Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 7)

Di nuovo, devo scusarmi con chi sta seguendo serie per la mancanza di aggiornamenti tempestivi: spero sempre di poter rimediare, ma la vita si mette di mezzo. Considerando quanti blog sono definitivamente morti per gli stessi motivi, spero di trovare comprensione. Per riassumere: questa è una serie di post, ormai arrivata alla settima puntata, che intende offrire una trattazione punto per punto del saggio Representation: Cultural Representations and Signifying Practices (1997), a cura di Stuart Hall. La sesta puntata ha riguardato la distinzione fra approccio semiotico e approccio discorsivo alla rappresentazione e come il contributo di Roland Barthes abbia svolto il ruolo di giunzione fra questi due approcci, il secondo dei quali è stato elaborato principalmente da Michel Foucault. Con l’aiuto di Laclau e Mouffe, abbiamo cercato di comprendere meglio il framework di Foucault: spero di esserci riuscita, perché si tratta di un pilastro importante del costruzionismo sociale e di uno sguardo sulla realtà che richiede una curva d’apprendimento inizialmente ripida e controintuiva, ma che è in grado di illuminare aspetti del funzionamento della società che non possono essere compresi altrimenti. In ogni caso, la sezione commenti è aperta a discussioni sia sugli aspetti più teorici che sulle possibili direzioni di riflessione che sorgono da questi argomenti, e io cercherò di rendere comprensibile quello che sto cercando di dire al meglio delle mie possibilità.

Eravamo rimasti a un’importante acquisizione della prospettiva costruzionista: “gli oggetti fisici esistono, ma non hanno alcun significato fisso [intrinseco]: essi assumono significato e diventano oggetti di intelligibilità solo all’interno del discorso“. Abbiamo fatto l’esempio delle regole del calcio come costruzione discorsiva che rende una palla un pallone da calcio, e quindi regola le pratiche attorno a quella palla: ad esempio, il fatto che a tutti i giocatori fuorché il portiere sia proibito toccare la palla con le mani. Quello con cui noi esseri umani pensiamo quindi non è la realtà materiale degli oggetti, ma i significati e i discorsi che li rivestono e che sono per noi come l’acqua per i pesci, qualcosa in cui siamo immersi e senza cui non possiamo esistere. Noi pensiamo parole, e abbiamo visto cosa sono le parole – segni che hanno senso all’interno delle mappe concettuali costruite dalla nostra cultura. E, più in grande, noi pensiamo idee e discorsi che circolano nella società e che noi possiamo assorbire, rielaborare, criticare, ma che sono il paesaggio di pensiero entro cui noi ci collochiamo, e noi non possiamo esistere nel vuoto, perciò non possiamo pensare al di fuori di questo paesaggio, così come non possiamo pensare senza un linguaggio. Nel pensiero di Foucault, ci riassume Hall, “la conoscenza riguardo e le pratiche attorno a tutti questi argomenti […] non esisteva e non poteva esistere in modo significativo al di fuori di specifici discorsi, ovvero al di fuori dei modi in cui essi venivano rappresentati nel discorso, prodotti dalla conoscenza e regolati dalle pratiche discorsive e dalle tecniche disciplinari di una particolare società ed epoca”. L’espressione cruciale qui è “in modo significativo”: le cose esistono là fuori, ma quello che conta sono le condizioni che ci rendono possibile comprenderle, afferrarle, pensarle, le condizioni della loro intelligibilità.

Foucault era interessato anche al “modo in cui la conoscenza era messa in opera attraverso pratiche discorsive in specifici contesti istituzionali per regolare la condotta degli altri”, ovvero alla relazione fra conoscenza e potere, e al “modo in cui il potere operava all’interno di ciò che ha chiamato un apparato istituzionale e le sue tecnologie (tecniche)”. Prendiamo un esempio, quello dell’apparato istituzionale che punisce il crimine: esso si fonda su “discorsi, istituzioni, arrangiamenti architettonici, regolamenti, leggi, misure amministrative, affermazioni scientifiche, affermazioni filosofiche, moralità, filantropia, ecc. L’apparato è sempre inscritto in un gioco di potere, ma è anche sempre collegato a certe coordinate di conoscenza. Questo è ciò in cui l’apparato consiste, strategie di relazioni di forze che supportano e sono supportate da forme di conoscenza”, scriveva Foucault. Pensiamo a un pezzo di Discorso che ha plasmato, come ci insegnano a scuola, in modo forte la nostra concezione di qual è lo scopo del carcere e, quindi, come il carcere deve essere organizzato: la famosa opera Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, pioniere della concezione rieducativa della pena che è tutt’ora inscritta nella nostra Costituzione (Art 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”). Questo è un Discorso sul crimine, ma non è l’unico possibile: sono sicura che avremo sentito tutti dei discorsi populisti su come i carcerati siano uno spreco di risorse dello Stato, discorsi deumanizzanti per cui queste persone sono feccia con merita nulla, discorsi a favore della pena di morte. A seconda del Discorso che lo Stato sceglie di seguire nei suoi principi e nelle sue leggi, l’organizzazione del sistema carcerario sarà molto diversa, e questo è un esempio molto visibile del legame fra conoscenza (chi è il criminale, perché si delinque, cosa bisogna fare per ridurre il crimine) e potere (come puniamo i criminali).

Il tassello successivo di questa relazione fra conoscenza e potere riguarda i corpi: Foucault ha orientato la sua attenzione sulle relazioni fra conoscenza, potere e corpo nella società moderna, convinto che la conoscenza sia inestricabilmente avvinta in relazioni di potere dal momento che essa viene applicata alla regolazione della condotta sociale nella pratica. Qui Hall sente il bisogno di fare una distinzione fra la posizione marxista sulla relazione fra conoscenza e potere e quella foucaultiana: “Marx ha sostenuto che, in ogni epoca, le idee riflettono la base economica della società, e quindi le ‘idee dominanti’ sono quelle della classe dominante che governa un’economia capitalista, e corrispondono ai suoi interessi dominanti. L’argomento principale di Foucault contro la teoria marxista classica dell’ideologia è che essa tendeva a ridurre tutte le relazioni fra potere e conoscenza a una questione di potere di classe e di interessi di classe. Foucault non negava l’esistenza delle classi, ma era fortemente contrario a questo elemento di riduzionismo economico o di classe […]. Il marxismo tendeva a porre in contrasto le ‘distorsioni’ della conoscenza borghese con le proprie pretese di ‘verità’ – la scienza marxista. Ma Foucault non credeva che alcuna forma di pensiero potesse reclamare uno status di verità assoluta di questo tipo, al di fuori del gioco del discorso. Tutte le forme di pensiero politico e sociale, secondo lui, erano inevitabilmente avvinte nel gioco reciproco di conoscenza e potere”. Naturalmente, il pensiero marxista non si è fermato a Marx, e uno sviluppo successivo importante per contestualizzare il nostro discorso è quello della nozione di egemonia di Antonio Gramsci – che in Italia è noto principalmente come martire dell’antifascismo, ma all’estero è un nome che ricorre nelle scienze sociali proprio per l’elaborazione di questo concetto di egemonia -, che Hall spiega in questi termini: “La nozione [di egemonia] di Gramsci era quella secondo cui gruppi sociali specifici lottano in molti modi diversi, incluso il piano ideologico, per vincere il consenso degli altri gruppi e perseguire una sorta di ascendente su di loro sia nel pensiero che nella pratica”.

