La mia solidarietà digitale: conoscenza libera e gratuita

E così, per me le lezioni sono finite. Il 18 dicembre, con l’ultimo incontro dell’ultimo laboratorio, in didattica a distanza, si è svolta l’ultima lezione dell’anno accademico 2020-2021 del corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali presso l’Università di Milano-Bicocca. In questo secondo semestre non mi resta che trovare un relatore o una relatrice e iniziare a scrivere la tesi, oltre che a studiare per gli ultimi esami che mi mancano, da dare a giugno. Nel mentre, sto continuando a svolgere la mia attività presso l’Ecomuseo Adda di Leonardo, un progetto che sto vedendo crescere e che mi regala tanta fatica e parecchie soddisfazioni in cambio dell’energia e della determinazione che ci riverso con amore e orgoglio. Il rinnovato tempo libero è anche un’opportunità per me di riscoprire ciò che mi è mancato durante il lockdown della primavera 2020: camminare nei boschi, andare in bici lungo il fiume, e assistere al risveglio della natura dopo un inverno che mi è sembrato al contempo senza fine e brevissimo, perché schiacciato fra impegni che mi hanno assorbita completamente, ma che sono soddisfatta di essere riuscita a portare a compimento.

Ma questo rinnovato tempo libero, che finalmente sento come realmente uno spazio di libertà, è anche uno spazio di opportunità: in questo anniversario del DPCM che ha dato avvio al lockdown sull’intero territorio italiano e che è stato per tutti una doccia gelida circa la realtà e la dimensione del problema Covid-19, non voglio ricordare solo l’impatto drammatico che ancora oggi stiamo tutti vivendo, anche se è inevitabile pensarci. Pensare al suono delle ambulanze sullo sfondo delle lezioni, all’uscire in una città deserta in un silenzio surreale, alle immagini dei mezzi dell’esercito nei viali di Bergamo, allo stringere la mano del mio compagno durante le conferenze stampa del presidente del consiglio Conte, sforzandomi di pensare che anche se non sarebbe andato tutto bene ne saremmo usciti, in qualche modo, sorridere di fronte alle lenzuola con gli arcobaleni, simboli che si estendono dallo spazio privato delle case verso lo spazio pubblico delle strade. Solidarietà è una parola che si è usata molto e che spero impareremo a praticare di più, ogni giorno, ricordando che la solidarietà è il primo modo che abbiamo per tamponare le ingiustizie, per esprimere i nostri doveri di cittadini, per fare la nostra parte. Non per niente la Costituzione afferma nitidamente che ognuna/o di noi è tenuto ai propri “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2) che non si esprimono solo nel pagare le tasse e rispettare le leggi, ma devono essere ridefiniti in termini di responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri – prenderci cura dell’ambiente, della salvaguardia delle istituzioni della società, delle persone più vulnerabili, delle nuove generazioni, di coloro che sono ai margini – attraverso l’impegno civico e la partecipazione
In questo momento sto esprimendo il mio impegno attraverso il mio lavoro nell’Ecomuseo: stiamo costruendo opportunità per il territorio, opportunità di sviluppo attraverso il turismo e la valorizzazione dei beni culturali, di riscoperta di un senso di appartenenza che ci unisce in una storia comune, di tessitura di relazioni e network per condividere e realizzare progetti e idee. Inoltre, con l’aiuto di mia madre sto continuando a perlustrare le strade che si estendono dal paese verso le campagne per raccogliere il vetro. Guanti da lavoro, bicicletta e borse della spesa, abbiamo raccolto più di 500 bottiglie di vetro e sacchi interi di lattine in alluminio, che saranno avviati al riciclo e contribuiranno a un circolo virtuoso invece di restare dispersi nell’ambiente. Questo lavoro non è glamour, ma quando si comincia a vedere l’estensione dello scempio che avvolge i nostri territori non si può smettere di vederla, e fare qualcosa al riguardo è alla portata di tutti. Non basta non buttare i propri rifiuti nell’ambiente per dire di aver fatto il proprio dovere di cittadina/o: occorre compiere quel passo in più in nome con impegno e responsabilità.

Un altro modo in cui possiamo nutrire la nostra consapevolezza civica è quello di cogliere le opportunità di apprendimento che ci vengono messe a disposizione dall’estensione degli strumenti digitali inaugurata con la pandemia. È un risultato positivo che la ridefinizione dei modi di vivere gli eventi culturali dovuta alla pandemia abbia reso più accessibili iniziative e contenuti che altrimenti sarebbero stati riservati a coloro che potevano fruirli di persona. L’accessibilità della conoscenza è una tematica importante di questi tempi, perché dobbiamo essere consapevoli dei divari che attraversano la nostra società, generando ingiustizie e impedendo a tutti di fruire delle stesse opportunità. Pensiamo ad alcuni privilegi di cui spesso ci dimentichiamo: il privilegio di avere accesso a Internet e di saper usare il computer, che ci permette di accedere ad alcuni bonus e misure di sostegno economico che ad altre/i cittadine/i sono negate, come il Bonus Mobilità o il cashback tramite l’app Io; il privilegio di avere la cittadinanza italiana e quindi dei documenti che sono quelli di default e ci permettono di portare a termine delle procedure burocratiche senza attriti e di avere accesso a opportunità che ad altri sono precluse (due esempi vicini a me: ai programmi di stage del Ministero degli Esteri non possono accedere studenti e studentesse privi di cittadinanza italiana, anche se hanno un’altra cittadinanza europea; se il permesso di soggiorno è scaduto/in corso di rinnovo, gli studenti e le studentesse extracomunitari/e non possono ottenere la registrazione dei loro voti d’esame sul libretto). Per molte/i di noi, un privilegio è sapere l’inglese, e quindi avere accesso a un universo di libri, risorse, corsi, seminari, eventi, fumetti, serie TV e film che non sono ancora stati tradotti in italiano e forse non lo saranno mai. 

Vorrei invitarvi, lettori e lettrici di questo piccolo spazio, ad esplorare alcune opportunità fruibili attraverso i mezzi digitali di cui sono venuta a conoscenza e che penso siano utili e interessanti, perciò pubblico una lista di segnalazioni, alcune in italiano e altre i inglese. Un piccolo passo verso la condivisione solidale di idee che secondo me meritano di essere diffuse e rilanciate. Il titolo del post riprende l’iniziativa Solidarietà Digitale promossa dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) nella primavera del 2020, durante il primo lockdown, in cui tutta una serie di risorse sono state messe a disposizione di tutte/i gratuitamente da varie aziende per aiutare i cittadini a coltivare abilità, accrescere la propria formazione e trascorrere il tempo della costrizione con qualcosa in più a disposizione. 

