I processi contro i nazisti e la rappresentazione dei tedeschi nel secondo dopoguerra

Con la puntata precedente abbiamo chiuso il sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, parlando della questione dei prigionieri italiani in URSS e i mancati processi ai criminali di guerra italiani. Apriamo ora il settimo capitolo.

La narrazione della guerra” analizzata nei capitoli precedenti, esordisce Focardi, “non rispose però soltanto al legittimo calcolo politico di forze impegnate in una lotta la cui posta in palio era la salvezza o meno della nazione”, ma fu “ispirata anche dai sentimenti genuini di persone, politici e intellettuali, che ogni giorno avevano sfidato la morte combattendo nelle città o sulle montagne, in uno scontro brutale segnato da violenze, torture, saccheggi, rastrellamenti, deportazioni, esecuzioni sommarie e stragi di civili. […] Del tutto spontanea risultava però la viscerale condanna delle atrocità tedesche in Italia, schietto il disgusto per l’invasore nazista, che non si ritraeva dal ricorrere a ogni forma di terrore sia contro i partigiani sia contro le popolazioni civili. Diffusi erano dunque nel paese ostilità, indignazione e rancore […]. La stampa antifascista, così come la letteratura, il cinema, le arti figurative, davano voce a emozioni che erano vive e radicate nella penisola […]. La loro denuncia della «barbarie nazista» non aveva in questo niente di strumentale, ma rispecchiava ed esprimeva lo stato d’animo di una nazione profondamente straziata, che aveva subito ferite dolorose, non solo le nefandezze della «guerra ai civili», ma anche la cattura e l’internamento in Germania e in Polonia di circa 620 mila soldati, trattati con disprezzo e durezza; la distruzione e la rapina delle opere d’arte; la deportazione di migliaia di oppositori politici e di lavoratori; e infine, certo non ultima, la persecuzione antiebraica”. A questo proposito, in una nota Focardi approfondisce: “Dei circa 624 mila militari italiani inviati nei campi di internamento, 6400 morirono in mare durante il trasporto e circa 40 mila decedettero durante la prigionia per sfinimento, denutrizione e malattie, oppure restando uccisi sotto i bombardamenti alleati o per mano tedesca. […] Il gruppo di ricerca coordinato da Brunello Mantelli e Nicola Tranfaglia […] ha documentato 23.826 nominativi complessivi di deportati politici italiani, di cui 22.204 uomini e 1.514 donne. I decessi risultano 10.129, pari al 42,5 per cento del totale. Il computo non prende in considerazione i deportati nel campo di transito di Bolzano e nella risiera di San Sabba a Trieste. […] Fino adesso sono stati identificati 6.806 ebrei deportati dall’Italia (approssimativamente 4.000 italiani e 2.500 stranieri). Di questi, 5.969 morirono nei lager (inclusi 612 bambini). Al numero delle vittime bisogna aggiungere circa un altro migliaio di persone ancora non identificate, 1820 ebrei deportati per mano tedesca dai possedimenti italiani nell’Egeo […] e circa 320 ebrei morti in Italia per effetto della persecuzione”.

L’occupante tedesco fu così effigiato con sprezzo nei panni ferini della «belva nazista» intenta a infierire sul popolo italiano. Fanatico, cinico, arrogante, spietato, il «Tedesco» – come comunemente si scriveva, quasi a indicare un’essenza antropologica imperitura – incarnava l’immagine del «male» e del «nemico assoluto». Egli appariva a un tempo, come ha notato Claudio Pavone, lo straniero invasore, il tradizionale nemico dell’Italia […], l’eterno barbaro teutonico, il nazista convinto della propria superiorità razziale e determinato a imporla. Il lascito della guerra fu inevitabilmente una raffigurazione del soldato germanico impregnata di rancore e radicale esecrazione. […] Benedetto Croce bollò nell’«oppressore» germanico «l’atroce presente nemico dell’umanità», l’azionista Piero Calamandrei si riferiva ai tedeschi come agli «Unni calati dai paesi della barbarie» […], Nuto Revelli, a sua volta, li spregiava con odio manifesto chiamandoli «porci kruki», ricorrendo a un epiteto molto diffuso nella letteratura partigiana. E analoga, esacerbata, condanna traspariva dai disegni di Renato Guttuso pubblicati sull’«Unità» e poi esposti nella mostra curata a Roma nell’agosto 1944 dal giornale comunista sotto il titolo L’arte contro la barbarie: sembianze umanoidi di grossi bestioni armati fino ai denti impegnati a far strage di italiani, donne, vecchi e bambini innocenti”, descrive Focardi, che più oltre prosegue, “Fu soprattutto la ferinità dell’esercito tedesco a essere posta in evidenza e stigmatizzata con raccapriccio. Nel solco della propaganda della prima guerra mondiale, venne deprecata la brutalità selvaggia delle azioni tedesche.”

Emblematiche le parole di Enzo Noè Girardi nella sua recensione di Uomini e tedeschi, raccolta di scritti e disegni di internati nei lager curata da Armando Borrelli e Anacleto Benedetti: «Si dice: greci e barbari, romani e barbari, ebrei e gentili, cristiani e pagani. Ma ieri s’è potuto dire, con verità semplicemente: Uomini e tedeschi. E si poteva dire, ché era lo stesso, ‘Uomini e belve’ o, meglio, ‘Uomini e demoni’, tanto fu bestiale l’odio dei tedeschi contro l’umanità tutta, a tanto perversa volontà di male si sottopose, deformando e rinnegando se stessa, l’intelligenza del popolo tedesco». La stampa, la letteratura, la pubblicistica dell’Italia liberata riproducono la stessa disumanizzazione del tedesco presente nei disegni di Guttuso. Le sembianze dei militari germanici sono animalesche, prive di ogni traccia di umanità, oppure rivelano tratti distorti, malati o devianti. Occhi gialli e vacui, bocche guaste, chiazze sul viso, lineamenti alterati. […] Anche i gesti quotidiani dei tedeschi appaiono innaturali: risate sguaiate, urla bestiali lanciate in una lingua essa stessa artificiosa e agghiacciante, «strozzata» e «coagulata» come la descrive sul «Tempo» lo scrittore e artista Alberto Savinio.”, riprende Focardi, che più oltre continua, “Accanto all’effige bestiale del soldato tedesco, imbevuto di tacitiano furor teutonicus, si pose quella non meno inquietante dell’ufficiale nazista, impeccabile nelle forme esteriori ma capace di fredda e inaudita crudeltà, insensibile al dolore altrui, anzi intimamente sadico e perverso. […] con tratti simili venivano raffigurati anche gli impassibili ufficiali medici tedeschi che nei campi di sterminio decidevano con un cenno chi dovesse essere inviato nelle camere a gas o svolgevano con meticolosità terribili esperimenti scientifici sui prigionieri. Primo fra tutti il famigerato dottor Mengele […]. Fra tutte, emblematica risultò la figura di [Herbert] Kappler, il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, definita nel luglio del 1944 dal primo governo Bonomi «la più grande strage barbarica» subita dalla nazione. Un opuscolo pubblicato dopo la liberazione di Roma lo descrive come […]: «Biondo, impomatato, con la scriminatura sempre a posto, il nodo della cravatta impeccabile, la giacca ben tagliata, i calzoni perfettamente stirati: l’autentico tipo del signorino per bene. Gli occhi, soltanto gli occhi lo tradivano: chiari, d’un celeste cangiante a volte in verdolino opaco, che non permettevano di leggervi nulla, in taluni particolari momenti, lo sguardo diveniva subdolo, tagliente come la lama d’un coltello avvelenato». […] L’elegante tenente colonnello Kappler era infatti un «pervertito, malato di quel tenebroso e tipico sadismo teutonico che pare sia prerogativa del 99 per 100 dei tedeschi». Raffigurazioni come questa trovarono conferma in innumerevoli pubblicazioni e soprattutto nell’immagine prodotta dai processi contro i principali criminali di guerra tedeschi, condotti in Italia a partire dal 1946 da tribunali britannici e italiani. Particolare rilevanza ebbero il processo tenuto a Roma da una corte britannica nel novembre 1946 contro i generali Mältzer e von Mackensen, accusati della strage delle Fosse Ardeatine, quello contro il feldmaresciallo Albert Kesselring, svolto anch’esso presso un tribunale militare inglese a Venezia dal febbraio al maggio del 1947, quello condotto da una corte militare italiana a Roma dal maggio al luglio 1948 contro Herbert Kappler e altri corresponsabili della strage delle Ardeatine. I giornali italiani seguirono con grande interesse tutti e tre i processi con ampie cronache dei dibattimenti, affidate anche a giornalisti di vaglia come Indro Montanelli e Paolo Monelli. […] I resoconti giornalistici non fecero che confermare quel ritratto caratterizzato da fredda e criminale ferocia tracciato in precedenza dalla pubblicistica italiana”.

