Recensioni 2 – Vedova Nera

Mentre scrivo la mia tesi magistrale, mi rendo conto di quanto in questo lavoro stia confluendo la mia esperienza, negli ultimi dieci anni, con quella che chiamiamo “cultura nerd” e con le sue trasformazioni, soprattutto quelle che discendono dalla critica femminista. L’attualità delle riflessioni sul sessismo nella cultura nerd è sottolineata da eventi come la causa contro Activision Blizzard per le molestie e le discriminazioni nei confronti delle dipendenti, o lo sciopero di pochi giorni fa su Twitch per la mancata implementazione di sistemi per proteggere gli streamer – ma soprattutto le streamer – dagli hate raid. Negli anni, ho scritto diversi articoli su esempi che ho amato di rappresentazione dei personaggi femminili, e anche se mi rendo conto con uno sguardo più maturo che molti di questi rischiano di appiattirsi sullo stereotipo altrettanto limitante della strong female character, nondimeno queste eroine guerriere sono quelle che ho incontrato sul mio cammino mentre stavo crescendo, e sono grata di essere cresciuta in un momento storico in cui non mancano i modelli di donne forti e fiere. La ricognizione storica svolta per la tesi mi ha aiutata a capire quanto sia una cosa che non può essere data per scontata, mi ha aiutato a vedere il cammino percorso in termini di storie e spazio dei personaggi femminili, e quanto queste trasformazioni siano recenti, incompiute e contrastate. 

Per questo, voglio raccogliere in un post le recensioni di alcuni volumi dedicati a Vedova Nera che ho avuto la possibilità di leggere tramite Kindle Unlimited, quelli che ho apprezzato e quelli che sconsiglio. Il vantaggio di leggere i fumetti a distanza di anni dalla loro uscita, in volumi piuttosto che in numeri singoli, è quello di potersi fare un’idea lontano dall’hype e dalle polemiche, vedendo lo sviluppo della storia nel suo insieme piuttosto che a frammenti, mese dopo mese. Nel complesso, non tutte le storie con protagoniste femminili si collocano su livelli alti di qualità, considerando nel loro insieme sia lo storytelling che le illustrazioni, come del resto non avviene per le storie con protagonisti maschili. È importante porsi la questione della qualità delle storie, piuttosto che celebrare acriticamente la quantità, quando si tratta di diversità. 

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  • Black Widow and the Marvel Girls (Black Widow and the Marvel Girls (2009-2010)), scritto da Paul Tobin e illustrato da Salva Espin, Jacopo Camagni e Clayton Henry 
    Ho letto questo volume in quanto incluso in Prime Reading, e sono felice di non averlo dovuto acquistare. Si tratta di una raccolta di quattro storie più una bonus, una storia di Spider-Man degli anni ’70 in cui appare per la prima volta l’iconico costume aderente nero di Vedova Nera. Non tutte le storie raccolte nel volume hanno lo stesso livello di qualità: la prima, in cui in un flashback è raccontato l’addestramento di Natasha come spia russa e l’aiuto che riceve da Amora, l’Incantatrice, che per puro divertimento le offre la possibilità di salvarsi dal suo destino, mi è piaciuta anche se a mio parere i disegni non rendono la tensione e la durezza degli eventi raccontati; la seconda, in cui Natasha è in missione in Latveria con Wasp e gli Avengers, è secondo me la peggiore dal punto di vista dei disegni e sul piano narrativo, a pari merito con la terza, in cui Natasha si trova a lavorare con Ms. Marvel nel corso di una missione in Israele. La quarta storia vede Natasha collaborare con Mole Man e Storm per fermare una guerra fra gang che ha coinvolto gli abitanti del sottosuolo, ma né Natasha né Ororo spiccano nella narrazione, oscurate dal carisma di Mole Man, arguto, enigmatico e vero protagonista e vincitore della vicenda.
    Nel complesso, nessuna di queste storie ci mostra Vedova Nera interagire in modi significativi con la coprotagonista di turno: nessuna di loro ha – in queste storie – abbastanza caratterizzazione da creare dinamiche interessanti e uniche con Vedova Nera, anche per via della brevità delle storie. Il carattere antologico della raccolta si sente nella mancanza di sviluppo di tutti i personaggi coinvolti, inclusa la stessa Natasha, su cui non scopriamo niente di più della caratterizzazione ‘standard’ del suo personaggio.
    Le storie in sé sono dimenticabili e il framing del volume come storie di personaggi femminili è reso più deludente proprio dal fatto che i personaggi con cui Vedova Nera interagisce non hanno spessore e le avventure non hanno un ritmo nell’azione tale da sopperire a questa carenza.

  • Black Widow: Deadly Origin (Black Widow: Deadly Origin (2009-2010)), scritto da Paul Cornell e illustrato da Tom Raney, John Paul Leon e Adi Granov. 
    I fumetti Marvel sono un ottimo modo di approfittare dell’iscrizione a Prime, vista la vastità del catalogo. Questo volume, come suggerisce il titolo, ci porta alle origini della carriera di Vedova Nera come spia nella Russia sovietica, seguendo il filo del legame fra Natalia/Natasha e il suo mentore Ivan, attraverso una serie di flashback che ci permettono di scoprire quanto sia stata lunga e travagliata la vita di Natalia, pedina di un gioco molto più grande di lei che si è giocato sulla sua pelle per decenni e che ora le presenta la resa dei conti finale.
    Ho apprezzato la scelta stilistica di alternare due disegnatori per le parti della storia che si svolgono nel presente e quelle nei flashback, ma non sono una fan del lavoro di Tom Raney in questo albo: trovo che le sue espressioni facciali non si addicano al personaggio di Vedova Nera e in molte tavole appaiano distorte, uncanny perfino. Non ho apprezzato nemmeno le copertine di Adi Granov, che nel tentativo di creare uno stile pin-up ha secondo me ottenuto un effetto di plastica, artificiale e statico. A volte le tavole distolgono dal flusso della storia, che credo avrebbe avuto un altro impatto in termini di pura bellezza nelle mani di un disegnatore più attento a riflettere la psicologia dei personaggi con realismo sui loro volti. Ne avrebbe fatto un volume da acquistare e conservare, piuttosto che da leggere e restituire.
    Nonostante questo, la storia è intrigante e ha un buon ritmo, l’ho divorata durante un viaggio in treno. Restituisce spessore a Vedova Nera, mostrando il suo percorso, le sue vulnerabilità e la sua determinazione nel restare sempre a galla, portandosi addosso il peso dell’amarezza per ciò che si è dovuta lasciare alle spalle per riuscirci. Vorrei dare cinque stelle alla storia, e due ai disegni. Non potendo, mi limiterò a una media generosa.

  • Black Widow: The Name of the Rose (Black Widow (2010)), scritto da Marjorie Liu e illustrato da Daniel Acuna
    Marjorie Liu ha colto pienamente l’essenza del personaggio di Vedova Nera e ha scritto una storia perfetta per esprimerla: piena di tensione, non prevedibile, rivolta a mostrare i lati oscuri del passato di Natasha e come hanno plasmato la persona che è dovuta diventare, ma anche la persona che ha voluto diventare. In questa vicenda, Natasha è la voce narrante che emerge dalle didascalie, una voce malinconica ma dolce, e al contempo determinata e gelida, quella di una persona stanca che vorrebbe fermarsi a contemplare i piccoli attimi di gioia ma sa di non poterlo fare: deve restare vigile e continuare a lottare, per proteggere una felicità a cui non avrà mai diritto. In questa tensione si esprime un lato dell’essere eroi che non viene raccontato spesso, ma quando accade ai personaggi ritorna quella profondità che li fa sentire più umani e al contempo più fonti d’ispirazione.
    Qui Vedova Nera è spinta ai limiti delle sue forze, quando qualcuno rivela un suo segreto e le mette contro gli Avengers, lasciandola ferita e isolata, senza altre possibilità se non quella di andare alla radice del problema e combattere per salvarsi. La storia ha tensione, ritmo, ed è illustrata splendidamente da Daniel Acuna, i cui disegni sorreggono in modo splendido la narrazione: un vero gioiellino che consiglio a tutti i fan del fumetto come forma narrativa e di Vedova Nera come personaggio.

  • Black Widow: Kiss Or Kill (Black Widow (2010)), scritto da Duane Swierczynski e illustrato da Manuel Garcia e Travel Foreman
    Questo volume raccoglie la storia in tre puntate da cui il titolo, più due brevi storie bonus: “Iron Widow” e “Glitch”. La storia principale è magistrale: la tensione, i dialoghi, l’uso delle didascalie e i combattimenti rendono veramente intensa la narrazione ed esaltano il carattere di Vedova Nera, anche grazie al contrasto con il giovane giornalista Nick Crane e con la mercenaria Fatale, gli altri due protagonisti.
    Le storie bonus sono carine, ma nella prima mancano alcune pagine che mi risultano inspiegabilmente nere, e quindi non sono riuscita a capire del tutto la storia. La seconda invece è una breve storia ben costruita dove le personalità di Wolverine e Iron Man sprizzano scintille insieme. La giovane hacker Glitch è frizzante, e Sebastian Shaw viene caratterizzato benissimo come antagonista, mellifluo e minaccioso come si deve, eleganza e ferocia che attende solo una scusa. Essendo brevi storie autoconclusive, sono le dinamiche fra i personaggi più che la trama a renderle interessanti.
    Assegno quattro stelle perché l’ebook ha questo piccolo problema delle pagine mancanti.

  • Black Widow: Homecoming (Black Widow (2004-2005)), scritto da Richard K. Morgan e illustrato da Bill Sienkiewicz, Greg Land e Goran Parlov
    Questo volume, Black Widow: Homecoming, rappresenta la prima metà di una storia che si conclude nel volume Black Widow: The Things They Say About Her. Entrambe le storie sono scritte da Richard K. Morgan, scrittore famoso per Altered Carbon, ma concordo con i recensori in lingua inglese sul fatto che questo volume sia nettamente superiore rispetto alla conclusione della vicenda.
    La storia si apre quando qualcuno cerca di uccidere Vedova Nera, convinta di essersi lasciata alle spalle la vita da spia e assassina, e anche altre donne vengono uccise in giro per il mondo. Natasha, con l’aiuto di un ex agente dello SHIELD, Phil Dexter, inizia a indagare e trova un indizio in un farmaco misterioso, il Medusagen. Da qui ha inizio una vicenda piena di tensione e magistralmente costruita che porterà Natasha a confrontarsi con il suo passato e con il grande gioco di cui è stata una pedina, nonché a dover sfuggire a chi sta cercando di impedirle di arrivare alla verità. Morgan delinea un mondo cupo e crudo in cui essere una donna significa essere schiacciata dalle ambizioni di uomini potenti e senza scrupoli per cui esistono solo tre tipi di donne: quelle che possono essere rispettate come colleghe perché dimostrano di essere altrettanto dure, quelle che esistono come oggetti sessuali, e le vittime. La Natasha stanca, ferita e piena di rabbia è un’incarnazione di cosa significa resistere a tutto questo e costruirsi una corazza difensiva, ma proprio per questo vediamo una vulnerabilità che restituisce spessore al personaggio al di là degli stereotipi di strong female character e di femme fatale.
    Grande lavoro anche sul personaggio di Phil, perfetto comprimario per questa storia.
    Mi dispiace solo che il seguito non sia proprio all’altezza di questo primo volume, ma era difficile chiudere la storia restando sulle stesse altezze. Entrambi i volumi sono disponibili in Kindle Unlimited quindi, finché lo saranno, vale la pena recuperarli.

  • Black Widow: The Things They Say About Her (Black Widow: The Things They Say About Her (2005-2006)), scritto da Richard K. Morgan e illustrato da Sean Phillips e Bill Sienkiewicz 
    Premetto di aver appreso solo dopo aver finito il volume (non ho letto le recensioni per evitare spoiler) che si tratta del seguito di un’altra serie, Black Widow: Homecoming, scritta dallo stesso sceneggiatore, Richard K. Morgan, autore famoso per Altered Carbon a cui però io mi accosto per la prima volta con questo Black Widow: The thing they say about her. La storia ha toni cupi e decisamente violenti ed è intrisa di uno sguardo cinico e amaro sulla politica.
    I disegni hanno uno stile che li fa sembrare bozzetti, e per quanto siano adatti al tono della storia, non li ho apprezzati particolarmente, perché i volti dei personaggi risultano poco espressivi e le scene d’azione statiche. La magia del fumetto è anche creare dinamismo attraverso il disegno, qui invece mi sembra che la rarefazione da graphic novel abbia finito per creare un risultato piatto.
    La storia, ambientata tra gli Stati Uniti e Cuba, vede una Vedova Nera stanca, sola e piena di rabbia e amarezza scontrarsi con una fitta rete di nemici che vanno dal crimine organizzato latino ai piani più alti del governo. La tensione c’è, anche se non sempre lo stile di disegno rende immediato capire cosa sta succedendo se si legge la storia in versione digitale, sullo schermo di un telefono. Eppure, chiuso il volume mi è rimasto un senso di insoddisfazione per questa Vedova Nera vigilante e per il mondo crudo e opprimente delineato da Morgan, dove l’unica ironia rimasta a Natasha è quella di sapere che il mondo fa schifo e c’è più ingiustizia e orrore di quanto se ne possa combattere. Un tono quindi molto diverso anche da altre serie di Black Widow, in cui l’amarezza della protagonista era più sfumata. Concordo con altri recensori sull’eco di Frank Miller.

Recensioni – 1

È davvero da molto tempo che non scrivo su questo blog, e ogni volta che ci penso me ne rammarico. Vorrei avere tempo ed energie da dedicare a mettere in ordine i miei pensieri, perché sento di avere ancora molto da dire. E soprattutto, sento di avere da dire cose che non trovo altrove, cose che forse non stanno venendo dette abbastanza. Ma sto anche scrivendo una tesi magistrale, e scrivere è un lavoro prosciugante, che assorbe tutta l’energia mentale a disposizione in un dato giorno. Per di più, la tesi rappresenta il compimento di un percorso, e voglio che sia un buon lavoro, voglio sentire che lo scheletro delle argomentazioni sta in piedi, voglio sentire che i tendini che raccordano le varie parti si muovono con fluidità, voglio sentire che i muscoli che sono la carne del lavoro sono forti e flessibili. Alcune persone amano dire che il testo deve scorrere, ma per me il testo è una specie di Frankenstein, che si costruisce aggiungendo, togliendo, spostando pezzi, incastrando qualcosa di nuovo fra due pezzi man mano che si legge un nuovo articolo, ecc, e quindi il testo deve prendere vita. Le cuciture non dovrebbero vedersi. Non è facile, vero?

Ma al contempo ho realizzato che non ho smesso di scrivere del tutto, ma ho solo smesso di scrivere in forma lunga – riflessioni, analisi con dati e grafici, articoli che degenerano in saggi. Ho continuato invece a scrivere recensioni dei libri che ho letto in questi mesi, ai margini di tutti i lavori in corso, sui vari siti dove li ho acquistati. E mi sono chiesta: quanta energia dedichiamo a produrre gratis contenuti che non ci appartengono, e che si disperderanno in rivoli irrilevanti? Per Amazon le recensioni degli utenti sono valore aggiunto che orienta le scelte d’acquisto di altri utenti, e in cambio tutto quello che otteniamo è la consapevolezza di essere utili e un punteggio in una classifica che dopotutto non significa niente (sono #58.079esima nella classifica dei recensori italiani! Un traguardo?). Quindi ho pensato: perché non riportare qui sul blog, nel mio spazio, il frutto del mio impegno? 

