Inizio dell’anno, tempo di bilanci…

2020. È arrivato senza che abbia avuto tempo di soffermarmi sul fatto che sta iniziando un nuovo anno, una nuova decade un nuovo decennio. Quest’anno compirò 25 anni, quindi il 2020 ha anche un significato personale, perché 25 è un traguardo ‘da adulti’ che segna in modo più tangibile una nuova fase della mia vita in cui in realtà sono già da un po’ ma non ho avuto tempo di fermarmi a pensarci. Quindi lo faccio adesso, un modo per tracciare il percorso fatto fin qui e fermare qualche riflessione che rispecchia questo periodo della mia vita, di cui questo blog è una cronaca indiretta. Questo post non avrà una grande coerenza tematica, ma riassume un po’ “il punto della situazione” nella mia vita.

Partiamo da un po’ di eventi significativi. Nel marzo 2018 ho ottenuto la laurea triennale in Sociologia, al termine di un percorso meraviglioso che mi ha fatto capire di appartenere a questo campo del sapere. Dopo la laurea mi sono iscritta a un corso di formazione in Genere, politica e istituzioni organizzato dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, perché ero indecisa su che strada prendere per la laurea magistrale: una specializzazione più orientata verso le tematiche dello sviluppo turistico e territoriale o più verso la ricerca sociale pura? Mentre stavo seguendo questo corso, mi è stato chiesto di partecipare alla redazione di un progetto di intervento sugli stereotipi di genere (Be.St – Beyond Stereotypes) dando una mano ‘dietro le quinte’ alla stesura dei materiali-guida per le scuole per combattere gli stereotipi e implementare un’organizzazione e una didattica attente all’inclusività. È stata un’esperienza breve ma intensa, che si è conclusa con la presentazione del progetto nel novembre 2018.

Inoltre, quasi in contemporanea, nell’autunno 2018, sono stata coinvolta in un progetto di ricerca che è durato quasi due anni e di cui vi parlerò quando sarà concluso. È stata un’esperienza che mi ha dato la possibilità e la responsabilità di misurarmi in prima persona con il fare ricerca in ambito sociologico con uno sguardo di genere e che mi ha fatto definitivamente capire che produrre conoscenza scientifica sui fenomeni sociali è un’impresa a cui voglio dedicare la mia vita e, inoltre, che ci sono ancora moltissimi ambiti dove si possono dare contributi significativi e fare la differenza.  A volte, leggendo la letteratura scientifica su un argomento, può sembrare che tutto sia già stato detto e fatto, ma lavorando ‘sul campo’ a un progetto concreto ci si rende conto che le domande senza risposta o quelle per cui esistono risposte piccole e frammentarie sono molto di più di quelle su cui esiste un corpus di risposte consolidato. Questo progetto non è ancora finito e ha assorbito una parte significativa del mio tempo, ma ha significato anche imparare più cose di quante non abbia mai imparato in pochissimo tempo. Ho macinato libri e articoli accademici, imparato a utilizzare software per l’analisi dei dati, preso parte al lavoro sul campo. Ora che la fase più intensa del lavoro è passata, mi sembra che sia trascorsa un’eternità, ma è stato solo l’anno scorso. Il 2019 è un anno che è stato interamente definito dal lavoro, un anno faticoso che è passato troppo in fretta, ma anche un anno in cui sono passata – e me ne sono accorta solo dopo – dall’essere una studentessa ad essere qualcosa di diverso, ancora in transizione fra un ruolo ‘adolescenziale’ e uno ‘adulto’. Di certo, indietro non si può tornare.

Il 2019 è stato anche l’anno in cui io e il mio compagno abbiamo festeggiato il nostro ottavo anniversario. La nostra relazione è evoluta negli anni che abbiamo condiviso, attraversando insieme l’adolescenza e arrivando ad essere due giovani adulti. Per questo uso la parola ‘compagno’ piuttosto che ‘ragazzo’: dopo tanto tempo, credo che il nostro legame meriti una parola più forte che renda l’idea del fatto che desideriamo trascorrere le nostre vite insieme. Il sogno, per ora destinato a rimanere tale finché non avremo finito entrambi gli studi, è di convivere e poter stare insieme ‘da adulti’, con un piccolo spazio che sia solo nostro. Non parlo volentieri di questo perché so che è un traguardo che richiederà un lavoro e un reddito prima di poter diventare concreto, ma ci siamo trovati sempre più spesso a fare progetti per il futuro e a discutere delle nostre vite in termini di impegno civico e condivisione di uno stile di vita diverso da quello delle nostre rispettive famiglie d’origine, in cui riporre tutto ciò in cui crediamo e che ci definisce. Voglio però ricordare il 2019 come l’anno dei progetti, l’anno in cui abbiamo aperto il discorso sul nostro futuro con più concretezza, piuttosto che parlarne solo come una lontana speranza.