Un effetto simile […] ebbero i resoconti dei principali processi tenuti nello stesso periodo in Germania e in Polonia contro criminali di guerra tedeschi. Tre in particolare furono seguiti con attenzione dalla stampa: il processo condotto a Lüneburg in Germania nell’autunno 1945 contro i responsabili dei crimini commessi nei campi di Belsen e di Auschwitz; il processo di Norimberga contro i vertici del regime nazista iniziato nel novembre 1945 e conclusosi nell’ottobre 1946; il processo tenuto a Varsavia dall’11 marzo al 2 aprile 1947 contro l’ex comandante del campo di Auschwitz, Rudolf Hoess, terminato con la condanna a morte e l’esecuzione dell’imputato. Le notizie provenienti dai dibattimenti […] resero manifeste ai lettori italiani dimensioni e modalità dello sterminio compiuto dal Terzo Reich, soprattutto nei territori dell’Europa orientale: lo sfruttamento del lavoro schiavizzato, l’eliminazione di massa di russi e polacchi, lo sterminio programmato degli ebrei. Contemporaneamente furono svelati, anche attraverso la pubblicazione di numerose fotografie, i volti dei carnefici in camicia bruna: le «due belve» di Belsen, ovvero il comandante del campo, Josef Kramer, e la «diabolica» Irma Greese, la giovane ventunenne capo delle guardie della sezione femminile, con i loro sguardi «duri e gelidi», emblema della crudeltà germanica; i caporioni del Partito nazista ritratti sui banchi di Norimberga, da Göring a Hess, da Ribbentrop a Streicher, da Rosenberg a Sauckel, le cui espressioni venivano indagate, non senza morbosa curiosità, alla ricerca di indizi che ne svelassero la perversione e la malvagità; infine, il «macellaio» Rudolf Hoess, lo «sterminatore scientifico» come lo chiamava l’«Avanti!», «genio del male» responsabile della macchina del massacro di Auschwitz, il quale come Kappler aveva risposto imperturbabile a tutte le domande descrivendo con precisione il processo di «sterminazione biologica sistematica» degli ebrei cui aveva efficientemente presieduto”, racconta Focardi.

Se i dibattimenti contro i criminali di guerra nazisti […] svolsero dunque una funzione significativa nel fissare i tratti della raffigurazione demoniaca del tedesco, un ruolo importante in questo senso ebbero anche le testimonianze prodotte da coloro che avevano fatto esperienza del volto più disumano del sistema di oppressione nazista, gli internati nei lager”, afferma Focardi, che più oltre prosegue, “I lettori erano stati scioccati dalle notizie sulle eliminazioni di massa nei «campi della morte» di Treblinka o di Mauthausen, riferite anche da Radio Londra, che furono poi confermate e arricchite di macabri particolari nella primavera del 1945 via via che giungevano informazioni dai campi appena liberati: iniezioni letali, paralumi confezionati con la pelle dei prigionieri uccisi (come quelli prediletti dalla signora Koch, moglie del comandante di Buchenwald), rimpicciolimento e imbalsamazione di teste di internati «con i sistemi dei selvaggi del Borneo», esperimenti scientifici su cavie umane, produzione di sapone dai corpi delle vittime, l’impiego abominevole della camere a gas e dei forni crematori. Le informazioni che affluivano dalla Germania componevano un quadro raccapricciante di orrori, che apparivano frutto della compenetrazione tra fanatismo ideologico, sadismo, cieca obbedienza agli ordini e sistematica applicazione delle più moderne conoscenze tecnico-scientifiche”.

Gli italiani in Jugoslavia e in Grecia: i crimini di guerra e la collaborazione con i partigiani

Siamo giunti alla quarta parte del capitolo sesto del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, che riprende e approfondisce l’argomento della terza parte, la questione dei crimini di guerra italiani durante l’occupazione della Jugoslavia.

Gli italiani, diversamente dai tedeschi (ma anche dagli ustascia croati), non furono protagonisti di politiche di genocidio come quelle perpetrate contro gli ebrei; e in genere eseguirono gli ordini di ritorsione in maniera meno sistematica dell’alleato germanico, il quale applicò rappresaglie molto più radicali, come dimostra la pratica di uccisione in grande scala degli ostaggi e dei civili, di cui un caso esemplare furono le azioni condotte in Serbia nell’ottobre 1941 a Kraljevo e a Kragujevač, che provocarono migliaia di vittime”, osserva Focardi, che in una nota precisa, “Si calcolano fra 4 e 5 mila i civili assassinati nell’area di Kraljevo e 2.300 quelli uccisi a Kragujevač in base agli ordini del generale Franz Böhme, che prevedevano rappresaglie nella misura di 100 serbi da eliminare per ogni soldato ucciso e 50 per ogni ferito: cfr W. Manoschek, Kraljevo – KragujevačKalavryta.

Questo non significa che i reparti italiani non si fossero macchiati di gravi crimini di guerra, provocando la morte di migliaia di persone, fra combattenti e non combattenti, inclusi vecchi, donne e bambini. Sulla base delle denunce effettuate alla Commissione per i Crimini di Guerra delle Nazioni Unite […], Brunello Mantelli ha indicato la cifra complessiva di 250 mila vittime dell’occupazione italiana in Jugoslavia e 100 mila in Grecia. Questi dati devono essere quasi certamente ridimensionati per quanto riguarda la Jugoslavia. […] Il numero dei greci vittime dell’occupazione oltrepassa infatti la cifra di centomila se si considerano anche le vittime della grande carestia che colpì il paese nell’inverno 1941. Ma in questo caso la responsabilità italiana è condivisa con gli alleati tedeschi e bulgari.” Focardi aggiunge in una nota: “Nel 1946 le autorità greche stimarono le perdite complessive subite dal paese durante il conflitto in 620 mila morti, di cui 360 mila deceduti per fame. Cfr Aga Rossi, Giusti, Una guerra a parte”.

Assai arduo, se non impossibile, risulta poi il calcolo delle vittime dell’occupazione italiana in Jugoslavia (Slovenia, Dalmazia, Croazia, Montenegro). Il loro numero oscilla peraltro considerevolmente a seconda che si considerino o meno le uccisioni commesse dalle varie formazioni collaborazioniste create o supportate dagli italiani”, fa il punto Focardi, “Al momento, i soli dati affidabili di cui disponiamo sono relativi alle vittime dell’occupazione italiana della Slovenia, una parte della quale, con capitale Lubiana, fu annessa nel 1941 al Regno d’Italia. Su una popolazione di circa 336 mila abitanti, sono stati censiti da Tone Ferenc almeno 1569 esecuzioni capitali di sloveni (con o senza processo) e 1376 decessi nei campi di concentramento italiani, dove furono deportate 25 mila persone, pari grosso modo all’8 per cento del totale della popolazione”. Lo storico puntualizza in un’altra nota: “A questi va aggiunto un numero imprecisato di partigiani caduti in combattimento o passati per le armi dopo essersi arresi. Altri due storici sloveni – Bojan Godeša e Tadeja Tominšek Rihtar – hanno recentemente indicato la cifra di 1594 partigiani caduti vittima degli italiani e 1870 sloveni morti nei lager italiani, in La Slovenia e le sue vittime (1940-1946). Il livello della violenza tedesca in Slovenia risulta comunque molto superiore a quello italiano, con 10 mila persone vittime nei campi di concentramento e 16.700 civili uccisi nelle rappresaglie contro ostaggi o durante le offensive della Wehrmacht”.

