Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 4)

Nella puntata precedente abbiamo riflettuto sul fatto che i significati che associamo alle cose e con cui leggiamo la realtà sono il prodotto di convenzioni linguistiche e concettuali, e questo spiega perché essi possono cambiare nel tempo e da una società all’altra. Non per questo, ribadisce Hall, i significati sono completamente fluidi e cangianti: “ci deve essere una qualche forma di fissaggio del significato nel linguaggio, o non saremmo mai in grado di capirci a vicenda. […] D’altro canto, non c’è nessun fissaggio assoluto o definitivo del significato. Le convenzioni linguistiche e sociali cambiano effettivamente nel tempo. […] I codici linguistici cambiano in modo significativo da una lingua all’altra. Molte culture non hanno parole per concetti che per noi sono normali e ampiamente accettabili. Le parole cadono costantemente fuori dall’uso comune, e nuove frasi vengono coniate […]. Perfino quando le parole in sé restano stabili, le loro connotazioni slittano o acquisiscono sfumature diverse”. Tutto questo ci riporta al punto chiave: “il significato non è intrinseco alle cose, al mondo. È costruito, prodotto. È il risultato di una pratica significante – una pratica che produce significato, che fa significare le cose“.

Hall presenta a questo punto tre approcci che tentano di spiegare come funziona la rappresentazione del significato attraverso il linguaggio, quello riflettente, quello intenzionale e quello costruzionista. Ognuno di essi tenta di rispondere alla domanda: “Da dove vengono i significati?” e “Come possiamo distinguere il ‘vero’ significato di una parola o un’immagine?”.

“Nell’approccio riflettente, si ritiene che il significato giaccia nell’oggetto, nella persona, nell’idea o nell’evento nel mondo reale, e che il linguaggio funzioni come uno specchio che rifletta il vero significato così come esso esiste nel mondo”, spiega Hall. Questo approccio è smentito dal fatto che molte parole/molti concetti che possediamo si riferiscono a entità interamente immaginarie e dal fatto che altre culture possono avere mappe concettuali e sistemi di classificazione della realtà così diversi dal nostro da non possedere le parole per designare qualcosa. Imparare un’altra lingua significa imparare “le convenzioni dei differenti codici linguistici” di quella lingua e costruire una seconda mappa concettuale nella nostra testa che in molti casi sarà sovrapponibile a quella che abbiamo (ad esempio, “rosa” in italiano e “rose” in inglese fanno riferimento in modo evidente allo stesso referente) e in altri ci richiederà di pensare in modo diverso (ad esempio, “sakura” è la fioritura dei ciliegi/cherry blossom in giapponese, quindi non indica né il concetto di “ciliegio”/cherry tree” né il concetto di “fioritura/bloom“, quindi per capire quella parola devo costruire un nuovo concetto nella mia mente che non ha un equivalente diretto né in italiano né in inglese; in questo caso è facile, ma con concetti molto più astratti, come la classificazione delle emozioni le equivalenze sono molto più rare e vi assicuro che io, che ormai sono bilingue italiano/inglese, non so definire esattamente in italiano molte parole inglesi che però so come usare, e anche gli esercizi di traduzione come questo mi costringono a pensare con una logica che non è né quella dell’italiano né quella dell’inglese, ma è un girare attorno alle parole per costruire delle frasi che hanno senso in italiano e colgono il punto delle frasi inglesi, pur non potendo essere una trasposizione 1:1; e se alcune frasi vi sembrano ‘rigide’ e macchinose, ora sapete perché).

