Trend nella fecondità a livello mondiale: uno sguardo al passato e uno al futuro

Dopo una pausa dovuta agli esami, ritorno sul blog interrompendo la serie di post dedicata a Representations di Stuart Hall (che proseguirà non appena avrò tempo in modo stabile, perché il lavoro di traduzione e rielaborazione del testo nei post richiede una certa continuità) per dedicare attenzione a un argomento su cui ci sono state estese discussioni nei commenti a vari post, e che ritengo meriti di essere affrontato in modo sistematico, ricorrendo ai dati. Si tratta del problema della sovrappopolazione, destinato a giocare un ruolo cruciale sia nelle possibilità dell’umanità di realizzare uno sviluppo sostenibile per tutto il mondo e di contenere il cambiamento climatico, sia nelle dinamiche geopolitiche, sia nei flussi migratori. Un problema che ci deve riguardare tutti perché, anche se coinvolge principalmente l’Africa sub-sahariana e altre aree in via di sviluppo, sono necessari investimenti di risorse anche da parte dell’Occidente per agire in modo costruttivo su queste dinamiche, proteggendo al contempo i diritti umani e l’emancipazione delle donne verso la parità di genere.

In questo lungo intervento, che condensa un lavoro più vasto svolto durante il corso di statistica demografica, mi concentro solo su un aspetto del problema, il numero medio di figli per donna e l’accesso alla contraccezione. La questione è molto più ampia e complessa, ma credo che ogni problema sia più facile da analizzare se viene scomposto nei suoi aspetti e li si osserva uno per uno. I dati sono tratti da: World Fertility Report 2015 (WF2015) e World Fertility and Family Planning 2020: Highlights (WFFP2020), entrambi a cura del Department of Economic and Social Affairs – Population Division delle Nazioni Unite. Ho scelto questi report perché sono quelli su cui ho lavorato nel corso di statistica demografica, ma il secondo report, più recente, conferma la validità delle analisi del primo alla luce dei nuovi dati (e comunque, le dinamiche demografiche non sono fenomeni che cambiano repentinamente e drasticamente in soli cinque anni).

1. Il numero medio di figli per donna nel mondo: dal 1950 al 2015

I dati contenuti nel World Fertility Report 2015 sistematizzano le informazioni sullo stato della transizione demografica (il passaggio da alti livelli di fecondità e alti livelli di mortalità a bassi livelli di fecondità e bassi livelli di mortalità) per le varie regioni del mondo e le applicano nella proiezione dei livelli di fecondità attesi per la fine del ventunesimo secolo. A livello mondiale, il declino della fecondità è iniziato negli anni ’50 con il calo del numero medio di nascite per donna da 5,0 a 4,5, raggiunto entro il 1970-1975, anche se 2/3 dei Paesi del mondo a quella data avevano ancora un numero medio di nascite per donna superiore a 4; in questo arco temporale, 13 nazioni sono scese sotto il livello di rimpiazzo (2,1 figli per donna), e in 67 nazioni si è registrato un aumento della fecondità. Nel periodo compreso fra gli anni ’70 e il 2010-2015, il numero medio di nascite per donna è sceso da 4,5 a 2,5. Osservando i dati per le varie regioni del mondo, si ha che:

  • Il livello di partenza per l’Asia era di 5,1 nascite per donna, quello di arrivo 2,2;
  • Il livello di partenza per l’America Latina e i Caraibi era di 5,0 nascite per donna, quello di arrivo 2,2;
  • Il livello di partenza per l’America Centrale era di 6,5 nascite per donna, quello di arrivo 2,4;
  • Il livello di partenza per l’Africa era di 6,7 nascite per donna, quello di arrivo 4,7: se per i Paesi della regione settentrionale del continente e di quella meridionale il declino è stato pari a 3,1 nascite per donna, nella regione orientale è stato pari a 1,3 e in quella occidentale a 2,2. Nella regione centrale del continente, il calo è stato di solo 0,5 nascite per donna, e questa regione ha tutt’ora il livello di fecondità più elevato del mondo, pari a 5,8 nascite per donna.
  • Le regioni ad alta fecondità dell’Oceania sono partite da un livello di 5,6 nascite per donna e hanno raggiunto un livello di 3,2; Australia e Nuova Zelanda, già prossime al livello di rimpiazzo negli anni ’70, hanno comunque vissuto un declino pari a 0,7 nascite per donna.
  • Europa e Nord America, anch’esse già al livello di rimpiazzo negli anni ’70, hanno vissuto un ulteriore declino nei tassi di fecondità.

    Numero medio di figli per donna nelle macro-aree del mondo, dal 1950 al 2015

Il livello mediano di fecondità totale era di 5,5 nascite per donna negli anni ’70, il che significa che metà delle nazioni del mondo aveva un livello più elevato e l’altra metà un livello meno elevato. Questo valore è sceso a 2,3 nascite per donna nel 2010-2015, con un declino mediano di 3,2 nascite per donna.