I militari italiani nel contesto jugoslavo, fatto di continue imboscate che in ogni momento mettevano a rischio la loro vita, vissero rapidamente un processo di «interiorizzazione della violenza» e di «adattamento alla brutalità» che li trasformò – come ha notato Rodogno – in «volenterosi» protagonisti delle rappresaglie ordinate dai comandi. La guerra partigiana condotta dai «ribelli» appariva loro una pratica illegittima cui era lecito rispondere con ogni mezzo. […] I soldati italiani individuarono nella «disumanità» dimostrata nella lotta dai partigiani il motivo che li autorizzava all’uso massiccio della violenza, indirizzata senza tante remore anche contro i civili, considerati conniventi con gli insorti.”, spiega Focardi.

Nella memorialistica militare esaminata questo ‘volto’ dei combattenti italiani veniva omesso, così come veniva omesso il fatto che fosse stata l’aggressione dell’Asse a produrre intenzionalmente la disarticolazione dello Stato jugoslavo e a fomentare la guerra civile con i suoi orrori. A vestire i panni dei criminali di guerra erano le camicie nere e le autorità fasciste di occupazione, i bellicosi partigiani usi allo scannamento dei prigionieri, gli ustascia sterminatori, i «cattivi tedeschi» descritti come efficienti e spietati persecutori. […] La famigerata circolare 3C era stata presentata da Zanussi come un semplice «tonico» per rianimare lo scarso spirito combattivo dei reparti, mentre essa aveva rappresentato – per dirla con le parole di Claudio Pavone – «un’effettiva dichiarazione di guerra ai civili»; tutti avevano incensato l’opera di soccorso ai rifugiati prestata in Croazia, mentre avevano accennato appena alle repressioni in Slovenia e Montenegro, dove non c’era stata traccia di «azioni umanitarie»; l’intera descrizione delle misure repressive adottate sembrava poi svolta con il codice penale militare di guerra alla mano, per evitare incriminazioni o per controbattervi. Nei confronti degli ufficiali accusati di crimini di guerra i partiti e la stampa della sinistra antifascista avevano dimostrato tutt’altro atteggiamento. Notizie sulle violenze italiane commesse nei territori occupati erano circolate fin dal 1942 sui fogli antifascisti, che avevano espresso esecrazione, solidarietà con le popolazioni colpite e una recisa condanna dei responsabili”, spiega Focardi, che più oltre continua, “Anche un liberale come Benedetto Croce nel gennaio 1944, al congresso dei CLN di Bari, aveva manifestato il proprio «ribrezzo» verso i soldati «della patria di Mazzini e di Garibaldi» portati a «imitare, contro tutto il costume e il temperamento italiano, procedimenti tedeschi nelle terre della Jugoslavia»”.

Dopo la svolta di Salerno e la formazione del primo governo Badoglio di unità nazionale, tutti i partiti del CLN […] avevano sottoscritto il 23 maggio 1944 la dichiarazione di politica estera, che conteneva un passaggio relativo alle aggressioni di Mussolini contro altri paesi, nel quale veniva espressa la volontà di «ripagare le distruzioni della guerra, ed eseguire accurate e rigorose indagini, per precisare torti e violenze fasciste, ed adottare le più severe sanzioni per i colpevoli». In effetti, anche le principali forze della sinistra antifascista (comunisti, socialisti, azionisti) si erano mostrate favorevoli a indagare e a giudicare in Italia i responsabili dei crimini di guerra, piuttosto che concederne l’estradizione nei paesi dove avevano compiuto i loro misfatti. Come scriveva nel giugno 1944 il leader socialista Pietro Nenni, «noi rivendichiamo per il nostro popolo il diritto di giudicare e di punire con inflessibile severità i nostri criminali di guerra». Vi era però una differenza di fondo rispetto all’analoga posizione dell’establishment monarchico-badogliano […]: mentre questi usavano la rivendicazione […] come strumento politico utile a garantirne in realtà la completa impunità, le sinistre puntarono sul serio a portare sul banco degli accusati i responsabili di crimini di guerra, a partire dai vertici civili e militari protagonisti delle occupazioni. Il tentativo, destinato all’insuccesso, ebbe luogo dopo la liberazione di Roma e la formazione del primo governo Bonomi, nell’ambito della politica di epurazione degli apparati dello Stato (fra cui le forze armate) condotta dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo retto da Carlo Sforza, con il comunista Mauro Scoccimarro come suo braccio destro”, spiega Focardi.

L’operazione era necessaria perché, come scriveva «Italia Libera», organo di stampa del Partito d’Azione, «Il ricordo dell’oppressione fascista in quelle terre [occupate, ndr] è troppo recente e troppo timida ancora l’azione del nostro Governo nei suoi rapporti internazionali perché all’estero si possa sempre sentire con sufficiente chiarezza che la nuova Italia ha rinnegato la politica infame dell’Italia fascista. Non è sempre facile evidentemente per chi sta fuori dal nostro Paese distinguere l’Italia che muore, l’Italia dei martiri, dei fuoriusciti, dei patrioti, dall’Italia dei generali che si sono battuti, indifferentemente, per l’Asse o contro l’Asse, dei diplomatici pronti a rappresentare la dittatura o la democrazia. Aver colto questo elemento di sfiducia può essere una lezione preziosa. A un patto: quello di avere il coraggio di trarne la logica conseguenza».

La posizione opposta era sostenuta da «Italia Nuova», il principale organo monarchico, che sosteneva la necessità e la difficoltà di “convincere gli Alleati che «il regime fascista era una cosa e il popolo italiano un’altra» e quella, «infinitamente più grave», che derivava dal fatto che «a non tutti gli stranieri può far comodo riconoscere che il popolo italiano è innocente dei crimini del fascismo». Per ovviare a queste difficoltà e per evitare i pericoli di una pace punitiva, «Italia Nuova» sottolineava l’esigenza «di raccogliere tutti i fatti, tutte le testimonianze, tutti i dettagli che possano indurre gli stranieri a distinguere non solo tra regime fascista e popolo italiano, ma tra popolo italiano nel suo insieme e popolo tedesco»”.

Il giornale azionista sottolineò come il modo corretto di difendere il popolo italiano non fosse quello di sostenere che i «nostri genarali tennero alta la civiltà italiana fuori dai nostri confini o che i gerarchi ladri governarono con spirito di umanità» – presentando cioè «gli invasori sotto veste di civilizzatori» – bensì quello di «additare al paese ed al mondo i veri responsabili di queste nostre vergogne» e di fare rapidamente giustizia «dei generali che usarono i gas asfissiati contro gli abissini, che impiccarono e fucilarono i greci e gli jugoslavi». Occorreva in sostanza procedere rapidamente e senza sconti per nessuno sulla via dell’epurazione e della punizione dei colpevoli”, riassume Focardi.

La pressione delle sinistre si allentò momentaneamente dopo la crisi del primo governo Bonomi, caduto proprio sul problema dell’epurazione, ma riprese nel febbraio 1945 allorché dalle colonne dell’«Unità» fu avanzata la richiesta di «individuare, ricercare e punire coloro che hanno insozzato di fronte al mondo il nome d’Italia, gli sgherri del fascismo e i generali di Mussolini, i seviziatori di donne e bambini e i fucilatori dei patrioti jugoslavi», fra i quali erano indicati i generali Pirzio Biroli e Zanussi. […] Subito dopo la fine della guerra, a seguito della temporanea occupazione di Trieste e della Venezia Giulia operata fra maggio e giugno 1945 dalle forze jugoslave, si produsse una svolta significativa nell’atteggiamento delle sinistre. I propositi annessionistici di Tito e le diffuse violenze antitaliane suscitarono enorme preoccupazione nel ceto politico e nell’opinione pubblica della penisola, inducendo anche nel Partito socialista e nel Partito d’azione un forte istinto di autodifesa nazionale. Ogni ipotesi di estradizione dei criminali di guerra (di cui Belgrado era il principale accusatore) fu lasciata di nuovo cadere […]. Il partito di Togliatti, stretto fra i vincoli della solidarietà internazionalista al governo comunista di Tito e la cura degli interessi nazionali, oscillò su una linea segnata dall’ambiguità e dal tatticismo: mentre i suoi organi di stampa saltuariamente ventilarono l’esigenza di un’estradizione dei criminali di guerra, i suoi uomini nelle istituzioni […] condivisero invece senza tentennamenti la posizione dei governi di unità antifascista contrari alla consegna dei presunti responsabili e operarono attivamente in tale direzione”.