A ottobre del 2019 mi sono iscritta alla laurea magistrale in Analisi dei Processi Sociali, sempre presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca. Questo corso di laurea è la prosecuzione di Sociologia più orientata verso i metodi e le tecniche del fare ricerca, completando la formazione più teorica della triennale per costruire la ‘cassetta degli attrezzi’ dei sociologi. Fin dall’inizio è stato chiaro che si tratta di una sfida molto più impegnativa della triennale, in cui il salto di difficoltà è netto. Ciò è evidente fin dalla numerosità delle classi: se in triennale eravamo circa in 180, ora siamo in 20. Il corso è iniziato con un lavoro a progetto che – non mi vergogno a dirlo – mi ha portata sull’orlo di un burnout emotivo, nel senso che mi sono ritrovata sopraffatta da ciò che mi era richiesto, senza tempo per dormire a sufficienza, per staccare e smaltire lo stress e la tensione accumulati, al punto che alla conclusione del progetto ero così debole e fiacca che non sono riuscita a fare nulla per giorni. Ricordare a me stessa che questo mi è successo è necessario per tenere sempre presenti i miei limiti di essere umano e la necessità di proteggermi in termini di benessere emotivo facendo attenzione alle mie scelte, perché non esiste un esame che valga il sacrificio del proprio equilibrio mentale. Novembre 2019 è stato il mese forse peggiore della mia vita, un mese in cui ho sperimentato la sensazione opprimente di non potere fisicamente mettermi a fare altro che non fosse lavorare sul progetto per quell’esame.

Fra dicembre e l’inizio di gennaio ho preparato un altro esame, mettendoci tutta me stessa. Adesso che l’appello d’esami è finito, posso dire con orgoglio di non essere indietro. Porsi l’obiettivo di fare tutto nei tempi prestabiliti non è particolarmente saggio, ma sento che al termine di questi due anni mi attendono le ‘vere’ sfide: entrare nel dottorato di ricerca e diventare una ‘vera’ ricercatrice. Voglio essere all’altezza dei miei obiettivi. Questo 2020 inizia con la consapevolezza dei traguardi raggiunti negli ultimi due anni, che mi hanno trasportata, come dicevo, in una fase diversa della vita rispetto a quando stavo studiando durante la laurea triennale. È difficile definire la differenza perché sto ancora studiando, ma sento il futuro più vicino e sento che ciò che richiedo a me stessa e che l’ambiente intorno a me mi richiede è molto di più rispetto a prima. Sento anche di non poter più pensare a me stessa solo come studentessa, ma di dover fare il punto sui cambiamenti che mi hanno portata dove sono ora e sulle loro implicazioni.