Forse i miei consigli di lettura (e di non lettura! Evitare un cattivo libro è una benedizione, soprattutto evitare di spendere soldi per un cattivo libro) possono essere utili a qualcuno, o forse no. Ma io li posto lo stesso, in nessun ordine particolare. Iniziamo!

  • La grande storia della prima guerra mondiale, Peter Hart 
    Ho letto questo libro dopo aver preso parte a un progetto a cui ha collaborato la mia università, il cui obiettivo era trascrivere tutte le cartoline inviate dagli italiani e dalle italiane al Milite Ignoto fra il 1921 e il 1922 in occasione della costruzione dell’Altare della Patria. Nelle cartoline ho trovato l’eco di un trauma collettivo a cui le persone hanno cercato di dare senso come potevano: immaginando il sacrificio come necessario per una rinascita, celebrando la morte dei propri cari come gloriosa, auspicando un futuro migliore. Ho capito che quello che avevo studiato non mi bastava per comprendere quel momento storico e quel trauma che è parte della nostra identità nazionale e della nostra storia, e così ho voluto capire meglio che cosa è stata la prima guerra mondiale. Ho preso questo libro di Peter Hart su Kindle Unlimited, e dopo averlo letto ho scritto questo:
    “Un volume di quasi 700 pagine dedicato alla storia militare della prima guerra mondiale, scritto da un autore inglese, che scrive in polemica con le narrazioni degli eventi che sono diventate in qualche modo senso comune, con l’intento di riportare una visione degli eventi più imparziale che tenga conto di meriti ed errori nelle circostanze dell’epoca, sia per quanto riguarda le decisioni dei comandanti e dei politici, sia per quanto riguarda la conduzione delle battaglie. In questo, il libro restituisce pienamente il senso di quanto le cose avrebbero potuto essere diverse per l’intero conflitto se, in alcuni punti di svolta, gli eventi fossero andati diversamente.
    Una lettura impegnativa ma avvincente, in cui al resoconto degli eventi sono alternate testimonianze dell’epoca, attraverso le quali ci possiamo immergere nel punto di vista dei protagonisti degli eventi su entrambi i fronti del conflitto. Il volume alterna capitoli dedicati ai vari fronti: non solo il teatro di guerra principale del fronte occidentale e quello orientale verso la Russia, ma anche le campagne di Gallipoli, Salonicco, Mesopotamia e Palestina, nonché la guerra navale fra Inghilterra e Germania. Al fronte italiano è dedicato un solo capitolo, al 73% del libro, e qualche lettore potrà storcere il naso di fronte a questo ruolo minore dell’Italia vista dall’esterno, nel grande schema del conflitto.
    Come libro di storia militare, spiccano le figure dei generali e dei comandanti che cercarono, al meglio delle loro possibilità, di vincere una guerra imprevedibile e mutevole: Haig e Jellicoe per gli inglesi, Foch per i francesi, Falkenhayn, Ludendorff e Hindenburg per i tedeschi, Brusilov per i russi, sono i protagonisti per i quali l’autore non nasconde la sua ammirazione, e le cui voci emergono da resoconti e memorie. Accanto a loro, la storia corale dei soldati che la guerra la combatterono, nelle trincee delle Fiandre, sugli incrociatori nel Mare del Nord, fra i terreni acquitrinosi della Mesopotamia e nel deserto del Sinai.
    Il punto di vista è prevalentemente inglese, ma lo sforzo di imparzialità dell’autore e l’ampiezza delle testimonianze restituiscono pienamente la dimensione collettiva del conflitto e i meriti e sacrifici di entrambe le parti.” 
  • Magic, V. E. Schwab
    Magic è il primo volume di una trilogia fantasy, che prosegue con Legend e termina con Dark. Come molte saghe fantasy, ha avuto il suo momento di popolarità in cui era ovunque, inclusi i supermercati, e la sinossi mi aveva attratta, ma ormai ho imparato a non comprare libri d’impulso, specialmente romanzi, specialmente in cartaceo. Basta aspettare, e arriveranno in biblioteca, oppure in ebook a un prezzo stracciato. O, come in questo caso, in Kindle Unlimited. Così l’ho preso in prestito, e dopo averlo letto ho scritto:
    “Questo romanzo mi è piaciuto davvero. Non è perfetto dal punto di vista tecnico (i cattivi avrebbero dovuto rileggere la Evil Overlord List!) ma ho apprezzato molto sia il worldbuilding, sia i personaggi, sia il ritmo della vicenda. Non voglio fare spoiler perché credo che questo romanzo richieda un approccio un po’ “a scatola chiusa”: ci si accosta alle premesse, e si decide se si vuole intraprendere questo viaggio oppure se non attirano affatto. La sua natura di primo atto di una trilogia implica che ci sono tanti aspetti del worldbuilding che restano sullo sfondo, così come le relazioni fra i personaggi sono chiaramente destinate a evolvere, ma ritengo che sia apprezzabile anche in sé stesso, perché la vicenda riesce ad avere una sua compiutezza. Troppo spesso nelle saghe fantasy un volume non è in grado di reggersi sulle sue gambe rispetto alla vicenda più ampia che si snoda attraverso tutta la saga, ma in questo caso Magic è perfettamente godibile come stand-alone, per chi vuole dargli una chance attraverso Kindle Unlimited prima di decidere se leggere (e acquistare il resto)”. 
    Alla fine, quando avrò tempo passerò in biblioteca a prendere in prestito gli altri due volumi per sapere come proseguono le vicende di Kell e Lila, ma nel mentre lo consiglio a chi sta cercando del fantasy, per una volta, scritto bene e avvincente, dove la scrittura sostiene la trama invece di cercare di fare a pezzi la sospensione dell’incredulità e strappare il lettore dalla sua immersione nella narrazione.
  • Liberati della brava bambina: otto storie per fiorire, di Maura Gancitano e Andrea Colamedici
    Il femminismo non è solo una teoria per comprendere la realtà e agire in essa: il femminismo è anche un’esperienza che si vive nella relazione con altre voci di donne, che aiutano a trovare sé stesse e a definire ciò che si prova. Credo che fermarsi ad ascoltare altre storie sia importante per restare presenti e in contatto con la propria interiorità, ed è una cosa che avevo dimenticato, ma che poi è il famoso “partire da sé”, saper unire i puntini fra ciò che sentiamo e viviamo e il modo in cui essere donne in una società patriarcale dà forma alle nostre vite, individuali e collettive. Questo libro è in grado di fornire delle storie con cui relazionarsi, su cui riflettere, e fa un lavoro prezioso e luminoso nello svelare ciò che queste storie mostrano dell’esperienza femminile. Dopo averlo letto, ne ho parlato così:
    “Questo saggio cerca di raccontare la condizione interiore delle donne attraverso archetipi femminili tratti dalle storie che compongono il paesaggio di miti e narrazioni della nostra cultura, storie antiche e moderne: Era, la regina degli dèi dell’Olimpo; Malefica, la fata cattiva delle fiabe; Elena di Troia; Difred, protagonista del Racconto dell’Ancella; Medea, la madre assassina; Daenerys del Trono di Spade; Morgana del Ciclo di Avalon e Dina, del romanzo La Tenda Rossa. Ognuna di loro, nella rivisitazione degli autori, incarna un aspetto problematico della condizione femminile e offre gli strumenti per renderlo visibile e superarlo, comprendendo noi stesse nel rifletterci in figure così potenti e così fraintese. Non mi sarei mai aspettata che questo libro potesse avere una capacità così forte, nella sua pacatezza, di farmi riflettere su me stessa e di ritrovarmi in tutte queste figure. A fronte di un femminismo che spesso ci fa sentire sempre sulle barricate, questo libro propone la via dell’introspezione e della riscoperta di sé come strumento trasformativo delle relazioni nella nostra quotidianità, che a loro volta sono lo spazio dove agire il cambiamento.
    Lo consiglio a tutte le donne irrequiete, che non si sentono comprese e dubitano di sé stesse anche a fronte dei loro successi e meriti, e a tutti gli uomini che vogliono approcciarsi al femminile senza retoriche o stereotipi, riconoscendo che in primo luogo il femminile è un universo ferito, che porta i segni di una disuguaglianza di potere contro cui ancora oggi lottiamo”.
    Per me è importante poter dire una cosa come “il femminile è un universo ferito”, invece di pensare che come femministe il nostro compito sia essere più forti di quelle ferite: possiamo essere forti insieme a quelle ferite, ed è necessario per poterle guarire, per poter essere complete, perché la nostra forza sia luminosa invece di venire dal chiudere in una scatola una parte di noi che sanguina e urla di rabbia. 
  • Vaccini, complotti e pseudoscienza. Tra fobia, disinformazione e consapevolezza, a cura di Armando de Vincentiis, con prefazione di Silvio Garattini e contributi di Sergio Della Sala, Sara Pluviano, Silvano Fuso, Armando de Vincentiis, Edoardo Altomare, Paolo Attivissimo, Giovanni Ragazzini, Cristina Da Rold e AIRicerca. 
    Un volume collettivo che affronta il tema delle purtroppo sempre attuali paure attorno ai vaccini. Al momento non risulta più disponibile in ebook su Amazon (io lo lessi con Kindle Unlimited) ma è possibile acquistarne la versione cartacea su altri negozi online. Per me è importante affinare le mie risorse di divulgazione scientifica e continuare a informarmi, anche se poi non è sempre facile affrontare conversazioni su questi argomenti delicati e dove le reazioni difensive si innescano rapidamente. Comunque, quando ho letto questo libro l’ho descritto così: “Questo libro non è esattamente un volume di divulgazione scientifica, in quanto l’esposizione di fatti e dati con lo scopo di convincere chi è titubante sulla questione dei vaccini è posta all’interno di una cornice che dà per scontato che il lettore sappia già che l’antivaccinismo è una posizione antiscientifica fondata su presupposti fattualmente errati e sulla disinformazione. Direi piuttosto che è un libro che fornisce strumenti per ingaggiare una conversazione nella propria cerchia personale con persone indecise ma disposte ad ascoltare la voce della scienza e le argomentazioni razionali. Il primo capitolo rende chiaro questo fatto: si tratta di un contributo molto interessante e articolato che spiega come le idee complottistiche possono trovare terreno fertile e radicarsi per ragioni legate alla comunicazione e ai processi psicologici con cui pensiamo. Il secondo capitolo è, similmente, dedicato a ripercorrere la letteratura scientifica sugli interventi per fare corretta informazione e la loro efficacia.
    Il terzo capitolo, scritto dal divulgatore Paolo Attivissimo, spiega nel dettaglio il “caso Wakefield” ed è forse il capitolo che potrebbe essere più persuasivo verso una persona che si sta avvicinando all’antivaccinismo. Il quarto capitolo è un contributo di un esperto in pediatria che confuta l’argomentazione secondo cui i neonati sono troppo fragili per la somministrazione dei vaccini, mentre il quinto si serve di esempi tratti dalla letteratura per ricordare in modo vivido come si viveva quando i vaccini non esistevano. Il sesto è una riflessione sulla comunicazione scientifica nell’era di Internet, mentre il settimo offre una ricognizione molto dettagliata sulla storia delle vaccinazioni e il funzionamento dei vaccini contemporanei. Infine, il capitolo conclusivo traccia un affresco sulle ragioni dello scetticismo verso la scienza, sui bisogni che sorreggono l’affidarsi alle pseudoscienze e sui rischi dell’oscurantismo.
    Ritengo perciò che questo libro sia una valida risorsa per chi intende impegnarsi del dialogo sui vaccini e ha quindi bisogno di conoscere non solo i fatti, ma anche i meccanismi psicologici e i problemi contestuali che possono rendere i loro interlocutori impermeabili alle argomentazioni fondate nella verità fattuale. L’unico motivo per cui non do cinque stelle è che la citazione dei riferimenti bibliografici dei vari capitoli avrebbe dovuto essere uniformata e rifinita: non è particolarmente elegante che ogni capitolo segua una convenzione diversa nel citare le fonti”.

Ci sono altre recensioni e non appena avrò tempo (o ispirazione) scriverò altre puntate di questa serie. Per ora, spero che stiate tutte/i bene e stiate passando una buona estate – nonostante il cambiamento climatico e la pandemia che, anche se non sembra, non si prende una pausa estiva! 

You should’ve asked

Il libro che raccoglie i fumetti di Emma Clit è uscito anche in italiano, con il titolo “Bastava chiedere!”. Ho avuto modo di sfogliarlo in biblioteca quando sono passata a trovare il mio bibliotecario di fiducia con la riapertura a ingresso libero delle biblioteche in zona gialla, e mi sento di raccomandarlo a tutte/i. Il concetto di “carico mentale” illumina uno dei motivi per cui noi donne siamo sempre stanche e spesso non abbiamo il privilegio di poter dedicare concentrazione ininterrotta a un singolo compito: perché la nostra attenzione è frammentata sulle mille incombenze che siamo state educate a notare e a considerare nostra responsabilità, mentre gli uomini hanno il privilegio di non vederle nemmeno, di non accorgersene. Una redistribuzione paritaria del lavoro domestico passa anche dal cambiare il proprio sguardo, accorgersi di tutte le cose da fare e farle senza che debbano chiedervelo, cari uomini!
Perché organizzare il lavoro altrui è già un lavoro, un lavoro che finora è toccato alle donne che combattono per ripartire equamente la gestione della casa e, per chi ne ha, dei figli. Un gesto veramente paritario invece è quello di alzare lo sguardo, cercare di vedere che cosa deve essere fatto e farlo. Senza chiedere.

Emma

Here is the english version of my now famous “Fallait demander” ; now available as a book with other stories :

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Orders available here or here or here ^_^

Thanks Una from unadtranslation.com for the translation 🙂

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La mia solidarietà digitale: conoscenza libera e gratuita

E così, per me le lezioni sono finite. Il 18 dicembre, con l’ultimo incontro dell’ultimo laboratorio, in didattica a distanza, si è svolta l’ultima lezione dell’anno accademico 2020-2021 del corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali presso l’Università di Milano-Bicocca. In questo secondo semestre non mi resta che trovare un relatore o una relatrice e iniziare a scrivere la tesi, oltre che a studiare per gli ultimi esami che mi mancano, da dare a giugno. Nel mentre, sto continuando a svolgere la mia attività presso l’Ecomuseo Adda di Leonardo, un progetto che sto vedendo crescere e che mi regala tanta fatica e parecchie soddisfazioni in cambio dell’energia e della determinazione che ci riverso con amore e orgoglio. Il rinnovato tempo libero è anche un’opportunità per me di riscoprire ciò che mi è mancato durante il lockdown della primavera 2020: camminare nei boschi, andare in bici lungo il fiume, e assistere al risveglio della natura dopo un inverno che mi è sembrato al contempo senza fine e brevissimo, perché schiacciato fra impegni che mi hanno assorbita completamente, ma che sono soddisfatta di essere riuscita a portare a compimento.