La stampa e la pubblicistica di matrice azionista, socialista e comunista svilupparono nelle loro narrazioni questo profilo del combattente italiano in terra d’occupazione, sottolineando il cammino che i soldati avevano percorso «da occupanti a partigiani» (per usare un’espressione del comunista Luigi Longo) […] di maturazione umana, morale e politica compiuto da migliaia di militari italiani nei Balcani e in Russia, che, disgustati dalle violenze commesse dai commilitoni tedeschi contro le popolazioni civili, avevano solidarizzato con queste e simpatizzato con le ragioni della resistenza partigiana, passando infine dopo l’armistizio a combattere contro il «comune nemico» germanico. In questa cornice di lettura, il soldato italiano assumeva tratti di umanità simili per certi aspetti all’identikit proposto dalla memorialistica militare e dai fogli monarchici, risultando al pari dispensato da qualsiasi responsabilità circa i crimini commessi nel corso delle occupazioni […]. i colpevoli erano sempre individuati nei soldati tedeschi, oppure in giovani fascisti dei battaglioni Mussolini […], in boriosi e ottusi «ufficiali fascisti», nelle bande locali di collaborazionisti loschi e sanguinari. Contro di loro era andata la ripugnanza dei militari italiani. […] Nel racconto di Longo, i ranghi inferiori dell’esercito apparivano privi di macchia rispetto alla «guerra fascista» di aggressione e spiccavano per le qualità umane dimostrate nel contatto coi civili, distinguendosi dai fascisti e dai tedeschi. […] Edulcorando una realtà che aveva visto i benevoli soldati italiani – fanti, alpini, bersaglieri – partecipare spesso volitivi alle cruente operazioni antiguerriglia (sebbene ritraendosi di solito dal fucilare donne e bambini), anche Longo addebitava le efferatezze italiane esclusivamente agli «sciagurati battaglioni M, composti di camicie nere e della feccia della società» e agli «ufficiali fascisti», imitatori gli uni e gli altri delle «brutalità e dei crimini nazisti»”, spiega Focardi, che in una nota approfondisce: “Di solito nelle rappresaglie era applicato un «codice maschile», per cui si fucilavano tutti i maschi ritenuti abili alle armi – dai ragazzi appena maggiorenni agli uomini maturi – come ad esempio era successo a Domenikon in Grecia nel febbraio 1943 (145 uomini fucilati a seguito di un’azione partigiana che aveva fatto 9 morti fra le truppe italiane). Le donne e i bambini venivano risparmiati, anche se spesso finivano nei campi di internamento, dove si registrarono numerosi decessi. Inoltre, le donne partigiane catturate non ebbero generalmente destino diverso dai compagni di lotta di sesso maschile, venendo fucilate senza tanti riguardi. È da considerare, infine, che molte donne e bambini persero la vita nel corso di bombardamenti di villaggi condotti per rappresaglia con l’artiglieria o mediante incursioni aeree”.

Incolpevole veniva descritta la massa dei soldati e alcuni loro comandanti, «gli umili gregari e i migliori ufficiali», i quali avevano solidarizzato con le popolazioni locali e simpatizzato per i partigiani («gente come loro», fatta di contadini e operai), comprendendo piano piano «sia pure confusamente, che la lotta che questi popoli conducevano era contro l’ingiustizia e l’oppressione».” Non si trattava però della maggioranza: “Sui 600 mila uomini delle 35 divisioni italiane presenti al momento dell’armistizio nell’area dei Balcani e nelle isole dell’Egeo, circa 38 mila (di cui 20 mila camicie nere) avevano affiancato il vecchio alleato, mentre una massa di 400 mila uomini fu fatta prigioniera dai tedeschi, sovente con la falsa promessa di un rapido rimpatrio. Dei circa 155 mila scampati, una parte effettivamente scelse di combattere contro gli ex alleati germanici affiancando sul posto i movimenti di resistenza, un’altra parte, invece, numericamente più consistente, rifiutò di continuare la guerra e cercò di sopravvivere nascondendosi tra la popolazione con il «rischio di morire di fame, di subire le vendette dei locali o di cadere nei frequenti rastrellamenti dei tedeschi»”, spiega Focardi, che in una specifica ulteriormente: “Una stima di coloro che effettuarono questa scelta risulta assai difficile. Dalla storiografia si può desumere una cifra approssimativa di 50 mila militari italiani impegnati a vario titolo nella Resistenza in Jugoslavia: 12 mila inquadrati nella divisione Garibaldi del generale Oxilia, 4 mila nella brigata Italia, migliaia disseminati nei reparti jugoslavi o impegnati nei battaglioni lavoratori. A questi andrebbero aggiunti circa 25 mila uomini in Albania guidati dal generale Azzi e i 23 mila della divisione Pinerolo in Grecia che però, dopo un periodo iniziale di collaborazione con i partigiani, furono da questi disarmati e internati subendo violenze e privazioni di ogni genere. Una menzione a parte spetta alla resistenza antitedesca opposta dopo l’8 settembre da unità militari italiane che avevano rifiutato di arrendersi ai tedeschi, come la divisione Perugia in Albania, la divisione Bergamo in Dalmazia, la Taurinense e la Venezia in Montenegro (che poi andarono a formare la divisione Garibaldi), la divisione Acqui a Cefalonia e Corfù le altre unità che presidiavano isole dell’Egeo, vittime di rappresaglie brutali con migliaia di morti”.
“Le vicende dei militari che si impegnarono nella resistenza antigermanica nei Balcani furono segnate da eroismo e sacrificio, ma anche da difficoltà, umiliazioni e scontri con i movimenti partigiani (soprattutto in Grecia), non sempre disposti ad accogliere a braccia aperte gli italiani e a collaborare lealmente con chi aveva rappresentato fino a poco prima il nemico e l’occupante. […] Nella raffigurazione del soldato italiano invasore diventato «combattente per la libertà» tracciata dalle sinistre si esprimeva un sincero compiacimento per quello che veniva considerato un esempio di solidarietà politica e morale fra le forze della Resistenza europea, nonché l’ennesima prova della distanza intercorsa fra regime fascista e popolo italiano, rappresentato dai suoi figli in uniforme. L’azione della Resistenza militare all’estero, come quella dei partigiani in Italia, aveva agli occhi degli antifascisti un grande valore, in quanto dimostrava concretamente – per usare parole dell’azionista Dante Livio Bianco – «che la fratellanza dei popoli europei non [era] una fantasia di sognatori, ma una realtà viva». Tale raffigurazione ebbe tuttavia anche la funzione di esaltare il contributo dell’Italia alla lotta contro la Germania. […] Se per le sinistre alla base della scelta antitedesca dei soldati vi sarebbero stati sensibilità umana e un processo di lenta maturazione politica, per le istituzioni militari invece vi sarebbe stata soprattutto la persistenza di quei valori di fedeltà al re e alla nazione, senso dell’onore e disponibilità al sacrificio tipici della tradizione del regio esercito”. 
La storiografia, osserva Focardi in una nota, ha stimato un numero di perdite fra i militari italiani nella lotta contro i tedeschi “pari a 25-26 mila soldati: 6.500 caduti in azioni di combattimento, 6.000-6.500 vittime di azioni criminali, 13 mila morti durante il trasporto in prigionia, poco più di 5.000 dispersi e 4.836 feriti”.

La negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche

Innanzitutto, felice Festa della Repubblica Italiana! In questa serie di post in effetti la nascita della Repubblica e il contesto in cui avvenne sono un tema di sottofondo alla serie di post che raccontano La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, come da sottotitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (per chi fosse appena arrivato, la puntata precedente è qui).

Qui vediamo le ragioni per cui la classe dirigente antifascista portò avanti la narrazione dell’estraneità-avversione degli italiani al regime fascista e alle imprese da esso portate avanti, culminanti nella guerra a fianco della Germania.

Come abbiamo visto, “le forze antifasciste furono concordi nel distinguere innanzitutto le responsabilità del popolo italiano da quelle del regime. L’argomento, nevralgico, corrispondeva in primo luogo a un comune sentire, a una autocoscienza diffusa all’interno delle élites dirigenti antifasciste segnate dall’esperienza condivisa di una lunga opposizione al regime pagata col confino, col carcere, con l’esilio, con la perdita dolorosa di amici e di compagni di lotta”, sottolinea Focardi, oltre che dall’esigenza di recidere ogni legame con il passato per mobilitarsi in una guerra al fianco degli Alleati per salvaguardare il futuro dell’Italia sul piano della politica internazionale.