Partiamo, di nuovo, dal principio. Ci sono le cose che ho fatto, ma ci sono anche le cose a cui ho rinunciato per poter fare spazio nella mia vita e nel mio tempo a questi progetti impegnativi. La prima cosa a cui ho rinunciato per avere più tempo e più energie mentali è stare sui social network: ho dapprima disattivato e poi definitivamente cancellato il mio account Facebook. Questo ha implicato anche rinunciare a svolgere attivismo femminista su Facebook, che negli anni delle superiori e della triennale è stato una parte molto importante della mia vita, attraverso gruppi e iniziative come Il Maschilista di Merda – MDM, La Friendzone non Esiste e Doppio Standard. So di aver contribuito a costruire comunità che all’epoca in cui le ho lasciate erano floride e vitali, comunità di cui ora non so più nulla ma che mi auguro continuino a prosperare e a svolgere la loro importante funzione di luoghi virtuali di dibattito e consapevolezza, ma anche dove le persone possono trovare sostegno e comprensione senza giudizi. Un po’ mi mancano. Ma ho dovuto rinunciarvi perché la gestione quotidiana di tutte queste interazioni virtuali era logorante sul piano emotivo e veramente molto onerosa in termini di tempo: dare ascolto alle persone e discutere di temi femministi non è qualcosa che si può fare con superficialità. Ho anche sacrificato il mio tempo per scrivere su questo blog, ma questo spazio è mio e non devo, per fortuna, rispettare nessuna scadenza o quota. Distaccarmi dai social network e dalla lettura delle notizie online mi ha dato più prospettiva sugli eventi, senza sentirmi appiattita sull’attualità che scorre a una velocità insostenibile per processare ciò che succede in modo compiuto. L’unica fonte di informazioni che seguo è lo show su YouTube Breaking Italy di Alessandro Masala, che posso ascoltare al mattino in treno. Inoltre, Alessandro è molto preciso nel documentarsi, espone il suo punto di vista argomentando con dati e confronti e contestualizza sempre i fatti in scenari e prospettive più ampi, rendendo le sue puntate interessanti anche oltre l’attualità istantanea. Oltre a lui, i programmi di attualità americani Last Week Tonight con John Oliver e Full Frontal con Samantha Bee, che affrontano problemi specifici unendo rigore fattuale e comicità che mi fa ridere davvero, mi danno una prospettiva su ciò che succede negli Stati Uniti che mi rende felice di vivere in uno Stato che funziona meglio degli USA. L’Italia ha tantissimi difetti, ma gli USA sembrano un ottimo prototipo di come governare ogni aspetto della cosa pubblica nel modo peggiore possibile, invece di intervenire per rimediare a problemi strutturali come povertà e disuguaglianza.
Un’altra cosa che mi ha dato il rinunciare a seguire il flusso delle notizie giorno per giorno, istante per istante, è lo scoprire che non è imbarazzante ammettere di non essere aggiornata su tutto quello che succede nel mondo, ma è perfettamente accettabile chiedere a un’altra persona di chiarire un attimo di cosa sta parlando. Mi ha dato inoltre la possibilità di scambiare la frammentarietà dei quotidiani con l’approfondimento dei libri, il che sembra un luogo comune ma è vero: il tempo per leggere che ho a disposizione è sempre destinato a diminuire, il che significa che devo scegliere di impiegarlo leggendo libri che abbiano valore oltre la contingenza della situazione, che possano contribuire alla mia formazione, darmi conoscenze che consolidino la mia preparazione in vista del futuro a cui voglio puntare, quello del divenire ricercatrice. Oppure, leggendo narrativa. Immergersi in altri mondi non è una perdita di tempo, ma un modo di nutrire la mente e rigenerarmi: nei periodi di stress, ho sentito più forte che mai il desiderio di leggere romanzi e mi sono buttata in autori che mi hanno avvinta in storie che ho divorato e amato: Keigo Higashino, Stephen King, Andrew Peterson e Brandon Sanderson sono i quattro scrittori nelle cui storie ho riposato la mente in questo anno appena trascorso e che consiglio a tutti. Coincidenza, si tratta anche di quattro generi diversi: il giallo per Higashino, l’horror/fantasy per King, l’azione militare per Peterson e il fantasy puro per Sanderson.

Fra i buoni propositi per quest’anno, oltre a continuare sulla strada che ho scelto, c’è sicuramente impegnarmi di più nell’ambito civico e cercare di vivere in modo più sostenibile, leggere tutti i libri che attendono nella pila dei non letti, che mi guarda dagli scaffali della libreria e dallo schermo del Kindle, e in definitiva avvicinarmi, passo dopo passo, a conquistare i miei obiettivi. Forse il 2020 non sarà un anno di grandi svolte e grandi progetti come lo è stato il 2019, ma se sarà un anno di consolidamento che mi porterà più vicina a ciò che voglio raggiungere, così sia. Di certo, mi impegnerò affinché sia così.

Plus ultra!

Donne, maternità e lavoro

Ho già pubblicato due post che riprendono il dibattito sulla presenza e la carriera delle donne nel mondo del lavoro italiano avviato dalla rivista Elle, nell’ambito dello speciale SorElle d’Italia nel 2011, nel 2012 e nel 2013, dibattito che ha segnato una ripresa della riflessione femminista nel discorso pubblico, un vero e proprio risveglio culminato nel movimento Se Non Ora Quando?. I due post precedenti contengono interviste a due esperte sul tema delle “quote rosa”, della meritocrazia e delle sfide che le donne devono affrontare per fare carriera, fra i vincoli dell’organizzazione aziendale e le aspettative relative al ‘dover essere’ e al lavoro di cura. Il contributo che qui propongo, tratto da un articolo (da me rielaborato) di Stefania Bonacina uscito sul numero di Elle del febbraio 2011, è precedente rispetto ai due precedenti, ma si inscrive nello stesso discorso e lo sviluppa in direzioni diverse rispetto alle interviste di Simona Cuomo e Maria Cristina Bombelli, più focalizzate su un tema specifico.

