Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 5)

Ben ritrovati nella disamina a episodi del volume Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, curato da Stuart Hall. Nella puntata precedente abbiamo riassunto il nucleo concettuale centrale della prospettiva costruzionista su cui tutto il volume si fonda, e da questa puntata svilupperemo il discorso attraverso due approcci interni al costruzionismo, quello semiotico e quello discorsivo, riconducibili alle figure fondatrici di Ferdinand de Saussure e Michel Foucault, guidati in questo viaggio da Stuart Hall, la cui attenzione per i dettagli nello svolgimento del discorso spero di aver reso decentemente con la mia traduzione.

Come nota Hall, il modello del linguaggio proposto da Saussure “ha plasmato l’approccio semiotico al problema della rappresentazione in un’ampia varietà di campi culturali”. L’interprete anglofono di Saussure a cui Hall si rifà è Jonathan Culler. “Per Saussure” – spiega Hall – “la produzione del significato dipende dal linguaggio. ‘Il linguaggio è un sistema di segni’. I suoni, le immagini, le parole scritte, i dipinti, le fotografia ecc. funzionano come segni all’interno del linguaggio ‘solo quando servono a esprimere o comunicare idee. Per comunicare idee, devono essere parte di un sistema di convenzioni”. Saussure è stato il primo a concepire il segno come composto da una forma – l’elemento concreto, materiale del segno – e da un’idea/concetto a cui la forma rimanda, e a definire la forma ‘significante’ e l’idea ‘significato’. Ricordo che il mio primo incontro con questi concetti, seppure senza tutto questo contesto, è stato in un libro di grammatica delle medie. Forse anche voi scoprirete un’antica familiarità con queste idee. Faccio solo notare che in inglese, ‘significato’ in questo uso è letteralmente il participio passato sostantivato del verbo to signify, quindi signified (‘significante’ è invece reso con il suffisso -er, che si usa per i nomi che indicano agenti, come ‘worker‘, lavoratore, ‘writer‘, scrittore’, ‘eraser‘, gomma per cancellare, quindi diventa signifier), il che lo distingue da meaning (significato come sostantivo), mentre noi in italiano abbiamo una sola parola per entrambi. Metterò quindi fra parentesi l’originale inglese in questi passaggi, in modo che l’ambiguità sia alleviata. In ogni caso, questo ci riporta alle difficoltà di pensare con concetti che non sono nati per la nostra lingua e che la nostra lingua fa fatica ad accomodare.

In ogni caso, Hall nota: “Ogni volta che sentite, leggete o vedete il significante [signifier] […] esso è correlato al significato [signified] […]. Entrambi sono necessari per produrre il significato [meaning], ma è la relazione fra di essi, fissata dai nostri codici culturali e linguistici, che regge la rappresentazione. Quindi, ‘il segno è l’unione di una forma che significa (significante/signifier) e dell’idea significata (significato/signified). […] essi esistono solo come componenti del segno, che è il fatto centrale del linguaggio (Culler, 1976)”. “Non c’è alcun legame naturale o inevitabile fra il significante [signifier] e il significato [signified]. I segni non possiedono un significato [meaning] fisso o essenziale. […] I segni, secondo Saussure, ‘sono membri di un sistema e sono definiti in relazione agli altri membri di quel sistema’”. Hall esemplifica questa affermazione con i nomi dei componenti della famiglia (padre, madre, zio, cugino…), che sono definibili solo avendo chiaro il sistema di relazioni di parentela che organizza le posizioni relative di ogni termine rispetto agli altri (lo zio è il fratello di un genitore, il cugino è il figlio dello zio…). In definitiva, “Questa marcatura della differenza all’interno del linguaggio è fondamentale per la produzione del significato [meaning]. […] Il modo più semplice per rimarcare una differenza è, ovviamente, attraverso un’opposizione binaria […] il significato [meaning] di un concetto o di una parola è spesso definito in relazione al suo diretto contrario”.