Il pensiero di Foucault si distingue da quello marxista/gramsciano perché ritiene “non solo che la conoscenza sia sempre una forma di potere, ma che il potere sia implicato nelle questioni di se e in quali circostanze la conoscenza debba essere applicata o meno. Questa questione dell’applicazione e dell’efficacia del potere/conoscenza era più importante, secondo lui, della questione della sua ‘verità’. La conoscenza legata al potere non solo assume l’autorità di essere ‘la verità’, ma ha il potere di rendersi vera. Tutta la conoscenza, una volta applicata nel mondo reale, ha effetti reali, e almeno in quel senso ‘diventa vera’. La conoscenza, una volta usata per regolare la condotta altrui, implica dei vincoli, delle regole e il disciplinamento delle pratiche. Quindi, ‘Non c’è relazione di potere senza la correlata costituzione di un campo di conoscenza, né alcuna conoscenza che non presupponga e costituisca al contempo delle relazioni di potere’ (Foucault, 1977a)”. Non è semplice comprendere la portata di queste affermazioni, ma Hall è un’ottima guida e ci offre questa spiegazione: “La conoscenza non opera nel vuoto. È messa al lavoro, attraverso certe tecnologie e strategie di applicazione, in situazioni specifiche, contesti storici e regimi istituzionali. Per studiare la punizione, occorre studiare come la combinazione di discorso e potere – potere/conoscenza – ha prodotto una certa concezione del crimine e del criminale, ha avuto certi effetti concreti sia per il criminale che per colui che punisce, e come questi sono stati messi in pratica in certi regimi di prigionia storicamente specifici”. Foucault ha parlato di questa applicazione della conoscenza come di “formazioni discorsive che sostengono un regime di verità”, e Hall ci offre un ulteriore esempio: “può essere o non essere vero che essere figli di genitori single inevitabilmente conduce alla delinquenza e al crimine. Ma se tutti credono che sia vero, e puniscono i genitori single di conseguenza, questo avrà conseguenze reali sia per i genitori che per i bambini e diventerà ‘vero’ in termini di effetti concreti, anche se in un qualche senso assoluto non è mai stato dimostrato irrefutabilmente”. In un’epoca di fake news, post-verità e disinformazione, Hall ci dà un valido motivo per cui è importante che le affermazioni che hanno basi scientifiche, al di là delle questioni epistemologiche che ne definiscono la verità, circolino nella conversazione collettiva come formazioni discorsive dotate di autorevolezza, perché è all’interno del Discorso che si plasmano le rappresentazioni che orienteranno le decisioni. Se restiamo all’esempio, lo Stato potrebbe decidere di applicare politiche favorevoli alle ‘famiglie tradizionali’ e tentare di penalizzare i divorzi nella convinzione che i benefici sociali del crescere con due genitori debbano essere protetti, e questo potrebbe avere conseguenze negative per le donne vittime di violenza domestica, che potrebbero avere meno risorse – sia economiche, che di credibilità – per lasciare compagni abusanti e rivendicare la custodia dei figli in tribunale. Questo già succede, anche se il legame con la formazione discorsiva sui danni del crescere con un solo genitore è solo un esempio – per sapere su quali formazioni discorsive i legislatori basano le loro decisioni, bisogna fare lunghe e rigorose ricerche sugli atti parlamentari, incluse le audizioni presso le commissioni competenti, e sul modo in cui le proposte di legge sono presentate sia in Parlamento che ai media e quindi ai cittadini.

Ma torniamo a Foucault. Egli ha affermato: “Ogni società ha il suo regime di verità […]; ovvero, i tipi di discorso che accetta e fa funzionare come veri, i meccanismi e le istanze che consentono a una persona di distinguere le affermazioni vere da quelle false, i mezzi con cui ognuna di loro riceve sanzione e lo status di coloro che hanno il compito di stabilire ciò che conta come vero” (Foucault, 1980). Nella nostra società, la scienza è senz’altro un regime di verità, ma lo sono anche l’essere portatori del Discorso di un’istituzione, il giornalismo e il sistema dei media, il sistema scolastico…e non è detto che tutti questi altri attori e istituzioni rispettino i criteri di verità e rigore della scienza come dovrebbero. Abbiamo esplorato il lato ‘conoscenza’ del binomio conoscenza/potere: immergiamoci ora più nel dettaglio nella concezione foucaultiana del potere: secondo l’autore, il potere circola ed è “dispiegato ed esercitato attraverso un’organizzazione reticolare” (Foucault, 1980) in cui tutti noi siamo avvinti, oppressori e oppressi. “Le relazioni di potere permeano tutti i livelli dell’esistenza sociale e quindi si trovano ad operare in ogni sito della vita sociale – nelle sfere private della famiglia e della sessualità tanto quanto nelle sfere pubbliche della politica, dell’economia e della legge. [Il potere] ‘non pesa solo su di noi come come una forza che dice di no, ma attraversa e produce cose, suscita piacere, forme di conoscenza, produce discorso. Deve essere pensato come un network produttivo che scorre attraverso l’intero corpo sociale (Foucault, 1980)”, spiega Hall. È una concezione complicata e controversa, su cui esiste un ampio spazio per essere in disaccordo, ma prima di tutto occorre mettere a fuoco qualche altro punto: “Senza negare che lo Stato, la legge, il sovrano o la classe dominante possano avere posizioni di dominio, Foucault sposta la nostra attenzione lontano dalle grandi strategie macro del potere, verso i piccoli circuiti localizzati, le tattiche, i meccanismi e gli effetti attraverso cui il potere circola [i quali] connettono il modo in cui il potere lavora sul terreno alle grandi piramidi del potere attraverso quello che lui chiama un movimento capillare”, chiarisce Hall. È un approccio che il femminismo comprende bene, se pensiamo per esempio a come il dominio maschile patriarcale si esprime capillarmente attraverso sia le discriminazioni istituzionalizzate, sia nelle pratiche e nei codici che connotano un’interazione, un ambiente, come ostile e sottilmente minaccioso per le donne. La paura di camminare per strada da sole di notte è un’espressione del potere maschile che si imprime sui corpi delle donne – non possiamo impedirci di avere paura, non possiamo espungere la nostra vulnerabilità fuori da noi come se il potere non avesse peso o effetto, possiamo solo lottarci contro ogni volta – e una perfetta espressione di quella che Foucault chiama “microfisica del potere”. Il patriarcato sarebbe molto meno resistente se si esprimesse solo a livello macro, ma non condizionasse l’esperienza e il sentire delle donne nella loro quotidianità, nel loro privato, nelle loro percezioni.

