Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 5)

Ben ritrovati nella disamina a episodi del volume Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, curato da Stuart Hall. Nella puntata precedente abbiamo riassunto il nucleo concettuale centrale della prospettiva costruzionista su cui tutto il volume si fonda, e da questa puntata svilupperemo il discorso attraverso due approcci interni al costruzionismo, quello semiotico e quello discorsivo, riconducibili alle figure fondatrici di Ferdinand de Saussure e Michel Foucault, guidati in questo viaggio da Stuart Hall, la cui attenzione per i dettagli nello svolgimento del discorso spero di aver reso decentemente con la mia traduzione.

Come nota Hall, il modello del linguaggio proposto da Saussure “ha plasmato l’approccio semiotico al problema della rappresentazione in un’ampia varietà di campi culturali”. L’interprete anglofono di Saussure a cui Hall si rifà è Jonathan Culler. “Per Saussure” – spiega Hall – “la produzione del significato dipende dal linguaggio. ‘Il linguaggio è un sistema di segni’. I suoni, le immagini, le parole scritte, i dipinti, le fotografia ecc. funzionano come segni all’interno del linguaggio ‘solo quando servono a esprimere o comunicare idee. Per comunicare idee, devono essere parte di un sistema di convenzioni”. Saussure è stato il primo a concepire il segno come composto da una forma – l’elemento concreto, materiale del segno – e da un’idea/concetto a cui la forma rimanda, e a definire la forma ‘significante’ e l’idea ‘significato’. Ricordo che il mio primo incontro con questi concetti, seppure senza tutto questo contesto, è stato in un libro di grammatica delle medie. Forse anche voi scoprirete un’antica familiarità con queste idee. Faccio solo notare che in inglese, ‘significato’ in questo uso è letteralmente il participio passato sostantivato del verbo to signify, quindi signified (‘significante’ è invece reso con il suffisso -er, che si usa per i nomi che indicano agenti, come ‘worker‘, lavoratore, ‘writer‘, scrittore’, ‘eraser‘, gomma per cancellare, quindi diventa signifier), il che lo distingue da meaning (significato come sostantivo), mentre noi in italiano abbiamo una sola parola per entrambi. Metterò quindi fra parentesi l’originale inglese in questi passaggi, in modo che l’ambiguità sia alleviata. In ogni caso, questo ci riporta alle difficoltà di pensare con concetti che non sono nati per la nostra lingua e che la nostra lingua fa fatica ad accomodare.

In ogni caso, Hall nota: “Ogni volta che sentite, leggete o vedete il significante [signifier] […] esso è correlato al significato [signified] […]. Entrambi sono necessari per produrre il significato [meaning], ma è la relazione fra di essi, fissata dai nostri codici culturali e linguistici, che regge la rappresentazione. Quindi, ‘il segno è l’unione di una forma che significa (significante/signifier) e dell’idea significata (significato/signified). […] essi esistono solo come componenti del segno, che è il fatto centrale del linguaggio (Culler, 1976)”. “Non c’è alcun legame naturale o inevitabile fra il significante [signifier] e il significato [signified]. I segni non possiedono un significato [meaning] fisso o essenziale. […] I segni, secondo Saussure, ‘sono membri di un sistema e sono definiti in relazione agli altri membri di quel sistema’”. Hall esemplifica questa affermazione con i nomi dei componenti della famiglia (padre, madre, zio, cugino…), che sono definibili solo avendo chiaro il sistema di relazioni di parentela che organizza le posizioni relative di ogni termine rispetto agli altri (lo zio è il fratello di un genitore, il cugino è il figlio dello zio…). In definitiva, “Questa marcatura della differenza all’interno del linguaggio è fondamentale per la produzione del significato [meaning]. […] Il modo più semplice per rimarcare una differenza è, ovviamente, attraverso un’opposizione binaria […] il significato [meaning] di un concetto o di una parola è spesso definito in relazione al suo diretto contrario”.

Da qui arriviamo alla conclusione cruciale per lo sviluppo dell’approccio semiotico: “un linguaggio è costituito da significanti, ma affinché essi producano significato [meaning], devono essere organizzati in un ‘sistema di differenze’. Sono le differenze fra i significanti che significano. Inoltre, la relazione fra il significante e il significato [signified], che è fissata dai nostri codici culturali, non è – secondo Saussure – fissata in modo permanente. I significati delle parole mutano. I concetti (significati/signified) a cui si riferiscono cambiano anch’essi, storicamente, e ogni cambiamento altera la mappa concettuale della cultura, portando culture diverse, in momenti storici diversi, a classificare e pensare il mondo diversamente”. Culler lo spiega in questi termini: “Il linguaggio instaura una relazione arbitraria fra significanti di sua stessa scelta da un lato, e significati [signifieds] di sua stessa scelta dall’altro. Non solo il linguaggio produce un set differente di significanti, articolando e dividendo il continuum del suono (o della scrittura o del disegno o della fotografia) in modo peculiare; ogni linguaggio produce un differente set di significati [signifieds]: ha un modo peculiare, e quindi arbitrario, di organizzare il mondo in concetti e categorie”. E da questo passaggio discende una conclusione ancora più densa: “Se la relazione fra un significante e il suo significato [signified] è il risultato di un sistema di convenzioni sociali specifico di ogni società e di ogni momento storico – allora tutti i significati [meanings] sono prodotti all’interno della storia e della cultura. Non possono mai essere fissati in modo definitivo, ma sono sempre soggetti al cambiamento, sia da un contesto culturale all’altro che da un’epoca all’altra. Non c’è nessun ‘vero significato’ unico, immodificabile, universale”. Culler esprime questa idea dicendo che la combinazione di un dato significato [signified] e di un dato significante [signifier] in un segno è, in ogni momento del tempo, un risultato contingente di un processo storico.