Alessandra Perrazzelli, all’epoca nello staff del CEO di Intesa Sanpaolo e responsabile dell’ufficio International Affairs del Gruppo, nonché presidente di Valore D, dichiarava: «Se io, azienda, investo nella formazione e nel percorso di professionalità di una donna, non posso permettermi di perdere il mio investimento. Eppure, a oggi, so che probabilmente nel giro di dieci anni la giovane piena di grinta, prospettive e competenza che ho assunto uscirà dal mio radar e al suo posto mi ritroverà solo la sua ombra. Il problema non è più l’accesso al lavoro o alla carriera. Ormai le donne stracciano i colleghi nell’istruzione e nei colloqui di lavoro. Ma lo scoglio della maternità si trasforma in una montagna e, se arretrano al primo figlio, scompaiono dopo il secondo. Il fenomeno dell’autoesclusione dalla carriera è peggio di un abbandono del posto di lavoro e non si possono incolpare le sole aziende. Il movimento è bilaterale: l’ambiente lavorativo non agevola le madri perché, evidentemente, in quel mondo c’è qualcosa che non funziona per loro. E loro si trasformano in donne sfiduciate e rinunciatarie».
La giornalista Stefania Bonacina commentava queste parole scrivendo: “La mancanza di flessibilità e di un serio sistema di valutazione del merito nel ‘sistema azienda’ penalizza non solo le donne italiane, soprattutto le madri, ma anche i talenti strategici per gareggiare nel nuovo mercato. Monica Pesce [all’epoca senior manager di Valdani-Vicari&Associati e presidente di Professional Women Association Milano, la branca lombarda dell’European Professional Women Network, ndr] spiega che la nostra cultura aziendale non è basata sul merito e sul raggiungimento d’obiettivi come lo è, per esempio, l’università. Nella stragrande maggioranza dei casi vale ancora l’adagio ‘io compro il tuo tempo’: si pone l’accento sui tempi di lavoro piuttosto che sul merito e i risultati. La mancanza di flessibilità che questo sistema genera è fortemente punitiva per le donne, ma non solo. Per come sono strutturate le aziende italiane, soprattutto le piccole e medie imprese, e per la concorrenza e le logiche del mercato globale, o s’impara velocemente a valorizzare e trattenere i talenti o si è destinati a soccombere alle multinazionali, le uniche in grado di offrire quello che i professionisti richiedono ora: un percorso basato sulla meritocrazia, ricco di senso e significato e la possibilità di conciliare vita lavorativa e vita privata. Se non si raggiungono questi obiettivi, il tessuto della piccola e media impresa italiana è destinato a diventare un parcheggio di persone che vogliono solo uno stipendio a fine mese. Il tema della maternità s’intreccia con quello della flessibilità ed è così che si forma per le donne un nodo difficile da sciogliere, se non al costo di un’alta ‘spesa di energie personali’.

Marisa Montegiove (all’epoca vicepresidente di ManagerItalia Milano) aggiungeva questa riflessione: «Non si può negare che ci siano donne con comportamenti poco virtuosi che penalizzano le altri madri (per il pediatra non ci vuole un’intera giornata), ma l’idea che la maternità debba essere vissuta come un problema delle donne e non un bene per la società non mi sembra giusta. Molte aziende sono women friendly solo a parole. In Italia è più facile aggirare le leggi piuttosto che eseguirle e anche a una top manager si può bloccare la carriera. Per questo abbiamo lanciato l’iniziativa ‘Un fiocco in azienda’, per sostenere le manager nella decisione di avere un figlio e durante la maternità. Il fiocco sulla porta dell’azienda è un simbolo della gioia ‘aziendale e pubblica’ per la nuova vita».

Alessandra Perrazzelli proseguiva con un altro commento interessante: «Mi domando: perché le giovani donne dovrebbero voler diventare come noi? C’è un grave problema di role modelling, di leadership femminile. Le donne aspettano sempre un riconoscimento da parte dell’uomo, non chiedono e tanto meno pretendono o negoziano. Se io propongo una nuova mansione a un mio giovane, lui mi parla soavemente di bonus mentre la collega mi ringrazia perché ho creduto in lei. Sono io che le spingo a darsi un valore economico. Abbiamo il dovere di prendere per mano le giovani e portarle oltre il limite che ha frenato noi».

