Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 20)

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa raccolta di saggi, che per me è stata un viaggio interessante in un argomento che altrimenti non avrei mai esplorato, in particolare quando Duby si è allontanato dalla storia delle donne per addentrarsi nella storia dei valori e della cultura del Medioevo. Come ho detto all’inizio, io non ho avuto modo di studiare questo periodo storico al liceo per una questione di tempi che ha obbligato a saltare parte del programma, e ora in retrospettiva posso dire che ho una comprensione chiara della mentalità del periodo. Non saprò quasi nulla dei fatti che hanno definito quest’epoca storica, ma sono più vicina a sapere come pensavano gli uomini e le donne di allora. A questo tema è dedicato anche il capitolo 14 del libro, Memorie senza Storico, una riflessione sul senso del fare storia e al contempo sul “funzionamento della memoria fra gli uomini che vissero nei secoli XI e XII”.

Duby esordisce notando che la professione dello storico “consiste essenzialmente nel giustapporre dei frammenti, delle schegge di ricordi, spesso appena identificabili, e nel dar loro un rivestimento immaginario per tentare di metterli insieme, di ricostituire un’immagine, ma secondo schemi che, comunque, si traggono da se stessi”. Nota poi che il progetto che ha intrapreso si fonda su una riflessione più profonda all’interno della comunità degli storici: “Uno degli effetti dell’affrancamento delle colonie fu di costringere gli storici europei a prendere in maggior considerazione delle società senza cultura scritta – com’erano press’a poco le società medievali – , di far sì che scoprissero la funzione della comunicazione orale nella trasmissione dei ricordi collettivi, nella costruzione di una storia” solida, viva e “necessaria all’organizzazione dei rapporti sociali”. Tuttavia la nostra incertezza a proposito dei meccanismi della memoria nella cultura del nostro Medioevo dipende soprattutto dal fatto che i fenomeni si sottraggono all’osservazione. Questa passa necessariamente attraverso tracce scritte […] e noi riusciamo solo a cogliere la memoria immobilizzata dal lavoro dei tecnici il cui compito era precisamente di […] imprigionarla in una rete di parole”.

Nelle società dette feudali, l’accesso alla scrittura era monopolio di pochi uomini, tutti appartenenti alla Chiesa; la loro stessa funzione – poiché il cristianesimo è una religione del libro, poiché il suo clero ha l’obbligo di mantenere il contatto con una Scrittura – implicava che […] possedessero le lettere, e l’uso d’una lingua, il latino, diversa della lingua parlata, in cui dovevano essere tradotte, prima di essere trascritte, tutte le parole impiegate nella vita di ogni giorno”. Tutti gli altri uomini […] facevano a meno benissimo dello scritto. Le relazioni tra di loro si fondavano sulla memoria. Ma per consolidarla usavano altri mezzi. In primo luogo la cerimonia. Ogni atto sociale di qualche rilievo doveva essere pubblico, doveva compiersi davanti a un’assemblea numerosa i cui membri serbavano […] il ricordo; da loro si aspettava che eventualmente, più tardi, testimoniassero di ciò che avevano visto e sentito. Parole, gesti rivestiti di un rituale perché meglio s’imprimessero nella memoria di un gruppo per essere riferiti in avvenire. Invecchiando i testimoni si sentivano in dovere di trasmettere ai loro discendenti ciò che serbavano nella memoria, e quest’eredità di ricordi passava così da una generazione all’altra”.
Ovviamente questo poneva il problema di come fare in modo che i ricordi si mantenessero il più possibili fedeli a ciò che era accaduto. Un metodo consisteva nell’“includere tra gli astanti dei bambini piccolissimi, e a volte di schiaffeggiarli con violenza nel momento culminante della cerimonia, nella speranza che, per l’associazione tra il ricordo dello spettacolo e il ricordo del dolore, essi dimenticassero meno alla svelta ciò che era accaduto sotto i loro occhi. Oppure si conservava con cura un oggetto che nei riti d’investitura una mano aveva messo in un’altra mano, sotto gli occhi del popolo, per significare la trasmissione di un diritto – come quei ramoscelli, quei coltelli, quelle pietre che ancora si trovano talvolta legati a una pergamena o a una carta che uno scriba, comunque, era stato incaricato di redigere, ma che non sembrava offrire garanzia sufficiente – l’oggetto pareva monumento commemorativo ben migliore dello scritto agli occhi di un mondo che non sapeva scrivere e che non capiva il latino”.

La società feudale, “per assicurare il concatenamento di tutte le relazioni sociali”, poneva il suo fondamento nella memoria collettiva inscritta nel costume, il quale aveva tutta la rigidità e la sacralità della tradizione. “Se ci si ponevano dei quesiti su questo o su quel punto di un tale diritto, bisognava procedere alla traduzione in parole dei ricordi. L’indagine orale, svolta periodicamente tra i membri [anziani] della comunità [….] depositari di una riserva […] più valida perché affondava le sue radici in un passato più remoto, costituiva uno degli organi fondamentali che fungevano da principi regolatori della società”. Un altro esempio è la coutume, “la lista degli obblighi” a cui il potere obbligava i sudditi adulti, che venivano riuniti una volta all’anno a cospetto del loro signore per recitarla, cosicché il signore potesse controllare che tutti stessero tenendo fede ai patti, facendola trascrivere a un suo scriba. La comparazione di questi testi nel corso delle generazioni permette di “cogliere il modo in cui il gruppo contadino resisteva alle pressioni del signore, scacciava dalla memoria questo o quel canone, questa o quella corvée, introducendo in compenso un certo privilegio conquistato in sordina”. Altre fonti d’indagine sulla memoria erano le testimonianze durante i processi, e d’altronde noi italiani dovremmo saperlo bene: il primo testo in volgare conosciuto nella storia della nostra lingua è la testimonianza di un contadino in un processo che riguardava una questione di confini agrari, noto come Placito di Capua: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.” (Capua, marzo 960 d.C.).

Duby si propone ora di “considerare un altro campo, quello della memoria genealogica. Il cristianesimo feudale è per molta parte […] una religione dei morti. Fra le manifestazioni della pietà popolare alcune delle più importanti dal punto di vista sociale si svolgevano presso le sepolture. Le tombe dei santi, visitate da folle di pellegrini che invocavano la salute del loro corpo o della loro anima. Le tombe degli avi, intorno a cui avevano luogo cerimonie periodiche che riunivano […] tutti i membri viventi del lignaggio. […] La loro organizzazione richiedeva dunque che si stabilisse un calendario, che si tenessero dei registri […]: gli obituari, i necrologi, quei libri che si chiamavano […] memoriales”. La funzione di questi testi e di queste cerimonie era di fissare “nelle coscienze individuali il senso di appartenere a un gruppo di cui la parte più piccola viveva in questo mondo, mentre la più grande viveva nell’altro, ed esigeva riguardi, cure, servizi; era, questa, una cellula immortale, il lignaggio, cementata […] da una memoria accuratamente alimentata, che costituiva la cornice fondamentale di quella società. Il ricordo degli avi era così mantenuto dal culto dei morti. Ma lo era anche dalla necessità di essere bene al corrente di tutti i rapporti di cuginanza che il rispetto dei divieti d’incesto imponeva a ciascuno. La Chiesa infatti dichiarava illeciti […] i matrimoni contratti al di qua del settimo grado di consanguineità. Quando, avendo accresciuto il suo potere, nel secolo XI, essa iniziò una battaglia più vigorosa per fare accettare le sue esigenze di un’esogamia tanto smisuratamente estesa da essere inattuabile, costrinse le famiglie a far ricerche su un’ascendenza di oltre un secolo e mezzo, a sbrogliare la fitta rete delle filiazioni, a contare i gradi, a presentarne la relazione davanti alle corti ecclesiastiche confermandola con giuramento. Simili procedure vennero a stimolare anche la memoria genealogica, naturalmente molto viva nell’aristocrazia dove la nozione stessa di nobiltà stimolava a farsi vanto di avi molto antichi”. I racconti genealogici si moltiplicarono nel momento in cui “la società aristocratica cominciava a rendersi conto di ciò che la minacciava nelle sue prerogative e si dedicava in tutti i modi a rafforzare le basi del proprio potere. […] Degli scrittori furono invitati a manipolare la memoria, a cercare le poche vestigia a cui questa si agganciava saldamente, a legarle le une con le altre, a inventare per colmare i vuoti”. La memoria sfuma nell’avo leggendario, e questo riflette i cambiamenti socio-economici che vanno dal valore dei meriti personali al valore della stirpe, dal legame personale con un sovrano o comunque un signore fino alle prerogative conquistate e garantite da generazioni e generazioni.

Duby a questo proposito ci mostra un altro aspetto: “la parte più viva, più netta, in questa massa fluttuante di ricordi viene a cristallizzarsi proprio attorno […] al patrimonio che attualmente gestisce l’anziano della famiglia, che i suoi antenati hanno gestito uno alla volta, ciascuno lasciando il deposito, quando entrava nel mondo dei morti, al maggiore dei figli, delle figlie o dei fratelli, e che il maggiore dei figli del presente detentore aspetta non senza impazienza di prendere nelle mani. Attorno a una casa, centro di un fascio di poteri, dove la dinastia ha le sue radici, dove il capo del lignaggio risiede, dove […] si dedica a procreare quelli che prolungheranno l’avvenire della parentela; la casa dove le figlie resteranno […] fino al matrimonio o fino alla morte, dove i figli passeranno l’infanzia, per andarsene, adolescenti, ad errare alla ventura, ma portandone il nome; […] la casa in cui non si smette mai di raccontare la storia della famiglia [che] è meno la storia di una stirpe che di una casa. Della maniera in cui questa casa si è arricchita, in cui ha difeso i propri diritti nel corso delle epoche, dei rischi che ha potuto affrontare, delle opportunità che ha potuto cogliere”. La memoria della stirpe è una memoria selettiva, in cui si conserva solo ciò che può essere usato come monito per i discendenti: “Dei gesti compiuti dai viventi e dai morti, tien conto solo di quelli, buoni o cattivi, suscettibili di tenere un posto efficace in un discorso educativo. È una memoria che insegna; strumento di una pedagogia. E per questa ragione, manipola insensibilmente i ricordi, li adatta alle esigenze del presente, li deforma per adattarli alla lenta evoluzione di una morale. Ecco perché tutti i personaggi del racconto […] si rassomigliano. Portano tutti il medesimo costume, ostentano negli stessi atteggiamenti la silhouette, il portamento giudicati confacenti, nel momento in cui la narrazione fu scritta, da coloro che l’avevano commissionata”.

I miti del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”: riflessioni conclusive

Con le conclusioni, arriviamo all’ultima puntata (sospiro di sollievo!) della serie di post dedicata al saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Ricordiamo che la puntata precedente era relativa alla responsabilità collettiva del popolo tedesco e alle voci della cultura antinazista in Italia.

Nelle conclusioni del volume, riflettendo sul “mito identitario, autogratificante e autoassolutorio” del «bravo italiano», Focardi ne rintraccia le origini in “una pluralità di matrici allora convergenti: le diverse culture politiche dell’antifascismo unite nell’esaltazione della lotta del popolo italiano contro l’«oppressore tedesco e il traditore fascista»; la galassia della destra anti-antifascista impegnata a tracciare la più netta distinzione possibile fra Hitler e il «buonuomo Mussolini», fra i barbari tedeschi e gli alpini abbandonati sul Don; e poi gli apparati dello Stato, coinvolti in pieno nella tragica avventura mussoliniana a fianco del Terzo Reich – in primis, ministero degli Esteri e ministero della Guerra -, solerti nello scaricare sulle spalle dell’ex alleato germanico (oltre che sul duce) il peso quasi esclusivo della responsabilità per la condotta bellica dell’Asse, con i suoi insuccessi e le sue pratiche criminali. Tutti accomunati – antifascisti di governo, anti-antifascisti di opposizione, apparati scarsamente epurati – dall’esigenza di separare le sorti dell’Italia sconfitta ma cobelligerante da quelle della Germania nazista rimasta fino alla fine a fianco del Führer e destinata a un severo castigo da parte dei vincitori”.

Nella «fase genetica» dell’immediato dopoguerra vi furono però anche altri fattori che contribuirono all’affermazione dell’immagine del «bravo italiano» contrapposta a quella del «cattivo tedesco». Le caratteristiche del «bravo italiano» – indole pacifica, empatia umana con gli oppressi, disponibilità a soccorrerli e ad aiutarli – rispecchiavano le virtù cristiane del «buon samaritano», ricollegandosi dunque a un alveo della cultura cattolica di cui il paese era ancora fortemente permeato (nonostante gli sforzi profusi nel ventennio dalle zelanti gerarchie ecclesiastiche a sostegno delle mire belliche del regime, dall’Etiopia alla Spagna dai Balcani all’Unione Sovietica). Attingendo a una delle fonti migliori dell’etica popolare di matrice cristiana, gli italiani potevano pertanto rispecchiarsi in un’immagine positiva di se stessi, che era allo stesso tempo – non casualmente – la completa negazione del profilo dell’«uomo nuovo» agognato dal fascismo e da Mussolini, forgiato sulle virtù marziali del «credere, obbedire, combattere» fondamentali per il dominio imperiale, profilo cui aveva semmai corrisposto il truce soldato tedesco. In definitiva, gli italiani erano stati sì sconfitti, ma nella guerra si erano moralmente redenti attraverso il ripudio della pedagogia fascista, ritrovando le proprie radici cristiane e distinguendosi dall’alleato germanico intriso di neopaganesimo nazista”.

La contrapposizione fra «bravo italiano» e «cattivo tedesco»”, prosegue Focardi, ha “finito per trovare un avallo anche da parte della stessa cultura neofascista. Essa […] aveva cercato di legittimare la scelta mussoliniana di dar vita alla Repubblica sociale e di continuare la lotta a fianco della Germania nazista con la motivazione che si fosse trattato di un’azione a fini patriottici per impedire che l’Italia facesse la fine della Polonia e fosse messa a ferro e fuoco dai «furenti» alleati, esacerbati dal tradimento del re e di Badoglio. Dunque, che i tedeschi fossero stati davvero feroci era stato apertamente ammesso dalla stampa neofascista”, i cui fogli criticarono “il processo di Norimberga contro i vertici del nazismo ritenendolo espressione della «giustizia dei vincitori», ma non negarono la gravità dei crimini tedeschi. Al contrario furono risoluti nel difendere la condotta dei militari italiani nei paesi occupati, respingendo le accuse loro rivolte di aver commesso crimini di guerra e dipingendoli nei panni di combattenti leali e di occupanti corretti nonché dotati di alto spirito umanitario.”