Concentrandosi sul continente africano, la situazione è frutto dell’aggregazione di situazioni diverse nelle varie aree del continente: se per i Paesi della regione settentrionale e di quella meridionale il declino è stato pari a 3,1 nascite per donna, nella regione orientale è stato pari a 1,3 e in quella occidentale a 2,2. Nella regione centrale del continente, il calo è stato di solo 0,5 nascite per donna, e questa regione ha tutt’ora il livello di fecondità più elevato del mondo, pari a 5,8 nascite per donna. Il declino nei tassi di fecondità totali è attribuibile al Nord Africa (50%), seguito dalla regione orientale del continente (30%) e da quella meridionale (15%, quasi tutto dovuto al solo Sudafrica), mentre nelle regioni occidentale e centrale i cambiamenti sono stati marginali. L’Africa subsahariana ha vissuto, fra gli anni ’70 e il 2010-2015, un declino di 1,7 nascite per donna, di cui il 50% dovuto alla regione orientale e il 25% a quella meridionale. Sudafrica, Etiopia, Kenya e Tanzania sono responsabili da soli di più del 50% del declino complessivo della fecondità registrato in Africa subsahariana in questo periodo.

Negli anni ’70 solo 20 nazioni avevano tassi di fecondità al di sotto del livello di rimpiazzo, 19 delle quali si trovavano in Europa e Nord America: nel 2010-2015, questo numero era salito a 83 nazioni, che attualmente ospitano il 46,4% della popolazione mondiale (era lo 0,1% negli anni ’50). Il 14% della popolazione mondiale vive in nazioni che hanno un tasso di fecondità pari o superiore a 4 nascite per donna: questo valore era del 70% negli anni ’70.

Distribuzione, in base al numero medio di figli per donna, della popolazione mondiale (percentuale) e del numero di Stati

Nel 2010-2015, su 201 Paesi, 88 avevano completato la transizione demografica e 44 si trovavano nello stato finale del processo (tasso di fecondità compreso fra il livello di rimpiazzo e 3,0 nascite per donna), mentre 35 si trovavano nella fase di mezzo del processo (tasso di fecondità compreso fra 3,0 e 4,5 nascite per donna) e 34 erano nella fase pre-transizionale o iniziale (tasso di fecondità superiore a 4,5 nascite per donna). La ripartizione nelle fasi è la seguente:

  • Hanno raggiunto un tasso di fecondità inferiore al livello di rimpiazzo tutte e 42 le nazioni europee e nordamericane, più 24 nazioni asiatiche, 18 latino-americane/caraibiche, 3 oceaniche e una africana (Mauritius);
  • Si trovano nella fase finale 16 nazioni latino-americane/caraibiche, 15 nazioni asiatiche, 10 nazioni africane (quasi tutte nel Maghreb) e 3 nazioni oceaniche;
  • Si trovano nella fase di mezzo del processo 15 nazioni africane, 9 nazioni asiatiche, 4 nazioni latino-americane/caraibiche, 7 nazioni oceaniche;
  • Si trovano ancora nella fase pre-transizionale o all’inizio della transizione 31 nazioni dell’Africa subsahariana, più Afghanistan, Iraq e Timor Est.

Solo il 20% degli Stati africani ha raggiunto o superato lo stato finale della transizione demografica, mentre la percentuale sale al 50% degli Stati oceanici, al 75% di quelli asiatici, al 90% di quelli latino-americani/caraibici e al 100% degli Stati nordamericani ed europei.

La proiezione medium-variant per il 21esimo secolo del tasso di fecondità prevede un declino graduale da 2,51 nascite per donna nel 2010-2015 fino a 2,25 nel 2045-2050, per arrivare a 1,99 nascite per donna nel 2095-2100. Anche in questo caso, è più interessante considerare le diverse traiettorie prospettate per le diverse aree del mondo:

  • Per l’Asia, le proiezioni sono da 2,20 nascite per donna nel 2010-2015 a 1,83 nel 2095-2100;
  • Per l’Oceania, le proiezioni sono da 2,42 nascite per donna nel 2010-2015 a 1,87 nel 2095-2100;
  • Per l’America Latina e i Caraibi, la traiettoria è diversa: partendo da 2,15 nascite per donna nel 2010-2015, scenderanno a 1,77 verso il 2055 per poi risalire leggermente a 1,80 nel 2095-2100;
  • Per l’Europa, attualmente al di sotto del livello di rimpiazzo con 1,60 nascite per donna, l’aspettativa è di una ripresa fino a 1,86 entro il 2100;
  • Per il Nord America, attualmente al di sotto del livello di rimpiazzo con 1,86 nascite per donna, la proiezione è di una ripresa più modesta di quella europea, che porterà a 1,92 entro il 2100;
  • L’Africa ha una situazione più complessa con un numero medio di figli per donna attualmente a 4,71, ma l’aspettativa è che esso scenda a 3,11 entro il 2050 e scenda ulteriormente a 2,16, attorno al livello di rimpiazzo, entro la fine del secolo. L’aspettativa è che la transizione demografica avvenga con un passo molto più lento di quelli osservati finora, impiegando 85 anni (rispetto ai 42 dell’Asia e ai 36 dell’area latino-americana/caraibica).
Traiettorie di declino della fecondità nelle diverse macro-aree del mondo, proiezione al 2100

Secondo le proiezioni, il numero di nazioni al di sotto del livello di rimpiazzo, attualmente di 86, sarà di 135 entro il 2050 e di 180 (il 90% dei Paesi) nel 2100. Questo significa che la proporzione di popolazione che vive in Paesi al di sotto del livello di rimpiazzo salirà dal 47% attuale al 70% nel 2050 e al 72% nel 2100. L’incremento è relativamente minore perché una proporzione più grande della popolazione mondiale vivrà nei Paesi rimanenti che non sperimenteranno una caduta al di sotto del livello di rimpiazzo nel corso del ventunesimo secolo, ma la cui popolazione continuerà a crescere: entro il 2100, il tasso di fecondità di 21 Paesi resterà sopra il livello di rimpiazzo e la loro popolazione complessiva crescerà da 1,5 miliardi di persone nel 2050 a 3,2 miliardi nel 2100.