“Da questo punto di vista, il messaggio aveva come principali destinatari proprio i vincitori e divenne tanto più imperativo quanto più, col trascorrere del tempo, Stati Uniti e Gran Bretagna dimostrarono scarsa volontà di ottemperare alle generiche promesse fatte dalla loro propaganda […] a proposito di un veloce inserimento dell’Italia, con uguali diritti, all’interno del blocco delle nazioni schierate contro la Germania nazista”, riassume Focardi.

Il “riconoscimento di un rapporto di vera e propria alleanza con le Nazioni Unite” non giunse mai, “ottenendo l’Italia solo la concessione di alcuni pur preziosi aiuti economici e un modesto miglioramento delle condizioni di armistizio, che incluse la possibilità di ristabilire normali relazioni diplomatiche con Londra e Washington e di tessere rapporti politici ed economici sul piano internazionale con un certo grado di autonomia dalle autorità alleate”, nelle parole di Focardi.
Abbiamo già detto delle divergenze fra le forze politiche antifasciste, accantonate ma non annullate dall’“esigenza di provvedere al destino della nazione sconfitta”, e dell’accordo su due punti fondamentali: “la negazione dell’esistenza di un consenso popolare al regime e l’affermazione di una perfetta linea di continuità – e dunque di un rapporto di filiazione – fra la resistenza opposta al fascismo nel ventennio e la battaglia finale contro di esso ingaggiata dopo l’8 settembre. Come scrisse a questo proposito il leader socialista Pietro Nenni, la guerra di liberazione del popolo italiano rappresentava «la continuazione, con le armi alla mano, della lotta che l’avanguardia del popolo ha condotto per venti anni contro il fascismo». Entrambi i postulati rispondevano a esigenze politiche stringenti e giustificate nel contesto di allora, imperniate sulla ricerca di autolegittimazione dei partiti antifascisti e sulla tutela internazionale del paese”.

Tuttavia la realtà era decisamente diversa da questa narrazione: “il regime a vocazione totalitaria era stato capace di attivare nel tempo meccanismi di mobilitazione del consenso e forme di adesione all’interno della società italiana, combinando abilmente l’impiego della repressione contro gli oppositori, gli strumenti di una moderna propaganda, la creazione di una liturgia politica di massa e la possibilità di allocare beni sociali, dalle pensioni ai posti di lavoro, sulla base di criteri di fedeltà politica (welfare dictatorship). A sua volta, il rapporto fra antifascismo e Resistenza presentava sì importanti elementi di continuità, politica ideale e morale, ma anche fattori non trascurabili di discontinuità, a partire dallo iato generazionale fra la vecchia classe dirigente antifascista […] e i giovani affluiti nelle bande partigiane dopo l’armistizio, fra cui molti soldati sbandati o renitenti alla leva di Salò, magari già da tempo disillusi e stufi del regime ma lontani inizialmente da ogni alfabetizzazione politica in senso antifascista”.

C’erano, come detto, motivi pressanti e fondati per sostenere questa narrazione discordante dai fatti, che i dirigenti antifascisti sapevano essere tale. “L’argomento della distinzione necessaria da operare fra popolo e regime […] fu infatti impiegato costantemente da parte antifascista […] per cercare di sollevare il paese da una condizione di sudditanza politica che minacciava di trasformarsi in una futura punizione, avvertita […] come moralmente ingiusta e intollerabile, non ultimo perché tale punizione avrebbe potuto avere pericolose ripercussioni sulla stessa legittimazione delle forze politiche antifasciste alla guida della nazione”, spiega Focardi, che ricorda l’intervento di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, su Foreign Affairs “per mettere in guardia Washington e Londra sul rischio che un futuro trattamento draconiano dell’Italia potesse avere l’effetto di alimentare revanscismi e nostalgie fasciste, come era accaduto in Italia e in Germania dopo la prima guerra mondiale”.

Si trattava di una preoccupazione diffusa fra i dirigenti antifascisti, che Focardi chiama «complesso di Weimar». “A fomentare le paure dei partiti antifascisti sulle ripercussioni politiche di un’eventuale pace punitiva era del resto la stessa esperienza italiana della «vittoria mutilata», mito che aveva ampiamente contribuito alla mobilitazione e al successo originario del fascismo, capace di intercettare e sobillare i sentimenti di larghe schiere di reduci. Il pericolo non era da sottovalutare”, aggiunge Focardi. Un trattamento punitivo avrebbe inoltre rafforzato le accuse di tradimento della Repubblica di Salò, “per quanto storicamente infondate, minando la posizione dell’antifascismo”, che poteva contrastare questo pericolo solo facendo “ogni sforzo per convincere i vincitori del diritto del popolo italiano a una pace equa, che tenesse conto della sua avversità al fascismo e dei meriti acquisiti dopo l’8 settembre con la guerra antitedesca”.

Diverso, in parte, il punto di vista del PCI di Palmiro Togliatti, che “rivendicò fin dall’estate del 1944 l‘esigenza di «guardare in faccia la realtà» e di non farsi «illusioni» sulla «sconfitta totale» patita dal paese e sulla conseguente necessità di pagare un prezzo per la «brigantesca» guerra di aggressione scatenata dal fascismo”, nella convinzione che “il problema dello statuto internazionale dell’Italia andava affrontato conquistando la fiducia del mondo democratico attraverso l’impegno nello sforzo bellico e […] l‘eliminazione di ogni traccia di fascismo in tutti i campi della vita nazionale, «distruggendo tutto quello che a questo scopo deve essere distrutto, rinnovando tutto quello che deve essere rinnovato»”.

In questo i comunisti si distinguevano dai socialisti, il cui leader Pietro Nenni, rivolgendosi agli Alleati, aveva definito il popolo italiano «la prima vittima del fascismo e del nazismo» e li aveva invitati a dare fiducia agli italiani e a consentire “al paese un’effettiva collaborazione sia sul piano bellico sia su quello della costruzione della futura pace europea”, fiducia che secondo Nenni era meritata in quanto l’«avanguardia antifascista» “aveva prodotto ogni sforzo durante il ventennio per abbattere la dittatura. Se non era riuscita nel suo intento, ciò era dovuto alla «forza dell’apparato terroristico interno del fascismo» e alle «vaste e utili complicità politiche, finanziarie e morali» che il regime aveva trovato all’estero.”, spiega Focardi.

Abbiamo già visto anche gli sforzi di Benedetto Croce e Carlo Sforza sullo stesso fronte. In particolare, Focardi riassume la visione di Sforza sulla politica estera: “Sforza auspicò una politica attiva dell’Italia in chiave europeistica fondata sull’unione con la Francia e l’amicizia con la Jugoslavia, proponendo in questa cornice la salvaguardia dell’italianità di Trieste e la destinazione di Fiume a sede di una «futura superlega delle Nazioni». All’idealismo europeistico si sposava pertanto la difesa degli interessi nazionali, come rivelava anche la rivendicazione della sovranità italiana sulle colonie, a meno che esse […] non fossero fuse in un grande consorzio internazionale, alla cui gestione l’Italia democratica avrebbe comunque dovuto partecipare”.

Per Croce la pervasiva ostilità popolare al fascismo e il tenace rifiuto della guerra dell’Asse costituivano una fulgida base morale che, unita all’impegno antigermanico messo in campo dopo l’8 settembre, attribuiva all’Italia il diritto di chiedere ai vincitori la «profonda revisione», se non l’«abolizione», delle clausole dell’armistizio per consentire al paese la «partecipazione ai consigli del nuovo assetto dell’Europa»”, ricordando agli Alleati “le promesse fatte dai «propagandisti della radio inglese» che avevano esortato il popolo italiano alla lotta, rassicurandolo sull’intangibilità dei confini nazionali e sul rispetto delle terre coloniali «redente alla civiltà» dal lavoro italiano”. Croce, ricorda Focardi, sosteneva che “Mussolini aveva costruito la sua dittatura su un suolo privo di fondamenta”, paragonandola all’«invasione degli Hyksos», il popolo sconosciuto che avrebbe invaso l’antico Egitto per poi scomparire senza lasciare tracce nella Storia, dopo la quale la nazione era ormai «vaccinata contro il ritorno dell’infezione». Nel 1944 Croce aveva dichiarato inoltre che «L’Italia, vinta formalmente secondo il giure di guerra e di pace, non si sente vinta, non si adatta a essere considerata tra i popoli vinti, ma afferma il suo diritto di stare tra i vincitori».