Questo approccio al potere lo “radica in forme di comportamento, corpi e relazioni locali di potere che non dovrebbero affatto essere viste come una semplice proiezione del potere centrale” (Foucault, 1980). La paura di camminare per strada da sole di notte non è un’emanazione della struttura sociale patriarcale, ma è una specifica forma di potere attraverso cui il patriarcato agisce e si mantiene in essere, così come i capillari (per restare nella metafora) non sono una proiezione delle grandi vene e arterie, ma un loro complemento, la parte del sistema dove si svolge la funzione cruciale di scambio ossigeno/anidride carbonica a livello cellulare. Come dicevamo, è il corpo il sito della lotta fra le diverse formazioni di conoscenza/potere, l’oggetto su cui si applicano le tecniche di regolamentazione, e “Formazioni discorsive e apparati differenti dividono, classificano e inscrivono il corpo in modi diversi nei loro rispettivi regimi di potere e ‘verità’. […] Naturalmente questo ‘corpo’ non è semplicemente il corpo naturale che tutti gli esseri umani possiedono in ogni epoca. Questo corpo è prodotto all’interno del discorso, secondo le differenti formazioni discorsive – lo stato della conoscenza […], ciò che conta come ‘vero’ […], gli specifici apparati e tecnologie […]. Questa è una concezione radicalmente storicizzata del corpo – una sorta di superficie su cui i differenti regimi di potere/conoscenza inscrivono i loro significati ed effetti. Essa pensa il corpo come ‘totalmente plasmato dalla storia e dai processi storici di decostruzione del corpo’ (Foucault, 1977a)”, chiarisce Hall. Il modo in cui in una data epoca storica e in un dato contesto sociale siamo socializzati imprime stratificazioni di significati sui corpi che dipendono da specifiche formazioni discorsive, alcune dominanti, altre in opposizione alle prime. In alcuni casi questo atto di imprimere è letterale: pensiamo alla vergogna, che come abbiamo appreso nella serie su Pierre Bourdieu e la sua fondamentale opera Il dominio maschile, è un’emozione corporea prodotta da processi sociali di creazione di stigma, per cui è il fatto che qualcosa sia socialmente visto come negativo, imbarazzante, umiliante o sporco che ci fa vergognare di quella cosa, mentre magari sarebbe del tutto indifferente in un contesto in cui non assume quelle connotazioni. Un altro esempio sono le forme dell’immaginario collettivo che ci portano a erotizzare – ad attribuire significati di desiderabilità sessuale e bellezza – certe forme del corpo piuttosto che altre, che chiaramente cambiano attraverso le epoche e le società.

Il radicare gli effetti dei dispositivi di potere/conoscenza nella corporeità è un modo per radicarli anche in particolari contesti sociali e storici, restituendo alla questione delle rappresentazioni e dei discorsi un ancoraggio alla materialità: non è un caso che Foucault si sia occupato di sessualità, di follia e di regimi punitivi, ambiti in cui la costruzione di soggetti emerge fortemente dall’applicazione di norme conoscitive e regolative ai corpi, in cui il potere si esprime nella capacità di dire e fare sul corpo delle ‘vittime’, di produrre discorsi e pratiche che si riflettono esplicitamente sul corpo.

Nella prossima puntata parleremo meglio di questo aspetto analizzando alcuni esempi e concluderemo il capitolo, ripercorrendo il filo del discorso sviluppato in queste otto puntate. La sezione commenti, come ho già avuto modo di dire, resta aperta per voi.

Combattere i preconcetti che ci tarpano le ali II: minigonne e libertà

Vorrei non dover parlare sempre di corpi, quando scrivo di donne, ma sembra che non possa farne a meno, perché, nonostante tutto sia già stato detto, nessuno lo ha ascoltato. Purtroppo, il corpo è ancora la prima cosa che qualifica una donna, e viene usato come un’arma contro di lei. Contro di noi, perché “Per ogni donna ferita o offesa siamo tutte parte lesa” non è solo uno slogan: il fatto che ci siano ancora donne uccise da un partner che voleva controllare la loro vita e non riusciva ad accettare la loro indipendenza significa che questa società non ha ancora accettato la nostra parità, e questo è un problema che riguarda ognuna di noi, in quanto donna, e riguarda tutti, in quanto cittadini, in quanto persone.

Meme di Facebook. Il testo recita “Come si chiama una donna che fa molto sesso?” “Con il suo nome”

Nel 2012, permane ancora la divisione tra “sante” e “puttane”, espressa più elegantemente con “ragazze serie” e “ragazze facili”. Etichettare come troia una ragazza che ama il sesso è una forma di controllo sul suo corpo, retaggio di una cultura patriarcale e cattolica in cui da una parte il corpo femminile è sempre stato considerato come peccaminoso e la sessualità come un tabù, e dall’altra gli uomini hanno assunto il controllo del corpo femminile, limitando le libertà delle donne e le loro possibilità di autodeterminarsi. La sessualità femminile è sempre stata negata, ricercare il proprio piacere invece di restare passive era considerata una cosa da prostitute, indegna di una donna perbene, soprattutto se madre, e il sesso era accettato solo all’interno del matrimonio e con finalità riproduttive. L’adulterio era considerato un crimine solo femminile, mentre era giustificato nel caso degli uomini, così come era tollerato che un uomo sfogasse i suoi desideri con le prostitute, concedendosi ciò che sarebbe stato sconveniente fare con la moglie. Ancora oggi, per un uomo ammettere di masturbarsi è normale, ma è inappropriato per una ragazza.

Meme tratto da Facebook. Il testo recita “Cammina per strada vestita così – si la menta che non riesce a trovare un uomo serio (oppure, un uomo che la rispetti)”

Lo stesso vale per una ragazza che indossa minigonne e maglie scollate: la convinzione generale è che lo faccia per  attirare l’attenzione maschile, per mettersi in mostra, e che di conseguenza voglia provocare. La foto qui accanto,  pubblicata su Facebook, ha riscosso commenti del tipo:

che troia però (da parte di una ragazza)

non puoi pretendere il rispetto di un uomo se vai in giro nuda. (da parte di un ragazzo)

Se ci tiene ad apparire così probabilmente non è in cerca di un uomo rispettabile. (da parte di un ragazzo)

se una non è cagna non si veste così… evidentemente lo siete anche voi se sentite il bisogno di difendere il suo ‘onore’ (da parte di una ragazza)

se si veste così e mette in mostra la carrozzeria si capisce cosa va cercando…altro che ”si è vestita così perchè le piace il modello del vestito”…se uno giudica in base alle apparenze è perchè molto spesso le apparenze sono reali…e molto spesso donne come questa sono delle gran cagne (l’Amministra Tope, non censuro il nome perché è fittizio)

L’abbigliamento è anche un modo per esprimere la propria individualità. Ci si veste in un certo modo per sentirsi a proprio agio con sé stessi, per comunicare il proprio stato d’animo, per appartenere ad un gruppo, per affermare la propria identità, e anche per essere apprezzati dagli altri. Questo vale anche per le foto scelte come immagine del profilo su Facebook: si sceglie una foto perché ci si sente rappresentati, perché esprime la propria personalità, perché si ha un bel sorriso, perché è il ricordo di un bel momento e per mille altre ragioni. Il fatto che si fosse in bikini, in shorts o con un abitino non è una buona ragione per permettersi approcci sessuali non graditi (e succede: Io Odio i Maniaci di Merda, su Facebook, raccoglie gli screen di queste molestie virtuali, con una buona dose di ironia).

Libertà è anche poter decidere cosa indossare, o quale foto postare, senza essere giudicati dagli altri per questo. Quello che una ragazza indossa è una questione che riguarda solo ed esclusivamente lei, nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a dare giudizi sulla sua moralità per questo, a fischiarle contro per strada, a fare apprezzamenti volgari, o addirittura a palpeggiarla o stuprarla. La foto che una ragazza mette sul suo profilo riguarda solo lei, non è un invito a molestarla. Giudicare una persona che non si conosce dal suo abbigliamento, o dalle sue foto, è come giudicare una canzone dal titolo o un libro dalla copertina: significa fermarsi all’apparenza, e l’apparenza è sempre condizionata dai nostri preconcetti.

