Il punto della situazione

Buon 2021 a tutti i miei lettori e a chi dovesse passare di qui per caso, e a una persona in particolare il cui sostegno – in questo spazio e oltre – significa moltissimo per me. Sono di nuovo qui a scrivere, in un ambiente nuovamente familiare e accogliente, grazie a Sendivogius del blog Liberthalia, che mi ha gentilmente segnalato come procedere per ripristinare l’editor classico di WordPress. Grazie, davvero.

L’inizio dell’anno è sempre tempo di bilanci e sono grata di avere il tempo per fermarmi, scrivere e fare il punto della situazione voltandomi a guardare il sentiero che ho percorso finora. La parte più importante della mia vita è sempre l’università: in questo momento, sono iscritta al secondo anno del corso di laurea magistrale in Analisi dei Processi Sociali in Bicocca. I corsi sono finiti, e l’ultimo giorno di lezioni è passato in sordina, complice anche la didattica in remoto. Adesso mi attende un semestre completamente vuoto, da riempire con stage, tesi, gli ultimi esami a giugno. Spero che sarà un’opportunità per coltivare tutte le cose che ho trascurato quando sono stata assorbita dalle lezioni e dai compiti annessi.

In un certo senso, l’intero 2020 è stato un anno trascorso in apnea, in cui ho perso il senso delle stagioni: non ho avuto la possibilità di vivere la primavera se non vedendola dalla finestra o quando uscivo per fare la spesa, l’estate è stata del tutto assorbita dalla preparazione dei progetti per gli esami, l’autunno è stato risucchiato dai ritmi di una didattica a distanza densa e senza pause, ed è arrivato l’inverno. Mi sembra di essere tornata a respirare solo adesso, sapendo che tutti gli elaborati per l’appello d’esami di gennaio sono conclusi e consegnati, e non resta che attendere gli esiti. Sento il bisogno fisico di fermarmi e ritrovare le cose che sono sfuggite al mio sguardo e rimaste da parte, mentre correvo a testa bassa per stare dietro alle cose da fare. A dicembre ero convinta che non ce l’avrei fatta a rispettare la scansione che mi ero promessa per sostenere gli esami, ma adesso che comincio a vedere la cima della montagna non sembra più così irraggiungibile, e mi sembra di avere perfino abbastanza tempo per riposare e rifocalizzarmi non solo sul cammino da compiere, ma anche su me stessa e su quello che ho realizzato finora.

Anche se il 2020 è stato difficile, mi reputo fortunata. Essendo una persona abbastanza introversa, le cui ‘batterie sociali’ si esauriscono rapidamente a contatto con le altre persone e per cui la solitudine e lo spazio personale sono importanti per il mio equilibrio, non ho risentito particolarmente del primo lockdown. Durante uno dei corsi del semestre appena trascorso, ci è stato chiesto di scrivere una riflessione personale su come abbiamo vissuto la pandemia e cosa ne abbiamo tratto. Credo che valga la pena riportarla qui perché rende l’idea di cosa abbia rappresentato per me questo anno anomalo.