Il passaggio da un tasso di fecondità totale di 6,0 nascite per donna a uno di 4,0 ha impiegato 24 anni nell’Est e nel Sud-Est asiatico, 19 nei Paesi del Maghreb e dell’area islamica, 35 in Oceania, e ne richiederà 34 nell’Africa subsahariana (dal 1995 al 2029). Questa regione ospita inoltre 33 dei 36 Paesi del mondo che nel 2019 registravano un TFT superiore a 4 nascite per donna. “La crescita futura della popolazione nell’Africa subsahariana è fortemente dipendente dalla traiettoria della fecondità futura. Tuttavia, la maggior quota della crescita della popolazione che accadrà tra oggi e il 2050 nel Centro-Sud dell’Asia è trainata dalle strutture per età relativamente giovani della popolazione e accadrebbe anche se i tassi di fecondità dovessero scendere immediatamente a due figli per donna nell’arco di una vita” (WFFP2020, pag. 10).  Inoltre, fra il 2010 e il 2019, i sette Paesi che hanno registrato una riduzione maggiore del tasso di fecondità totale, secondo le stime, sono stati, in ordine: Afghanistan, Uganda, Malawi, Sierra Leone, Etiopia, Yemen, Kenya, Chad, Giordania e Somalia: tre Paesi dell’area mediorientale e sette dell’Africa subsahariana.

Proiezioni della crescita della popolazione nelle diverse macro-aree del mondo, fino al 2100

2. L’uso di contraccettivi nel mondo

A livello mondiale, nel 2019 il 49% delle donne in età riproduttiva, ovvero 922 milioni di donne, stava utilizzando una qualche forma di contraccezione. Si tratta di un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 1990, equivalenti a 368 milioni di donne in più. Il numero di Paesi in cui i contraccettivi sono attualmente in uso da parte di più del 55% della popolazione femminile in età riproduttiva è di 37, mentre all’opposto il numero di Paesi in cui essi sono utilizzati da meno del 20% della popolazione femminile in età riproduttiva è di 23. Osservando i dati per regione del mondo, abbiamo che:

  • L’uso di metodi contraccettivi fra le donne in età riproduttiva in Africa subsahariana è passato dal 13% del 1990 al 29% del 2019;
  • Per l’Oceania, il passaggio è stato dal 20% al 29%;
  • Per il Nord Africa (Maghreb) e l’Asia occidentale (Medio Oriente) il passaggio è stato dal 26% al 34%;
  • Per l’America Latina e i Caraibi, il passaggio è stato dal 40% al 58%.

Le regioni più sviluppate (Nord America, Europa, Australia e Nuova Zelanda, Est e Sud-Est asiatico) partivano nel 1990 da prevalenza contraccettiva fra le donne in età fertile superiore al 50%, e in tutte queste aree si è raggiunto o superato un valore del 58%.

Distribuzione dei tipi di contraccettivi usati dalle donne nelle diverse macro-aree del mondo

Il 91% delle utilizzatrici di contraccettivi nel 2019 utilizzava metodi moderni, una quota pari al 45% delle donne in età fertile; era l’86% nel 1990, il che ha una contropartita nel declino nell’uso dei metodi tradizionali, che erano utilizzati dal 6% delle donne nel 1990 e sono utilizzati oggi dal 4%. Questo dato è importante perché “Nei Paesi o nelle aree dove l’uso di metodi contraccettivi è superiore al 50%, la maggioranza delle donne impiega metodi moderni. A livelli più bassi di utilizzo, c’è una maggiore diversità fra l’uso di metodi moderni e l’uso di qualsiasi metodo, il che dimostra che in tali circostanze le donne fanno affidamento più spesso sui metodi contraccettivi tradizionali per evitare le gravidanze indesiderate” (WFFP2020, pag. 14).

Il report mette in evidenza anche un fatto che connette le diverse velocità e i diversi progressi nella transizione demografica dell’Africa sub-sahariana rispetto ad altre aree del mondo partite da posizioni simili: “L’elevata proporzione di donne che usano metodi di lunga durata e permanenti nell’Est e nel Sud-Est asiatico, nell’America Latina e nei Caraibi, e nel Centro e Sud dell’Asia (United Nations, 2019c) aiuta a spiegare perché livelli bassi di fecondità sono stati raggiunti in queste regioni. Nell’Africa sub-sahariana il mix di metodi contraccettivi tende verso i metodi a breve termine (che includono le iniezioni contraccettive, la pillola, il profilattico maschile, i metodi basati sul controllo del ciclo mestruale e il coito interrotto), il che aiuta a spiegare perché la fecondità continua a rimanere relativamente alta in quest’area” (WFFP2020, pag. 15). L’Africa sub-sahariana è inoltre la regione del mondo con il minor uso di metodi contraccettivi moderni, oltre al minor uso di contraccettivi nel loro complesso.