Ogni volta che una ragazza da’ della troia ad un’altra per il modo in cui è vestita, inconsapevolmente non fa che tracciare la vecchia di linea di distinzione della cultura patriarcale, quella tra “madonne” e “puttane”: una divisione che impedisce all’individuo di essere ciò che vuole essere per sé stesso. Neanche “Né puttane, né madonne, ma solo donne” è solo uno slogan: rappresenta la volontà di essere definite solo come persone, solo in virtù della propria individualità, anziché in base ai ruoli fissi previsti dal patriarcato, ruoli che limitavano le possibilità di autodeterminarsi della donna (per non essere bollata come puttana) e le sue aspirazioni (che dovevano consistere solo nell’essere la perfetta madonna, moglie e madre impeccabile).

Rifiutare questa dicotomia significa affermare lo spazio dell’individuo. Uno spazio all’interno del quale lui o lei può ribellarsi a tutti i “dover essere” e decidere cosa vuole essere.

A proposito della distinzione tra “brave ragazze” e “cattive ragazze”, vorrei concludere questo post con le parole di Rosemary Agonito:

La sindrome della ‘brava ragazza’: essere una ‘brava ragazza’ significa mettere sé stessi per ultimi. Significa accontentare gli altri a tutti i costi, soddisfare i loro bisogni e i loro voleri – anche quando questo ci danneggia. Nell’essere protese all’essere piaciute ed accettate, opprimiamo i nostri bisogni e sentimenti, le nostre credenze e valori, per soddisfare quelli degli altri. Come ‘brave ragazze’ non vogliamo ferire i sentimenti di nessuno, quindi non parliamo alle spalle e non lottiamo alle spalle, anche quando siamo sotto assedio. Andiamo avanti, sopportiamo… Una sofferenza prolungata e non ci lamentiamo, la ‘brava ragazza’ è sempre diligente. Ma essere diligente significa sottostare alle regole di qualcun altro, regole che non sono state da noi create.

Nel caso del comportamento sessuale, queste regole sono state definite da secoli di civiltà patriarcale per tenere sotto controllo le ragazze. Ogniqualvolta si ripete lo stereotipo della “madonna vs puttana”, non si fa altro che limare via una piccola, ma significativa, essenziale, parte della nostra libertà. Non voglio sentire mai più, MAI PIÙ, dire che una ragazza stuprata “se l’è cercata”, “se l’è meritata” o “sotto sotto lo voleva” perché indossava una minigonna, era ubriaca, era tornata a casa da sola, aveva accettato di uscire con un ragazzo conosciuto da poco, o qualsiasi altra ragione. Non è colpa sua. Non è mai colpa della vittima. E se, ragazze, pensate questo, vi state ingabbiando da sole.

La trappola della bellezza irraggiungibile

Il femminismo si interessa molto alla rappresentazione della donna nell’immaginario collettivo, perché in tale rappresentazione si veicolano dei messaggi molto potenti e pervasivi il cui effetto rimbalza in tutta la società. Non sono i mass media a creare questi messaggi, ma essi li ripetono continuamente e ovunque, e di conseguenza essi si radicano nella nostra mente, finendo per sovrapporsi alla nostra visione della realtà. Sono messaggi che per loro stessa natura devono essere allettanti e persuasivi, quindi liberarsi di questo condizionamento non è semplice, richiede consapevolezza, spirito critico e attenzione, perché è fin troppo facile assuefarsi a un tipo di comunicazione che, al di là delle differenze tra campagna e campagna, tra marchio e marchio, è sempre uguale a sé stessa. Il corpo femminile oggettificato, la perfezione artificiale della pelle lucida e depilata, dei visi lisci e uniformi, delle figure flessuose e slanciate, dei seni gonfi, dei sederi tondi, delle labbra turgide, degli occhi sottolineati da lunghe ciglia e dallo sguardo provocante. Corpi. Corpi che smettono di essere emozione, vita pulsante e sentimento, per divenire immobili sculture di sé stessi, come in questa immagine.

Manipolare il nostro corpo per renderlo “perfetto”. Levigato e scultoreo. Ecco cosa ci comunica questa donna senza viso.

Questi corpi ci urlano che “dobbiamo” essere belle, restare giovani, trasformare i nostri corpi in sculture come i loro, per essere apprezzate. Perché è così. Non si affannano a darci spiegazioni. Ci sussurrano quando osserviamo i nostri riflessi nello specchio, che siamo sbagliate, imperfette, e che potremmo essere come loro. Sono loro la merce – il sogno – che ci stanno vendendo. Quei corpi sono strumenti. Come possiamo resistere alla tentazione, non guardarci con i loro sguardi, non sognare quei corpi così impossibilmente perfetti? Dobbiamo fare uno sforzo consapevole per ricordare che le immagini che vediamo sono ritoccate, elaborate, che solo una minoranza di donne al mondo ha quel corpo che cercano di spacciarci per la normalità da cui noi sole siamo escluse. La bellezza sembra essere una condizione irrinunciabile per sentirsi felici con sé stesse, per avere successo, per essere accettate, apprezzate e amate. Un discrimine che divide le persone a cui è data l’opportunità di essere felici dalle altre. Una barriera che, ovviamente, è possibile oltrepassare conformandosi al canone richiesto grazie alle possibilità miracolose della cosmetica e della chirurgia estetica.

Un modello da raggiungere, il mezzo per raggiungerlo. Come la pubblicità ci “forza” a paragonarci ad un canone estetico, facendo leva sulla conseguente sensazione di inadeguatezza per vendere.

Di fronte a tutto questo, mi chiedo che cosa sia la bellezza. Ho già parlato del modello “standard” di bellezza in questo post, ma non posso fare a meno di tornare sull’argomento. Perché il canone attuale di bellezza è così omologante? Perché la bellezza deve essere priva di caratteristiche distintive o presunti difetti?  Perché la parola perfezione viene ripetuta sempre più spesso, ossessivamente?

Molte persone sono convinte che le donne siano schiave della loro immagine, perché sarebbero più superficiali degli uomini e più attente all’apparenza, e che questa sarebbe una loro caratteristica naturale. Che le donne nel corso della storia abbiano dovuto ricorrere alla seduzione e all’inganno per ottenere potere è facilmente dimostrabile, ma già Simone de Beauvoir aveva intuito che non è una peculiarità femminile, ma un adattamento dovuto al fatto che era loro proibito dimostrare le proprie capacità e prendere le proprie decisioni autonomamente. L’unico strumento a loro destinato era l’influenza sulle decisioni degli uomini a loro legati, da cui il detto “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Ma è una ben triste consolazione, ed è una fortuna che con l’emancipazione abbiamo ottenuto la possibilità di gestire la nostra vita in prima persona.

Vendere un sogno: l’idea di ottenere il corpo “perfetto” al risveglio come una crisalide riecheggia il linguaggio delle fiabe.

