Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 3)

E quindi eccoci – con un forte ritardo, per cui mi scuso – alla terza puntata della serie che cerca di svolgere la matassa che si avviluppa attorno ai concetti di cultura, linguaggio, significato e rappresentazione nella prospettiva del costruzionismo sociale, attraverso il libro Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, curato da Stuart Hall. Nella puntata precedente abbiamo presentato i contenuti dei sei capitoli che compongono il volume, distinto le caratteristiche dell’approccio semiotico e di quello discorsivo e chiarito come le rappresentazioni abbiano un legame con il potere, con la costruzione sociale di differenze e posizionamenti che si traducono in disuguaglianze, e come la produzione di significato sia un processo dialogico.

Il capitolo che stiamo affrontando ora, sempre di Stuart Hall, è intitolato The work of representation, che possiamo rendere come “il lavoro della rappresentazione” oppure “il funzionamento della rappresentazione”, dato che work può assumere entrambi i significati. Questa duplicità di significato ci dice che possiamo osservare sia come funziona la rappresentazione sia il lavoro che compie nel senso dello scopo che ottiene, degli effetti che produce.

Partiamo dal presupposto fondamentale: “La rappresentazione connette il significato e il linguaggio alla cultura”. Approfondiamo quindi il concetto stesso di rappresentazione: per Hall, essa è “una parte essenziale del processo con cui il significato viene prodotto e scambiato fra i membri di una cultura. Essa comprende l’uso del linguaggio, di segni e immagini che ‘stanno per’ o rappresentano cose”. Vediamo come funziona questo processo. Le definizioni di ‘rappresentazione’ che Hall prende dal vocabolario affermano che “1. Rappresentare qualcosa è descriverlo o raffigurarlo, evocarlo nella mente attraverso la descrizione, la raffigurazione o l’immaginazione; evocarne una sembianza nella nostra mente o nei nostri sensi” e “2. Rappresentare significa anche simboleggiare, ‘stare per’, essere un esemplare di, sostituire qualcosa”. L’esempio di Hall è un dipinto che raffigura l’uccisione di Abele ad opera di Caino: le figure nel dipinto stanno al posto dei due personaggi mitologici, e allo stesso tempo sostituiscono la storia (cioè, noi vediamo quei due personaggi, e se sappiamo chi sono e conosciamo la storia ci basta vedere un solo momento di quella storia per portare alla mente l’intera storia e il suo significato). Un altro esempio di Hall è quello della croce, che non è solo una forma “+” fatta di legno, ma, nel contesto della cultura cristiana, assume su di sé, simboleggia, ‘sta per’ un enorme set di significati che circondano un evento storico, una specifica crocefissione operata dai Romani in Giudea.

Se siete in grado di riconoscere un oggetto, dice Hall, significa che “i vostri processi di pensiero decodificano la vostra percezione visiva dell’oggetto in termini di un concetto di esso che avete nella vostra mente. […] C’è l’oggetto, e c’è il concetto nella vostra mente che vi dice cos’è, che cosa significa la vostra percezione visiva”. Se siete in grado di comunicare cos’è quell’oggetto a un’altra persona, significa che “Il concetto dell’oggetto è stato trasmesso attraverso la vostra rappresentazione mentale a me tramite la parola che lo indica che avete usato. La parola ‘sta per’ o rappresenta il concetto”. Questi due passaggi sono il modo in cui conferiamo significati alle cose attraverso il linguaggio, ‘diamo senso’ al mondo ed esprimiamo il nostro pensiero agli altri. Per questo diciamo che “La rappresentazione è la produzione di significato dei concetti nella nostra mente attraverso il linguaggio. Essa è il collegamento fra concetti e linguaggio che ci permette di fare riferimento” a mondi reali, concreti, oppure astratti, immaginari. I due passaggi qui sopra sono definiti da Hall due sistemi di rappresentazione. Il primo è quello che collega gli enti reali alle nostre rappresentazioni mentali, senza le quali non potremmo dare significato al mondo, perché “il significato dipende dal sistema di concetti e immagini formati nei nostri pensieri che possono ‘stare per’ o ‘rappresentare’ il mondo, permettendoci di fare riferimento a cose sia all’interno che all’esterno della nostra testa”. Non si tratta solo di poter avere un’immagine mentale di ‘mela’, ‘guerra’ o ‘Capitan America’: questo sistema di rappresentazione “non consiste di concetti individuali, ma di differenti modi di organizzare, raggruppare, disporre e classificare i concetti, e di stabilire relazioni complesse fra di essi”. Ad esempio, fanno parte di questo sistema i criteri che definiscono similarità/differenza, causa/effetto, ecc, dato che molti concetti sono definibili sono in relazione ad altri.

Se due individui hanno ‘mappe concettuali’ mentali completamente diverse, le loro interpretazioni del mondo, il modo in cui conferiscono senso al mondo, saranno completamente diverse, e quindi non riuscirebbero a condividere pensieri o a esprimere idee sul mondo che l’altra persona possa capire. La comunicazione è possibile dove due individui condividono, in linea di massima, le stesse mappe concettuali e quindi le loro interpretazioni del mondo sono simili, e questa è una prima idea di cosa significa appartenere alla stessa cultura: “Poiché interpretiamo il mondo in modi simili, siamo in grado di costruire una cultura condivisa di significati e quindi di costruire un mondo sociale che abitiamo insieme. Questo è il motivo per cui la cultura è talvolta definita come ‘significati condivisi o mappe concettuali condivise'”, dice Hall. Ma non basta condividere mappe di concetti: dobbiamo poterli rappresentare e scambiare, e quindi avere un linguaggio condiviso. “Il linguaggio è quindi il secondo sistema di rappresentazione coinvolto nel processo complessivo di costruzione del significato. La nostra comune mappa concettuale deve essere tradotta in un linguaggio comune, cosicché noi possiamo correlare i nostri concetti e le nostre idee con certe parole scritte, certi suoni pronunciati o certe immagini”, ovvero certi segni, che “‘stanno per’ o rappresentano i concetti e le relazioni fra concetti” e nel loro insieme “costituiscono il sistema di significato della nostra cultura”.