Da qui arriviamo alla conclusione cruciale per lo sviluppo dell’approccio semiotico: “un linguaggio è costituito da significanti, ma affinché essi producano significato [meaning], devono essere organizzati in un ‘sistema di differenze’. Sono le differenze fra i significanti che significano. Inoltre, la relazione fra il significante e il significato [signified], che è fissata dai nostri codici culturali, non è – secondo Saussure – fissata in modo permanente. I significati delle parole mutano. I concetti (significati/signified) a cui si riferiscono cambiano anch’essi, storicamente, e ogni cambiamento altera la mappa concettuale della cultura, portando culture diverse, in momenti storici diversi, a classificare e pensare il mondo diversamente”. Culler lo spiega in questi termini: “Il linguaggio instaura una relazione arbitraria fra significanti di sua stessa scelta da un lato, e significati [signifieds] di sua stessa scelta dall’altro. Non solo il linguaggio produce un set differente di significanti, articolando e dividendo il continuum del suono (o della scrittura o del disegno o della fotografia) in modo peculiare; ogni linguaggio produce un differente set di significati [signifieds]: ha un modo peculiare, e quindi arbitrario, di organizzare il mondo in concetti e categorie”. E da questo passaggio discende una conclusione ancora più densa: “Se la relazione fra un significante e il suo significato [signified] è il risultato di un sistema di convenzioni sociali specifico di ogni società e di ogni momento storico – allora tutti i significati [meanings] sono prodotti all’interno della storia e della cultura. Non possono mai essere fissati in modo definitivo, ma sono sempre soggetti al cambiamento, sia da un contesto culturale all’altro che da un’epoca all’altra. Non c’è nessun ‘vero significato’ unico, immodificabile, universale”. Culler esprime questa idea dicendo che la combinazione di un dato significato [signified] e di un dato significante [signifier] in un segno è, in ogni momento del tempo, un risultato contingente di un processo storico.

Seguiamo lo sviluppo delle implicazioni di questo risultato, con Hall, tornando a parlare di significato come meaning, cioè come prodotto dell’elaborazione attraverso cui giungiamo a comprendere qualcosa, a dargli senso: “se il significato cambia, e non è mai fissato definitivamente, allora la ‘presa di significato’ deve implicare un processo attivo di interpretazione. Il significato deve essere attivamente ‘letto’ o ‘interpretato’. Di conseguenza, c’è una necessaria e inevitabile mancanza di precisione nel linguaggio. Il significato che traiamo, come spettatori, lettori o pubblico, non è mai esattamente il significato dato dal parlante, dallo scrittore o da altri spettatori. E poiché, per dire qualcosa che abbia un significato, dobbiamo ‘entrare nel linguaggio’, dove ogni sorta di significati più vecchi che ci precedono sono già immagazzinati da epoche precedenti, non possiamo mai sterilizzare completamente il linguaggio, filtrando via tutti gli altri significati nascosti che potrebbero modificare o distorcere quello che vogliamo dire”. Non possiamo togliere le connotazioni negative a una parola semplicemente perché vogliamo usarla in modo neutro o positivo. Per quanto io voglia definire me stessa come femminista e non abbia paura di farlo, so che nel rendere pubblica questa identità a persone che non mi conoscono bene devo premettere uno spiegone su cosa significa essere femminista perché so che la parola circola nel discorso con tutta una serie di connotazioni stereotipate negative con cui io devo fare i conti anche se le disconosco. Ogni volta che uso questa parola, devo chiarire, difendere il significato che voglio attribuirle per ‘sgombrare il campo’ dai significati negativi, ma non posso farli smettere di esistere. Posso solo ‘educare’ le persone a usare la parola femminista per quello che significa per le femministe, e non per fazioni antifemministe che vogliono distorcere il significato della parola per attaccare le idee che quella parola esprime e rimpiazzarle, nel senso comune, con pregiudizi falsi e offensivi.

Ma non posso impedire l’esistenza di quei significati distorti, come ci ricorda Hall: “C’è un costante slittamento di significato in tutte le interpretazioni, un margine – qualcosa che va oltre quello che intendiamo dire – in cui altri significati oscurano l’affermazione o il testo, in cui altre associazioni sono risvegliate, dando a ciò che diciamo una sfumatura diversa. Quindi l’interpretazione diventa un aspetto essenziale del processo con cui il significato è dato e preso. Il lettore è altrettanto importante dello scrittore nella produzione del significato. Ogni significante dato o codificato nel significato deve essere interpretato o decodificato in modo significativo dal ricevente (Hall, 1980). I segni che non sono stati ricevuti e interpretati in modo intelligibile non sono, in nessun senso utile del termine, ‘significativi'”.