Le esigenze di salvaguardia degli interessi nazionali al tavolo della pace fra 1945 e 1947 indussero […] a rivendicare anche i meriti «umanitari» degli italiani […] nei territori coloniali. L’elogio del presunto colonialismo ‘dal volto umano’ servì alla classe dirigente, compresa gran parte della sinistra antifascista, per rivendicare il mantenimento della sovranità sulle colonie prefasciste (Libia, Eritrea e Somalia), «civilizzate» dall’alacre contributo del lavoro italiano. All’immagine del «bravo italiano» scaturita dalla guerra e intrecciata all’immagine specchio del «cattivo tedesco» si univa pertanto – con un effetto di rafforzamento – quella degli «italiani brava gente» che si erano prodigati per mettere a frutto i territori d’oltremare costruendo strade, scuole, ospedali e impiantando attività economiche (come se le altre potenze coloniali non avessero fatto lo stesso, ovviamente curando tutti principalmente il proprio tornaconto)”, aggiunge Focardi.

Un importante vettore di continuità e di diffusione è stato rappresentato dalla memoria della guerra e della Resistenza coltivata in ambito antifascista, compresa l’area della sinistra”, prosegue Focardi, “portata a considerare i soldati italiani – specie la truppa – come semplici vittime dell’invisa guerra di Mussolini e a esaltarne il riscatto dopo l’8 settembre attraverso la scelta di non collaborazione degli IMI e soprattutto l’impegno di tutti coloro che in Italia e all’estero imbracciarono le armi contro il nazifascismo. […] Possiamo dunque considerare la raffigurazione intrecciata del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» come un ‘minimo comune denominatore’, una sorta di collante […] fra le memorie frammentate e talvolta contrapposte della Resistenza coltivate dalle diverse forze e dalle diverse culture politiche antifasciste. Non a caso, tale raffigurazione è tornata in auge negli anni sessanta con il rilancio della memoria della Resistenza quale «religione civile» nazionale nel periodo del centrosinistra. […] Una spinta assai potente alla perpetuazione dell’immagine correlata del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» è nondimeno provenuta dalla variegata area politico-culturale che è ormai invalso definire anti-antifascista. La «memoria indulgente» del fascismo coltivata dai rotocalchi degli anni cinquanta e sessanta cara a tanta piccola e media borghesia […] si è fondata su una raffigurazione benevola del fascismo, valutato costantemente «in negativo» rispetto al bieco e fanatico totalitarismo nazista. La «defascistizzazione retroattiva» della dittatura fascista, di cui ha parlato Emilio Gentile, ha poggiato in gran parte proprio su questo processo di «esternalizzazione» del lato violento e criminale del regime, attribuito «in esclusiva» all’alleato tedesco. […] L’insistita contrapposizione tra fascismo e nazismo – anche questa fondata senza dubbio su concreti elementi di distinzione – ha rappresentato dunque un altro canale di rafforzamento della contrapposizione fra «bravi italiani» e «cattivi tedeschi». […] Occorre osservare come non siano state comunque solo ragioni interne ad assicurare longevità al mito del «bravo italiano». L’atteggiamento esterno, degli altri paesi nei confronti dell’Italia, ha avuto a sua volta una notevole influenza confermando e assecondando la benevola autoraffigurazione nazionale. La chiave di lettura imperniata sulla coppia di stereotipi del «cattivo tedesco» e del «bravo italiano» è stata infatti applicata costantemente anche dagli altri, sia che si faccia riferimento a […] un’opinione pubblica pubblica internazionale, molto influenzata dalle raffigurazioni del cinema americano, sia che si prendano in considerazione le memorie pubbliche della guerra sviluppate dagli stessi paesi vittime dell’occupazione italiana, come la Jugoslavia, la Grecia o l’Unione Sovietica. […] Il ricordo delle ferite lasciate dall’occupazione italiana è stato inoltre oscurato dal grande trauma della successiva guerra civile tra le forze nazionaliste e i partigiani comunisti, nonché volutamente rimosso dai governi conservatori ellenici per le esigenze di riconciliazione con l’Italia in ambito atlantico, restando vivo semmai solo in quelle località della Grecia continentale investite in pieno fra il 1942 e il 1943 dall’ondata repressiva italiana. In Unione Sovietica, infine, è stata coltivata a lungo una memoria della guerra che stigmatizzava la condotta germanica e metteva invece in risalto la bonarietà dei soldati italiani in nome della fratellanza proletaria con i contadini e gli operai russi, con un occhio di riguardo ai preziosi rapporti con il forte Partito comunista italiano”.

Certamente non bisogna dimenticare che alla base della lunga persistenza in Italia e all’esterno di stereotipi e miti sui tedeschi e sugli italiani sia il fatto che essi abbiano corrisposto effettivamente a comportamenti e gradi di responsabilità molto differenti dei due ex alleati. Esiste cioè alla loro base un forte nucleo di verità”, afferma Focardi, che più oltre prosegue, “E tuttavia gli stereotipi del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» sono serviti egregiamente a mascherare e rimuovere aspetti altrettanto reali della guerra fascista e prima ancora della politica coloniale e antisemita del regime: il carattere aggressivo di quella guerra e le responsabilità del regime nel suo scatenamento; il fatto che molti italiani l’abbiano combattuta – almeno per un pezzo – con convinzione ideologica; i gravi crimini commessi nei Balcani o in Russia che si aggiungevano a quelli già perpetrati su larga scala in Libia e in Etiopia; la persecuzione antisemita del 1938 non imposta da Berlino e la collaborazione poi prestata dalla RSI allo sterminio degli ebrei, braccati e consegnati nelle mani dei carnefici hitleriani. Gran parte del carico delle colpe italiane ha finito così per essere messo sulle spalle (già molto provate) dei tedeschi per poi essere rapidamente rimosso. Come ha osservato Vittorio Foa […] non si è trattato di «una rimozione in senso psicanalitico», quanto piuttosto di «una comoda ma delittuosa cancellazione della storia», poiché quando «dopo avere ucciso, non si riconosce la vittima, si è ucciso due volte». […] Gli storici hanno ormai sgretolato buona parte dei tasselli che formavano il mito del «bravo italiano». Ma i risultati della ricerca hanno prodotto solo flebili effetti sull’opinione pubblica, toccata alla superficie. […] una consapevolezza diffusa nel paese tuttora manca. Nessuna delle numerose fiction televisive di argomento storico si è azzardata a toccare il delicato argomento. Ma anche gli stessi manuali di storia per le scuole e le università – salvo eccezioni – ancora non trattano o non trattano a sufficienza il tema delle responsabilità italiane nei crimini coloniali o nella guerra di aggressione dell’Asse. Soprattutto, questa dimensione moralmente ingombrante del nostro passato non ha trovato fino adesso alcuno spazio nella ridefinizione delle coordinate della memoria pubblica nazionale.”

La responsabilità collettiva del popolo tedesco e le voci della cultura antinazista in Italia

Siamo giunti alla terza parte del settimo capitolo del saggio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. Nella puntata precedente abbiamo affrontato il tema delle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento e della ricerca dell’”altra Germania”, che sarà ulteriormente sviluppato qui, parlando del crollo della fiducia nell'”altra Germania” da parte della classe dirigente e intellettuale antifascista italiana e della conseguente impossibilità di separare il regime nazista dal popolo tedesco.

La fiducia nell’«altra Germania» e la correlata critica del principio della colpa collettiva si era associata nell’antifascismo italiano a un atteggiamento nettamente contrario a un trattamento vendicativo nei confronti della Germania. […] Progetti draconiani che prevedevano lo spezzettamento del territorio tedesco in più Stati e la sua radicale deindustrializzazione, che sembrarono trovare appoggio fino alla conferenza di Yalta da parte delle grandi potenze alleate, suscitarono viva riprovazione in seno alle élites culturali e politiche dell’antifascismo italiano e furono sostenuti solo dai settori monarchico-conservatori. […] Esponenti del Partito d’azione, quali Riccardo Bauer ed Ernesto Rossi, sottolinearono con forza il ruolo cruciale che una futura Germania avrebbe avuto per la costruzione di un’Europa federale pacifica, democratica e prospera. «L’Europa ha bisogno della Germania», scriveva già nel maggio 1944 Ernesto Rossi, che poi aggiungeva: «fare del popolo tedesco un nuovo popolo maledetto, mantenerlo diviso, nella soggezione e nella miseria, equivarrebbe a porre una polveriera nel centro dell’Europa»”, approfondisce Focardi, che tuttavia nota che tale fiducia “cui si legava la perorazione di una pace costruttiva per i tedeschi, non era però una fiducia incondizionata. Essa dipendeva infatti dall’effettiva capacità che i tedeschi avrebbero dimostrato di seguire la strada dell’Italia e di insorgere contro «il tiranno». L’attesa del riscatto germanico crebbe in tutto l’antifascismo con l’approssimarsi del crollo del Reich, ritenuto imminente a partire dal marzo del 1945, allorché gli eserciti alleati, penetrati in Germania, mossero con forze preponderanti l’assalto finale. Non avvenne però niente di quanto si era sperato. Le notizie provenienti dalla Germania non solo negavano l’attivazione di qualsiasi processo di resistenza al nazismo, ma anzi dipingevano un paese che faceva blocco attorno al Führer e alle forze armate in un atto di inutile quanto rabbiosa difesa a oltranza. […] Ciò causò un forte sbandamento e un profondo ripensamento all’interno dell’antifascismo italiano. Già all’inizio di aprile Palmiro Togliatti, intervenendo a Roma al secondo Consiglio nazionale del PCI, constatava con apprensione «l’assenza della classe operaia tedesca nel fronte della lotta per la libertà», motivo per cui si apriva un pericoloso «vuoto in Europa». […] L’immobilismo del popolo tedesco e anzi la fanatica difesa opposta agli Alleati spiccarono tanto più in confronto con la pressoché contemporanea insurrezione nazionale lanciata con successo dalla Resistenza italiana negli ultimi giorni di aprile del 1945. […] Dalla delusione e dalla disillusione si passò presto alla formulazione di un giudizio emotivo di condanna rabbiosa e incondizionata nei confronti di tutto il popolo germanico. […] Giuseppe Saragat sull’«Avanti!» rivendicò espressamente «il diritto di parlare di una responsabilità collettiva» del popolo germanico. […] La diffusione nell’immediato dopoguerra di notizie sempre più sconvolgenti sui crimini efferati commessi dalla Germania nazista non fece poi che alimentare questo sentimento di esecrazione e condanna rivolto a tutto il popolo tedesco, spazzando via la precedente distinzione che l’antifascismo più consapevole si era sforzato di tracciare fra «buoni» e «cattivi» tedeschi, ovvero fra tedeschi di sentimenti democratici oppressi dal regime e quanti avevano invece aderito al nazismo. […] Per la Germania pareva difficile, se non impossibile, poter distinguere fra popolo e regime. Le colpe di Hitler si ripercuotevano inesorabilmente sull’intera nazione tedesca”.

Da allora in avanti la diffusione di quell’immagine demonizzante del «Tedesco» di cui abbiamo parlato ebbe dunque libero corso, producendo effetti profondi e duraturi sulla memoria collettiva, segnata da un forte imprinting antigermanico. Certo non mancò fin dai mesi successivi alla conclusione della guerra un impegno notevole di alcuni intellettuali italiani, principalmente di matrice radicaldemocratica e socialista, per recuperare e introdurre in Italia il meglio della «cultura di Weimar» e più in generale della cultura democratica espressione dell’«altra Germania». Si può qui ricordare ad esempio Lavinia Mazzucchetti, amica e traduttrice di Thomas Mann, la figura più prestigiosa della cultura tedesca antinazista, di cui Mazzucchetti curò per Mondadori nel 1947 l’importante volume Moniti all’Europa. Per non dire del ruolo svolto a Milano da Paolo Grassi, che presso la casa editrice Rosa e Ballo curò la pubblicazione in italiano di opere fondamentali del teatro espressionista tedesco, da Wedekind a Toller, da Kaiser a Brecht, poi messe in scenda al Piccolo Teatro inaugurato nel 1947. Sul piano editoriale merita inoltre di essere menzionata l’azione preziosa della Mondadori, che fra il 1946 e il 1948 pubblicò alcune delle opere letterarie più note dell’opposizione antinazista tedesca come I fratelli Oppenheim di Lion Feuchtwanger, La settima croce di Anna Seghers, Erano in sei di Alfred Neumann, La selva dei morti di Ernst Wiechert”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “E tuttavia un generale, strisciante, sospetto di fondo nei confronti dei tedeschi rimase a connotare l’orientamento dell’opinione pubblica italiana, in tutte le sue espressioni culturali, politiche e sociali. […] Per Calamandrei, la «cicatrice» impressa dai «ricordi incancellabili» della brutalità germanica diventava una vera e propria «maledizione» che avrebbe pesato sugli uomini della sua generazione, vittime o spettatori dell’occupazione tedesca: la maledizione di una riconciliazione impossibile, del sospetto perenne nei confronti della Germania e dei suoi abitanti”.

Le testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento e la ricerca dell'”altra Germania”

Veniamo ora alla trattazione della seconda parte del settimo capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Nella prima parte, abbiamo visto i processi contro i nazisti e la rappresentazione dei tedeschi nel secondo dopoguerra.