“I segni sono organizzati in linguaggi, ed è l’esistenza di linguaggi condivisi che ci permette di tradurre i nostri pensieri (concetti) in parole, suoni o immagini, e poi di utilizzarli, dato che operano come linguaggi, per esprimere significati e comunicare pensieri ad altre persone”, ribadisce Hall. Sono linguaggi condivisi non solo le lingue in senso stretto, ma anche ad esempio i codici legati all’abbigliamento, il codice dei semafori, le espressioni facciali, la musica. Per Hall, “Ogni suono, parola, immagine, oggetto che funziona da segno, ed è organizzato insieme ad altri segni in un sistema capace di portare ed esprimere significato è […] un ‘linguaggio'”. Quindi, la produzione di significato dipende da due sistemi di rappresentazione, quello che lega gli enti (reali o immaginari) ai loro concetti e crea le mappe concettuali mentali, e quello che lega i concetti ai segni, organizzati in linguaggi che ‘stanno per’ o rappresentano quei concetti. Questi due processi presi insieme sono ciò che definiamo rappresentazione. Quindi, la rappresentazione è un processo senza cui non potrebbe esistere alcuna cultura, e quindi non potrebbe esistere alcuna società.

Hall prosegue: “Così come le persone che appartengono alla stessa cultura devono condividere una mappa concettuale simile, devono anche condividere lo stesso modo di interpretare i segni di un linguaggio, perché solo così i significati possono essere scambiati in modo efficace fra le persone”. Quindi, come sappiamo quale concetto indica quale oggetto? O quale parola rappresenta efficacemente quale concetto? Hall prende l’esempio di un’immagine di una pecora. Per ‘leggerla’, dobbiamo avere una mappa concettuale che associa l’idea di un animale coperto di lana, grigiastro, erbivoro, con quattro zampe ecc. con il concetto di pecora e un linguaggio che associa a quel concetto la parola p-e-c-o-r-a. Il nostro concetto di pecora deve essere abbastanza ampio da astrarre da una singola pecora a riconoscere come “pecora” anche le statuine del presepe, un disegno di una pecora stilizzata, ecc. Quando non parliamo di concetti che hanno referenti molto ben definiti nel mondo reale, i significati cominciano a essere ambigui, e non si può più dare per scontato che gli altri interpretino le cose allo stesso modo. Pensiamo a un dipinto astratto, o all’idea di “giustizia” o “sicurezza”. Le parole non hanno alcuna relazione che non sia convenzionale con l’oggetto che designano. Non esiste alcun motivo ‘naturale’ o ‘necessario’ per cui la pecora sia indicata dalla parola p-e-c-o-r-a (e infatti in inglese è ‘sheep‘, e in francese ‘mouton‘). Ci sono delle ragioni storiche per cui la parola che è giunta a noi per indicare la pecora è p-e-c-o-r-a, ma in principio le parole sono state ‘inventate’ arbitrariamente e sono state adottate per designare certi referenti per accordo, per convenzione che poi è stata trasmessa alle generazioni successive ed è sedimentata in una normalità, e poi in una norma: “si dice così”.

Questo apre un’altra questione: come fanno le persone che appartengono alla stessa cultura, che condividono la stessa mappa concettuale e che parlano e scrivono lo stesso linguaggio a sapere che l’arbitraria combinazione di lettere e suoni che costituisce la parola p-e-c-o-r-a ‘sta per’ o rappresenta il concetto di ‘animale erbivoro da cui si produce la lana’? La prima risposta che l’umanità ha elaborato è che “gli oggetti nel mondo incarnano in sé stessi e fissano in qualche modo il loro ‘vero’ significato”, ma questa ipotesi è invalidata dal fatto stesso che lingue diverse – e perfino dialetti diversi, a pochi chilometri di distanza – designano la stessa cosa in modo anche completamente diverso. Invece, afferma Hall, “Il significato non è nell’oggetto o nella persona o nella cosa, né si trova nel mondo. Siamo noi che fissiamo il significato così fermamente che, dopo un po’, giunge a sembrare naturale e inevitabile. Il significato è costruito dal sistema di rappresentazione. È costruito e fissato dal codice, che istituisce la correlazione fra il nostro sistema concettuale e il nostro sistema linguistico in modo tale che” ogni volta che pensiamo a una pecora, il codice ci dice di usare la parola p-e-c-o-r-a se siamo parlanti dell’italiano o s-h-e-e-p se siamo parlanti dell’inglese. E quindi “Un modo di pensare la ‘cultura’ è in termini di mappe concettuali condivise, sistemi linguistici condivisi e codici che governano le relazioni di traduzione fra i due. I codici fissano le relazioni fra concetti e segni. Essi stabilizzano i significati all’interno di differenti lingue e culture. Essi ci dicono quale linguaggio utilizzare per trasmettere quale idea. E anche l’opposto è vero. I codici ci dicono a quali concetti si sta facendo riferimento quando sentiamo o leggiamo determinati segni. Fissando in modo arbitrario le relazioni fra il nostro sistema concettuale e il nostro sistema linguistico […], i codici rendono possibile parlare e ascoltare in modo intelligibile, e stabiliscono la traducibilità tra i nostri concetti e i nostri linguaggi che permette al significato di passare da chi parla a chi ascolta ed essere efficacemente comunicato all’interno di una cultura. Questa traducibilità non è data dalla natura o stabilita dagli dei. Essa è il risultato di un set di convenzioni sociali. È fissata socialmente, fissata nella cultura”.

È attraverso l’apprendimento di queste tre cose – la mappa concettuale di una cultura, la lingua di una cultura e i codici che tengono assieme le due cose – che i bambini diventano ‘soggetti culturali’: “Essi imparano il sistema e le convenzioni della rappresentazione, i codici della loro lingua e cultura, che li dotano del ‘know-how’ culturale che permette loro di funzionare come membri competenti culturalmente. […] Essi, in modo non consapevole, interiorizzano i codici che gli permettono di esprimere certi concetti e certe idee attraverso i loro sistemi di rappresentazione […] e di interpretare idee che gli sono comunicate attraverso gli stessi sistemi”. E quindi, possiamo dire che: “Appartenere a una cultura è appartenere in una qualche misura allo stesso universo concettuale e linguistico, è sapere come i concetti e le idee si traducono nei differenti linguaggi, e come il linguaggio può essere interpretato per fare riferimento al mondo. Condividere queste cose è vedere il mondo dall’interno della stessa mappa concettuale e dargli senso attraverso gli stessi sistemi linguistici”. Da qui discende la famosa ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui siamo tutti “bloccati nelle nostre prospettive culturali o ‘mentalità’ e il linguaggio è l’indizio migliore che abbiamo per accedere a quell’universo concettuale”.