  • Il percorso BBetween Civic Engagement – DeplastificAzione dell’Università di Milano-Bicocca è un corso online sul tema dell’impatto dell’inquinamento da plastica sugli ambienti marini, accessibile a tutte/i coloro che hanno un account Microsoft (@outlook, @hotmail) oppure Google (@gmail), oltre agli account universitari (Idem/EduGain). Si può ottenere, alla fine del percorso, un open badge che certifica l’acquisizione delle competenze sul tema, che può essere inserito nel proprio CV.
  • L’Università di Yale ha dei corsi online ad accesso libero, fra cui segnalo quello su African American History: from Emancipation to the Present per conoscere meglio le questioni razziali negli Stati Uniti. Il corso è solo in inglese, ma per chi ne ha la possibilità penso sia importante conoscere meglio questa tematica, perché educazione e consapevolezza sono sempre i primi passi per cambiare noi stessi e lavorare per cambiare il mondo. In ogni caso, ci sono anche tantissimi altri corsi gratuiti con argomenti che spaziano dalla chimica organica ai mercati finanziari, dall’architettura dell’antica Roma al Don Chisciotte, dalla storia del capitalismo all’Antico Testamento. Altri corsi ancora curati da Yale sono disponibili su Coursera, gratuitamente, registrandosi al sito. 
  • La casa editrice Settenove è una stella luminosa per quanto riguarda libri senza stereotipi per bambine e bambini e formazione su questioni di genere. Se avete la possibilità di sostenerla acquistando uno dei loro libri, fatelo. Se invece in questo momento vi è difficile supportare cause, lo capisco: è un periodo difficile. Ci sono anche dei materiali didattici scaricabili gratuitamente
  • Molti incontri, seminari e conferenze che in passato si sono svolti in presenza, in questo contesto si sono svolti online e sono quindi accessibili anche dopo la conclusione dell’evento. In particolare ho trovato molto interessante questo dibattito tra Elsa Fornero e Marta Fana, economiste, sul tema delle disuguaglianze economiche e di opportunità che attraversano la nostra società. 
  • Il documentario di Ken Loach (in inglese sottotitolato in italiano) The Spirit of ’45, che racconta la storia della nascita del Welfare State nel Regno Unito, è incredibilmente intenso e attuale nel nostro contesto in cui è apparso in tutta la sua evidenza il fatto che tenere i sistemi di welfare operativi al minimo indispensabile in circostanze “normali” ci rende del tutto impreparati ad affrontare circostanze impreviste.
  • In occasione dell’otto marzo numerosi seminari e tavole di discussione virtuali sulle questioni di genere offrono opportunità di riflettere e approfondire numerosi aspetti della persistente diseguaglianza strutturale fra uomini e donne nella nostra società. Fra quelli che conosco, vi segnalo Donne e lavoro di cura durante la pandemia e Uguaglianze e differenze: perché lottare per la parità di genere?, organizzati dall’Università di Milano-Bicocca. I seminari online hanno il grande pregio di poter essere ascoltati come podcast mentre si lavora, e offrono riflessioni dense e stimolanti con cui occupare un paio d’ore per assorbire idee e spunti. 
  • Per chi è a proprio agio con i contenuti in inglese ed è interessato al campo della personal finance, ovvero del prendersi cura dei propri soldi imparando a spendere meno e spendere meglio, costruendo uno stile di vita solido e che rispecchia i nostri obiettivi e progetti, Clever Girl Finance offre una serie di corsi gratuiti accessibili registrandosi al sito. Se alcuni contenuti sono applicabili solo al contesto americano, altri sono validi spunti per riflettere sulla propria situazione e su come migliorarla a prescindere dal contesto. Sullo stesso tema, Her first 100k ha un webinar su come dare un taglio agli acquisti d’impulso e maturare consapevolezza sui soldi che spendiamo, rivolto in particolare alle giovani donne (categoria di cui anch’io faccio parte e che uso con orgoglio).
  • Grazie al blog di Paolo Attivissimo ho scoperto l’esistenza di un programma dedicato alle fake news e ad altri problemi dell’informazione, di cui alcuni episodi sono disponibili gratuitamente online per poterli vedere anche al di fuori dell’orario di messa in onda: Fake – la fabbrica delle notizie. Non l’ho ancora visto, ma ho in programma di recuperarlo appena possibile.
  • Per chi legge in inglese, l’Università della California ha una serie di volumi scaricabili gratuitamente ad accesso libero che contengono ricerche su argomenti molto diversi. Se state cercando una lettura impegnata ma stimolante, provate a vedere se c’è qualcosa che vi ispira. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) ha una biblioteca digitale di pubblicazioni gratuite dove potete trovare report ma anche brevi saggi di una serie intitolata “Big Ideas” con contributi di ospiti fra cui Jeremy Rifkin, Massimo Bottura e Bebe Vio.
  • Google offre una serie di corsi gratis su temi come il marketing digitale e l’avviare un’attività di commercio online, ma sulla piattaforma ci sono anche corsi correlati su argomenti come parlare in pubblico, costruire una narrazione efficace per le proprie idee e cercare lavoro online. Non è proprio il genere di argomenti che interessa a me, ma credo che possano essere utili per chi vuole magari rafforzare le proprie competenze in ambito digitale per il proprio curriculum. Di questi tempi, non guasta mai.
  • Una nuova generazione di ragazze sta lavorando all’intersezione fra educazione finanziaria e femminismo, lavorando per offrire gli strumenti per costruirsi una propria stabilità economica – anche quando il futuro è incerto, le carriere precarie, i guadagni magri, ed è difficile sentirsi adulte/i – e al contempo riconoscendo che le ingiustizie sistemiche plasmano il campo di gioco in cui tutte/i noi dobbiamo fare le nostre scelte. Ingiustizie generazionali, legate al genere, all’etnia, all’interno delle quali il compito di costruire il nostro futuro non può essere sminuito dalla retorica delle opportunità e del merito, ma deve partire da scelte consapevoli e da uno sguardo ampio, sistemico. Per chi se la cava con l’inglese, potete seguire conversazioni stimolanti e ispiratrici come questo dialogo fra Kara Perez di We Bravely Go e Lauren McGoodwin di Career Contessa sul costruire una carriera oppure questa potente e magnifica tavola rotonda sulle ineguaglianze, questo workshop su come negoziare un aumento di stipendio, oppure ancora quest’altra tavola rotonda su come costruire il proprio budget. Ascoltare voci diverse e poco note è un’occasione per imparare cose nuove che non avremmo probabilmente occasione di scoprire altrove, ed è importante ricordare che non sono solo le voci delle donne ai vertici a rappresentare “quelle che ce l’hanno fatta”, ma anche chi sta costruendo nuove strade. Queste donne emanano una forza che trovo magnifica, la forza quieta della competenza sorretta dal desiderio di costruire cambiamento attraverso l’empowerment e la consapevolezza. 
  • Questo blog non promuove nessuna azienda, né tantomeno è sponsorizzato da qualcuno (chi pagherebbe per avere visibilità su uno spazio così piccolo, che si occupa di tematiche così di nicchia?), perciò tutte le segnalazioni che trovate sono qui perché ritengo sinceramente che siano interessanti e di valore come occasioni per imparare qualcosa. Per cui vi segnalo un ciclo di webinar del Banco BPM sul tema della relazione fra donne e denaro, di cui ho appena seguito l’episodio di oggi, dedicato agli investimenti nell’economia sostenibile, che è stato davvero stimolante, soprattutto in relazione al ripensare il paradigma della crescita, pensando invece in termini di bisogni e ricordando che le risorse ambientali rappresentano il contesto e il limite entro cui si colloca il nostro agire.
  • Come avrete notato, questo post riflette anche il mio interesse crescente per la personal finance (in italiano diremmo economia domestica?), il quale a sua volta rispecchia il mio desiderio di prepararmi alla vita da adulta avendo tutte le risorse possibili per costruire la mia indipendenza economica. Sono sempre stata una persona frugale, perché i miei genitori mi hanno educata a una forte sensibilità ambientale, al risparmio e a rifiutare il superfluo, ma mi rendo conto che tradurre in pratica una mentalità richiede strumenti e conoscenze che non sono scontati, ma per fortuna là fuori ci sono molte risorse per acquisirli e approcciarsi alla gestione dei propri soldi con consapevolezza e intenzionalità. Purtroppo molte di queste risorse sono in inglese e quindi c’è ancora un problema di accessibilità, ma almeno per chi mastica la lingua possono essere un ottimo punto d’inizio, e se conoscete risorse sul tema in italiano, fatemi sapere. Intanto, vi segnalo una serie di corsi gratuiti offerti da TheSkimm.
  • Le molestie nei luoghi pubblici sono un’esperienza che accomuna quasi tutte le donne e non pochi uomini, lasciando tracce emotive che accrescono il senso di vulnerabilità in presenza di estranei, impedendoci di vivere lo spazio pubblico come uno spazio che ci appartiene, dove possiamo esistere libere e fiere, dove possiamo lasciare il segno con la nostra presenza ergendoci con la forza della nostra voce, del nostro occupare spazio. Possiamo emanare forza solo quando ci sentiamo stabili e al sicuro, e infatti le molestie esistono per creare un clima di insicurezza che impedisce alle donne di appropriarsi simbolicamente dello spazio pubblico, ma obbliga a reazioni difensive come il chiudersi in sé stesse, occupare meno spazio possibile, cercare di essere invisibili. I molestatori “agiscono il patriarcato” esprimendo il loro senso di entitlement al corpo femminile in pubblico. Stand Up! è un progetto nato a partire da Hollaback! per fare formazione su come combattere le molestie quando si è spettatori o vittime di azioni indesiderate in modo semplice e sicuro, senza esporci né al rischio di creare un’escalation della situazione, né a quello di fare figuracce di fronte a una situazione che abbiamo frainteso. E comunque, lo dico a me stessa per prima, il timore di fare figuracce non dovrebbe dissuaderci di fronte alla possibilità di aiutare un’altra persona in una situazione difficile! Per prenotare un posto per seguire il webinar di formazione, andate qui: la formazione dura un’ora ed è davvero per tutte/i. 

