Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 7)

In questa settima puntata della serie dedicata a Medioevo Maschio concludiamo il quinto capitolo del libro e l’analisi del Roman de la Rose. Abbiamo concluso la parte precedente notando i cambiamenti socio-culturali dovuti all’urbanizzazione, al rafforzamento del potere statale attraverso un ceto di amministratori, alla nascita della prima borghesia di artigiani e commercianti che si arricchisce rapidamente e agli effetti di questi cambiamenti sulla classe dei nobili, che lotta per preservare la propria distinzione sociale. 

In questo nuovo contesto socio-economico, “Jean de Meun scrive per una élite che sente di esser tale e tale vuole essere. Ma penetrata, premuta da tutta l’animazione della città che la strappa al suo sogno, la costringe a guardare la vita”. Per quanto l’ideale dell’amor cortese, dell’amore “consumato come si deve, cioè secondo le regole”, resti radicato nella cultura anche delle nuove élite, molte cose sono cambiate in quarant’anni. “Francescani e domenicani cominciano a regnare sulle credenze di tutto il popolo […] a dominare con la predicazione, col teatro, con la rete sempre più fitta dei terzi ordini […], con l’inquisizione della fede di cui sono incaricati”. Grazie a loro, la religione cattolica si rinnova e si rafforza: “il cristianesimo vivificato, divenuto per la prima volta religione popolare, attraverso un insegnamento semplice, la confessione frequente, la direzione spirituale, un vero dialogo che finisce con l’instaurarsi fra i servi di Dio ed i fedeli e che, al di là dei riti, invita ad aprire il cuore. Il successo dei mendicanti ha avuto risonanza in tre modi sull’ambiente culturale che accolse il Roman de la Rose. In primo luogo ha destato l’invidia, i rancori, l’ostilità di tutti coloro che francescani e domenicani sloggiavano dalla loro situazione così pacifica, prima di tutto degli universitari [colpiti] nella speranza di occupare un giorno i posti migliori nella Chiesa e presso i principi”.

La predicazione francescana ha anche dei risvolti sulla concezione del mondo inteso come realtà fisica: “proclamare seguendo san Francesco che il mondo non è poi tanto cattivo; che l’acqua, l’aria, il fuoco, la terra sono anch’essi benedetti; che il Creatore ha collocato Adamo nel giardino perché ne godesse e perché lavorasse al fine di renderlo ancora più bello; che la natura è figlia di Dio e merita dunque di essere guardata, osservata, capita, significava venire incontro al desiderio di accogliere in pieno la realtà che tormentava allora tanti uomini”. Questo atteggiamento culturale non era tuttavia una rivoluzione: “Ora, se il cristianesimo, rinvigorendosi, aveva conquistato l’ottimismo, non rinnegava nulla in fatto di rinuncia o di spirito di penitenza. Il successo dei mendicanti veniva così ad inasprire la contestazione. […] Si può godere della felicità terrena senza perdere la propria anima? Molti, nella Parigi del 1260, non tolleravano che si esitasse a rispondere di sì”.
Cambia anche il mondo culturale nel senso della cultura come erudizione: “il sapere, per i lettori di Jean de Meun, ha assunto la chiarezza, il rigore, l’eleganza un po’ asciutta del gotico fiammeggiante, e, come questo, si costruisce sulla logica. Nella scuola e in tutti i modi di pensare che si diffondono intorno ad essa, trionfa la disputatio, una gara di parole, in cui l’avversario deve essere disarcionato da ragionamenti affilati come lame, un equivalente del torneo […] e questi atteggiamenti polemici risvegliano nell’alta cultura lo spirito di combattività, suscitano il ritorno, nella seconda parte del Roman, a posizioni di battaglia, al modo epico del tutto assente dalla prima”.

E cambia quindi anche lo scopo per cui gli autori scrivono: “Da Guillaume de Lorris ci si era aspettati che per le vie dell’iniziazione, della ricerca, del viaggio avventuroso e dell’effusione lirica, insegnasse le maniere del buon comportamento. Da Jean de Meun ci si aspetta la comunicazione di una scienza. Egli si rivolge a uomini per cui la vita e il gusto della felicità non potrebbero venir meno all’età di venticinque anni, ben consapevoli del fatto che le donne del loro tempo sono dotte, che per belli che si sia, per agili che si sia nei giuochi militari o negli assalti amorosi, non si brilla più nelle riunioni mondane se si ignora tutto di Cicerone, di Svetonio o dei poeti, se non si può riconoscere a colpo una citazione, e fare almeno finta di essere al corrente dei libri di cui si parla nella Facoltà delle Arti”. E Jean de Meun inserisce nel suo Roman tutti questi riferimenti, rendendoli accessibili e gradevoli al suo pubblico, e riuscendo anche a integrare la sua versione con quella di Guillaume de Lorris in modo armonioso. Duby sottolinea: “questo profondo accordo dipende soprattutto dal fatto che l’alta società, nello sconvolgimento di tutto, restava aggrappata allo stesso sistema di valori”.