Seguiamo lo sviluppo delle implicazioni di questo risultato, con Hall, tornando a parlare di significato come meaning, cioè come prodotto dell’elaborazione attraverso cui giungiamo a comprendere qualcosa, a dargli senso: “se il significato cambia, e non è mai fissato definitivamente, allora la ‘presa di significato’ deve implicare un processo attivo di interpretazione. Il significato deve essere attivamente ‘letto’ o ‘interpretato’. Di conseguenza, c’è una necessaria e inevitabile mancanza di precisione nel linguaggio. Il significato che traiamo, come spettatori, lettori o pubblico, non è mai esattamente il significato dato dal parlante, dallo scrittore o da altri spettatori. E poiché, per dire qualcosa che abbia un significato, dobbiamo ‘entrare nel linguaggio’, dove ogni sorta di significati più vecchi che ci precedono sono già immagazzinati da epoche precedenti, non possiamo mai sterilizzare completamente il linguaggio, filtrando via tutti gli altri significati nascosti che potrebbero modificare o distorcere quello che vogliamo dire”. Non possiamo togliere le connotazioni negative a una parola semplicemente perché vogliamo usarla in modo neutro o positivo. Per quanto io voglia definire me stessa come femminista e non abbia paura di farlo, so che nel rendere pubblica questa identità a persone che non mi conoscono bene devo premettere uno spiegone su cosa significa essere femminista perché so che la parola circola nel discorso con tutta una serie di connotazioni stereotipate negative con cui io devo fare i conti anche se le disconosco. Ogni volta che uso questa parola, devo chiarire, difendere il significato che voglio attribuirle per ‘sgombrare il campo’ dai significati negativi, ma non posso farli smettere di esistere. Posso solo ‘educare’ le persone a usare la parola femminista per quello che significa per le femministe, e non per fazioni antifemministe che vogliono distorcere il significato della parola per attaccare le idee che quella parola esprime e rimpiazzarle, nel senso comune, con pregiudizi falsi e offensivi.

Ma non posso impedire l’esistenza di quei significati distorti, come ci ricorda Hall: “C’è un costante slittamento di significato in tutte le interpretazioni, un margine – qualcosa che va oltre quello che intendiamo dire – in cui altri significati oscurano l’affermazione o il testo, in cui altre associazioni sono risvegliate, dando a ciò che diciamo una sfumatura diversa. Quindi l’interpretazione diventa un aspetto essenziale del processo con cui il significato è dato e preso. Il lettore è altrettanto importante dello scrittore nella produzione del significato. Ogni significante dato o codificato nel significato deve essere interpretato o decodificato in modo significativo dal ricevente (Hall, 1980). I segni che non sono stati ricevuti e interpretati in modo intelligibile non sono, in nessun senso utile del termine, ‘significativi'”.

Quindi, per Saussure il linguaggio era diviso in due parti: la prima è formata da “le regole e i codici generali del sistema linguistico, che tutti i suoi utilizzatori devono condividere, se esso deve essere utilizzato come mezzo di comunicazione. Le regole sono i principi che impariamo quando impariamo una lingua e ci permettono di usare quella lingua per dire ciò che vogliamo dire. […] Saussure ha chiamato questa struttura sottostante e governata da regole della lingua, che ci permette di produrre frasi ben costruite, la langue (il sistema linguistico). La seconda parte è formata dagli atti di parola, scrittura o disegno singoli, che – utilizzando la struttura e le regole della langue – sono prodotti da un concreto parlante o scrittore. Lui ha chiamato questo parole“. Langue e parole fanno riferimento a due aspetti dell’uso della lingua che non hanno corrispettivi esatti in inglese, perciò nella comunità scientifica si è deciso di non cercare di tradurre questi termini, nell’uso che ne fa Saussure, e di mantenerli sempre in francese, di modo che ogniqualvolta una persona incontra langue e parole in un testo, sa senza ambiguità di traduzione che stiamo parlando di questa concezione teorica. Culler ci aiuta a capirli: “La langue è il sistema del linguaggio, il linguaggio come sistema di forme, mentre la parole è il discorso concreto, gli atti discorsivi che sono resi possibili dal linguaggio”.

Non è un discorso puramente tecnico, ci mette in guardia Hall: “Per Saussure, la struttura sottostante di regole e codici (langue) era la parte sociale del linguaggio”, ed egli riteneva che avesse una natura chiusa e limitata, che avrebbe permesso di studiare il linguaggio a livello della ‘struttura profonda’, per cui questo modello teorico è stato chiamato strutturalista. In questo modello, la parole era vista come la ‘superficie’ del linguaggio, priva delle proprietà strutturali che ne avrebbero permesso un’analisi scientifica. Questa concezione è ormai tramontata, ma all’epoca della sua formulazione ha permesso di riconoscere, appunto, il carattere sociale del linguaggio senza cadere in una formulazione deterministica, e alcuni punti mantengono la loro validità: “ogni affermazione individuale diventa possibile solo perché ‘l’autore’ condivide con altri utenti del linguaggio le regole e i codici comuni del sistema linguistico – la langue – che permette loro di comunicare in modo dotato di significato. L’autore decide cosa dire. Ma non può ‘decidere’ se usare o meno le regole della lingua, se vuole essere capito. Noi siamo nati all’interno di un linguaggio, dei suoi codici e dei suoi significati. Il linguaggio è quindi, per Saussure, un fenomeno sociale. Non è una faccenda individuale perché non possiamo inventarci le regole del linguaggio per conto nostro. La loro origine sta nella società, nella cultura, nei nostri codici culturali condivisi, nel sistema linguistico”.