Questo post è un lavoro in corso che sarà aggiornato con nuove segnalazioni man mano che mi capitano sottomano. Avete segnalazioni e risorse da condividere? Ho riattivato i commenti! Sentitevi libere/i di contribuire a scambiare materiali, e grazie. 

Il punto della situazione

Buon 2021 a tutti i miei lettori e a chi dovesse passare di qui per caso, e a una persona in particolare il cui sostegno – in questo spazio e oltre – significa moltissimo per me. Sono di nuovo qui a scrivere, in un ambiente nuovamente familiare e accogliente, grazie a Sendivogius del blog Liberthalia, che mi ha gentilmente segnalato come procedere per ripristinare l’editor classico di WordPress. Grazie, davvero.

L’inizio dell’anno è sempre tempo di bilanci e sono grata di avere il tempo per fermarmi, scrivere e fare il punto della situazione voltandomi a guardare il sentiero che ho percorso finora. La parte più importante della mia vita è sempre l’università: in questo momento, sono iscritta al secondo anno del corso di laurea magistrale in Analisi dei Processi Sociali in Bicocca. I corsi sono finiti, e l’ultimo giorno di lezioni è passato in sordina, complice anche la didattica in remoto. Adesso mi attende un semestre completamente vuoto, da riempire con stage, tesi, gli ultimi esami a giugno. Spero che sarà un’opportunità per coltivare tutte le cose che ho trascurato quando sono stata assorbita dalle lezioni e dai compiti annessi.

In un certo senso, l’intero 2020 è stato un anno trascorso in apnea, in cui ho perso il senso delle stagioni: non ho avuto la possibilità di vivere la primavera se non vedendola dalla finestra o quando uscivo per fare la spesa, l’estate è stata del tutto assorbita dalla preparazione dei progetti per gli esami, l’autunno è stato risucchiato dai ritmi di una didattica a distanza densa e senza pause, ed è arrivato l’inverno. Mi sembra di essere tornata a respirare solo adesso, sapendo che tutti gli elaborati per l’appello d’esami di gennaio sono conclusi e consegnati, e non resta che attendere gli esiti. Sento il bisogno fisico di fermarmi e ritrovare le cose che sono sfuggite al mio sguardo e rimaste da parte, mentre correvo a testa bassa per stare dietro alle cose da fare. A dicembre ero convinta che non ce l’avrei fatta a rispettare la scansione che mi ero promessa per sostenere gli esami, ma adesso che comincio a vedere la cima della montagna non sembra più così irraggiungibile, e mi sembra di avere perfino abbastanza tempo per riposare e rifocalizzarmi non solo sul cammino da compiere, ma anche su me stessa e su quello che ho realizzato finora.