Quanto all’ideologia della seconda parte del Roman, la si vede sempre basata sull’antitesi cortesia-villania. Semplicemente, la contrapposizione si è irrigidita. Riveste quella nuova asprezza che conferiscono agli antagonismi sociali lo sviluppo dell’economia urbana e l’irresistibile invasione del danaro. Poiché ora ognuno sa che tutto che è in vendita, poiché l’eccesso di guadagno costituisce un problema, Jean de Meun celebra sempre lo spirito di disinteresse, la liberalità, ma in modo violento. […] Mentre non meno violentemente […] fustiga la povertà. Senza dubbio, al di là dei poveri, intende raggiungere i frati mendicanti che, nell’Università, grazie al papa, hanno di recente sconfitto i secolari e che sono oggetto dell’invidia della maggior parte dei suoi lettori. Senza dubbio tenta di soffocare i rimorsi che la predicazione francescana suscita tra gli abbienti, ed è ancora ai frati che mira proclamando che ognuno deve vivere di un lavoro e non chiedere l’elemosina. […] Condanna tutti i miserabili che la recessione agricola fa crescere pericolosamente […] Perché per la società, per quella buona e per quella meno buona, la povertà ormai fa scandalo. Bisogna rinchiudere i poveri, costringerli a lavorare, curarli come malati, punirli come colpevoli, distruggerli come si distruggono gli eretici”.
Quando Jean de Meun parla […] dell’uguaglianza, della libertà, quando schiaccia sotto il suo disprezzo tutti quegli uomini che, nascendo bene, fanno appello alla nobiltà mentre la loro anima è lordata di villania, non dobbiamo credere che inviti a una trasformazione della società. Per lui questa è naturalmente divisa da un muro […] che vorrebbe ancora rafforzare poiché i pericoli sono in aumento. […] Reclama uguaglianza e libertà, ma all’interno del recinto. Di quel recinto che deve aprirsi, non solo alla nascita, ma al valore. Il diritto di gustarne i piaceri è promesso a chiunque raggiunga un certo grado di perfezione, un certo valore. Guillaume de Lorris e i trovatori prima di lui non parlavano diversamente. La novità è che il criterio di perfezione non sta più nella fine amour, ma nella conoscenza. In effetti i «giovani» della cavalleria hanno smesso d’imporre i loro gusti al bel mondo. Ora sono gl’intellettuali a dare l’intonazione”.

E gli intellettuali, favoriti dal nuovo clima socio-economico, lavorano per riconciliare la gioia di vivere con la religione cattolica, per smussare gli angoli più estremi del pensiero cristiano centrato sul disprezzo del mondo e sull’abnegazione: “mentre lo slancio di tutto il pregresso esalta il valore del lavoro e mostra l’uomo in atto di cooperare a quell’opera continua che è la creazione, il pensiero di Jean de Meun […] invita alla riabilitazione della natura. La natura «vicario e connestabile» di Dio. Intendiamoci: suo luogotenente, incaricata […] di sostenere la sua battaglia e di fare la sua volontà. Fonte di ogni bellezza, di ogni bontà, la natura comanda gli squadroni che faranno retrocedere la corruzione. […] La guerra non è più tra il carnale e lo spirituale, ma tra il naturale e il suo opposto: l’ipocrisia, la violenza, la cupidigia, il peccato. Peccare significa trasgredire le leggi di Dio, quindi disobbedire alla natura la cui funzione è di farle applicare”. In questa nuova concezione possiamo vedere un embrione della concezione cattolica per cui ciò che è conforme alla loro morale viene considerato “naturale”, spostando il piano etico fuori dalla sfera della società.
Così, colui che “esegue gli ordini della natura […] avanza verso il giardino dove si opera il congiungimento tra cielo e terra, dove la felicità di vivere si trasfigura. Verso la Rosa. Che non è soltanto la giovane amante, né […] il fiore del suo sesso”: la Rosa è anche “la creazione ininterrotta, il suo mistero zampillante, l’espansione di Dio come luce in mezzo all’universo ordinato, la processione dell’amore divino, il ritorno dell’amore degli uomini e il trionfo della vita sulle tenebre e sulla morte”.

Duby prosegue: “Vediamo Jean de Meun […] libero nello spirito, di quella vera libertà che fa la vera nobiltà. Ma intende inserirne l’esercizio dentro un ordine, quello della creazione, quello che nella società umana deve separare i villani dagli altri”. L’ordine sociale non viene visto come oppressivo e ingiusto, ma come una difesa contro i vizi dell’avarizia e della povertà. “Imposizioni inevitabili fino al giorno in cui l’umanità, infine riscattata tutta quanta dal progresso del sapere e della conoscenza di sé, non avrà riconquistato il giardino.[…] Di qui ad allora gli uomini devono almeno sforzarsi di seguire le leggi della Natura. Battersi contro la menzogna e, in primo luogo, contro l’Astinenza forzata, la castità non accettata [ovvero] gli ordini mendicanti e il complotto che hanno ordito contro l’autentico cristianesimo. Ma bisogna battersi anche contro il falso matrimonio e soprattutto contro il falso amore […] per finirla con le unioni sbilenche, con la tirannia dei mariti, con la scostumatezza delle spose. L’amore […] non sa che farsene […] della finta soggezione del galante all’amica, né dei desideri repressi, né delle passioni scatenate. Il bell’amore si chiama amicizia, si chiama carità. Deve essere la schietta inclinazione di un’anima che si è donata liberamente, nella fede, nella giustizia, nella rettitudine […]. Dev’essere il naturale slancio fisico, liberato a un tempo dalle sofisticazioni erotiche e dalle costrizioni puritane”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 6)

Questo post descrive la seconda parte del capitolo quinto di Medioevo Maschio, dedicato all’analisi del Roman de la Rose, opera dedicata all’amor cortese scritta in epoche successive da Guillaume de Lorris e poi da Jean de Meun. Secondo Georges Duby, è proprio osservando le differenze fra le due parti che si possono cogliere cambiamenti nelle rappresentazioni e nelle ideologie promulgate nelle corti in relazione all’amore e quindi al rapporto fra i sessi.