In conclusione, “Il grande risultato di Saussure è stato obbligarci a focalizzarci sul linguaggio in sé, come un fatto sociale; sul processo di rappresentazione in sé; su come il linguaggio funziona concretamente e sul ruolo che svolge nella produzione del significato. Nel farlo, ha salvato il linguaggio dallo status di mero medium trasparente fra le cose e il significato. Ci ha mostrato, al contrario, che la rappresentazione è una pratica”. Tuttavia, Saussure ha trascurato il ruolo di un altro processo, il riferimento a entità che esistono e a cui, per tramite dei concetti e delle mappe concettuali, il linguaggio rimanda, nella significazione. La significazione è il prodotto sia del significato che del riferimento. Inoltre, egli si è concentrato sugli aspetti formali del funzionamento del linguaggio, il che “ha distolto l’attenzione dagli aspetti più interazionali e dialogici […] – il modo in cui il linguaggio è effettivamente utilizzato, come funziona nelle situazioni concrete, in un dialogo fra diversi tipi di parlanti. Quindi non è sorprendente che, per Saussure, le questioni legate al potere nel linguaggio – per esempio, fra parlanti di differenti status e posizioni – non siano sorte”.

I teorici che hanno seguito la strada aperta da Saussure in seguito sono giunti alla conclusione che il linguaggio è sì governato da regole, ma “non è un sistema chiuso che può essere ridotto ai suoi elementi formali. Dato che cambia costantemente, è per definizione aperto. Il significato continua a essere prodotto attraverso il linguaggio in forme che non possono mai essere predette a priori, e il suo ‘slittamento’ […] non può mai essere fermato. Saussure potrebbe essere stato tentato [di fermarsi] alla visione precedente perché […] tendeva a studiare lo stato del sistema linguistico in un dato momento, come se […] potesse fermare il flusso del cambiamento linguistico”, osserva Hall. Ovviamente, queste rielaborazioni del lavoro di Saussure non rendono meno validi i suoi punti sul funzionamento del linguaggio, li rendono solo incompleti. Ma è assurdo chiedere che un uomo elabori da solo un intero campo di studi, dopotutto. Dopo di lui, le sue teorie sono state applicate per fondare “un approccio generale al linguaggio e al significato, che fornisce un modello della rappresentazione che è stato applicato a un’ampia gamma di oggetti e pratiche culturali”. Questo approccio – o disciplina – è ciò che ora chiamiamo semiotica, che studia i segni nella cultura e la cultura come linguaggio. Il presupposto è che “dato che tutti gli oggetti culturali sono portatori di signfiicato, e che tutte le pratiche culturali dipendono dal significato, allora devono fare uso di segni, e nella misura in cui lo fanno, devono funzionare come un linguaggio”, e quindi alla loro analisi possono essere applicati i concetti saussuriani che abbiamo esposto.

Il primo ad applicare gli strumenti semiotici allo studio di oggetti della cultura popolare è stato Roland Barthes nel 1972, che ha considerato come segni, come linguaggi in grado di comunicare significato, oggetti e attività come spot pubblicitari, show come il wrestling, guide turistiche. L’idea sottostante è che tutti questi oggetti e pratiche possono essere viste come testi da leggere. Questa prospettiva è stata poi estesa da Clifford Geertz, uno dei più importanti antropologi del secolo, che ha proposto una definizione semiotica di cultura in cui essa è pensata come “strutture di significato socialmente stabilite, nei cui termini le persone fanno cose” (Geertz, 1987), da cui consegue che “è attraverso il flusso del comportamento – o, più esattamente, l’azione sociale – che le forme culturali trovano un’articolazione” (Geertz, 1987). La cultura è “costituita di sistemi interconnessi di segni interpretabili” (Geertz, 1987) che rappresentano il contesto entro cui eventi sociali, comportamenti, istituzioni o processi possono essere compresi come aventi significato per gli attori che li mettono in atto. Le nostre interpretazioni e descrizioni devono essere “espresse nei termini delle interpretazioni a cui persone di una particolare categoria sottopongono la loro esperienza” (Geertz, 1987), quindi devono essere fondate sulla comprensione delle loro mappe concettuali e dei loro codici linguistici. Lo scienziato sociale ha il dovere di “tenere l’analisi delle forme simboliche legata il più strettamente possibile agli eventi sociali concreti, al mondo pubblico della vita in comune” (Geertz, 1987) per raggiungere l’obiettivo di “scoprire le strutture concettuali che informano gli atti dei nostri soggetti, il «detto» del discorso sociale, e costruire un sistema di analisi nei cui termini ciò che è pertinente a quelle strutture, ciò che appartiene loro perché sono quello che sono, risalterà sullo sfondo di altre determinanti del comportamento umano” (Geertz, 1987). Poiché le interpretazioni devono essere formulate nei termini degli attori sociali, il compito dello scienziato sociale può essere inteso come quello di tracciare “un ritratto delle cornici di significato” (Geertz, 1987) degli attori, inscrivendole in quelle forme della società che sono la sostanza della cultura.

Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 4)

Nella puntata precedente abbiamo riflettuto sul fatto che i significati che associamo alle cose e con cui leggiamo la realtà sono il prodotto di convenzioni linguistiche e concettuali, e questo spiega perché essi possono cambiare nel tempo e da una società all’altra. Non per questo, ribadisce Hall, i significati sono completamente fluidi e cangianti: “ci deve essere una qualche forma di fissaggio del significato nel linguaggio, o non saremmo mai in grado di capirci a vicenda. […] D’altro canto, non c’è nessun fissaggio assoluto o definitivo del significato. Le convenzioni linguistiche e sociali cambiano effettivamente nel tempo. […] I codici linguistici cambiano in modo significativo da una lingua all’altra. Molte culture non hanno parole per concetti che per noi sono normali e ampiamente accettabili. Le parole cadono costantemente fuori dall’uso comune, e nuove frasi vengono coniate […]. Perfino quando le parole in sé restano stabili, le loro connotazioni slittano o acquisiscono sfumature diverse”. Tutto questo ci riporta al punto chiave: “il significato non è intrinseco alle cose, al mondo. È costruito, prodotto. È il risultato di una pratica significante – una pratica che produce significato, che fa significare le cose“.