Ma questo rinnovato tempo libero, che finalmente sento come realmente uno spazio di libertà, è anche uno spazio di opportunità: in questo anniversario del DPCM che ha dato avvio al lockdown sull’intero territorio italiano e che è stato per tutti una doccia gelida circa la realtà e la dimensione del problema Covid-19, non voglio ricordare solo l’impatto drammatico che ancora oggi stiamo tutti vivendo, anche se è inevitabile pensarci. Pensare al suono delle ambulanze sullo sfondo delle lezioni, all’uscire in una città deserta in un silenzio surreale, alle immagini dei mezzi dell’esercito nei viali di Bergamo, allo stringere la mano del mio compagno durante le conferenze stampa del presidente del consiglio Conte, sforzandomi di pensare che anche se non sarebbe andato tutto bene ne saremmo usciti, in qualche modo, sorridere di fronte alle lenzuola con gli arcobaleni, simboli che si estendono dallo spazio privato delle case verso lo spazio pubblico delle strade. Solidarietà è una parola che si è usata molto e che spero impareremo a praticare di più, ogni giorno, ricordando che la solidarietà è il primo modo che abbiamo per tamponare le ingiustizie, per esprimere i nostri doveri di cittadini, per fare la nostra parte. Non per niente la Costituzione afferma nitidamente che ognuna/o di noi è tenuto ai propri “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2) che non si esprimono solo nel pagare le tasse e rispettare le leggi, ma devono essere ridefiniti in termini di responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri – prenderci cura dell’ambiente, della salvaguardia delle istituzioni della società, delle persone più vulnerabili, delle nuove generazioni, di coloro che sono ai margini – attraverso l’impegno civico e la partecipazione
In questo momento sto esprimendo il mio impegno attraverso il mio lavoro nell’Ecomuseo: stiamo costruendo opportunità per il territorio, opportunità di sviluppo attraverso il turismo e la valorizzazione dei beni culturali, di riscoperta di un senso di appartenenza che ci unisce in una storia comune, di tessitura di relazioni e network per condividere e realizzare progetti e idee. Inoltre, con l’aiuto di mia madre sto continuando a perlustrare le strade che si estendono dal paese verso le campagne per raccogliere il vetro. Guanti da lavoro, bicicletta e borse della spesa, abbiamo raccolto più di 500 bottiglie di vetro e sacchi interi di lattine in alluminio, che saranno avviati al riciclo e contribuiranno a un circolo virtuoso invece di restare dispersi nell’ambiente. Questo lavoro non è glamour, ma quando si comincia a vedere l’estensione dello scempio che avvolge i nostri territori non si può smettere di vederla, e fare qualcosa al riguardo è alla portata di tutti. Non basta non buttare i propri rifiuti nell’ambiente per dire di aver fatto il proprio dovere di cittadina/o: occorre compiere quel passo in più in nome con impegno e responsabilità.

Un altro modo in cui possiamo nutrire la nostra consapevolezza civica è quello di cogliere le opportunità di apprendimento che ci vengono messe a disposizione dall’estensione degli strumenti digitali inaugurata con la pandemia. È un risultato positivo che la ridefinizione dei modi di vivere gli eventi culturali dovuta alla pandemia abbia reso più accessibili iniziative e contenuti che altrimenti sarebbero stati riservati a coloro che potevano fruirli di persona. L’accessibilità della conoscenza è una tematica importante di questi tempi, perché dobbiamo essere consapevoli dei divari che attraversano la nostra società, generando ingiustizie e impedendo a tutti di fruire delle stesse opportunità. Pensiamo ad alcuni privilegi di cui spesso ci dimentichiamo: il privilegio di avere accesso a Internet e di saper usare il computer, che ci permette di accedere ad alcuni bonus e misure di sostegno economico che ad altre/i cittadine/i sono negate, come il Bonus Mobilità o il cashback tramite l’app Io; il privilegio di avere la cittadinanza italiana e quindi dei documenti che sono quelli di default e ci permettono di portare a termine delle procedure burocratiche senza attriti e di avere accesso a opportunità che ad altri sono precluse (due esempi vicini a me: ai programmi di stage del Ministero degli Esteri non possono accedere studenti e studentesse privi di cittadinanza italiana, anche se hanno un’altra cittadinanza europea; se il permesso di soggiorno è scaduto/in corso di rinnovo, gli studenti e le studentesse extracomunitari/e non possono ottenere la registrazione dei loro voti d’esame sul libretto). Per molte/i di noi, un privilegio è sapere l’inglese, e quindi avere accesso a un universo di libri, risorse, corsi, seminari, eventi, fumetti, serie TV e film che non sono ancora stati tradotti in italiano e forse non lo saranno mai. 

Vorrei invitarvi, lettori e lettrici di questo piccolo spazio, ad esplorare alcune opportunità fruibili attraverso i mezzi digitali di cui sono venuta a conoscenza e che penso siano utili e interessanti, perciò pubblico una lista di segnalazioni, alcune in italiano e altre i inglese. Un piccolo passo verso la condivisione solidale di idee che secondo me meritano di essere diffuse e rilanciate. Il titolo del post riprende l’iniziativa Solidarietà Digitale promossa dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) nella primavera del 2020, durante il primo lockdown, in cui tutta una serie di risorse sono state messe a disposizione di tutte/i gratuitamente da varie aziende per aiutare i cittadini a coltivare abilità, accrescere la propria formazione e trascorrere il tempo della costrizione con qualcosa in più a disposizione. 

  • Il percorso BBetween Civic Engagement – DeplastificAzione dell’Università di Milano-Bicocca è un corso online sul tema dell’impatto dell’inquinamento da plastica sugli ambienti marini, accessibile a tutte/i coloro che hanno un account Microsoft (@outlook, @hotmail) oppure Google (@gmail), oltre agli account universitari (Idem/EduGain). Si può ottenere, alla fine del percorso, un open badge che certifica l’acquisizione delle competenze sul tema, che può essere inserito nel proprio CV.
  • L’Università di Yale ha dei corsi online ad accesso libero, fra cui segnalo quello su African American History: from Emancipation to the Present per conoscere meglio le questioni razziali negli Stati Uniti. Il corso è solo in inglese, ma per chi ne ha la possibilità penso sia importante conoscere meglio questa tematica, perché educazione e consapevolezza sono sempre i primi passi per cambiare noi stessi e lavorare per cambiare il mondo. In ogni caso, ci sono anche tantissimi altri corsi gratuiti con argomenti che spaziano dalla chimica organica ai mercati finanziari, dall’architettura dell’antica Roma al Don Chisciotte, dalla storia del capitalismo all’Antico Testamento. Altri corsi ancora curati da Yale sono disponibili su Coursera, gratuitamente, registrandosi al sito. 
  • La casa editrice Settenove è una stella luminosa per quanto riguarda libri senza stereotipi per bambine e bambini e formazione su questioni di genere. Se avete la possibilità di sostenerla acquistando uno dei loro libri, fatelo. Se invece in questo momento vi è difficile supportare cause, lo capisco: è un periodo difficile. Ci sono anche dei materiali didattici scaricabili gratuitamente
  • Molti incontri, seminari e conferenze che in passato si sono svolti in presenza, in questo contesto si sono svolti online e sono quindi accessibili anche dopo la conclusione dell’evento. In particolare ho trovato molto interessante questo dibattito tra Elsa Fornero e Marta Fana, economiste, sul tema delle disuguaglianze economiche e di opportunità che attraversano la nostra società. 
  • Il documentario di Ken Loach (in inglese sottotitolato in italiano) The Spirit of ’45, che racconta la storia della nascita del Welfare State nel Regno Unito, è incredibilmente intenso e attuale nel nostro contesto in cui è apparso in tutta la sua evidenza il fatto che tenere i sistemi di welfare operativi al minimo indispensabile in circostanze “normali” ci rende del tutto impreparati ad affrontare circostanze impreviste.
  • In occasione dell’otto marzo numerosi seminari e tavole di discussione virtuali sulle questioni di genere offrono opportunità di riflettere e approfondire numerosi aspetti della persistente diseguaglianza strutturale fra uomini e donne nella nostra società. Fra quelli che conosco, vi segnalo Donne e lavoro di cura durante la pandemia e Uguaglianze e differenze: perché lottare per la parità di genere?, organizzati dall’Università di Milano-Bicocca. I seminari online hanno il grande pregio di poter essere ascoltati come podcast mentre si lavora, e offrono riflessioni dense e stimolanti con cui occupare un paio d’ore per assorbire idee e spunti. 
  • Per chi è a proprio agio con i contenuti in inglese ed è interessato al campo della personal finance, ovvero del prendersi cura dei propri soldi imparando a spendere meno e spendere meglio, costruendo uno stile di vita solido e che rispecchia i nostri obiettivi e progetti, Clever Girl Finance offre una serie di corsi gratuiti accessibili registrandosi al sito. Se alcuni contenuti sono applicabili solo al contesto americano, altri sono validi spunti per riflettere sulla propria situazione e su come migliorarla a prescindere dal contesto. Sullo stesso tema, Her first 100k ha un webinar su come dare un taglio agli acquisti d’impulso e maturare consapevolezza sui soldi che spendiamo, rivolto in particolare alle giovani donne (categoria di cui anch’io faccio parte e che uso con orgoglio).
  • Grazie al blog di Paolo Attivissimo ho scoperto l’esistenza di un programma dedicato alle fake news e ad altri problemi dell’informazione, di cui alcuni episodi sono disponibili gratuitamente online per poterli vedere anche al di fuori dell’orario di messa in onda: Fake – la fabbrica delle notizie. Non l’ho ancora visto, ma ho in programma di recuperarlo appena possibile.
  • Per chi legge in inglese, l’Università della California ha una serie di volumi scaricabili gratuitamente ad accesso libero che contengono ricerche su argomenti molto diversi. Se state cercando una lettura impegnata ma stimolante, provate a vedere se c’è qualcosa che vi ispira. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) ha una biblioteca digitale di pubblicazioni gratuite dove potete trovare report ma anche brevi saggi di una serie intitolata “Big Ideas” con contributi di ospiti fra cui Jeremy Rifkin, Massimo Bottura e Bebe Vio.
  • Google offre una serie di corsi gratis su temi come il marketing digitale e l’avviare un’attività di commercio online, ma sulla piattaforma ci sono anche corsi correlati su argomenti come parlare in pubblico, costruire una narrazione efficace per le proprie idee e cercare lavoro online. Non è proprio il genere di argomenti che interessa a me, ma credo che possano essere utili per chi vuole magari rafforzare le proprie competenze in ambito digitale per il proprio curriculum. Di questi tempi, non guasta mai.
  • Una nuova generazione di ragazze sta lavorando all’intersezione fra educazione finanziaria e femminismo, lavorando per offrire gli strumenti per costruirsi una propria stabilità economica – anche quando il futuro è incerto, le carriere precarie, i guadagni magri, ed è difficile sentirsi adulte/i – e al contempo riconoscendo che le ingiustizie sistemiche plasmano il campo di gioco in cui tutte/i noi dobbiamo fare le nostre scelte. Ingiustizie generazionali, legate al genere, all’etnia, all’interno delle quali il compito di costruire il nostro futuro non può essere sminuito dalla retorica delle opportunità e del merito, ma deve partire da scelte consapevoli e da uno sguardo ampio, sistemico. Per chi se la cava con l’inglese, potete seguire conversazioni stimolanti e ispiratrici come questo dialogo fra Kara Perez di We Bravely Go e Lauren McGoodwin di Career Contessa sul costruire una carriera oppure questa potente e magnifica tavola rotonda sulle ineguaglianze, questo workshop su come negoziare un aumento di stipendio, oppure ancora quest’altra tavola rotonda su come costruire il proprio budget. Ascoltare voci diverse e poco note è un’occasione per imparare cose nuove che non avremmo probabilmente occasione di scoprire altrove, ed è importante ricordare che non sono solo le voci delle donne ai vertici a rappresentare “quelle che ce l’hanno fatta”, ma anche chi sta costruendo nuove strade. Queste donne emanano una forza che trovo magnifica, la forza quieta della competenza sorretta dal desiderio di costruire cambiamento attraverso l’empowerment e la consapevolezza. 
  • Questo blog non promuove nessuna azienda, né tantomeno è sponsorizzato da qualcuno (chi pagherebbe per avere visibilità su uno spazio così piccolo, che si occupa di tematiche così di nicchia?), perciò tutte le segnalazioni che trovate sono qui perché ritengo sinceramente che siano interessanti e di valore come occasioni per imparare qualcosa. Per cui vi segnalo un ciclo di webinar del Banco BPM sul tema della relazione fra donne e denaro, di cui ho appena seguito l’episodio di oggi, dedicato agli investimenti nell’economia sostenibile, che è stato davvero stimolante, soprattutto in relazione al ripensare il paradigma della crescita, pensando invece in termini di bisogni e ricordando che le risorse ambientali rappresentano il contesto e il limite entro cui si colloca il nostro agire.
  • Come avrete notato, questo post riflette anche il mio interesse crescente per la personal finance (in italiano diremmo economia domestica?), il quale a sua volta rispecchia il mio desiderio di prepararmi alla vita da adulta avendo tutte le risorse possibili per costruire la mia indipendenza economica. Sono sempre stata una persona frugale, perché i miei genitori mi hanno educata a una forte sensibilità ambientale, al risparmio e a rifiutare il superfluo, ma mi rendo conto che tradurre in pratica una mentalità richiede strumenti e conoscenze che non sono scontati, ma per fortuna là fuori ci sono molte risorse per acquisirli e approcciarsi alla gestione dei propri soldi con consapevolezza e intenzionalità. Purtroppo molte di queste risorse sono in inglese e quindi c’è ancora un problema di accessibilità, ma almeno per chi mastica la lingua possono essere un ottimo punto d’inizio, e se conoscete risorse sul tema in italiano, fatemi sapere. Intanto, vi segnalo una serie di corsi gratuiti offerti da TheSkimm.
  • Le molestie nei luoghi pubblici sono un’esperienza che accomuna quasi tutte le donne e non pochi uomini, lasciando tracce emotive che accrescono il senso di vulnerabilità in presenza di estranei, impedendoci di vivere lo spazio pubblico come uno spazio che ci appartiene, dove possiamo esistere libere e fiere, dove possiamo lasciare il segno con la nostra presenza ergendoci con la forza della nostra voce, del nostro occupare spazio. Possiamo emanare forza solo quando ci sentiamo stabili e al sicuro, e infatti le molestie esistono per creare un clima di insicurezza che impedisce alle donne di appropriarsi simbolicamente dello spazio pubblico, ma obbliga a reazioni difensive come il chiudersi in sé stesse, occupare meno spazio possibile, cercare di essere invisibili. I molestatori “agiscono il patriarcato” esprimendo il loro senso di entitlement al corpo femminile in pubblico. Stand Up! è un progetto nato a partire da Hollaback! per fare formazione su come combattere le molestie quando si è spettatori o vittime di azioni indesiderate in modo semplice e sicuro, senza esporci né al rischio di creare un’escalation della situazione, né a quello di fare figuracce di fronte a una situazione che abbiamo frainteso. E comunque, lo dico a me stessa per prima, il timore di fare figuracce non dovrebbe dissuaderci di fronte alla possibilità di aiutare un’altra persona in una situazione difficile! Per prenotare un posto per seguire il webinar di formazione, andate qui: la formazione dura un’ora ed è davvero per tutte/i. 

Questo post è un lavoro in corso che sarà aggiornato con nuove segnalazioni man mano che mi capitano sottomano. Avete segnalazioni e risorse da condividere? Ho riattivato i commenti! Sentitevi libere/i di contribuire a scambiare materiali, e grazie. 

Iconoclastia e il rifiuto di stare a sentire: se vi preme la Storia, smettete di usare argomenti fuffa

Quando trovi qualcuno – o qualcuna – in grado di esprimere quel grumo di idee che ti porti dentro con grande esasperazione mentre guardi la gente pensando “Come cavolo fanno a non capire?!”, non resta che applaudire e invitare tutti voi a leggerla.

Fortezza Nascosta

Tempo fa scrissi un articolo sulla natura dei monumenti e delle controversie che spesso li circondano. No, la polemica sulle statue non è una cosa nuova, esiste da quando qualcuno ha deciso che mettere figurine sui piedistalli fosse una buona idea.

L’intero concetto di monumento è complicato e si presta a diversi approcci. In questo articolo voglio limitarmi a quella che secondo me è una delle funzioni principali, e considerare alcuni degli argomenti anti-iconoclasti più ricorrenti.