Anche la cultura antifascista cattolica ribadì gli stessi concetti: «Gli Alleati sanno che i totalitarismi sono menzogne. Si tratta cioè di regimi nei quali non la totalità si afferma, bensì una cricca dominante, una minoranza armata che si impone alla maggioranza disarmata», dichiarava Guido Gonella, direttore del «Popolo». Mentre il liberale Mario Ferrara rincarava la dose: «Il popolo italiano non solo non ha accettato il fascismo ma ha vissuto venti anni in ribellione».

Una prova tangibile dell’avversione italiana al fascismo fu ravvisata nelle reazioni seguite nel paese alla caduta di Mussolini […] presentate, con evidente forzatura, come la prima libera espressione degli autentici sentimenti degli italiani conculcati per vent’anni dalla dittatura fascista”, scrive Focardi, che più oltre prosegue, “Ma fu soprattutto la vittoriosa insurrezione generale lanciata dal CLNAI il 25 aprile 1945 a essere presentata dalla classe dirigente antifascista quale tappa culminante della lunga e intensa lotta contro il regime iniziata dal popolo italiano fin dal 1922”. Secondo Alberto Cianca del Partito d’Azione, questi eventi testimoniavano che «questo popolo, non appena è stato in condizioni di farlo, ha dimostrato, nonostante tradimenti e defezioni, la sua volontà e la sua capacità di liberarsi, stretto dal vincolo di un’alleanza di sangue, se non ancora di trattati, con le Nazioni Unite».

Negli stessi giorni, tuttavia, l’Italia non fu ammessa alla partecipazione alla conferenza di San Francisco, atto di nascita dell’ONU, cosa che fu vissuta come un’ingiustizia da tutte le forze antifasciste, una negazione del valore degli sforzi dei partigiani e dei partiti antifascisti che li rappresentavano.

La guerra di Mussolini, non la guerra degli italiani

La premessa – questa è una serie di post tratta dal libro di Filippo Focardi Il cattivo tedesco e il bravo italiano – è ormai inutile, me ne rendo conto, ma temo sempre che ci sia qualcuno che arriva all’ultimo post e non riesce a rintracciare le connessioni con i precedenti, perciò mi sento in dovere di linkare la puntata precedente e invitare a seguire i link per ricostruire a ritroso tutta la serie.

Comunque abbiamo visto, nella suddetta puntata precedente, come la propaganda contro i tedeschi dopo il cambio di fronte si rifacesse a temi di matrice risorgimentale. Per le forze antifasciste giustificare il cambio di fronte era imprescindibile: “Un presupposto necessario per la mobilitazione bellica era costituito – tanto per Badoglio quanto per le forze antifasciste – dalla rescissione di ogni legame di corresponsabilità fra la nazione italiana e la guerra dell’Asse. Solo così infatti era possibile dare autentica credibilità alla nuova lotta contro il nemico germanico ingaggiata a fianco degli Alleati”, sostiene Focardi.

In parallelo al dissociare il popolo italiano dal fascismo (vedi cap 2), le forze antifasciste “condannarono recisamente l’ingresso nel conflitto e la partecipazione alla guerra al fianco della Germania, sostenendo che il paese era stato trascinato contro il suo volere da Mussolini con la grave e inescusabile complicità di Vittorio Emanuele III” , spiega Focardi. L’Unità definì la guerra dell’Italia a fianco della Germania come «una guerra ignominiosa contro la volontà del popolo» e come «la guerra dell’imperialismo fascista», conclusasi «con la sconfitta del fascismo, ma non del popolo italiano». Il PCI e il PSIUP, nel loro patto d’unità d’azione, dichiararono di associarsi «contro ogni tentativo diretto a far ricadere sul popolo la responsabilità del regime fascista, contro il quale l’avanguardia popolare ha condotto per venti anni una lotta eroica».

La «presunzione di innocenza» del popolo italiano”, approfondisce Focardi, “non era appannaggio solo delle forze della sinistra antifascista, ma risultava condivisa e rivendicata anche dall’antifascismo moderato, a cominciare da quanti […] avevano a cuore l’istituzione monarchica ma non concepivano altro modo di conservarla se non attraverso l’abdicazione del sovrano, irrimediabilmente compromesso col regime di Mussolini. Il ‘sacrificio del re‘ […] e la creazione in via transitoria di una reggenza e di un governo veramente rappresentativo apparivano infatti un passaggio ineludibile, utile al contempo per rilanciare lo sforzo bellico antitedesco del paese e separare in via definitiva le responsabilità del popolo italiano da quelle della dittatura fascista”.

In occasione del primo congresso dei partiti antifascisti del CLN (Bari, gennaio 1944), Benedetto Croce “sottolineò il carattere di «guerra civile» del conflitto scatenato dall’Asse, di guerra cioè anche interna ai singoli Stati fra forze democratiche e forze antidemocratiche, ponendo in evidenza come gli italiani, oppressi dal regime, in cuor loro avessero parteggiato unanimi per le nazioni aggredite dal nazifascismo, schierandosi con gli avversari di Mussolini, restauratori della libertà” spiega Focardi, “Croce spiegava come il fascismo non fosse stato che una «parentesi di venti anni» […] passata la quale l’Italia aveva potuto riannodare uno «stretto legame» con le «altre Nazioni sorelle», affiancandole finalmente sul campo di battaglia”.

Nella stessa occasione, “Carlo Sforza bollò a sua volta la guerra dell’Asse come «la più infame e antinazionale delle guerre», invisa al popolo italiano perché combattuta al fianco del tradizionale nemico tedesco contro i tradizionali alleati, Francia e Inghilterra. Dunque pose […] l‘esigenza che il re fosse allontanato il prima possibile dal trono per il bene supremo del paese”, dato che la sua permanenza rendeva «più difficile agli italiani di sostenere e provare al tavolo della pace che essi sono l’Italia nuova e che non hanno nessuna responsabilità degli errori e dei crimini del passato».

Come già detto, “la mobilitazione contro la Germania risultava scopo imprescindibile e prioritario tanto per la monarchia quanto per l’antifascismo, non solo perché nel Reich hitleriano entrambi si trovavano a combattere il protettore della Repubblica sociale contro cui si era accesa una virulenta lotta intestina, nonché lo straniero invasore […], ma anche perché la Germania rappresentava allo stesso tempo il «comune nemico» delle Nazioni Unite, dalla lotta contro il quale dipendevano le possibilità di riabilitazione internazionale dell’Italia, nazione nemica sconfitta sottoposta a resa incondizionata”, nota Focardi, che più avanti continua “Il riconoscimento dell’ambiguo status di «cobelligeranza» da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, dopo la dichiarazione id guerra alla Germania del 13 ottobre 1943, non aveva infatti risolto la posizione internazionale dell’Italia, che rimaneva sottoposta alle rigide clausole armistiziali e gravata dalla minaccia di subire alla fine della guerra un trattamento punitivo da parte degli Alleati”.

Del nesso cruciale esistente fra sforzo bellico antitedesco e riscatto delle incerte sorti nazionali era pienamente consapevole il Regno del Sud”, spiega Focardi, per via dell’esistenza del «documento di Quebec», un telegramma scritto il 18 agosto 1943 da Churchill e Roosevelt “col quale Stati Uniti e Gran Bretagna avevano dichiarato la loro disponibilità a un miglioramento delle condizioni di resa imposte all’Italia in rapporto al futuro impegno del paese nella lotta contro la Germania nazista”. Il documento affermava infatti: «La misura nella quale queste condizioni saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’aiuto che il Governo e il popolo italiani daranno realmente alle Nazioni Unite contro la Germania durante la rimanente parte della guerra».

Ancor prima che i partiti del CLN dessero vita, nell’aprile 1944, al governo di unità nazionale con Badoglio, le forze antifasciste avevano già maturato sufficiente consapevolezza del legame che intercorreva fra impegno bellico e salvezza della nazione grazie alle trasmissioni della propaganda alleata. Queste, infatti, avevano più volte sollecitato gli italiani a rivolgere le armi contro l’ex alleato germanico con la promessa, invero piuttosto nebulosa, di un trattamento generoso per il paese al termine della guerra”, aggiunge Focardi.