Relazione fra numero medio di figli per donna e uso dei contraccettivi

C’è una relazione inversa fra la prevalenza dell’uso di contraccettivi fra le donne e i livelli di fecondità. Anche qui però occorre notare la peculiarità dell’Africa sub-sahariana, per la quale a ogni livello di uso di contraccettivi si registrano livelli di fecondità più elevati rispetto alle altre aree del mondo. La relazione fra contraccezione e fecondità è mediata da numerosi fattori, fra cui: “Il mix di metodi contraccettivi utilizzati da una popolazione […], dato che […] i metodi a lunga durata e permanenti sono più efficaci degli altri nell’evitare le gravidanze indesiderate. L’incidenza dell’aborto, la durata del periodo infertile dovuto all’allattamento al seno e all’astinenza dai rapporti sessuali, i pattern nel matrimonio e nell’attività sessuale e la prevalenza della sterilità permanente nella popolazione” oltre a “i fattori sociali ed economici che influenzano l’accesso alla contraccezione e le scelte di fecondità (incluse le scelte sul numero, il distanziamento e la collocazione nella traiettoria biografica delle gravidanze)” (WFFP2020, pagg. 20-21). Nello specifico, il matrimonio o l’essere in una relazione stabile sono fattori che influenzano la fecondità perché le donne che sono parte di una coppia hanno livelli più elevati di attività sessuale rispetto alle single e quindi maggiore rischio di gravidanze. Anche la sterilità dovuta a cause naturali (incluse le malattie sessualmente trasmissibili) può rivestire un ruolo significativo, dato che in alcuni Paesi può affliggere il 30% delle donne in età riproduttiva. Un altro fattore che influenza la relazione fra contraccezione e fecondità è lo scopo per cui le donne usano i contraccettivi, ovvero se li utilizzano più per distanziare le nascite che per limitarne il numero. Il report nota che “molti programmi di family planning in Africa sub-sahariana sono stati promossi come programmi per il distanziamento delle nascite a favore della salute della madre e del neonato (Chimbwete e altri, 2005)” (WFFP2020, pag. 22).

L’incremento nell’uso dei contraccettivi nelle regioni ad elevata fecondità attuale produrrà un impatto significativo sulla fecondità nei prossimi anni, ed è un trend incorporato nelle proiezioni a lungo termine, che prevedono un continuo rallentamento nella crescita della popolazione globale. Tuttavia, queste proiezioni sono basate sul presupposto che i cambiamenti che risultano da “sviluppo economico, livelli più elevati di istruzione in particolare per donne e bambine, ulteriori riduzioni nella mortalità infantile, aumento dell’urbanizzazione, empowerment delle donne e crescita della partecipazione alla forza lavoro, posticipo dell’età della prima unione, ed accesso più esteso ai servizi di salute riproduttiva, incluso il family planning [fattori che] hanno trainato i declini nella fecondità passati e presenti” (WFFP2020, pag. 19, nota 17) continuino nel tempo, dato che le proiezioni sono modellate a partire dalla relazione fra la velocità del declino nella fecondità e il livello attuale di fecondità e quindi tengono implicitamente in considerazione tutti i fattori sopraelencati nel generare le traiettorie future della crescita delle popolazioni.

I progressi attesi entro il 2050 nelle diverse macro-aree del mondo

Nello specifico, l’espansione dell’accesso all’informazione e ai servizi legati alla salute sessuale e riproduttiva e al family planning può fare la differenza fra l’estremo superiore (3 miliardi di abitanti) e quello inferiore (4,8 miliardi) dell’intervallo di confidenza al 95% per la popolazione dell’Africa sub-sahariana, un divario di 1,8 miliardi di persone. Inoltre, gli sforzi devono essere intensificati in quest’area anche solo per mantenere i livelli di copertura contraccettiva attuali, stante il ritmo della crescita demografica. Oltre all’importanza legata alle traiettorie di sviluppo – non solo demografico – a livello macro, l’accesso ai servizi sanitari e la realizzazione dei diritti riproduttivi contribuiscono alla parità di genere e all’empowerment delle donne.

Oltre alla povertà, l’Africa sub-sahariana è una regione in cui la mortalità materna è elevata (una donna ogni 180, 20 volte il tasso dei Paesi sviluppati) e in cui le donne hanno meno istruzione, meno accesso al mercato del lavoro e meno accesso al potere politico rispetto agli uomini (Human Development Report, pag. 148). Com’è noto, le disuguaglianze di genere si traducono in una perdita di sviluppo umano, ma hanno un impatto anche sulla fecondità, in quanto contrastano con la traiettoria per la quale laddove le relazioni di genere all’interno della coppia sono più equilibrate, le donne hanno maggiori capacità di negoziare con il partner su questioni legate al family planning; inoltre, laddove le donne hanno accesso al mercato del lavoro formale, l’incompatibilità di quest’ultimo con una prole numerosa porta a una riduzione della fecondità. Un terzo sentiero che conduce alla riduzione della fecondità ed è correlato alla riduzione delle diseguaglianze di genere è quello che passa attraverso la riduzione della mortalità infantile e quindi alla sopravvivenza dei figli: la mortalità infantile si riduce laddove le donne hanno accesso a strutture sanitarie, ma anche a una migliore nutrizione per sé stesse e per i loro bambini, cosa che può essere ostacolata da pratiche che privilegiano gli uomini e si fondano sul presupposto che le donne abbiano bisogno di meno nutrimento (Human Development Report, pag. 159).