Le terribili prove affrontate dai deportati e l’atrocità del comportamento tedesco furono rivelate con dovizia di particolari al pubblico italiano dai primi reduci ritornati dai campi in interviste e articoli pubblicati a partire dalla fine di maggio del 1945. Le testimonianze più vivide che allora trovarono spazio sui giornali furono quelle dei deportati politici, la cui vicenda poteva meglio integrarsi nella narrazione antifascista in costruzione, basata sull’esaltazione della resistenza attiva al nazifascismo. Una diffusione più ridotta sulla stampa ebbero invece le testimonianze della deportazione razziale […] come dimostra […] la vicenda del capolavoro di Primo Levi, Se questo è un uomo, che nel 1947 fu rifiutato da Einaudi e trovò collocazione presso una piccola casa editrice torinese […].” Grande visibilità ebbero invece i resoconti di Aldo Bizzarri e di Giuliano Pajetta sull’esperienza nel campo di Mauthausen, che “contenevano ampie parti dedicate alla descrizione del sistema di sfruttamento e oppressione organizzato a Mauthausen, finalizzato alla distruzione di ogni residuo di dignità umana dei prigionieri e fondato sulla «persecuzione deliberata e razionale contro vecchi, deboli e malati». «Il campo era fatto perché la gente vi morisse di botte, vi morisse di torture», osservava Pajetta. Bizzarri, a sua volta, narrava […] le brutalità commesse dagli sgherri nazisti e si si soffermava sul massacrante lavoro nella cava di pietra, interpretato come «un sistema pratico di eliminazione degli internati». Attenzione veniva anche prestata agli artefici di quello scempio, agli «aguzzini» tedeschi, autentici «criminali di professione» come annotava Pajetta. «Passeggiavano tranquilli – scriveva Bizzarri – non già come degli assassini, ma come degli operai che avevano fornito il loro lavoro impersonale, coscienziosi applicatori di un sistema». Risultava già evidente la percezione di quella «banalità del male» che Hannah Arendt individuerà all’inizio degli anni sessanta al processo contro Adolf Eichmann come segno distintivo del sistema eliminazionista nazista”.

La prova più eclatante delle atrocità tedesche fu rappresentata dai corpi stessi degli sventurati connazionali che avevano subito l’internamento. Nella quasi totale mancanza di foto e di filmati che ritraessero le vittime della mattanza nazista nei lager […], l’attenzione si concentrò sugli italiani scampati alla morte che faticosamente tornavano in patria. […] Nell’agosto del 1945 a descivere i superstiti che alla spicciolata tornavano in Italia era il giornalista dell’«Unità» Marco Cesarini, recatosi a Bolzano a visitare un centro di prima accoglienza per i poveretti. Gli uomini che la Germania ci rende, questo il titolo del suo articolo, dove si descrivevano relitti umani afflitti da «impressionanti denutrizioni, coloriti terrei, piaghe diffuse per tutto il corpo, deformazioni ossee». La vista di quei disgraziati, molti dei quali malati di tubercolosi, suscitava «un’ondata di odio» contro il tedesco, «un odio fisico, insostenibile, impossibile a contenersi».”

Nel rievocare i quasi due anni trascorsi nei campi di concentramento tedeschi, [Giampiero] Carocci sottolineava «l’assoluta mancanza di senso umano, la crudeltà elevata a sistema» dei propri carcerieri. «Si ha l’impressione di trovarsi davanti a degli uomini quali però, ad un certo momento, non sono più tali». L’ex ufficiale ricordava le «grida volutamente selvagge» delle sentinelle tedesche e le loro percosse. Lo stupiva il fatto che quel comportamento non nascesse «sotto un impulso di rabbia o altro» ma fosse «a sangue freddo, senza nessuna giustificazione». Rappresentava infatti una «tecnica del terrore». L’aspetto ancor più raccapricciante era la constatazione che quei guardiani tanto disumani non fossero SS, ma «soldati dell’esercito, individui che nella vita civile erano tedeschi qualunque»”, riassume Focardi, che più oltre continua, “Il giudizio non risparmiava la donna tedesca. Anzi, il suo atteggiamento «profondamente cattivo» nei confronti dei prigionieri italiani rappresentava la prova ultima della malvagità tedesca. Ovunque infatti, come affermava l’autore, la donna esprime «le tendenze fondamentali ed istintive dell’ambiente da cui proviene». Quella tedesca esprimeva al massimo grado e in maniera inappellabile la barbarie del popolo tedesco. Non stupiva che dal suo grembo fosse stata generata quella «belva» che si era scatenata contro i popoli d’Europa”.

Non pochi fra giornalisti, politici e uomini di cultura italiani ravvisarono la persistenza anche in Germania, fra i tedeschi e le tedesche, civili o militari che fossero, di bagliori di umanità non spenta dall’omologazione imposta dal regime. E ancor più tenace fu, in ambito antifascista, la determinazione a distinguere, anche nel caso della Germania, fra il popolo tedesco e l’aberrante sistema hitleriano. Da un lato, dunque, non si mancò di esprimere fiducia nella capacità di singoli individui di aver preservato qualità umane e valori morali positivi distinguendosi dal resto della popolazione germanica pervasa da fanatismo ideologico e sadismo criminale. Dall’altro lato, si ripose fiducia nella capacità del popolo germanico nel suo complesso di riscattarsi rispetto al regime nazista, interpretato […] come un apparato di dominio e di oppressione rivolto all’interno, contro la sua stessa gente, ancor prima che all’esterno, contro le nazioni vicine”, nota Focardi, che più oltre parla del germanista Luigi Emery, che “sottolineava come la donna tedesca, in realtà, avesse subito «meno dell’uomo la perniciosa deformazione casermesca». Anche sotto il nazismo la donna aveva conservato «nel suo piccolo mondo domestico» una «sfera di iniziativa personale» che le aveva permesso di sfuggire all’«assorbimento» nel «mostruoso ingranaggio totalitario», cui viceversa l’uomo si era prestato «con spaventosa docilità». […] Soprattutto non era vero che le tedesche avessero dato prova nel corso del conflitto di spietata disumanità nei confronti dei perseguitati dal nazismo. Lo testimoniavano, secondo Emery, «parecchi» gesti «compiuti da donne tedesche verso le vittime dell’odio antisemita», gesti «analoghi» a quelli delle «umane e soccorrevoli donne polacche» elogiate da Carocci.”

Descrizioni in controtendenza, lontane dal cliché del «barbaro invasore», si ebbero anche a proposito dei vituperati militari della Wehrmacht. In una delle sue Lettere a John, Corrado Barbagallo raccontava ad esempio di un paesino non meglio specificato dell’Abruzzo, dove i soldati tedeschi «non avevano praticato che opere di bene, non avevano violentato le donne, non trucidato vecchi e bambini, ma avevano curato i malati, dato pane agli affamati, aiutato in ogni modo la popolazione bisognosa, che aveva finito per ricambiarli di eguale cordialità». La familiarità dei rapporti era stata così intensa che l’ufficiale tedesco comandante del presidio (non caso «un vecchio colonnello, perseguitato in patria dai nazisti») aveva deciso di rimanere sul posto ed era stato protetto dagli abitanti anche dopo l’arrivo degli americani”, nota Focardi, che più oltre prosegue, “Del resto, l’esperienza concreta della guerra aveva prodotto una molteplicità di situazioni in cui non sempre i vecchi «camerati» aveva mostrato esclusivamente il volto esecrato della «belva nazista» e dell’impassibile automa pronto a seminare la morte. In molti momenti della vita quotidiana erano apparsi come persone del tutto normali. Talvolta avevano persino legato con famiglie italiane e stretto amicizie, soprattutto con le ragazze (a prescindere dai rapporti coltivati con le collaborazioniste della RSI). […] Le sporadiche apparizioni di tedeschi ‘dal volto umano’, presenti negli scritti dell’immediato dopoguerra, non scalfirono la raffigurazione di fondo permeata dall’astio antigermanico. Era di per sé significativo che i pochi tedeschi «buoni» venissero di solito etichettati come non tedeschi, ovvero come austriaci, quasi fosse impossibile attribuire sentimenti di umanità agli abitanti del «paese delle selve». Ebbe inoltre larga circolazione la convinzione che, benché presi singolarmente i tedeschi potessero mostrare indole e qualità umane apprezzabili, presi in gruppo si trasformassero necessariamente in belve feroci capaci di ogni malvagità. […] Il piano inclinato che conduceva irreparabilmente il «Tedesco» dalla bonomia individuale alla malvagità collettiva era individuato nel principio dell’obbedienza incondizionata agli ordini superiori, di qualsiasi natura essi fossero. Si trattava di uno dei convincimenti più radicati e diffusi in seno all’opinione pubblica italiana ed europea, che esprimeva un topos presente fin dal secolo precedente, ampiamente ‘rinverdito’ dalla propaganda antigermanica durante la Grande Guerra e ribadito poi dalle principali culture politiche nazionali – cattolica, liberale e marxista – che ne rintracciarono l’origine vuoi nel luteranesimo ossequiente verso il potere costituito vuoi nella tradizione prussiana. L’idea dell’obbedienza all’autorità costituita come tratto caratterizzante dell’«antropologia germanica» si ripercosse a fondo sulla raffigurazione dei tedeschi, distorcendo anche la percezione di quanti di loro avevano compiuto concretamente un atto di rottura o quantomeno di distacco nei confronti del Terzo Reich, ovvero i disertori e gli oppositori politici”.

I fenomeni della diserzione dalla Wehrmacht durante l’occupazione germanica dell’Italia e dell’afflusso di disertori in divisa tedesca nelle bande partigiane hanno ricevuto finora scarsa attenzione storiografica. […] oppure si privilegiò una raffigurazione del disertore tedesco che lo descriveva come un uomo tanto disperato e disilluso dal nazismo da abbandonare il suo posto nelle forze armate del Reich, ma non così determinato e coraggioso da scegliere di combattere contro il suo paese a fianco dei partigiani, consumando fino in fondo la rottura dei vincoli che lo legavano alla madrepatria. […] È significativo che tale atteggiamento finisse per corrispondere a quello apparentemente opposto mostrato da altri tedeschi i quali, a seguito del crollo di ogni fede politica nel nazismo, avevano scelto […] di immolarsi combattendo sotto le insegne hitleriane. […] «In questi giovani che corrono alla morte – aveva scritto [Ranuccio] Bianchi Bandinelli – c’è una specie di desiderio di redenzione nel sacrificio accettato in nome della Germania che i nazi hanno degradato; ma non è una coscienza politica, è soltanto una nuova forma di quel fatale misticismo germanico dell’obbedienza e dell’eroismo». Ancora una volta, dunque, era la tara dell’obbedienza interiorizzata a risaltare quale fattore fondamentale che condizionava e stravolgeva il comportamento dei tedeschi, persino di coloro che nutrivano sentimenti antinazisti. È il caso del pastore protestante Martin Niemöller, una delle figure più rappresentative dell’opposizione religiosa alla dittatura. […] appena uscito dal campo di concentramento, Niemöller aveva rilasciato un’intervista in cui aveva affermato di non essersi mai voluto «occupare di politica», di aver soltanto difeso le prerogative della chiesa protestante,di non aver mai contestato la legittimità dell’autorità ufficiale cioè del regime nazista; anzi, una volta scoppiata la guerra, egli aveva fatto richiesta al Führer di essere arruolato e di essere imbarcato sui sottomarini dove aveva già prestato servizio durante la prima guerra mondiale. […] Il comportamento individuale di Niemöller sembrava così aver svelato la radice del comportamento collettivo dell’«uomo tedesco», ipotecando l’esistenza stessa di un’«altra Germania», fatta di «buoni» tedeschi antinazisti”, verso la quale “l’antifascismo italiano […] aveva in realtà manifestato durante la guerra una fiducia assai tenace”, sforzandosi di “frenare e respingere la demonizzazione dell’avversario germanico che nasceva quasi spontaneamente dallo scatenarsi dello scontro bellico con le sue asprezze e le sue atrocità, nonché dall’uso massiccio di stereotipi propagandistici contro l’«invasore tedesco»”, come ben testimoniano le “parole apparse nell’ottobre 1943 sull’edizione clandestina romana dell’«Italia Libera»: «la guerra del popolo italiano contro la Germania nazista è la guerra di un popolo che aspira a una compiuta libertà politica e sociale, e scende in lotta non solo per la propria libertà, ma per la libertà stessa del popolo tedesco, schiavo esso pure d’una feroce tirannia». L’idea della guerra in corso come una «guerra civile» che tagliava in due le nazioni fra difensori della democrazia e suoi avversari non escludeva dunque la Germania e i tedeschi, attesi a un riscatto che li unisse alla lotta ingaggiata da tutti gli altri popoli d’Europa. Un primo segnale di speranza in questa direzione fu riscontrato nel luglio 1944 dopo l’attentato a Hitler messo in atto da von Stauffenberg e l’inizio della rivolta di una parte della Wehrmacht contro la dittatura nazista. Nessuno certo mise in dubbio che i generali alla testa della sedizione fossero espressione delle tradizionali caste militari prussiane che avevano sostenuto il nazismo e che adesso tentavano con una «congiura» di «salvare il salvabile» in vista del collasso del paese. Nondimeno, comune fu l’auspicio e largamente condiviso il convincimento che la sollevazione dei militari fosse solo il primo atto di una vicina insurrezione popolare. […] Nonostante l’insuccesso della rivolta militare, nei mesi successivi l’attesa di una scossa rivoluzionaria non venne meno. Nenni continuò a manifestare aperta «fiducia malgrado tutto nel proletariato tedesco», nell’esistenza di una Germania «non complice, ma vittima del nazismo». È significativo che nell’ottobre 1944 egli contestasse la mozione votata dal congresso di Blackpool delle Trade Unions inglesi, secondo la quale il popolo tedesco doveva considerarsi corresponsabile dei crimini commessi dal Terzo Reich. «Se le classi lavoratrici tedesche – egli ammetteva non si sganciano dal nazismo, la punizione che le attende sarà tremenda». «Ma – aggiungeva Nenni – il modo per aiutarle a trovare in se stesse la forza di ribellarsi, non ci sembra che sia quello di associarle nella stessa condanna al regime hitleriano». […] Nenni […] aveva proclamato di non credere «né alla responsabilità collettiva, né alla predisposizione criminale dei popoli». Doveva valere per la Germania quanto gli antifascisti rivendicavano per l’Italia: «non si possono inchiodare settanta milioni di tedeschi alla croce uncinata di Hitler, così come […] non si possono impiccare quarantacinque milioni di italiani alla forca di Mussolini».”

I processi contro i nazisti e la rappresentazione dei tedeschi nel secondo dopoguerra

Con la puntata precedente abbiamo chiuso il sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, parlando della questione dei prigionieri italiani in URSS e i mancati processi ai criminali di guerra italiani. Apriamo ora il settimo capitolo.