Ivanoe Bonomi, il 13 ottobre 1943, annota sul suo diario queste lucide parole: «Noi siamo e dobbiamo restare uno Stato che si è arreso senza condizioni. Non possiamo perciò diventare gli alleati delle Nazioni Unite e parlare da pari a pari con loro. Combattendo con loro non saremo degli alleati ma dei cobelligeranti. Al tavolo della pace dovremo rimanere dei vinti sprovvisti dei diritti che spettano soltanto ai vincitori. Ma questa umiliante condizione (frutto della confessata sconfitta militare e dell’incapacità della monarchia e del governo di negoziare, a tempo opportuno, la caduta del fascismo) può essere migliorata qualora l’Italia riprenda le armi contro la Germania. Se l’Italia farà uno sforzo guerriero essa potrà modificare la sua posizione. Il miglioramento – dice espressamente la dichiarazione degli alleati – sarà proporzionato al suo sforzo».

Questo principio divenne il cardine principale della politica del governo Badoglio e più tardi di quello Bonomi. “In conclusione, si può affermare che il tentativo di discolpare il popolo italiano, costretto a una guerra invisa al fianco del «secolare nemico», e lo sforzo promosso per concentrare le energie nazionali contro l’«oppressore nazista» risultarono due fattori correlati di un’azione di riscossa patriottica che sia la ristretta classe dirigente monarchico-badogliana sia l’antifascismo nel suo complesso erano chiamati a perseguire come obiettivo prioritario”, afferma Focardi, “Le forze cielleniste avevano contestato fin dall’inizio la capacità di un sovrano, macchiatosi di tradimento e di connivenza pluriennale col fascismo, di condurre la riscossa per la salvezza della patria e si erano proposte agli Alleati come interlocutore privilegiato per la democratizzazione del paese e la conduzione della guerra antitedesca. Tutti gli sforzi […] si infransero però contro l’opposizione alleata, innanzitutto di Churchill, che vedeva nel re il garante istituzionale delle condizioni di resa fissate dall’armistizio”.

Lo scontro fra le forze del CLN e il governo monarchico badogliano fu poi risolto “dopo il riconoscimento sovietico del governo Badoglio (14 marzo 1944) e la svolta politica prodotta dal leader comunista Palmiro Togliatti che […] affermò di concerto con Mosca la necessità per i partiti antifascisti di collaborare con il governo monarchico ai fini della guerra di liberazione nazionale (cosiddetta «svolta di Salerno»). Fu proprio sul terreno decisivo della lotta antitedesca […] che la corona e i partiti del CLN stipularono nella primavera del 1944 il loro compromesso politico e istituzionale destinato a reggere, pur con molte scosse, fino al referendum del 2 giugno 1946”, nota Focardi. Questa svolta fu suggellata dal passaggio a capo del governo di Ivanoe Bonomi, il cui governo “affermava l’esclusiva responsabilità del fascismo per l’adesione al Patto Tripatito e per la partecipazione italiana alla guerra”, rivendicava “piena legittimità alla scelta con cui la nazione, liberatasi dal «più aggressivo dei sistemi di polizia», aveva sciolto il vincolo che la legava ai tedeschi, alleati non suoi bensì del fascismo”, ribadiva ufficialmente la “condanna delle invasioni compiute dal regime mussoliniano ai danni di Stati pacifici quali la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia e l’Albania”, indicava “al paese lo scopo supremo della lotta antitedesca al fianco delle Nazioni Unite”.

Queste furono le premesse della successiva “fase caratterizzata dall’intensa azione di propaganda e, a un tempo, di mobilitazione e formazione dell’opinione pubblica, che si produsse all’indomani della liberazione di Roma (4 giugno 1944), quando ricomparve una libera stampa e un’editoria di livello nazionale […] fino alla liberazione definitiva del territorio nazionale” e della “fase seguente, caratterizzata dal dibattito sul trattato di pace e dalla nascita della repubblica, in cui una ricca produzione letteraria, pubblicistica e di taglio memorialistico contribuì […] a fissare le coordinate fondamentali della rappresentazione della guerra, destinate a costituire l’intelaiatura di […] una «narrazione egemonica» [l’espressione è di Charles Maier, ndr] nel paradigma di riferimento della futura memoria collettiva nazionale”, spiega Focardi.

Riepilogando i temi di cui si è parlato, Focardi conclude: “Di grande efficacia come strumento di radicale delegittimazione del fascismo e di contropropaganda nei confronti di Salò, nonché quale mezzo di mobilitazione alle armi contro il nazifascismo, tali argomenti vennero utilizzati principalmente dalla nuova classe dirigente antifascista come strumento di difesa degli interessi nazionali e arma di rivendicazione nei confronti degli Alleati, vincitori della guerra e arbitri del destino dell’Italia. […] E a essi ricorsero, a fini di autogiustificazione e discolpa, anche personaggi di rilievo del defunto regime in opere a carattere memorialistico a vasta diffusione (primo fra tutti il diario di Galeazzo Ciano), che contribuirono in maniera significativa a radicare nell’opinione pubblica italiana una determinata raffigurazione della guerra, destinata a profonda sedimentazione e grande longevità”.

Un nuovo Risorgimento nella lotta contro i tedeschi

Nonostante le loro divergenze, (vedi post precedenti), le forze antifasciste e il Regno del Sud furono messi nella necessità di collaborare nello sforzo bellico contro i tedeschi, uno sforzo molto difficile sia per le scarse risorse a loro disposizione sia per lo stato di sfinimento e rifiuto della guerra della popolazione italiana. Il terzo capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi è dedicato appunto a questo tema, e la prima parte qui riassunta affronta l’uso del richiamo del Risorgimento come motivo propagandistico per spingere alla mobilitazione contro i tedeschi.

“Lo scontro fra la Repubblica sociale italiana, il Regno del Sud e l’antifascismo sulla questione del tradimento della patria”, ricorda Focardi, era “strettamente connesso all’esigenza fondamentale di mobilitare il paese in una nuova guerra dopo la débâcle dell’8 settembre. Il riscatto dalla sconfitta rappresentava un compito inderogabile sia per il governo fascista repubblicano, sia per il governo monarchico e i comitati di liberazione nazionale. Se la Repubblica sociale, l’«alleato-occupato» della Germania, ebbe sempre a subire severi limiti d’azione nelle sue ambizioni di partecipazione bellica a fianco dei «camerati» tedeschi, allo stesso modo, sull’altro fronte, anche il legittimo governo italiano presieduto da Vittorio Emanuele III e le forze antifasciste […] dovettero fronteggiare molti ostacoli nei loro sforzi per attuare un impegno militare contro l’invasore e il «traditore» interno che lo spalleggiava”.

Il Regno del Sud possedeva margini di autonomia molto esigui rispetto alle autorità militari angloamericane, cui il «lungo armistizio», firmato a Malta da Badoglio ed Eisenhower il 29 settembre 1943, assegnava pervasivi poteri di controllo in materia politica, economica e finanziaria, sottoponendo ogni atto amministrativo del governo regio al placet della Commissione di controllo alleata”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Enormi erano anche le difficoltà della mobilitazione militare. Difficoltà di ordine psicologico, per la stanchezza dei soldati e dei civili nei confronti della guerra, resa evidente dalle dimensioni del fenomeno dello sbandamento dei reparti dopo l’armistizio e successivamente dalla massiccia renitenza alla leva […]. A ciò si aggiungevano difficoltà materiali, dovute allo scadente equipaggiamento dei reparti militari rimasti a disposizione di Badoglio e all’atteggiamento degli Alleati, contrari a un consistente riarmo italiano: gli inglesi perché determinati a far pesare fino in fondo la loro vittoria su un avversario che non doveva risollevarsi, gli americani […] perché delusi dal remissivo comportamento italiano in occasione dell’8 settembre, in particolare per la mancata difesa di Roma tanto inattesa quanto catastrofica, e da allora scettici sulla capacità e la volontà di combattimento degli italiani. Di conseguenza gli Alleati, mentre impiegarono intensamente al loro fianco la marina da guerra italiana rifugiatasi a Malta, furono disposti a rifornire l’esercito del Regno del Sud solo di una quantità modesta di armamenti moderni, sufficienti a inquadrare appena poche migliaia di uomini, preferendo servirsi piuttosto su ampia scala dei militari italiani come «unità ausiliarie» nei servizi logistici di seconda linea e nella difesa costiera e contraerea”. Un Corpo Italiano di Liberazione (CIL) formato da 25.000 uomini e in seguito da sei gruppi di combattimento che comprendevano in tutto 50.000 uomini partecipò alla riconquista alleata dell’Italia a partire dal marzo 1944 fino alla primavera 1945, ciononostante.