Il discorso delle professioniste è lo stesso che abbiamo cercato di riassumere in questo blog in molte occasioni: la scarsa presenza di donne ai vertici della società – in politica, nelle attività economiche, nel riconoscimento pubblico che si concretizza nell’essere nomi famosi nel proprio campo (una scienziata tanto famosa quanto lo è Stephen Hawking al giorno d’oggi non c’è – e Hawking continuerà ad esserlo, ne sono certa, anche per i prossimi anni, nonostante la sua morte) – è dovuta a un intreccio sistemico fra i modelli di welfare che si basano su e presuppongono una ripartizione asimmetrica del lavoro di cura, le aspettative interiorizzate della società che riflettono e perpetuano questo assetto di welfare postulando che il lavoro della donna sia secondario e complementare rispetto a quello dell’uomo, condizionato comunque dal dovere di cura della donna nei confronti della casa, dei figli, dei genitori anziani non autosufficienti. Le donne non sono immuni dal peso di queste aspettative: sono in molte a ritenere che il loro ruolo sociale e la loro identità sia principalmente quella di madre, a vivere il lavoro come secondario rispetto alla cura dei figli, non sono semplicemente intrappolate fra i vincoli incrociati del contesto organizzativo (orari degli asili e degli uffici pubblici, riunioni organizzate la sera, mancanza di asili nido…) e la cultura aziendale sopra descritta, e con i loro atteggiamenti e le loro scelte contribuiscono a plasmare la cultura aziendale, a confermare i pregiudizi. Ma questo è normale, non è una colpa: se il cambiamento fosse facile da costruire, se non dipendesse dal combinarsi di scelte individuali e vincoli sistemici (azione e struttura sociale, nel linguaggio classico della sociologia), sarebbe già avvenuto.
Anche le “quote rosa” vanno intese come un cuneo che provi a conficcarsi nel sistema qui delineato per cercare di cambiarlo dall’interno, nella speranza che i suoi effetti si espandano come cerchi nell’acqua. Lo stesso effetto dovrebbero avere i congedi di paternità obbligatori: l’obbligatorietà dovrebbe servire a vincere le resistenze degli uomini a prendere il congedo, dovute al pregiudizio secondo cui spetta alle donne stare a casa ad occuparsi dei bambini dopo la nascita, e al contempo a colmare in parte il “vantaggio” che un uomo rappresenta per un’azienda per il fatto che non deve stare a casa in maternità, e che quindi è più produttivo. Qui mi ricollego al discorso di Marisa Montegiove: perché consideriamo la maternità un handicap individuale, invece che un evento dotato di valenza positiva per tutta la società, pur vivendo in una nazione caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione e da tassi di natalità fra i più bassi d’Europa? Naturalmente, vale anche il contrario: come ci si può aspettare che i tassi di natalità siano elevati se alla maternità si attribuisce, in termini pratici, tutto il discutibile ruolo di ostacolo, onere individuale, fattore di rischio di licenziamento?

Io auspico e pretendo un discorso pubblico che non si rifiuti di considerare il ruolo delle donne nel perpetuare un sistema che sopravvive per inerzia ma il cui smantellamento porterebbe un grande vantaggio a tutta la società, quello che vede l’uomo nel ruolo del breadwinner principale e la donna nel ruolo della prestatrice di lavoro di cura principale in una famiglia, ma al contempo non attribuisca alle donne come singole persone tutta la responsabilità di cambiarlo, attribuendo tutto il peso alle loro scelte (o alla loro incapacità di compiere le scelte “giuste”). Voglio un discorso che tenga conto della complessità: siamo al lavoro su questi temi da quasi vent’anni e dovrebbe essere chiaro che non c’è un unico, ovvio, bandolo della matassa, districato il quale tutto il problema si può risolvere in una chiara, pulita, progressione lineare.  Raramente i grandi problemi sociali funzionano così.
Come donne abbiamo sicuramente il diritto di esigere una condivisione il più paritaria possibile del lavoro di cura nella sfera domestica, di esigere che i servizi pubblici e la cultura aziendale cambino per riflettere e favorire il nostro rinnovato impegno nel mondo del lavoro e concederci le opportunità che meritiamo, ma al contempo dobbiamo fare attenzione a quello che vogliamo e a fare in modo di avere gli strumenti per perseguire i nostri obiettivi, chiarendo a noi stesse le nostre vere priorità e i nostri veri bisogni al di là delle aspettative altrui. La maternità può benissimo essere la priorità e il senso della vita per una donna, così come può esserlo il lavoro, così come può esserlo voler perseguire entrambi in modo equilibrato senza sacrificare sé stesse. Sicuramente meno pressione sociale non può che aiutarci a trovare la strada giusta per noi.

La carriera come prospettiva: un’intervista a Maria Cristina Bombelli

Riprendo il tema dell’articolo precedente (sulle “quote rosa”) relativo alla partecipazione femminile orientata alla carriera al mondo del lavoro. Nel 2012, come accennavo nel post precedente, la legge che introduceva le prime quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa aveva dato nuovo impulso al dibattito sul perché ci fosse bisogno di queste azioni affermative, su come rendesse più difficile per le donne arrivare ai livelli più alti e se fosse possibile risolvere questi problemi senza un’imposizione legislativa. La rivista Elle ha ospitato il dibattito come parte dello speciale SorElle d’Italia 2012, lasciando spazio a interviste a donne che hanno lavorato su questi temi a livello accademico.
Nell’articolo che riporto (in forma rielaborata) qui, Benedetta Rossi intervista Maria Cristina Bombelli, che all’epoca insegnava all’Università di Milano-Bicocca (dopo ben 22 anni di insegnamento alla Bocconi) e ora è proprietaria di Wise Growth, la sua agenzia di consulenza per il management. L’intervista, intitolata “Consigli di gran carriera”, prende spunto dai suggerimenti contenuti nel libro Careers advice for ambitious women, scritto da HeatherMcGregor, editorialista del Financial Times con lo pseudonimo di Mrs. Moneypenny. Confrontare i consigli del libro, scritto da un’americana, con le risposte di un’esperta italiana mette in evidenza le differenze fra le culture del lavoro nei due Paesi, differenze che si situano a livello di prassi implicite, di sfumature nell’accettabilità sociale, di orientamenti sociali e culturali che le donne (ma anche gli uomini) devono essere preparate a navigare.
Per ragioni di leggibilità, i consigli sono riportati in corsivo e i commenti di Maria Cristina Bombelli fra virgolette.