L’interesse per l’immagine, tuttavia, non è diminuito, anzi, è aumentato esponenzialmente, perché una donna ha il “dovere”, sente su di sé la pressione, di doversi dimostrare femminile, indipendentemente dalla posizione che occupa e dalle sue capacità. E, solo in apparenza per un paradosso, il modello estetico femminile è sempre più irraggiungibile. La pressione esercitata sulle donne affinché vi corrispondano muove una quantità di denaro immensa. I soldi che le donne guadagnano con la loro indipendenza economica vengono spesi, a causa della pressione proveniente dalla continua riproposizione del corpo “perfetto”, per cercare di adeguarsi a questo canone, invece di investirli in qualcosa che possa ampliare la cultura, rilassare, divertire, far scoprire nuovi interessi: è un circolo che si autoalimenta, e che inizia quando nelle bambine viene inculcata l’idea che la bellezza sia una condizione necessaria per una donna.

Ma, alla fine, io guardo queste pubblicità e non riesco a fare a meno di sentirmi un poco a disagio. è difficile osservare queste immagini e non fare spontaneamente dei confronti con il proprio corpo ordinario, è difficile non sentirsi inferiori, inadeguate. Come se ne esce? Imparando ad accettare sé stessi, sembra la risposta più ovvia. Io non odio il mio corpo, normalmente mi sento carina, quando mi guardo allo specchio fortunatamente non provo il desiderio di cambiare ogni cosa nel mio aspetto, eppure queste immagini riescono comunque a suscitarmi un senso di inadeguatezza. Forse una vera soluzione è trovare una nuova idea, una nuova immagine di bellezza, slegata da un concetto di perfezione innaturale, artificiale, una bellezza rispettosa dei difetti, delle caratteristiche di ognuno, che proponga volti riconoscibili, non cristallizzati in un’immagine ideale. Forse dovremmo smetterla di restare ferme nella difesa passiva, nello sforzo di ricordare che queste immagini non vere, ritoccate, non possono diventare un modello per noi, e cominciare a reagire contro le immagini stesse, come degli anticorpi, come fanno le autrici del blog TOTEM GIRL.

Penso che questa causa sia di estrema importanza, perché ha profonde conseguenze sull’autostima delle ragazze e delle donne, soprattutto se la famiglia e la scuola non riescono a proporre dei modelli femminili alternativi, e il deficit di autostima femminile è una delle cause della situazione italiana, in cui le ragazze si laureano in misura maggiore rispetto ai maschi e con voti mediamente migliori, ma sul lavoro sono svantaggiate dagli ostacoli alla carriera e dall’assenza di servizi di supporto. Se non riescono ad essere determinate, sicure di sé e competitive, le porte resteranno sempre chiuse di fronte a loro, e questo è un serio problema. Un Paese che non sa sfruttare le opportunità date dal lavoro femminile ha un problema. Ma le donne non devono essere remissive e devono conquistare queste opportunità, invece di farsi intrappolare da un sistema che vuole riproporre loro la vecchia strada della seduzione e dell’inganno, una strada facile solo in apparenza, ma che in realtà è una trappola per tutte noi.

Bellezza e seduttività: cosa ci si aspetta da una donna.

L’abuso del corpo femminile in pubblicità

Siamo costantemente bombardati da immagini pubblicitarie che utilizzano il corpo femminile per vendere i loro prodotti, in modo più o meno esplicito, solo che ciò avviene in modo capillare, e solo chi segue il fenomeno con costante attenzione si rende conto del fatto che questo è divenuto ormai l’unico modo di attirare l’attenzione dei consumatori su un prodotto. Qualsiasi tipo di prodotto. Dicono che ciò avviene perché il nudo femminile attira l’attenzione, attrae, rimane impresso nella mente, tuttavia avrei almeno due obiezioni principali: il nudo femminile è dappertutto, è sovraesposto, e le pubblicità che lo utilizzano sono sempre di più, perciò il prodotto pubblicizzato rischia di essere messo in ombra, soprattutto perché è difficile capire a colpo d’occhio cosa si pubblicizza, e secondo, queste campagne si rivolgono esclusivamente ad un pubblico maschile, che non è necessariamente la maggior parte degli acquirenti (questa immaginequesta firmata da Terry Richardson con la sua gemella e quest’altra dovrebbero essere emblematiche: si pubblicizzano vino e abbigliamento femminile, generi che si presuppone rivolti anche a un pubblico di donne!) e così facendo dimostrano di mantenere una mentalità retrograda, per cui le donne non possono essere soggetti acquirenti con libero potere decisionale. Insomma, marchiano i loro prodotti come “roba da uomini”, una scelta che rivela una discriminazione implicita.

Fellatio e nudo. Fellatio e nudo everywhere. Il messaggio implicito continua a ripetersi, colto inconsciamente dalle nostre menti, per far registrare l’equivalenza prodotto = piacere (sessuale, ovviamente). Non è una strategia che condivido in linea di principio, ma comprendo le logiche del  mercato. Il problema è quando l’allusione sessuale arriva a calpestare la dignità delle donne, privandole della loro soggettività per farle percepire come corpi, oggetti decorativi, come si può notare dal fatto che le figure femminili sono sempre più spesso raffigurate senza volto, e quindi senza un’identità definita, un’individualità, uno sguardo che spinga l’osservatore a riconoscerle come umane, ma a pezzi, evidenziandone solo gli attributi sessuali, seni, sederi, gambe, labbra. Prive di viso, perché il viso rappresenta l’identità, e questi corpi non “devono” averne una, devono rimanere corpi, su cui le donne proiettano sé stesse, sentendosi inadeguate di fronte a una perfezione troppo artificiale, che suscitano desiderio negli uomini, un desiderio che non può sfociare in qualcosa, perché sono solo corpi. Entrambe le emozioni, l’inadeguatezza e il desiderio, generano insoddisfazione, e quindi un bisogno, che inconsciamente si focalizza sul prodotto, o almeno dovrebbe focalizzarsi sul prodotto. La conseguenza “secondaria”, ma di vitale importanza, è che genera assuefazione al modello della donna-oggetto.

La ripetizione ci impedisce di scorgere nitidamente i danni di questo tipo di messaggio, ma fermiamoci ad analizzarli. Interiorizzare questa visione della donna-oggetto è limitante per le relazioni tra i sessi, impedisce che le donne vengano percepite come soggetti e quindi è un ostacolo alla loro affermazione in un’Italia in cui ancora oggi si parla di differenze “innate” tra uomini e donne, danneggia l’autostima delle donne e crea un ideale di bellezza irraggiungibile.

Collegamenti esterni:

  • Il blog Un altro genere di comunicazione, che dire, è una grandissima fonte di notizie e punti di vista interessanti.
  • Lo spot è (ancora) femmina, articolo su Business People (la prima parte più interessante della seconda, con i pubblicitari che si giustificano o si chiamano fuori – e però le pubblicità di cui sopra continuano, come la mettiamo?)
La pub
La pubblicità assimila dalla pornografia: dopo le inquadrature, anche l’estetica (e il cattivo gusto)

Antiabortisti e libertà di scelta

L’Italia è l’unico Paese europeo dove è permessa – da un buco legislativo – l’obiezione di coscienza nei confronti della pillola del giorno dopo, che non è in nessun modo un abortivo, nonostante ciò che viene ripetuto fino alla nausea per fare disinformazione (e basterebbe consultare le fonti di Wikipedia per accorgersene!) e dove le disposizioni legislative regionali consentono ai fanatici antiabortisti cattolici di entrare in ospedali e consultori a fare proselitismo e instillare sensi di colpa nelle donne che, certo non a cuor leggero, chiedono di poter usufruire di un loro diritto.