Quindi accomodatevi sulla vostra poltrona preferita mentre io vi spiego cosa dovete pensare.

Scherzi a parte, si tratta di argomenti davvero vastissimi e ho già dovuto tagliare circa metà di quello che avevo scritto per non fare un articolo eterno. Purtroppo il blog non si presta molto a trattare un soggetto del genere, quindi prendete questa come la mia opinione, considerando che l’intera faccenda è necessariamente appiattita e semplificata all’estremo. Non è l’unico approccio…

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Il punto della situazione

Buon 2021 a tutti i miei lettori e a chi dovesse passare di qui per caso, e a una persona in particolare il cui sostegno – in questo spazio e oltre – significa moltissimo per me. Sono di nuovo qui a scrivere, in un ambiente nuovamente familiare e accogliente, grazie a Sendivogius del blog Liberthalia, che mi ha gentilmente segnalato come procedere per ripristinare l’editor classico di WordPress. Grazie, davvero.

L’inizio dell’anno è sempre tempo di bilanci e sono grata di avere il tempo per fermarmi, scrivere e fare il punto della situazione voltandomi a guardare il sentiero che ho percorso finora. La parte più importante della mia vita è sempre l’università: in questo momento, sono iscritta al secondo anno del corso di laurea magistrale in Analisi dei Processi Sociali in Bicocca. I corsi sono finiti, e l’ultimo giorno di lezioni è passato in sordina, complice anche la didattica in remoto. Adesso mi attende un semestre completamente vuoto, da riempire con stage, tesi, gli ultimi esami a giugno. Spero che sarà un’opportunità per coltivare tutte le cose che ho trascurato quando sono stata assorbita dalle lezioni e dai compiti annessi.

In un certo senso, l’intero 2020 è stato un anno trascorso in apnea, in cui ho perso il senso delle stagioni: non ho avuto la possibilità di vivere la primavera se non vedendola dalla finestra o quando uscivo per fare la spesa, l’estate è stata del tutto assorbita dalla preparazione dei progetti per gli esami, l’autunno è stato risucchiato dai ritmi di una didattica a distanza densa e senza pause, ed è arrivato l’inverno. Mi sembra di essere tornata a respirare solo adesso, sapendo che tutti gli elaborati per l’appello d’esami di gennaio sono conclusi e consegnati, e non resta che attendere gli esiti. Sento il bisogno fisico di fermarmi e ritrovare le cose che sono sfuggite al mio sguardo e rimaste da parte, mentre correvo a testa bassa per stare dietro alle cose da fare. A dicembre ero convinta che non ce l’avrei fatta a rispettare la scansione che mi ero promessa per sostenere gli esami, ma adesso che comincio a vedere la cima della montagna non sembra più così irraggiungibile, e mi sembra di avere perfino abbastanza tempo per riposare e rifocalizzarmi non solo sul cammino da compiere, ma anche su me stessa e su quello che ho realizzato finora.

Anche se il 2020 è stato difficile, mi reputo fortunata. Essendo una persona abbastanza introversa, le cui ‘batterie sociali’ si esauriscono rapidamente a contatto con le altre persone e per cui la solitudine e lo spazio personale sono importanti per il mio equilibrio, non ho risentito particolarmente del primo lockdown. Durante uno dei corsi del semestre appena trascorso, ci è stato chiesto di scrivere una riflessione personale su come abbiamo vissuto la pandemia e cosa ne abbiamo tratto. Credo che valga la pena riportarla qui perché rende l’idea di cosa abbia rappresentato per me questo anno anomalo.

“La domanda a cui mi appresto a rispondere, l’implicito che aleggia sul foglio bianco, è come la pandemia da Covid-19 abbia trasformato la mia vita e come io l’abbia affrontata, e per estensione qual è stato l’impatto e quali risorse abbia innescato, o fatto scaturire, nella mia generazione.
Non posso affrontare questa domanda senza partire da me, e nello specifico dalla mia visione del mondo. Non studierei sociologia se non volessi cambiare il mondo, e se non credessi che il mondo può essere reso un posto migliore. Credo che questo sia possibile solo tessendo reti dall’impegno individuale al cambiamento collettivo, per affrontare i problemi a ogni scala a cui si presentano. Questa prospettiva, che qui non posso che delineare nei suoi contorni più ampi, si traduce in un’ottica sulla vita mossa da un profondo senso di dovere e responsabilità nei confronti di questi problemi: non sentirei di stare vivendo nel modo giusto se non infondessi consapevolezza e responsabilità nelle mie scelte, se non cercassi di essere all’altezza dei miei ideali nella quotidianità. Quando voglio ricordare a me stessa di stringere i denti e fare la cosa giusta, sono alcuni versi di canzoni a incarnare questa motivazione: “I know that I must do what’s right/sure as Kilimangiaro rises like Olympus over the Serengeti” (Africa, Toto); “It all seems so stupid/It makes me want to give up/But why should I give up/When it all seems so stupid?” (Shame, Depeche Mode).
Fondamentalmente, tutto questo è per dire che mi sento una guerriera, nella vita, impegnata a combattere una battaglia per tracciare il mio sentiero e costruire qualcosa con la mia vita che abbia un significato che va oltre me stessa e che, quando sarà arrivato il momento di fermarmi e di guardare indietro verso il sentiero che avrò percorso, mi farà sentire di aver fatto la mia parte e di poter riposare con il cuore fiero nella consapevolezza di non aver vissuto invano.
La pandemia non ha fatto altro che rafforzare questa mia determinazione, e in questo senso posso dire di averla vissuta bene. In parte è anche merito delle circostanze: ho avuto la fortuna di poter trascorrere il primo lockdown con il mio compagno, con il quale ho una relazione a distanza che dura ormai da nove anni. Non avevamo mai trascorso così tanto tempo assieme, scherzando mi sono trovata a definire il lockdown come una ‘prova tecnica di convivenza’ e insieme ci siamo resi conto che possiamo farcela, che nella quotidianità dello stare insieme ci rafforziamo a vicenda e ci rendiamo persone migliori, sostenendoci reciprocamente nell’impegno di fare la cosa giusta, che sia fare allenamento tra una lezione e l’altra oppure andare a fare la spesa a piedi. Nel complesso, del primo lockdown porto ricordi felici, in cui l’orizzonte ristretto di quel piccolo appartamento è stato per me un nido in cui immaginare concretamente il futuro di quando io e lui potremo vivere insieme, un orizzonte che, con il passare del tempo, desideriamo sempre più ardentemente sentire vicino, pur nella consapevolezza che prima di compiere questo passo dovremo avere un piano e tutte le risorse per portarlo a termine. Il tempo del lockdown è scandito da alcune immagini, l’erba nelle aiuole che cresceva rigogliosa senza nessuno a tagliarla, i papaveri sul ciglio della strada, svegliarsi presto sapendo di poter camminare fino dal panettiere per ritirare la Magic Box settimanale di prodotti da forno, sedersi sul muretto che delimita i confini del balcone al tramonto per leggere e sentire il sole sulla pelle, gli abbracci prima di dormire, le videochiamate con le amiche.
Quando sono tornata a casa, con la riapertura, con la valigia in mano in una stazione ferroviaria deserta, ho sentito un forte senso di nuovo inizio, di rinnovamento. Nel corso dell’estate, ho fatto un punto di cercare di impegnarsi più di prima nella mia quotidianità, anche per supplire alla mancanza di quelle forme di impegno collettivo che rendono tangibile l’appartenenza condivisa a una comunità. La cosa che mi è mancata più di tutte è stata Puliamo il Mondo, la giornata in cui si gira con guanti e sacchi della spazzatura per raccogliere l’immondizia ai margini delle strade che portano fuori dal paese, verso la campagna. Nel mio paese, ci sono sempre due squadre: i genitori con i bambini restano in paese e raccolgono piccoli rifiuti, mentre una squadra di volontari “tosti”, come ci definiamo ridendo, si inoltra verso le aree dove per raccogliere la spazzatura bisogna calarsi nei fossi e nelle macchie di bosco dove persone poco dotate di spirito civico abbandonano grandi quantità di rifiuti.
Mi è mancata questa dimensione dell’impegno collettivo, così ho preso l’abitudine di raccogliere i rifiuti portando una borsa della spesa con me ogni volta che avevo qualche commissione da svolgere. Zaino in spalla, guanti da lavoro e bicicletta, ho pensato spesso al valore della circolarità di tutte quelle bottiglie di vetro e lattine di alluminio che ritornano nel circuito del riciclaggio per trovare nuova vita. Dovremmo tutti pensare maggiormente in termini circolari, tornare a sentirci “tutti collegati nel grande cerchio della vita”, percepirci come parte di un ecosistema vulnerabile e di una comunità vulnerabile per altri versi, ricordarci che dobbiamo restituire per quello che ci è stato dato, per quello che ci preesiste e che senza di noi non è scontato che continui a esistere.
Non posso dire davvero come la mia generazione abbia affrontato la pandemia, ma credo che quello che ho percepito attorno a me, a partire dalla mia esperienza, è che per noi è stato più facile adattarci al nuovo orizzonte, alla nuova dimensione della socialità a distanza. Lo abbiamo fatto non perché non sentiamo la mancanza dei rapporti in carne e ossa, ma perché collettivamente il nostro spirito è stato quello di una promessa di ritrovarci – quando tutto questo sarà finito, allora potremo riabbracciarci, nel mentre…I know that I must do what’s right.
Ho percepito un grande spirito di adattamento e determinazione, anche in coloro che hanno dovuto compiere scelte drastiche dall’oggi al domani, decidere dove trascorrere i mesi successivi, su quale luogo e dimensione poggiare i piedi in attesa di poter ripartire. Io stessa, all’inizio di questo secondo lockdown, ho esitato molto nel decidere se restare a casa con i miei genitori o fare la valigia, prendere il treno e correre dal mio compagno prima che i metaforici cancelli si chiudessero. Ho scelto di restare, sapendo che non lo rivedrò almeno fino a gennaio, ma in realtà chi può dirlo? Ho scelto di restare, perché I know that I must do what’s right.
Credo che per la mia generazione, per i millennial, la pandemia non abbia schiacciato gli orizzonti in modo drastico perché tutti noi avevamo già messo in conto che il futuro sarebbe stato incerto, complicato, da affrontare passo dopo passo. Per contesto, io sono del 1995: avevo 13 anni quando la crisi economica del 2008 ha colpito, facevo la terza media. Prima di congedare la mia classe, la professoressa di lettere ci diede un decalogo intitolato “Dieci regole per avere un futuro”, stampato su un foglio A3. È stato un po’ il simbolo del fatto che il futuro sarebbe stato una strettoia, qualcosa per cui combattere, qualcosa per cui essere preparati. Per anni l’ho tenuto come un poster appeso all’armadio, come monito: niente ci sarà dato, niente sarà facile, dovremo conquistarci l’orizzonte a cui aspiriamo passo dopo passo, come una montagna da scalare.
Ancora oggi, quando guardo al futuro vedo una battaglia da combattere, un cambiamento da costruire, un orizzonte da conquistare. Niente è cambiato con la pandemia: tutto quello che come generazione abbiamo ereditato è tanto lavoro da fare.
Un’altra cosa che ho tenuto per anni appesa sull’armadio, è un’altra citazione dei Depeche Mode:

You can’t change the world
But you can change the facts
And when you change the facts
You change points of view
If you change points of view
You may change a vote
And when you change a vote
You may change the world

(Depeche Mode, New Dress)
Non se questa sia una risposta alla domanda. Spero che renda l’idea.”

 

Sentiero fra le colline, Parco del Curone. Andare avanti, con fiducia e determinazione, ma fermarsi a guardare il paesaggio. 

PS: Ho trovato riflessioni molto illuminanti sullo scenario che stiamo attraversando e sulle sue implicazioni in questo numero speciale della rivista dell’Associazione Italiana di Sociologia, Sociologia Italiana. Tutti gli articoli sono disponibili integralmente online e scaricabili in formato .pdf.

Un addio, o forse un arrivederci – e qualche citazione

Cari lettori,
come potreste sapere, WordPress ha recentemente stabilito la migrazione permanente dal vecchio editor di testi a uno nuovo, molto meno intuitivo e molto più scomodo. Fra gli sviluppatori e la comunità dei blogger si sono levate proteste e sono stati elaborati degli strumenti volti a disattivare in modo permanente le nuove funzionalità, giusto per dirvi quanto sono state “apprezzate”. Tuttavia, questi strumenti operano tramite plugin, e l’accesso a questi plugin non è possibile con un piano gratuito. Non ho in questo momento soldi da spendere per fare l’upgrade a un piano a pagamento, e non intendo dare dei soldi a WordPress per potere ottenere l’annullamento di una modifica che WordPress ha imposto a discapito del volere dei suoi utenti. 

Io ho sempre scritto post molto lunghi, e con questo nuovo editor di testi ciò è diventato più difficile e macchinoso, e onestamente sono molto contrariata dal fatto di dover litigare con uno strumento per un’attività che svolgo nel mio tempo libero, che fra l’altro è sempre più ridotto ai minimi termini. A questo punto la soluzione credo che possa essere quella di chiudere il blog, almeno temporaneamente, almeno finché non avrò più tempo per respirare e compiere il processo di adattamento a questo nuovo editor. Intendo far rimanere accessibile tutto quello che ho scritto in questi otto anni di esistenza del blog, ma chiudere i commenti per segnalare il fatto che si tratta – da oggi in poi – di un blog non più attivo. 

Negli ultimi mesi l’attività di questo blog è stata pressoché inesistente e di questo vorrei scusarmi con tutti voi, chi mi segue e chi è capitato qui per caso. A tutti voi, vorrei lasciare come saluto una serie di citazioni che ho raccolto negli ultimi mesi e che rappresentano per me gemme di pensiero e ispirazione da conservare e rileggere di tanto in tanto. La raccolta di citazioni è un po’ un cliché da blog, ma è bello trovare qualcosa nelle parole di altri che ci aiuti ad andare avanti, e in questi tempi difficili e gravosi estendere l’orizzonte del nostro pensiero oltre l’oscurità è, credo, qualcosa da cui tutti potremmo trovare un briciolo di conforto. Ecco perciò un po’ di citazioni in ordine sparso.