Duby descrive il tema del Roman de la Rose in questo modo: “la coorte dei non valori rappresenta l’annientamento di ciò che [gli aristocratici] non vorrebbero più né vedere né sentire […] rappresenta tutto ciò che li offende e che verrebbe a gettare un’ombra sulla loro gioia. Il frutteto [dov’è ambientata la narrazione] ne è purificato. È popolato solo di esseri spensierati la cui graziosa compagnia mima i rapporti immaginari, il simulacro di società di cui le corti offrono lo spettacolo e che dissimula agli sguardi le crudeltà, le tensioni della vita. È una festa di cui nessuno vuol sapere il prezzo, né chi la paga. Giovinezza, Amore, joi ed joven, ne sono i re; Liberalità ne è il principio ordinatore. […] Ma la Rosa, o piuttosto il boccio che appena esce dall’infanzia, è là per essere colta, e le difese che accenna non hanno altra funzione nel giuoco se non di conferirgli una nota più piccante, di prolungare un po’ l’attesa e preparare le prove richieste dalla pedagogia del piacere”.
Quadrato come i chiostri delle abbazie cistercensi, il frutteto ne è la negazione; la sua funzione non è di favorire lo slancio dell’anima, ma di esaltare Liesse, ossia la gioia d’esistere, di afferrare il piacere del mondo visibile”. Non c’è spazio, nel giardino terreno da cui le preoccupazioni sono esiliate, nemmeno per la Chiesa o per la spiritualità. La Chiesa non è rappresentata nel Roman de la Rose, nemmeno come antagonista: essa semplicemente non esiste all’interno del romanzo. “Nella prima parte del Roman la Chiesa è rinnegata. Ma non lo è Clergie, ossia il sapere dispensato dall’Università. Guillaume de Lorris, di cui non si sa nulla, molto evidentemente aveva seguito a lungo le sue lezioni. […] Sotto la sua apparente ingenuità, sotto la sua amabile facilità, l’opera è in verità molto dotta. Scritta per ogni pubblico, per essere capita a parecchi livelli […]. Le parole del Roman sono anch’esse a un tempo aperte e coperte”. Questo anche grazie all’impiego dell’allegoria, tramite cui l’autore “Assegna a personaggi il compito di rappresentare l’astrazione, di mimare i sottili percorsi dell’amore, il risveglio della sensualità giovanile, quel cammino che, dall’ingenuo desiderio di possedere, porta, attraverso la progressiva scoperta delle bellezze del corpo e dell’anima, fino all’abbandono di sé”.

Di nuovo, Duby ci riporta alle tensioni di classe fra i giovani cavalieri e i signori, legittimati ad avere una famiglia e dei possedimenti, per notare come nel Roman de la Rose esse siano pacificate, assenti: “In seno al frutteto tutti sono ricchi. Non si avverte nessuna delle frustrazioni che un tempo avevano portato i trovatori a proclamare a gran voce l’impossibilità di conciliare amore e fortuna, a riservare ai meno abbienti, ossia ai «giovani», le prodezze e le vittorie nelle giostre erotiche. Neanche si parla più di matrimonio. Né per condannarlo, né per insegnare a tradirlo, né per ammetterlo. […] Come tutto ciò che mantiene qualche rapporto con la morale della Chiesa, come tutto ciò che si vuol dimenticare una volta passata la porta, salvo poi a ritrovarlo alla fine del sogno, il matrimonio è del tutto assente”. Eppure, la Rosa, “l’immagine intravista nello specchio della fontana e che fa insorgere il desiderio, non è il corpo di una dama, della moglie di un altro; è quello di una giovincella. Ha l’età del fidanzamento. E l’amore d’elezione […] somiglia parecchio a […] quell’inclinazione reciproca che stava diventando bon ton considerare come requisito necessario di ogni unione matrimoniale e di cui nessuno osava più dire […] che non potrebbe sopravvivere a lungo dopo le nozze. L’aumento dei profitti signorili, i favori reali, gli stipendi che si guadagnavano servendo lo Stato, accrescevano di fatto l’agiatezza delle famiglie nobili. Agl’inizi del secolo XIII queste si mostravano meno restie a lasciare che i discendenti si moltiplicassero. Non rifiutavano più con tanta ostinazione di lasciar prendere moglie a quei cadetti che non facevano carriera ecclesiastica”.
Così, si liberava “la cavalleria dalla tirannia culturale del celibato. Si accordava meno valore esemplare al fatto di vivere al margine. Il potere si preoccupava meno della turbolenza dei baccellieri. Del vecchio conflitto tra i «giovani» e gli altri restava un modello di comportamento sentimentale. Niente costringeva più a considerare questo modello inconciliabile col vincolo coniugale. L’alta società, per via di tutto ciò che la trasformava, era portata a non separare più la bellezza dell’amore dal matrimonio”.