Ma l’implicazione più importante di questa prospettiva è che, per dirla con Hall, “se il significato è il risultato, non di qualcosa che sta là fuori, nella natura, ma delle nostre convenzioni sociali, culturali e linguistiche, allora esso non può mai essere fissato definitivamente“. D’altro canto, se fosse possibile cristallizzare i significati attraverso cui pensiamo e interpretiamo il mondo, non sarebbe possibile il cambiamento culturale, l’elaborazione di nuove prospettive sulla realtà, il pensare ciò che ancora non esiste. I significati sono stabili abbastanza da permetterci di costruire conoscenza valida intersoggettivamente, ma non sono scolpiti nella pietra, c’è sempre uno spazio per quello che Hall chiama “slittamento” dei significati. Attraverso l’uso, i significati delle parole cambiano – Hall dice “ci ‘accordiamo’ sul permettere alle parole di portare su di sé differenti significati” – (pensiamo alla parola “gay”, che prima della sua appropriazione da parte del movimento LGBT per designare gli omosessuali uomini, significava semplicemente “gaio” nel senso di “gioioso, allegro, sprizzante vita”, mentre ora chiunque di noi senta la parola ha in mente subito il primo significato, uomo gay) oppure usiamo parole diverse per pensare lo stesso fenomeno e nel farlo lo inquadriamo in una cornice cognitiva differente (una “donna single” e una “zitella” riflettono la stessa condizione, quella di non essere sposate o in una relazione, ma la prima ha una connotazione neutra, mentre la seconda pone un giudizio negativo su questa condizione della vita). Questo spiega anche perché alcuni significati delle parole siano così aspramente contestati, come il rifiuto da parte di alcune fazioni conservatrici di permettere alla parola “matrimonio” di designare anche i matrimoni gay, insistendo sul fatto che sarebbe inscindibile dal concetto di “matrimonio” l’idea che esso possa riferirsi solo a quello fra un uomo e una donna. Cambiando i significati, operando sul piano simbolico, possiamo agire davvero sulla realtà perché agiamo sul modo in cui le persone pensano, interpretano, definiscono la realtà. È il motivo per cui le fake news sono un tale problema sociale: se le persone agiscono sulla base di queste credenze (che loro  ovviamente ritengono vere) e questo sposta il discorso politico, apre problemi sanitari (antivaccinisti, persone che credono che il Covid-19 non esista o non sia realmente pericoloso), porta alla distruzione di infrastrutture tecnologiche (come le antenne 5G), questi problemi non possono essere risolti senza andarli ad affrontare sul piano delle idee e delle interpretazioni della realtà, e quindi dei significati.

23 pensieri su “Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 3)

  1. Ciao, altro articolo molto interessante, allora sul discorso delle parole, come viene detto appunto noi sappiamo che certi oggetti,animali ecc… si chiamano cosi punto e basta, in alcuni casi questi nomi dipendono dal latino, in altri casi per varie ragioni storiche(tipo il salario si chiama cosi, perchè anticamente veniva dato il sale come pagamento, per conservare il cibo ecc…), e rientra nella nostra normalità.
    Un altra cosa a mio avviso molto interessante, è il fatto che varie parole possono avere vari significati, molto differenti tra loro, in base al contesto e/o in base all’articolo, ovviamente questo dipende da lingua a lingua, e in alcuni casi si gioca sul significato di queste parole, perchè è chiaro che quando per esempio in un video musicale dai toni sexy, c’è una donna in atteggiamenti provocanti che gioca con una gatta, e si gioca con la parola “pussy”, che viene usata principalmente con due significati, anche se uno è prevalente, del resto i gatti in inglese normalmente gli chiamano cat, chiunque conosca l’inglese, o quel tipo di cultura capisce al volo, questa cosa.
    Allo stesso modo questo può valere per i simboli, come quando andavo a scuola, e alcuni ragazzi avevano zaini o altri accessori con i numeri 69, certo è solo un numero, ma nella nostra cultura ha un significato preciso ecc… idem per il simbolo del cuore, che significa amare, e potrei andare avanti all’infinito facendo altri esempi.
    Ovviamente in alcuni casi, si possono creare nuove parole, oppure prendere parole già esistenti e dargli nuovi significati, del resto è per questo che esiste l’urban dictionary, creato nel 1999, e che ha quasi 5 milioni di neologismi e definizioni, ci sono parole,sleng ecc… che esistono da poco, cioè molte di queste parole non esistano quando siamo nati per esempio.
    Poi si può giocare con il fatto che alcune parole e acronimi hanno diversi significati, ovviamente uno potrebbe non capirla se non conosce tutti i significati, per esempio se prendiamo un immagine con la foto di una donna, con scritto in alto nell’immagine “Yeah i like BBC, e sotto nell’immagine, “british television is so delightful”, questa immagine la potrà capire chi sa anche l’altro significato di BBC, ovvero non quello della televisione, ma quello che viene usato nei siti a luci rosse, voglio dire basta scrivere “I Like BBC” su google immagini ed è chiaro, anche se principalmente usciranno immagini della tv inglese, ecc…
    Oppure il termine Snowbunny, che si riferisce principalmente a una donna giovane e bella, che pratica sport invernali, in genere con attrezzatura costosa, ma si sono anche altri significati, di cui uno sta diventando quello principale, ovviamente tutto questo non sarebbe stato possibile se non fosse stato per internet.
    Poi sulla parte finale, dopo parlavi per esempio del termine “zitella”, dovremmo pensare che non esiste la versione maschile, cosi come non esiste la versione femminile del termine “verginello” per esempio.

    • L’idea che il linguaggio sia una convenzione secondo me è in un certo senso liberatoria: significa che è uno strumento che possiamo manipolare per arrivare dove vogliamo, costruendo parole nuove per esprimere quello di cui abbiamo bisogno, o abbandonando parole vecchie che riflettono visioni che la società si sta lasciando alle spalle (penso a tutti i modi che trasudano razzismo con cui definivamo le persone di colore, o appunto a “zitella”, “verginello”, “sgualdrina”, “gatta morta”, “ochetta”, questi ultimi usati per insultare le ragazze che violavano quelle che erano le regole per essere considerate “ragazze serie, con la testa sulle spalle”).

  2. Parlando di persone di colore mi viene una cosa in mente, un certo parallelismo, un paio di tempo fa ci furono molte polemiche per una trasmissione della RAI, dove si parlava di donne dell’est europea, oltre al fatto di essere molto stereotipata si diceva in un certo senso che le donne dell’est fossero meglio di quelle italiane.
    Molti cercarono di difendere quella trasmissione, ma io mi chiedo, avrebbero mai fatto una trasmissione dove per esempio, si parlava dei rapporti tra uomini di colore e donne italiane, dicendo che tutto sommato gli uomini di colore sono meglio di quelli italiani? magari usando certi detti “Once you go black you’ll never go back”, io ne dubito fortemente, oppure nessuno dice niente agli uomini che fanno del turismo sessuale, da chi va ad Amsterdam, o altri che vanno in nazioni ben più discutibili, dove la prostituzione e tutta un altra cosa, ma invece si è fortemente critici con quelle donne che vanno nei paesi caraibici con lo stesso intento.