  • Chi ha la fortuna di nascere benestante, secondo alcuni avrebbe il ‘dovere’ di vivere da conservatore, o da colonialista, da fascista. Se vive da progressista, se pratica solidarietà, se non è razzista, è un fottuto radical chic. E se è femmina è una troia” (Nicola Piovani).
    Questa citazione non è proprio una gioia, ma mi ricorda una frase di Max Pezzali: “Ti potranno dire che non può esistere/niente che non si tocca o si conta o si compra perché/chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te” (dalla canzone Ci sono anch’io, che fra l’altro è stata usata nella colonna sonora del film Disney Il pianeta del tesoro, uno dei miei preferiti). Non dobbiamo permettere a nessuno di portarci via la solidarietà, l’impegno civico, il desiderio di rendere il mondo un posto migliore. Non dobbiamo cedere alla retorica dell’egoismo e dell’indifferenza, perché quando usciremo da questa pandemia ci sarà ancora più lavoro da fare per ricostruire una società gravemente provata da problemi strutturali che in questi mesi sono solo peggiorati. Il mio ottimismo ha sempre preso la forma della voglia di lottare. 
  • Quella che pare una rinuncia alla leggerezza, è in realtà una liberazione: significa darsi la possibilità di essere la versione sempre migliore di sé stessi” (Marzia D’Amico).
    Un’altra citazione nello spirito della precedente: voler lottare e impegnarsi per rendere il mondo un posto migliore significa portare un peso, ma è anche qualcosa che apre un orizzonte all’interno del quale nei giorni migliori si può trovare una forza immensa. Che è quello che auguro a tutti voi, di trovare dentro di voi le risorse che vi facciano risplendere e vi guidino. 
  • Assorbi e butti fuori, assorbi e butti fuori, ti metti in gioco, ti guardi dentro, non ti piaci, ti vomiti addosso responsabilità che non hai, poi ti riguardi riinizi a piacerti e, più o meno, vai avanti così per tutta la vita e continui quel viaggio […]. Ora i miei piedi si muovono diversamente, hanno una direzione decisa, anche se non so dove mi porteranno, a volte si fermano e battono la pianta sul pavimento, come se fossero in attesa. In attesa poi di cosa non si saprà mai credo, ma l’attesa accompagna e crea aspettative che oh, prima o poi, qualcosa di bello tornerà eh” (Manuela, L’estate dei trentenni). 
    Questa citazione mi parla del desiderio di rinnovamento e dell’energia sopita dentro di noi, in attesa. Vi auguro di trovare un modo di indirizzare quell’energia, di renderla un’energia creativa che nutre e trasforma, che aiuta e sostiene, che ci porta avanti con il nostro percorso e ci aiuta ad affrontare la fatica. Trovare questa energia c’entra con il trovare noi stessi, un’impresa non facile ma necessaria. 
  • …e una mente aperta che ricordo a tutti, non essere una frattura del cranio ma semplicemente un modo per sopravvivere e per accogliere nuove idee e nuovi progetti” (Manuela, L’estate dei trentenni). 
    Siamo tutti schiacciati da una quotidianità che sembra divenuta l’unico orizzonte, ma l’apertura mentale ci aiuta a guardare oltre noi stessi e oltre il presente. 
  • Non so e non credo che il body shaming sulle donne finirà. So però che è essenziale non farsene spezzare. Per ogni ‘cesso’ e ‘scrofa’ che riceviamo, l’antidoto è ricordare la forza che quelle parole vorrebbero spegnere. La bellezza che sappiamo riconoscere in noi stesse è la fonte della libertà che vorrebbero negarci” (Michela Murgia). 
    Forse il vostro ostacolo non è il body shaming, ma tenete stretta la consapevolezza della vostra forza luminosa, delle vostre qualità. Non permettete a nessuno di tentare di spezzarvi, e quando succede, vi auguro di riuscire a trovare la forza di rialzarvi nella consapevolezza che il mondo non può essere lasciato agli stronzi. Mai.
  • Però, non abbiate paura del potere. All’inizio della mia carriera, non avrei mai detto che ne desideravo di più. Mi sembrava un sinonimo di compromesso, prevaricazione, arroganza. Una cosa poco pulita, non una legittima aspirazione. Ma il potere è un mezzo: significa decidere. Diventa sporco se lo usano persone corrotte. Resta maschile se solo gli uomini lo maneggiano. Non è né buono né cattivo: dipende cosa ne fai quando ce l’hai. Imparate a gestirlo: offre l’opportunità di migliorare le condizioni di tutti” (Lilli Gruber). 
    Un’altra citazione nel filone ‘il mondo non può essere lasciato agli stronzi’. Che è uno stato d’animo, di determinazione e consapevolezza del proprio valore, che di nuovo auguro a tutti.
  • Stop leaving the big dreams for the millionaires” (Kumiko Love). 
    Il potere resta concentrato nelle mani dei ricchi per tanti fattori strutturali, ma ciò è molto più facile se ci convinciamo di non avere alcun potere di cambiare le cose, di aspirare a una realtà più equa, più solidale. Il primo passo per rivendicare un cambiamento è credere che valga la pena lottare per un sogno.
  • La speranza è qualcosa che si impara a esercitare quando si è incoraggiati a farlo. Non nasce da sola e può anche esaurirsi, se non viene usata. Serve allora un ambiente politico, sociale e culturale dove le persone sono abituate a sperare. Perché è dalla speranza che discendono poi le diverse immagini di futuro, così come la spinta e la possibilità di negoziarle” (Arjun Appadurai). 
    Naturalmente, non credo che una sola persona abbia il potere di cambiare le cose: il cambiamento è un processo che deve coinvolgere le comunità, estendersi oltre l’individuo, essere preso per mano e nutrito per farlo crescere. La speranza deve tradursi in impegno per non appassire e morire. L’impegno deve essere visibile e condiviso per ispirare gli altri. Questo è ciò che possiamo fare da soli, ma il resto lo possiamo fare solo insieme. 

Spero che questa raccolta di citazioni, che è anche un viaggio nel mio stato d’animo degli ultimi mesi, possa essere qualcosa che porterete con voi, magari trascrivendo qualcuna di queste frasi sull’agenda o su un post-it da appendere in giro. Qualunque cosa succeda, vi auguro di avere la possibilità di riuscire a uscirne. Nel mentre, take care & stay safe

Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 7)

Di nuovo, devo scusarmi con chi sta seguendo serie per la mancanza di aggiornamenti tempestivi: spero sempre di poter rimediare, ma la vita si mette di mezzo. Considerando quanti blog sono definitivamente morti per gli stessi motivi, spero di trovare comprensione. Per riassumere: questa è una serie di post, ormai arrivata alla settima puntata, che intende offrire una trattazione punto per punto del saggio Representation: Cultural Representations and Signifying Practices (1997), a cura di Stuart Hall. La sesta puntata ha riguardato la distinzione fra approccio semiotico e approccio discorsivo alla rappresentazione e come il contributo di Roland Barthes abbia svolto il ruolo di giunzione fra questi due approcci, il secondo dei quali è stato elaborato principalmente da Michel Foucault. Con l’aiuto di Laclau e Mouffe, abbiamo cercato di comprendere meglio il framework di Foucault: spero di esserci riuscita, perché si tratta di un pilastro importante del costruzionismo sociale e di uno sguardo sulla realtà che richiede una curva d’apprendimento inizialmente ripida e controintuiva, ma che è in grado di illuminare aspetti del funzionamento della società che non possono essere compresi altrimenti. In ogni caso, la sezione commenti è aperta a discussioni sia sugli aspetti più teorici che sulle possibili direzioni di riflessione che sorgono da questi argomenti, e io cercherò di rendere comprensibile quello che sto cercando di dire al meglio delle mie possibilità.

Eravamo rimasti a un’importante acquisizione della prospettiva costruzionista: “gli oggetti fisici esistono, ma non hanno alcun significato fisso [intrinseco]: essi assumono significato e diventano oggetti di intelligibilità solo all’interno del discorso“. Abbiamo fatto l’esempio delle regole del calcio come costruzione discorsiva che rende una palla un pallone da calcio, e quindi regola le pratiche attorno a quella palla: ad esempio, il fatto che a tutti i giocatori fuorché il portiere sia proibito toccare la palla con le mani. Quello con cui noi esseri umani pensiamo quindi non è la realtà materiale degli oggetti, ma i significati e i discorsi che li rivestono e che sono per noi come l’acqua per i pesci, qualcosa in cui siamo immersi e senza cui non possiamo esistere. Noi pensiamo parole, e abbiamo visto cosa sono le parole – segni che hanno senso all’interno delle mappe concettuali costruite dalla nostra cultura. E, più in grande, noi pensiamo idee e discorsi che circolano nella società e che noi possiamo assorbire, rielaborare, criticare, ma che sono il paesaggio di pensiero entro cui noi ci collochiamo, e noi non possiamo esistere nel vuoto, perciò non possiamo pensare al di fuori di questo paesaggio, così come non possiamo pensare senza un linguaggio. Nel pensiero di Foucault, ci riassume Hall, “la conoscenza riguardo e le pratiche attorno a tutti questi argomenti […] non esisteva e non poteva esistere in modo significativo al di fuori di specifici discorsi, ovvero al di fuori dei modi in cui essi venivano rappresentati nel discorso, prodotti dalla conoscenza e regolati dalle pratiche discorsive e dalle tecniche disciplinari di una particolare società ed epoca”. L’espressione cruciale qui è “in modo significativo”: le cose esistono là fuori, ma quello che conta sono le condizioni che ci rendono possibile comprenderle, afferrarle, pensarle, le condizioni della loro intelligibilità.

Foucault era interessato anche al “modo in cui la conoscenza era messa in opera attraverso pratiche discorsive in specifici contesti istituzionali per regolare la condotta degli altri”, ovvero alla relazione fra conoscenza e potere, e al “modo in cui il potere operava all’interno di ciò che ha chiamato un apparato istituzionale e le sue tecnologie (tecniche)”. Prendiamo un esempio, quello dell’apparato istituzionale che punisce il crimine: esso si fonda su “discorsi, istituzioni, arrangiamenti architettonici, regolamenti, leggi, misure amministrative, affermazioni scientifiche, affermazioni filosofiche, moralità, filantropia, ecc. L’apparato è sempre inscritto in un gioco di potere, ma è anche sempre collegato a certe coordinate di conoscenza. Questo è ciò in cui l’apparato consiste, strategie di relazioni di forze che supportano e sono supportate da forme di conoscenza”, scriveva Foucault. Pensiamo a un pezzo di Discorso che ha plasmato, come ci insegnano a scuola, in modo forte la nostra concezione di qual è lo scopo del carcere e, quindi, come il carcere deve essere organizzato: la famosa opera Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, pioniere della concezione rieducativa della pena che è tutt’ora inscritta nella nostra Costituzione (Art 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”). Questo è un Discorso sul crimine, ma non è l’unico possibile: sono sicura che avremo sentito tutti dei discorsi populisti su come i carcerati siano uno spreco di risorse dello Stato, discorsi deumanizzanti per cui queste persone sono feccia con merita nulla, discorsi a favore della pena di morte. A seconda del Discorso che lo Stato sceglie di seguire nei suoi principi e nelle sue leggi, l’organizzazione del sistema carcerario sarà molto diversa, e questo è un esempio molto visibile del legame fra conoscenza (chi è il criminale, perché si delinque, cosa bisogna fare per ridurre il crimine) e potere (come puniamo i criminali).

Il tassello successivo di questa relazione fra conoscenza e potere riguarda i corpi: Foucault ha orientato la sua attenzione sulle relazioni fra conoscenza, potere e corpo nella società moderna, convinto che la conoscenza sia inestricabilmente avvinta in relazioni di potere dal momento che essa viene applicata alla regolazione della condotta sociale nella pratica. Qui Hall sente il bisogno di fare una distinzione fra la posizione marxista sulla relazione fra conoscenza e potere e quella foucaultiana: “Marx ha sostenuto che, in ogni epoca, le idee riflettono la base economica della società, e quindi le ‘idee dominanti’ sono quelle della classe dominante che governa un’economia capitalista, e corrispondono ai suoi interessi dominanti. L’argomento principale di Foucault contro la teoria marxista classica dell’ideologia è che essa tendeva a ridurre tutte le relazioni fra potere e conoscenza a una questione di potere di classe e di interessi di classe. Foucault non negava l’esistenza delle classi, ma era fortemente contrario a questo elemento di riduzionismo economico o di classe […]. Il marxismo tendeva a porre in contrasto le ‘distorsioni’ della conoscenza borghese con le proprie pretese di ‘verità’ – la scienza marxista. Ma Foucault non credeva che alcuna forma di pensiero potesse reclamare uno status di verità assoluta di questo tipo, al di fuori del gioco del discorso. Tutte le forme di pensiero politico e sociale, secondo lui, erano inevitabilmente avvinte nel gioco reciproco di conoscenza e potere”. Naturalmente, il pensiero marxista non si è fermato a Marx, e uno sviluppo successivo importante per contestualizzare il nostro discorso è quello della nozione di egemonia di Antonio Gramsci – che in Italia è noto principalmente come martire dell’antifascismo, ma all’estero è un nome che ricorre nelle scienze sociali proprio per l’elaborazione di questo concetto di egemonia -, che Hall spiega in questi termini: “La nozione [di egemonia] di Gramsci era quella secondo cui gruppi sociali specifici lottano in molti modi diversi, incluso il piano ideologico, per vincere il consenso degli altri gruppi e perseguire una sorta di ascendente su di loro sia nel pensiero che nella pratica”.

Il pensiero di Foucault si distingue da quello marxista/gramsciano perché ritiene “non solo che la conoscenza sia sempre una forma di potere, ma che il potere sia implicato nelle questioni di se e in quali circostanze la conoscenza debba essere applicata o meno. Questa questione dell’applicazione e dell’efficacia del potere/conoscenza era più importante, secondo lui, della questione della sua ‘verità’. La conoscenza legata al potere non solo assume l’autorità di essere ‘la verità’, ma ha il potere di rendersi vera. Tutta la conoscenza, una volta applicata nel mondo reale, ha effetti reali, e almeno in quel senso ‘diventa vera’. La conoscenza, una volta usata per regolare la condotta altrui, implica dei vincoli, delle regole e il disciplinamento delle pratiche. Quindi, ‘Non c’è relazione di potere senza la correlata costituzione di un campo di conoscenza, né alcuna conoscenza che non presupponga e costituisca al contempo delle relazioni di potere’ (Foucault, 1977a)”. Non è semplice comprendere la portata di queste affermazioni, ma Hall è un’ottima guida e ci offre questa spiegazione: “La conoscenza non opera nel vuoto. È messa al lavoro, attraverso certe tecnologie e strategie di applicazione, in situazioni specifiche, contesti storici e regimi istituzionali. Per studiare la punizione, occorre studiare come la combinazione di discorso e potere – potere/conoscenza – ha prodotto una certa concezione del crimine e del criminale, ha avuto certi effetti concreti sia per il criminale che per colui che punisce, e come questi sono stati messi in pratica in certi regimi di prigionia storicamente specifici”. Foucault ha parlato di questa applicazione della conoscenza come di “formazioni discorsive che sostengono un regime di verità”, e Hall ci offre un ulteriore esempio: “può essere o non essere vero che essere figli di genitori single inevitabilmente conduce alla delinquenza e al crimine. Ma se tutti credono che sia vero, e puniscono i genitori single di conseguenza, questo avrà conseguenze reali sia per i genitori che per i bambini e diventerà ‘vero’ in termini di effetti concreti, anche se in un qualche senso assoluto non è mai stato dimostrato irrefutabilmente”. In un’epoca di fake news, post-verità e disinformazione, Hall ci dà un valido motivo per cui è importante che le affermazioni che hanno basi scientifiche, al di là delle questioni epistemologiche che ne definiscono la verità, circolino nella conversazione collettiva come formazioni discorsive dotate di autorevolezza, perché è all’interno del Discorso che si plasmano le rappresentazioni che orienteranno le decisioni. Se restiamo all’esempio, lo Stato potrebbe decidere di applicare politiche favorevoli alle ‘famiglie tradizionali’ e tentare di penalizzare i divorzi nella convinzione che i benefici sociali del crescere con due genitori debbano essere protetti, e questo potrebbe avere conseguenze negative per le donne vittime di violenza domestica, che potrebbero avere meno risorse – sia economiche, che di credibilità – per lasciare compagni abusanti e rivendicare la custodia dei figli in tribunale. Questo già succede, anche se il legame con la formazione discorsiva sui danni del crescere con un solo genitore è solo un esempio – per sapere su quali formazioni discorsive i legislatori basano le loro decisioni, bisogna fare lunghe e rigorose ricerche sugli atti parlamentari, incluse le audizioni presso le commissioni competenti, e sul modo in cui le proposte di legge sono presentate sia in Parlamento che ai media e quindi ai cittadini.