Cambia anche il criterio che definisce la distinzione di classe: essa “non si fonda più sulle imprese e sulla prodezza, ma sull’impegno che si pone nell’usare un linguaggio castigato, nel curare il proprio corpo, la capigliatura, l’eleganza e il controllo dei gesti”, perché nel mentre la guerra e i nobili doveri ad essa connessi erano passati nelle mani delle compagnie mercenarie, e quindi “bisogna distinguere con altri criteri le persone di qualità. Precisamente per l’abilità nel praticare i giuochi d’amore. Ai villani non si rifiuta più di portar le armi; si rifiuta loro la grazia, il portamento, il contegno che conquistano il cuore delle belle. […] E questo significa che la società mondana resta più che mai sulla difensiva, chiusa, attenta a sventare i tentativi d’intrusione, a smascherare i parvenus per la scorrettezza dei modi, a mostrare a dito la loro ingenua grossolanità che traspare sempre sotto la vernice troppo recente”.
La barriera sociale che divide i nobili dai ricchi plebei non passa più dal monopolio di una prerogativa prestigiosa come il portare le armi, ma dall’aver appreso un codice di buone maniere indispensabile per ottenere la legittimazione e il riconoscimento all’interno della corte. “L’inizio del secolo XIII eredita un sistema di educazione e di valori dall’epoca appena conclusa in cui, in un mondo ancora contadino, il tipo di produzione signorile definiva rigorosamente il posto di un’aristocrazia sicura di sé, dove nessuno osava contestare al signore o al cavaliere il potere e la ricchezza. Le persone di qualità sentono confusamente che questa carcassa ideologica è il solo organismo suscettibile, ora che le prebende ecclesiastiche, le armi, la signoria, il feudo passano per tutte le mani, di assicurare col minimo del danno la riproduzione della classe dominante, di controllarne l’accesso e di rendere più agevole l’inevitabile mescolanza tra la nobiltà di razza […], il plotone degl’intellettuali […], e quegli uomini nuovi, d’affari o di carriera, che hanno saputo farsi accettare. La lenta evoluzione dei rapporti di produzione sposta insensibilmente il limite tra le classi. Ma sulla sua sistemazione primitiva resta una traccia che né il potere, né gli eredi, né i più abili parvenus hanno interesse a lasciare che si cancelli”. Tutti coloro che sono “arrivati” hanno interesse a preservare la barriera che hanno saputo oltrepassare, in modo che sia chiaro a tutti – a chi sta più in basso di loro e a quelli che condividono il loro status – che questo passaggio è stato compiuto ed è legittimo.

Il Roman de la Rose fu lasciato incompiuto da Guillaume de Lorris – Duby ipotizza che sia stata una scelta deliberata dell’autore – e ripreso quarant’anni dopo da Jean de Meun. Duby si sofferma sui cambiamenti socio-economici intercorsi in questi quarant’anni: “Al tempo di Guillaume de Lorris la spinta veniva dallo sviluppo della campagna. Ora la spinta viene dalle città. Le rendite della signoria rurale sono sempre molto buone. […] Tuttavia questa prosperità si registra sullo slancio di una espansione agricola che da quarant’anni aveva perduto colpi. La produzione comincia a decrescere, i redditi a diminuire, le piantagioni di grano ad arretrare. Tutta la vitalità si è trasferita nell’economia di mercato. […] Durante questi quarant’anni i grandi progressi hanno interessato la banca, i trasporti, l’attività armatoriale, i mezzi di scambio”.
Meno di mezzo secolo dopo il completamento del Roman, Dante scrive, ed ecco la Divina Commedia, Giotto dipinge, ed ecco gli affreschi di Padova. Per il momento la Francia, il gran regno, e Parigi, la gran città, sono ancora, innegabilmente, le massime esponenti della ricchezza e della fecondità”, osserva Duby per darci un riferimento temporale ben noto. La nuova ricchezza è instabile, aleatoria, del tutto dipendente dalla Fortuna, esposta perciò ai rischi […]. Si fonda più crudelmente sullo sfruttamento dei poveri. La miseria in città si vede meglio; prende coscienza di sé, incita alla rivolta. I primi scioperi della storia esploderanno nel 1280. […] Di conseguenza si trasformano le strutture del potere. Col denaro si governa diversamente. Il re sparisce dietro i suoi agenti, i suoi giudici, i suoi esattori. Non c’è più indipendenza feudale. Non c’è più corte. […] la casa del re si presenta come un corpo di specialisti stipendiati. Salgono di grado quando sono abili nell’emettere delle sentenze, nel tenere la contabilità, reprimere le sommosse, accrescere pazientemente il potere e il prestigio del sovrano e quelli propri a un tempo. […] Certi sono chierici, altri cavalieri. A dire il vero, che cosa rimane dei contrasti tra «Clergie» e «Chevalerie» in un mestiere, in un ambiente che si sono totalmente urbanizzati? […] Qui avviene la fusione tra la «corte», ciò che la corte è divenuta, e la «città», ciò che la città sta divenendo. Da questo incontro nasce un nuovo pubblico […] Sempre dei nobili, uomini di guerra, «giovani» e meno giovani, in quantità; ma accompagnati ora, e forse distanziati da ciò che viene dal palazzo del re, dall’Università, dal clero di tutte le chiese parigine, da quella frangia, infine, della borghesia ormai pienamente dirozzata […]. Quest’uditorio ampliato resta preso dal fascino dello stesso modello aristocratico, quello dell’epoca feudale”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 5)