Quindi, per Saussure il linguaggio era diviso in due parti: la prima è formata da “le regole e i codici generali del sistema linguistico, che tutti i suoi utilizzatori devono condividere, se esso deve essere utilizzato come mezzo di comunicazione. Le regole sono i principi che impariamo quando impariamo una lingua e ci permettono di usare quella lingua per dire ciò che vogliamo dire. […] Saussure ha chiamato questa struttura sottostante e governata da regole della lingua, che ci permette di produrre frasi ben costruite, la langue (il sistema linguistico). La seconda parte è formata dagli atti di parola, scrittura o disegno singoli, che – utilizzando la struttura e le regole della langue – sono prodotti da un concreto parlante o scrittore. Lui ha chiamato questo parole“. Langue e parole fanno riferimento a due aspetti dell’uso della lingua che non hanno corrispettivi esatti in inglese, perciò nella comunità scientifica si è deciso di non cercare di tradurre questi termini, nell’uso che ne fa Saussure, e di mantenerli sempre in francese, di modo che ogniqualvolta una persona incontra langue e parole in un testo, sa senza ambiguità di traduzione che stiamo parlando di questa concezione teorica. Culler ci aiuta a capirli: “La langue è il sistema del linguaggio, il linguaggio come sistema di forme, mentre la parole è il discorso concreto, gli atti discorsivi che sono resi possibili dal linguaggio”.

Non è un discorso puramente tecnico, ci mette in guardia Hall: “Per Saussure, la struttura sottostante di regole e codici (langue) era la parte sociale del linguaggio”, ed egli riteneva che avesse una natura chiusa e limitata, che avrebbe permesso di studiare il linguaggio a livello della ‘struttura profonda’, per cui questo modello teorico è stato chiamato strutturalista. In questo modello, la parole era vista come la ‘superficie’ del linguaggio, priva delle proprietà strutturali che ne avrebbero permesso un’analisi scientifica. Questa concezione è ormai tramontata, ma all’epoca della sua formulazione ha permesso di riconoscere, appunto, il carattere sociale del linguaggio senza cadere in una formulazione deterministica, e alcuni punti mantengono la loro validità: “ogni affermazione individuale diventa possibile solo perché ‘l’autore’ condivide con altri utenti del linguaggio le regole e i codici comuni del sistema linguistico – la langue – che permette loro di comunicare in modo dotato di significato. L’autore decide cosa dire. Ma non può ‘decidere’ se usare o meno le regole della lingua, se vuole essere capito. Noi siamo nati all’interno di un linguaggio, dei suoi codici e dei suoi significati. Il linguaggio è quindi, per Saussure, un fenomeno sociale. Non è una faccenda individuale perché non possiamo inventarci le regole del linguaggio per conto nostro. La loro origine sta nella società, nella cultura, nei nostri codici culturali condivisi, nel sistema linguistico”.

In conclusione, “Il grande risultato di Saussure è stato obbligarci a focalizzarci sul linguaggio in sé, come un fatto sociale; sul processo di rappresentazione in sé; su come il linguaggio funziona concretamente e sul ruolo che svolge nella produzione del significato. Nel farlo, ha salvato il linguaggio dallo status di mero medium trasparente fra le cose e il significato. Ci ha mostrato, al contrario, che la rappresentazione è una pratica”. Tuttavia, Saussure ha trascurato il ruolo di un altro processo, il riferimento a entità che esistono e a cui, per tramite dei concetti e delle mappe concettuali, il linguaggio rimanda, nella significazione. La significazione è il prodotto sia del significato che del riferimento. Inoltre, egli si è concentrato sugli aspetti formali del funzionamento del linguaggio, il che “ha distolto l’attenzione dagli aspetti più interazionali e dialogici […] – il modo in cui il linguaggio è effettivamente utilizzato, come funziona nelle situazioni concrete, in un dialogo fra diversi tipi di parlanti. Quindi non è sorprendente che, per Saussure, le questioni legate al potere nel linguaggio – per esempio, fra parlanti di differenti status e posizioni – non siano sorte”.