Il secondo approccio – quello intenzionale – al significato nella rappresentazione sostiene che “è il parlante, l’autore, che impone il suo significato unico al mondo attraverso il linguaggio. Le parole significano ciò che l’autore intende che dovrebbero significare. […] C’è un punto in questo argomento, dato che tutti noi, come individui, effettivamente usiamo il linguaggio per trasmettere e comunicare cose che sono speciali o uniche per noi, per la nostra visione del mondo. Tuttavia, come teoria generale della rappresentazione attraverso il linguaggio, anche l’approccio intenzionale ha dei punti deboli. Non possiamo essere noi la sola e unica fonte di significati nel linguaggio, perché ciò implicherebbe che saremmo in grado di esprimerci in linguaggi interamente privati. Ma l’essenza del linguaggio è la comunicazione ed essa, a sua volta, dipende dalle convenzioni linguistiche condivise e da codici condivisi. […] I nostri significati intesi devono entrare nelle regole, nei codici e nelle convenzioni del linguaggio per essere condivisi e compresi. Il linguaggio è un sistema sociale in tutto e per tutto. Questo significa che i nostri pensieri privati devono negoziare con tutti gli altri significati delle parole o delle immagini che sono stati immagazzinati nel linguaggio e che il nostro uso del sistema linguistico inevitabilmente innescherà”.

“Il terzo approccio”, quello costruzionista – prosegue Stuart Hall – “riconosce questo carattere pubblico e sociale del linguaggio. Riconosce che né le cose in sé stesse né coloro che individualmente utilizzano la lingua hanno il potere di fissare il significato nel linguaggio. Le cose non significano: noi costruiamo il significato, utilizzando sistemi di rappresentazione – concetti e segni. Parlare di costruzionismo non significa “confondere il mondo materiale, dove le cose e le persone esistono, con le pratiche e i processi simbolici attraverso i quali operano la rappresentazione, il significato e il linguaggio. I costruzionisti non negano l’esistenza del mondo materiale. Tuttavia, non è il mondo materiale che trasmette significato: è il sistema linguistico o qualsiasi sistema stiamo utilizzando per trasmettere i nostri concetti. Sono gli attori sociali che usano i sistemi concettuali della loro cultura e i sistemi linguistici e rappresentazionali per costruire il significato, per rendere il mondo pieno di significato e per comunicare riguardo a quel mondo in modo significativo con gli altri”. I segni hanno una dimensione materiale: sono suoni emessi dalle nostre corde vocali, immagini stampate su carta, impulsi elettronici, macchie di inchiostro. “La rappresentazione è una pratica, un tipo di ‘lavoro’, che usa gli oggetti materiali e gli effetti. Ma il significato non dipende dalle qualità materiali del segno, ma dalla sua funzione simbolica. È in quanto un particolare suono o parola sta per, simboleggia o rappresenta un concetto che può funzionare, nel linguaggio, come un segno e trasmettere significato – o, come dicono i costruzionisti, significare”. La parola “significare” è il verbo che esprime l’idea di “diventare segno”. In inglese è ancora più evidente: “segno” si dice sign e “significare” si dice signify, quindi sign-i-fy, parola costruita attribuendo alla radice sign- il suffisso -ify che si usa per alcuni verbi (modify, modificare; petrify, pietrificare; mystify, ammaliare, sono i primi che mi sono venuti in mente).

Per illustrare tutto questo, Hall fa un approfondito esempio sui semafori: “Un semaforo è una macchina che produce differenti luci colorate in sequenza. L’effetto della luce di lunghezze d’onda diverse sull’occhio – un fenomeno naturale e materiale – produce la sensazione di colori diversi. Ora, queste cose certamente esistono nel mondo materiale. Ma è la nostra cultura che spezza lo spettro della luce in colori diversi, li distingue l’uno dall’altro e gli attribuisce dei nomi – rosso, verde, giallo, blu. Usiamo un sistema di classificazione dello spettro dei colori per creare colori differenti l’uno dall’altro. Noi rappresentiamo o simbolizziamo i differenti colori e li classifichiamo secondo i nostri diversi concetti dei colori. Questo è il sistema concettuale dei colori della nostra cultura. Diciamo ‘della nostra cultura’ perché ovviamente altre culture potrebbero dividere lo spettro dei colori in modo diverso. Inoltre, di certo usano parole o lettere diverse per identificare i diversi colori […]. Questo è il codice linguistico – quello che correla certe parole (segni) con certi colori (concetti), e quindi ci permette di comunicare riguardo ai colori con altre persone, usando il ‘linguaggio dei colori'”. Il fatto che la suddivisione dello spettro della luce in colori sia una partizione arbitraria (convenzionale) appare evidente se pensiamo a quei selettori di colori in cui spostiamo il cursore per arrivare al punto di colore preciso. Guardando quello spettro, siamo in grado di definire esattamente dove finisce il blu e comincia il viola? Dove finisce l’arancione e comincia il rosso? Quando un blu è un blu, e quando è un indaco, o un azzurro? Ogni punto di colore ha un codice alfanumerico, perché non è possibile identificare in modo univoco tutti i blu, perché quello che per me magari è “ancora” un blu, per qualcun altro è “già” un viola.