Stato delle disuguaglianze di genere nelle diverse macro-aree del mondo, rilevate su alcuni indicatori base di parità fra i sessi

L’emancipazione delle donne e l’avvicinamento alla parità di genere sono cruciali nel portare avanti la transizione demografica e alimentano lo sviluppo umano. Abbiamo bisogno di portare avanti questi processi se vogliamo che il nostro pianeta abbia una speranza di reggere la crescita della popolazione a fronte del cambiamento climatico.

12 pensieri su “Trend nella fecondità a livello mondiale: uno sguardo al passato e uno al futuro

  1. Ciao, articolo molto bello e interessante, lo aspettavo da tempo, allora io penso che il mondo dovrebbe cercare di aiutare il continente africano, dato che quello che succede li a nel bene o nel male ripercussioni in tutto il globo.
    Come dice appunto tu, non ci può essere sostenibilità ambientale, con una sovrappopolazione gigantesca, anche perchè non ci dobbiamo dimenticare che ad oggi ci sono miliardi di persone, in condizioni di forte povertà, come che temporaneamente aumenterà per via del virus.
    Vediamo come nazioni che vengono definite in via di sviluppo, ma che sono super potenza, come la Cina e l’India, stanno cercando di investire moltissimo sul continente africano, se questo non viene capito dall’America e dall’Europa saranno problemi molto seri per quest’ultimi.
    Ovviamente visto tutta la storia coloniale, se l’occidente vuole investire in Africa, lo dovrà fare in un certo modo, non può fare finta che il passato non ci sia stato, dato che in alcuni casi il colonialismo è finito 60 anni fa, non 600, quindi ci dovrebbero essere sia atti simbolici che atti concreti, per poter lasciare quel passato alle spalle.
    Alcuni paesi avevano deciso di spendere lo 0.9% annuo del PIL in favore dei paesi poveri, ora non sarebbe una cattiva idea, che le nazioni più ricche, magari facessero degli accordi con le loro ex-colonie africane, e decidessero che ne so, di dare questa cifra annua dello 0,9% del PIL, tipo per 50/100 anni, come compensazione del passato con tanto di scuse, più vari atti formali e simbolici.
    Sarebbe un modo per curare le vecchie ferite, lasciarsi il passato alle spalle, ridurre il rischio di sentimenti anti occidentali e nazionalistici in Africa, e poter investire in Africa, sia per beneficiarne sotto vari aspetti, sia per evitare il problema della sovrappopolazione, anche se gli attuali leader mondiali, mi sembrano molto miopi, comincio a pensare che alcuni di essi, non cercherebbero di collaborare neanche se arrivassero gli alieni del film “Indipendence Day”.
    Comunque, come fai notare bene, le donne fanno molti figli, dove c’è molta mortalità infantile, il rischio di morire di parto è alto, e ci sono molti aborti spontanei, oltre che anche per motivi sociali e religiosi, detto in poche parole, le donne fanno molti figli nei paesi dove hanno paura di perderli o durante il parto, o comunque molto presto per vari motivi, dove questo rischio non c’è in genere non ne fanno cosi tanti, perchè non hanno paura di perdere i loro figli, ricorda molto il comportamento di alcuni animali, solo che qui si può agire, non è un discorso di natura, ma un discorso artificiale per cosi dire.
    Ovviamente per alcuni paesi occidentali, l’unico modo per sopperire alla bassa natalità è l’immigrazione, sopratutto per un paese come l’Italia.

    • Quello che hai scritto è complementare al mio elaborato – che è già abbastanza lungo senza sviluppare tutte le possibili diramazioni che il discorso basato sui dati permetterebbe – e ti ringrazio molto. L’Africa sub-sahariana è la macro-area più povera del mondo e anche questo è un fattore che ritarda il compimento della transizione demografica. Ad esempio, guardando ai contraccettivi, quelli efficaci sul lungo periodo o permanenti, come la spirale (IUD) e la sterilizzazione, richiedono interventi ospedalieri, e lo sviluppo delle strutture ospedaliere nei Paesi dell’Africa sub-sahariana è ancora gravemente carente. E’ vero che le risorse non determinano da sole una modifica dei comportamenti perché entrano in gioco anche fattori sociali, culturali e religiosi come hai osservato, oltre al fatto che si fanno più figli dove le loro probabilità di sopravvivenza sono più basse: ma bisogna partire da qualche parte, e creare risorse richiede tempi più brevi che innescare un cambiamento culturale (cosa che comunque richiede risorse, come istruzione e lavoro per le donne).