Hall presenta a questo punto tre approcci che tentano di spiegare come funziona la rappresentazione del significato attraverso il linguaggio, quello riflettente, quello intenzionale e quello costruzionista. Ognuno di essi tenta di rispondere alla domanda: “Da dove vengono i significati?” e “Come possiamo distinguere il ‘vero’ significato di una parola o un’immagine?”.

“Nell’approccio riflettente, si ritiene che il significato giaccia nell’oggetto, nella persona, nell’idea o nell’evento nel mondo reale, e che il linguaggio funzioni come uno specchio che rifletta il vero significato così come esso esiste nel mondo”, spiega Hall. Questo approccio è smentito dal fatto che molte parole/molti concetti che possediamo si riferiscono a entità interamente immaginarie e dal fatto che altre culture possono avere mappe concettuali e sistemi di classificazione della realtà così diversi dal nostro da non possedere le parole per designare qualcosa. Imparare un’altra lingua significa imparare “le convenzioni dei differenti codici linguistici” di quella lingua e costruire una seconda mappa concettuale nella nostra testa che in molti casi sarà sovrapponibile a quella che abbiamo (ad esempio, “rosa” in italiano e “rose” in inglese fanno riferimento in modo evidente allo stesso referente) e in altri ci richiederà di pensare in modo diverso (ad esempio, “sakura” è la fioritura dei ciliegi/cherry blossom in giapponese, quindi non indica né il concetto di “ciliegio”/cherry tree” né il concetto di “fioritura/bloom“, quindi per capire quella parola devo costruire un nuovo concetto nella mia mente che non ha un equivalente diretto né in italiano né in inglese; in questo caso è facile, ma con concetti molto più astratti, come la classificazione delle emozioni le equivalenze sono molto più rare e vi assicuro che io, che ormai sono bilingue italiano/inglese, non so definire esattamente in italiano molte parole inglesi che però so come usare, e anche gli esercizi di traduzione come questo mi costringono a pensare con una logica che non è né quella dell’italiano né quella dell’inglese, ma è un girare attorno alle parole per costruire delle frasi che hanno senso in italiano e colgono il punto delle frasi inglesi, pur non potendo essere una trasposizione 1:1; e se alcune frasi vi sembrano ‘rigide’ e macchinose, ora sapete perché).

Il secondo approccio – quello intenzionale – al significato nella rappresentazione sostiene che “è il parlante, l’autore, che impone il suo significato unico al mondo attraverso il linguaggio. Le parole significano ciò che l’autore intende che dovrebbero significare. […] C’è un punto in questo argomento, dato che tutti noi, come individui, effettivamente usiamo il linguaggio per trasmettere e comunicare cose che sono speciali o uniche per noi, per la nostra visione del mondo. Tuttavia, come teoria generale della rappresentazione attraverso il linguaggio, anche l’approccio intenzionale ha dei punti deboli. Non possiamo essere noi la sola e unica fonte di significati nel linguaggio, perché ciò implicherebbe che saremmo in grado di esprimerci in linguaggi interamente privati. Ma l’essenza del linguaggio è la comunicazione ed essa, a sua volta, dipende dalle convenzioni linguistiche condivise e da codici condivisi. […] I nostri significati intesi devono entrare nelle regole, nei codici e nelle convenzioni del linguaggio per essere condivisi e compresi. Il linguaggio è un sistema sociale in tutto e per tutto. Questo significa che i nostri pensieri privati devono negoziare con tutti gli altri significati delle parole o delle immagini che sono stati immagazzinati nel linguaggio e che il nostro uso del sistema linguistico inevitabilmente innescherà”.

“Il terzo approccio”, quello costruzionista – prosegue Stuart Hall – “riconosce questo carattere pubblico e sociale del linguaggio. Riconosce che né le cose in sé stesse né coloro che individualmente utilizzano la lingua hanno il potere di fissare il significato nel linguaggio. Le cose non significano: noi costruiamo il significato, utilizzando sistemi di rappresentazione – concetti e segni. Parlare di costruzionismo non significa “confondere il mondo materiale, dove le cose e le persone esistono, con le pratiche e i processi simbolici attraverso i quali operano la rappresentazione, il significato e il linguaggio. I costruzionisti non negano l’esistenza del mondo materiale. Tuttavia, non è il mondo materiale che trasmette significato: è il sistema linguistico o qualsiasi sistema stiamo utilizzando per trasmettere i nostri concetti. Sono gli attori sociali che usano i sistemi concettuali della loro cultura e i sistemi linguistici e rappresentazionali per costruire il significato, per rendere il mondo pieno di significato e per comunicare riguardo a quel mondo in modo significativo con gli altri”. I segni hanno una dimensione materiale: sono suoni emessi dalle nostre corde vocali, immagini stampate su carta, impulsi elettronici, macchie di inchiostro. “La rappresentazione è una pratica, un tipo di ‘lavoro’, che usa gli oggetti materiali e gli effetti. Ma il significato non dipende dalle qualità materiali del segno, ma dalla sua funzione simbolica. È in quanto un particolare suono o parola sta per, simboleggia o rappresenta un concetto che può funzionare, nel linguaggio, come un segno e trasmettere significato – o, come dicono i costruzionisti, significare”. La parola “significare” è il verbo che esprime l’idea di “diventare segno”. In inglese è ancora più evidente: “segno” si dice sign e “significare” si dice signify, quindi sign-i-fy, parola costruita attribuendo alla radice sign- il suffisso -ify che si usa per alcuni verbi (modify, modificare; petrify, pietrificare; mystify, ammaliare, sono i primi che mi sono venuti in mente).