Anche se il 2020 è stato difficile, mi reputo fortunata. Essendo una persona abbastanza introversa, le cui ‘batterie sociali’ si esauriscono rapidamente a contatto con le altre persone e per cui la solitudine e lo spazio personale sono importanti per il mio equilibrio, non ho risentito particolarmente del primo lockdown. Durante uno dei corsi del semestre appena trascorso, ci è stato chiesto di scrivere una riflessione personale su come abbiamo vissuto la pandemia e cosa ne abbiamo tratto. Credo che valga la pena riportarla qui perché rende l’idea di cosa abbia rappresentato per me questo anno anomalo.

“La domanda a cui mi appresto a rispondere, l’implicito che aleggia sul foglio bianco, è come la pandemia da Covid-19 abbia trasformato la mia vita e come io l’abbia affrontata, e per estensione qual è stato l’impatto e quali risorse abbia innescato, o fatto scaturire, nella mia generazione.
Non posso affrontare questa domanda senza partire da me, e nello specifico dalla mia visione del mondo. Non studierei sociologia se non volessi cambiare il mondo, e se non credessi che il mondo può essere reso un posto migliore. Credo che questo sia possibile solo tessendo reti dall’impegno individuale al cambiamento collettivo, per affrontare i problemi a ogni scala a cui si presentano. Questa prospettiva, che qui non posso che delineare nei suoi contorni più ampi, si traduce in un’ottica sulla vita mossa da un profondo senso di dovere e responsabilità nei confronti di questi problemi: non sentirei di stare vivendo nel modo giusto se non infondessi consapevolezza e responsabilità nelle mie scelte, se non cercassi di essere all’altezza dei miei ideali nella quotidianità. Quando voglio ricordare a me stessa di stringere i denti e fare la cosa giusta, sono alcuni versi di canzoni a incarnare questa motivazione: “I know that I must do what’s right/sure as Kilimangiaro rises like Olympus over the Serengeti” (Africa, Toto); “It all seems so stupid/It makes me want to give up/But why should I give up/When it all seems so stupid?” (Shame, Depeche Mode).
Fondamentalmente, tutto questo è per dire che mi sento una guerriera, nella vita, impegnata a combattere una battaglia per tracciare il mio sentiero e costruire qualcosa con la mia vita che abbia un significato che va oltre me stessa e che, quando sarà arrivato il momento di fermarmi e di guardare indietro verso il sentiero che avrò percorso, mi farà sentire di aver fatto la mia parte e di poter riposare con il cuore fiero nella consapevolezza di non aver vissuto invano.
La pandemia non ha fatto altro che rafforzare questa mia determinazione, e in questo senso posso dire di averla vissuta bene. In parte è anche merito delle circostanze: ho avuto la fortuna di poter trascorrere il primo lockdown con il mio compagno, con il quale ho una relazione a distanza che dura ormai da nove anni. Non avevamo mai trascorso così tanto tempo assieme, scherzando mi sono trovata a definire il lockdown come una ‘prova tecnica di convivenza’ e insieme ci siamo resi conto che possiamo farcela, che nella quotidianità dello stare insieme ci rafforziamo a vicenda e ci rendiamo persone migliori, sostenendoci reciprocamente nell’impegno di fare la cosa giusta, che sia fare allenamento tra una lezione e l’altra oppure andare a fare la spesa a piedi. Nel complesso, del primo lockdown porto ricordi felici, in cui l’orizzonte ristretto di quel piccolo appartamento è stato per me un nido in cui immaginare concretamente il futuro di quando io e lui potremo vivere insieme, un orizzonte che, con il passare del tempo, desideriamo sempre più ardentemente sentire vicino, pur nella consapevolezza che prima di compiere questo passo dovremo avere un piano e tutte le risorse per portarlo a termine. Il tempo del lockdown è scandito da alcune immagini, l’erba nelle aiuole che cresceva rigogliosa senza nessuno a tagliarla, i papaveri sul ciglio della strada, svegliarsi presto sapendo di poter camminare fino dal panettiere per ritirare la Magic Box settimanale di prodotti da forno, sedersi sul muretto che delimita i confini del balcone al tramonto per leggere e sentire il sole sulla pelle, gli abbracci prima di dormire, le videochiamate con le amiche.
Quando sono tornata a casa, con la riapertura, con la valigia in mano in una stazione ferroviaria deserta, ho sentito un forte senso di nuovo inizio, di rinnovamento. Nel corso dell’estate, ho fatto un punto di cercare di impegnarsi più di prima nella mia quotidianità, anche per supplire alla mancanza di quelle forme di impegno collettivo che rendono tangibile l’appartenenza condivisa a una comunità. La cosa che mi è mancata più di tutte è stata Puliamo il Mondo, la giornata in cui si gira con guanti e sacchi della spazzatura per raccogliere l’immondizia ai margini delle strade che portano fuori dal paese, verso la campagna. Nel mio paese, ci sono sempre due squadre: i genitori con i bambini restano in paese e raccolgono piccoli rifiuti, mentre una squadra di volontari “tosti”, come ci definiamo ridendo, si inoltra verso le aree dove per raccogliere la spazzatura bisogna calarsi nei fossi e nelle macchie di bosco dove persone poco dotate di spirito civico abbandonano grandi quantità di rifiuti.
Mi è mancata questa dimensione dell’impegno collettivo, così ho preso l’abitudine di raccogliere i rifiuti portando una borsa della spesa con me ogni volta che avevo qualche commissione da svolgere. Zaino in spalla, guanti da lavoro e bicicletta, ho pensato spesso al valore della circolarità di tutte quelle bottiglie di vetro e lattine di alluminio che ritornano nel circuito del riciclaggio per trovare nuova vita. Dovremmo tutti pensare maggiormente in termini circolari, tornare a sentirci “tutti collegati nel grande cerchio della vita”, percepirci come parte di un ecosistema vulnerabile e di una comunità vulnerabile per altri versi, ricordarci che dobbiamo restituire per quello che ci è stato dato, per quello che ci preesiste e che senza di noi non è scontato che continui a esistere.
Non posso dire davvero come la mia generazione abbia affrontato la pandemia, ma credo che quello che ho percepito attorno a me, a partire dalla mia esperienza, è che per noi è stato più facile adattarci al nuovo orizzonte, alla nuova dimensione della socialità a distanza. Lo abbiamo fatto non perché non sentiamo la mancanza dei rapporti in carne e ossa, ma perché collettivamente il nostro spirito è stato quello di una promessa di ritrovarci – quando tutto questo sarà finito, allora potremo riabbracciarci, nel mentre…I know that I must do what’s right.
Ho percepito un grande spirito di adattamento e determinazione, anche in coloro che hanno dovuto compiere scelte drastiche dall’oggi al domani, decidere dove trascorrere i mesi successivi, su quale luogo e dimensione poggiare i piedi in attesa di poter ripartire. Io stessa, all’inizio di questo secondo lockdown, ho esitato molto nel decidere se restare a casa con i miei genitori o fare la valigia, prendere il treno e correre dal mio compagno prima che i metaforici cancelli si chiudessero. Ho scelto di restare, sapendo che non lo rivedrò almeno fino a gennaio, ma in realtà chi può dirlo? Ho scelto di restare, perché I know that I must do what’s right.
Credo che per la mia generazione, per i millennial, la pandemia non abbia schiacciato gli orizzonti in modo drastico perché tutti noi avevamo già messo in conto che il futuro sarebbe stato incerto, complicato, da affrontare passo dopo passo. Per contesto, io sono del 1995: avevo 13 anni quando la crisi economica del 2008 ha colpito, facevo la terza media. Prima di congedare la mia classe, la professoressa di lettere ci diede un decalogo intitolato “Dieci regole per avere un futuro”, stampato su un foglio A3. È stato un po’ il simbolo del fatto che il futuro sarebbe stato una strettoia, qualcosa per cui combattere, qualcosa per cui essere preparati. Per anni l’ho tenuto come un poster appeso all’armadio, come monito: niente ci sarà dato, niente sarà facile, dovremo conquistarci l’orizzonte a cui aspiriamo passo dopo passo, come una montagna da scalare.
Ancora oggi, quando guardo al futuro vedo una battaglia da combattere, un cambiamento da costruire, un orizzonte da conquistare. Niente è cambiato con la pandemia: tutto quello che come generazione abbiamo ereditato è tanto lavoro da fare.
Un’altra cosa che ho tenuto per anni appesa sull’armadio, è un’altra citazione dei Depeche Mode:

You can’t change the world
But you can change the facts
And when you change the facts
You change points of view
If you change points of view
You may change a vote
And when you change a vote
You may change the world

(Depeche Mode, New Dress)
Non se questa sia una risposta alla domanda. Spero che renda l’idea.”

 

Sentiero fra le colline, Parco del Curone. Andare avanti, con fiducia e determinazione, ma fermarsi a guardare il paesaggio. 

PS: Ho trovato riflessioni molto illuminanti sullo scenario che stiamo attraversando e sulle sue implicazioni in questo numero speciale della rivista dell’Associazione Italiana di Sociologia, Sociologia Italiana. Tutti gli articoli sono disponibili integralmente online e scaricabili in formato .pdf.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 9)

Bentornati alla nuova puntata della serie di post in cui analizziamo l’opera di Bourdieu Il dominio maschile, cercando di mantenere tutta la complessità analitica dell’originale, senza banalizzarla, ma anche di spiegarla e di connettere il discorso teorico del sociologo francese a dei processi e dei fenomeni concreti. Un’operazione per sua natura lunga: questo non è un riassunto e, al contrario, in alcuni casi mi trovo ad ampliare dei punti. E Bourdieu è un autore che tende a mettere molta carne al fuoco. Nella puntata precedente, l’ottava, abbiamo seguito la definizione che Bourdieu dà del funzionamento del dominio simbolico, che agisce attraverso schemi di pensiero, ma anche attraverso “blocchi” a livello direttamente emotivo che non sono aggirabili con un puro sforzo di volontà e che, per il suo potere pervasivo, continua a sussistere anche laddove non ci sono più i vincoli socio-economici che lo avevano prodotto. Abbiamo visto come un esempio di questo nel concreto è la segregazione orizzontale delle occupazioni, perché le donne interiorizzano l’idea che ci siano percorsi di studio e carriere più adatti alle “predisposizioni femminili” e altri invece che sono “troppo difficili” sulla base di rappresentazioni stereotipate delle capacità e delle attitudini di uomini e donne.

Oggi, invece, ritorniamo al concetto di dominio, perché Bourdieu intende dare dei chiarimenti alla sua definizione: “Ricordare le tracce che il dominio imprime durevolmente ne corpi e gli effetti che esso esercita attraverso tali tracce, non significa farsi sostenitori di quel modo particolarmente insidioso di ratificare il dominio, che consiste nell’assegnare alle donne la responsabilità della loro stessa oppressione, insinuando […] che esse scelgono di adottare pratiche di sottomissione […] o addirittura che amano l’esser dominate, che “godono” del trattamento loro inflitto, per una sorta di masochismo insito nella loro natura”. Ho letto (dalla segnalazione di una persona che sono onorata che mi segua) persone sostenere che le donne hanno sorretto il patriarcato perché ne traggono vantaggio, nello specifico perché gli uomini svolgono i compiti che implicano responsabilità e anche pericoli, mentre loro possono stare al sicuro nelle case ad occuparsi dei bambini. Non credo di avere bisogno di spiegare perché questo è ridicolo: la responsabilità è il contraltare della libertà, ed essere private della prima significa essere private della seconda. Inoltre, se stare nelle case a occuparsi dei bambini è così bello, perché non l’hanno storicamente fatto gli uomini?
Comunque, ho aperto questa parentesi per dire che Bourdieu non sta rispondendo a obiezioni assurde: cioè, sono assurde, ma non inverosimili. Bourdieu prosegue: “le disposizioni ‘sottomesse’, in nome delle quali si ha buon gioco ad ‘accusare la vittima’, sono il prodotto delle strutture oggettive e […] tali strutture devono la loro efficacia solo alle disposizioni che innescano e che contribuiscono alla loro riproduzione. Il potere simbolico non può esercitarsi senza il contributo di coloro che lo subiscono e che lo subiscono soltanto perché lo costruiscono come tale. Ma […] occorre prendere atto e render conto della costruzione sociale delle strutture cognitive che organizzano gli atti di costruzione del mondo e dei suoi poteri“.
Questa ultima frase (il corsivo è mio) è cruciale. Il modo in cui pensiamo è una costruzione sociale che riflette uno specifico ordine sociale e culturale e, inoltre, “questa costruzione pratica [è] l’effetto di un potere, inscritto durevolmente nel corpo dei dominati sotto forma di schemi di percezione e di disposizioni […] che rendono sensibili a certe manifestazioni simboliche del potere”. Per dirla in modo più semplice: il potere simbolico ha forza se noi siamo stati socializzati a dare valore ai simboli che esso esibisce e quindi a conoscere quei simboli e a riconoscere che quei simboli sono portatori di potere. “Se è vero che, anche quando sembra fondato sulla forza […], il riconoscimento del dominio presuppone sempre un atto di conoscenza, ciò non significa affatto che si abbia ragione di descriverlo nel linguaggio della coscienza, in una prospettiva [che] porta ad attendersi l’affrancamento delle donne dall’effetto automatico della ‘presa di coscienza’, ignorando […] l’opacità e l’inerzia che risultano dall’inscrizione delle strutture sociali nel corpo”. In altre parole, non basta la consapevolezza collettiva per sconfiggere il patriarcato, così come non basta la consapevolezza individuale per sconfiggere la mentalità patriarcale dentro ciascuna/o di noi. Ci vuole un lavoro costante. Una frase che ho letto su Tumblr diceva che la prima reazione che abbiamo ci dice come siamo stati socializzati, mentre la seconda ci dice chi stiamo cercando di essere. Mi è capitato di vedere ragazze vestite in un modo in cui non mi vestirei mai e pensare che erano volgari o di cattivo gusto, e poi fermarmi a ricordare a me stessa che i giudizi di “volgarità” e di “cattivo gusto” non sono oggettivi ma sono il prodotto di una cultura che costruisce la femminilità come una riga sottile fra decoro e sensualità, una cultura riflessa in questi giudizi che spuntano alla mente perché siamo socializzati a giudicare, invece di non dare peso al modo in cui gli altri si vestono. Dico questo per ribadire che il “filtro bocca-cervello” è una cosa che va esercitata fermandosi a pensare a perché pensiamo certe cose quando ci balzano in testa, e perché diventare femminista non significa ripulire al cento per cento la mente da tutta la spazzatura di pregiudizi e stereotipi, significa solo prendere un impegno con me stessa per tenerli sotto controllo attraverso la razionalità.