Quando ho letto le testimonianze raccolte da Loredana Lipperini nel suo blog, ne sono rimasta sconvolta. Sembra davvero che certi gruppi contro l’aborto non si fermino davanti a niente, neppure al rispetto dovuto ad una persona che sta per compiere o ha compiuto una scelta che mi sento di definire sofferta, e questo mi preoccupa. Perché dicono di tutelare la vita ma non tutelano la dignità. E davvero credono che il loro scopo sia così alto da permettere loro di calpestare la dignità delle donne e di “aggredire” pubblicamente i medici che praticano l’aborto?

Anche se l’aborto è considerato un peccato dalla Chiesa, non si può impedire a chi non lo ritiene tale di praticarlo o ricorrervi. La legge non è morale. La morale non è legge.

Con la prima affermazione intendo dire che la legge non deve avere la pretesa di stabilire una norma morale a cui sottomettersi, ma garantire a tutti la possibilità di agire secondo la propria morale, le proprie convinzioni e le proprie necessità. Non è un caso che i dibattiti sull’aborto negli USA vedano contrapposti Pro-Life, antiabortisti, e Pro-Choice, a favore della libertà di scelta. La differenza fra le due fazioni è che solo i Pro-Life cercano di imporre il loro punto di vista a tutti: parlano di “valori non negoziabili”, senza rendersi conto che non per tutti la vita embrionale/fetale è tale che quindi non per tutti rientra nel dovere di rispettare e tutelare il diritto alla vita. Alcune persone sono convinte che la vita inizi solo al momento della nascita, altre che inizi con la fusione dei nuclei della cellula uovo e dello spermatozoo nello zigote, altre con la formazione del sistema nervoso (i primi neuroni iniziano a formarsi intorno alla fine della quarta settimana di gravidanza, ma le connessioni fra loro si costituiscono solo verso la decima settimana, e senza sinapsi non si può parlare di sistema nervoso, perché i neuroni  non sarebbero in grado di trasmettere informazioni). La biologia non è in grado di dirci in maniera univoca ed indiscutibile quando ha inizio una vita, sono le persone che scelgono quale punto di riferimento accettare come valido tra le tappe dello sviluppo embrionale.

Non esistono valori assoluti, un’etica che trascenda i singoli individui. Credo di poter affermare che nessun valore è universale. Quindi, parlare di valori non negoziabili significa assolutizzare la propria prospettiva e pretendere che l’interlocutore condivida il proprio sistema di valori. Appare evidente che ragionare con una persona che parte da queste premesse è pressoché impossibile.

La seconda affermazione si riferisce proprio a questo: poiché la legge deve garantire i diritti di ogni individuo, e poiché i valori di alcuni non sono assoluti, allora essa deve porre la libertà di scegliere, un diritto inalienabile dell’individuo, al di sopra di ogni valore. In questo modo, ogni individuo sarà libero di esercitare i propri diritti in conformità ai valori in cui crede e che sente come propri. La libertà di scelta non è un valore, per quanto io ritenga che sia una delle cose più importanti e preziose che un essere umano possieda: è un diritto, e a che fare con la nostra indipendenza di individui, con la nostra autodeterminazione e realizzazione personale. Se non siamo liberi di scegliere, allora non siamo liberi.

Ci ribelliamo contro ogni tentativo di limitare la nostra libertà, protestiamo contro la censura, sosteniamo il diritto all’autodeterminazione degli altri popoli, ma non ci accorgiamo che permettere agli antiabortisti di aggirarsi per i consultori e gli ospedali è un pericoloso, sottile attacco ad un diritto che non dovrebbe mai essere posto in discussione: quello a gestire il nostro corpo. Ciò per cui una generazione di donne ha combattuto va salvaguardato.

Femen e l’Islam

Non pretendo di essere un’esperta di Islam, ma il rapporto tra questa civiltà  e il mondo occidentale è una tematica che mi affascina, e credo che sia uno dei nodi centrali che dovremo affrontare nel mondo globalizzato in cui viviamo.

Mi soffermo un attimo su questo punto. Definire l’Islam come una religione è una definizione riduttiva. Citando due pensatori di radici islamiche, sebbene ai poli opposti:

L’islam è una religione, come tutte le altre, con una serie di idee e di pratiche relative alla morale, all’etica, a Dio, al cosmo e alla morte. Ma allo stesso tempo potrebbe essere inserito in una classe completamente diversa, che include il comunismo, la democrazia parlamentare, il fascismo e così via, poiché l’islam è anche un progetto sociale, un’idea di come dovrebbe essere gestita la politica e l’economia, con un sistema legale, civile e penale tutto suo. Ma l’islam può anche essere inserito all’interno di un’altra classe ancora, che include la civiltà cinese, indiana, occidentale e così via, perché esiste un intero universo di manufatti culturali […] che può essere definito propriamente islamico.

Tamim Ansary,  Un destino parallelo

L’islam dominava la vita della nostra famiglia sin nei minimi dettagli. L’islam era la nostra ideologia, la nostra politica, la nostra morale, il nostro diritto e la nostra identità. In primo luogo eravamo musulmani, soltanto in seconda battuta somali. Mi è stato insegnato che l’islam ci distingue dal resto del mondo, dai non musulmani. Noi musulmani siamo i prescelti da Dio. Loro, gli altri, i kafir, gli infedeli, sono asociali, impuri, barbari, non circoncisi, immorali, privi di coscienza e soprattutto osceni.

Ayaan Hirsi Ali,  Non Sottomessa

Troppo spesso ci accostiamo all’Islam con una visione superficiale e gonfia di pregiudizi, senza voler veramente comprendere una civiltà così diversa dalla nostra, e troppo spesso questo avviene in relazione alle tematiche dei diritti delle donne. Si parla di infibulazione, burqa, donne sfregiate con l’acido o bruciate vive, spose bambine. Le testimonianze di donne che hanno subito queste atrocità si affastellano sugli scaffali, i loro visi ci guardano dalle copertine. Nella biblioteca del mio paese un’intera sezione, chiamata “storie vere”, è riempita da questo genere di libri, con titoli come Murata VivaBruciata Viva, Figlie del DoloreLa Principessa Schiava, ed è stato proprio questo genere di letture a spingermi a volerne sapere di più sull’Islam.

Man mano che ho iniziato ad approfondire l’argomento, mi sono resa conto della sua complessità e soprattutto di come le molteplici correnti al suo interno e tutte le differenze vengano eliminate nella visione riduttiva e semplicistica che i mass media occidentali ne danno (con le debite eccezioni). La cosa interessante, o inquietante, è che è esattamente ciò che avviene, fuori dal Five Millions Club (definizione di Beppe Severgnini, vedi The Five Million Club e l’informazione), con la rappresentazione della donna: riduttiva, stereotipata. Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi.