Nel quinto capitolo di questa ricca raccolta di saggi Duby si dedica all’analisi del Roman de la Rose, opera di Guillame de Lorris; un’analisi che parte dall’osservazione degli effetti di un cambiamento climatico avvenuto nel nord della Francia fra il IX e l’inizio del XIII secolo, che ha portato ad estati meno umide e inverni più miti e di conseguenza a un aumento della produttività agricola. Duby lo descrive: “Migliaia e migliaia di famiglie contadine, spingendosi avventurosamente ai margini delle lande e delle paludi, hanno estirpato, bruciato, drenato, aperto dei solchi, piantato dei ceppi, respingendo sempre più lontano le aree improduttive”.
Non che questo abbia portato a un miglioramento delle condizioni di vita del popolo: “i rapporti sociali si fondavano a quei tempi sul sistema di produzione signorile, ossia su crudeli disparità, su un sistema sempre più perfezionato di tasse e di canoni di affitto che abbandonavano nelle mani di pochi fortunati tutti i frutti delle conquiste rurali. […] In nessun luogo d’Europa lo sviluppo agricolo era stato maggiore che nell’Ile-de-France, e il potere politico più vigoroso, più ricco di risorse, più capace di mantenere intorno a sé la fecondità di tutte le creazioni della mente, aveva finito per stabilirsi nel cuore di queste campagne prosperose. Là fu scritta la prima parte del Roman”.
L’opera di Gullame de Lorris si colloca “al sommo di un edificio culturale la cui costruzione era durata dei secoli, le cui prime basi erano state gettate al margine dei progressi agricoli”: la cultura delle corti. Nel farlo, ci rammenta una lezione importante: sebbene le condizioni economiche e politiche non determinino la cultura di una data società in una data epoca, di certo la influenzano.

Duby sottolinea il duplice significato etimologico della parola cortese: da curtis, la “dimora nobile al centro di un grande dominio”, e da curia, che “designa un «parlamento», un gruppo di uomini riuniti attorno al loro capo per discutere con lui e aiutarlo coi loro consigli a risolvere gli affari comuni”. “L’incontro dei due vocaboli riflette molto bene la natura della feudalità, che ha radice, a un tempo, nella signoria rurale e nella compagnia militare. La feudalità è lo spezzettamento del potere”.
Lo storico ci parla anche della “sostanziale uguaglianza […] tra il signore e i suoi compagni di guerra. Per loro nessun servizio, se non d’armi e di consiglio, nobili prestazioni, meritevoli di una ricompensa […]. Per loro, niente obblighi, se non quelli di una morale i cui pilastri, le virtù di lealtà e di valore, vennero a sostenere l’intero sistema dei valori aristocratici e lo spirito di corpo […]. I guerrieri affrontavano la morte al fine, pretendevano, di proteggere i preti e i lavoratori. Questo sacrificio meritava che in cambio fossero salvati dalle preghiere dei primi e nutriti dai tributi imposti agli altri. Dava loro il diritto di non far nulla, all’infuori del loro mestiere di combattenti, e di ridersela quando il pericolo si allontanava”.
In questo contesto, “Dal 1100 la signoria rendeva abbastanza per offrire agli uomini di guerra i mezzi e il gusto di civilizzarsi, di rinunciare in parte alle rapine e ai saccheggi, e, al tempo stesso, di non piegare più i ginocchi davanti alla Chiesa”. E mentre il ceto dei cavalieri si civilizza, inizia a produrre un proprio mondo culturale: “Parole tratte dal dialetto abituale, ma un po’ alla volta elevate a uno stile, adattate alle melodie, componendo, sempre più diversificate dalla lingua popolare, il linguaggio scelto del bel mondo, divennero […] letteratura. Questa, per noi, ha alle sue origini dei capolavori, canti che giustamente si erano imposti all’ammirazione, che erano stati giudicati degni di essere trascritti su pergamena, come, prima d’allora, solo la Scrittura, i suoi commenti e i classici della latinità. Attraverso questa letteratura si rafforzò l’ideologia cavalleresca. Degli intellettuali – ossia degli ecclesiastici – cooperano alla sua realizzazione. Ma essi vivevano nella casa di un principe, cercavano prima di tutto di accarezzarne i gusti […]. La visione del mondo proposta da questi poemi e condivisa da tutti i nobili si sottrasse dunque alla morale della Chiesa. Dacché la cultura cortese prese forza, si affermò risolutamente autonoma nei confronti della cultura dei preti […] era dunque aggressiva, scherniva gl’inviti alla penitenza, alla rinunzia, invitando a godere di tutti i piaceri del mondo. Ecco perché il primo Roman espelle a un tempo dal giardino la Povertà, virtù principale dell’altra morale [cattolica] e Papelardie, ossia la devozione”.

Dopo il 1100 la prosperità favoriva anche la rinascita degli Stati, e dunque la restaurazione nella cristianità di una specie di pace. Le crociate arginavano la turbolenza cavalleresca respingendola verso l’esterno. All’interno, la guerra tendeva insensibilmente ad assumere l’andamento di un giuoco, regolato, codificato. […] La cavalleria trovò distrazione e, al tempo stesso, di che perseverare nel suo esercizio e rafforzare il senso della propria superiorità sociale, nei tornei”: battaglie simulate in cui era escluso l’odio per l’avversario, che era un proprio pari. Un ceto di guerrieri esiste per combattere: è quella la sua prerogativa sociale, la fonte del suo prestigio e della sua legittimazione. “Ben lo sapevano i principi che ogni anno, a primavera, portavano in tournée i guerrieri della loro provincia. Questa vi trovava sollievo e quelli ritornavano agguerriti, e per di più carichi di bottino e di gloria”, osserva Duby.
Di nuovo, lo storico francese richiama la nostra attenzione sul fatto che nella cultura cortese il termine «giovane» indicava “il gruppo dei cavalieri che avevano terminato il loro apprendistato, ricevuto intorno ai vent’anni solennemente le armi e le insegne del mestiere, ma che ancora non avevano trovato […] da installarsi nella loro propria signoria e che, nell’attesa, «torneavano»”. Questo stato “si protraeva sempre per parecchi anni e spesso non finiva mai”, perché dipendeva dalla morte del padre, per i primogeniti, o dal ricevere un proprio terreno dal signore per tutti gli altri.
Per il fascino che esercitava il suo stile di vita, per la nostalgia che conservavano dei suoi piaceri quelli che non li condividevano più, e per l’impazienza che attizzava in essa l’appetito di cogliere ciò di cui si riteneva privata, la «giovinezza» dominò l’evoluzione dei valori aristocratici. Ancora nel 1225 li dominava. La prima parte del Roman de la Rose fu scritta, anch’essa, per dei «giovani»”.