Per illustrare tutto questo, Hall fa un approfondito esempio sui semafori: “Un semaforo è una macchina che produce differenti luci colorate in sequenza. L’effetto della luce di lunghezze d’onda diverse sull’occhio – un fenomeno naturale e materiale – produce la sensazione di colori diversi. Ora, queste cose certamente esistono nel mondo materiale. Ma è la nostra cultura che spezza lo spettro della luce in colori diversi, li distingue l’uno dall’altro e gli attribuisce dei nomi – rosso, verde, giallo, blu. Usiamo un sistema di classificazione dello spettro dei colori per creare colori differenti l’uno dall’altro. Noi rappresentiamo o simbolizziamo i differenti colori e li classifichiamo secondo i nostri diversi concetti dei colori. Questo è il sistema concettuale dei colori della nostra cultura. Diciamo ‘della nostra cultura’ perché ovviamente altre culture potrebbero dividere lo spettro dei colori in modo diverso. Inoltre, di certo usano parole o lettere diverse per identificare i diversi colori […]. Questo è il codice linguistico – quello che correla certe parole (segni) con certi colori (concetti), e quindi ci permette di comunicare riguardo ai colori con altre persone, usando il ‘linguaggio dei colori'”. Il fatto che la suddivisione dello spettro della luce in colori sia una partizione arbitraria (convenzionale) appare evidente se pensiamo a quei selettori di colori in cui spostiamo il cursore per arrivare al punto di colore preciso. Guardando quello spettro, siamo in grado di definire esattamente dove finisce il blu e comincia il viola? Dove finisce l’arancione e comincia il rosso? Quando un blu è un blu, e quando è un indaco, o un azzurro? Ogni punto di colore ha un codice alfanumerico, perché non è possibile identificare in modo univoco tutti i blu, perché quello che per me magari è “ancora” un blu, per qualcun altro è “già” un viola.

Hall prosegue il suo ragionamento. “Ma come usiamo questo sistema simbolico o di rappresentazione per regolare il traffico? I colori non hanno nessun significato ‘vero’ o fisso in questo senso. Il rosso non significa ‘stop’ in natura, né il verde significa ‘via libera’. […] Il rosso e il verde funzionano nel linguaggio dei semafori perché ‘stop’ e ‘via libera’ sono i significati che sono stati assegnati loro nella nostra cultura dal codice o dalle convenzioni che governano questo linguaggio, e questo codice è ampiamente conosciuto e rispettato quasi universalmente nella nostra cultura […] – anche se potremmo facilmente immaginare altre culture che non possiedano questo codice, in cui questo linguaggio sarebbe un completo enigma”. Questo codice, se ci pensiamo, è stato poi applicato nel linguaggio degli smartphone, in cui il polo da selezionare per rispondere a una telefonata è verde, quello per ‘buttare giù’ è rosso. Verde, via libera. Rosso, stop. Applicando i concetti visti finora all’esempio, Hall ci invita a capire come ‘il linguaggio del semaforo’ “funziona come un sistema significante o rappresentazionale. […] In primo luogo, c’è la mappa concettuale dei colori nella nostra cultura – il modo in cui i colori sono distinti l’uno dall’altro, classificati e ordinati nel nostro universo mentale. In secondo luogo, ci sono i modi in cui le parole o immagini sono correlate con i colori nel nostro linguaggio – i nostri codici linguistici per i colori. In effetti, naturalmente, un linguaggio dei colori è fatto da qualcosa di più delle singole parole che designano differenti punti nello spettro cromatico. Dipende anche da come esse funzionano in relazione l’una all’altra – quel tipo di cose che sono governate dalla grammatica e dalla sintassi nelle lingue parlate o scritte, che ci permettono di esprimere idee piuttosto complesse. Nel linguaggio del semaforo, sono la sequenza e la posizione dei colori, al pari dei colori in sé, che gli permettono di portare significati e quindi di funzionare come un segno”.

Secondo questa logica, un semaforo funzionerebbe altrettanto bene se avessimo  collettivamente deciso che ‘stop’ è blu invece che rosso, ‘liberare l’incrocio’ è marrone invece che arancione/giallo e ‘via libera’ è rosa invece che verde. Questo perché, nota Hall, “Ciò che ha significato […] non è ciascun colore di per sé e nemmeno il concetto o la parola che lo indicano. È la differenza tra il rosso e il verde che ha significato. […] Se non potessimo differenziare il verde dal rosso, non potremmo attribuire al primo il significato ‘via libera’ e all’altro ‘stop’. […] tutti i segni sono arbitrari. ‘Arbitrari’ significa che non c’è alcuna relazione naturale fra il segno e il suo significato o concetto. Dato che il rosso significa ‘stop’ solo perché il codice funziona così, in principio ogni altro colore, incluso il verde, potrebbe svolgere questa funzione. È il codice che fissa il significato, non il colore. […] Ciò significa che i segni di per sé non possono fissare il significato. Invece, il significato dipende dalla relazione fra il segno e il concetto, che è fissata dal codice. Il significato, direbbero i costruzionisti, è ‘relazionale'”.

Ricapitolando, “i semafori sono macchine, e i colori sono l’effetto materiale delle onde luminose sulla retina dell’occhio. Ma gli oggetti – le cose – possono anche funzionare come segni, se è stato loro assegnato un concetto e un significato all’interno dei nostri codici linguistici e culturali. Come segni, operano simbolicamente – rappresentano concetti, e significano. I loro effetti, tuttavia, sono percepiti nel mondo materiale e sociale”. Ad esempio, i colori del semaforo regolano il comportamento sociale delle persone alla guida (o almeno, si suppone che lo facciano – rispettate i semafori, mi raccomando!).