“La domanda a cui mi appresto a rispondere, l’implicito che aleggia sul foglio bianco, è come la pandemia da Covid-19 abbia trasformato la mia vita e come io l’abbia affrontata, e per estensione qual è stato l’impatto e quali risorse abbia innescato, o fatto scaturire, nella mia generazione.
Non posso affrontare questa domanda senza partire da me, e nello specifico dalla mia visione del mondo. Non studierei sociologia se non volessi cambiare il mondo, e se non credessi che il mondo può essere reso un posto migliore. Credo che questo sia possibile solo tessendo reti dall’impegno individuale al cambiamento collettivo, per affrontare i problemi a ogni scala a cui si presentano. Questa prospettiva, che qui non posso che delineare nei suoi contorni più ampi, si traduce in un’ottica sulla vita mossa da un profondo senso di dovere e responsabilità nei confronti di questi problemi: non sentirei di stare vivendo nel modo giusto se non infondessi consapevolezza e responsabilità nelle mie scelte, se non cercassi di essere all’altezza dei miei ideali nella quotidianità. Quando voglio ricordare a me stessa di stringere i denti e fare la cosa giusta, sono alcuni versi di canzoni a incarnare questa motivazione: “I know that I must do what’s right/sure as Kilimangiaro rises like Olympus over the Serengeti” (Africa, Toto); “It all seems so stupid/It makes me want to give up/But why should I give up/When it all seems so stupid?” (Shame, Depeche Mode).
Fondamentalmente, tutto questo è per dire che mi sento una guerriera, nella vita, impegnata a combattere una battaglia per tracciare il mio sentiero e costruire qualcosa con la mia vita che abbia un significato che va oltre me stessa e che, quando sarà arrivato il momento di fermarmi e di guardare indietro verso il sentiero che avrò percorso, mi farà sentire di aver fatto la mia parte e di poter riposare con il cuore fiero nella consapevolezza di non aver vissuto invano.
La pandemia non ha fatto altro che rafforzare questa mia determinazione, e in questo senso posso dire di averla vissuta bene. In parte è anche merito delle circostanze: ho avuto la fortuna di poter trascorrere il primo lockdown con il mio compagno, con il quale ho una relazione a distanza che dura ormai da nove anni. Non avevamo mai trascorso così tanto tempo assieme, scherzando mi sono trovata a definire il lockdown come una ‘prova tecnica di convivenza’ e insieme ci siamo resi conto che possiamo farcela, che nella quotidianità dello stare insieme ci rafforziamo a vicenda e ci rendiamo persone migliori, sostenendoci reciprocamente nell’impegno di fare la cosa giusta, che sia fare allenamento tra una lezione e l’altra oppure andare a fare la spesa a piedi. Nel complesso, del primo lockdown porto ricordi felici, in cui l’orizzonte ristretto di quel piccolo appartamento è stato per me un nido in cui immaginare concretamente il futuro di quando io e lui potremo vivere insieme, un orizzonte che, con il passare del tempo, desideriamo sempre più ardentemente sentire vicino, pur nella consapevolezza che prima di compiere questo passo dovremo avere un piano e tutte le risorse per portarlo a termine. Il tempo del lockdown è scandito da alcune immagini, l’erba nelle aiuole che cresceva rigogliosa senza nessuno a tagliarla, i papaveri sul ciglio della strada, svegliarsi presto sapendo di poter camminare fino dal panettiere per ritirare la Magic Box settimanale di prodotti da forno, sedersi sul muretto che delimita i confini del balcone al tramonto per leggere e sentire il sole sulla pelle, gli abbracci prima di dormire, le videochiamate con le amiche.
Quando sono tornata a casa, con la riapertura, con la valigia in mano in una stazione ferroviaria deserta, ho sentito un forte senso di nuovo inizio, di rinnovamento. Nel corso dell’estate, ho fatto un punto di cercare di impegnarsi più di prima nella mia quotidianità, anche per supplire alla mancanza di quelle forme di impegno collettivo che rendono tangibile l’appartenenza condivisa a una comunità. La cosa che mi è mancata più di tutte è stata Puliamo il Mondo, la giornata in cui si gira con guanti e sacchi della spazzatura per raccogliere l’immondizia ai margini delle strade che portano fuori dal paese, verso la campagna. Nel mio paese, ci sono sempre due squadre: i genitori con i bambini restano in paese e raccolgono piccoli rifiuti, mentre una squadra di volontari “tosti”, come ci definiamo ridendo, si inoltra verso le aree dove per raccogliere la spazzatura bisogna calarsi nei fossi e nelle macchie di bosco dove persone poco dotate di spirito civico abbandonano grandi quantità di rifiuti.