Il Roman si presenta “come un’opera d’iniziazione, un’«arte» di portarsi bene, di progredire nella perfezione di uno stile”, e il luogo naturale di tale processo era “la casa del signore, il gruppo di ragazzi di cui si circondava […]. Accogliere, mantenere in casa sua i figli dei suoi feudatari costituiva […] uno dei suoi primi doveri, imposto dal contratto di vassallaggio. Un dovere e un diritto: era una delle forme della sua generosità, ma era anche il mezzo più sicuro di assicurare ai successori l’autorità sulla generazione che veniva su. I ragazzi gli venivano mandati molto presto, quando uscivano dall’infanzia; in compagnia dei figli del signore iniziavano il loro apprendistato di schermidori. Il signore li «vestiva», forniva loro l’equipaggiamento militare quando armava i suoi figli, poi […] li «tratteneva» […] finché non succedevano al padre nel feudo”.
Essendo che i giovani cavalieri non guadagnavano nulla, la corte dipendeva dalla «liberalità» del signore che li manteneva: questa virtù era continuamente elogiata nella letteratura, come avviene nel Roman de la Rose. “La cortesia, e attraverso di essa tutta la società aristocratica, riposava sulla liberalità e i chierici di corte, compiacenti, fingevano di confondere questa con la carità del cristianesimo […]. A questo punto precisamente si vede l’articolarsi delle strutture economiche ed ideologiche: i villani producono la ricchezza; il signore se ne impadronisce legittimamente, ma non potrebbe serbarla per sé; deve ridistribuirla fra tutta la cavalleria, e in primo luogo fra la «giovinezza». Di questa ridistribuzione la corte è l’organo [e] la liberalità ne è il motore. Per essa i «giovani» sono mantenuti in uno stato di dipendenza ed è questa la ragione per cui […] tutta la corte è invasa dall’invidia diretta a coloro che sono padroni del loro danaro; dall’impazienza di succedere, di disporre infine di beni, di rendite che non verrebbero più da un signore di cui bisogna sopportare gli umori”.
Il signore gestisce questa distribuzione di ricchezza che serve a tenere a freno i giovani come un concorso: “I vincitori, quelli che i signori aiutano a uscire per primi dalla giovinezza, a installarsi prima in una situazione signorile, sono i più leali, i più arditi nelle cavalcate, i più pronti a impegnarsi in una serie di prove, di avventure che non finiscono mai. La liberalità tiene dunque in esercizio. In compenso non le si riconoscono limiti: i «giovani» reclamano sempre di più, il diritto di divorare a tutto spiano ciò che la signoria produce”.

La nascita dell’amor cortese è comunque legata non solo alle ragioni politiche e strategiche che conducevano alla presenza di un gran numero di giovani nella corte del signore, ma anche alle strutture di parentela diffuse nella società medievale. “Per non moltiplicare dei figli che avrebbero spezzettato l’eredità rischiando di portare alla decadenza dei troppo numerosi discendenti, il lignaggi, prudentemente, rifuggivano dal far prendere moglie ai figli. Meglio che mettesse su famiglia uno solo, il maggiore. Gli altri restavano «baccellieri», a meno che il loro signore, concedendo loro un feudo, dando loro in moglie l’erede di un vassallo defunto, non procurasse loro di che fondare una casa in proprio senza toglier nulla al patrimonio avito”.
In attesa che ciò accadesse, i giovani erano costretti a rimanere single, ma non senza donne: “la generosità dei signori doveva vegliare anche a fare in modo che i castelli abbondassero di ragazze compiacenti. Le frustrazioni della giovinezza non erano di natura sessuale – se non nel senso di questa lunga permanenza nella vita cavalleresca di una sessualità da adolescenti, di una situazione d’instabilità e di vagabondaggio. […] Infatti il matrimonio significava l’indipendenza infine conquistata: col matrimonio ci si sistemava. Senior, che si contrappone a juvenis, designava anche l’uomo sposato”.