Bourdieu apre una parentesi per riflettere sulle errate interpretazioni a cui porta il concetto di “coscienza” inteso in un’ottica marxista, in cui si ha una “falsa coscienza” prodotta dalle strutture di dominio contrapposta a una “reale coscienza” a cui giungerebbero i dominati dopo aver compreso la loro condizione di oppressione: “Jeanne Favret-Saada, pur avendo correttamente mostrato l’inadeguatezza della nozione di ‘consenso’ ottenuto attraverso ‘la persuasione e la seduzione’, non riesce a uscire veramente dall’alternativa fra costrizione e consenso inteso come ‘libera accettazione’ e ‘accordo esplicito’ perché resta prigioniera, come Marx, dal quale trae il lessico dell’alienazione, in una filosofia della ‘coscienza’ […]; non prendendo atto degli effetti durevoli che l’ordine maschile esercita sui corpi, Favret-Saada non può capire in modo adeguato la sottomissione […] che costituisce l’effetto specifico della violenza simbolica. […] il principio di visione dominante non è una semplice rappresentazione mentale, un fantasma […], un”ideologia’, ma un sistema di strutture durevolmente inscritte nelle cose e nei corpi. Nicole-Claude Mathieu è probabilmente la studiosa che ha meglio sviluppato, in un testo dal titolo Sulla coscienza dominata, la critica della nozione di consenso che ‘annulla quasi ogni responsabilità da parte dell’oppressore’ e ‘fa ricadere, una volta di più, la colpa sull’oppresso(a)”; ma, per non aver abbandonato il linguaggio della ‘coscienza’, Mathieu non spinge sino in fondo l’analisi delle limitazioni delle possibilità di pensiero e di azione che il dominio impone alle oppresse e dell”invasione della loro coscienza da parte del potere onnipresente degli uomini'”.

Quello che Bourdieu sta cercando di far emergere è che il fatto che gli oppressi agiscano all’interno di un sistema di oppressione e per questo stesso fatto contribuiscono a tenerlo in piedi non significa che essere diano un consenso inteso come piena e libera accettazione a quel sistema. Spesso l’ordine sociale e culturale appare come l’unico possibile, la costruzione di un’alternativa non solo appare impossibile, ma non rientra nella sfera del pensabile perché il dominio costruisce una lettura della realtà che esclude la possibilità di concepire altre realtà. È un po’ il mito della caverna in Platone: gli uomini che hanno sempre vissuto nell’oscurità non possono pensare la luce. Il consenso al dominio è un prodotto del dominio.

Bourdieu prosegue: “Poiché il fondamento della violenza simbolica risiede non in coscienze mistificate che sarebbe sufficiente illuminare, bensì in disposizioni adattate alle strutture di dominio di cui sono il prodotto, ci si può attendere una rottura del rapporto di complicità che le vittime del dominio simbolico stabiliscono con i dominanti solo da una trasformazione radicale delle condizioni sociali di produzione delle disposizioni che portano i dominati ad assumere sui dominanti e su se stessi il punto di vista dei dominanti. […] un rapporto di dominio che funziona solo attraverso la complicità delle disposizioni dipende largamente, per la sua perpetuazione o la sua trasformazione, dalla perpetuazione o dalla trasformazione delle strutture di cui queste disposizioni sono il prodotto (e in particolare dalla strutture di un mercato dei beni simbolici la cui legge fondamentale vuole che le donne vengano trattate come oggetti che circolano dal basso verso l’alto)”. In altre parole: l’emancipazione femminile non può essere solo un’emancipazione ‘intellettuale’, in cui le donne prendono coscienza dell’esistenza di un ordine patriarcale, ma deve andare di pari passo a un’emancipazione economica, in primo luogo, e politica che mini alle fondamenta la stabilità del patriarcato. Che è quello che è avvenuto nella società occidentale negli anni ’70: le donne, per ripensare le loro identità e liberarsi dal patriarcato dentro di sé e attorno a sé, hanno dovuto prima conquistare l’indipendenza economica attraverso lo studio e il lavoro, per poter costruire relazioni con gli uomini non schiacciate dalla mancanza di autosufficienza. L’autosufficienza economica è un presupposto, peraltro, per l’esercizio dei diritti, come ad esempio il divorzio. Se le donne non fossero entrate nel mercato del lavoro negli anni ’70, non sarebbero potute entrare nella sfera pubblica e le loro rivendicazioni non avrebbero avuto la forza di cambiare le leggi e, in parte, la cultura dell’Italia.