Mi è mancata questa dimensione dell’impegno collettivo, così ho preso l’abitudine di raccogliere i rifiuti portando una borsa della spesa con me ogni volta che avevo qualche commissione da svolgere. Zaino in spalla, guanti da lavoro e bicicletta, ho pensato spesso al valore della circolarità di tutte quelle bottiglie di vetro e lattine di alluminio che ritornano nel circuito del riciclaggio per trovare nuova vita. Dovremmo tutti pensare maggiormente in termini circolari, tornare a sentirci “tutti collegati nel grande cerchio della vita”, percepirci come parte di un ecosistema vulnerabile e di una comunità vulnerabile per altri versi, ricordarci che dobbiamo restituire per quello che ci è stato dato, per quello che ci preesiste e che senza di noi non è scontato che continui a esistere.
Non posso dire davvero come la mia generazione abbia affrontato la pandemia, ma credo che quello che ho percepito attorno a me, a partire dalla mia esperienza, è che per noi è stato più facile adattarci al nuovo orizzonte, alla nuova dimensione della socialità a distanza. Lo abbiamo fatto non perché non sentiamo la mancanza dei rapporti in carne e ossa, ma perché collettivamente il nostro spirito è stato quello di una promessa di ritrovarci – quando tutto questo sarà finito, allora potremo riabbracciarci, nel mentre…I know that I must do what’s right.
Ho percepito un grande spirito di adattamento e determinazione, anche in coloro che hanno dovuto compiere scelte drastiche dall’oggi al domani, decidere dove trascorrere i mesi successivi, su quale luogo e dimensione poggiare i piedi in attesa di poter ripartire. Io stessa, all’inizio di questo secondo lockdown, ho esitato molto nel decidere se restare a casa con i miei genitori o fare la valigia, prendere il treno e correre dal mio compagno prima che i metaforici cancelli si chiudessero. Ho scelto di restare, sapendo che non lo rivedrò almeno fino a gennaio, ma in realtà chi può dirlo? Ho scelto di restare, perché I know that I must do what’s right.
Credo che per la mia generazione, per i millennial, la pandemia non abbia schiacciato gli orizzonti in modo drastico perché tutti noi avevamo già messo in conto che il futuro sarebbe stato incerto, complicato, da affrontare passo dopo passo. Per contesto, io sono del 1995: avevo 13 anni quando la crisi economica del 2008 ha colpito, facevo la terza media. Prima di congedare la mia classe, la professoressa di lettere ci diede un decalogo intitolato “Dieci regole per avere un futuro”, stampato su un foglio A3. È stato un po’ il simbolo del fatto che il futuro sarebbe stato una strettoia, qualcosa per cui combattere, qualcosa per cui essere preparati. Per anni l’ho tenuto come un poster appeso all’armadio, come monito: niente ci sarà dato, niente sarà facile, dovremo conquistarci l’orizzonte a cui aspiriamo passo dopo passo, come una montagna da scalare.
Ancora oggi, quando guardo al futuro vedo una battaglia da combattere, un cambiamento da costruire, un orizzonte da conquistare. Niente è cambiato con la pandemia: tutto quello che come generazione abbiamo ereditato è tanto lavoro da fare.
Un’altra cosa che ho tenuto per anni appesa sull’armadio, è un’altra citazione dei Depeche Mode:

You can’t change the world
But you can change the facts
And when you change the facts
You change points of view
If you change points of view
You may change a vote
And when you change a vote
You may change the world

(Depeche Mode, New Dress)
Non se questa sia una risposta alla domanda. Spero che renda l’idea.”

 

Sentiero fra le colline, Parco del Curone. Andare avanti, con fiducia e determinazione, ma fermarsi a guardare il paesaggio. 

PS: Ho trovato riflessioni molto illuminanti sullo scenario che stiamo attraversando e sulle sue implicazioni in questo numero speciale della rivista dell’Associazione Italiana di Sociologia, Sociologia Italiana. Tutti gli articoli sono disponibili integralmente online e scaricabili in formato .pdf.