Ma torniamo a Foucault. Egli ha affermato: “Ogni società ha il suo regime di verità […]; ovvero, i tipi di discorso che accetta e fa funzionare come veri, i meccanismi e le istanze che consentono a una persona di distinguere le affermazioni vere da quelle false, i mezzi con cui ognuna di loro riceve sanzione e lo status di coloro che hanno il compito di stabilire ciò che conta come vero” (Foucault, 1980). Nella nostra società, la scienza è senz’altro un regime di verità, ma lo sono anche l’essere portatori del Discorso di un’istituzione, il giornalismo e il sistema dei media, il sistema scolastico…e non è detto che tutti questi altri attori e istituzioni rispettino i criteri di verità e rigore della scienza come dovrebbero. Abbiamo esplorato il lato ‘conoscenza’ del binomio conoscenza/potere: immergiamoci ora più nel dettaglio nella concezione foucaultiana del potere: secondo l’autore, il potere circola ed è “dispiegato ed esercitato attraverso un’organizzazione reticolare” (Foucault, 1980) in cui tutti noi siamo avvinti, oppressori e oppressi. “Le relazioni di potere permeano tutti i livelli dell’esistenza sociale e quindi si trovano ad operare in ogni sito della vita sociale – nelle sfere private della famiglia e della sessualità tanto quanto nelle sfere pubbliche della politica, dell’economia e della legge. [Il potere] ‘non pesa solo su di noi come come una forza che dice di no, ma attraversa e produce cose, suscita piacere, forme di conoscenza, produce discorso. Deve essere pensato come un network produttivo che scorre attraverso l’intero corpo sociale (Foucault, 1980)”, spiega Hall. È una concezione complicata e controversa, su cui esiste un ampio spazio per essere in disaccordo, ma prima di tutto occorre mettere a fuoco qualche altro punto: “Senza negare che lo Stato, la legge, il sovrano o la classe dominante possano avere posizioni di dominio, Foucault sposta la nostra attenzione lontano dalle grandi strategie macro del potere, verso i piccoli circuiti localizzati, le tattiche, i meccanismi e gli effetti attraverso cui il potere circola [i quali] connettono il modo in cui il potere lavora sul terreno alle grandi piramidi del potere attraverso quello che lui chiama un movimento capillare”, chiarisce Hall. È un approccio che il femminismo comprende bene, se pensiamo per esempio a come il dominio maschile patriarcale si esprime capillarmente attraverso sia le discriminazioni istituzionalizzate, sia nelle pratiche e nei codici che connotano un’interazione, un ambiente, come ostile e sottilmente minaccioso per le donne. La paura di camminare per strada da sole di notte è un’espressione del potere maschile che si imprime sui corpi delle donne – non possiamo impedirci di avere paura, non possiamo espungere la nostra vulnerabilità fuori da noi come se il potere non avesse peso o effetto, possiamo solo lottarci contro ogni volta – e una perfetta espressione di quella che Foucault chiama “microfisica del potere”. Il patriarcato sarebbe molto meno resistente se si esprimesse solo a livello macro, ma non condizionasse l’esperienza e il sentire delle donne nella loro quotidianità, nel loro privato, nelle loro percezioni.

Questo approccio al potere lo “radica in forme di comportamento, corpi e relazioni locali di potere che non dovrebbero affatto essere viste come una semplice proiezione del potere centrale” (Foucault, 1980). La paura di camminare per strada da sole di notte non è un’emanazione della struttura sociale patriarcale, ma è una specifica forma di potere attraverso cui il patriarcato agisce e si mantiene in essere, così come i capillari (per restare nella metafora) non sono una proiezione delle grandi vene e arterie, ma un loro complemento, la parte del sistema dove si svolge la funzione cruciale di scambio ossigeno/anidride carbonica a livello cellulare. Come dicevamo, è il corpo il sito della lotta fra le diverse formazioni di conoscenza/potere, l’oggetto su cui si applicano le tecniche di regolamentazione, e “Formazioni discorsive e apparati differenti dividono, classificano e inscrivono il corpo in modi diversi nei loro rispettivi regimi di potere e ‘verità’. […] Naturalmente questo ‘corpo’ non è semplicemente il corpo naturale che tutti gli esseri umani possiedono in ogni epoca. Questo corpo è prodotto all’interno del discorso, secondo le differenti formazioni discorsive – lo stato della conoscenza […], ciò che conta come ‘vero’ […], gli specifici apparati e tecnologie […]. Questa è una concezione radicalmente storicizzata del corpo – una sorta di superficie su cui i differenti regimi di potere/conoscenza inscrivono i loro significati ed effetti. Essa pensa il corpo come ‘totalmente plasmato dalla storia e dai processi storici di decostruzione del corpo’ (Foucault, 1977a)”, chiarisce Hall. Il modo in cui in una data epoca storica e in un dato contesto sociale siamo socializzati imprime stratificazioni di significati sui corpi che dipendono da specifiche formazioni discorsive, alcune dominanti, altre in opposizione alle prime. In alcuni casi questo atto di imprimere è letterale: pensiamo alla vergogna, che come abbiamo appreso nella serie su Pierre Bourdieu e la sua fondamentale opera Il dominio maschile, è un’emozione corporea prodotta da processi sociali di creazione di stigma, per cui è il fatto che qualcosa sia socialmente visto come negativo, imbarazzante, umiliante o sporco che ci fa vergognare di quella cosa, mentre magari sarebbe del tutto indifferente in un contesto in cui non assume quelle connotazioni. Un altro esempio sono le forme dell’immaginario collettivo che ci portano a erotizzare – ad attribuire significati di desiderabilità sessuale e bellezza – certe forme del corpo piuttosto che altre, che chiaramente cambiano attraverso le epoche e le società.

Il radicare gli effetti dei dispositivi di potere/conoscenza nella corporeità è un modo per radicarli anche in particolari contesti sociali e storici, restituendo alla questione delle rappresentazioni e dei discorsi un ancoraggio alla materialità: non è un caso che Foucault si sia occupato di sessualità, di follia e di regimi punitivi, ambiti in cui la costruzione di soggetti emerge fortemente dall’applicazione di norme conoscitive e regolative ai corpi, in cui il potere si esprime nella capacità di dire e fare sul corpo delle ‘vittime’, di produrre discorsi e pratiche che si riflettono esplicitamente sul corpo.

Nella prossima puntata parleremo meglio di questo aspetto analizzando alcuni esempi e concluderemo il capitolo, ripercorrendo il filo del discorso sviluppato in queste otto puntate. La sezione commenti, come ho già avuto modo di dire, resta aperta per voi.

Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 6)

È trascorso parecchio tempo dall’ultima puntata di questa serie, che consiste in una trattazione sistematica del saggio Representation: Cultural Representations and Signifying Practices (1997), a cura di Stuart Hall. Mi scuso per l’assenza, ma la vita (e, in questo caso, gli esami) tende a mettersi spesso in mezzo ai piani per un aggiornamento regolare degli spazi online, soprattutto per coloro come me per cui un blog è un passatempo e non una parte importante della presentazione di sé professionale. In ogni caso, eravamo rimasti alla trattazione dell’approccio semiotico al linguaggio e, per estensione, al costruzionismo sociale, avviato dalla distinzione fra langue e parole che dobbiamo a Ferdinand de Saussure, che ha posto il focus sull’interpretazione come operazione necessaria per comprendere i significati, che si danno solo all’interno dei codici linguistici e culturali, i quali quindi non hanno il potere di cristallizzare un unico significato immutabile, ma sono sistemi aperti al cambiamento. Abbiamo inoltre accennato a come Clifford Geertz ha fondato il suo concetto di cultura – il più influente nelle scienze sociali contemporanei – proprio sull’idea che la cultura sia un insieme di testi scritti attraverso le azioni sociali e interpretabili attraverso l’interpretazione che gli attori sociali fanno dei significati che circolano nella loro cultura, significati sulla base dei quali essi agiscono e comprendono la realtà.

Oggi sviluppiamo il ragionamento a partire da questo punto. “Nell’approccio semiotico” – spiega Stuart Hall – “non solo le parole e le immagini, ma anche gli oggetti stessi possono fungere da significanti nella produzione di significato”. L’esempio che l’autore propone è quello dei dress code, per cui certe combinazioni di vestiti sono state associate a certi significati che noi siamo in grado di interpretare nel momento in cui li vediamo indossati. Per esempio, giacca e cravatta rappresentano formalità, professionalità, autorevolezza e sobrietà su un uomo; su una donna, rappresentano eleganza androgina e in un certo una presa di posizione nei confronti dei ruoli di genere che tuttavia non è ‘urlata’, ma è come uno svolazzo su una presentazione di sé che resta all’interno dei codici che giacca e cravatta trasmettono se indossate dagli uomini. Anfibi e giacca di pelle sono sempre più spesso associati all’idea di una femminilità combattiva, grintosa, da guerriera, e così via. Nei termini della semiotica, i vestiti sono significanti e i concetti (formalità, femminilità combattiva, eleganza) significati che essi trasmettono per il tramite dei codici (culturalmente definiti) della moda, che “convertono i vestiti in segni, che possono poi essere letti come un linguaggio. Nel linguaggio della moda, i significanti sono organizzati in certe sequenze, in certe relazioni reciproche. Le relazioni possono essere di somiglianza – alcuni capi ‘vanno insieme’ (ad esempio, scarpe casual con i jeans). Anche le differenze sono messe in risalto – non si porta la cintura di pelle con i capi da sera. Alcuni segni in effetti creano significato sfruttando la ‘differenza’: ad esempio, anfibi Doc Martens con una lunga gonna fluttuante. Questi capi di abbigliamento ‘dicono qualcosa’ – trasmettono un significato. Naturalmente, non tutti leggono la moda nello stesso modo. Ci sono differenze di genere, età, classe sociale ed etnia. Ma tutti coloro che condividono lo stesso codice della moda interpreteranno i segni più o meno allo stesso modo”, spiega Stuart Hall. Per interpretare il codice della moda, servono di nuovo i due sistemi di rappresentazione di cui abbiamo parlato: una mappa concettuale che ci permette di avere il concetto di ‘jeans’ o di ‘anfibi’ per designare uno specifico tipo di pantalone o di scarpa e le parole per dirlo, da una parte, e un codice culturale condiviso che associa ‘formalità, ‘eleganza’ a un abito da sera, ‘stile casual’ ai jeans, ‘stile rock’ agli anfibi e che rende i jeans o gli anfibi dei segni.

Roland Barthes ha definito denotazione il primo livello, quello in cui passiamo da un oggetto a un concetto a una parola e otteniamo i nostri jeans, all’interno di un codice linguistico (culturale) in cui io posso essere sicura che voi che leggete visualizzerete nella vostra testa un paio di pantaloni che, anche se non uguali a quelli che visualizzo io, appartengono alla stessa categoria; connotazione invece è il secondo livello, in cui i jeans diventano il segno dello stile informale all’interno di una classificazione concettuale convenzionale che li pone in relazione con campi semantici più ampi, con nozioni culturali come quella di ‘informalità’, entrando quindi a far parte di un codice più vasto e meno univoco. Ci può essere un consenso culturale più vasto su cosa la parola jeans designa piuttosto che su cosa i jeans rappresentano: lo spazio per elaborare significati per l’indossare i jeans e per interpretare ciò che gli altri trasmettono indossandoli è sempre più ampio, individualizzato, perché qui stiamo “iniziando a interpretare i segni completi nei termini dei più vasti regni dell’ideologia sociale – le credenze generali, i framework concettuali e i sistemi di valore della società” e a porre in relazione i jeans con la cultura, la conoscenza, la storia, e in questo modo “il mondo ambientale della cultura invade il sistema di rappresentazione” e rende il gioco di interpretazione complesso e non univoco.

L’analisi semiotica non può stabilire un’interpretazione univoca, definitiva e incontestabile. Lo slittamento di significato è parte del gioco, è parte del funzionamento del linguaggio e dei codici culturali e linguistici che mediano la relazione fra linguaggio e significati. Tuttavia, l’analisi ha validità se è “in grado di delineare precisamente i differenti passaggi attraverso cui il significato più ampio è prodotto”, spiega Hall. Il primo passaggio consiste nel mostrare come il significante e il significato formano un segno e qual è il messaggio che quel segno trasporta; nel secondo passaggio, il messaggio del segno diventa un significante ed è posto in relazione con un set di significati più estesi attinti dalla cultura in cui il segno sta dicendo quello che dice. In questo secondo livello di analisi, i messaggi o significati sono più elaborati e hanno una cornice ideologica, nel senso che provengono dalle idee che circolano nella cultura di una società e che in effetti circolano ‘attaccate’ a questi segni-divenuti-significati.

È grazie al contributo di Barthes che l’analisi semiotica è passata dal focalizzarsi su “come le singole parole fungono da segni nel linguaggio [all’] applicazione del modello linguistico a un set molto più ampio di pratiche culturali”, spiega Hall e in questo ha acquisito un carattere più interpretativo, in quanto il significato e la rappresentazione appartengono alla sfera culturale, nella quale agiscono individui che hanno una loro agency nell’interpretare e rielaborare significati. Un campo di analisi particolarmente fertile è stato quello che ha applicato l’approccio semiotico allo studio del modo in cui le rappresentazioni visuali trasmettono significato.

“Nell’approccio semiotico” – spiega Hall – “la rappresentazione era intesa sulla base del modo in cui le parole fungevano da segni all’interno del linguaggio. Ma […] in una cultura, il significato spesso dipende da unità di analisi più ampie – narrazioni, affermazioni, gruppi di immagini, interi discorsi che operano attraversando una varietà di testi, aree di conoscenza circa una materia che hanno acquisito un’autorità diffusa”. Il passaggio dall’interpretazione ‘ristretta’ della semiotica di Saussure, che riguardava il funzionamento formale del linguaggio, a quella più ‘ampia’ di Barthes, che riguardava interi prodotti culturali visuali, ha permesso all’approccio semiotico di avvicinarsi al mettere in relazione il testo con i concetti che circolano nel senso comune, nella cultura in senso ampio: quelli che Foucault chiamerà discorsi e formazioni discorsive. 

Da qui possiamo introdurre l’approccio detto appunto discorsivo. Esso considera la rappresentazione in quanto fonte di produzione di conoscenza sociale, cioè come un sistema aperto strettamente connesso con le pratiche sociali e con la questione del potere. In questo contesto, il potere riguarda la capacità di produrre discorsi che acquisiscano carattere di verità e di autorevolezza: l’esempio che fa Hall è del modo in cui i medici uomini avevano, nel tardo XIX secolo, il potere di produrre un discorso sull’isteria che sovrastava completamente ogni tentativo delle pazienti di comprendere e articolare la propria esperienza nei propri termini. Un discorso delle donne sui propri corpi sessuati articolato attraverso categorie diverse da quelle normative di una scienza medica patriarcale sarà possibile solo con il femminismo degli anni ’70, che elaborerà la pratica dell’autocoscienza per dare alle donne uno spazio per comprendere sé stesse e parlare delle proprie esperienze e del proprio sentire legato alla corporeità e all’essere donna proprio per poter creare le parole con cui pensare. Il fondatore di questo approccio è Michel Foucault, il cui interesse riguarda la produzione della conoscenza attraverso i discorsi, ovvero “come gli esseri umani comprendono sé stessi nella nostra cultura e come la nostra conoscenza del sociale, dell’individuo in quanto corporeità e dei significati condivisi viene prodotta nei differenti periodi storici” e quindi come le relazioni di potere plasmano discorsi che assurgono allo status di conoscenza vera e autorevole. Foucault affermò: “La storia che ci sostiene e ci determina ha la forma di una guerra piuttosto che quella di un linguaggio: relazioni di potere, non relazioni di significato”. Per Foucault, il discorso riguarda le regole e le pratiche sottese alle affermazioni che forniscono un linguaggio per parlare di qualcosa, ovvero per rappresentare la conoscenza di quella cosa: le forme della produzione di conoscenza attraverso il linguaggio. “Ma dato che ogni pratica sociale comporta il significato, e che i significati plasmano e influenzano ciò che facciamo […] tutte le pratiche hanno un aspetto discorsivo”, completa Hall. “Il discorso, secondo Foucault, costruisce l’argomento. Definisce e produce gli oggetti della nostra conoscenza. Governa il modo in cui si può parlare e ragionare in modo significativo di un argomento. Influenza anche come le idee sono tradotte in pratica e usate per regolare la condotta altrui. Così come un discorso ‘regola l’ammissibilità’ di certi modi di parlare di un argomento, definendo un modo di parlare, scrivere o comportarsi accettabile e intelligibile, così esso, per definizione ‘regola l’esclusione’, limita e restringe altri modi di parlare, di comportarsi in relazione all’argomento o alla costruzione di conoscenza attorno a esso”, spiega Hall.