Hall prosegue il suo ragionamento. “Ma come usiamo questo sistema simbolico o di rappresentazione per regolare il traffico? I colori non hanno nessun significato ‘vero’ o fisso in questo senso. Il rosso non significa ‘stop’ in natura, né il verde significa ‘via libera’. […] Il rosso e il verde funzionano nel linguaggio dei semafori perché ‘stop’ e ‘via libera’ sono i significati che sono stati assegnati loro nella nostra cultura dal codice o dalle convenzioni che governano questo linguaggio, e questo codice è ampiamente conosciuto e rispettato quasi universalmente nella nostra cultura […] – anche se potremmo facilmente immaginare altre culture che non possiedano questo codice, in cui questo linguaggio sarebbe un completo enigma”. Questo codice, se ci pensiamo, è stato poi applicato nel linguaggio degli smartphone, in cui il polo da selezionare per rispondere a una telefonata è verde, quello per ‘buttare giù’ è rosso. Verde, via libera. Rosso, stop. Applicando i concetti visti finora all’esempio, Hall ci invita a capire come ‘il linguaggio del semaforo’ “funziona come un sistema significante o rappresentazionale. […] In primo luogo, c’è la mappa concettuale dei colori nella nostra cultura – il modo in cui i colori sono distinti l’uno dall’altro, classificati e ordinati nel nostro universo mentale. In secondo luogo, ci sono i modi in cui le parole o immagini sono correlate con i colori nel nostro linguaggio – i nostri codici linguistici per i colori. In effetti, naturalmente, un linguaggio dei colori è fatto da qualcosa di più delle singole parole che designano differenti punti nello spettro cromatico. Dipende anche da come esse funzionano in relazione l’una all’altra – quel tipo di cose che sono governate dalla grammatica e dalla sintassi nelle lingue parlate o scritte, che ci permettono di esprimere idee piuttosto complesse. Nel linguaggio del semaforo, sono la sequenza e la posizione dei colori, al pari dei colori in sé, che gli permettono di portare significati e quindi di funzionare come un segno”.

Secondo questa logica, un semaforo funzionerebbe altrettanto bene se avessimo  collettivamente deciso che ‘stop’ è blu invece che rosso, ‘liberare l’incrocio’ è marrone invece che arancione/giallo e ‘via libera’ è rosa invece che verde. Questo perché, nota Hall, “Ciò che ha significato […] non è ciascun colore di per sé e nemmeno il concetto o la parola che lo indicano. È la differenza tra il rosso e il verde che ha significato. […] Se non potessimo differenziare il verde dal rosso, non potremmo attribuire al primo il significato ‘via libera’ e all’altro ‘stop’. […] tutti i segni sono arbitrari. ‘Arbitrari’ significa che non c’è alcuna relazione naturale fra il segno e il suo significato o concetto. Dato che il rosso significa ‘stop’ solo perché il codice funziona così, in principio ogni altro colore, incluso il verde, potrebbe svolgere questa funzione. È il codice che fissa il significato, non il colore. […] Ciò significa che i segni di per sé non possono fissare il significato. Invece, il significato dipende dalla relazione fra il segno e il concetto, che è fissata dal codice. Il significato, direbbero i costruzionisti, è ‘relazionale'”.

Ricapitolando, “i semafori sono macchine, e i colori sono l’effetto materiale delle onde luminose sulla retina dell’occhio. Ma gli oggetti – le cose – possono anche funzionare come segni, se è stato loro assegnato un concetto e un significato all’interno dei nostri codici linguistici e culturali. Come segni, operano simbolicamente – rappresentano concetti, e significano. I loro effetti, tuttavia, sono percepiti nel mondo materiale e sociale”. Ad esempio, i colori del semaforo regolano il comportamento sociale delle persone alla guida (o almeno, si suppone che lo facciano – rispettate i semafori, mi raccomando!).

