche centrali che producono la cultura e un momento chiave nel ‘circuito della cultura’”, laddove la cultura è intesa come un insieme di significati condivisi. Hall scrive: “Il linguaggio è il medium privilegiato attraverso cui ‘diamo senso’ alle cose, con cui il significato è prodotto e scambiato. I significati possono essere condivisi solo attraverso il nostro comune accesso al linguaggio. Quindi il linguaggio è centrale per il significato e per la cultura, ed è sempre stato considerato come il deposito chiave di valori e significati culturali”. Per capire come il linguaggio costruisce significati e regge il dialogo fra partecipanti a una stessa cultura che permette loro di costruire una cultura fatta di comprensione condivisa e quindi di interpretazioni del mondo simili, partiamo dal fatto che il linguaggio “opera come un sistema rappresentazionale”, in cui usiamo segni e simboli per rappresentare alle altre persone i nostri concetti, le nostre idee, i nostri sentimenti. In questo senso “il linguaggio è uno dei ‘media’ attraverso cui pensieri, idee e sentimenti sono rappresentati in una cultura. La rappresentazione attraverso il linguaggio è quindi centrale nei processi attraverso cui il significato è prodotto”.

Il primo concetto che è necessario definire è quello di cultura: essa è l’insieme degli aspetti distintivi del modo di vivere di un popolo, o di una comunità, o di una nazione, o di un gruppo sociale, ma anche dei valori condivisi dalle persone che appartengono a questi tipi di gruppi. Il concetto di significato è cruciale nel definire la cultura, perché essa non è un insieme di oggetti ma è un processo, un set di pratiche. “La cultura riguarda la produzione e lo scambio dei significati – il ‘dare e prendere’ significato – tra i membri di una società o di un gruppo. Dire che due persone appartengono alla stessa cultura è dire che interpretano il mondo in modi più o meno uguali e che possono esprimere sé stessi, i loro pensieri e i loro sentimenti riguardo al mondo, in modi che entrambi capiscono. Quindi la cultura poggia sul fatto che i suoi partecipanti interpretino in modi che contengono significato quello che accade intorno a loro e ‘diano senso’ al mondo in modi simili”, afferma Stuart Hall. Naturalmente, in ogni cultura ogni argomento è circondato da una grande diversità di significati ed esiste più di un modo di interpretarlo e di rappresentarlo, e la cultura riguarda anche sentimenti, emozioni e affetti, non solo idee e concetti. E non solo: “i significati culturali non sono solo ‘nella nostra testa’. Essi organizzano e regolano le pratiche sociali, influenzano il nostro comportamento e di conseguenza hanno effetti reali, concreti”. Questa concezione della cultura implica inoltre che sono gli individui a conferire significato ad altre persone, oggetti ed eventi, che non hanno alcun significato intrinseco, unico e immutabile. “È attraverso il nostro uso delle cose, e ciò che diciamo, pensiamo e sentiamo su di esse – cioè come le rappresentiamo – che conferiamo loro un significato. In parte, diamo a oggetti, persone ed eventi un significato attraverso i framework interpretativi che portiamo quando ci accostiamo loro. In parte, gli diamo significato attraverso i modi in cui li utilizziamo, o li integriamo nelle nostre pratiche quotidiane”, secondo Stuart Hall, che prosegue: “diamo significato alle cose attraverso i modi con cui le rappresentiamo – le parole che usiamo per descriverle, le emozioni che associamo loro, i modi in cui le classifichiamo e concettualizziamo, i valori che attribuiamo loro. La cultura […] è coinvolta in tutte quelle pratiche […] che portano con sé significato e valore per noi, che devono essere interpretate dagli altri in modi che contengono significato, o che dipendono dall’attribuzione di significato per funzionare in modo efficace. La cultura, in questo senso, permea la società nel suo insieme. Essa è ciò che distingue l’elemento ‘umano’ della vita sociale da ciò che è guidato dalla biologia. Il suo studio sottolinea il ruolo cruciale della sfera simbolica nel cuore della vita sociale”.

Il concetto di ‘circuito della cultura’ ci dice che i significati sono prodotti in siti differenti e messi in circolazione attraverso processi e pratiche differenti. “Il significato è ciò che ci dà un senso della nostra stessa identità, di chi siamo e a cosa apparteniamo – e quindi è legato a questioni su come la cultura è usata per delimitare e mantenere l’identità all’interno dei gruppi e la differenza fra i gruppi […]. Il significato è prodotto costantemente e scambiato in ogni interazione sociale e personale a cui prendiamo parte. […] È anche prodotto in una grande varietà di media diversi […] che mettono in circolo i significati tra culture differenti su una scala e con una velocità fin qui sconosciute nella storia […]. Il significato è anche prodotto ogniqualvolta ci esprimiamo attraverso, utilizziamo, consumiamo o ci appropriamo di oggetti culturali; ovvero, quando li incorporiamo in modi diversi nei rituali e nelle pratiche della vita quotidiana e in questo modo diamo loro valore o rilevanza. O quando tessiamo narrative, storie – e fantasie – attorno a essi […]. I significati inoltre regolano e organizzano il nostro comportamento e le nostre pratiche – aiutano a definire regole, norme e convenzioni attraverso cui la vita sociale è ordinata e governata. Essi sono anche, quindi, ciò che coloro che vogliano governare e regolare il comportamento altrui cercano di strutturare e plasmare […]. In altre parole, la questione del significato si pone in relazione a tutti i differenti momenti e pratiche del ‘circuito della cultura’ – nella costruzione dell’identità e nel marcare la differenza, nella produzione e nel consumo, nonché nella regolazione del comportamento sociale”, afferma Hall.

