Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 18)

Bentornati alla serie di post su Il dominio maschile di Pierre Bourdieu, che sta volgendo al termine. Nella puntata precedente l’autore ha descritto il ruolo della famiglia, della Chiesa, della scuola, dello Stato nel trasmettere retaggi patriarcali per via del loro funzionamento, in modo implicito, ma anche per via della cultura che riproducono. L’analisi delle persistenze, che sono dovute all’inerzia istituzionale – i cambiamenti nel funzionamento delle istituzioni sono sempre molto lenti -, ora va messa fianco a fianco con l’analisi dei cambiamenti, in modo da avere un quadro complessivo da leggere alla luce di tutto il resto del libro nonché una “mappa di lavoro” per capire il campo di forze in gioco e la tensione fra conservazione dell’esistente e cambiamento.

Bourdieu esordisce con un’affermazione netta e incoraggiante: “Il cambiamento principale è […] che il dominio maschile non si impone più con l’evidenza di ciò che è ovvio. Grazie in particolare all’immenso lavoro critico svolto dal movimento femminista che […] è riuscito a rompere il circolo chiuso del rafforzamento generalizzato, tale dominio appare ormai […] come qualcosa da difendere o da giustificare […]. La messa in discussione delle evidenze procede di pari passo con le profonde trasformazioni che la condizione femminile ha conosciuto […]. Si pensi […] alla maggior diffusione dell’accesso all’insegnamento secondario e superiore nonché al lavoro salariato e, quindi, alla sfera pubblica, ma anche alla presa di distanza nei confronti dei lavori domestici e delle funzioni di riproduzione (legata ai progressi e all’uso generalizzato delle tecniche contraccettive e al ridursi del numero dei membri della famiglia) che si esprime in particolare nel differimento del matrimonio e della procreazione o nell’abbreviarsi dell’interruzione dell’attività professionale in occasione della nascita di un figlio – o nell’aumento del tasso di divorzio e nell’abbassamento del tasso di matrimonio”. Inoltre Bourdieu sottolinea la “trasformazione decisiva del ruolo dell’istituzione scolastica nella riproduzione della differenza tra i generi, come il moltiplicarsi dell’acceso delle donne all’istruzione e, con essa, all’indipendenza economica, o come la trasformazione delle strutture familiari […]. Così, […] benché l’inerzia degli habitus, e del diritto, tenda a perpetuare, al di là delle trasformazioni della famiglia reale, il modello dominante della struttura familiare e, con esso, quello della sessualità legittima, eterosessuale e orientata verso la riproduzione, […] rispetto al quale si organizzano tacitamente la socializzazione e […] la trasmissione dei principi di divisione tradizionali, la comparsa di nuovi tipi di famiglia […] e l’accesso alla visibilità pubblica di nuovi modelli di sessualità (l’omosessualità), contribuisce […] ad allargare l’ambito dei possibili in materia di sessualità. In modo analogo […] l’aumento del numero di donne che lavorano non ha potuto non investire la divisione dei compiti domestici e, con essa, i modelli tradizionali maschili e femminili […]: si è  così potuto osservare che le figlie di madri che lavorano hanno aspirazioni di carriera più elevate e meno legate al modello tradizionale della condizione femminile”.

Queste sono tutte trasformazioni che conosciamo e che abbiamo ampiamente discusso nelle puntate precedenti, nello svolgere i confronti fra la situazione attuale, quella di una cultura patriarcale le cui basi sono messe in discussione all’interno di un campo di forze pluralistico, dove agenti a favore del cambiamento e agenti a favore della conservazione si scontrano sul piano del discorso e su quello delle politiche, e la situazione che l’autore ha descritto partendo dalla sua esperienza in Cabilia, quella di un patriarcato così radicato da apparire ineluttabile (come Thanos). Le osservazioni di Bourdieu, oltre a ribadire che l’autore aveva ben presente di scrivere nella Francia del 1998, post-seconda ondata femminista, ci aiutano a vedere l’emancipazione come un processo con molte facce. Egli traccia un quadro applicabile anche al presente: “l’accesso delle bambine all’insegnamento secondario e superiore che, in rapporto con le trasformazioni delle strutture produttive […], ha comportato una trasformazione rilevante della posizione delle donne nella divisione del lavoro: si osserva così un forte aumento della presenza delle donne nelle professioni intellettuali, […] come pure un intensificarsi della loro partecipazione alle professioni vicine alla definizione tradizionale delle attività femminili. […] le diplomate hanno avuto come principale sbocco le professioni d’intermediazione medie […] ma restano praticamente escluse dai posti di autorità e di responsabilità, in particolare nell’economia e nella finanza, oltre che nella politica. I cambiamenti visibili delle condizioni celano in effetti permanenze nelle posizioni relative: la parificazione delle opportunità d’accesso e dei tassi di rappresentanza non deve mascherare le ineguaglianze che sussistono nella ripartizione tra i diversi curricula scolastici e, quindi, tra le carriere possibili. Più numerose dei maschi a diplomarsi e a fare studi universitari, le ragazze sono assai meno rappresentate nei settori più prestigiosi, in particolare in quelli a orientamento scientifico [e] restano legate alle specialità tradizionalmente considerate ‘femminili’ e poco qualificate […], mentre alcune specialità (meccanica, elettricità, elettronica) restano praticamente riservate ai maschi. […] La struttura si perpetua in coppie di opposizioni omologhe alle divisioni tradizionali [e] il medesimo principio di divisione si applica anche all’interno di ogni disciplina, assegnando agli uomini la parte più nobile, più sintetica, più teorica, e alle donne quella più analitica, più pratica, meno prestigiosa”.