Perciò, l’argomento che Stuart Hall ha sviluppato sin qui può essere riassunto in questo modo: “La rappresentazione è la produzione di significato attraverso il linguaggio. Nella rappresentazione, secondo i costruzionisti, utilizziamo segni, organizzati in linguaggi di tipi diversi, per comunicare in modo significativo con gli altri. […] Il significato è prodotto all’interno del linguaggio, dentro e attraverso vari sistemi di rappresentazione che […] chiamiamo ‘linguaggi’. Il significato è prodotto nella pratica, nel ‘lavoro’, della rappresentazione. È costruito attraverso pratiche significanti – ovvero, pratiche che producono significati”. Questo processo “dipende da due sistemi di rappresentazione differenti ma correlati. In primo luogo, i concetti che sono formati nella mente funzionano come un sistema di rappresentazione mentale che classifica e organizza il mondo in categorie dotate di significato. Se abbiamo un concetto di qualcosa, possiamo dire che ne conosciamo il ‘significato’. Ma non possiamo comunicare questo significato senza un secondo sistema di rappresentazione, un linguaggio. Il linguaggio è formato da segni organizzati in varie relazioni. Ma i segni possono trasmettere significato solo se possediamo dei codici che ci permettono di tradurre i nostri concetti nel linguaggio – e viceversa. Questi codici […] non esistono in natura, ma sono il risultato di convenzioni sociali. Essi sono una parte cruciale della nostra cultura – delle nostre ‘mappe di significati’ condivise – che apprendiamo e interiorizziamo inconsciamente nel divenire membri della nostra cultura”.

Questo è il costruzionismo ‘in un guscio di noce’. Personalmente, non smetto mai di restare affascinata dalla complessità di questo framework teorico e dalle prospettive e possibilità che si aprono alla comprensione della realtà guardandola da questo punto di vista. Spero che sia così anche per voi, e che vogliate continuare questo viaggio nelle prossime puntate.

17 pensieri su “Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 4)

  1. Ciao, altro articolo interessante, dato che fai l’esempio del semaforo mi vengono alcune cose in mente, ci sono per esempio i semafori per i tram, dove il verde cioè via è una linea verticale, mentre il rosso o stop è una linea orizzontale, mentre il giallo è un triangolo, oppure pensiamo ai semafori pedonali, oltre ai colori, c’è anche un omino stilizzato spesso, con il giallo e con il rosso, l’omino è fermo, mentre quando è sul verde l’omino è stilizzato come se si muove, e alle volte (soprattutto negli USA) anche delle scritte, tipo stop o avanti.
    Si poi il colore verde e rosso, è usato in molti ambiti, tipo militari o videogames, dove verde sono gli alleati e rosso i nemici, oppure per gli alleati si usa il blu.
    Poi sul discorso dei concetti per cui non esiste parole in una certa lingua, per questo alcune parole diventano internazionali e poi non si traducano, tipo dogfight, oppure molte parole in ambito erotico/pornografico, invece se parliamo parole che grazie alle opere di finzioni hanno cambiato significato, mi viene in mente il termine ” dreadnought” che letteralmente significa “propr. «intrepido», comp. di (to) dread «temere, avere paura di» e nought «niente», nome dato alla prima corazzata di questo tipo” termine usato per certe navi da guerra, durante la prima guerra mondiale, diciamo un tipo di corazzate che erano al tempo le più potenti, ma poi furono superate sia per peso che dimensioni da altre corazzate, che non utilizzarono questa nomea, poi la fantascienza prese questo termine per definire le ammiraglie delle flotta(detta anche flagship), ovvero una nave estremamente potente e grande, rispetto alle altre navi di quella flotta, l’esempio più famoso e lo Star Destroyer Executor, che si vede in Star Wars episodio 6 Il ritorno dello Jedi.
    Comunque sul discorso dei colori, che venivano già usati sui treni, il colore rosso ricorda il pericolo e il sangue, mentre il verde la natura, poi non ho trovato fonti più precise.