Un discorso definisce il modo di pensare o lo stato della conoscenza di un certo momento storico e può essere rinvenuto in una molteplicità di testi, forme di condotta e istituzioni sociali. Un insieme di eventi discorsivi che si riferiscono allo stesso oggetto e hanno uno stile e una strategia comuni costituisce una formazione discorsiva. Il significato e le pratiche che hanno significato sono quindi prodotti all’interno dei discorsi, e non può esistere significato al di fuori del discorso. Per espandere questo punto, Hall si rivolge a Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, che scrivono: “ogni configurazione sociale è significativa” e illustrano questo fatto con un esempio: calciare un oggetto sferico per strada o calciare un pallone durante una partita di calcio non sono la stessa azione, perché la seconda è inscritta in un sistema di relazioni – socialmente costruite – che rendono la palla un pallone da calcio, la situazione una partita, lo sport che si sta giocando il calcio: “Il fatto che un pallone da calcio sia un pallone da calcio solo fintantoché è integrato all’interno di un sistema di regole socialmente costruite non significa che esso smetta di esistere come oggetto fisico”, ma naturalmente sono solo attribuzioni sociali che spiegano che quel tipo di palla è un pallone da calcio, che quella è una partita e non un allenamento, che fanno esistere il calcio come sport definito da una serie di regole. Il contesto dell’azione è definito dalla stratificazione di significati che la rendono intelligibile come un’azione di una partita di uno sport. Un altro esempio fatto dagli autori è che la stessa sfera di pietra acquisisce significati diversi se è una palla di cannone o una scultura. Di fatto sono le pratiche – che discendono dai discorsi – a costruire un’interpretazione di quella sfera di pietra, a porla in un contesto di significati. E allo stesso modo in cui il discorso costruisce la situazione ‘partita di calcio’, così costruisce la posizione di soggetto degli attori sociali all’interno della situazione: “è lo stesso sistema di regole che rende un oggetto sferico una palla da calcio che mi costruisce come un calciatore”. Naturalmente questa prospettiva solleva alcune domande: “Anche se accettiamo che il significato di un’azione dipenda da una configurazione discorsiva, l’azione stessa non è qualcosa di diverso dal suo significato?”. Per rispondere a questa domanda, gli autori partono da una distinzione linguistica, quella tra semantica (ciò che riguarda il significato delle parole), sintassi (ciò che riguarda l’ordine delle parole e le conseguenze che esso produce sul significato) e pragmatica (ciò che riguarda il modo in cui una parola è utilizzata nel concreto in certi contesti discorsivi) e ci invitano a riflettere su quanto nettamente il significato di una parola può essere separato dal modo in cui essa viene utilizzata. È davvero possibile? La risposta è no: il significato di una parola dipende dal contesto. Hanna Fenichel Pitkin ha scritto: “il significato e l’uso sono intimamente, inestricabilmente legati, perché l’uso aiuta a definire il significato. Il significato è appreso, e plasmato, dalle istanze di utilizzo; quindi anche il suo apprendimento e la sua configurazione dipendono dalla pragmatica. Il significato semantico è estrapolato da casi concreti di utilizzo di una parola inclusi tutti i numerosi e variegati giochi linguistici che si giocano con essa; quindi il significato è principalmente il prodotto della pragmatica” .

Da questo discende che ogni identità e ogni oggetto discorsivo sono costituiti nel contesto di un’azione. Anche i fatti naturali, gli oggetti di studio delle scienze dure come la fisica, la biologia o la geologia, sono al contempo fatti discorsivi, che ci sono intelligibili grazie a categorie e concetti che abbiamo coniato per designare aspetti della realtà che le parole isolano e fanno esistere: là fuori non esiste ‘la natura’, che è un concetto che si è sviluppato attraverso una costruzione sociale nel corso della Storia. Discorsivo non significa linguistico, significa che assume significato all’interno del discorso: “chiamare qualcosa un oggetto naturale è un modo di concepirlo che dipende da un sistema di classificazione. Di nuovo, questo non getta dubbi sul fatto che l’entità che chiamiamo pietra esiste, nel senso di essere presente qui e ora, in modo indipendente dalla mia volontà; ciononostante il fatto che sia una pietra dipende da un modo di classificare gli oggetti che è storico e contingente. Se non ci fossero esseri umani sul pianeta, quegli oggetti che chiamiamo pietre esisterebbero comunque, ma non sarebbero ‘pietre’ perché non ci sarebbero né la mineralogia né il linguaggio in grado di classificarli e renderli distinti da altri oggetti. […] Non c’è alcun fatto che permetta al suo significato di essere letto in modo trasparente”. In altre parole, “gli oggetti fisici esistono, ma non hanno alcun significato fisso [intrinseco]: essi assumono significato e diventano oggetti di conoscenza all’interno del discorso“, come chiarisce Hall, e ciò rappresenta il cuore di una teoria costruzionista del significato e della rappresentazione: “dato che possiamo avere una conoscenza delle cose solo se esse hanno un significato, è il discorso – non le cose in sé – che produce conoscenza. Argomenti come la follia, la punizione e la sessualità hanno un’esistenza dotata di significato solo all’interno dei discorsi che li riguardano”.

Per studiare questi argomenti dovremo quindi:

  • produrre delle affermazioni che ci offrano una conoscenza di essi, descrivere “le regole che prescrivono certi modi di parlare di questi argomenti e ne escludono altri – che governano ciò che è ‘dicibile’ o ‘pensabile'” in un dato momento storico su questi argomenti;
  • descrivere “i soggetti che in qualche modo personificano il discorso – il folle, la donna isterica, il criminale, il deviante, il pervertito – con gli attributi che ci aspettiamo che possiedano, dato il modo in cui la conoscenza di quell’argomento era costruita in quel momento storico”;
  • illustrare come quella conoscenza acquisisca autorità, cioè il senso di incarnare la verità delle cose in quel momento storico;
  • descrivere le pratiche con cui le istituzioni trattavano quei soggetti (come i trattamenti medici per i folli, le pratiche punitive per i colpevoli, il disciplinamento morale dei pervertiti) la cui condotta era regolata e organizzata a seconda delle idee circolanti nel discorso su chi essi fossero, perché fossero così e come andassero trattati;
  • riconoscere le formazioni discorsive che si contrappongono al discorso dominante e contengono in sé i semi per soppiantarlo, producendo nuove concezioni di follia, punizione o sessualità, che potranno acquisire l’autorità di essere considerate ‘vere’ e di regolare quindi le pratiche sociali in modi diversi da quelli prodotti dal discorso precedentemente dominante.

Per Foucault, ogni analisi del discorso, della rappresentazione, della conoscenza e della ‘verità’ deve essere radicata in uno specifico contesto storico: “in ogni periodo storico, il discorso ha prodotto forme di conoscenza, oggetti, soggetti e pratiche conoscitive che differivano radicalmente di periodo in periodo, senza alcuna continuità necessaria fra di esse”, chiarisce Hall. Prendiamo l’esempio della follia: “È solo all’interno di una formazione discorsiva definita che l’oggetto ‘follia’ è potuto apparire come un costrutto significativo o intelligibile. Esso era costituito da tutto ciò che veniva detto, da tutte le affermazioni che lo nominavano, lo articolavano, lo descrivevano, lo spiegavano, ne ricostruivano lo sviluppo, indicavano i suoi vari correlati, lo giudicavano, e forse anche gli davano parola articolando, in suo nome, discorsi che dovevano essere compresi come suoi propri […]. Ed è solo dopo che una certa definizione di ‘follia’ è stata tradotta in pratica che il soggetto appropriato – ‘il folle’ come è stato definito dalla conoscenza medica e psichiatrica – è potuto venire in essere”, spiega Hall. Con questo non stiamo dicendo che non esistessero persone con delle malattie mentali, ma che la categoria di ‘folle’ con cui comprendere queste persone e trattarle è venuta in essere in un certo momento storico, non è un fatto naturale; altre culture in altre epoche storiche hanno compreso queste persone con altri schemi cognitivi culturali, per esempio pensandole come ‘invasati’, letteralmente vasi in cui la divinità si era riversata e che parlavano la voce del divino; adesso, non pensiamo più che la pazzia sia una patologia mentale in sé, ma che sia il sintomo o la manifestazione di patologie psichiatriche o neurologiche precise, e non pensiamo più i pazzi come dei devianti pericolosi per la società e ripugnanti, da rinchiudere, ma come delle persone in una condizione di fragilità, da aiutare e curare. Questo è un discorso sulla follia che in Italia deve molto al lavoro di Franco Basaglia, un discorso di cui si può dire che si è posto come alternativa al modo precedente di concepire i pazzi e nel tempo lo ha soppiantato, producendo dei cambiamenti nelle pratiche e nelle leggi: il modo in cui pensiamo queste persone è cambiato con l’insorgere di un nuovo discorso, e dentro questo discorso si sono prodotti cambiamenti nelle pratiche e nelle norme.

Nella prossima puntata, proseguiremo il viaggio nel pensiero di Foucault seguendo l’itinerario delineato da Stuart Hall. Spero che lo troverete interessante anche se non è proprio semplice da comprendere. Nel caso, i commenti sono aperti: chiedete pure.

Trend nella fecondità a livello mondiale: uno sguardo al passato e uno al futuro

Dopo una pausa dovuta agli esami, ritorno sul blog interrompendo la serie di post dedicata a Representations di Stuart Hall (che proseguirà non appena avrò tempo in modo stabile, perché il lavoro di traduzione e rielaborazione del testo nei post richiede una certa continuità) per dedicare attenzione a un argomento su cui ci sono state estese discussioni nei commenti a vari post, e che ritengo meriti di essere affrontato in modo sistematico, ricorrendo ai dati. Si tratta del problema della sovrappopolazione, destinato a giocare un ruolo cruciale sia nelle possibilità dell’umanità di realizzare uno sviluppo sostenibile per tutto il mondo e di contenere il cambiamento climatico, sia nelle dinamiche geopolitiche, sia nei flussi migratori. Un problema che ci deve riguardare tutti perché, anche se coinvolge principalmente l’Africa sub-sahariana e altre aree in via di sviluppo, sono necessari investimenti di risorse anche da parte dell’Occidente per agire in modo costruttivo su queste dinamiche, proteggendo al contempo i diritti umani e l’emancipazione delle donne verso la parità di genere.

In questo lungo intervento, che condensa un lavoro più vasto svolto durante il corso di statistica demografica, mi concentro solo su un aspetto del problema, il numero medio di figli per donna e l’accesso alla contraccezione. La questione è molto più ampia e complessa, ma credo che ogni problema sia più facile da analizzare se viene scomposto nei suoi aspetti e li si osserva uno per uno. I dati sono tratti da: World Fertility Report 2015 (WF2015) e World Fertility and Family Planning 2020: Highlights (WFFP2020), entrambi a cura del Department of Economic and Social Affairs – Population Division delle Nazioni Unite. Ho scelto questi report perché sono quelli su cui ho lavorato nel corso di statistica demografica, ma il secondo report, più recente, conferma la validità delle analisi del primo alla luce dei nuovi dati (e comunque, le dinamiche demografiche non sono fenomeni che cambiano repentinamente e drasticamente in soli cinque anni).

1. Il numero medio di figli per donna nel mondo: dal 1950 al 2015

I dati contenuti nel World Fertility Report 2015 sistematizzano le informazioni sullo stato della transizione demografica (il passaggio da alti livelli di fecondità e alti livelli di mortalità a bassi livelli di fecondità e bassi livelli di mortalità) per le varie regioni del mondo e le applicano nella proiezione dei livelli di fecondità attesi per la fine del ventunesimo secolo. A livello mondiale, il declino della fecondità è iniziato negli anni ’50 con il calo del numero medio di nascite per donna da 5,0 a 4,5, raggiunto entro il 1970-1975, anche se 2/3 dei Paesi del mondo a quella data avevano ancora un numero medio di nascite per donna superiore a 4; in questo arco temporale, 13 nazioni sono scese sotto il livello di rimpiazzo (2,1 figli per donna), e in 67 nazioni si è registrato un aumento della fecondità. Nel periodo compreso fra gli anni ’70 e il 2010-2015, il numero medio di nascite per donna è sceso da 4,5 a 2,5. Osservando i dati per le varie regioni del mondo, si ha che:

  • Il livello di partenza per l’Asia era di 5,1 nascite per donna, quello di arrivo 2,2;
  • Il livello di partenza per l’America Latina e i Caraibi era di 5,0 nascite per donna, quello di arrivo 2,2;
  • Il livello di partenza per l’America Centrale era di 6,5 nascite per donna, quello di arrivo 2,4;
  • Il livello di partenza per l’Africa era di 6,7 nascite per donna, quello di arrivo 4,7: se per i Paesi della regione settentrionale del continente e di quella meridionale il declino è stato pari a 3,1 nascite per donna, nella regione orientale è stato pari a 1,3 e in quella occidentale a 2,2. Nella regione centrale del continente, il calo è stato di solo 0,5 nascite per donna, e questa regione ha tutt’ora il livello di fecondità più elevato del mondo, pari a 5,8 nascite per donna.
  • Le regioni ad alta fecondità dell’Oceania sono partite da un livello di 5,6 nascite per donna e hanno raggiunto un livello di 3,2; Australia e Nuova Zelanda, già prossime al livello di rimpiazzo negli anni ’70, hanno comunque vissuto un declino pari a 0,7 nascite per donna.
  • Europa e Nord America, anch’esse già al livello di rimpiazzo negli anni ’70, hanno vissuto un ulteriore declino nei tassi di fecondità.

    Numero medio di figli per donna nelle macro-aree del mondo, dal 1950 al 2015

Il livello mediano di fecondità totale era di 5,5 nascite per donna negli anni ’70, il che significa che metà delle nazioni del mondo aveva un livello più elevato e l’altra metà un livello meno elevato. Questo valore è sceso a 2,3 nascite per donna nel 2010-2015, con un declino mediano di 3,2 nascite per donna.

Concentrandosi sul continente africano, la situazione è frutto dell’aggregazione di situazioni diverse nelle varie aree del continente: se per i Paesi della regione settentrionale e di quella meridionale il declino è stato pari a 3,1 nascite per donna, nella regione orientale è stato pari a 1,3 e in quella occidentale a 2,2. Nella regione centrale del continente, il calo è stato di solo 0,5 nascite per donna, e questa regione ha tutt’ora il livello di fecondità più elevato del mondo, pari a 5,8 nascite per donna. Il declino nei tassi di fecondità totali è attribuibile al Nord Africa (50%), seguito dalla regione orientale del continente (30%) e da quella meridionale (15%, quasi tutto dovuto al solo Sudafrica), mentre nelle regioni occidentale e centrale i cambiamenti sono stati marginali. L’Africa subsahariana ha vissuto, fra gli anni ’70 e il 2010-2015, un declino di 1,7 nascite per donna, di cui il 50% dovuto alla regione orientale e il 25% a quella meridionale. Sudafrica, Etiopia, Kenya e Tanzania sono responsabili da soli di più del 50% del declino complessivo della fecondità registrato in Africa subsahariana in questo periodo.