      • Ciao, ti ringrazio per i complimenti, sicuramente i soldi da soli non risolvono tutti i problemi, ma senza soldi difficilmente si risolvono i problemi, per cosi dire, un po come dire, i soldi non fanno la felicità, figurati senza.
        Quando una nazione ricca vuole veramente investire su qualcosa, lo fa, potremmo prendere per esempio gli USA durante il periodo anni 60/70 , considerando la loro spesa in quei decenni per lo spazio e la per difesa, dato che in quel periodo c’era sia la guerra del Vietnam che il programma Apollo, non prendo inconsiderazione il discorso seconda guerra mondiale, perchè in quel caso furono attaccati, qui invece per entrambi i programmi fu una scelta, e si parla di cifra mostruose, per il programma Apollo quasi 200 miliardi, per la guerra dell’Vietnam penso migliaia di miliardi.
        Se come dicevo prima, questo fosse fatto da vari paesi occidentali, nel tempo, la spesa non sarebbe insostenibile, è più o meno lo stesso principio della stazione spaziale internazionale, senza considerare che se non ci si agisce in Africa come dicevo prima, e come dicevi pure tu, ci saranno conseguenze molto gravi per tutti, e parliamo di problemi che avremo entro questo secolo, quindi parliamo di problemi che avranno anche i viventi, non solo le generazioni future, compresi i ventenni come noi per esempio.
        Poi è vero che alcuni governi africani, sono guidati da dittatori o comunque anche se democratici, sono molto corrotti, è quindi il rischio che prendano i soldi degli aiuti per loro, e non per la popolazione o per il paese, è molto elevato, ma penso che ci sia una soluzione, i governi occidentali accordandosi con questi governi, potrebbero fare varie opere pubbliche e infrastrutture, a loro spese, usando aziende occidentali, quindi costruire strade,ponti,ferrovie,ospedali,centrali elettriche ecc… la nazione africana e la sua popolazione avrebbe praticamente gratis queste infrastrutture, le aziende occidentali incasserebbero, e non c’è rischio che i governi africani, possano fare cose losche, o comunque questo rischio è molto basso.
        Poi ovviamente una volta che ci sono le strutture mediche, poi toccherà alle femministe e alle attivista fare valere i loro diritti, come è successo nell’occidente negli anni 60, in quel caso altre organizzazioni internazionali e i vari governi, potranno fare pressioni per questi diritti civili, non vedo altre strade.

      • Bisogna sempre agire in modo coordinato, su più livelli. E la corruzione va combattuta mentre si investe, è una scusa quella di dire “finché non estirpiamo la corruzione, non ha senso mettere in campo altre iniziative”, solo una scusa che ci costerà cara perché come spero di aver mostrato anche attraverso i dati e il ragionamento che li tiene insieme (un ragionamento che non è mio, ma viene dai ricercatori dell’ONU) il tempo stringe. Un ragazzo che ho conosciuto su Internet, che vive in Sicilia, sostiene con grande amarezza che un ragionamento del genere si fa anche in riferimento al Sud Italia. Io non posso sapere se sia vero perché ammetto di non conoscere abbastanza bene la situazione, ma la tua opinione al riguardo sarebbe interessante.

  2. Ciao, io non penso sia esattamente cosi, semmai ci sono problemi di coordinazione, o per esempio problemi a spendere i soldi europei, anche perchè se un governo non si fida delle autorità regionali, può sempre decidere di interessarsi lui in prima persona, su alcune infrastrutture è cosi, se hanno rilevanza nazionale.
    Che poi forse c’è anche un altro fatto, per fare le infrastrutture serve tempo e pianificazione, anche perchè dipende da che visione del futuro hai, ma se uno non ha visione, e cerca solo un metodo rapido per avere consenso, allora difficilmente punterà sulle infrastrutture.
    Poi in riferimento alla mia città, non è che non si fanno i lavori, ma spesso si fermano, le aziende falliscono, e i tempi si allungano, chiudendo al traffico arterie importanti della città, come nel caso dell’anello ferroviario, e un discorso complicato, se vuoi l’approfondisco.
    A proposito del tema principale, è uscita recentemente questa ricerca, che è stata ripresa da molti quotidiani nazionali, non so se l’avevi letta, e cosa ne pensi al riguardo, mi ha impressionato le prospettive(negative) per l’Italia.
    https://tg24.sky.it/mondo/2020/07/15/lancet-popolazione-mondiale-2100