    • Il punto non è da dove vengono i colori che hanno assunto quei significati convenzionali (sebbene sia una storia interessante): il punto è che se al momento dell’invenzione dei semafori avessimo deciso di utilizzare altri colori, e la società si fosse adattata a quella convenzione che lega specifici significati a specifici colori, il semaforo funzionerebbe esattamente allo stesso modo. Non è la relazione del rosso con il sangue, o del verde con la natura, che fa funzionare il semaforo, ma il fatto che tutti noi abbiamo imparato le regole che governano il suo funzionamento, abbiamo acquisito il codice.

      • Si su questo concordo, il fatto e che spesso dato che vengono presi per naturali, si pensa che sia cosi quasi come se fosse una legge di natura, mi spiego meglio.
        Quando si vuole dire che una persona è stata coraggiosa, o si la si vuole spronare, si dicono cose del tipo: “non fare la femminuccia” “non fare la fighetta” “tira fuori gli attributi” “tira fuori le palle” e cosi via, e questo vale anche se si vuole spronare una donna, difficilmente qualcuno immaginerebbe di usare una versione di questi termine al contrario, con lo stesso obbiettivo, sopratutto se parliamo di un uomo, tipo “non fare il maschietto” “non fare il cazzetto” “tira fuori le ovaie(qui non so cosa mettere come contraltare, quindi ho detto ovaie)”” , non mi viene neanche in mente una versione di, “sei stato/a veramente cazzuto/a”, in versione femminile, si esista il termine “figata” ma ha un significato si positivo, ma descrive un altra cosa.

      • Ho visto le persone iniziare a usare ‘ovaie’ come contraltare di ‘palle’, in espressioni del tipo “mi hai rotto le ovaie”, perciò direi che “tira fuori le ovaie” è divertente. ‘Cazzuto’ è proprio un termine che esprime l’idea di virilità come forza, il tipo di forza che lascia gli altri sorpresi e pieni di ammirazione, e infatti è una parola con una connotazione molto positiva, ‘cazzuto’ è un complimento. Dire che qualcosa è figo è invece esprimere un altro tipo di ammirazione, non legata alla forza, ma alla capacità di attrarre e coinvolgere (“un gioco fighissimo!” oppure “un’auto davvero figa”), che non ha necessariamente una connotazione sessuale, ma riflette comunque entusiasmo e coinvolgimento da parte di qualcosa che dovrebbe essere attraente come una bella ragazza. ‘Figo’ e ‘cazzuto’ hanno aree di sovrapposizione solo dove si parla di persone, e di maschi: dire di un ragazzo che è ‘figo’ e ‘cazzuto’ come sinonimi si può, ma dire di una ragazza che è ‘figa’ e ‘cazzuta’ rimanda immediatamente a due aree diverse.

  2. Ciao, onestamente poi io preferisco usare espressioni, tipo quelle che nominano la spina dorsale e/o il fegato, non mi piacciono espressioni tipo “tirare fuori le palle”, non solo perchè è come se riguardassero solo gli uomini, ma anche perchè riflettendoci su, è una delle parti più sensibili e deboli del corpo maschile, anche un colpo inferto con poca forza può causare molto dolore.
    Se dovessi paragonarlo con qualcosa di doppio e rotondo, che hanno le donne, ci sarebbe il seno, che è molto meno fragile, mi viene in mente una strofa di una “vecchia” canzone, che tu mi hai fatto conoscere: “Forget your balls and grow a pair of tits”
    Oppure mi viene in mente una scena della serie tv “The Boys”, non ricordo bene la frase, mi ricordo solo che uno dei personaggi principali prende in giro il protagonista, chiamandolo fighetta, e lui gli risponde nominandogli tutte le qualità della vagina, questo onestamente non si sente e vede mai, ma parliamo pur sempre dove i cattivi sono i supereroi, non certo il classico mainstrem.