La narrazione della guerra” analizzata nei capitoli precedenti, esordisce Focardi, “non rispose però soltanto al legittimo calcolo politico di forze impegnate in una lotta la cui posta in palio era la salvezza o meno della nazione”, ma fu “ispirata anche dai sentimenti genuini di persone, politici e intellettuali, che ogni giorno avevano sfidato la morte combattendo nelle città o sulle montagne, in uno scontro brutale segnato da violenze, torture, saccheggi, rastrellamenti, deportazioni, esecuzioni sommarie e stragi di civili. […] Del tutto spontanea risultava però la viscerale condanna delle atrocità tedesche in Italia, schietto il disgusto per l’invasore nazista, che non si ritraeva dal ricorrere a ogni forma di terrore sia contro i partigiani sia contro le popolazioni civili. Diffusi erano dunque nel paese ostilità, indignazione e rancore […]. La stampa antifascista, così come la letteratura, il cinema, le arti figurative, davano voce a emozioni che erano vive e radicate nella penisola […]. La loro denuncia della «barbarie nazista» non aveva in questo niente di strumentale, ma rispecchiava ed esprimeva lo stato d’animo di una nazione profondamente straziata, che aveva subito ferite dolorose, non solo le nefandezze della «guerra ai civili», ma anche la cattura e l’internamento in Germania e in Polonia di circa 620 mila soldati, trattati con disprezzo e durezza; la distruzione e la rapina delle opere d’arte; la deportazione di migliaia di oppositori politici e di lavoratori; e infine, certo non ultima, la persecuzione antiebraica”. A questo proposito, in una nota Focardi approfondisce: “Dei circa 624 mila militari italiani inviati nei campi di internamento, 6400 morirono in mare durante il trasporto e circa 40 mila decedettero durante la prigionia per sfinimento, denutrizione e malattie, oppure restando uccisi sotto i bombardamenti alleati o per mano tedesca. […] Il gruppo di ricerca coordinato da Brunello Mantelli e Nicola Tranfaglia […] ha documentato 23.826 nominativi complessivi di deportati politici italiani, di cui 22.204 uomini e 1.514 donne. I decessi risultano 10.129, pari al 42,5 per cento del totale. Il computo non prende in considerazione i deportati nel campo di transito di Bolzano e nella risiera di San Sabba a Trieste. […] Fino adesso sono stati identificati 6.806 ebrei deportati dall’Italia (approssimativamente 4.000 italiani e 2.500 stranieri). Di questi, 5.969 morirono nei lager (inclusi 612 bambini). Al numero delle vittime bisogna aggiungere circa un altro migliaio di persone ancora non identificate, 1820 ebrei deportati per mano tedesca dai possedimenti italiani nell’Egeo […] e circa 320 ebrei morti in Italia per effetto della persecuzione”.

L’occupante tedesco fu così effigiato con sprezzo nei panni ferini della «belva nazista» intenta a infierire sul popolo italiano. Fanatico, cinico, arrogante, spietato, il «Tedesco» – come comunemente si scriveva, quasi a indicare un’essenza antropologica imperitura – incarnava l’immagine del «male» e del «nemico assoluto». Egli appariva a un tempo, come ha notato Claudio Pavone, lo straniero invasore, il tradizionale nemico dell’Italia […], l’eterno barbaro teutonico, il nazista convinto della propria superiorità razziale e determinato a imporla. Il lascito della guerra fu inevitabilmente una raffigurazione del soldato germanico impregnata di rancore e radicale esecrazione. […] Benedetto Croce bollò nell’«oppressore» germanico «l’atroce presente nemico dell’umanità», l’azionista Piero Calamandrei si riferiva ai tedeschi come agli «Unni calati dai paesi della barbarie» […], Nuto Revelli, a sua volta, li spregiava con odio manifesto chiamandoli «porci kruki», ricorrendo a un epiteto molto diffuso nella letteratura partigiana. E analoga, esacerbata, condanna traspariva dai disegni di Renato Guttuso pubblicati sull’«Unità» e poi esposti nella mostra curata a Roma nell’agosto 1944 dal giornale comunista sotto il titolo L’arte contro la barbarie: sembianze umanoidi di grossi bestioni armati fino ai denti impegnati a far strage di italiani, donne, vecchi e bambini innocenti”, descrive Focardi, che più oltre prosegue, “Fu soprattutto la ferinità dell’esercito tedesco a essere posta in evidenza e stigmatizzata con raccapriccio. Nel solco della propaganda della prima guerra mondiale, venne deprecata la brutalità selvaggia delle azioni tedesche.”

Emblematiche le parole di Enzo Noè Girardi nella sua recensione di Uomini e tedeschi, raccolta di scritti e disegni di internati nei lager curata da Armando Borrelli e Anacleto Benedetti: «Si dice: greci e barbari, romani e barbari, ebrei e gentili, cristiani e pagani. Ma ieri s’è potuto dire, con verità semplicemente: Uomini e tedeschi. E si poteva dire, ché era lo stesso, ‘Uomini e belve’ o, meglio, ‘Uomini e demoni’, tanto fu bestiale l’odio dei tedeschi contro l’umanità tutta, a tanto perversa volontà di male si sottopose, deformando e rinnegando se stessa, l’intelligenza del popolo tedesco». La stampa, la letteratura, la pubblicistica dell’Italia liberata riproducono la stessa disumanizzazione del tedesco presente nei disegni di Guttuso. Le sembianze dei militari germanici sono animalesche, prive di ogni traccia di umanità, oppure rivelano tratti distorti, malati o devianti. Occhi gialli e vacui, bocche guaste, chiazze sul viso, lineamenti alterati. […] Anche i gesti quotidiani dei tedeschi appaiono innaturali: risate sguaiate, urla bestiali lanciate in una lingua essa stessa artificiosa e agghiacciante, «strozzata» e «coagulata» come la descrive sul «Tempo» lo scrittore e artista Alberto Savinio.”, riprende Focardi, che più oltre continua, “Accanto all’effige bestiale del soldato tedesco, imbevuto di tacitiano furor teutonicus, si pose quella non meno inquietante dell’ufficiale nazista, impeccabile nelle forme esteriori ma capace di fredda e inaudita crudeltà, insensibile al dolore altrui, anzi intimamente sadico e perverso. […] con tratti simili venivano raffigurati anche gli impassibili ufficiali medici tedeschi che nei campi di sterminio decidevano con un cenno chi dovesse essere inviato nelle camere a gas o svolgevano con meticolosità terribili esperimenti scientifici sui prigionieri. Primo fra tutti il famigerato dottor Mengele […]. Fra tutte, emblematica risultò la figura di [Herbert] Kappler, il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, definita nel luglio del 1944 dal primo governo Bonomi «la più grande strage barbarica» subita dalla nazione. Un opuscolo pubblicato dopo la liberazione di Roma lo descrive come […]: «Biondo, impomatato, con la scriminatura sempre a posto, il nodo della cravatta impeccabile, la giacca ben tagliata, i calzoni perfettamente stirati: l’autentico tipo del signorino per bene. Gli occhi, soltanto gli occhi lo tradivano: chiari, d’un celeste cangiante a volte in verdolino opaco, che non permettevano di leggervi nulla, in taluni particolari momenti, lo sguardo diveniva subdolo, tagliente come la lama d’un coltello avvelenato». […] L’elegante tenente colonnello Kappler era infatti un «pervertito, malato di quel tenebroso e tipico sadismo teutonico che pare sia prerogativa del 99 per 100 dei tedeschi». Raffigurazioni come questa trovarono conferma in innumerevoli pubblicazioni e soprattutto nell’immagine prodotta dai processi contro i principali criminali di guerra tedeschi, condotti in Italia a partire dal 1946 da tribunali britannici e italiani. Particolare rilevanza ebbero il processo tenuto a Roma da una corte britannica nel novembre 1946 contro i generali Mältzer e von Mackensen, accusati della strage delle Fosse Ardeatine, quello contro il feldmaresciallo Albert Kesselring, svolto anch’esso presso un tribunale militare inglese a Venezia dal febbraio al maggio del 1947, quello condotto da una corte militare italiana a Roma dal maggio al luglio 1948 contro Herbert Kappler e altri corresponsabili della strage delle Ardeatine. I giornali italiani seguirono con grande interesse tutti e tre i processi con ampie cronache dei dibattimenti, affidate anche a giornalisti di vaglia come Indro Montanelli e Paolo Monelli. […] I resoconti giornalistici non fecero che confermare quel ritratto caratterizzato da fredda e criminale ferocia tracciato in precedenza dalla pubblicistica italiana”.

Un effetto simile […] ebbero i resoconti dei principali processi tenuti nello stesso periodo in Germania e in Polonia contro criminali di guerra tedeschi. Tre in particolare furono seguiti con attenzione dalla stampa: il processo condotto a Lüneburg in Germania nell’autunno 1945 contro i responsabili dei crimini commessi nei campi di Belsen e di Auschwitz; il processo di Norimberga contro i vertici del regime nazista iniziato nel novembre 1945 e conclusosi nell’ottobre 1946; il processo tenuto a Varsavia dall’11 marzo al 2 aprile 1947 contro l’ex comandante del campo di Auschwitz, Rudolf Hoess, terminato con la condanna a morte e l’esecuzione dell’imputato. Le notizie provenienti dai dibattimenti […] resero manifeste ai lettori italiani dimensioni e modalità dello sterminio compiuto dal Terzo Reich, soprattutto nei territori dell’Europa orientale: lo sfruttamento del lavoro schiavizzato, l’eliminazione di massa di russi e polacchi, lo sterminio programmato degli ebrei. Contemporaneamente furono svelati, anche attraverso la pubblicazione di numerose fotografie, i volti dei carnefici in camicia bruna: le «due belve» di Belsen, ovvero il comandante del campo, Josef Kramer, e la «diabolica» Irma Greese, la giovane ventunenne capo delle guardie della sezione femminile, con i loro sguardi «duri e gelidi», emblema della crudeltà germanica; i caporioni del Partito nazista ritratti sui banchi di Norimberga, da Göring a Hess, da Ribbentrop a Streicher, da Rosenberg a Sauckel, le cui espressioni venivano indagate, non senza morbosa curiosità, alla ricerca di indizi che ne svelassero la perversione e la malvagità; infine, il «macellaio» Rudolf Hoess, lo «sterminatore scientifico» come lo chiamava l’«Avanti!», «genio del male» responsabile della macchina del massacro di Auschwitz, il quale come Kappler aveva risposto imperturbabile a tutte le domande descrivendo con precisione il processo di «sterminazione biologica sistematica» degli ebrei cui aveva efficientemente presieduto”, racconta Focardi.

Se i dibattimenti contro i criminali di guerra nazisti […] svolsero dunque una funzione significativa nel fissare i tratti della raffigurazione demoniaca del tedesco, un ruolo importante in questo senso ebbero anche le testimonianze prodotte da coloro che avevano fatto esperienza del volto più disumano del sistema di oppressione nazista, gli internati nei lager”, afferma Focardi, che più oltre prosegue, “I lettori erano stati scioccati dalle notizie sulle eliminazioni di massa nei «campi della morte» di Treblinka o di Mauthausen, riferite anche da Radio Londra, che furono poi confermate e arricchite di macabri particolari nella primavera del 1945 via via che giungevano informazioni dai campi appena liberati: iniezioni letali, paralumi confezionati con la pelle dei prigionieri uccisi (come quelli prediletti dalla signora Koch, moglie del comandante di Buchenwald), rimpicciolimento e imbalsamazione di teste di internati «con i sistemi dei selvaggi del Borneo», esperimenti scientifici su cavie umane, produzione di sapone dai corpi delle vittime, l’impiego abominevole della camere a gas e dei forni crematori. Le informazioni che affluivano dalla Germania componevano un quadro raccapricciante di orrori, che apparivano frutto della compenetrazione tra fanatismo ideologico, sadismo, cieca obbedienza agli ordini e sistematica applicazione delle più moderne conoscenze tecnico-scientifiche”.

La questione dei prigionieri italiani in URSS e i mancati processi ai criminali di guerra italiani

Veniamo ora alla quinta parte del sesto capitolo del saggio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La puntata precedente affrontava il tema degli italiani in Jugoslavia e in Grecia: i crimini di guerra e la collaborazione con i partigiani.

Specchio solo parziale della realtà, frutto della considerazione di impellenti interessi nazionali condivisi e di interessi di partito […] nonché di interessi personali e corporativi […], l’immagine autocompiacente e autoassolutoria del «bravo italiano» penetrò a fondo nell’opinione pubblica nazionale anche a seguito dell’accesissima polemica interna originata dalla questione della sorte dei prigionieri di guerra italiani in Unione Sovietica […], che oppose sulla stampa e nelle aule parlamentari i settori moderati e conservatori e la sinistra socialcomunista, [e che] aveva preso il via alla fine di agosto del 1945, allorché le autorità di Mosca comunicarono il numero ufficiale dei prigionieri di guerra italiani presenti nei loro campi di internamento. La cifra resa nota, circa 19 mila persone, era assai inferiore a quella che ci si aspettava in Italia, dove molto viva fin dalle prime eco della disfatta del Don era stata la preoccupazione per le sorti degli oltre 80 mila dispersi dell’ARMIR. La verità, già nota al governo italiano, era purtroppo che la maggioranza di essi era caduta in combattimento o deceduta nei giorni immediatamente successivi alla resa, per le terribili condizioni in cui era avvenuto il trasferimento nei lontani e male attrezzati campi di prigionia sovietici. Il comunicato di Mosca provocò l’immediato sprigionarsi nel paese di reazioni allarmate sulla sorte di coloro che mancavano all’appello e l’inizio di una campagna antisovietica dai toni sempre più aspri, che raggiunse l’acme in occasione delle elezioni del 1948. Mosca fu accusata di trattenere in segreto migliaia di prigionieri italiani impiegati come lavoratori coatti”, spiega Focardi.

Sia da parte di chi “aveva alimentato sin dal principio quella campagna”, sia di chi invece “aveva promosso una contropolemica mirata a chiamare sul banco degli imputati le autorità politiche e militari fasciste, venne fatto comunque ogni sforzo per porre in evidenza la bontà del soldato italiano, la sua spontanea capacità di fraternizzare coi civili russi, la sua azione costante per aiutarli a sottrarsi alle molteplici angherie perpetrate dai tedeschi”, nota Focardi.

Il generale Giovanni Messe in proposito scrive (novembre 1945, Corriere d’Informazione): «I rapporti fra le truppe del C.S.I.R. e la popolazione civile sono stati sempre improntati a reciproca comprensione e a vera e propria cordialità. Infatti, un modo affine di concepire gli affetti, la famiglia, l’amore della terra, una particolare tendenza al sentimentalismo, che è comune alla nostra gente e che si è riscontrata nella gente ucraina, un senso spiccato di dignità e di ospitalità della famiglia russa costituirono un substrato sentimentale assai fecondo nelle reciproche relazioni fra truppe e popolazioni. Inoltre, avevano grande presa sull’animo dei Russi il contegno nient’affatto autoritario degli Italiani, il loro desiderio di intrecciare buoni rapporti, la dolcezza verso i bambini, e infine quella particolare bonomia che è patrimonio della nostra gente e che ispira spontaneamente stima e fiducia».