Bourdieu sostiene quindi che “i progressi delle donne non devono dissimulare quelli corrispondenti degli uomini, il che fa sì che […] la struttura degli scarti si mantenga. L’esempio più notevole di questa permanenza in e attraverso il cambiamento è rappresentato dal fatto che le posizioni che si femminilizzano sono o già squalificate […] o in declino, con una svalutazione che viene come raddoppiata […] dall’abbandono degli uomini […]. In più, se è vero che si trovano donne a tutti i livelli dello spazio sociale, le loro opportunità d’accesso (e i loro tassi di rappresentanza) diminuiscono a mano a mano che ci si avvicina alle posizioni più rare e ricercate, al punto che il tasso di femminilizzazione attuale e potenziale costituisce il miglior indice della posizione e del valore relativi delle diverse professioni. Così, […] l’eguaglianza formale tra gli uomini e le donne tende a dissimulare che, a parità di condizioni, le donne continuano a occupare sempre posizioni meno favorite. Per esempio, se è vero che le donne sono sempre più rappresentate nella pubblica amministrazione, le posizioni a loro riservate sono sempre le più precarie e basse. […] La migliore attestazione delle incertezze dello statuto attribuito alle donne sul mercato del lavoro è probabilmente data dal fatto che esse sono sempre meno pagate degli uomini, a parità di condizioni, ottengono posti meno elevati per gli stessi diplomi e soprattutto sono più colpite, in proporzione, dalla precarietà dell’impiego e dalla disoccupazione, oltre che relegate più di frequente in posti a tempo parziale – cosa che ha, tra i vari altri effetti, quello di escluderle […] dai giochi di potere e dalle prospettive di carriera”. Bourdieu “predice” anche che “le donne saranno le principali vittime della politica neoliberista, volta a ridurre la dimensione sociale dello stato e a favorire la ‘deregulation’ del mercato del lavoro”.

Bourdieu osserva inoltre che “indipendentemente dalla posizione che occupano nello spazio sociale, le donne presentano la caratteristica comune di essere separate dagli uomini da un coefficiente simbolico negativo che, come il colore della pelle per i neri o qualsiasi altro segno di appartenenza a un gruppo stigmatizzato, connota negativamente tutto ciò che esse sono e fanno”. Ciononostante, “malgrado le esperienze specifiche che le avvicinano (come quei tratti quasi impercettibili del dominio rappresentati dalle innumerevoli ferite, spesso subliminali, inflitte dall’ordine maschile) le donne restano separate le une dalle altre da differenze economiche e culturali, che investono tra l’altro molto profondamente il loro modo oggettivo e soggettivo di subire e di provare il dominio maschile – senza con questo annullare tutto ciò che è legato alla minorazione del capitale simbolico che la femminilità implica. […] Gli uomini continuano a dominare lo spazio pubblico e il campo del potere […], mentre le donne si orientano […] verso lo spazio privato […], in cui si perpetua la logica dell’economia dei beni simbolici, o verso quelle specie di estensioni di tale spazio che sono i servizi sociali […] ed educativi, oppure ancora verso gli universi di produzione simbolica […]. Se le strutture antiche della divisione sessuale sembrano ancora determinare la direzione e la forma stessa dei cambiamenti, ciò deriva dal fatto che, oltre a essere oggettivate in curricula, carriere e mansioni più o meno fortemente sessuate, essere agiscono attraverso tre principi pratici cui le donne, ma anche le persone che le circondano, si ispirano nelle loro scelte. In base al primo […] le funzioni adatte alle donne si situano nel prolungamento delle funzioni domestiche […]. Il secondo principio vuole che una donna non possa avere autorità su uomini e che quindi abbia buone probabilità, a parità di condizioni, di vedersi preferire un uomo in una posizione d’autorità, e di essere relegata a funzioni subordinate di assistenza. Il terzo principio conferisce all’uomo il monopolio della manipolazione degli oggetti tecnici e delle macchine”.