    • Mi ricorda Big Hero 6, il film Disney dove una delle ragazze della squadra si dava forza stringendo i denti e ripetendosi “Woman up!”, che in italiano hanno tradotto “Fai la donna!” ma è un sovvertimento dell’inglese “Man up!” che si tradurrebbe più con “Sii uomo” o “Comportati da uomo”. Ma immagino sia anche una questione di doppiaggio, e quindi di dover esprimere il concetto con lo stesso numero di sillabe per stare nel tempo della battuta originale.

  3. Ciao, questo mi fa pensare anche ai post sul “dominio maschile”, come dicevi in quei post si è sempre collegato ogni cosa femminile, alla debolezza o comunque alla negatività, al contrario di ogni cosa collegata al maschile, anche per questo poi il maschile è spesso diventato il neutro, per riferirsi alle masse, ed anche ai ruoli di prestigio.
    Ovviamente le cose potevano anche non andare cosi, e magari ci saremmo potuto trovare in una situazione opposta, o comunque molto diversa, e in quella circostanza le persone uomini e donne avrebbero accettato per molto tempo quella cosa, magari mettendola poi in discussione, come in un certo senso stiamo facendo noi.
    Certo pensare a una società dove per indicare una persone coraggiosa, forte, che ha fatto una grande impresa ecc… si dica qualcosa tipo “quell’uomo ha avuto delle ovaie d’acciaio/giganti/quadrate” oppure “quell’uomo ha avuto una vagina gigante/d’acciaio/quadrata” ecc…
    Un discorso analogo si potrebbe pensare per le mestruazioni, una cosa femminile che nel corso della storia è sempre stata stigmatizzata, ma se le cose fossero andate diversamente, si potrebbe pensare a una società, dove a qualcuno che sanguine leggermente, sopratutto se uomo, si dica “un po di sangue? be le donne sanguinano una volta al mese, ma non fanno tutto questo casino”, altro paragone potrebbe riguardare il sesso.
    Termini sinonimi di fare sesso, o che si riferiscono alla penetrazione, sono anche insulti, o termini che si usano per indicare l’essere stati fregati, tipo fottere,inculare ecc… e un altro modo per insultare una donna, ovvero usare l’espressione “lanciare un salame nel corridoio”, per riferirsi a una donna che ha molti rapporti sessuali, in un mondo diverso si potrebbe pensare di usare questo insulto, contro un uomo che si ritiene abbia un membro piccolo, e che anzi queste dimensioni/capacità di una donna siano una cosa da lodare, tipo le dimensioni maschili, diciamo passare dal discorso chiave-serratura, a quello nave-porto nave-bacino di carenaggio, per dire.
    Comunque negli ultimi tempi, mi sembra che il cambiamento di linguaggio sia più veloce del solito, non solo tra figli e genitori, ma anche tra persone con una differenza d’eta minore, tipo persone che si passano 15/20 anni.

    • Sono d’accordo, il linguaggio sta cambiando. Giusto oggi ho avuto una conversazione interessante su come il termine ‘maschiaccio’ anche solo vent’anni fa (quando ero piccola io) aveva una connotazione fortemente negativa per un bambina, veniva usato come rimprovero, per significare “non ti devi comportare come i maschi”, mentre oggi è detto con orgoglio, come un complimento, in riferimento a bambine con un carattere forte e risoluto. Un’altra parola su cui il femminismo ha portato attenzione per le sue implicazioni sessiste è bossy, ‘prepotente’ (ma da piccoli nella mia scuola elementare ci accusavamo a vicenda di essere “comandini”, che rende meglio l’idea), che viene usata nel contesto anglosassone come modo per svilire l’assertività femminile, per ridurla a un difetto, mentre non si fa lo stesso con i maschi, le cui qualità di leadership sono viste con fierezza come dei valori.
      Abbiamo già discusso a lungo delle connotazioni negative che l’associazione con la sfera sessuale e con la prostituzione porta per certe parole riferite alle donne, mentre non avviene lo stesso per gli uomini. Allo stesso modo, esistono parole che designano in modo svilente la femminilità, le caratteristiche stereotipicamente associate alla femminilità, forse ne abbiamo già parlato: leziosa, smorfiosa, gatta morta, civetta…
      Colgo l’occasione per ringraziarti per la tua pazienza nel sopportare i ritardi nel moderare i commenti e risponderti. In questo momento sono in piena sessione d’esami e ho intrapreso un paio di progetti IRL che mi assorbiranno ulteriormente, ma cerco di risponderti nel modo più pensato possibile, senza fretta. Questo blog è un piccolo spazio che per fortuna mi consente di sviluppare un dialogo che può dilatarsi nel tempo, altrimenti avrei chiuso la sezione commenti, non mi faccio problemi a dirlo: l’istantaneità non è sostenibile per me, non è compatibile con i miei impegni.