1. La donna deve fare come l’uomo. Ma meglio. Deve fare di più.
“Dipende dal tasso di meritocrazia. Se l’organizzazione aziendale dove si è inserite guarda il merito, no. Ma in molte aziende la donna deve ancora fare “meglio” dell’uomo. In Italia la situazione sta migliorando”.
2. Costruisci le qualifiche, ti daranno sicurezza. Oggi non basta l’università. Ci vuole la migliore università. Investi nel tuo futuro.
“Sono d’accordo. La qualificazione è importantissima. Le donne devono rendersi conto che avere una laurea in ingegneria rispetto a una in filosofia ti mette in pole position per un eventuale lavoro. Certo, le statistiche parlano di un aumento delle donne nelle facoltà qualificanti (ben inteso, qualificanti per il mondo del lavoro) ma siamo ancora al 25 per cento. E questo non per via del soffitto di cristallo. Sono proprio loro che non si iscrivono”.
3. Sviluppa un tuo stile nel lavoro e offri il tuo aiuto quando non hai bisogno di niente in cambio.
“Io l’ho fatto, non per calcolo, ma perché mi andava, e per generosità. Ho partecipato a convegni e incontri dove non ero pagata, e anche se ero molto stanca ci sono andata ugualmente. Poi col tempo quegli appuntamenti si sono rivelati utili per il mio network. Ma è una questione di stile, appunto. C’è chi lo fa di più e chi di meno”.
4. Tieni un database delle tue conoscenze.
“Ricordo una donna che voleva cambiare lavoro e venne da me con un database, dicendo: ‘Guarda, ho tutte queste conoscenze’. Io l’ho ammonita: ‘Non è il numero di connessioni ma la qualità che conta’. Un database deve essere sostanziato da una certa conoscenza. Altrimenti è un elenco di nomi”.
5. Non parlare male degli altri.
“Facciamo un distinguo. Io trovo che si possano criticare dei comportamenti, anche di una donna. Ma il parlare male è un’altra cosa, è il pettegolezzo, è il giudizio brutto. Conosco professionalmente Elsa Fornero e quando sento dei commenti personali su di lei mi spiace molto, anche perché la trovo una delle donne più competenti d’Italia. Si può essere d’accordo o no con la sua riforma, ma questo è un altro discorso, e poi esiste la libertà di critica. Ma quando si attacca il lato personale, si tocca un livello davvero basso”.
6. Vai anche dove non sei stata invitata. Usa degli stratagemmi, ma entra nei luoghi dove ci sono quelli che “contano”.
“Mi sembra un episodio di Sex and the City, e questa è un po’ la cultura americana che traspare dal libro: trovo che molti dei consigli dati non siano deontologicamente corretti. Puoi cercare d’ottenere l’invito, ma infilarsi a tutti i costi no!”.
7. Devi avere dei modelli di riferimento femminili. Per assorbire, imparare e, al limite, copiare da loro.
“Tema importantissimo che aiuta le donne a raffigurarsi cosa vogliono diventare, trovando una propria ispirazione. Noto che quando le giovani ascoltano quelle con una certa esperienza, sono molto confortate. Soprattutto per la conciliazione, oggetto di grande preoccupazione. Ieri ero in un’azienda a fare un corso post maternità e, a fine giornata, le donne si dicevano: ‘Prima del figlio avevo delle preoccupazioni. Non sapevo cosa fare, come fare. Ma conoscere altre donne che ci sono passate, aiuta’. È il principio del self help: ‘Lei ce l’ha fatta e mi dice come’. Ciò è utile anche quando il role model è una donna a capo di una grande azienda: ci fa vedere come ha gestito il potere, come ha saputo affrontare critiche e attacchi e farlo con successo. In Italia, dove c’è ancora scarsità di role model femminili, questo tema è attualissimo”.
8. Impara a dire di no. Noi donne siamo delle extreme pleasers, con la sindrome della brava ragazza, non possiamo fare a meno dell’altro e perciò ce ne accaparriamo la stima, anche a nostro discapito. Gli uomini si percepiscono indipendenti e noi interdipendenti. 
“È così, esattamente. Perché abbiamo una neurobiologia diversa, e il nostro sistema limbico è più legato alla parte corticale. A questo sostrato emotivo si aggiunge la dimensione culturale nella quale ‘dobbiamo’ essere brave ragazze, seduttive, piacenti. Lavoro molto con le giovani e insegno loro la differenza tra fare le cose per sé e farle per compiacere gli altri. Se non mettiamo mai dei paletti, coviamo insofferenza. Col risultato che poi esplodiamo e passiamo dall’assertività all’aggressività. Fondamentale è capire che se diciamo di no una volta, non crolla il mondo. […] Saper negoziare è importante. Conosco una donna che lavora nel marketing, è da poco mamma perciò fa un orario più breve per allattare. Però si lamenta che le riunioni vengono sempre messe tardi e lei arriva dal figlio in ritardo per la poppata. Alla domanda: ‘Ma l’hai detto? Hai spiegato che stai allattando e devi uscire prima?’, lei risponde: ‘No, tanto me le farebbero fare lo stesso’. Ma il mio consiglio è: prova, chiedi. Non avere paura”.
9. Gli uomini si aspettano che facciamo le madri, le mogli e che lavoriamo. Si aspettano il multitasking. 
“Qui risiede il senso del libro: non sfiorare mai il delirio di onnipotenza. Nella cultura americana è diverso: nessuno cura la propria casa come noi, e tutti mangiano fuori. Noi italiane dobbiamo imparare a negoziare coi nostri mariti perché, anche se le cose stanno cambiando, vanno ‘riportati all’ordine’. E poi, sarà pur vero che siamo multitasking ma attenzione: l’altro giorno ho incontrato una collega in Bocconi e alla domanda ‘come stai?’ mi ha risposto ‘Sono ostaggio del multitasking!’. Diamoci degli obiettivi, poniamoci dei limiti, altrimenti facciamo male tutto!”.
10.  Impara il linguaggio del denaro. Controllare le tue finanze ti darà libertà.
“Noi tendiamo a sottovalutare il denaro. Siamo abituate alla gratuità della relazione. Io stessa ho fatto una grossa fatica a imporre la mia tariffa come libera professionista. Venivo incontro ai bisogni del cliente ancor prima che me li esponesse. Del resto è dimostrato che, a parità di livello in libera professione, la donna guadagna meno. Ma non per pay gap, proprio perché chiediamo meno. In America e in Italia”.
11. Dress to success. Prima che ogni decisione venga presa ricordati che verrà emesso un giudizio: e i primi giudizi si basano sull’apparenza. La cura di te deve essere completa: guardaroba, scarpe, capelli, unghie, sopracciglia, trucco, calze di ricambio…
“Che fatica! Questo punto riflette una visione iperperfezionista di stampo americano. Sicuramente, anche da noi, è importante conoscere la cultura organizzativa dell’azienda dove si lavora. Con chi abbiamo a che fare, che codici d’abbigliamento sono richiesti e azzeccare il vestito ‘giusto’. Per esempio, alcune giovani si presentano ai colloqui in modo inappropriato. Se una poi decide di trasgredire, lo può fare, ma con consapevolezza e non ingenuamente. Per quanto riguarda la cura del look, vorrei sottolineare che molte donne, che lavorano ad alti livelli, non hanno il tempo materiale per curarsi in maniera così perfetta. Elsa Fornero, la cito ancora, non aveva un look così curato prima di diventare ministro. Certo, un po’ d’attenzione al ruolo che vuoi raggiungere ci vuole. E questo vale per uomini e donne. Sto facendo un coaching a un ragazzo con ottime chance, ma che parla troppo velocemente. Un grosso impedimento alla sua carriera. Gliel’ho fatto notare – ‘Credi che un amministratore delegato parli come te?’ – e l’ho spiazzato. Parlare così veloce può andare benissimo per posizioni d’ordine, ma se fai carriera la tua visibilità aumenta e la leadership passa anche per come ti vesti, per come usi il corpo, per come ti esprimi… Ci vuole cura ma non bisogna farne una fissa”.
12. Impara ad accettare lavori compiuti bene all’80 per cento. Less than perfect, va bene lo stesso.
“Verissimo! Impariamo a non essere perfettine!”.