Negli anni ’70 solo 20 nazioni avevano tassi di fecondità al di sotto del livello di rimpiazzo, 19 delle quali si trovavano in Europa e Nord America: nel 2010-2015, questo numero era salito a 83 nazioni, che attualmente ospitano il 46,4% della popolazione mondiale (era lo 0,1% negli anni ’50). Il 14% della popolazione mondiale vive in nazioni che hanno un tasso di fecondità pari o superiore a 4 nascite per donna: questo valore era del 70% negli anni ’70.

Distribuzione, in base al numero medio di figli per donna, della popolazione mondiale (percentuale) e del numero di Stati

Nel 2010-2015, su 201 Paesi, 88 avevano completato la transizione demografica e 44 si trovavano nello stato finale del processo (tasso di fecondità compreso fra il livello di rimpiazzo e 3,0 nascite per donna), mentre 35 si trovavano nella fase di mezzo del processo (tasso di fecondità compreso fra 3,0 e 4,5 nascite per donna) e 34 erano nella fase pre-transizionale o iniziale (tasso di fecondità superiore a 4,5 nascite per donna). La ripartizione nelle fasi è la seguente:

  • Hanno raggiunto un tasso di fecondità inferiore al livello di rimpiazzo tutte e 42 le nazioni europee e nordamericane, più 24 nazioni asiatiche, 18 latino-americane/caraibiche, 3 oceaniche e una africana (Mauritius);
  • Si trovano nella fase finale 16 nazioni latino-americane/caraibiche, 15 nazioni asiatiche, 10 nazioni africane (quasi tutte nel Maghreb) e 3 nazioni oceaniche;
  • Si trovano nella fase di mezzo del processo 15 nazioni africane, 9 nazioni asiatiche, 4 nazioni latino-americane/caraibiche, 7 nazioni oceaniche;
  • Si trovano ancora nella fase pre-transizionale o all’inizio della transizione 31 nazioni dell’Africa subsahariana, più Afghanistan, Iraq e Timor Est.

Solo il 20% degli Stati africani ha raggiunto o superato lo stato finale della transizione demografica, mentre la percentuale sale al 50% degli Stati oceanici, al 75% di quelli asiatici, al 90% di quelli latino-americani/caraibici e al 100% degli Stati nordamericani ed europei.

La proiezione medium-variant per il 21esimo secolo del tasso di fecondità prevede un declino graduale da 2,51 nascite per donna nel 2010-2015 fino a 2,25 nel 2045-2050, per arrivare a 1,99 nascite per donna nel 2095-2100. Anche in questo caso, è più interessante considerare le diverse traiettorie prospettate per le diverse aree del mondo:

  • Per l’Asia, le proiezioni sono da 2,20 nascite per donna nel 2010-2015 a 1,83 nel 2095-2100;
  • Per l’Oceania, le proiezioni sono da 2,42 nascite per donna nel 2010-2015 a 1,87 nel 2095-2100;
  • Per l’America Latina e i Caraibi, la traiettoria è diversa: partendo da 2,15 nascite per donna nel 2010-2015, scenderanno a 1,77 verso il 2055 per poi risalire leggermente a 1,80 nel 2095-2100;
  • Per l’Europa, attualmente al di sotto del livello di rimpiazzo con 1,60 nascite per donna, l’aspettativa è di una ripresa fino a 1,86 entro il 2100;
  • Per il Nord America, attualmente al di sotto del livello di rimpiazzo con 1,86 nascite per donna, la proiezione è di una ripresa più modesta di quella europea, che porterà a 1,92 entro il 2100;
  • L’Africa ha una situazione più complessa con un numero medio di figli per donna attualmente a 4,71, ma l’aspettativa è che esso scenda a 3,11 entro il 2050 e scenda ulteriormente a 2,16, attorno al livello di rimpiazzo, entro la fine del secolo. L’aspettativa è che la transizione demografica avvenga con un passo molto più lento di quelli osservati finora, impiegando 85 anni (rispetto ai 42 dell’Asia e ai 36 dell’area latino-americana/caraibica).

Traiettorie di declino della fecondità nelle diverse macro-aree del mondo, proiezione al 2100

Secondo le proiezioni, il numero di nazioni al di sotto del livello di rimpiazzo, attualmente di 86, sarà di 135 entro il 2050 e di 180 (il 90% dei Paesi) nel 2100. Questo significa che la proporzione di popolazione che vive in Paesi al di sotto del livello di rimpiazzo salirà dal 47% attuale al 70% nel 2050 e al 72% nel 2100. L’incremento è relativamente minore perché una proporzione più grande della popolazione mondiale vivrà nei Paesi rimanenti che non sperimenteranno una caduta al di sotto del livello di rimpiazzo nel corso del ventunesimo secolo, ma la cui popolazione continuerà a crescere: entro il 2100, il tasso di fecondità di 21 Paesi resterà sopra il livello di rimpiazzo e la loro popolazione complessiva crescerà da 1,5 miliardi di persone nel 2050 a 3,2 miliardi nel 2100.

Il passaggio da un tasso di fecondità totale di 6,0 nascite per donna a uno di 4,0 ha impiegato 24 anni nell’Est e nel Sud-Est asiatico, 19 nei Paesi del Maghreb e dell’area islamica, 35 in Oceania, e ne richiederà 34 nell’Africa subsahariana (dal 1995 al 2029). Questa regione ospita inoltre 33 dei 36 Paesi del mondo che nel 2019 registravano un TFT superiore a 4 nascite per donna. “La crescita futura della popolazione nell’Africa subsahariana è fortemente dipendente dalla traiettoria della fecondità futura. Tuttavia, la maggior quota della crescita della popolazione che accadrà tra oggi e il 2050 nel Centro-Sud dell’Asia è trainata dalle strutture per età relativamente giovani della popolazione e accadrebbe anche se i tassi di fecondità dovessero scendere immediatamente a due figli per donna nell’arco di una vita” (WFFP2020, pag. 10).  Inoltre, fra il 2010 e il 2019, i sette Paesi che hanno registrato una riduzione maggiore del tasso di fecondità totale, secondo le stime, sono stati, in ordine: Afghanistan, Uganda, Malawi, Sierra Leone, Etiopia, Yemen, Kenya, Chad, Giordania e Somalia: tre Paesi dell’area mediorientale e sette dell’Africa subsahariana.

Proiezioni della crescita della popolazione nelle diverse macro-aree del mondo, fino al 2100

2. L’uso di contraccettivi nel mondo

A livello mondiale, nel 2019 il 49% delle donne in età riproduttiva, ovvero 922 milioni di donne, stava utilizzando una qualche forma di contraccezione. Si tratta di un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 1990, equivalenti a 368 milioni di donne in più. Il numero di Paesi in cui i contraccettivi sono attualmente in uso da parte di più del 55% della popolazione femminile in età riproduttiva è di 37, mentre all’opposto il numero di Paesi in cui essi sono utilizzati da meno del 20% della popolazione femminile in età riproduttiva è di 23. Osservando i dati per regione del mondo, abbiamo che:

  • L’uso di metodi contraccettivi fra le donne in età riproduttiva in Africa subsahariana è passato dal 13% del 1990 al 29% del 2019;
  • Per l’Oceania, il passaggio è stato dal 20% al 29%;
  • Per il Nord Africa (Maghreb) e l’Asia occidentale (Medio Oriente) il passaggio è stato dal 26% al 34%;
  • Per l’America Latina e i Caraibi, il passaggio è stato dal 40% al 58%.

Le regioni più sviluppate (Nord America, Europa, Australia e Nuova Zelanda, Est e Sud-Est asiatico) partivano nel 1990 da prevalenza contraccettiva fra le donne in età fertile superiore al 50%, e in tutte queste aree si è raggiunto o superato un valore del 58%.

Distribuzione dei tipi di contraccettivi usati dalle donne nelle diverse macro-aree del mondo

Il 91% delle utilizzatrici di contraccettivi nel 2019 utilizzava metodi moderni, una quota pari al 45% delle donne in età fertile; era l’86% nel 1990, il che ha una contropartita nel declino nell’uso dei metodi tradizionali, che erano utilizzati dal 6% delle donne nel 1990 e sono utilizzati oggi dal 4%. Questo dato è importante perché “Nei Paesi o nelle aree dove l’uso di metodi contraccettivi è superiore al 50%, la maggioranza delle donne impiega metodi moderni. A livelli più bassi di utilizzo, c’è una maggiore diversità fra l’uso di metodi moderni e l’uso di qualsiasi metodo, il che dimostra che in tali circostanze le donne fanno affidamento più spesso sui metodi contraccettivi tradizionali per evitare le gravidanze indesiderate” (WFFP2020, pag. 14).

Il report mette in evidenza anche un fatto che connette le diverse velocità e i diversi progressi nella transizione demografica dell’Africa sub-sahariana rispetto ad altre aree del mondo partite da posizioni simili: “L’elevata proporzione di donne che usano metodi di lunga durata e permanenti nell’Est e nel Sud-Est asiatico, nell’America Latina e nei Caraibi, e nel Centro e Sud dell’Asia (United Nations, 2019c) aiuta a spiegare perché livelli bassi di fecondità sono stati raggiunti in queste regioni. Nell’Africa sub-sahariana il mix di metodi contraccettivi tende verso i metodi a breve termine (che includono le iniezioni contraccettive, la pillola, il profilattico maschile, i metodi basati sul controllo del ciclo mestruale e il coito interrotto), il che aiuta a spiegare perché la fecondità continua a rimanere relativamente alta in quest’area” (WFFP2020, pag. 15). L’Africa sub-sahariana è inoltre la regione del mondo con il minor uso di metodi contraccettivi moderni, oltre al minor uso di contraccettivi nel loro complesso.

Relazione fra numero medio di figli per donna e uso dei contraccettivi

C’è una relazione inversa fra la prevalenza dell’uso di contraccettivi fra le donne e i livelli di fecondità. Anche qui però occorre notare la peculiarità dell’Africa sub-sahariana, per la quale a ogni livello di uso di contraccettivi si registrano livelli di fecondità più elevati rispetto alle altre aree del mondo. La relazione fra contraccezione e fecondità è mediata da numerosi fattori, fra cui: “Il mix di metodi contraccettivi utilizzati da una popolazione […], dato che […] i metodi a lunga durata e permanenti sono più efficaci degli altri nell’evitare le gravidanze indesiderate. L’incidenza dell’aborto, la durata del periodo infertile dovuto all’allattamento al seno e all’astinenza dai rapporti sessuali, i pattern nel matrimonio e nell’attività sessuale e la prevalenza della sterilità permanente nella popolazione” oltre a “i fattori sociali ed economici che influenzano l’accesso alla contraccezione e le scelte di fecondità (incluse le scelte sul numero, il distanziamento e la collocazione nella traiettoria biografica delle gravidanze)” (WFFP2020, pagg. 20-21). Nello specifico, il matrimonio o l’essere in una relazione stabile sono fattori che influenzano la fecondità perché le donne che sono parte di una coppia hanno livelli più elevati di attività sessuale rispetto alle single e quindi maggiore rischio di gravidanze. Anche la sterilità dovuta a cause naturali (incluse le malattie sessualmente trasmissibili) può rivestire un ruolo significativo, dato che in alcuni Paesi può affliggere il 30% delle donne in età riproduttiva. Un altro fattore che influenza la relazione fra contraccezione e fecondità è lo scopo per cui le donne usano i contraccettivi, ovvero se li utilizzano più per distanziare le nascite che per limitarne il numero. Il report nota che “molti programmi di family planning in Africa sub-sahariana sono stati promossi come programmi per il distanziamento delle nascite a favore della salute della madre e del neonato (Chimbwete e altri, 2005)” (WFFP2020, pag. 22).

L’incremento nell’uso dei contraccettivi nelle regioni ad elevata fecondità attuale produrrà un impatto significativo sulla fecondità nei prossimi anni, ed è un trend incorporato nelle proiezioni a lungo termine, che prevedono un continuo rallentamento nella crescita della popolazione globale. Tuttavia, queste proiezioni sono basate sul presupposto che i cambiamenti che risultano da “sviluppo economico, livelli più elevati di istruzione in particolare per donne e bambine, ulteriori riduzioni nella mortalità infantile, aumento dell’urbanizzazione, empowerment delle donne e crescita della partecipazione alla forza lavoro, posticipo dell’età della prima unione, ed accesso più esteso ai servizi di salute riproduttiva, incluso il family planning [fattori che] hanno trainato i declini nella fecondità passati e presenti” (WFFP2020, pag. 19, nota 17) continuino nel tempo, dato che le proiezioni sono modellate a partire dalla relazione fra la velocità del declino nella fecondità e il livello attuale di fecondità e quindi tengono implicitamente in considerazione tutti i fattori sopraelencati nel generare le traiettorie future della crescita delle popolazioni.

I progressi attesi entro il 2050 nelle diverse macro-aree del mondo

Nello specifico, l’espansione dell’accesso all’informazione e ai servizi legati alla salute sessuale e riproduttiva e al family planning può fare la differenza fra l’estremo superiore (3 miliardi di abitanti) e quello inferiore (4,8 miliardi) dell’intervallo di confidenza al 95% per la popolazione dell’Africa sub-sahariana, un divario di 1,8 miliardi di persone. Inoltre, gli sforzi devono essere intensificati in quest’area anche solo per mantenere i livelli di copertura contraccettiva attuali, stante il ritmo della crescita demografica. Oltre all’importanza legata alle traiettorie di sviluppo – non solo demografico – a livello macro, l’accesso ai servizi sanitari e la realizzazione dei diritti riproduttivi contribuiscono alla parità di genere e all’empowerment delle donne.

Oltre alla povertà, l’Africa sub-sahariana è una regione in cui la mortalità materna è elevata (una donna ogni 180, 20 volte il tasso dei Paesi sviluppati) e in cui le donne hanno meno istruzione, meno accesso al mercato del lavoro e meno accesso al potere politico rispetto agli uomini (Human Development Report, pag. 148). Com’è noto, le disuguaglianze di genere si traducono in una perdita di sviluppo umano, ma hanno un impatto anche sulla fecondità, in quanto contrastano con la traiettoria per la quale laddove le relazioni di genere all’interno della coppia sono più equilibrate, le donne hanno maggiori capacità di negoziare con il partner su questioni legate al family planning; inoltre, laddove le donne hanno accesso al mercato del lavoro formale, l’incompatibilità di quest’ultimo con una prole numerosa porta a una riduzione della fecondità. Un terzo sentiero che conduce alla riduzione della fecondità ed è correlato alla riduzione delle diseguaglianze di genere è quello che passa attraverso la riduzione della mortalità infantile e quindi alla sopravvivenza dei figli: la mortalità infantile si riduce laddove le donne hanno accesso a strutture sanitarie, ma anche a una migliore nutrizione per sé stesse e per i loro bambini, cosa che può essere ostacolata da pratiche che privilegiano gli uomini e si fondano sul presupposto che le donne abbiano bisogno di meno nutrimento (Human Development Report, pag. 159).

Stato delle disuguaglianze di genere nelle diverse macro-aree del mondo, rilevate su alcuni indicatori base di parità fra i sessi

L’emancipazione delle donne e l’avvicinamento alla parità di genere sono cruciali nel portare avanti la transizione demografica e alimentano lo sviluppo umano. Abbiamo bisogno di portare avanti questi processi se vogliamo che il nostro pianeta abbia una speranza di reggere la crescita della popolazione a fronte del cambiamento climatico.