    • Io sono contraria al turismo sessuale in tutte le sue forme, anche perché molti Paesi poveri hanno tristemente poca attenzione nei confronti della prostituzione minorile e una forte corruzione delle autorità che dovrebbero vigilare su questi fenomeni. In ogni caso, il punto che stavo cercando di esprimere è che secondo me è giusto e doveroso che il linguaggio cambi mentre la società cambia, proprio perché il linguaggio non è scolpito nella pietra e cercare di cristallizzarlo in un dato punto del tempo è in contraddizione con la natura stessa del linguaggio, che è fatto di arbitrarietà e fluidità.

  3. Si capisco quello che vuoi dire, certo andare in Germania o Olanda non è come andare nei paesi del sud est asiatico, ma posso capire le tue motivazioni, poi in alcuni casi, alcune persone vedono il turismo sessuale femminile, in alcuni luoghi, come dire per trovare dei partner esotici, che magari qui in Italia non ci sono.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/12/29/esiste-anche-il-turismo-sessuale-femminile-ecco-perche-le-donne-occidentali-decidono-di-partire/4857130/

    Si, comunque il mio discorso pure, non era tanto sul discorso del turismo, ma su come se decidiamo che una cosa o e positiva o e negativa, poi questo metro di paragone, deve valere sia per le donne che per gli uomini, non è normale il discorso prima che ho fatto sulla Rai, e poi un numero considerevole di persone, su facebook, si lamentava sotto la pubblicità di un profumo, perchè nello spot si baciavano, un ragazzo di colore e una donna bianca, come se fosse un complotto e altre idiozie del genere.

    • Sono fermamente d’accordo sulla questione dei doppi standard, uno strumento utilizzato per costruire differenze fra uomini e donne attribuendo valutazioni e implicazioni diverse agli stessi comportamenti e quindi rendendo percettibile la presenza di aspettative normative che, quasi sempre, sono più restrittive per le donne.
      L’idea che rappresentare la diversità sia un modo per forzarne l’accettabilità è una sciocchezza orribile, che in fondo si basa sull’idea che esista una normalità che definisce lo standard e che quello standard ha più diritto alla visibilità delle altre possibilità. Una storia d’amore eterosessuale è una storia d’amore, una storia d’amore gay è un atto politico; un eroe forte e combattivo è un eroe, un’eroina forte e combattiva è ‘diversità forzata’. Anche qui sono doppi standard: una cosa è normale e passa il significato che vuole essere rappresentato nella storia che si vuole raccontare (che sia la storia d’amore o l’avventura d’azione), l’altra cosa è ‘anormale’ e quindi non si guarda la storia ma si guarda chi la incarna, come se i gay non potessero vivere storie d’amore dolci, commoventi, tragiche o buffe, come se le donne non potessero essere eroine poste di fronte a situazioni disperate, come se la bellezza non potesse essere espressa dall’incontro di due persone di colori diversi. Se io posso immedesimarmi in storie che hanno per protagonisti persone che non sono come me, nulla impedisce ai razzisti/sessisti/omofobi di farlo se non il fatto che non vogliono farlo. Non vogliono lasciarsi coinvolgere nella narrazione e non vogliono vivere quello che la storia ha da esprimere, vogliono essere gli unici protagonisti della storia e chiudere forte gli occhi quando vedono qualcuno che è diverso da loro.

  4. Ciao, concordo perfettamente con te, oltretutto come si dice: “il mondo è bello perchè è vario”, che poi avere più rappresentazioni e proprio il contrario della propaganda o della omologazione, dato che fa vedere più scelte, più visioni ecc…
    Che poi chi fa le rappresentazioni lo fa perchè a qualcuno piace vederle, se a nessuno piacessero non le farebbe, dato che sarebbe anti economico e non avrebbe senso, e poi bisogna considerare un altra cosa.
    Facciamo alcuni esempi, prendiamo le rappresentazioni di donne dominanti in ambito sessuale, sia pornografico che non, queste sono fatte perchè ci sono donne dominanti e uomini sottomessi(in ambito sessuale), non per fare propaganda o per sottomettere gli uomini, e poi ci sono più uomini sottomessi che donne dominanti, sono loro i principali fruitori, per lo stesso motivo le mistress sono sempre pieni di clienti, dato che spesso queste persone non trovano come loro compagnie, donne con le loro stesse inclinazioni.
    Oppure un altro esempio, dato che nel commento precedente parlavo di rapporti misti, una volta avevo letto un intervista a un popolare network pornografico che comprende vari siti, di rapporti interrazziali, per la maggior parte donne bianche con uomini neri, ma non solo.
    Fra i tanti siti e le varie categorie, c’è ne era una, che riguardava i cuckold, quindi in questo caso uomini bianchi, che provano piacere a vedere la propria compagna, ad avere rapporti con altri uomini, spesso con uomini neri, poi ci sono varie varianti sul tema, ma il concetto è questo.
    Gli amministratore del sito, hanno risposto che loro fanno questi film, perchè c’è gente che li guarda, e che sono in questo caso principalmente uomini bianchi, non si tratta di propaganda, ma di fare vedere alla gente cioè che vuole vedere, ne più ne meno.
    Se uno prende atto di ciò, capirebbe bene che quando va su Instragram o su TikTik cosi come su altre piattaforme, se vede alcune pagine, dove o donne bianche o uomini neri, prendono in giro uomini bianchi, su temi sessuali, e solo un feticcio di uomini bianchi, infatti molti follower sono appunto uomini bianchi, non si tratta certo di propaganda, sono solo persone che “giocano” tra di loro, se uno non ha queste fantasie semplicemente non va in quelle pagine, un po come dire, se non ti piace certa musica,film,serie tv, libri, non leggerti,giocarli,sentirli,vederli ecc… ma non inventarti delle frottole assurde.
    Chiudo dicendo che, se dovessimo seguire il ragionamento di questi estremisti, allora uno a cui piace i giochi di guerra, vuol dire che ama la guerra o che si vorrebbe trovare a combattere un conflitto nella realtà? ecc…