A completamento di questi 12 consigli, Benedetta Rossi chiede a Maria Cristina Bombelli di commentare altre affermazioni tratte dal libro. Ve le riporto seguendo lo stesso schema di cui sopra.
Il titolo del manuale è ‘Consigli di carriera per donne ambiziose’. Ma come è vista in Italia la parola ‘ambizione’?
“Male, e dalle donne stesse. Ho un’esperienza di coaching al femminile e quando chiedo alle mie donne di dire ‘sono brava e voglio fare carriera’, mi accorgo che è una frase che non riescono a dire. Il concetto d’ambizione è visto al negativo, è sinonimo d’arrivismo. Forse perché per noi il potere non è una motivazione in sé. Le donne pensano e dicono: io lavoro con chi mi piace e con chi stimo. E anzi mi butterei nel fuoco per chi stimo. Ma con chi non stimo no, non voglio lavorare. Se questo libro avrà una traduzione in Italia, sono sicura che cambieranno il titolo”.
Non è mai troppo tardi per cambiare lavoro, creare un’azienda, lanciarsi in un progetto, imparare. Anche da un licenziamento.
“È vero, anche per via di un progressivo allungamento della vita. Oggi per una donna è anche più facile costruire e modellare la propria vita. Prima facevi un lavoro e lo facevi per sempre, fino alla pensione. Oggi, soprattutto chi lavora nel terziario avanzato, a fine carriera, può fare consulenza, mettersi in proprio, inventarsi un blog. C’è un forte tema di mobilità. Che non significa che non esiste più il posto fisso, ma che quel posto, a un certo punto della vita, può diventare un’altra cosa. Prima poteva essere comprensibile lavorare per vent’anni nello stesso luogo, adesso doverci stare per 40 diventa asfissiante”.
Non puoi farcela da sola. Assumi le persone giuste, promuovile, sii gentile e approachable (ndr: raggiungibile, disponibile al contatto faccia-a-faccia). Non cadere nel tranello della donna tremenda con le altre donne. Non intimidirle. Comunica.
“Vero. E speriamo che la tipologia alla Diavolo veste Prada sia archiviata. È ansiogena e poco produttiva. In Italia si riscontra ma è un modello vecchio. Le 40enni oggi sono più approachable, lo stile della leadership sta cambiando. Ma la cosa più difficile è tenere sotto controllo l’invidia femminile. Un lato oscuro e ancestrale del nostro comportamento”.
Il segreto è delegare. Vuoi un lavoro di alto profilo? Investi in strutture domestiche al top. Se guadagni tu, dai lavoro ad altre donne che si occupano della tua casa e queste potranno pagare gli studi alle loro figlie. Il circolo è virtuoso.
“Verissimo. È provato anche dai macroeconomisti: il lavoro domestico in outsourcing aumenta il PIL. Per quanto riguarda la delega, siate flessibili. Io, per esempio, ho delegato tutta la pulizia della mia casa da quando sono nati i miei figli, e a volte mi arrabbio se qualcosa non è a posto, ma bisogna essere tolleranti. Altrimenti siamo spacciate!”.
Sii brava a costruire relazioni: il tuo capitale sociale è fondamentale.
“Il capitale sociale, ovvero il network costituito dalla quantità e qualità di conoscenze che si hanno professionalmente e no, è un tema che le donne sottovalutano. Credono che basti fare un buon lavoro per avere un passaggio di carriera o una gratificazione economica. E invece bisogna costruire un network, anche se farlo consapevolmente, a tavolino, come suggerisce il libro, è difficile”.