E Giusto Tolloy fa eco: «Quanto più il nostro soldato era tratto a starsene lontano dall’odioso teutone tanto più egli si avvicinava con l’abituale familiarità al popolo russo e gli capitava così di passare di sorpresa in sorpresa. Il sentimento familiare saldo come in una provincia agricola italiana; la donna sana e forte, spregiudicata ma non immorale da ragazza ed intenta ai suoi doveri dopo sposata; l’istruzione diffusa nei giovani in modo semplicemente sbalorditivo […]; le realizzazioni poderose, visibili nelle fabbriche e nelle costruzioni; l’adorazione per Lenin e l’odio per i tedeschi […], tutto ciò sorprendeva ed attirava le simpatie del nostro soldato».

Sia Messe sia Tolloy mettevano in risalto le qualità umane del soldato italiano facendo un paragone col torvo soldato tedesco, raffigurato altero e sprezzante nei confronti degli Untermeschen slavobolscevichi, dedito allo sfruttamento sistematico dei territori ucraini e russi, inflessibile e crudele coi prigionieri sovietici, sterminatore di ebrei. […] La popolazione aveva familiarizzato con i militari italiani, i soldati dell’Armata rossa e i partigiani avevano salvato loro la vita quando li avevano presi prigionieri (i tedeschi, al contrario, li avevano subito passati per le armi), i contadini sovietici avevano offerto loro ricovero e ospitalità durante la ritirata. Per i commentatori della sinistra antifascista, le autorità di Mosca avevano anche provveduto a rendere confortevole la prigionia dei detenuti italiani, trattandoli ben diversamente dai prigionieri tedeschi”, racconta Focardi, che più oltre prosegue, “In alcuni brani del suo libro Tolloy non aveva taciuto, in realtà, aspetti meno commendevoli del comportamento italiano, accennando alla partecipazione di truppe dell’ARMIR al saccheggio di città e villaggi, alla pratica dello strozzinaggio, a violenze e rapine commesse a danno di una popolazione che pure si era dimostrata generalmente amica. Questi tratti rimasero però completamente sullo sfondo. […] Tolloy affermò espressamente di non avere alcuna intenzione di rivolgere ai propri connazionali accuse di crimini di guerra che gli stessi sovietici erano stati generalmente restii a sollevare, perché ciò non sarebbe stato «da patrioti»”.

Fra il 1948 e il 1951 venne meno qualsiasi possibilità di una «Norimberga italiana», di portare cioè a giudizio coloro – militari e civili – che erano stati accusati di crimini di guerra. Ricordiamo a riguardo che la Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra aveva iscritto nelle liste dei presunti criminali da porre sotto processo 729 fra militari e civili italiani richiesti dalla Jugoslavia, 111 ricercati dalla Grecia, 9 dalla Francia, 3 dall’Albania. Successivamente, poco dopo l’entrata in vigore del trattato di pace italiano, la Jugoslavia aveva inoltrato direttamente al governo di Roma, tramite canali diplomatici, la domanda di estradizione relativa a 45 italiani (in parte già presenti nelle liste internazionali), la Grecia aveva avanzato a sua volta una richiesta a carico di 74 nominativi (anch’essi in parte già nelle liste delle Nazioni Unite), l’Albania ne aveva reclamati 142, la Francia 30. Anche l’Etiopia accusò 10 italiani (riducendo poi le richieste solo a Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio). Mentre l’Unione Sovietica aveva chiesto già nel 1944 la consegna di 12 italiani accusati di crimini di guerra. Nessuno di questi fu però estradato. Fin dall’estate 1945 le autorità di occupazione statunitensi in Italia, allarmate dalle mire espansionistiche della Jugoslavia, di fatto boicottarono l’arresto dei criminali di guerra italiani e la loro consegna all’estero. La stessa posizione finì per assumere anche il Foreign Office britannico […] che inizialmente si era mostrato favorevole alla punizione degli italiani richiesti dalla Jugoslavia di Tito. Downing Street fu indotta a mutare definitivamente il proprio atteggiamento nel luglio 1946, in seguito alle violente reazioni antibritanniche provocate in Italia dalla pubblicazione del draft del trattato di pace. Un fattore determinante fu poi rappresentato, sia per Washington che per Londra, dalle nuove priorità politiche prodotte dall’innesco delle dinamiche della guerra fredda […]. Una svolta significativa fu infine rappresentata nel giugno 1948 dalla rottura intervenuta fra Tito e Stalin, con la quale la Jugoslavia perse il principale sostegno internazionale alle proprie rivendicazioni sui criminali di guerra, tanto che Belgrado sospese da allora ogni richiesta a loro carico. In questo contesto, la strategia italiana di procrastinare a tempo indeterminato la consegna dei criminali di guerra ebbe pieno successo. A differenza della Germania e del Giappone […] l’Italia riuscì a evitare qualsiasi estradizione pur prevista dall’articolo 45 del trattato di pace e il governo di Roma bloccò anche tutti i procedimenti già avviati dalla magistratura militare italiana, insabbiando le inchieste interne. […] già all’inizio del 1948 le istruttorie erano pronte e si sarebbe potuto e dovuto procedere in giudizio. Per ragioni politiche fu scelto di rinviare sine die l’inizio dei dibattimenti finché nel 1951, per chiudere una volta per tutte […] la faccenda, si escogitò di ricorrere all’art. 165 del codice penale militare di guerra che condizionava la procedibilità giudiziaria contro i militari italiani responsabili di crimini di guerra a un vincolo di reciprocità. In sostanza, poiché la Jugoslavia non procedeva contro […] i responsabili delle foibe, lo Stato italiano interrompeva l’azione penale nei confronti dei propri cittadini presunti responsabili di crimini di guerra durante l’occupazione della Jugoslavia, affermando un «non luogo a procedere». […] Il pressoché completo fallimento della giustizia, ovvero la mancanza di processi in cui affrontare la questione dei crimini di guerra contro i civili, contribuì a salvaguardare lo stereotipo del «bravo italiano» costruito sull’immagine opposta e speculare del «cattivo tedesco» […] che uscì invece confermata e rafforzata dalla «Norimberga» tedesca contro i principali gerarchi del Terzo Reich e dagli altri numerosi processi contro i criminali di guerra nazisti, che trovarono ampia eco sulla stampa italiana, come in tutti i paesi europei”.

La questione dei crimini di guerra italiani durante l’occupazione della Jugoslavia

La terza parte del sesto capitolo del libro di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, è dedicata al tema dei crimini di guerra commessi dagli italiani durante l’occupazione della Jugoslavia e della reazione dell’opinione pubblica di fronte alle richieste di estradizione dei personaggi pubblici individuati come responsabili. Nella parte precedente abbiamo invece affrontato il salvataggio degli ebrei nei territori occupati dagli italiani.

Un discorso a sé merita l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della delicata questione dei crimini di guerra, rispetto alla quale si manifestò […] una significativa divergenza di posizioni”, afferma Focardi. “Le clausole del cosiddetto «lungo armistizio», firmato a Malta il 29 settembre 1943, avevano fatto obbligo al governo Badoglio di consegnare alle Nazioni Unite i cittadini italiani responsabili di crimini di guerra. Fra questi figuravano personaggi di spicco dell’establishment militare rimasto al fianco del re Vittorio Emanuele III, a cominciare dai generali Vittorio Ambrosio e Mario Roatta, rispettivamente capo di stato maggiore delle forze armate e capo di stato maggiore dell’esercito. Entrambi, come ex comandanti della II Armata in Jugoslavia, avevano svolto un ruolo di primo piano nella cruenta repressione dell’attività partigiana e nella guerra ai civili ed erano pertanto considerati dagli jugoslavi fra i peggiori criminali di guerra. […] La posizione italiana […] si basava su alcuni punti fondamentali: a) la rivendicazione del diritto di giudicare i criminali di guerra italiani presso tribunali nazionali; b) la rivendicazione del carattere umanitario delle occupazioni italiane e dei meriti acquisiti nella protezione delle popolazioni civili, in particolare degli ebrei; c) la contrapposizione della benevola condotta italiana a quella brutale degli ex alleati tedeschi, cui si univa la rivendicazione del contributo prestato nella lotta contro la Germania dopo l’8 settembre 1943; d) la colpevolizzazione dei partigiani per l’imbarbarimento della guerra. Quest’ultimo punto riguardava soprattutto i partigiani comunisti jugoslavi, sui cui atti di «barbarie» furono costruiti dossier che documentavano sia le violenze commesse nel periodo dell’occupazione italiana dal 1941 al 1943 sia le successive uccisioni di italiani nelle foibe. La contrapposizione del comportamento del «bravo italiano» a quello del «cattivo tedesco» costituiva dunque uno dei pilastri della strategia difensiva italiana. […] La distinzione fra Italia e Germania fu ulteriormente sviluppata […] per sostenere il rifiuto italiano all’estradizione dei presunti responsabili […], rivendicazione nevralgica che andava contro gli impegni armistiziali sottoscritti e che presto si legò alla rivendicazione avanzata dalle autorità di Roma di poter giudicare i criminali di guerra nazisti responsabili di atrocità contro civili e militari italiani perpetrate in Italia o all’estro dopo l’8 settembre”, spiega Focardi.

Operando una lettura di comodo della dichiarazione finale della conferenza tenutasi a Mosca nell’ottobre 1943 fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, [il capo di stato maggiore delle forze armate italiane, maresciallo Giovanni] Messe rilevava come, mentre a proposito dei criminali tedeschi le tre potenze avevano previsto che essi fossero riportati nei luoghi dove avevano commesso i propri delitti per esservi processati secondo le leggi locali, nel caso dei criminali italiani avevano affermato semplicemente che essi dovevano essere «arrestati e consegnati alla giustizia». L’espressione era generica, ma Messe non nutriva dubbi sul fatto che si dovesse intendere la «giustizia italiana». […] La dichiarazione di Mosca (30 ottobre 1943) sarebbe stata, a suo giudizio, un premio degli Alleati per la decisione dell’Italia di entrare in guerra contro la Germania (13 ottobre 1943) e avrebbe avuto carattere «modificativo» delle clausole dell’armistizio. Dunque, mentre i criminali tedeschi dovevano essere estradati, quelli italiani – in virtù della cobelligeranza – dovevano essere giudicati esclusivamente in patria da tribunali nazionali”.
“La distinzione fra Italia e Germania fu impiegata […] nell’agosto 1945, quando furono rese note le nuove categorie di «crimini contro la pace» e di «crimini contro l’umanità» previste per il processo contro i principali criminali di guerra nazisti, che di lì a poco si sarebbe aperto a Norimberga presso il tribunale internazionale alleato. Secondo gli esperti giuridici di Palazzo Chigi, la categoria di «crimini contro l’umanità», pensata per sanzionare le malvagità tedesche, non poteva essere applicata alla condotta dei «bravi italiani»; a loro volta, i «crimini contro la pace» nel caso italiano potevano essere imputati solo a Mussolini e ai suoi più stretti collaboratori, che nel frattempo erano già stati puniti dalla giustizia popolare. Restavano i crimini di guerra intesi in senso tradizionale, per i quali l’Italia vantava la propria esclusiva giurisdizione sulla base dell’interpretazione della dichiarazione di Mosca del 1943 proposta da Messe, una interpretazione in realtà distorta poiché gli Alleati non avevano inteso tracciare sotto il profilo giuridico alcuna distinzione fra criminali tedeschi e criminali italiani”, commenta Focardi, che più oltre prosegue, “Una delle prime ‘fiammate’ nel dibattito sui criminali di guerra si ebbe nel febbraio 1945, dopo che agenzie di stampa internazionali ebbero reso noti i nomi dei primi criminali di guerra italiani richiesti da Belgrado alla United Nations War Crimes Commission di Londra […] costituita nell’ottobre 1943 con lo scopo di vagliare le accuse mosse dai paesi vittime dell’aggressione nazifascista e di compilare le liste dei criminali di guerra. […] Ad eccezione dei fogli comunisti, la notizia sollevò una generale levata di scudi della stampa italiana di ogni tendenza politica, che rivendicò l’esclusivo diritto del paese a perseguire penalmente gli accusati.”

Ad esempio, «Italia Nuova» scrisse: «La necessità che i crimini dei nazisti vengano istruiti da una commissione internazionale e giudicati dai paesi dove i crimini sono stati commessi, deriva non tanto dal proposito di esercitare una rappresaglia quanto dall’incapacità del popolo tedesco a giudicare: incapacità che deriva sia dalla sua maggiore responsabilità, che dalla pertinacia con la quale segue la filosofia nazista», sottintendendo che il caso italiano non fosse comparabile perché l’Italia si era liberata da sola del fascismo, dotandosi di un governo «pienamente antifascista».

Che le istanze politiche avessero rappresentato un fattore decisivo nella costruzione e nell’impiego del cliché del «bravo italiano» contrapposto al «cattivo tedesco» è confermato dalla constatazione che il maggior numero di richiami alla pretesa ‘umanità’ del comportamento italiano comparissero sulla stampa nazionale in risposta alle rivendicazioni mosse dai paesi aggrediti da Mussolini, iniziate nell’autunno del 1944 con la progressiva liberazione dei loro territori dall’occupazione germanica, e poi intensificatesi in occasione delle varie riunioni internazionali in cui fu discussa la pace italiana. Le questioni territoriali, le riparazioni economiche e la faccenda dei criminali di guerra risultavano infatti temi fortemente interconnessi. Un momento chiave fu rappresentato dalla vigilia dell’apertura a Parigi, nell’aprile 1946, della conferenza del Consiglio dei ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze, incaricato di definire le condizioni di pace per l’Italia e per i cosiddetti «satelliti» dell’Asse”, approfondisce Focardi.