E in tutto questo, anche la dama, la moglie del signore, era tenuta a mostrare la sua liberalità e svolgere il suo ruolo nel gioco che teneva i giovani cavalieri alle dipendenze del signore, il ruolo della posta in gioco: “Doveva dare, dare se stessa, gradualmente. La sua liberalità sembrava tanto necessaria quanto quella del suo signore e padrone. All’uno e all’altra, perché non crollasse l’intero edificio della società cortese, era vietato di abbandonarsi all’avarizia: lei non doveva rifiutarsi a questi giuochi, lui non doveva far niente per tenerla lontana” perché lo scopo di questi giochi era “«addomesticare» la «giovinezza». Col miraggio dell’adulterio non si potevano cullare i cavalieri nell’illusione di avere il sopravvento sui vecchi, sui ricchi, sui potenti? Alla loro aggressività si offriva una specie di sfogo, di compensazione ludica, poiché l’amore cortese […] come l’amicizia che il vassallo e il suo signore si dovevano a vicenda, rifiutava tutte le astuzie, tutti i maneggi che nei colloqui fra gli anziani dei lignaggi precludevano alle unioni matrimoniali”.
Duby ribadisce la funzione di controllo sociale di questo gioco: “Da una parte, l’amore cortese, con l’asservimento simulato del cavaliere alla dama eletta, con le sue lunghe tappe, le sue soddisfazioni chimeriche e graduali, fu il più efficace rimedio ideologico contro le contraddizioni interne della società aristocratica. D’altra parte non cessò mai di essere un giuoco di uomini. Il signore, da lontano, dissimulato, governava il concatenarsi delle peripezie, come da lontano governava l’apparente spontaneità dei tornei. […] Le donne non vi furono mai altro che delle figuranti. Delle esche. In ogni caso, semplicemente, oggetti. Tutti i poemi dell’amore cortese sono stati cantati da uomini e il desiderio che celebrano fu sempre un desiderio maschile”.

 

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 4)

Il quarto capitolo di “Medioevo Maschio” è dedicato all’amor cortese: Georges Duby si propone di indagare la relazione fra una visione dell’amore nata nella letteratura, nei poemi e nei romanzi dell’epoca, e “la vera organizzazione dei poteri e delle relazioni della società”. L’interrogativo iniziale è: “che tipo di rapporto può avere una letteratura […] di sogno, di evasione, di appagamento, coi comportamenti concreti?” a cui lo storico risponde a partire da questo punto: “Questa letteratura fu accettata, altrimenti non ce ne sarebbe pervenuto nulla (anche se lo stato della tradizione manoscritta ci porta a chiederci se l’accettazione fu tanto rapida). […] Per venire ascoltate, bisogna bene che queste opere avessero qualche rapporto con ciò che preoccupava le persone a cui erano dirette con la loro situazione reale. Inversamente non mancarono d’influire sui modi di comportamento di quelli che costituivano il loro pubblico. Ciò autorizza lo storico a mettere a confronto il contenuto di tali opere con ciò che può conoscere, attraverso altre testimonianze, delle strutture e dell’evoluzione della società feudale”.

L’autore inizia descrivendo le caratteristiche dell’amor cortese, a partire dal protagonista: “un uomo, un «giovane», nel duplice significato della parola […], di uomo senza moglie legittima, e […] di uomo effettivamente giovane, la cui educazione non è ancora arrivata a compimento. Quest’uomo assedia, nell’intento di conquistarla, una dama, ossia una donna maritata, quindi inaccessibile, […] protetta dai più stretti divieti posti da una società […] le cui basi sono delle eredità che si trasmettono per via maschile, e che, di conseguenza, considera l’adulterio della sposa come il peggiore dei sovvertimenti e minaccia terribili castighi al suo complice. Dunque, al cuore stesso dello schema, il pericolo”.
L’amor cortese ha in sé due facce: “da un lato, tutto il mordente della questione veniva dal pericolo affrontato […] d’altro lato, si trattava di una prova nel corso di un processo formativo, e più la prova era pericolosa più risultava efficace”. Duby sottolinea ulteriormente questo aspetto di sfida: “Come nel torneo […] l’uomo ben nato rischia nel giuoco la sua vita, mette il suo corpo alla ventura (non parlo dell’anima; l’oggetto di cui cerco di stabilire la collocazione fu creato allora per affermare l’indipendenza di una cultura, la cultura degli uomini di guerra, arrogante, educata alla decisione, nella gioia di vivere, contro la cultura dei preti). Come nel torneo, il giovane rischia la vita con l’intento di perfezionarsi, di accrescere il proprio valore, il suo pregio, ma anche di prendere, prender piacere, catturare l’avversario dopo aver spezzato le sue difese”.

Se nel torneo l’avversario è un combattente alla pari e il destino del duello è segnato solo dalle capacità individuali, nella “gara” fra il cavaliere e la dama, quest’ultima è destinata “per natura ad avere la peggio. Per natura. Per motivi fisici. Per le leggi naturali della sessualità. Infatti si tratta bene di questo e non riescono a dissimularlo i veli della sublimazione, tutti gl’immaginari transferts dal corpo al cuore. […] In effetti, gli esercizi ludici […] esaltavano quel valore che l’epoca collocava in cima alle virtù virili […], il trasporto sessuale, e perché il piacere maschile ne acquistasse in vivacità, invitava l’uomo a controllare il proprio desiderio”.
In questo gioco di seduzione, ci rammenta Duby, non è la donna a tenere le redini del desiderio del giovane e a scegliere quando concedersi a lui. “La donna è un’esca, analoga a quei mannequins contro cui il novello cavaliere si scagliava […]. La dama non era forse invitata ad agghindarsi, a celare e a svelare le sue attrattive, a rifiutarsi a lungo, a concedersi solo con parsimonia, un po’ alla volta, in modo che dal prolungarsi della tentazione e del rischio il giovane apprendesse la padronanza di sé, il dominio del suo corpo?”.