    • Avevo letto una battuta che dice “I gamer sono ancora convinti che esistano solo: due razze, bianca e ‘politica’; due generi, maschio e ‘politicod’; due stili di capelli per le donne, lunghi e ‘politici’, due orientamenti sessuali, etero e ‘politico’, due tipi di corpi: normativi e ‘politici'” (Emma V. Hossen, su Twitter). Naturalmente, il riferimento è a quei videogiocatori che si lamentano ogni volta che c’è della diversità nelle rappresentazioni, per esempio oggi ho saputo che The Last of Us 2 ha subito un bombardamento di recensioni negative da parte di misogini che si sono coordinati per “protestare” contro la “propaganda femminista” che sarebbe il gioco. La varietà nelle rappresentazioni non offende nessuno, se non chi vorrebbe mantenere una posizione di privilegio nella società e sa benissimo che ampliare lo spazio di riconoscimento offerto dal vedere personaggi che rispecchiano la diversità di culture, etnie, generi, orientamenti sessuali e tipi corporei erode il privilegio di essere il soggetto rappresentato di default. A questo proposito, la Marvel per celebrare Black Lives Matter e onorare le proteste ha deciso di rendere gratuiti sulla propria app un gran numero di fumetti in edizione digitale con protagonisti neri, come Luke Cage e Black Panther. Li trovi anche su Amazon, ma devi cercarli uno per uno. Ti lascio la lista qui sotto.
      – Marvel Knights – Black Panther by Priest & Texeira;
      – Black Panther Book 6: Intergalactic Empire of Wakanda;
      – Black Panther: Long Live the King;
      – Truth: Red, White and Black (2003) – 4 volumi;
      – Black Panther and the Crew – We are the Streets;
      – Black Panther: World of Wakanda;
      – Mosaic: King of the World;
      – Black Panther Epic Collection: Panther’s Rage;
      – Power Man and Iron Fist: The boys are back in town;
      – Captain America/Black Panther: Flags of our Fathers;
      – Damage Control (1989) – 4 volumi;
      – Luke Cage: Second Chances;
      – Deathlok: The Souls of Cyber-Folk;
      – Shuri – the Search for Black Panther;
      – Black Panther: Killmonger – By any means;
      – Ironheart – Those with courage;
      – Falcon: Take Flight.
      Se li scarichi ora, resteranno tuoi anche quando ritorneranno ad essere a pagamento, quindi puoi leggerli con tutta calma (cosa che del resto farò io, in attesa di un periodo più tranquillo della mia vita).

      • Ciao, più rappresentazioni ci sono meglio è, questo fa vedere la diversità e permette anche ad altre persone diverse di identificarsi quei personaggi, voglio dire per esempio che male c’è a mettere un personaggio Transessuale, del resto esistono nella realtà?
        Avevo sentito qualcosa su The Last of Us 2, assurdo, mi viene in mente una scena del primo capitolo della saga, dopo che i due personaggi principali vanno nella casa di un amico di uno di loro due, questa persona è gay ed ha perso da poco il compagno, che è morto combattendo, quando se ne vanno e sono in macchina, la ragazza dicea Joel(il coprotagonista) che ha sfogliato li un rivista con uomini poco vestiti, e che era come sporca, piena di roba appiccicosa, Joel è imbarazzato e non sa che dire, quando lei ovvero Ellie gli dice che sta scherzando, di certo ai vari estremisti questa scena non sarò piaciuta, anche se parliamo del primo.
        Mi viene anche in mente la saga di Mass Effect, dove potevi avere relazioni sia con donne che con uomini.

      • Mi trovo a pensare che sarebbe bello fare, in futuro, una ricerca di sociologia visuale in cui chiedere alle persone attraverso quale personaggio si rappresentano e cosa ha significato quel personaggio e la sua storia per loro. Illuminerebbe così tanti aspetti del modo in cui conferiamo significato e valore alle storie che, come società, raccontiamo e costruiamo. Non so se lavori del genere esistono già, probabilmente non nel contesto italiano, ma è una direzione di ricerca interessante che offre tanti spunti.

  5. Ciao, si sarebbe molto bello, onestamente non penso che ne esistano, ma potrei ovviamente sbagliarmi, comunque, da una parte mettere personaggi di varie etnie, religioni, e vari orientamenti sessuali ecc… permette a queste personaggi di minoranza, di avere dei personaggi di riferimento, con le loro stesse caratteristiche, e permette anche a persone che non hanno queste caratteristiche, di trovare personaggi interessanti e anche prenderli come riferimento.
    Oppure mi viene in mente, un Wallpaper pubblicitario di un videogioco di prossima uscita, ovvero Cyberpunk 2077, dove si vede un cartello pubblicitario in stile ovviamente cyberpunk, con una donna transessuale che pubblicizza una bibita, e si capisce che è una transessuale da un ovvio dettaglio, questo in un certo senso normalizza queste persone, dicendo che esistono, possono essere rappresentate, essere “sessualizzate”, quindi dice sottinteso è anche normale avere relazioni e rapporti amoroso con queste persone, almeno io la vedo cosi, poi parliamo sempre di un gioco, dove la civiltà è andata a quel paese, il cyberpunk dice più o meno questo, e molto vicino in un certo senso al post-apocalittico come genere.
    Qui una storia interessante sul secondo capitolo della saga The Last of Us, questa notizia penso che ti piacerà molto.

    https://www.eurogamer.it/articles/2020-06-25-news-videogiochi-the-last-of-us-parte-2-storia-juji-ragazza-lesbica-accettazione

    • Parto dalla fine: la storia che hai linkato è dolcissima, e abbiamo bisogno di pensieri positivi, quindi grazie. I videogiochi hanno un grande potere, quello di farci vivere le storie attraverso le nostre azioni e le nostre scelte, e questo potere può essere incanalato nel produrre storie che aprano spazio a nuovi immaginari, che costruiscano empatia, che ci facciano vedere realtà ed esperienze che non conosciamo, che cambino la nostra percezione. La rappresentazione ha due funzioni: per chi è discriminato e marginalizzato, e quindi non ha eguale accesso a role model e personaggi con cui identificarsi, la possibilità di trovare questi personaggi entra in gioco nella costruzione del proprio immaginario e della propria identità; per chi invece è immerso nel privilegio – che non è una cosa negativa, ma un dato di fatto: alcune persone hanno caratteristiche che portano vantaggi sociali, e spetta a loro decidere se usarle a fin di bene oppure per perpetuare la discriminazione – si tratta di poter vedere le cose da un’altra prospettiva, rispecchiarsi in realtà che non fanno parte della sua esperienza…e come nell’articolo, a volte questo si traduce in una conversione del cuore. Dipende da come scegliamo di vivere questa sfida: c’è chi si chiude a riccio e rigetta tutto a priori, come gli idioti che hanno scritto recensioni isteriche su un gioco a cui non hanno giocato; c’è chi invece sceglie di avvicinarsi a una cosa verso cui magari è diffidente dandole una possibilità. E’ anche una questione di maturità, il sapersi confrontare con ciò che si allontana dalla realtà che conosciamo.