I teorici che hanno seguito la strada aperta da Saussure in seguito sono giunti alla conclusione che il linguaggio è sì governato da regole, ma “non è un sistema chiuso che può essere ridotto ai suoi elementi formali. Dato che cambia costantemente, è per definizione aperto. Il significato continua a essere prodotto attraverso il linguaggio in forme che non possono mai essere predette a priori, e il suo ‘slittamento’ […] non può mai essere fermato. Saussure potrebbe essere stato tentato [di fermarsi] alla visione precedente perché […] tendeva a studiare lo stato del sistema linguistico in un dato momento, come se […] potesse fermare il flusso del cambiamento linguistico”, osserva Hall. Ovviamente, queste rielaborazioni del lavoro di Saussure non rendono meno validi i suoi punti sul funzionamento del linguaggio, li rendono solo incompleti. Ma è assurdo chiedere che un uomo elabori da solo un intero campo di studi, dopotutto. Dopo di lui, le sue teorie sono state applicate per fondare “un approccio generale al linguaggio e al significato, che fornisce un modello della rappresentazione che è stato applicato a un’ampia gamma di oggetti e pratiche culturali”. Questo approccio – o disciplina – è ciò che ora chiamiamo semiotica, che studia i segni nella cultura e la cultura come linguaggio. Il presupposto è che “dato che tutti gli oggetti culturali sono portatori di signfiicato, e che tutte le pratiche culturali dipendono dal significato, allora devono fare uso di segni, e nella misura in cui lo fanno, devono funzionare come un linguaggio”, e quindi alla loro analisi possono essere applicati i concetti saussuriani che abbiamo esposto.

Il primo ad applicare gli strumenti semiotici allo studio di oggetti della cultura popolare è stato Roland Barthes nel 1972, che ha considerato come segni, come linguaggi in grado di comunicare significato, oggetti e attività come spot pubblicitari, show come il wrestling, guide turistiche. L’idea sottostante è che tutti questi oggetti e pratiche possono essere viste come testi da leggere. Questa prospettiva è stata poi estesa da Clifford Geertz, uno dei più importanti antropologi del secolo, che ha proposto una definizione semiotica di cultura in cui essa è pensata come “strutture di significato socialmente stabilite, nei cui termini le persone fanno cose” (Geertz, 1987), da cui consegue che “è attraverso il flusso del comportamento – o, più esattamente, l’azione sociale – che le forme culturali trovano un’articolazione” (Geertz, 1987). La cultura è “costituita di sistemi interconnessi di segni interpretabili” (Geertz, 1987) che rappresentano il contesto entro cui eventi sociali, comportamenti, istituzioni o processi possono essere compresi come aventi significato per gli attori che li mettono in atto. Le nostre interpretazioni e descrizioni devono essere “espresse nei termini delle interpretazioni a cui persone di una particolare categoria sottopongono la loro esperienza” (Geertz, 1987), quindi devono essere fondate sulla comprensione delle loro mappe concettuali e dei loro codici linguistici. Lo scienziato sociale ha il dovere di “tenere l’analisi delle forme simboliche legata il più strettamente possibile agli eventi sociali concreti, al mondo pubblico della vita in comune” (Geertz, 1987) per raggiungere l’obiettivo di “scoprire le strutture concettuali che informano gli atti dei nostri soggetti, il «detto» del discorso sociale, e costruire un sistema di analisi nei cui termini ciò che è pertinente a quelle strutture, ciò che appartiene loro perché sono quello che sono, risalterà sullo sfondo di altre determinanti del comportamento umano” (Geertz, 1987). Poiché le interpretazioni devono essere formulate nei termini degli attori sociali, il compito dello scienziato sociale può essere inteso come quello di tracciare “un ritratto delle cornici di significato” (Geertz, 1987) degli attori, inscrivendole in quelle forme della società che sono la sostanza della cultura.