Il contesto in cui si sviluppa questa letteratura, che poi fu imitata nella realtà, è collegato alle “questioni sollevate a proposito delle relazioni fra uomo e donna dalle strategie matrimoniali adottate nella società aristocratica. […] Le severe restrizioni ai matrimoni dei figli maschi moltiplicavano […] il numero dei celibi, gelosi di quelli che avevano una sposa nel letto, frustrati. Non alludo alle frustrazioni sessuali […]. Mi riferisco all’assillante speranza di impadronirsi di una compagna legittima, per fondare la propria famiglia, per sistemarsi, e alle fantasticherie di aggressione e di ratto alimentate da quest’assillo. D’altro lato gli accordi nuziali si concludevano quasi sempre senza tenere il minimo conto dei sentimenti dei due promessi; la sera delle nozze, una bambina troppo giovane, appena pubere, era abbandonata a un giovane violento che non aveva mai visto. E c’era anche quella segregazione che, dai sette anni in poi, collocava maschi e femmine in due universi totalmente separati. Tutto si accordava dunque perché tra coniugi si stabilisse non una calda relazione paragonabile a ciò che per noi è l’amore coniugale, ma un freddo rapporto di disparità: nella migliore delle ipotesi, dilezione condiscendente da parte del marito e, nella migliore delle ipotesi, riverenza timorosa da parte della moglie”.

Un simile contesto era il terreno ideale per l’adulterio, e questo lo sapevano perfettamente anche i chierici che tentavano di stigmatizzarlo e negarlo. Non potendo riuscirci, cercarono almeno di codificarlo in una serie di regole. Duby nota: “Un tale codice era necessario per tenere a freno la brutalità, la violenza nel progresso verso la civiltà […]; ci si aspettava che, ritualizzando il desiderio, quel codice orientasse verso la regolarità, verso una specie di legittimità, i motivi d’insoddisfazione degli sposi, delle loro mogli, e soprattutto di quella inquietante massa di uomini turbolenti che gli usi familiari costringevano al celibato”. Una struttura sociale che imponeva ad almeno, se vogliamo azzardare un’ipotesi, quattro giovani su cinque di rimanere single – giovani allenati per tutta la vita all’uso delle armi e alla forza fisica –, poteva facilmente essere causa di rivolte, che avrebbero messo in crisi tutto l’ordine sociale, politico ed economico che si basava sull’eredità al primogenito.

Funzione regolatrice, volta ad imporre un ordine; il che mi porta a considerare un’altra categoria di problemi, relativi […] all’ordine pubblico, problemi […] politici che la codificazione dei rapporti tra uomini e donne poteva aiutare a risolvere”. Questa funzione va compresa a partire dal fatto che l’amor cortese è una forma di letteratura nata nelle corti, “sotto l’occhio del principe e per rispondere alle sue aspettative”: se l’adulterio celebrato in questa forma letteraria fosse stato vissuto come una minaccia dai mariti sovrani della corte, non ne avrebbero permesso la circolazione. Invece, in una fase storica in cui “il potere pubblico si sentiva di nuovo capace di dare la sua impronta ai rapporti sociali, il principe mecenate […] deve avere consapevolmente favorito l’istituzione di quelle liturgie profane […]. Infatti era un modo di rafforzare la presa del potere sovrano sulla categoria sociale che forse, in quel momento, era la più utile alla ricostituzione dello Stato, ma che era anche la meno docile: la cavalleria”.

Questo perché il codice dell’amor cortese da un lato “rialzava i valori cavallereschi, affermava [sul piano simbolico] la preminenza della cavalleria minata di fatto, insidiosamente, dall’insinuarsi nella buona società di elementi danarosi, dall’ascesa della borghesia. La fine amour, praticata nell’honestas, fu presentata come uno dei privilegi del ‘courtois’ [e] diventò così il criterio fondamentale di distinzione. Il parvenu, il negoziante arricchito negli affari, riusciva a farsi ammettere in quel mondo particolare, la corte […], mostrando la capacità di trasformarsi con uno sforzo di conversione analogo a quello che un uomo doveva compiere se voleva, salendo di un grado nella gerarchia dei meriti, introdursi in una comunità monastica; doveva fornire la prova che poteva giuocare debitamente quel giuoco. Tuttavia, all’interno del recinto, la società cortese era diversa. Contando su questa diversità, il principe intendeva tenerla più strettamente nelle sue mani, dominarla”.

Non è tutto: “In seno alla stessa cavalleria il rituale cooperava in un altro modo, complementare, a mantenere l’ordine: aiutava a dominare quanto vi era d’impetuoso, ad «addomesticare» la «gioventù». Il giuoco d’amore fu in primo luogo educazione alla misura. […] Invitando a reprimere gl’impulsi, era per se stesso, fattore di calma, di pacificazione. Ma questo giuoco […] invitava anche a una gara. Si trattava, superando dei concorrenti, di guadagnare […] la dama. E il […] capo della casa accettava di collocare la sua sposa al centro della competizione, in una situazione illusoria, ludica, di preminenza e di potere. La dama rifiutava i suoi favori a questo, li concedeva a quello. Fino a un certo punto: il codice proiettava la speranza di conquista come un miraggio ai limiti imprecisi di un orizzonte fittizio. […] La dama aveva così la funzione di stimolare l’ardore dei giovani, di valutare […] le virtù di ognuno; presiedeva alle rivalità permanenti. Coronava il migliore. Il migliore era quello che l’aveva servita meglio. L’amore cortese insegnava a servire, e servire era il dovere del buon vassallo. Di fatto furono gli obblighi propri del vassallaggio che si trovarono ad essere trasferiti nella gratuità del divertimento, ma che […] diventavano più pungenti, poiché l’oggetto del servizio era una donna, un essere naturalmente inferiore. L’apprendista, per acquistare maggiore padronanza di sé, si vedeva costretto ad umiliarsi […]. L’esercizio che gli si chiedeva era un esercizio di sottomissione; e anche di fedeltà, di oblio di sé”.