  6. Concordo completamente con te, poi bisogna capire che non è che il neutro nelle rappresentazioni in generale sia il maschio bianco etero occidentale, perchè se guardiamo già le etnie oggi a livello di diffusione mondiale, le cose non stanno cosi, e se anche parliamo del fatto che sono prodotti occidentali per occidentali(spesso), ma sono sotto rappresentati o non completamente rappresentati, gruppi come quelli delle comunità LGBT,neri,nativi americani,ispanici ecc… per non parlare appunto di altre etnie del mondo.
    Poi dovrebbe anche essere chiaro che, qualcuno potrebbe prendere come punto di riferimento, sotto vari aspetti, da quello culturale, da quello di eroismo, da quello di virilità ecc… anche personaggi molto diversi da se stessi, quindi magari di nazionalità diverse, di etnie diverse, di orientamenti sessuali diversi ecc…

    • Nella mia esperienza, ci sono tanti tipi possibili di identificazione, ma tutti partono dal sentire di avere qualcosa in comune con quel personaggio, che lo rende vicino e speciale, che ci fa dire “vorrei essere come lui/lei”. Le qualità e la personalità contano, soprattutto quando il carattere emerge dalle circostanze e dalle scelte (ed è per questo che sopra a ogni altra cosa conta che un personaggio sia scritto bene!), ma c’è qualcosa di speciale quando quel personaggio è come noi anche nell’aspetto, nel background culturale. Penso a Kamala Khan, la Ms. Marvel pakistana, di cui ho letto recentemente il celebre volume d’esordio: in quel volume, ci sono riferimenti alla cultura islamica nelle aspettative dei genitori nei confronti di Kamala, che ha 16 anni; le imprecazioni e i rimproveri sono nella lingua pakistana [non ti so dire se è farsi oppure un’altra lingua, ammetto la mia ignoranza] e anche il conflitto personale che Kamala attraversa deriva dal fatto di sentirsi una ragazza americana cresciuta in una famiglia di immigrati con le loro tradizioni e abitudini che la rendono diversa dai suoi coetanei. Anche la sua ‘versione’ dell’idea che da grandi poteri derivano grandi responsabilità è un hadith del Corano (traduco a braccio dal fumetto americano): “Chiunque uccida una persona, è come se avesse ucciso tutta l’umanità, e chiunque salvi una persona, è come se avesse salvato tutta l’umanità”, che la spinge a trovare la determinazione di compiere il primo gesto da supereroina.
      Ho usato questo esempio per dire che questa storia per me è vivida e ben scritta e che ho adorato, ma sicuramente per una ragazza o un ragazzo che si trova in circostanze simili a quelle di Kamala – immigrata/o in difficoltà fra il desiderio di essere come tutti gli altri e la specificità che viene dall’essere cresciuta/o con un altro orizzonte culturale – avrà un impatto e una risonanza personale molto diversi. Il mio conflitto durante l’adolescenza non è stato quello di Kamala, anche se posso riconoscermi nell’essermi sentita diversa dagli altri e nell’aver vissuto questo fatto come un peso. Ma sono sicura che questa storia sia stata più potente per chi ha vissuto (o sta vivendo) quel tipo di conflitto.

  7. Ciao, secondo me ci sono almeno tre questioni su cui discutere, si può prendere modello di un personaggio, come un simbolo come l’eroe a cui ispirarsi, parlo di personaggi tipo Superman o All Might, per parlare di personaggi che entrambi conosciamo, a prescindere da quanto uno sia vicino o lontano ad essi.
    Poi ci possono essere personaggi, invece con cui uno si riconosce perchè li vede vicino alla propria persona e personalità, e quindi in cui ci si rispecchia, parzialmente o totalmente.
    Altro discorso riguarda la propria identità, ognuno di noi è diverse cose, e ha diverse identità, alcune che sente più vicine altre che sente molto più lontane, poniamo il mio caso, io sono un giovane uomo, del sud italia, palermitano,siciliano, italiano, europeo, bisessuale, bianco, deista, di centro-sinistra, questa è una parte della mia identità, ci sono cose a cui sono più legato, altre da cui sono molto più distante o che proprio le rigetto per cosi dire.
    Per dire, mi sento più italiano ed europeo, mentre il fatto di essere siciliano e palermitano, non mi dice niente, stessa cosa col fatto di essere bianco(lasciando stare quanto il concetto di bianchezza, sia esso stesso un costrutto sociale e politico), o sempre considerato il colore della pelle, al pari del colore degli occhi o dei capelli, quindi una persona nera, si può considerare al 100% italiano ed europeo, e anche diventare un simbolo, al di la che parliamo di sport, di virilità, di femminilità, o di altri valori,abilità ecc…

    • L’identità ha diversi piani e l’identificazione, come hai osservato, dipende da quali piani diventano significativi nella nostra relazione personale, emotiva, con un personaggio o una storia. Per quanto le mie circostanze siano molto diverse da quelle di Shoto Todoroki, mi sono in parte vista nel suo conflitto interiore, quello per venire a patti con sé stesso, con le sue origini, e trovare la forza di superare l’odio: una chiave di lettura della storia di Shoto è la rabbia adolescenziale verso i suoi genitori e il desiderio di definire sé stesso con le proprie mani, lontano dall’ombra del padre, ed è in questo senso che mi sono identificata con lui.
      Ma, restando all’esempio dell’altra volta, per una ragazza musulmana che sta cercando di capire come vivere il fatto di avere una tradizione culturale diversa da quella WASP nel contesto della sua adolescenza, il fatto che Kamala Khan sia pakistana susciterà un’identificazione diversa, perché oltre alla vicinanza emotiva ci sarà la vicinanza di circostanze e di significati culturali con cui leggere quelle circostanze.
      Io credo che una buona storia, un personaggio scritto bene, possa parlare a tutti, ma al contempo che la diversità sia importante perché ogni storia parla in modo diverso a persone diverse e ogni personaggio porta con sé tutti i piani di identità che tu hai illustrato in riferimento a te stesso.