    • Riguardo alle infrastrutture, ti ho scritto un’email per raccontarti un mio piccolo grande sogno per il paese dove abito. Purtroppo conosco bene la situazione di lavori iniziati/azienda fallita/cantieri abbandonati per anni/vendite fallimentari da parte del tribunale (per beni privati – ma purtroppo costituiscono degrado anche quelli) oppure lunghi disagi se si tratta di beni pubblici.
      Riguardo alle politiche pubbliche, ti dico una sola cosa perché sennò scriverei per ore: tutte le attività partecipative nella dimensione pubblica richiedono il radicamento in spazi dove possano svolgersi e consolidarsi. Non si può fare una politica culturale fatta di soli eventi in cui tutto smette di esistere quando l’evento finisce, non si possono fare politiche sociali senza spazi fisici – centri antiviolenza, case per le persone in difficoltà economica, asili nido, residenze per anziani. Le infrastrutture sono il simbolo del fatto che lo Stato (i Comuni, le Regioni…) si prende cura dei suoi cittadini creando spazi e strumenti a loro disposizione. Lo so che è ovvio! Ma mi sembra che ci stiamo dimenticando, come collettività, che non bastano le basi come strade, scuole e ospedali, ma ci vogliono spazi pubblici per radicare la partecipazione civica che può contribuire a far germogliare opportunità di lavoro e sviluppo.
      Ho letto l’articolo che hai linkato, grazie per la segnalazione. Purtroppo la conclusione è tristemente vera: già il Fertility Day ci ha dato un assaggio di una narrazione che attribuisce la colpa del non fare figli alle donne, e in mano a governi di destra questo può facilmente tradursi nel cercare di limitare l’accesso all’interruzione di gravidanza e perfino alla contraccezione. Il calo delle nascite riflette fattori culturali e strutturali: in Italia direi soprattutto strutturali, a meno che uno non si aspetti un improvviso ritorno a 5-6 figli per donna come le nostre nonne, perché quello è impossibile, te lo garantisco, a parte eccezioni inapplicabili al resto della popolazione (e questo sarà tanto più vero quanto più parliamo di generazioni giovani). Se invece puntiamo a uno/due figli per coppia, il clima culturale considera questa la dimensione ‘giusta’ e ‘naturale’ di una famiglia, quindi ha più senso cercare di agire sui fattori che impediscono alle coppie che hanno questo desiderio di portarlo a realizzazione. Ma non basta un bonus bebè o un bonus babysitter: come dicevo sopra, strutture, non sussidi!

  3. Ciao, per le coppie attuali parliamo realisticamente di uno o due figli a coppia come dici giustamente tu, le politiche che si devono fare, ovvero quelle che hai elencato tu, e di qui abbiamo parlato spesso, possono solo portare a questo risultato, non certo al numero dei figli delle nostre nonne appunto.
    E di conseguenza è chiaro che, come dicevo in precedenza, per paesi come l’Italia ovvero a bassa natalità, serve l’immigrazione, dato che uno scenario con la popolazione dimezzata in 80 anni sarebbe estremamente problematico su vari fronti, senza considerare poi l’emigrazione, sia da una zone all’altra dell’Italia, sia fuori dall’Italia e dall’Europa, ci saranno probabilmente molti piccoli paesi che diventeranno paesi fantasma, considerando che in Italia ci sono 8000 comuni.
    Poi sul discorso immigrazione, penso che una nazione debba essere interrazziale e multiculturale, il fatto che ci potrebbero essere in futuro, molte persone di origine africana in Italia e in Europa, non lo vedo come un problema o una minaccia, certo deve essere gestito bene questo si, ma questo è un altro discorso, dubito che arriverà mai un giorno in cui ci sara un Italia o un Europa dove la maggior parte degli abitanti, sia nera, o comunque con discendenti africani, ma anche se fosse, non lo vedo come un pericolo o un problema.

    • Concordo con tutto quello che hai scritto, e vorrei ricordare che in Italia il problema dello spopolamento è particolarmente sentito in alcuni territori dove le conseguenze rischiano di essere serie: da una parte, intere regioni come il Molise (la cui popolazione è in costante diminuzione dal 1861 a oggi) o la Sardegna, dall’altra, territori come quelli montuosi, ad esempio i paesi sperduti sugli Appennini o, un caso che conosco meglio, certe minuscole frazioni di paesi di montagna le cui dorsali una volta erano interamente coltivate a terrazzamenti e i boschi tenuti puliti dagli abitanti. In queste frazioni, i pochi abitanti sono isolati ogni volta che succede un evento meteorologico serio e il fatto che i boschi non vengano tenuti in ordine da alberi caduti e simili rende più gravi i danni provocati da questi eventi.
      D’altra parte, l’urbanizzazione sempre più densa di altre aree pone seri problemi di inquinamento, consumo di risorse e vivibilità dell’ambiente urbano. E per quanto tornare a vivere in frazioni remote a due ore di macchina da tutto è irrealistico quanto pensare di tornare a fare 5-6 figli, è innegabile che si tratti di un problema che non viene nemmeno posto.

  4. Ciao, l’Italia è un paese che ha tantissimi comuni, fin troppi oserei dire, parliamo di oltre 8100, alcuni estremamente piccoli e con pochi abitanti, premesso che secondo me alcuni dovrebbero essere accorpati, sicuramente il problema dello spopolamento, è una cosa che si vede già ora specialmente in quelli molto piccoli, moltissimi rischiano di sparire in pochi decenni, per non parlare appunto dei crolli, delle strade interrotte, spesso non aggiustate per anni ecc…
    Oltretutto come hanno dimostrato esempi concreti, una immigrazione gestita bene, può aiutare a risollevare i piccoli paesi, la politica deve cominciare ad avere una visione lungimirante, sia sui territori che a Roma.
    L’inquinamento è un problema enorme, e ancora di più lo è il consumo di suolo, mi chiedo che senso abbia continuare a costruire case, in un paese dove la popolazione diminuisce ormai da molti anni, ci sono circa un milione di case sfitte, il mercato immobiliare è fermo, cosa che probabilmente peggiorerà per via del Covid-19, senza parlare di ormai molte zone abbandonate o comunque lasciate a loro stesse, avrebbe senso invece decidere di abbattere vecchi edifici, sopratutto quelli pericolanti e abbandonati, piuttosto di espandere ancora le città e cementificare le poche aree vergini delle città.