“I membri di una stessa cultura devono condividere set di concetti, immagini e idee che permettono loro di pensare e provare sentimenti riguardo al mondo, e quindi di interpretare il mondo, in modi simili. Devono condividere, detto in modo ampio, gli stessi ‘codici culturali’. In questo senso, pensare e sentire sono essi stessi ‘sistemi di rappresentazione’, in cui i nostri concetti, immagini ed emozioni ‘stanno per’ o rappresentano, nella nostra vita mentale, cose che possono esistere o meno ‘là fuori’, nel mondo. Allo stesso modo, per comunicare questi significati ad altre persone, i partecipanti a qualsiasi scambio dotato di significato devono essere in grado di utilizzare gli stessi codici linguistici […]. I nostri interlocutori devono parlare abbastanza lo stesso linguaggio da poter ‘tradurre’ ciò che ‘tu’ dici in ciò che ‘io’ capisco, e viceversa. Devono inoltre essere in grado di leggere le immagini visuali in modi simili. Devono avere familiarità con gli stessi modi di produrre suoni per creare ciò che entrambi possono riconoscere come ‘musica’. Devono interpretare il linguaggio del corpo e le espressioni facciali in modi simili. E devono sapere come tradurre le loro emozioni e idee in questi diversi linguaggi. Il significato è un dialogo – è sempre compreso solo parzialmente, è sempre uno scambio diseguale”, commenta Stuart Hall, facendo riferimento al fatto che ogni comprensione è interpretazione (noi non possiamo leggere esattamente ciò che l’altra persona intendeva dire, perché non abbiamo accesso ai suoi pensieri, ma solo a sistemi imperfetti di traduzione=rappresentazione dei pensieri in parole, immagini, suoni, espressioni ecc.).

Quindi, i linguaggi funzionano attraverso le rappresentazioni, e quindi sono ‘sistemi di rappresentazione’. Ogni pratica comunicativa ‘funziona come un linguaggio’ perché utilizza degli elementi che ‘stanno per’ o rappresentano ciò che intendiamo dire, per esprimere o comunicare un pensiero, un concetto, un’idea o un sentimento. Hall aggiunge: “Questi elementi – suoni, parole, note, gesti, espressioni, vestiti – sono parte del nostro mondo naturale e materiale: ma la loro importanza per il linguaggio non è in ciò che sono ma in ciò che fanno, nella loro funzione. Essi costruiscono significato e lo trasmettono. Quindi ‘significano’. Non hanno alcun significato intrinseco. Piuttosto, sono veicoli o media che portano significati perché operano come simboli, che ‘stanno per’ o rappresentano (cioè simboleggiano) i significati che desideriamo comunicare. Per usare un’altra metafora, funzionano da segni. I segni ‘stanno per’ o rappresentano i nostri concetti, idee e sentimenti in modi che permettono agli altri di ‘leggerli’, decodificarli o interpretarne il significato in modi più o meno uguali ai nostri”. Il passaggio successivo dell’argomentazione è che “Il linguaggio, in questo senso, è una pratica significante. Ogni sistema di rappresentazione che funziona in questo modo può essere concepito come un sistema che funziona, in modo generale, secondo i principi della rappresentazione attraverso il linguaggio. Quindi la fotografia è un sistema di rappresentazione che usa le immagini su carta sensibile alla luce per comunicare significati fotografici su una persona, un evento o una scena particolari. L’esibizione o la messa in mostra in un museo o in una galleria può essere pensata come ‘simile a un linguaggio’, perché utilizza gli oggetti esposti per produrre significati che riguardano il tema della mostra. La musica è ‘come un linguaggio’ perché usa le note musicali per esprimere idee e sentimenti, anche se molto astratti, che non si riferiscono in modo ovvio al ‘mondo reale’. […] Anche presentarsi a una partita di calcio con striscioni e slogan, con la faccia e il corpo dipinti in certi colori o con certi simboli […] è una pratica simbolica che dà significato ed esprime l’idea di appartenenza a una cultura nazionale, o l’identificazione con una comunità locale. Fa parte del linguaggio dell’identità nazionale, del discorso dell’appartenenza alla nazione. La rappresentazione, qui, è legata sia all’identità che alla conoscenza. In effetti, è difficile sapere cosa ‘essere inglesi’ o francesi, tedeschi, sudafricani o giapponesi, significa al di fuori di tutti i modi in cui le nostre idee e immagini dell’identità nazionale e delle culture nazionali sono stati rappresentati. Senza questi sistemi ‘significanti’, non potremmo assumere queste identità (e nemmeno rifiutarle) e di conseguenza non potremmo costruire o sostenere quel ‘mondo della vita’ condiviso che chiamiamo cultura”.

Con questo primo concetto chiudo la prima puntata della serie, per non rendere troppo lungo il post. Cercherò di portare avanti questa serie di post con regolarità, per quanto le lezioni me lo permettano. Mi raccomando, state bene e cercate di affrontare la quarantena in modo costruttivo, augurandoci che finisca presto.