Perciò, l’argomento che Stuart Hall ha sviluppato sin qui può essere riassunto in questo modo: “La rappresentazione è la produzione di significato attraverso il linguaggio. Nella rappresentazione, secondo i costruzionisti, utilizziamo segni, organizzati in linguaggi di tipi diversi, per comunicare in modo significativo con gli altri. […] Il significato è prodotto all’interno del linguaggio, dentro e attraverso vari sistemi di rappresentazione che […] chiamiamo ‘linguaggi’. Il significato è prodotto nella pratica, nel ‘lavoro’, della rappresentazione. È costruito attraverso pratiche significanti – ovvero, pratiche che producono significati”. Questo processo “dipende da due sistemi di rappresentazione differenti ma correlati. In primo luogo, i concetti che sono formati nella mente funzionano come un sistema di rappresentazione mentale che classifica e organizza il mondo in categorie dotate di significato. Se abbiamo un concetto di qualcosa, possiamo dire che ne conosciamo il ‘significato’. Ma non possiamo comunicare questo significato senza un secondo sistema di rappresentazione, un linguaggio. Il linguaggio è formato da segni organizzati in varie relazioni. Ma i segni possono trasmettere significato solo se possediamo dei codici che ci permettono di tradurre i nostri concetti nel linguaggio – e viceversa. Questi codici […] non esistono in natura, ma sono il risultato di convenzioni sociali. Essi sono una parte cruciale della nostra cultura – delle nostre ‘mappe di significati’ condivise – che apprendiamo e interiorizziamo inconsciamente nel divenire membri della nostra cultura”.

Questo è il costruzionismo ‘in un guscio di noce’. Personalmente, non smetto mai di restare affascinata dalla complessità di questo framework teorico e dalle prospettive e possibilità che si aprono alla comprensione della realtà guardandola da questo punto di vista. Spero che sia così anche per voi, e che vogliate continuare questo viaggio nelle prossime puntate.

Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 3)

E quindi eccoci – con un forte ritardo, per cui mi scuso – alla terza puntata della serie che cerca di svolgere la matassa che si avviluppa attorno ai concetti di cultura, linguaggio, significato e rappresentazione nella prospettiva del costruzionismo sociale, attraverso il libro Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, curato da Stuart Hall. Nella puntata precedente abbiamo presentato i contenuti dei sei capitoli che compongono il volume, distinto le caratteristiche dell’approccio semiotico e di quello discorsivo e chiarito come le rappresentazioni abbiano un legame con il potere, con la costruzione sociale di differenze e posizionamenti che si traducono in disuguaglianze, e come la produzione di significato sia un processo dialogico.

Il capitolo che stiamo affrontando ora, sempre di Stuart Hall, è intitolato The work of representation, che possiamo rendere come “il lavoro della rappresentazione” oppure “il funzionamento della rappresentazione”, dato che work può assumere entrambi i significati. Questa duplicità di significato ci dice che possiamo osservare sia come funziona la rappresentazione sia il lavoro che compie nel senso dello scopo che ottiene, degli effetti che produce.

Partiamo dal presupposto fondamentale: “La rappresentazione connette il significato e il linguaggio alla cultura”. Approfondiamo quindi il concetto stesso di rappresentazione: per Hall, essa è “una parte essenziale del processo con cui il significato viene prodotto e scambiato fra i membri di una cultura. Essa comprende l’uso del linguaggio, di segni e immagini che ‘stanno per’ o rappresentano cose”. Vediamo come funziona questo processo. Le definizioni di ‘rappresentazione’ che Hall prende dal vocabolario affermano che “1. Rappresentare qualcosa è descriverlo o raffigurarlo, evocarlo nella mente attraverso la descrizione, la raffigurazione o l’immaginazione; evocarne una sembianza nella nostra mente o nei nostri sensi” e “2. Rappresentare significa anche simboleggiare, ‘stare per’, essere un esemplare di, sostituire qualcosa”. L’esempio di Hall è un dipinto che raffigura l’uccisione di Abele ad opera di Caino: le figure nel dipinto stanno al posto dei due personaggi mitologici, e allo stesso tempo sostituiscono la storia (cioè, noi vediamo quei due personaggi, e se sappiamo chi sono e conosciamo la storia ci basta vedere un solo momento di quella storia per portare alla mente l’intera storia e il suo significato). Un altro esempio di Hall è quello della croce, che non è solo una forma “+” fatta di legno, ma, nel contesto della cultura cristiana, assume su di sé, simboleggia, ‘sta per’ un enorme set di significati che circondano un evento storico, una specifica crocefissione operata dai Romani in Giudea.

Se siete in grado di riconoscere un oggetto, dice Hall, significa che “i vostri processi di pensiero decodificano la vostra percezione visiva dell’oggetto in termini di un concetto di esso che avete nella vostra mente. […] C’è l’oggetto, e c’è il concetto nella vostra mente che vi dice cos’è, che cosa significa la vostra percezione visiva”. Se siete in grado di comunicare cos’è quell’oggetto a un’altra persona, significa che “Il concetto dell’oggetto è stato trasmesso attraverso la vostra rappresentazione mentale a me tramite la parola che lo indica che avete usato. La parola ‘sta per’ o rappresenta il concetto”. Questi due passaggi sono il modo in cui conferiamo significati alle cose attraverso il linguaggio, ‘diamo senso’ al mondo ed esprimiamo il nostro pensiero agli altri. Per questo diciamo che “La rappresentazione è la produzione di significato dei concetti nella nostra mente attraverso il linguaggio. Essa è il collegamento fra concetti e linguaggio che ci permette di fare riferimento” a mondi reali, concreti, oppure astratti, immaginari. I due passaggi qui sopra sono definiti da Hall due sistemi di rappresentazione. Il primo è quello che collega gli enti reali alle nostre rappresentazioni mentali, senza le quali non potremmo dare significato al mondo, perché “il significato dipende dal sistema di concetti e immagini formati nei nostri pensieri che possono ‘stare per’ o ‘rappresentare’ il mondo, permettendoci di fare riferimento a cose sia all’interno che all’esterno della nostra testa”. Non si tratta solo di poter avere un’immagine mentale di ‘mela’, ‘guerra’ o ‘Capitan America’: questo sistema di rappresentazione “non consiste di concetti individuali, ma di differenti modi di organizzare, raggruppare, disporre e classificare i concetti, e di stabilire relazioni complesse fra di essi”. Ad esempio, fanno parte di questo sistema i criteri che definiscono similarità/differenza, causa/effetto, ecc, dato che molti concetti sono definibili sono in relazione ad altri.