Nella prossima puntata, ci avvicineremo al ruolo che le donne – nella società cabila studiata da Bourdieu – rivestono nell’economia dei beni simbolici, da leggere alla luce di quanto esposto sopra.

Le ragioni alla base del mito del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”

Questo post rappresenta la seconda puntata della serie, inaugurata con Il “cattivo tedesco” e il “bravo italiano” come miti fondanti della narrazione sulla seconda guerra mondiale, dedicata appunto a questi due stereotipi indagati dallo storico Filippo Focardi.

“L’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose” (Ernest Renan)

Focardi sostiene che la maggior parte degli studi storiografici italiani sulla “definizione delle coordinate della memoria nazionale, connotata dalla rimozione del consenso al fascismo e del carattere di guerra civile della Resistenza” riconducano le cause di questo fenomeno “alle stringenti esigenze di legittimazione politica dei partiti della antifascisti, [che], consapevoli del livello di adesione popolare al regime, dei limiti della Resistenza e del suo carattere anche di guerra civile, avrebbero evitato di chiamare il paese a un drastico redde rationem col passato per non scuotere la società e minare il loro consenso elettorale, rivendicando piuttosto l’idea di una corale ostilità degli italiani al fascismo e presentandosi come rappresentanti di un popolo mondo da colpe”, lavate dalla Resistenza stessa e dal cambio di fronte.

Ripercorrendo le varie declinazioni di questa tesi, Focardi ricorda il ruolo del Partito comunista, che ha promosso il mito del «popolo alla macchia» “per accreditarsi come forza nazionale e democratica occultando gli stretti legami politici e ideologici con Mosca” e quello delle forze moderate “interessate a rimuovere il coinvolgimento del popolo italiano nel regime (soprattutto quello capillare delle sue élites politiche ed economiche) addebitando ogni colpa a Mussolini e ai suoi più stretti accoliti, per favorire una transizione politica non traumatica garantita da un blando processo di epurazione”. Vanno ricordati anche, sull’altro versante, i lavori di Mariuccia Salvati e Luca La Rovere che si sono concentrati sull’«esame di coscienza» avviato all’interno dei partiti antifascisti, “imperniato sulla denuncia delle «profonde connessioni della società italiana con il sistema di potere totalitario», come atto necessario per una autentica rigenerazione democratica”, un processo che secondo La Rovere è stato interrotto di fronte alle proteste popolari nei confronti dell’epurazione (si ricordi alla fine che l’epurazione fu sospesa con un’amnistia dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti già nel giugno 1946), mentre secondo Salvati tale riflessione è stata interrotta “per effetto della «scoperta dell’efferatezza degli atti commessi dai fascisti della RSI alleati dei tedeschi e insieme dell’eroismo degli italiani resistenti»”, scoperte che avrebbero condotto a re-incanalare la narrazione della Resistenza nei binari del «patriottismo espiativo» (la definizione è di Gian Enrico Rusconi), in cui i partigiani vengono assimilati a dei martiri cristiani, il cui sangue lava le colpe della Nazione.
“Sia Salvati sia La Rovere”, tira le somme Focardi, “non negano dunque il rapido prevalere di un meccanismo di rimozione delle colpe, ma lo individuano come esito di un processo caratterizzato anche da tentativi opposti di resa dei conti con il passato fascista, interrotti nell’immediato dopoguerra per motivi politici interni”.
Per Focardi gli sforzi messi in luce da Salvati e La Rovere, in conclusione, non hanno “lasciato alcun segno sulla narrazione collettiva della guerra, la cui costruzione fu influenzata fin dal 1940 dall’efficace propaganda di guerra alleata e modellata dopo l’armistizio sulla base delle esigenze prioritarie di mobilitazione bellica e difesa degli interessi nazionali”. Questi sforzi si infrangevano quindi con una narrazione diffusa con ben altri mezzi, più potenti e più autorevoli.

Focardi conclude l’introduzione del suo saggio con queste parole: “Costruire e alimentare una memoria collettiva basata sulla contrapposizione fra «cattivo tedesco» e «bravo italiano» ha però avuto l’effetto di impedire finora una consapevolezza critica su cosa abbia significato – non solo per l’Italia – l’esperienza del fascismo. La malvagità tedesca ha cioè funzionato, volutamente o meno, come un perfetto alibi, permettendo di rinviare una riflessione pubblica sulla violenza fascista nel suo complesso: le politiche razziste e antisemite, i progetti espansionistici, le occupazioni militari, le repressioni e i crimini di guerra”. L’auspicio dell’autore è che il suo libro possa contribuire a questa consapevolezza e “favorire una coscienza storica più informata e responsabile”.

Il senso dell’8 marzo, fra banalizzazione e slut-shaming

Ok, oggi è l’otto marzo, la Giornata Internazionale della Donna. Se voi lettori e lettrici volete fare qualcosa di significativo per questa giornata, leggete un articolo sul femminismo. Uno qualunque, va bene anche Wikipedia. Documentatevi sul movimento femminista, sulla sua storia e sulle battaglie che sta combattendo oggi. Oggi non voglio essere io a fare divulgazione, almeno per oggi vi chiedo che siate voi ad aumentare la vostra consapevolezza. E magari riportate qui nei commenti quello che avete trovato, e discutiamone. Fermiamoci a riflettere su cosa vi pare giusto e cosa vi pare sbagliato, su ciò che non capite, su ciò che capite e vi trova in disaccordo, sulle vostre idee e proposte.

Facciamo qualcosa che vada oltre le mimose, le pubblicità e gli auguri.

Detto questo, una delle cose che per me è una grande fonte di tristezza è che l’otto marzo non abbia lo stesso status della Giornata della Memoria, o di quella del Ricordo, ma sia considerato più o meno una sorta di incrocio fra San Valentino e la Festa della Mamma. Una giornata in cui la mimosa ha il valore di una pacca sulla spalla. E di questa banalizzazione sono responsabili anche le donne. Le donne dovrebbero essere le prime ad avere consapevolezza di cosa significhi questo giorno, e invece spesso contribuiscono a svilirlo, per esempio usandolo come scusa per andare a vedere gli spogliarelli maschili.
Come se l’oggettivazione del corpo maschile fosse una forma di rivincita o di empowerment. Perché se si vuole vivere un’esperienza del genere, andare a vedere una lap dance, tanto vale non nascondersi dietro un dito. E’ senz’altro più empowering, in effetti, essere sincere con sé stesse e ammettere che si è eccitate e divertite, o semplicemente curiose, all’idea di vedere giovani uomini attraenti che si spogliano, piuttosto che farlo perché “è la nostra festa, ragazze!”. Questa è una mia opinione, ovviamente. E non ci trovo nulla di male nel vedere spettacoli di lap dance, indipendentemente dal genere dei/delle performer. (Anche se dopo aver visto il film Magic Mike mi sono fatta l’idea che gli spogliarellisti non facciano per me, in effetti).