Evidenti motivazioni politiche, oltre che personali, sorreggevano anche un’altra fra le più icastiche descrizioni del «bravo italiano», ossia quella tracciata da alcuni comandanti e ufficiali del regio esercito”, Mario Roatta, Giacomo Zanussi e Giuseppe Angelini, “per neutralizzare le accuse rivolte da Belgrado alle truppe italiane di aver commesso crimini di guerra. […] Pubblicati fra l’ottobre del 1945 e il novembre 1946, i volumi dei tre militari italiani […] contenevano una comune argomentazione difensiva”, consistente nel fatto che i soldati italiani, trascinati in una guerra «non voluta né sentita», si erano ritrovati invischiati nell’«arcicomplesso, arciviolento, arcitorbido mondo balcanico» e coinvolti nella guerra partigiana “per colpa del duce che aveva deciso erroneamente di frazionare la Jugoslavia e di annettersi alcune delle sue regioni (Slovenia e Dalmazia), pretendendo di italianizzarle e fascistizzarle con la forza. Da qui erano scaturiti il risentimento e la rivolta contro le truppe d’occupazione, nonostante che queste […] avessero ovunque fatto il possibile per coltivare buoni rapporti con la popolazione e nell’estate del 1941 fossero intervenute in Croazia a salvare dalla furia genocida degli ustascia molte migliaia di serbi e di ebrei. […] gli italiani erano raffigurati non tanto come un esercito di occupazione quanto nei panni di truppe operanti in «missione di pace», impegnate nel soccorso della popolazione inerme, rimasta in balia della guerra civile. L’indole umanitaria degli italiani non sarebbe venuta meno neanche nella lotta cruentissima ingaggiata con le forze della Resistenza, una lotta per ‘legittima difesa’ che i comandi avevano intrapreso allo scopo di salvare le vite dei loro uomini. Contrariamente ai tedeschi e a qualche manipolo di squadristi «irresponsabili», […] i reparti del regio esercito non [erano] mai ricorsi a quella inaudita violenza usualmente impiegata contro di loro dai partigiani. […] Le truppe italiane avevano «reagito decisamente ed energicamente» alle azioni «subdole e proditorie» dei partigiani jugoslavi, «ma sempre nella forma consentita dalle leggi e dagli usi di guerra». Mentre gli uomini di Tito – si diceva con riprovazione – avevano seviziato, squartato, impalato, evirato, tolto gli occhi ai soldati italiani […], questi viceversa non si erano «mai allontanati da quella linea di lealtà e umanità che sono dati peculiari della razza latina»”.
“Tale giudizio contraddiceva una triste realtà, ben nota ai tre autori, fatta di azioni di rappresaglia, fucilazioni di ostaggi, deportazioni e internamento in massa di civili a scopo repressivo. Quest’ultimo fenomeno, che aveva coinvolto circa 110 mila slavi internati in condizioni spesso drammatiche ed esiziali, fu drasticamente ridimensionato da Roatta, secondo il quale i civili deportati sarebbero stati poco più di trentamila, di cui solo poche migliaia «a titolo non volontario»; mentre tutti gli altri sarebbero stati internati a scopo protettivo su loro richiesta, per metterli in salvo dalle vendette partigiane. […] Era però falso che gli italiani, soprannominati dai partigiani «bruciacase» (palikuci), si fossero ritratti dal prendere la strada dei «camerati» tedeschi nella repressione della Resistenza jugoslava. Le violenze commesse in Jugoslavia non potevano essere considerate «eccessi» sporadici di reparti di camicie nere o di singoli soldati, ma rappresentavano l’esito di una politica del terrore codificata e pianificata dall’alto […]. Le disposizioni per la lotta antipartigiana contenute nella circolare 3C, diramata da Roatta nel marzo 1942, all’insegna del motto non «dente per dente, ma testa per dente», erano per molti aspetti simili a quelle adottate dai tedeschi per la cruenta repressione della rivolta scoppiata in Serbia, basandosi anch’esse sul principio della responsabilità e della punizione collettiva nei confronti dei civili ritenuti «fiancheggiatori» degli insorti. È vero tuttavia che erano emerse differenze significative fra gli occupanti dell’Asse. La politica del saccheggio dei territori occupati e la violenza repressiva dispiegate dall’Italia monarchico-fascista e dalla Germania nazista avevano risposto, come ha sottolineato Enzo Collotti, a «logiche diverse»: dietro la spietatezza della repressione tedesca stava una macchina bellica assai potente e una «radicalità di obiettivi» dettata dall’«intransigenza razzistica del Terzo Reich», condivisa dal soldato tedesco fortemente ideologizzato, sicuro della propria supremazia tecnologica e razziale; dietro la scelta italiana di ricorrere a brutali pratiche controinsurrezionali si intravedeva piuttosto la debolezza militare e psicologica, la paura e lo «smarrimento» del soldato in grigioverde che, solo in parte indottrinato dal fascismo e privo di mezzi bellici adeguati, era ricorso alla violenza come mezzo per difendere se stesso e i propri commilitoni, piombati in una guerra di agguati e imboscate di cui non capivano bene il senso, se non la necessità di fare tutto il possibile per sopravvivere e magari vendicare i compagni caduti […]. Anche il soldato italiano, invero, era stato investito dalla propaganda fascista antislava, fondata sul ricco repertorio elaborato dal cosiddetto fascismo di frontiera, virulento fin dagli anni venti, che assimilava i popoli balcanici a popoli inferiori, violenti e selvaggi, paragonabili in certo modo alle tribù africane. Popoli ai quali il regio esercito avrebbe portato in dono la superiore «civiltà latina»”.

Per alcuni studiosi, quali Teodoro Sala, Davide Rodogno ed Eric Gobetti la controguerriglia italiana nei Balcani avrebbe avuto alcuni connotati derivati direttamente dall’esperienza delle «guerre coloniali» africane, sia dal punto di vista della propaganda, imperniata sulla negazione di qualsiasi diritto al nemico ritenuto brutale e primitivo, sia dal punto di vista della effettiva condotta bellica, caratterizzata ad esempio dall’impiego di bande di irregolari per compiere il ‘lavoro sporco‘ […] sulla scorta di quanto fatto in Africa con gli ascari. Analogo discorso varrebbe per la conduzione di una politica di ‘terra bruciata’, anch’essa già sperimentata nelle colonie, dalla Libia all’Etiopia. […] Lo stesso Giuseppe Angelini […] aveva osservato che gli era «tocca[to] esperimentare in Croazia una guerra di tipo coloniale in ambiente europeo». Quanto le occupazioni balcaniche siano state influenzate sul piano propagandistico e operativo dall’esperienza coloniale è questione ancora storiograficamente controversa. È invece assodato che ai temi del tradizionale armamentario antislavo furono associati, con un certo successo, quelli della virulenta propaganda contro il bolscevismo, equiparato tout court alla pura barbarie; motivo per cui il partigiano slavo comunista risultò oggetto di una radicale demonizzazione e disumanizzazione. Vi era stato dunque un notevole sforzo di ideologizzazione anche nei confronti del soldato italiano. E tuttavia, come osserva Eric Gobetti, a differenza del soldato tedesco, «il senso di superiorità razziale» nutrito dai militari italiani era stato preso «inficiato» dallo sperimentare sul campo la propria «debolezza tecnica». Ciò aveva aperto un baratro fra le altisonanti parole della retorica fascista e la realtà dei fatti, segnata da una demotivante inadeguatezza bellica.”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Nessuno, tranne i fascisti più radicali, vedevano nell’italiano uno Herrenvolk (razza superiore, ndr); mancava un pervasivo «razzismo biologico» (tant’è che fu prestato soccorso a ebrei e serbi) e, a differenza dei tedeschi, non fu mai messa in pratica nei confronti di greci, albanesi e jugoslavi una vera e propria «pulizia etnica» (anche se nel caso della Slovenia le autorità politiche e militari la presero in seria considerazione)”.

Il salvataggio degli ebrei nei territori occupati dagli italiani

Siamo giunti alla trattazione della seconda parte del sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, dopo aver visto, nella puntata precedente, l’occupazione italiana di Grecia e Jugoslavia, fra mito e realtà.

Uno dei meriti maggiori rivendicati a favore degli italiani fu l’aiuto prestato agli ebrei in tutti i paesi occupati, dalla Francia ai Balcani. Anche in questo caso furono i diplomatici a muoversi con più solerzia, spinti in primo luogo dalla volontà di raccogliere titoli di merito per l’Italia al cospetto dei vincitori […]. la rivista «Politica Estera» aveva ospitato nell’ottobre 1944 un importante articolo firmato Verax, in cui erano raccontate le vicende del salvataggio in Croazia di alcune migliaia di ebrei minacciati di morte. Sotto lo pseudonimo si celava Roberto Ducci, un alto funzionario di Palazzo Chigi che […] aveva svolto un ruolo di primo piano negli eventi. Egli narrava come circa tremila ebrei, sfuggiti nel 1941 alle persecuzioni degli ustascia croati, avessero trovato accoglienza nelle zone dello Stato indipendente croato controllate dalle autorità italiane che, grazie a un’intesa fra i comandi militari e il ministero degli Esteri, erano riuscite a proteggerli fino all’armistizio, nonostante Mussolini avesse acconsentito nell’estate del 1942 alle perentorie richieste germaniche di una loro consegna. […] Nell’estate 1941 la Croazia di Ante Pavelić aveva scatenato un’ondata di massacri contro la popolazione di origine serba (1,9 milioni di persone, pari a circa il 30 per cento del totale), contro i musulmani (circa 700 mila), contro gli zingari e contro i circa 35 mila ebrei che abitavano il territorio nazionale. I due terzi di questi erano stati rapidamente eliminati, senza alcun aiuto tedesco. […] Nonostante la linea ufficiale del governo fascista mirasse a tener salda l’alleanza con la Croazia, nell’agosto-settembre 1941 per fermare le atrocità degli ustascia ed evitare lo scoppio di una rivolta le autorità militari italiane assunsero il controllo provvisorio di una nuova zona della Croazia […] dove furono accolti e protetti gli ebrei e oltre 30 mila serbi. Nell’agosto 1942 un accordo fra Zagabria e Berlino affidò alle autorità tedesche il completamento dello sterminio degli ebrei croati. Fu allora che il ministero degli Esteri tedesco chiese a Roma la consegna degli ebrei sotto giurisdizione italiana. Onde evitare questo pericolo, le autorità diplomatiche e militari italiane, col consenso di Mussolini, escogitarono un’efficace tattica dilatoria: gli ebrei furono prima internati in alcuni campi della costa dalmata per procedere all’accertamento della loro nazionalità tramite censimento e quindi inviati, fra marzo e luglio 1943, nel campo di concentramento installato sull’isola di Arbe (Raab) […]. Quando i partigiani sloveni liberarono il campo nel settembre 1943, vi trovarono circa 3500 ebrei.”
“In realtà, come ha rilevato Davide Rodogno, non vi è traccia nei documenti di una cospirazione del ministero degli Esteri con le autorità militari per disubbidire agli ordini di consegna diramati da Mussolini. Il duce, infatti, sebbene apposto formalmente il «nulla osta» per la consegna degli ebrei sotto protezione italiana, aveva poi convenuto con le autorità militari e diplomatiche in Jugoslavia circa l’opportunità di resistere alle richieste di Berlino, continuando la tattica ostruzionistica e dilatoria […]”, puntualizza Focardi, “Risulta evidente l’intento di Ducci di separare le responsabilità della diplomazia (e dell’esercito) da quelle del regime. Un’interessata difesa corporativa si sommava in questo modo alla tutela degli interessi nazionali”, al cui proposito Ducci scrive: «Proprio nella forzata coabitazione in territori occupati, nel diverso trattamento che spontaneamente veniva fatto agli stessi popoli soggetti, nell’antagonistico modo di porsi di fronte all’identico problema, si venne rivelando poco a poco anche ai più ignari l’inconciliabile divergenza tra costume italiano e costume imposto ai tedeschi dal sistema nazista».

L’articolo di Ducci era solo il primo atto di una tenace azione di Palazzo Chigi volta a raccogliere le prove dell’aiuto italiano nei confronti degli ebrei e a diffonderne notizia attraverso i canali diplomatici e la stampa. Tale azione culminò nella pubblicazione nel 1946 di un volume intitolato Relazione sull’opera svolta dal Ministero degli Affari Esteri per la tutela delle comunità ebraiche (1938-1943). Consegnato agli Alleati insieme a tutta la documentazione preparata in vista delle discussioni sul trattato di pace, il dossier intendeva fornire prova del contributo prestato dalle autorità italiane per sottrarre gli ebrei dei Balcani e della Francia meridionale alla persecuzione nazista. La finalità del documento era manifesta: l’Italia e la sua diplomazia non avevano niente a che fare con l’«infausta politica razziale» del fascismo iniziata nel 1938, né tanto meno con le atrocità successive frutto della furia eliminazionista dei tedeschi.”, spiega Focardi.

All’elogio dell’umanità del singolo soldato italiano si univa pertanto anche la rivendicazione dei meriti dell’apparato diplomatico e militare. […] Tuttavia, la loro enfatizzazione portò inevitabilmente a ridimensionare la gravità dell’opera svolta fra il 1938 e il 1943 dal regime fascista e dalla sua burocrazia nella «persecuzione dei diritti» degli ebrei e la successiva collaborazione della Repubblica di Salò nella «persecuzione delle vite» scatenata dall’occupante tedesco, che fu coadiuvato […] dagli apparati della RSI protagonisti di una vera e propria «caccia» all’ebreo […]. Allo stesso modo, l’elogio reiterato del ruolo di ‘salvatori di ebrei’ lasciò nell’ombra i casi […] in cui i militari italiani avevano mostrato indifferenza di fronte ai massacri […] o erano intervenuti in aiuto degli sventurati in cambio di doni o di denaro. In alcune occasioni poi le autorità italiane non avevano affatto protetto gli ebrei perseguitati ma li avevano messi in balia dei tedeschi o degli ustascia croati pur conoscendo la sorte che li attendeva. Centinaia di profughi ebrei erano stati infatti respinti alle frontiere o allontanati dopo aver trovato rifugio […]. Non vanno dimenticati alcuni atti di violenza antisemita commessi da squadristi fascisti come l’incendio della sinagoga di Spalato, né il fatto che un certo numero di ebrei fosse stato consegnato direttamente nelle mani dei massacratori tedeschi come era capitato a Pristina nel Kossovo. L’esaltazione della spinta umanitaria dei «bravi italiani» […] mise poi in secondo piano altre importanti motivazioni che avevano dettato l’atteggiamento delle istituzioni italiane e degli apparati di occupazione […]. una di queste […] era rappresentata dalla preoccupazione di mantenere inalterato il «prestigio» italiano. Un cedimento alle richieste della Croazia e della Germania avrebbe fatto passare l’Italia come una potenza di second’ordine e screditato le autorità diplomatiche e militari che fin dal settembre 1941 avevano promesso protezione agli ebrei e ai serbi braccati dagli ustascia.”