Se due individui hanno ‘mappe concettuali’ mentali completamente diverse, le loro interpretazioni del mondo, il modo in cui conferiscono senso al mondo, saranno completamente diverse, e quindi non riuscirebbero a condividere pensieri o a esprimere idee sul mondo che l’altra persona possa capire. La comunicazione è possibile dove due individui condividono, in linea di massima, le stesse mappe concettuali e quindi le loro interpretazioni del mondo sono simili, e questa è una prima idea di cosa significa appartenere alla stessa cultura: “Poiché interpretiamo il mondo in modi simili, siamo in grado di costruire una cultura condivisa di significati e quindi di costruire un mondo sociale che abitiamo insieme. Questo è il motivo per cui la cultura è talvolta definita come ‘significati condivisi o mappe concettuali condivise'”, dice Hall. Ma non basta condividere mappe di concetti: dobbiamo poterli rappresentare e scambiare, e quindi avere un linguaggio condiviso. “Il linguaggio è quindi il secondo sistema di rappresentazione coinvolto nel processo complessivo di costruzione del significato. La nostra comune mappa concettuale deve essere tradotta in un linguaggio comune, cosicché noi possiamo correlare i nostri concetti e le nostre idee con certe parole scritte, certi suoni pronunciati o certe immagini”, ovvero certi segni, che “‘stanno per’ o rappresentano i concetti e le relazioni fra concetti” e nel loro insieme “costituiscono il sistema di significato della nostra cultura”.

“I segni sono organizzati in linguaggi, ed è l’esistenza di linguaggi condivisi che ci permette di tradurre i nostri pensieri (concetti) in parole, suoni o immagini, e poi di utilizzarli, dato che operano come linguaggi, per esprimere significati e comunicare pensieri ad altre persone”, ribadisce Hall. Sono linguaggi condivisi non solo le lingue in senso stretto, ma anche ad esempio i codici legati all’abbigliamento, il codice dei semafori, le espressioni facciali, la musica. Per Hall, “Ogni suono, parola, immagine, oggetto che funziona da segno, ed è organizzato insieme ad altri segni in un sistema capace di portare ed esprimere significato è […] un ‘linguaggio'”. Quindi, la produzione di significato dipende da due sistemi di rappresentazione, quello che lega gli enti (reali o immaginari) ai loro concetti e crea le mappe concettuali mentali, e quello che lega i concetti ai segni, organizzati in linguaggi che ‘stanno per’ o rappresentano quei concetti. Questi due processi presi insieme sono ciò che definiamo rappresentazione. Quindi, la rappresentazione è un processo senza cui non potrebbe esistere alcuna cultura, e quindi non potrebbe esistere alcuna società.

Hall prosegue: “Così come le persone che appartengono alla stessa cultura devono condividere una mappa concettuale simile, devono anche condividere lo stesso modo di interpretare i segni di un linguaggio, perché solo così i significati possono essere scambiati in modo efficace fra le persone”. Quindi, come sappiamo quale concetto indica quale oggetto? O quale parola rappresenta efficacemente quale concetto? Hall prende l’esempio di un’immagine di una pecora. Per ‘leggerla’, dobbiamo avere una mappa concettuale che associa l’idea di un animale coperto di lana, grigiastro, erbivoro, con quattro zampe ecc. con il concetto di pecora e un linguaggio che associa a quel concetto la parola p-e-c-o-r-a. Il nostro concetto di pecora deve essere abbastanza ampio da astrarre da una singola pecora a riconoscere come “pecora” anche le statuine del presepe, un disegno di una pecora stilizzata, ecc. Quando non parliamo di concetti che hanno referenti molto ben definiti nel mondo reale, i significati cominciano a essere ambigui, e non si può più dare per scontato che gli altri interpretino le cose allo stesso modo. Pensiamo a un dipinto astratto, o all’idea di “giustizia” o “sicurezza”. Le parole non hanno alcuna relazione che non sia convenzionale con l’oggetto che designano. Non esiste alcun motivo ‘naturale’ o ‘necessario’ per cui la pecora sia indicata dalla parola p-e-c-o-r-a (e infatti in inglese è ‘sheep‘, e in francese ‘mouton‘). Ci sono delle ragioni storiche per cui la parola che è giunta a noi per indicare la pecora è p-e-c-o-r-a, ma in principio le parole sono state ‘inventate’ arbitrariamente e sono state adottate per designare certi referenti per accordo, per convenzione che poi è stata trasmessa alle generazioni successive ed è sedimentata in una normalità, e poi in una norma: “si dice così”.