Esempio di umorismo sessista per l'otto marzo
Esempio di umorismo sessista per l’otto marzo

Ma c’è un’altra considerazione che si rende necessario fare: anche se, secondo me, andare a vedere gli spettacoli di lap dance non c’entra nulla con il significato storico dell’otto marzo, ciò non è una buona ragione per condannare in modo sessista le donne che lo fanno. Perché in nessun modo lo slut-shaming è accettabile, e questo genere di “umorismo” è denso di significati impliciti che lo rendono decisamente sessista. In primo luogo, si etichettano come “zoccole” le donne che vanno a vedere spogliarelli maschili, come se fosse un comportamento degradante e negativo di per sé; in secondo luogo, si rimarca una contrapposizione fra le donne che celebrano l’otto marzo in modo “giusto” e quelle che invece lo sviliscono comportandosi, appunto, “da zoccole”. Il che è ben diverso dal sostenere che l’otto marzo andrebbe ricordato come si fa con la Giornata della Memoria, perché in questi meme (so che il termine è improprio, ma non si tratta di vignette, quindi passatemelo) si attaccano le donne con il sempiterno stigma della puttana, come se la banalizzazione dell’otto marzo fosse solo “colpa” loro e non di tutto un contesto sociale in cui o si dicono due paroline contro la violenza sulle donne – ma senza arrivare al livello di analisi del fenomeno, figuriamoci, il massimo della profondità è “la violenza sulle donne è brutta e cattiva, donne denunciatela” – oppure ci si limita a “festeggiare le donne” con sconti nei negozi di abbigliamento e cosmetici, o con un giorno di connessione mobile gratis.

Slut-shaming 2

Questo genere di umorismo è semplicemente insensato, nient’altro che un pretesto per ribadire il solito slut-shaming trito e ritrito. Qui l’uso dello stigma della puttana è ancora più esplicito, e il comportamento degradante sono invece le “storia da una notte”, la promiscuità sessuale. Il lessico evidenzia fortemente quando il comportamento sia considerato negativo e perfino disgustoso: dal descrivere il sesso come “farsi martellare le ovaie” (che fra l’altro come descrizione di un rapporto sessuale è alquanto ridicola considerato dove stanno anatomicamente le ovaie), al sottolineare che i partner sono “sconosciuti”, fino all’uso dell’accrescitivo “zoccolona”. Spero converremo tutti che avere rapporti sessuali senza impegno è un modo altrettanto legittimo di vivere la propria sessualità di quanto lo è avere rapporti sessuali all’interno di una relazione, o all’interno di un’amicizia con benefici, o di non averne affatto.

Slut-shaming 3

In quest’altra immagine, si traccia nettamente una distinzione fra “donna” e “zoccola”. In realtà tale distinzione, oltre ad essere un costrutto della mentalità maschilista, è evidentemente insensata. A seconda di quanto è arretrato il modo di pensare di chi appiccica l’etichetta di “zoccola”, si può esserlo per le seguenti “colpe”: indossare la minigonna; indossare i leggings (particolarmente quelli con fantasia a galassie); indossare vestiti scollati; avere un rapporto di amicizia con benefici; essere bisessuali; avere rapporti sessuali senza impegno; andare in discoteca; sfoggiare il proprio corpo su Facebook; indossare gli shorts; farsi i selfie sexy, ecc. E la radice di questa dicotomia è sempre una: solo le donne, non le zoccole, meritano rispetto. In altre parole, se calpesti la linea di demarcazione (dovunque essa stia) non meriti più rispetto.

Perciò per l’otto marzo mi sento di fare una richiesta: smettetela con lo slut-shaming. Punto.

PS: non voglio nemmeno sentire parlare degli ingressi/drink gratuiti alle donne nei locali per l’otto marzo. Questo è sessista nei confronti degli uomini e oltretutto è un altro esempio della banalizzazione di questa giornata, il contentino alle donne.

Fuori dal bozzolo. La consapevolezza del corpo.

A volte mi stupisco di quanti condizionamenti io abbia nei confronti del sesso. Non è la prima volta che me ne rendo conto, ma non riesco a capire perché, da dove provengano, eppure mi ritengo una ragazza dalle idee abbastanza liberali, e, perché no, abbastanza informata circa il sesso e consapevole del proprio corpo. Ma percepisco chiaramente i blocchi  nella mia mente, compaiono quando il mio ragazzo ne parla – in quel modo diretto, quasi crudo, che hanno i ragazzi – o quando ripenso ai momenti che abbiamo vissuto insieme, ancora impressi in modo così vivido nella mia mente che pensarci fa accelerare il mio battito cardiaco. Non voglio questi blocchi, fatico a tollerare la sensazione di repulsione che mi causano. Voglio sentirmi libera di esprimere me stessa in ogni ambito, i miei pensieri, le mie emozioni, le sensazioni del mio corpo. Non voglio avere paura.

Innamorarmi, scoprire un modo diverso di sentirmi femminile, mi ha fatto capire quanto sia importante il mio corpo, carne e sangue, come mezzo per esprimere la mia individualità e unicità. Il vero modo di essere sé stessi è la consapevolezza. E voglio sentirmi bella. E voglio provare piacere. E voglio essere libera. Voglio che le emozioni che sento attraversino la mia pelle e diventino parte di me, come una crisalide che si dischiude e diventa una farfalla.

Acquisire consapevolezza del mio corpo, non percepirlo più come un’ingombrante e imbarazzante – perché sottoposto agli sguardi delle persone, alle loro critiche – estensione della mia mente, per me è come iniziare la nuova vita della farfalla. Una creatura incantevole ed eterea, capace di librarsi al di sopra della sua natura imperfetta di bruco. La sua esistenza è breve, ma intensa. La sua bellezza è effimera. Ma la farfalla può elevarsi sopra il prato. Può guardare i fiori dall’alto, sentire il sole accarezzare le sue ali ed essere libera.

Superare i miei blocchi mentali, per me è come per la farfalla volare oltre il prato, oltre i cespugli; è una continua scoperta, di me stessa e della realtà. Mi da’ un modo diverso di sentire le cose. In un certo senso, è una forza.