Ci sono, all’interno dell’Islam, sicuramente frange di integralisti sostenitori di una morale sessuale fortemente repressiva per le donne e del totale controllo della religione su ogni aspetto della vita, ma ci sono anche forze che si impegnano attivamente per il rinnovamento. Un esempio di questo è dato da un passo dell’autobiografia di Ali Eteraz, Il bambino che leggeva il Corano:

Presi carta e penna e scrissi dei saggi infiammati che denunciavano i «signori dei serpenti» che manipolavano l’Islam per scopi politici e militari, i musulmani che sostenevano la pena di morte per gli apostati, i musulmani incapaci di accettare che l’Islam promettesse l’uguaglianza di tutti, i musulmani che soffocavano la libertà di parola in nome della religione – erano questi musulmani il bersaglio dei miei attacchi.
La questione dell’apostasia, l’abbandono della propria fede, erano importanti per me quanto per i riformisti. Troppi musulmani in disaccordo con il terrorismo e con la teocrazia erano accusati di apostasia e aggrediti, sfigurati e uccisi. Misi in fila una serie di citazioni dalle scritture islamiche per dimostrare che gli apostati non dovevano essere puniti. Studiai le opere dei saggi del passato e dei contemporanei. Iniziai una corrispondenza con studenti e pensatori in tutto il mondo, e insieme analizzavamo singoli versetti del Corano, perfino singole parole, e innumerevoli hadith per dimostrare ai nostri “co-religionari” estremisti che l’Islam non forniva una base per l’uccisione degli apostati.

L’Islam non è una cultura nemica delle donne e della libertà individuale di per sé, sebbene alla dimensione dell’individuo non sia data un’importanza pari a quella che assume nella cultura occidentale: è ancora Tamim Ansary ad affermare questo concetto: Solo se esiste il concetto di “individuo” è possibile dire: «Ogni individuo ha dei diritti», e solo una volta che quell’assunto è stato accettato è possibile sostenere che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, poiché entrambi sono individui. Certamente le conseguenze di questo punto di vista sono più gravi per le donne, con conseguenze che ben conosciamo, ma, di nuovo, puntualizzerei che generalizzare significa ridurre l’importanza di coloro che operano per un cambiamento e cercano di portare un “illuminismo” nell’Islam e al contempo contribuisce a dare una visione totalmente negativa di questa civiltà, cosa che rischia di sfociare nell’intolleranza e nell’odio razziale.

Un esempio della pericolosità delle generalizzazioni è la tematica del velo. Io non mi sono ancora data una risposta univoca alla domanda: è giusto proibire alle donne musulmane di indossare il velo in luoghi pubblici?, né voglio commentare le decisioni prese in Francia e i dibattiti sviluppatisi di conseguenza anche qui in Italia. Con questa riflessione, quindi, non voglio entrare nel merito della questione del velo, di cui spero di poter parlare in un post successivo. Mi limito a riportare un altro passo de Il bambino che leggeva il Corano, in cui l’autore discute con un amico proprio di questo punto:

«È repressivo. Dobbiamo liberare le donne come loro. Le donne con il velo allevano dei fondamentalisti: il velo è la “droga di passaggio” all’estremismo».
Ziad rise. Sorseggiò il tè e ci pensò un attimo prima di rispondere.
«Un velo non è una bomba», disse. «Inoltre, liberarle da cosa? Il velo è un simbolo culturale che ha una storia lunga. Se vivi nel Qatar per un bel po’, prima o poi ti troverai in una tempesta di sabbia. Le particelle di sabbia sono finissime, e ti entrano negli occhi, nel naso e nella gola e ti tappano tutto. Ti assicuro che quando ne arriverà una, ti coprirai il naso e la bocca anche tu. Probabilmente è così che la gente di questa parte del mondo ha iniziato a portare il velo migliaia di anni fa. In ogni caso, comunque, se vogliono portare il velo, sono libere di farlo. Perché non rilassarsi e compiacersi della varietà del mondo? Mi piace pensare al mondo come a un film di fantascienza. Ci sono tutte queste creature che si trovano vicendevolmente bizzarre, e anche se qualcuno non ci piace dobbiamo comunque rivolgergli la parola».
«Ma in questo mondo ci sono anche persone – musulmani – che vogliono imporre il velo a tutti. Sono queste le persone che la riforma dell’Islam cerca di fermare».
«Questa però non è una riforma islamica», rispose Ziad. «Per “imporre” qualcosa a qualcuno, si deve stare al governo. Ogni volta che un governo ti impone qualcosa e tu ti opponi, quella è un’opposizione al governo e basta. Perché devi tirare in ballo l’Islam?»
«Perché sono loro a dire che è tutta una questione di Islam».
«Il fatto che lo dicano non vuol dire che sia vero. Sta a te vedere al di là. Ascolta, se il governo americano dice che una parte della popolazione va messa in prigione in nome dei Pokémon, ti trasformi in un esperto di Pokémon per cercare di dimostrargli che mai e poi mai i Pokémon farebbero una cosa del genere?»

Il velo fa parte della cultura e dell’identità delle donne di molti Paesi, accomunate dalla religione islamica. Ma nel Corano non è sancito espressamente l’obbligo di indossare il velo integrale, o niqab (vedi IL GRANDE IMAM DEI SUNNITI: “IL VELO INTEGRALE NON E’ ISLAM”). Per questo trovo che la recente protesta del gruppo femminista ucraino Femen contro l’Islam (quale Islam?) sia offensiva per le donne musulmane e rifletta una concezione culturale arrogantemente eurocentrica.

La liberazione del corpo è sicuramente un valore importante per noi donne occidentali, ma brandire cartelli che recitano “Muslim Women Let’s Get Naked!” ha un senso? Non voglio mettere in dubbio i valori su cui le attiviste di Femen hanno posto l’accento nella loro protesta, il diritto all’autodeterminazione del corpo, la laicità, l’uguaglianza, la libertà, ma quale efficacia può avere una protesta del genere sulle donne che si riconoscono come musulmane? Penso che ci sia il rischio concreto che questo tipo di manifestazione appaia come una dimostrazione della corruzione dell’Occidente e che getti discredito sull’intero movimento femminista, facendolo apparire immorale, e facendo apparire le donne che ne fanno parte come “prostitute”.

Credo che parlare di un argomento delicato come l’Islam in maniera così superficiale sia del tutto controproducente.

 

Fuori dal bozzolo. La consapevolezza del corpo.

A volte mi stupisco di quanti condizionamenti io abbia nei confronti del sesso. Non è la prima volta che me ne rendo conto, ma non riesco a capire perché, da dove provengano, eppure mi ritengo una ragazza dalle idee abbastanza liberali, e, perché no, abbastanza informata circa il sesso e consapevole del proprio corpo. Ma percepisco chiaramente i blocchi  nella mia mente, compaiono quando il mio ragazzo ne parla – in quel modo diretto, quasi crudo, che hanno i ragazzi – o quando ripenso ai momenti che abbiamo vissuto insieme, ancora impressi in modo così vivido nella mia mente che pensarci fa accelerare il mio battito cardiaco. Non voglio questi blocchi, fatico a tollerare la sensazione di repulsione che mi causano. Voglio sentirmi libera di esprimere me stessa in ogni ambito, i miei pensieri, le mie emozioni, le sensazioni del mio corpo. Non voglio avere paura.