Questo apre un’altra questione: come fanno le persone che appartengono alla stessa cultura, che condividono la stessa mappa concettuale e che parlano e scrivono lo stesso linguaggio a sapere che l’arbitraria combinazione di lettere e suoni che costituisce la parola p-e-c-o-r-a ‘sta per’ o rappresenta il concetto di ‘animale erbivoro da cui si produce la lana’? La prima risposta che l’umanità ha elaborato è che “gli oggetti nel mondo incarnano in sé stessi e fissano in qualche modo il loro ‘vero’ significato”, ma questa ipotesi è invalidata dal fatto stesso che lingue diverse – e perfino dialetti diversi, a pochi chilometri di distanza – designano la stessa cosa in modo anche completamente diverso. Invece, afferma Hall, “Il significato non è nell’oggetto o nella persona o nella cosa, né si trova nel mondo. Siamo noi che fissiamo il significato così fermamente che, dopo un po’, giunge a sembrare naturale e inevitabile. Il significato è costruito dal sistema di rappresentazione. È costruito e fissato dal codice, che istituisce la correlazione fra il nostro sistema concettuale e il nostro sistema linguistico in modo tale che” ogni volta che pensiamo a una pecora, il codice ci dice di usare la parola p-e-c-o-r-a se siamo parlanti dell’italiano o s-h-e-e-p se siamo parlanti dell’inglese. E quindi “Un modo di pensare la ‘cultura’ è in termini di mappe concettuali condivise, sistemi linguistici condivisi e codici che governano le relazioni di traduzione fra i due. I codici fissano le relazioni fra concetti e segni. Essi stabilizzano i significati all’interno di differenti lingue e culture. Essi ci dicono quale linguaggio utilizzare per trasmettere quale idea. E anche l’opposto è vero. I codici ci dicono a quali concetti si sta facendo riferimento quando sentiamo o leggiamo determinati segni. Fissando in modo arbitrario le relazioni fra il nostro sistema concettuale e il nostro sistema linguistico […], i codici rendono possibile parlare e ascoltare in modo intelligibile, e stabiliscono la traducibilità tra i nostri concetti e i nostri linguaggi che permette al significato di passare da chi parla a chi ascolta ed essere efficacemente comunicato all’interno di una cultura. Questa traducibilità non è data dalla natura o stabilita dagli dei. Essa è il risultato di un set di convenzioni sociali. È fissata socialmente, fissata nella cultura”.

È attraverso l’apprendimento di queste tre cose – la mappa concettuale di una cultura, la lingua di una cultura e i codici che tengono assieme le due cose – che i bambini diventano ‘soggetti culturali’: “Essi imparano il sistema e le convenzioni della rappresentazione, i codici della loro lingua e cultura, che li dotano del ‘know-how’ culturale che permette loro di funzionare come membri competenti culturalmente. […] Essi, in modo non consapevole, interiorizzano i codici che gli permettono di esprimere certi concetti e certe idee attraverso i loro sistemi di rappresentazione […] e di interpretare idee che gli sono comunicate attraverso gli stessi sistemi”. E quindi, possiamo dire che: “Appartenere a una cultura è appartenere in una qualche misura allo stesso universo concettuale e linguistico, è sapere come i concetti e le idee si traducono nei differenti linguaggi, e come il linguaggio può essere interpretato per fare riferimento al mondo. Condividere queste cose è vedere il mondo dall’interno della stessa mappa concettuale e dargli senso attraverso gli stessi sistemi linguistici”. Da qui discende la famosa ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui siamo tutti “bloccati nelle nostre prospettive culturali o ‘mentalità’ e il linguaggio è l’indizio migliore che abbiamo per accedere a quell’universo concettuale”.

Ma l’implicazione più importante di questa prospettiva è che, per dirla con Hall, “se il significato è il risultato, non di qualcosa che sta là fuori, nella natura, ma delle nostre convenzioni sociali, culturali e linguistiche, allora esso non può mai essere fissato definitivamente“. D’altro canto, se fosse possibile cristallizzare i significati attraverso cui pensiamo e interpretiamo il mondo, non sarebbe possibile il cambiamento culturale, l’elaborazione di nuove prospettive sulla realtà, il pensare ciò che ancora non esiste. I significati sono stabili abbastanza da permetterci di costruire conoscenza valida intersoggettivamente, ma non sono scolpiti nella pietra, c’è sempre uno spazio per quello che Hall chiama “slittamento” dei significati. Attraverso l’uso, i significati delle parole cambiano – Hall dice “ci ‘accordiamo’ sul permettere alle parole di portare su di sé differenti significati” – (pensiamo alla parola “gay”, che prima della sua appropriazione da parte del movimento LGBT per designare gli omosessuali uomini, significava semplicemente “gaio” nel senso di “gioioso, allegro, sprizzante vita”, mentre ora chiunque di noi senta la parola ha in mente subito il primo significato, uomo gay) oppure usiamo parole diverse per pensare lo stesso fenomeno e nel farlo lo inquadriamo in una cornice cognitiva differente (una “donna single” e una “zitella” riflettono la stessa condizione, quella di non essere sposate o in una relazione, ma la prima ha una connotazione neutra, mentre la seconda pone un giudizio negativo su questa condizione della vita). Questo spiega anche perché alcuni significati delle parole siano così aspramente contestati, come il rifiuto da parte di alcune fazioni conservatrici di permettere alla parola “matrimonio” di designare anche i matrimoni gay, insistendo sul fatto che sarebbe inscindibile dal concetto di “matrimonio” l’idea che esso possa riferirsi solo a quello fra un uomo e una donna. Cambiando i significati, operando sul piano simbolico, possiamo agire davvero sulla realtà perché agiamo sul modo in cui le persone pensano, interpretano, definiscono la realtà. È il motivo per cui le fake news sono un tale problema sociale: se le persone agiscono sulla base di queste credenze (che loro  ovviamente ritengono vere) e questo sposta il discorso politico, apre problemi sanitari (antivaccinisti, persone che credono che il Covid-19 non esista o non sia realmente pericoloso), porta alla distruzione di infrastrutture tecnologiche (come le antenne 5G), questi problemi non possono essere risolti senza andarli ad affrontare sul piano delle idee e delle interpretazioni della realtà, e quindi dei significati.