Roma, dunque, aveva percepito le richieste di Berlino […] come un’indebita ingerenza nella propria sfera di influenza, cui era necessario opporsi con fermezza per tutelare gli interessi del paese. Per quanto riguarda la Jugoslavia, […], agli occhi dei comandi militari, la consegna degli ebrei ai tedeschi avrebbe potuto allarmare i cetnici, i nazionalisti serbi impiegati dagli italiani in funzione anticomunista, ma nemici acerrimi della Croazia e della Germania, rischiando così di minare la preziosa alleanza con i seguaci di Mihailović. Né erano mancate ragioni economiche, come emerso in Grecia nel caso dell’aiuto prestato agli ebrei di Salonicco. Qui il salvataggio di circa 300 ebrei (di cui 217 di nazionalità italiana) fu dettato soprattutto dalla volontà di tutelare gli interessi economici e finanziari italiani all’estero rappresentati dalle ricche proprietà dei perseguitati, nonché […] dalla considerazione dell’utilità del sostegno della comunità ebraica per una politica di influenza nel Mediterraneo. Infine, secondo alcuni autori, a partire dalla seconda metà del 1942, dopo il mutare delle sorti militari dell’Asse, l’aiuto agli ebrei poté forse rispondere anche all’esigenza di una parte dell’establishment italiano di precostituirsi benemerenze presso gli Alleati in vista di un’eventuale uscita dal conflitto”, sintetizza Focardi.

Il complesso delle motivazioni politiche ed economiche sottese all’azione italiana rimase però sostanzialmente sullo sfondo, a vantaggio della raffigurazione che ravvisava nello spirito umanitario degli italiani la causa fondamentale del loro comportamento nei confronti degli ebrei, il quale in ogni caso fu ben diverso rispetto a quello tedesco. Le coordinate del racconto elaborate dalla diplomazia risultarono largamente condivise. In primo luogo da parte degli esponenti dell’establishment militare direttamente coinvolti nelle operazioni di soccorso […]. L’opera di salvataggio e tutela degli ebrei svolta dagli italiani non era certo un’invenzione e fu rivendicata anche dalla stampa e dalla pubblicistica antifasciste. […] Talvolta i giudizi non sembravano sottesi da alcuna finalità politica e vi traspariva piuttosto la sincerità dei sentimenti provati dinanzi alla persecuzione antiebraica scatenata dai nazisti. La vista degli ebrei malnutriti e cenciosi, con la stella gialla sul petto, impiegati dai tedeschi per lavori lungo i binari della ferrovia in Polonia e in Ucraina costituì […] la prima presa di coscienza per molti soldati italiani della durezza e della brutalità dell’alleato tedesco. Il triste spettacolo aveva suscitato da parte italiana istintiva riprovazione e spontanea solidarietà con i perseguitati, com’era il caso ricordato da Revelli di un reparto di alpini che aveva deciso di ridurre la propria razione di minestra per poterne distribuire qualche scodella a un gruppo di ebrei che stavano a guardare «inebetiti», con gli «occhi pieni di fame»”, spiega Focardi.

La rivendicazione […] dell’azione di salvataggio degli ebrei […] venne dunque a inserirsi perfettamente nel solco della più generale valutazione dell’antisemitismo fascista che […] aveva sottolineato il carattere spurio, imposto da Berlino, delle politiche antiebraiche e l’aiuto materiale e morale prestato dal popolo italiano ai perseguitati.”, aggiunge Focardi, che più oltre prosegue “L’aiuto generoso degli italiani verso i concittadini ebrei fu particolarmente rivendicato dagli ambienti cattolici che sottolinearono il ruolo svolto dal Vaticano e dalle istituzioni religiose nel fornire assistenza ed asilo. Nell’immediato dopoguerra il benevolo comportamento italiano fu inoltre enfatizzato dalla stessa comunità ebraica, interessata a rimarginare il prima possibile la ferita inferta dalla persecuzione razziale fascista promuovendo una rapida riconciliazione nazionale, che stendeva però un velo di oblio sulle ramificate connivenze che il regime aveva saputo trovare a tutti i livelli del corpo sociale nella sua politica contro gli ebrei. […] Il presunto ‘sabotaggio’ di massa delle leggi razziali, reso evidente dalla solidarietà popolare verso i perseguitati, così come l’aiuto prestato agli ebrei dai militari italiani nei vari teatri operativi europei, fu presentato da tutti gli organi di comunicazione e dalle istituzioni come prova ulteriore dell’abisso che aveva separato il regime fascista dalla nazione italiana, e come segno inequivocabili della differenza incolmabile intercorsa fra l’Italia, rimasta compassionevole nonostante il fascismo, e il Terzo Reich germanico, protagonista del più atroce sterminio di tutti i tempi”.

Nelle note al capitolo Focardi fornisce qualche dato in più sull’argomento: innanzitutto quello contenuto nel volume Un debito di gratitudine dello storico israeliano Menachem Shelah, “secondo il quale l’80 per cento degli ebrei protetti dagli italiani riuscirono a scampare alla persecuzione. L’autore è uno degli ebrei che furono protetti e salvati dagli italiani”, ma anche il fatto che “quasi la metà degli ebrei [arrestati nell’Italia occupata dopo l’8 settembre, ndr] risulta arrestata da forze di polizia italiane: 1951 arrestati da italiani, 2444 da tedeschi, 332 da italiani e tedeschi su 4727 casi documentati (su un totale di 6806)”, dati tratti da L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia 1943-1945 o il fatto che “in base ai dati del ministero degli Interni, risulta che furono circa 800 gli ebrei respinti alla frontiera o allontanati dalle autorità italiane di Fiume fra il luglio 1941 e il maggio 1942”, dato tratto da D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, o ancora il dato sui 33 mila serbi accolti e messi in salvo da parte italiana, riguardo al quale “Burgwyn ha fatto riferimento a 33.464 civili messi in salvo, cifra che a suo giudizio risulta stimata probabilmente per difetto”, nel suo libro L’impero sull’Adriatico.

L’occupazione italiana di Grecia e Jugoslavia, fra mito e realtà

Affrontiamo ora la prima parte del sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Il capitolo precedente si era chiuso con la parte relativa alla demonizzazione dei tedeschi, parte 2: la rotta sul Don.

“La tendenza a distinguere il comportamento del soldato in grigioverde da quello del «camerata» germanico e a contrapporre l’uno all’altro emerse soprattutto in relazione all’atteggiamento tenuto da parte italiana nei confronti delle popolazioni dei paesi che Mussolini aveva ordinato di aggredire, nel tentativo di allargare i confini dell’Impero e dare vita” al «nuovo ordine mediterraneo». “La stampa e la pubblicistica italiane preferirono tacere, minimizzare o ridimensionare la complicità avuta dalle truppe italiane in molte brutali azioni di guerra condotte a fianco dei tedeschi e l’uso in proprio, non sporadico, di metodi di oppressione e sfruttamento non dissimili da quelli […] addebitati all’«odioso teutone»”, spiega Focardi.

Soprattutto nell’entroterra balcanico, in Jugoslavia e in Grecia (occupate grazie al decisivo concorso tedesco nell’aprile 1941), forze di polizia e unità militari italiane – sia del regio esercito sia delle camicie nere – si erano rese protagoniste di sanguinose azioni repressive contro i locali movimenti di resistenza paragonabili per tipologia a quelle condotte dalla Germania nazista: ricorso sistematico alla tortura contro gli oppositori, rappresaglie con saccheggi e incendi di villaggi, prelevamento e soppressione di ostaggi, deportazioni in massa di popolazione civile, bombardamenti di centri abitati con l’uccisione anche di donne e bambini. […] le autorità civili e militari italiane avevano predisposto un sistema di ordini per la lotta contro i partigiani analogo a quello sperimentato dai tedeschi, che equiparava gli insorti a «franchi tiratori» da passare immediatamente per le armi e postulava misure draconiane contro i loro «fiancheggiatori», dando ‘carta bianca’ […] ai comandanti dei reparti impegnati nelle azioni di «controguerriglia». Tali azioni, nel protettorato del Montenegro come nella Slovenia annessa, nelle zone occupate dello Stato indipendente croato come nella Grecia continentale (qui in particolare dall’autunno del 1942 al settembre 1943) si configurarono quali atti di una vera e propria «guerra ai civili» per la ‘bonifica’ del territorio, in cui il confine fra combattenti e non combattenti tendeva a scomparire e le popolazioni venivano investite in pieno dalla violenza repressiva”. Focardi parla di una politica del terrore pianificata, “assimilabile alla lotta senza quartiere contro la Resistenza italiana” condotta dai tedeschi agli ordini di Kesselring.

Nonostante, dunque, il coinvolgimento di numerosi reparti militari in una «guerra sporca» macchiata da crimini deplorevoli, della condotta del soldato italiano si tese a tracciare nel discorso pubblico una rappresentazione edulcorata, che poneva in evidenza la grande capacità di solidarietà umana e l’aiuto generoso dimostrati nei confronti dei popoli dei territori conquistati; meriti che vennero costantemente contrapposti al comportamento crudele e predatorio dei reparti germanici. All’immagine del «cattivo tedesco», guerriero fanatico e capace di ogni nefandezza, fu contrapposta quella del cosiddetto «bravo italiano»: malamente equipaggiato, catapultato contro il proprio volere in una guerra sciagurata, il soldato italiano aveva solidarizzato con le popolazioni dei paesi invasi, le aveva aiutate contro la fama e la miseria dividendo quel poco che aveva e, soprattutto, le aveva protette dai soprusi e dalle violenze dei commilitoni germanici salvando così molte vite […]. La raffigurazione del «bravo italiano» poneva in evidenza alcuni aspetti incontestabili e meritori del comportamento tenuto nei territori occupati, primo fra tutti l‘aiuto e la protezione prestati in varie occasioni agli ebrei o il salvataggio in Croazia di intere comunità di serbi braccati dagli ustascia di Pavelić assetati di «pulizia etnica». Tale raffigurazione finì tuttavia per oscurare del tutto l’altra faccia della realtà […] rappresentata dai militari italiani «invasori» e «oppressori» […] complici ed emuli dei «feroci» alleati tedeschi”.

La diversità di comportamento fra i due «camerati dell’Asse» era stata sottolineata già dalla stampa clandestina antifascista nei mesi immediatamente successivi all’8 settembre”, puntualizza Focardi, citando ad esempio «L’Azione», che scriveva: «Dove conquistarono, portarono a contrasto con il tedesco gentilezza e mitezza; e in Grecia e in Croazia sfamarono gli affamati, e salvarono la vita degli ebrei, e si schierarono sempre a difesa dei perseguitati, quale ne fosse la razza e la religione». Un’altra voce autorevole, quella di Gaetano Salvemini, ribadì lo stesso concetto nel volume scritto con Giorgio La Piana, What to do with Italy?, uscito negli USA nel 1943 e in Italia nel 1945, dove lo storico si rallegrava per aver appreso «in notizie di origine greca o jugoslava […] che il soldato italiano, di solito, non si comportava così crudelmente come il soldato nazista» ma anzi cercava, quando possibile di «alleviare la miseria della popolazione». Salvemini attribuiva questi comportamenti al fatto che l’italiano «non è capace di fredda e calcolata brutalità» e attribuiva la responsabilità dei crimini italiani ai «criminali», i capi fascisti che però non erano riusciti «a trasformare l’italiano comune in un crudele demonio».

Tanto la stampa e la pubblicistica antifasciste quanto la produzione di taglio memorialistico degli ambienti militari e diplomatici schieratisi con Badoglio si mostrarono concordi […] nel porre l’accento sulla differenza di natura quasi antropologica fra il «tedesco-automa», abituato a eseguire gli ordini «con brutalità meccanica», e l’italiano sempre ispirato viceversa nelle sue azioni da un «innato senso di umanità» che lo portava a fraternizzare con i popoli […] aggrediti militarmente. Tale differenza fu ulteriormente sottolineata attraverso la contrapposizione fra la figura del «tedesco barbaro e incivile», capace di ogni sfrenatezza, e quella dell’italiano figlio invece della superiore cultura latina e cattolica, capace di misura e di misericordia verso il prossimo. Questa duplice distinzione […] si innestava su un ricco retroterra culturale, imperniato sulla contrapposizione fra latinità e germanesimo in auge negli anni venti e nella prima metà degli anni trenta, la quale aveva attinto […] dall’armamentario propagandistico antitedesco elaborato in occasione della prima guerra mondiale. Né va trascurato il fatto che sulla superiorità della «civiltà» italiana avevano insistito ambienti di punta del fascismo […] con l’intenzione di lanciare a Berlino una sfida per l’egemonia ispirata alla pretesa di compensare su piano culturale il netto scarto […] in termini economici e militari”, riassume Focardi.

La stessa distinzione era del resto ribadita anche dagli ambienti alleati. Ad esempio, il giornalista statunitense Herbert Matthews, nel suo libro I frutti del fascismo scriveva: «L’italiano è un essere umano prima di essere un fascista o anche un italiano. Il tedesco è una macchina. L’italiano si impunta quando si trova di fronte ad una situazione che apporterà morte o sevizie a donne, bambini, vecchi, o a chicchessia. Il tedesco esegue gli ordini con fredda brutalità meccanica. È questa una delle cose che vogliamo dire quando chiamiamo gli italiani civilizzati».

Comune fu inoltre la tendenza “ad attribuire esclusivamente ai «fascisti» la responsabilità dei crimini commessi da parte italiana. […] I crimini «fascisti», inoltre, erano sovente giudicati come frutto di mera «imitazione» di quelli commessi dai tedeschi.” In questo c’era però una rilevante differenza: “i settori dell’opinione pubblica moderata e conservatrice, che si riconoscevano nei paradigmi interpretativi proposti dalla memorialistica prodotta dai vertici militari, intesero […] accusare come «fascisti» o i gerarchi di Mussolini responsabili dell’amministrazione dei territori occupati o gli scalmanati reparti di camicie nere coi loro giovani fanatici e indisciplinati; mentre la sinistra antifascista, con quel termine, non esitò a porre sotto accusa i comandi delle forze armate, che avevano diretto la guerra imperialista e organizzato sanguinose operazioni repressive, spesso sfociate in eccidi di civili”, nota Focardi.