Innamorarmi, scoprire un modo diverso di sentirmi femminile, mi ha fatto capire quanto sia importante il mio corpo, carne e sangue, come mezzo per esprimere la mia individualità e unicità. Il vero modo di essere sé stessi è la consapevolezza. E voglio sentirmi bella. E voglio provare piacere. E voglio essere libera. Voglio che le emozioni che sento attraversino la mia pelle e diventino parte di me, come una crisalide che si dischiude e diventa una farfalla.

Acquisire consapevolezza del mio corpo, non percepirlo più come un’ingombrante e imbarazzante – perché sottoposto agli sguardi delle persone, alle loro critiche – estensione della mia mente, per me è come iniziare la nuova vita della farfalla. Una creatura incantevole ed eterea, capace di librarsi al di sopra della sua natura imperfetta di bruco. La sua esistenza è breve, ma intensa. La sua bellezza è effimera. Ma la farfalla può elevarsi sopra il prato. Può guardare i fiori dall’alto, sentire il sole accarezzare le sue ali ed essere libera.

Superare i miei blocchi mentali, per me è come per la farfalla volare oltre il prato, oltre i cespugli; è una continua scoperta, di me stessa e della realtà. Mi da’ un modo diverso di sentire le cose. In un certo senso, è una forza.

 

Il corpo e i condizionamenti: costruire un’identità

Nel momento in cui tutto diventa frutto di una costruzione, il corpo finisce col diventare un «niente», una sorta di composto chimico che si scioglie nel solvente delle critiche. La porta si spalanca allora di fronte alla possibilità stessa di negare qualsiasi ruolo alla realtà. Non ci si accontenta più solo di denunciare la dominazione maschile – che vede nel corpo delle donne un oggetto a disposizione degli uomini -, ma si arriva addirittura a negare che il corpo delle donne sia diverso da quello degli uomini. (Michela Marzano, in Sii Bella e Stai Zitta)

Non sono d’accordo con quest’affermazione.
La questione dell’identità di “individuo” e “donna”, per quanto mi riguarda non è ancora risolta, ma ho dei punti fermi nella mia ricerca:
1. le definizioni standard di maschio e femmina e le caratteristiche relative a ciascun sesso sono frutto di condizionamenti che vengono impartiti in ciascun individuo negli anni in cui si compie la parte fondamentale della costruzione della sua identità, ovvero durante la prima infanzia; lo scopo di questi condizionamenti è garantire la sopravvivenza dei modelli tradizionali di comportamento per i due sessi, funzionali al mantenimento del potere che gli uomini hanno sulle donne.
2. questi condizionamenti sono deleteri per entrambi i sessi, perché sopprimono totalmente o parzialmente le potenzialità e l’unicità di ogni bambino/a per conformarne i comportamenti e la personalità ad un modello prestabilito, che entrambi i genitori hanno interiorizzato durante l’infanzia. Ciononostante, sono molto più dannosi per le bambine, perché le pongono in una condizione di inferiorità, danneggiano la loro autostima, le rendono vulnerabili al giudizio dell’uomo e gli permettono di condizionare le loro vite tenendole in una sorta di “schiavitù psicologica”. Un ragazzo ha molte più possibilità di realizzarsi completamente che una ragazza, perché per lui non ci sono contraddizioni tra l’essere “individuo” e l’essere “uomo”.
L’influenza del sesso a cui apparteniamo biologicamente sulla nostra personalità e sui nostri comportamenti, ciò che viene comunemente chiamato come “sessualità”, è soverchiato dalle stratificazioni di condizionamenti a cui siamo sottoposti, poiché veniamo cresciuti, educati in modo diverso a seconda del nostro sesso, con modalità di relazione e aspettative diverse. Naturalmente ci sono delle eccezioni, in famiglie che educano i propri figli cercando di fare meno differenze possibili, di evitare di riprodurre pericolosi stereotipi e di lasciar sviluppare il talento e i desideri di ciascun figlio o figlia, e in soggetti particolarmente dotati di ciò che Paul Torrance definisce come “creatività” i condizionamenti a volte possono non ottenere alcun effetto.
Al di là di questo, però, i condizionamenti funzionano fin troppo bene.
Affermare che la nostra identità è frutto di continui condizionamenti, impartiti dalla famiglia e dalla società, e finanche da noi stessi in modo inconscio, perché riproponiamo i modelli che ci sono stati proposti da piccoli, non significa affatto negare che il corpo abbia un’influenza, ma affermare che il suo valore potrebbe emergere solo se eliminassimo le sedimentazioni di condizionamenti accumulatesi sopra di esso, a costruire un’identità che potremmo definire “artefatta”.
Ogni individuo avrà la possibilità di sviluppare e realizzare sé stesso, e il ruolo del suo corpo, del suo essere uomo o donna, maschio o femmina, sarà diverso per ognuno di loro. Riconoscere che il nostro genere è frutto di condizionamenti non significa, quindi, voler dimenticare il nostro lato fisico, ma impegnarci perché l’individuo se ne riappropri.
Riappropriarsene? Sì. Il corpo è una realtà e un aspetto di noi che condiziona la nostra vita, bene o male. è un mezzo per esprimerci, ma non solo.
Ma per capire cosa significhi davvero dobbiamo riflettere su cosa significhi per noi essere un uomo o una donna, e questo è possibile farlo solo decostruendo gli stereotipi e affrontando i condizionamenti che abbiamo subito.
Per me, sono i miei seni il simbolo del fatto che sono una donna. Penso che essere una donna sia una grande forza per me, qualcosa che ancora non comprendo ma che sento sempre presente in me. Tendo ad associare l’essere donna con la sfera delle emozioni e dell’empatia, dell’apertura mentale, della capacità di far spaziare il pensiero liberamente.
Essere donna è come una forza che mi fa provare empatia per la Terra, che mi fa interessare del suo destino e mi mette in profonda comunicazione con la natura. In un certo senso, è come se l’ancestrale pulsazione della Terra riecheggiasse nel battito del mio cuore, e anche se questo suona terribilmente New Age, per me è davvero così. Essere donna è battersi contro le ingiustizie, voler sanare le ferite, sognare un mondo migliore.
Se dovessi definire la parte “femminile”, rispetto a quella più razionale che istintivamente considero “mia personale”, mia di Kayleigh, come persona, individuo, direi che è proprio questo. Empatia.
Ma con questo non voglio dire che caratteristica dell’essere femminile è l’empatia, o che caratteristica maschile è l’assenza di empatia. Questa sono io, e nessun altro.
Tornando ai condizionamenti, il corpo della donna ne è uno strumento, ed è così onnipresente che sovrasta la mente, l’essere femminile, a causa di una cultura maschilista che vede le donne solo come “corpi”. Le donne vengono giudicate solo per il corpo.
Le loro imperfezioni vengono costantemente osservate e sfruttate per farle sentire inferiori, imperfette; quando un uomo vuole criticare una donna, critica il suo corpo, ecc, come spiega l’analisi, profonda e quasi lacerante, del fenomeno ad opera di Lorella Zanardo nel suo documentario del 2009 Il corpo delle donne, da cui sono nati un sito e un libro omonimi.
Per questo, nella fase in cui si decostruiscono i condizionamenti, occorre dimenticare il corpo, che può entrare nell’analisi solo una volta che un individuo ha trovato risposta alla propria definizione personale di “maschio” e “femmina”, di “io”.
Perché questo lavoro dovrebbe essere una negazione della diversità fisica tra uomo e donna?