“Va detto che difficoltà non minori si trovarono ad affrontare anche le forze antifasciste”, riprende Focardi, “Scarso era il loro insediamento territoriale dopo venti anni di dittatura. Ardui i contatti con le prime, sparute, bande partigiane costituite in gran parte da militari datisi alla macchia, privi quasi sempre di una precisa coscienza politica antifascista, cui si affiancavano nuclei di studenti e operai più politicizzati. Si stima la presenza di circa 1.500 «ribelli» attivi nel settembre 1943, almeno un terzo dei quali concentrati in Piemonte […]. All’inizio del 1944, si calcola comunque che la consistenza numerica delle forze partigiane combattenti non superasse le 15mila unità, divise fra l’altro fra bande cosiddette «autonome» o «badogliane», guidate da militari di fede monarchica impegnati in una guerra patriottica di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, e bande invece politicamente inquadrate, dove spiccavano quelle legate ai partiti della sinistra antifascista (comunisti, azionisti, socialisti) impegnate in una lotta diretta non solo a liberare il paese dai nazifascisti ma anche a edificare, per via rivoluzionaria, un nuovo ordine politico e sociale. Limitati per tutti erano i mezzi di propaganda, affidati a giornali e volantini pubblicati e diffusi nella clandestinità. Impervio il compito di spingere alla lotta antitedesca e antifascista un paese stremato dalla guerra. Scarsi infine i mezzi bellici a disposizione”.

In questa difficile situazione, “sia la monarchia sia le forze antifasciste attinsero a piene mani, come già fatto dalla propaganda alleata, al repertorio retorico e simbolico antigermanico proprio della tradizione del Risorgimento e della Grande Guerra, che costituiva un patrimonio ancora assai radicato e vitale nel paese”, osserva Focardi, che più oltre continua, “L’incitamento alla lotta contro il «Tedesco» quale «nemico storico» degli italiani fu dunque fin dall’inizio uno strumento propagandistico irrinunciabile, rivolto al contempo a denunciare il carattere «antinazionale» dell’alleanza italotedesca e a spronare gli italiani contro la Germania nazista e il fascismo repubblicano suo alleato”. Questo repertorio comprendeva l’associare alle trasmissioni di propaganda gli inni di Mameli e di Garibaldi, citazioni dai quali ornavano anche le pubblicazioni della stampa clandestina e il “riferimento alla Grande Guerra come «ultima guerra d’indipendenza», tramite efficace fra il Risorgimento e la nuova contesa antitedesca, apertasi contro gli invasori agli ordini di Kesselring”.

Sia Badoglio sia Vittorio Emanuele richiamarono più volte la natura arbitraria del patto stretto da Hitler e Mussolini in spregio alle tradizioni risorgimentali e perorarono la ripresa della politica di decennale amicizia con le grandi democrazie occidentali”, spiega Focardi. Lo storico ricorda la definizione data da Badoglio degli angloamericani come «nostri vecchi compagni del Piave e di Vittorio Veneto» e quella data dal re del tedesco come «inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà», e allo stesso modo Benedetto Croce, “uomo di sentimenti monarchici ma intransigente oppositore del re, di cui chiedeva l’abdicazione”, come ricorda Focardi, “sollecitò i connazionali a prendere le armi contro lo «straniero che calpesta e vitupera l’Italia» per battersi in una guerra «che proseguiva tenace lo spirito del Risorgimento»”, condannando il Patto d’Acciaio come un «patto di partito» stretto «nell’interesse di una fazione […] contro tutta la nostra tradizione nazionale, contro tutti I nostri interessi politici ed economici, contro la nostra stessa situazione geografica», Togliatti aveva invitato gli italiani alla «guerra sacra di liberazione» contro l’«odiato tedesco», nostro «nemico secolare», e Velio Spano aveva posto l’obiettivo del Partito comunista nel «combattere sotto la bandiera del Risorgimento i tedeschi e il fascismo».

Questi temi ebbero un grande successo, “come dimostrano i nomi di battaglia scelti da molte unità (ad esempio Mazzini, Bixio, Mameli, Manin, Fratelli Bandiera, Piave, Osoppo) o le testate di alcuni fogli clandestini (fra cui «La Giovine Italia», «Fratelli d’Italia», «L’Italia e il secondo Risorgimento»)”, nota Focardi, “Ancora più significativo risulta il fatto che una delle più importanti formazioni politiche della Resistenza – il Partito d’azione – avesse scelto un nome di evidente ascendenza risorgimentale, e che lo stesso valesse per le principali formazioni partigiane della Resistenza, le brigate Garibaldi, legate al Partito comunista”.

Ma Focardi sottolinea anche la “differenza evidente fra le tradizioni risorgimentali cui si richiamava il Regno del Sud rivendicando la «continuità delle istituzioni», nel solco dunque della soluzione liberale moderata e monarchica del processo di unità nazionale, e le tradizioni risorgimentali cui si richiamavano invece le forze dell’antifascismo cattolico, al cui interno forte era l’impronta neoguelfa, e soprattutto la sinistra antifascista di matrice azionista, repubblicana, socialista e comunista. Questa si rifaceva al Risorgimento mazziniano e garibaldino, d’ispirazione repubblicana, cioè al filone risorgimentale delle forze popolari democratiche risultato sconfitto nell’Ottocento, ma di cui si auspicava la riscossa”, differenze che corrispondevano alle diverse finalità politiche: “Mentre, infatti, per le forze monarchiche l’appello a un nuovo Risorgimento poteva essere considerato […] «una formula di comodo per incanalare il rischioso ribollire della società italiana nella patriottica guerra al tedesco» (la definizione è dello storico Claudio Pavone, ndr), nel richiamo delle sinistre a Garibaldi o al Partito d’azione vi era al contrario «implicito il programma di rimettere in discussione gli assetti postrisorgimentali, non solo quello fascista, ma anche quello liberale» (citazione sempre da Pavone) […] [per non] venire meno ai propositi della lotta ideologica contro il nemico di classe e gli assetti del potere costituito”.

Nonostante le divergenze sul suo significato fra monarchia e forze antifasciste, “il patrimonio storico risorgimentale costituiva una comune risorsa strategica anche nella lotta intrapresa contro il fascismo repubblicano”, osserva Focardi, risultando “funzionale non solo alla conduzione della guerra patriottica ma anche alla conduzione della guerra civile […]. La propaganda di Salò, infatti, faceva largamente appello al Risorgimento cercando di appropriarsi dei suoi eroi e dei suoi miti, come dimostrano l’invocazione dell’inno di Mameli e dell’inno di Garibaldi, il Mazzini effigiato sui francobolli, il tentativo della RSI di rappresentarsi come l’erede della Repubblica romana del 1849. In questo contesto, la monarchia valorizzava a sua volta il ruolo centrale svolto dai Savoia nel processo di unità nazionale come principale, se non esclusivo, strumento di rilegittimazione dopo il tracollo di credibilità provocato dalla sconfitta militare e dall’armistizio. Ma anche i partiti antifascisti facevano leva sul Risorgimento per rilegittimarsi politicamente, dopo essere stati per vent’anni stigmatizzati dal regime come forze antipatriottiche […]. L’appello alle tradizioni risorgimentali risultò dunque importante anche sul piano dello scontro interno con Mussolini nella competizione per rivendicare legittimità politica agli occhi degli italiani”.

E questa mobilitazione propagandistica ebbe effetti a lungo termine. “L’equiparazione della resistenza antigermanica alle lotte risorgimentali era destinata […] a diventare nel dopoguerra uno dei principali canoni interpretativi della Resistenza”, nota Focardi, “Ma ancor prima essa rappresentò il denominatore comune fra forze moderate e forze radicali all’interno del CLN, nonché la «copertura ideologica della politica unitaria» intrapresa dal governo Badoglio e dai partiti antifascisti dopo l’accordo stretto nell’aprile 1944 per combattere assieme l’occupante germanico”.