  4. Diciamo che secondo me sarebbe giusto che quando si educa i bambini, parlo quindi degli educatori più che i genitori, fare capire quanto sia giusto il lavoro di squadra, e che è normale che nella società ci siano dei leader, cosi come delle regole da seguire, e che i leader cosi come possono essere maschi possono anche essere donne.
    Trovo curioso di come si parli spesso in modo stereotipato sul fatto che gli uomini pensano sempre al sesso, e che facciano di tutto per il sesso, come se si facessero controllare dalle donne per via del sesso, quando non è cosi, senno quasi non esisterebbero problemi di coppia, sarebbe come dire che una donna dal suo fidanzato/marito può ottenere quasi tutto quello che vuole con il sesso, non è cosi, ripeto se no nelle coppie sarebbero le donne a comandare, e sappiamo benissimo che non è cosi.
    Non ti preoccupare, se non accettassi questa cosa del resto non commenterei, comunque detto onestamente dopo quasi due settimane che non rispondevi ero un preoccupato per te, non era tanto il fatto che non rispondevi.

    • L’idea che le donne controllino il mondo tramite il sesso – tramite il potere di elargire e rifiutare i rapporti sessuali – è una visione estremamente povera della sessualità e delle relazioni di coppia, che è stata chiamata “contratto sessuo-economico” per cui le donne scambiano il sesso con ciò che vogliono ottenere: affetto, potere, sostegno economico. E’ una visione povera, perché il sesso diventa un servizio e non un momento in cui la condivisione rafforza un legame fra due persone (nei rapporti occasionali, è l’esperienza in sé a costruire un legame, per quanto effimero).
      Ho avuto molto da fare, e c’è un progetto che si sta avvicinando alla sua conclusione e di cui ti parlerò con calma in un’email. Sono convinta che lo troverai interessante! ^^

      • Concordo con te, il discorso potrebbe essere diverso se si parla di lifestyle e di sessualità, e magari si intervistano coppie, che vivono un lifestyle femdom o Female-Led Relationships, voglio dire ci sono pure coppie dove, anche se non sono molto BDSM style, l’uomo decida di portare una cintura di castità per lunghi periodi, quindi non solo in camera da letto, in quel senso, il discorso cambia, cosi come cambia la sessualità di coppia ovviamente.
        in quel caso se alcune coppie che sperimentano questo lifestyle, lo consigliassero già sarebbe un altra cosa, per certi versi è una coppia dove il discorso sessuale ha una forte ricaduta su tutto il resto, solo che a differenza di coppie classiche, questo discorso non si traduce semplicemente in una coppia che ha moltissimi rapporti sessuali(una cosa non esclude l’altra), ma rimane un discorso di coppia, e di natura sessuale comunque.
        In un discorso tra estranei, o nel mondo del lavoro, bisognerebbe continuare a giudicare le persone, per quello che fanno e per quello che dicono, per le loro abilità ecc…