Cosa possiamo “portare via” da questa intervista? In primo luogo, che l’ambiente culturale dei lavori “al top”, come si evince dalle descrizioni che ne fa Maria Cristina Bombelli, richiede un orientamento mentale, una dedizione personale che va oltre la sfera strettamente lavorativa, ma coinvolge il modo in cui l’individuo deve essere. E questo modo di essere è plasmato dagli uomini e per gli uomini, quindi fare carriera è principalmente una questione (almeno secondo questo orientamento liberale) di superare gli ostacoli che sono dentro di noi, che sono un prodotto del nostro processo di socializzazione in quanto donne, per arrivare a una posizione in cui si è in grado con la propria autorità, capacità di leadership, presenza simbolica, di cambiare la mentalità e rendere la vita più leggera per quelle che verranno dopo le pioniere. Questo presuppone che le discriminazioni siano soprattutto una questione di persistenza di bias e pregiudizi obsoleti, anche se naturalmente esse hanno anche una dimensione strutturale legata al funzionamento del welfare, che poggia a sua volta su aspettative legate alla ripartizione di genere del lavoro di cura. Al giorno d’oggi, la situazione è di pregiudizi che plasmano le politiche sociali e il funzionamento dei servizi, i quali creano vincoli strutturali nel mercato del lavoro che alimentano, di riflesso, gli stessi pregiudizi, ma non dobbiamo dimenticare che l’esistenza di questo sistema è il riflesso del modo in cui la società era effettivamente, stabilmente organizzata fino agli anni ’70.
Posta questa premessa, mi rendo conto che è più facile cambiare i pezzi “culturali” del puzzle piuttosto che quelli strutturali, e che sarà una maggiore presenza femminile negli strati della società dove si concentrano il potere e la capacità decisionale a portare a una ridefinizione del puzzle, piuttosto che il contrario. Quindi, spero che le ragazze della mia generazione possano effettivamente godere dello scenario che Maria Cristina Bombelli ha delineato in questo articolo, una volta raggiunto il primo lavoro stabile da cui iniziare a progettare le proprie vite. Lo spero anche per me stessa, quando finirò i miei studi.