    • Sono d’accordo con te su tutto anche qui, anzi, quello che dici mi fa esalare un sospiro amareggiato. Manca tanta lungimiranza alla politica italiana. Questo tipo di argomenti rende evidente come la dimensione micro e quella macro dei problemi sono sempre in relazione, e il compito della politica dovrebbe essere di tenere conto di questa relazione e agire sul versante micro e su quello macro parallelamente, in modo da evitare che i problemi oltrepassino un punto di non ritorno, in cui la loro estensione e la loro scala sono troppo grandi per essere contrastate sul piano micro, perché quando si deve agire su un problema troppo grosso, gli interventi sono più complicati, più dispendiosi, meno efficaci e devono durare nel tempo (un intervento iniziato e non portato avanti è quasi più dannoso di non iniziarlo affatto). Abbiamo fatto un discorso simile quando abbiamo parlato della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione, un altro problema che la nostra società ha lasciato correre pericolosamente vicino al bordo del burrone.
      Che poi è amaro che i restauri di molti complessi di edifici abbandonati, che potrebbero portare alla creazione di preziosi luoghi a servizio delle comunità, spesso siano troppo costosi per i Comuni e quindi questi luoghi continuino a degradare, luoghi magari bellissimi e pieni di potenzialità. E lo stesso vale per molte case, in cui magari i proprietari sono morti e gli eredi non hanno risorse per restaurare, perché, siamo onesti, le nuove generazioni sono più povere di quelle anziane non perché sprechino i loro soldi, ma perché le condizioni strutturali dell’economia e del lavoro sono cambiate e nuove necessità si sono imposte alla considerazione (per esempio, la cura degli anziani e dei bambini attraverso il lavoro retribuito, non più attraverso il lavoro di cura solidale e gratuito delle donne della famiglia).
      Questo è un aspetto micro del problema, che poi riverbera appunto su centri storici che degradano, paesi che si spopolano, ecc. Il nostro Stato dovrebbe rendersi conto di questi problemi dove si vanno a cumulare difficoltà e cambiamenti che non sono stati affrontati al momento in cui sono sorti, quando c’erano più risorse economiche e più tempo per prevenire i danni che adesso si devono tamponare e domani – un domani molto vicino – si dovrà correre per rimediare.

  5. Alle volte penso che se continua cosi, molte delle città italiane, in un certo senso rischiamo di degradarsi sono tanti aspetti, e molte zone del paese rischiamo oltre che di diventare ghost-town, di decadere, quello che temo per il nostro paese, e una lenta e inesorabile decadenza, sopratutto in alcune zone.
    Ho come l’impressione che quando noi due saremmo anziani, sopratutto tu, essendo più giovane di me e si sa che le donne vivono più a lungo degli uomini generalmente, (se sei fortunata potresti vedere il prossimo secolo, ci sono persone nate nel 800, che hanno visto questo secolo per dire), l’Africa verrà considerata in modo diverso, magari alcune zone dell’Africa verranno considerate come noi oggi consideriamo parti dell’Asia o del medi-oriente, ovvero come noi oggi vediamo la Cina e l’Arabia Saudita per dirne una, ovvero paesi ricchi e potenti, a cui vendere prodotti e stare sotto la loro ala protettrice, con tutto quello che comporta.
    Il futuro per sua natura è incerto, io ovviamente spero che l’UE diventi più forte, e che l’america rimanga la prima potenza economica/politica/militare mondiale(certo magari cambiando molte cose, ma quello è un altro discorso), ma non è affatto detto che le cose vadano cosi, basti vedere a come molte persone nel passato immaginavano il nostro presente.

    • Mi scuso di nuovo per averti risposto tardissimo!
      Ho una grande preoccupazione per lo spopolamento delle aree “marginali” del Paese, e credo che per rimediarvi occorra uno sforzo enorme di investimenti, elaborazione di strategie di valorizzazione, creazione di opportunità di lavoro, agevolazioni per ristrutturare gli edifici, inclusione in reti di trasporti e infrastrutture moderni (Internet, ma non solo: quante aree d’Italia hanno ancora il riscaldamento con le bombole di gas anziché l’allacciamento alla rete?). E’ uno sforzo che riguarda le diseguaglianze economiche territoriali, con la ricchezza e lo sviluppo sempre più concentrati nelle poche macro-aree urbane che rappresentano i “motori” del Paese, ma anche le diseguaglianze sociali (le aree “marginali” sono meno servite da scuole, ospedali, servizi della pubblica amministrazione, ecc.). E’ una questione di giustizia e di futuro.
      Il futuro è incerto, ma se non facciamo niente per organizzarci strategicamente anche laddove abbiamo la possibilità di farlo, queste diseguaglianze non potranno che accrescersi in un circolo vizioso. Le situazioni di crisi non si invertono da sole.

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