Nonostante ciò, però, restò unanime e vigorosa la difesa del soldato italiano, motivata da ragioni politiche stringenti, “come ‘carta’ da giocare nei negoziati per il trattato di pace contro le richieste avanzate dagli Stati invasi dall’Italia fascista (Albania, Francia, Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica), che volevano imporre al paese decurtazioni territoriali, il pagamento di ingenti riparazioni e la consegna dei criminali di guerra. Il nodo fondamentale era rappresentato ancora una volta dall’esigenza di separare […] le responsabilità italiane da quelle dell’ex alleato tedesco, sul quale veniva scaricata la colpa pressoché esclusiva per lo scatenamento e la brutale conduzione della guerra dell’Asse”.

Mario Luciolli, autore di Mussolini e l’Europa, scriveva che «a nessun militare, di nessun grado, sarebbe venuto in mente di organizzare scientificamente la spogliazione delle popolazioni civili, né di organizzarne il maltrattamento» e notava, come riassume Focardi, che “di fronte alle nefandezze compiute sotto i suoi occhi dalle truppe di Hitler, il soldato italiano aveva sempre reagito con sdegno e fatto quanto in suo potere per opporvisi o per mitigarne le conseguenze, talvolta mettendo a rischio la sua stessa vita. Era intervenuto per difendere uomini, donne e bambini ebrei dal massacro. Si era comportato con umanità coi prigionieri e aveva cercato di aiutare gli sventurati che avevano avuto in sorte di cadere in mano tedesca. Ovunque aveva soccorso la popolazione civile cercando di fornire cibo, vestiario, assistenza sanitaria; spesso condividendo quel poco che aveva”. Ad esempio, durante la carestia in Grecia, scrive Luciolli, «il soldato italiano, con quel senso di solidarietà umana che è proprio dei popoli poveri, divideva la sua pagnotta con l’affamato cittadino greco», comportamento che “aveva avuto un corrispettivo in quello delle autorità civili, che avevano fatto di tutto per fronteggiare la spaventosa carestia dell’inverno 1941-1942, mentre da parte tedesca non era stato fornito nessun aiuto”.  Luciolli ammette che la sua raffigurazione idealizzata e distorta è dettata da esigenze politiche quando scrive: «Chiunque sia per scrivere in avvenire la storia dell’occupazione italiane non potrà disconoscere, se sarà animato da spirito di imparzialità, che il delitto commesso dal governo fascista aggredendo la Grecia fu almeno in parte riscattato dall’opera che i funzionari e i soldati italiani svolsero per alleviare le sofferenze della disgraziata popolazione».

In realtà la storiografia ha documentato le responsabilità di tutte le forze di occupazione in Grecia – italiani, tedeschi e bulgari – nel determinare il collasso economico del paese (aggravato anche dall’embargo commerciale britannico) e la terribile carestia dell’inverno 1941-1942. Da parte italiana era stato operato un intenso sfruttamento economico del paese attraverso requisizioni a tappeto di generi alimentari. Inoltre, l’Italia contribuì al dissesto finanziario sottoponendo la Grecia al pagamento delle spese di occupazione, scelta che innescò e alimentò un forte processo inflattivo. È comunque da sottolineare che le autorità germaniche, già nelle prime settimane successive all’armistizio greco, aveva fatto man bassa delle materie prime e delle risorse industriali del paese. Le spese di occupazione tedesche risultarono pari circa al doppio di quelle italiane”, puntualizza Focardi in una nota.

La demonizzazione dei tedeschi, parte 1: lo sfruttamento economico ed El Alamein

Siamo alla quarta parte del quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. La puntata precedente riguardava la rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista, questa è una specificazione sullo stesso argomento, con particolare riferimento alla campagna d’Africa.

La demonizzazione del comportamento tenuto dalle truppe germaniche non solo dopo l’8 settembre, ma anche nelle vesti di alleate prima di quella data, costituì un’altra nota dominante del giudizio formulato dall’intero arco delle forze antifasciste e dalla pubblicistica espressione degli ambienti militari e monarchici”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Tale demonizzazione rispecchiava solo in misura limitata la reale condotta dei militari tedeschi e risultò dettata […] piuttosto da concrete e urgenti esigenze politiche e morali […]: l’esigenza degli alti comandi delle forze armate di eludere le proprie responsabilità per la condotta fallimentare della guerra rigettata sulle spalle degli ‘ex camerati’, oltre che sul duce; l’esigenza sentita da tutti i settori dell’opinione pubblica di difendere l’immagine e il valore del soldato italiano accusato […] di scarse capacità belliche; l’esigenza da parte della monarchia e dei partiti antifascisti di ribaltare le accuse tedesche di tradimento ritenute infondate e offensive del prestigio nazionale […]; l’esigenza di respingere le accuse nel medesimo senso avanzate prima dalla propaganda salotina e poi dalla pubblicistica neofascista; quella fondamentale, infine, […] di eliminare ogni retaggio del sodalizio italogermanico, particolarmente scomodo per un paese che aspirava a essere accolto nel consesso delle Nazioni Unite”.

Focardi sottolinea che “non mancarono di comparire sulla stampa e nella pubblicistica spunti più veritieri, destinati però a non trovare alcuno spazio nella successiva «narrazione dominante»”, fra cui cita “gli accenni fatti dal maresciallo Badoglio e dal giornalista Agostino Degli Espinosa al comportamento corretto e disciplinato tenuto di norma in Italia dai soldati tedeschi prima dell’armistizio o sulla leale collaborazione militare italogermanica, come […] la collaborazione in campo aeronautico che aveva creato un «saldo spirito di cameratismo» fra gli aviatori dei due paesi nelle basi dell’Italia meridionale. Fu pure ammessa l’esistenza di rapporti quotidiani amichevoli e cordiali fra soldati tedeschi e popolazione italiana negli anni dell’alleanza […]. Emergevano dunque tracce che indicavano un aspetto positivo, o quanto meno più sfaccettato e realistico, del contegno tenuto dall’ex alleato. Tuttavia questi tasselli ‘fuori posto’ non incrinarono la raffigurazione di fondo che stigmatizzava il comportamento assai poco cameratesco dei «presunti» alleati germanici”.

Concorde risultò la condanna della Germania, accusata di aver trattato fin dall’inizio gli italiani con irritante arroganza e di aver agito sistematicamente a loro detrimento”, prosegue Focardi, citando le osservazioni dello storico Corrado Barbagallo “sul «contegno altezzoso» dell’alleato germanico e sulla sua tendenza a prevaricare senza remore gli interessi italiani”, destinate a diventare “un Leitmotiv sui giornali e nei volumi italiani dedicati all’esperienza della guerra. All’opinione pubblica fu riproposto il medesimo ritratto dei ‘compagni d’armi’ dell’Asse diffuso durante il conflitto dalle trasmissioni di Radio Londra o di Radio Milano-Libertà, alcuni dei cui testi radiofonici furono pubblicati nell’immediato dopoguerra contribuendo con ciò a propagare ulteriormente una serie di fortunati cliché”, a sostegno dei quali andava anche il diario di Galeazzo Ciano, che nell’introduzione scriveva: «dai colloqui di Salzburg in poi, la politica di Berlino nei riguardi dell’Italia fu un groviglio di menzogne, di intrighi e di inganni»; «noi non fummo mai trattati come soci, ma sempre come schiavi».

Un primo capo d’accusa riguardò lo sfruttamento economico che Berlino avrebbe esercitato nei confronti del debole partner italiano”, accuse che trovavano “un fondamento nella condizione di alleanza diseguale stretta da Mussolini con Hitler, che aveva comportato prima la dipendenza e poi il progressivo, inevitabile, assoggettamento economico dell’Italia alla Germania. Furono riprese e avvalorate voci circolate già nel 1941 […] secondo cui si doveva innanzitutto all’azione della Germania se l’Italia aveva sofferto per tre anni di gravi ristrettezze economiche e di un pessimo regime alimentare, di gran lunga più scadente di quello di cui avevano goduto i tedeschi. I «camerati» hitleriani, affluiti nella penisola diretti in Libia e ai campi d’aviazione del Mediterraneo, si sarebbero dedicati infatti all’accaparramento selvaggio di ogni genere di merce, svuotando i negozi e provocando il rovinoso deprezzamento della lira”, racconta Focardi. Allo stesso modo il loro governo “si era rapidamente impadronito delle leve di comando dell’economia italiana, imponendo un esoso sfruttamento. Dopo aver infiltrato nella penisola una fitta rete di suoi funzionari economici, il Reich aveva cominciato a lesinare la fornitura del carbone e delle altre materie prime indispensabili all’Italia, pretendendo, in cambio della loro concessione, consegne sempre più consistenti di prodotti agricoli e di operai da inviare in Germania. […] Anche il trattamento duro e sprezzante cui furono sottoposti i lavoratori italiani in Germania, tenuti lontani per motivi razziali dalle donne tedesche e puniti spesso per la minima infrazione, fu denunciato dinanzi all’opinione pubblica italiana e messo sul conto degli ex alleati dell’Asse. […] l’attenzione risultò concentrata sui numerosi atti di violenza e discriminazione perpetrati dai tedeschi […]”.

È necessario svolgere alcune considerazioni preliminari a proposito del giudizio sul presunto asservimento politico-strategico dell’Italia operato dalla Germania in campo bellico e sul contegno scorretto e proditorio tenuto dai militari tedeschi nei confronti dei commilitoni italiani.”, puntualizza Focardi, notando che “esso fu terreno di un’aspra polemica fra le sinistre e gli ambienti della monarchia e delle forze armate. Mentre questi stigmatizzarono la condotta germanica allo scopo di autoassolversi dalle evidenti responsabilità avute nei luttuosi rovesci delle armi italiane […], le prime intesero invece rimarcare la perniciosità della prevaricazione germanica quale aggravante delle colpe della corona e degli alti comandi militari, che niente avevano fatto per opporvi resistenza.” Ma in ogni caso si nota come “dalle due contrastanti posizioni scaturisse la stessa, duplice, raffigurazione: la Germania «falso alleato», deciso a perseguire i propri scopi egemonici a danno dell’Italia, e il «Tedesco» quale compagno d’armi «infido» e «tracotante», tronfio della sua superiorità razziale e determinato a imporla. Comune, del resto, risultò la volontà di salvaguardare l’onore e la dignità del soldato italiano, accusato dai comandi germanici di scarsa capacità combattiva e additato come il responsabile di tutte le più gravi sconfitte italotedesche”.

Due contesti in particolare furono trattati ampiamente in quest’ottica: le “disfatte militari avvenute sul fronte libico-egiziano e in Unione Sovietica, in particolare quelle terribili e risolutive di El Alamein e del Don”.

Come scrisse Leonida Felletti nel suo acceso pamphlet Soldati senz’armi, era stato sulle sabbie africane che gli italiani avevano scoperto per la prima volta «la vera natura del loro cosiddetto alleato». La polemica antigermanica dei commentatori italiani fu diretta soprattutto a infrangere il mito di Rommel, largamente diffuso fra le stesse truppe del regio esercito, che avevano invero apprezzato non solo le capacità di comando del generale tedesco ma anche il suo stile, caratterizzato da una presenza costante in prima linea, a contatto coi soldati.”, spiega Focardi, descrivendo come secondo i suddetti commentatori “Rommel aveva in realtà impiegato costantemente le unità dell’alleato in modo spregiudicato come miserevole «truppa di colore». Le aveva lanciate attraverso i campi minati per aprire il varco ai suoi reparti motocorazzati, le aveva fatte marciare senza tregua nel deserto per centinaia e centinaia di chilometri. Sempre aveva negato loro i frutti della vittoria, come era successo dopo la riconquista di Tobruk nel giugno 1942, quando agli italiani era stato impedito di entrare nella città e tutta l’enorme preda bellica era stata requisita dai tedeschi”.

Il comportamento odioso e criminale di Rommel e delle sue truppe avrebbe raggiunto il culmine in occasione della battaglia di El Alamein (23 ottobre – 4 novembre 1942). Giuntovi con forze sfinite, senza aver dato ascolto ai comandi italiani favorevoli a una strategia più prudente che assicurasse le necessarie vie di rifornimento, il «napoleoncino del deserto» […] aveva brutalmente sacrificato per l’ennesima volta i reparti alleati. Spossati dalle marce massacranti, fiaccati dalla dissenteria e da trenta mesi d’Africa, tormentati dal caldo, dalla sete e dalle mosche, essi sarebbero stati privati dei pochi autocarri a loro disposizione e schierati sulla difensiva, «con i campi di mine alle spalle e il nemico di fronte», in modo da essere costretti a una resistenza a oltranza”, racconta Focardi, riassumendo il libro di Felletti e quello del giornalista Gerolamo Pedoja, La disfatta nel desertoSecondo i due, Rommel aveva voluto “utilizzare gli italiani come «zavorra umana» per frenare il più possibile gli inglesi e mettere così in salvo le truppe tedesche autotrasportate”, abbandonando gli alleati italiani nel deserto e respingendoli quando essi avevano cercato di salire sui loro camion.

Nei fatti, il vergognoso e premeditato tradimento tedesco era stato più che altro un’abile ed efficace invenzione della propaganda britannica. Della tragica sorte patita da molte unità italiane rimaste a piedi nel deserto era stato invero responsabile non Rommel, ma il Comando supremo italiano che non aveva predisposto i mezzi necessari alla ritirata delle truppe. Era stata inoltre responsabilità politica di Hitler e di Mussolini la decisione di bloccare un ripiegamento organizzato dei reparti, ancora possibile nei primi giorni dell’offensiva britannica”, rettifica Focardi. Testimonianze opposte alla narrazione dominante di El Alamein e della campagna d’Africa erano, ad esempio, quella di Oderisio Piscitelli Taeggi, capitano d’artiglieria, che “aveva parlato senza reticenze dell’affiatamento sulla linea di fuoco fra reparti tedeschi e reparti italiani (in particolare della divisione corazzata Ariete), difendendo con orgoglio il valore e la dignità del soldato italiano senza ricorrere al tema del tradimento germanico”.

“Successivamente, negli anni della guerra fredda, le istituzioni dello Stato repubblicano […] avrebbero costruito intorno a El Alamein un’«epica della sconfitta» svincolata dalla condanna del tradimento germanico. Tuttavia il luogo comune del proditorio abbandono e della misera sorte degli italiani, sedimentatosi rapidamente nel paradigma narrativo della guerra, non sarebbe affatto scomparso […]. Solo raramente messo in discussione, quel luogo comune si sarebbe dunque radicato in profondità nella coscienza storica del paese”, conclude Focardi.