  8. […] Nella puntata precedente abbiamo riflettuto sul fatto che i significati che associamo alle cose e con cui leggiamo la realtà sono il prodotto di convenzioni linguistiche e concettuali, e questo spiega perché essi possono cambiare nel tempo e da una società all’altra. Non per questo, ribadisce Hall, i significati sono completamente fluidi e cangianti: “ci deve essere una qualche forma di fissaggio del significato nel linguaggio, o non saremmo mai in grado di capirci a vicenda. […] D’altro canto, non c’è nessun fissaggio assoluto o definitivo del significato. Le convenzioni linguistiche e sociali cambiano effettivamente nel tempo. […] I codici linguistici cambiano in modo significativo da una lingua all’altra. Molte culture non hanno parole per concetti che per noi sono normali e ampiamente accettabili. Le parole cadono costantemente fuori dall’uso comune, e nuove frasi vengono coniate […]. Perfino quando le parole in sé restano stabili, le loro connotazioni slittano o acquisiscono sfumature diverse”. Tutto questo ci riporta al punto chiave: “il significato non è intrinseco alle cose, al mondo. È costruito, prodotto. È il risultato di una pratica significante – una pratica che produce significato, che fa significare le cose“. […]

  9. Ciao, io penso poi oltretutto che noi dobbiamo ricordarci sempre che la storia poteva andare finire in modo diverso, sarebbe potuto capitare che per esempio, nel secondo dopoguerra per quanto riguarda l’europa, non fossero gli USA quelli con che hanno trasmetto la loro cultura a quasi tutto l’occidente, pensiamo se fosse stata l’Africa invece.
    Oggi al posto dei fast-food, avremo cibo africano, al posto della musica, dei film, delle serie tv, avremo prodotto africani, stesso discorso per la moda, e quindi perfino parlando di spot, modelli/e ecc… vedremmo come modelli di virilità e femminilità, uomini e donne africani, e scrivendo men and women su google immagini, avrei principalmente immagini di uomini e donne africani per esempio, al posto di uomini e donne bianchi.
    E ripeto in molti prodotti mainstrem, molte etnie,culture sono quasi completamenti assenti, e vero che il discorso sarebbe lungo, ma in alcuni casi parliamo di etnie e culture, che riguardano centinaia di milioni se non addirittura miliardi di persone per capirci.

    • Sì, sono pienamente d’accordo. Un problema di cui vorrei riuscire a parlare nel blog (l’ennesimo di una lunga lista) è come siamo stati influenzati da idee americane e le abbiamo “importate” senza una comprensione del funzionamento del sistema politico-economico-sociale americano. Credo che molti italiani abbiano una visione idealizzata degli Stati Uniti – anche perché sono molti i prodotti culturali che portano avanti questa narrazione – e non comprendano tanti problemi sociali, distorsioni del sistema economico e malfunzionamenti di quello politico americani. Più cose so sugli Stati Uniti, più credo che l’Europa sia un luogo infinitamente migliore in cui vivere, a meno che uno non sia ricco in partenza. Gli Stati Uniti ci hanno influenzato con la loro cultura più profondamente di quanto molti sono consapevoli e credo che in parte questo stia indebolendo i valori più specificamente europei, soprattutto nella cultura politica. Questo per dire che l’influenza americana non si limita a proporre cibo, ideali di bellezza, subculture giovanili, stili estetici. Gli USA avrebbero molto da imparare da noi europei – ma per farlo dovrebbero iniziare ad ascoltarci invece di considerarci a metà fra un luogo da cartolina e un sistema fricchettone che sopravvive solo all’ombra della loro generosa potenza militare (che ovviamente non è vero).
      Ti dico questo anche per dire che i pregiudizi etnocentrici, o l’ignoranza nel senso proprio di mancanza di conoscenza, nel mondo americano di altre culture ed etnie è uno dei motivi per cui non sono rappresentate. Per farti un esempio banale, quanti supereroi europei esistono? La Marvel ha Captain Britain e Union Jack per la Gran Bretagna, e poi Elektra per la Grecia e Nightcrawler per la Germania che sono gli unici un minimo famosi. Se guardi questa lista di eroi di origini italiane https://www.nanopress.it/storie/supereroi-italiani-e-italoamericani-dei-fumetti-marvel-e-dc-comics/78120 vedrai che o c’è un legame con la mafia (grazie, eh!), o sono personaggi totalmente sconosciuti e marginali, o la loro origine etnica italiana è del tutto irrilevante per la caratterizzazione del personaggio. Aggiungo questo articolo, nel caso le braccia non ti siano ancora cadute: https://www.lenius.it/marvel-vs-italy-non-paese-per-supereroi/.
      E qui stiamo parlando di Europa: un continente bianco, di cultura occidentale, alleato degli USA (quando se lo ricordano). Figuriamoci cosa può essere per culture e nazioni che gli americani non conoscono.

  10. Ciao, onestamente a questa cosa non ci ho mai pensato, il fatto e che quando guardo opere di fantasia lo faccio per proiettarmi in un mondo nuovo, oltretutto considera che sono un grande fan della fantascienza, per questo non mi è mai interessato molto vedere un supereroe italiano o europeo.
    Sicuramente c’è da dire una cosa, che ho letto qualche mese fa su un articolo pubblicato sull’Huffiton Post, mentre gli europei conoscono molto bene la cultura americana, essi(noi italiani compresi) non conoscono bene la cultura dei paesi europei vicini, perfino quelli confinanti, nazioni con cui nel bene cosi come nel male, ci sono stati notevoli rapporti e scontri, che poi hanno scritto la storia europea nel bene e nel male, portandoci a questa situazione, pensiamo a quando la nascita dell’Italia, abbia a che fare con i rapporti e scontri, con la Francia e con l’Austria per dire.
    Quello che io vorrei onestamente, e una cultura europea, una conoscenza maggiore tra i popoli europei delle nostre rispettive identità e culture, se si vuole fare prima o poi uno stato unitario, e poi una conoscenza maggiore di nazioni e delle loro culture, come per esempio la Cina e l’India, e di conseguenza tutta l’Asia, continente che comprende quasi 4,5 miliardi di persone, su una popolazione mondiale di 7,8 miliardi di persone, in poche parole più del 50% della popolazione mondiale, dicasi lo stesso anche per la cultura africana, da non confondere con quella afroamericana, pur quanto ci siano ovviamente delle similitudini.
    Sul fatto che politicamente molti si ispirino agli USA, penso che questo sia dovuto, almeno parlando dal punto di vista italiano, a un certo crollo politico italiano, avvenuto dopo tangentopoli, dove sono crollati quasi tutti i partiti e le ideologie dell’epoca, la politica poi continuò puntando da una parte tra berlusconisti e anti-berlusconisti, l’alleanza poi tra partiti di centrosinistra e di centrodestra, con i governi Monti-Letta-Renzi-Gentiloni, più l’entrata in scena del M5S, Berlusconi che piano piano si allontana dall’arena politica, ormai per ovvie questioni anagrafiche, misto al governo M5S-Lega e poi al governo M5S-PD sostenuto da IV di Renzi, e tante altre cose, ci hanno portato a questa mitizzazione degli USA, sopratutto dalla destra sovranista, con molta ipocrisia mi permetterei di aggiungere, dato che è vero che spesso gli USA, negli ultimi tempi hanno fatto cose che sono andate contro gli interessi italiani ed europei, ma con Trump, abbiamo proprio un presidente anti-europeo e anti-NATO, e per anti-europeo non parlo solo contro l’Unione Europea, ma proprio contro i paesi europei, persino contro l’Inghilterra del presidente Johnson, del resto parliamo pur sempre di un sovranista, che dice “prima gli americani”, anche se mi sembra più qualcosa del tipo, solo gli americani.