      • Anche lo scenario che stai descrivendo è uno scenario di complicità, dove indipendentemente dalla forma che assume la relazione sessuale il presupposto è che ci sia stato un dialogo, una negoziazione condivisa fra i partner e che questa scelta sia una scelta da cui entrambi traggono soddisfazione, non qualcosa che una persona si obbliga a fare per rendere felice l’altra. Ieri sera stavo leggendo un articolo un po’ vecchio su The Atlantic https://www.theatlantic.com/culture/archive/2015/02/consent-isnt-enough-in-fifty-shades-of-grey/385267/ che parla di come 50 sfumature di grigio ha influenzato l’immaginario erotico contemporaneo, ma si tratta di un’influenza tossica perché la questione di come sperimentare in ambito sessuale senza farsi male emotivamente (senza acconsentire a cose che non si desiderano veramente, per esempio) richiede tempo, delicatezza e consapevolezza dei propri desideri, che è difficile da formare ed è difficile da articolare in una forma che il/la proprio/a partner possa capire, perché i desideri e le fantasie spesso sono indefiniti e riguardano più sensazioni che idee compiute. Il discorso tossico di 50 sfumature di grigio non si ferma al consenso: Anastasia acconsente per motivi che non hanno niente a che fare con il suo desiderio e la sua curiosità in ambito sessuale, ma riflettono la dinamica malata con Christian: la paura che lui se ne vada, la paura di essere inadeguata a comprenderlo, il desiderio di renderlo felice.
        Il consenso, per essere pieno, ha bisogno di essere all’interno di un contesto di dialogo aperto, basato sul rispetto e sulla fiducia, fra due persone consapevoli dei propri desideri. 50 sfumature di grigio è l’opposto: Christian e Anastasia non si parlano di sentimenti (in realtà si parlano veramente poco di loro stessi, perché nessuno dei due ha una personalità), la fiducia è inesistente (lei non si fida che lui non le faccia del male, anzi ha paura, ma non la esprime; a lui non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di dover spiegare a lei cosa desidera e guidarla a capire cosa possono fare insieme, cosa è accettabile per entrambi – lo stesso contratto è essenzialmente posto nei termini di ‘io sono così, o BDSM o niente’), il rispetto pure (lei è in soggezione, lui si comporta con superiorità).

  5. Si, quel film è stato pessimo sono fari punti di vista(per non dire tutti), di certo il modo peggiore per fare conoscere il BDSM al grande pubblico, paradossalmente ho visto una conoscenza migliore del BDSM, a C.S.I. Las Vegas, mi sono sempre piaciute le discussioni tra Grisson il capo della scientifica, e la dominatrice Lady Heather, è la prima dominatrice che abbia mai visto sul piccolo schermo.
    Personaggio molto interessante è intrigato, interpretato da Melinda Clarke, compare anche nel film finale, per farti capire l’importanza del personaggio, e sopratutto per il pubblico.
    https://en.wikipedia.org/wiki/Lady_Heather

    • Ammetto di non aver mai visto C.S.I. al di là di qualche sporadico episodio trasmesso la sera su Italia 1, ma non ho mai seguito la trama di nessuna delle serie. Mi sto perdendo qualcosa che potrebbe piacermi?

  6. Ciao, onestamente non saprei, la serie non è male, ma ha poca trama diciamo onestamente, okay che non è come Law and Order, con quasi tutti episodi auto conclusivi, ma non è neanche una serie come Lucifer dove ogni puntata si collega con la trama(lo cito perchè il produttore è lo stesso del franchaise di C.S.I.), poi considera che il 2000 era diversa, all’epoca non c’erano cosi tante serie poliziesche, quindi è chiaro che rivedendo ora C.S.I. potrebbe risultare qualcosa di già visto.
    Lo ritengo una bella opera, ma non da seguire tutta, 15 stagioni sono fin troppe per me, per me una serie si dovrebbe chiudere in massimo 10 stagioni, senno rischia di diventare una specie di telenovelas, infatti l’ho seguita fino alla 8° circa, mentre sugli spin-off mi è piaciuto molto C.S.i.Miami, mentre non mi è piaciuto C.S.I. New York.

    • Ti ringrazio molto per la tua opinione, in questo momento non sono molto interessata a seguire serie TV perché mi rendo conto di avere voglia di leggere romanzi…non desidero altro che poter passare una mattinata a perdermi in un buon romanzo e non dover leggere solo letteratura scientifica per gli esami che sto preparando, ma C.S.I. l’ho sempre percepita come una specie di classico contemporaneo del genere poliziesco, e ho sempre ‘paura’ di starmi perdendo una pietra miliare.

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