6 pensieri su “Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 5)

  1. Ciao, altro articolo interessante, sul discorso del cambiamento di significato, prendendo l’esempio che fai sulla parole femminismo, quando ti dichiari femminista, usi un termine molto generico, mi spiego meglio.
    Il femminismo lotta appunto per la parità tra uomini e donne, ma vediamo come ci sono vari tipi di femminismi, alcuni molto radicali, che vogliono cambiare tutto il sistema, pensiamo al femminismo anarchico, al femminismo marxista ecc…
    Sopratutto considerando che lo scopo del femminismo è quello di distruggere l’attuale sistema, alcuni potrebbero chiedersi però che tipo di società creare al suo posto, sostituire il patriarcato con un matriarcato? anche perché se (giustamente) si fanno norme per favorire le donne, la domanda è, poi le femministe le vorrebbero togliere? anche perchè chi decide quando la parità è stata raggiunta?
    Le donne sono la maggioranza della popolazione, quindi qualcuno potrebbe presupporre, che le femministe, si vogliono la parità, ma in un mondo dove le donne abbiamo più potere rispetto agli uomini, non proprio un ribaltamento dei ruoli, quindi niente uomini sottomessi, ma come un assicurazione che non torni il patriarcato.
    Certo sicuramente accusare le femministe di odiare gli uomini è molto stupido, su questo c’è poco da dire.

    • Apri un argomento molto interessante e molto ampio: spiegare cos’è il femminismo in termini universali non si può, come hai notato. Spiegare il proprio femminismo è una cosa a cui dovrò dedicare un post intero, perché più studio le questioni di genere più la mia prospettiva si affina e diventa più complessa. Naturalmente dipende anche dal definire il ‘sistema’ che si combatte: per me, ad esempio, l’architettura degli Stati democratici occidentali funziona bene in una prospettiva femminista, e si tratta solo di eliminare le distorsioni che si creano in questo sistema per via di una cultura patriarcale e androcentrica. Per altre femministe, l’impianto della società va ripensato dalle fondamenta, per costruire un capitalismo diverso o un ordine non capitalista (ma non necessariamente seguendo il marxismo). Non ho mai incontrato nessuna persona che si definisca femminista e creda nella possibilità di un matriarcato, ma immagino sia possibile che esistano.
      Il femminismo si situa all’intreccio di tante questioni complesse, e non si può pensare che una persona abbia tutte le risposte solo perché si riconosce in un obiettivo, in un ideale.

  2. Ciao, in effetti sarei molto curioso di leggere un post del genere, oltretutto dato che parliamo di parole, in effetti anche la parola matriarcato è una parola complessa e generica, in quanto descrive un ipotetica società, si presume che alcune civiltà antiche siano state matriarcali, ma gli studiosi non sono tutti concordi con questa versione, quindi chiunque volesse un matriarcato oggi, bisogna vedere che senso vuole dare a questa parola.
    Altra parola ipotetica è la Ginarchia, quella sarebbe veramente discriminatoria, “Forma di governo e/o di società nella quale il potere è in mano alla donna, che è ritenuta superiore all’uomo.” Derivato dal greco γυνή (donne) e αρχή (potere), ma è solo una parola ipotetica.
    Il concetto di una parola che può descrivere un movimento molto ampio, spesso vale per le questione politiche(alla fine il femminismo ha molto a che fare con la politica), tipo se una persona si definisce di centro-sinistra, questo può significare molte cose, quindi poi tocca dare ulteriori spiegazioni, senno l’interlocutore si può fare un idea sbagliata, anche se è in buona fede.

    • Riprendo la parte finale: sì, tante parole hanno molte interpretazioni perché designano movimenti che riflettono visioni del mondo, quindi di cui ognuno dà un’interpretazione personale perché si legano a valori e identità. Io ad esempio non mi definisco di centro-sinistra, ma mi rendo conto parlando con persone “più a sinistra di me” che loro mi considererebbero tale, ma per me la mia visione del mondo è 100% di sinistra. Ma ovviamente queste questioni sono posizionabili su un ampio spettro e in ogni dialogo è necessario prima di tutto chiarire il campo sui significati con cui si sta lavorando, cioè creare un codice con l’interlocutore per cui se io dico ‘sinistra’ tu sai che intendo una certa cosa, una versione del significato di ‘sinistra’ che non è univoca e non è oggettiva, perché nessuno può definire una volta per tutte il significato politico della parola ‘sinistra’ e aspettarsi che le altre persone accettino al 100% quel significato.

      • Certo, concordo al 100% con te, del resto se non fosse cosi, non ci sarebbero le incomprensioni.

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