    • Concordo con tutto quello che hai scritto, e sono tutte riflessioni interessanti che meriterebbero più spazio di un semplice commento. Una parte significativa dei problemi che descrivi deriva dalla sempre crescente marginalità dell’insegnamento della Storia e della geografia, che sono le discipline dove dovrebbe situarsi quello che descrivi: in particolare, sono d’accordo con te sul fatto che la Storia dovrebbe anche essere storia culturale, non solo storia degli eventi politici e militari che hanno portato gli Stati all’assetto con cui li conosciamo oggi. La cultura americana produce continuamente grandi affreschi della propria storia, sia la storia di singole persone che la storia di grandi eventi, in forma di romanzi, film, serie TV ecc: noi europei dovremmo fare lo stesso, e non solo al livello degli sceneggiati “didattici” della RAI, ma proprio in grande. Raccontare le nostre storie è un modo per costruire un’identità condivisa, per tessere la trama di un senso di appartenenza a un’unica grande narrazione, a un destino comune che spetta a tutti noi portare avanti.
      Ti racconto come ho studiato geografia io alle superiori: solo al primo anno. In prima superiore avevamo 14 anni, non proprio l’età migliore per avvicinarci alla complessità di temi dove si intersecano economia, cultura, geopolitica e problemi globali come quelli ambientali. Inoltre, Asia, Africa e Sud America venivano trattati come macro-aree con capitoli molto generali e approfondimenti sui Paesi più significativi (cioè, per noi occidentali), quelli che non si possono proprio ignorare come Cina, India, Russia e Giappone.
      Se vuoi un’opinione molto interessante e amara sulla presidenza Trump, su YouTube c’è l’intervista all’ex-ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice, che ha servito sotto l’amministrazione Obama, da parte di Stephen Colbert. Merita davvero di essere vista, se hai tempo: una grande lucidità analitica e una fiera volontà di dire le cose come stanno. Il fatto è che l’Europa non ha la forza di essere il leader del mondo, per ora, ma se gli Stati Uniti si mettono nella condizione di non essere in grado di svolgere questo ruolo perché la loro credibilità sulla scena internazionale è compromessa dall’incapacità dell’amministrazione Trump e non possono rivestire con autorevolezza il ruolo di guida verso i valori della democrazia e dei diritti umani, allora capisci bene che questo avvantaggia le forze autoritarie, che prosperano in una situazione in cui l’Europa non ha il potere di contrastarle e gli USA non hanno la volontà di farlo. L’alleanza fra Europa e USA non ha solo profonde radici storiche e culturali di vicinanza, ma si fonda su un framework comune, almeno idealmente: lo so che spesso non siamo stati all’altezza dei nostri valori e dei nostri ideali, ma non è un buon motivo per buttare tutto nella spazzatura, anzi bisogna fare di meglio.

  11. Io spero che l’alleanza con gli USA rimanga forte, e che l’UE riesca a diventare più forte e unita, anche se è difficile fare pronostici per il futuro, sulla storia italiana, io ho come l’impressione che per molti e come se l’Italia nasca nel 1946, quello vale per l’Italia repubblicana, ma l’unita d’Italia e nel 1861, facci caso, le feste nazionali non religioni che festeggiamo(scusa il giro di parole), si riferiscono ad eventi che sono lontani in genere fino agli anni 40 dello scorso secolo, solo le festa del 4 novembre, festa delle forza armate e della vittoria della prima guerra mondiale, che risale appunto al 1918, ma tutta la parte precedente? si ho visto le celebrazioni per il 150° anniversario per la breccia di porta pia, ma un po monche, okay che c’è il Covid, ma ormai non è più festa dal tempo del fascismo, la chiesa ha un potere enorme in Italia, e alcuni la festeggiavano come cosa anti-clericale, anche se poi erano anarchici, quindi non in senso pro-stato Italia ovviamente.
    “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani” Massimo D’Azeglio, questa frase è molto attuale, oltretutto le persone(di estrema sinistra) semi anarchiche o no, che attaccano l’identità italiana, non aiutano nessuna nobile causa, questo non ci farà diventare più buoni, più europei o più accoglienti, l’unico effetto e che un partito che un tempo voleva la secessione e insultava una parte della popolazione italiana, ora diventa nazionalistico, e si dice pronte a difendere gli italiani…
    Oltretutto se qualcuno si chiede se esiste l’identità italiana, che dovremmo dire di quella europea, che è ancora una cosa più complicata e sfumata…

    • Come sempre i tuoi commenti sono una grande ricchezza su cui riflettere per cui ti ringrazio anche se non riesco sempre a risponderti subito. Condivido il tuo auspicio: l’alleanza tra UE e USA deve restare forte perché è l’unico strumento per controbilanciare l’influenza crescente dei Paesi autoritari a livello globale, proponendo un modello democratico e, sperabilmente, un modello di sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile. Penso che le istituzioni europee siano un baluardo prezioso che come cittadini dovremmo voler proteggere e non indebolire. Per questo, e per approfondire la mia formazione, mi sono iscritta a questo corso che quest’anno si tiene online (altrimenti non avrei potuto partecipare): https://www.regioneurope.eu/the-program/timetable. Penso che le sfide che l’UE deve affrontare sia all’interno che all’esterno, in termini di relazioni con gli Stati membri e con i suoi alleati e avversari, siano qualcosa a cui tutti dovremmo interessarci di più.
      L’identità italiana non deve necessariamente essere vissuta contro altre identità e appartenenze e non deve necessariamente essere intesa nel senso nazionalista che la destra dà all’identità: sentirsi italiani, europei, cittadini del mondo, radicati nella propria tradizione e aperti all’altro, è possibile. Significa uscire da un pensiero escludente e gerarchico, fatto di opposizioni fittizie. Il significato dell’identità italiana come dici tu è una costruzione ancora in corso e quindi indefinita e instabile, ancora di più quello di un’identità europea che è una costruzione in corso da meno tempo e più osteggiata. Ma la sinistra non deve rinunciare a voler portare avanti una narrazione dell’identità italiana ed europea che superi le sterili contrapposizioni della destra, quello che Habermas chiamava “patriottismo costituzionale”.
      Il vero patriota cerca di rendere migliore la propria nazione attraverso l’impegno civico, non stabilisce di essere migliore degli altri a priori. Quello è voler vincere facile. I problemi si guardano negli occhi e si affrontano.

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