Bourdieu introduce qui un esempio sul modo in cui operano questi principi impliciti: “Quando si interrogano delle adolescenti sulla loro esperienza scolastica, si rimane immancabilmente colpiti dal peso esercitato dagli incitamenti e dalle ingiunzioni, positive o negative, dei genitori, degli insegnanti (in particolare del personale addetto all’orientamento) o dei condiscepoli, sempre pronti a richiamarle in modo tacito o esplicito al destino che è loro assegnato dal principio di divisione tradizionale. Così, molte ragazze osservano che i professori delle materie scientifiche sollecitano e incoraggiano i maschi più delle femmine e che i genitori, come gli insegnanti o gli addetti all’orientamento, le sconsigliano ‘nel loro interesse’ di affrontare certe carriere considerate maschili […]. Ma questi richiami all’ordine devono gran parte della loro efficacia al fatto che tutta una serie di esperienze precedenti, in particolare nello sport, che costituisce spesso la prima occasione di vivere la realtà della discriminazione, le hanno preparate ad accettare questi suggerimenti in forma di anticipazioni e le hanno spinte a interiorizzare la visione dominante […]. La divisione sessuale dei compiti, inscritta nell’oggettività delle categorie sociali direttamente visibili, e la statistica spontanea attraverso la quale si forma la rappresentazione che ciascuno di noi si fa del normale ha loro insegnato che […] ‘al giorno d’oggi, non è che si vedano molte donne fare mestieri da uomini'”.

Lo scienziato sociale francese traccia infine una conclusione al paragrafo: “attraverso l’esperienza di un ordine sociale ‘sessualmente’ ordinato e i richiami all’ordine espliciti […] dotati di principi di visione acquisiti in esperienze analoghe del mondo, le ragazze incorporano, sotto forma di schemi di percezione e di valutazione difficilmente accessibili alla coscienza, i principi della visione dominante che le porta a trovare normale […] l’ordine sociale così com’è e ad anticipare in qualche modo il loro destino, rifiutando le carriere o i curricula da cui esse sono in ogni caso escluse, orientandosi verso quelli cui sono in ogni caso destinate. La costanza degli habitus che ne risulta è così uno dei fattori più importanti della costanza relativa della struttura della divisione sessuale del lavoro: […] questi principi sfuggono in larga misura al controllo cosciente e insieme resistono alle trasformazioni o alle correzioni […]. Inoltre, anche se non vogliamo certo attribuire agli uomini strategie organizzate di resistenza, […] la logica spontanea delle operazioni di cooptazione che tende sempre a conservare le proprietà più rare dei corpi sociali, e in primo luogo la sex ratio di esse, affond[a] le sue radici in un’apprensione confusa […] del pericolo che la femminilizzazione fa correre alla rarità e quindi al valore della posizione, e anche, in qualche modo, all’identità sessuale dei suoi occupanti. […] le posizioni sociali stesse sono sessuate e sessuanti, e […] difendendo i loro posti contro la femminilizzazione, è la loro idea più profonda di sé stessi in quanto uomini che viene difesa, soprattutto da categorie sociali come i lavoratori manuali o da professioni come quella militare che devono gran parte se non la totalità del loro valore […] all’immagine di virilità cui sono associate”.

Con questa puntata, in cui ho lasciato molto spazio all’autore, chiudiamo l’analisi della situazione contemporanea in termini di tensione fra conservazione e cambiamento. Nella prossima puntata tratteremo il paragrafo intitolato Economia dei beni simbolici e strategie di riproduzione, in cui Bourdieu parla delle donne nella famiglia ai giorni nostri e quello intitolato La forza della struttura, dove si parla del modo in cui interpretiamo e categorizziamo la sessualità e quindi i generi.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 12)

Con l’undicesima puntata abbiamo concluso la prima parte del saggio Il dominio maschile e possiamo dare spazio alle riflessioni che l’autore sviluppa nella seconda parte, intitolata “L’anamnesi delle costanti nascoste”. Anamnesi significa “reminiscenza, ricordo” ed è un termine che deriva dalla filosofia di Platone, dove indicava la reminiscenza delle idee, ovvero delle essenze pure di cui le cose sono solo il riflesso (così, ogni fiore è un’incarnazione imperfetta dell’idea di Fiore). Per Platone, questo atto di ricordo è l’atto conoscitivo supremo; Bourdieu, citando Freud, la descrive come una “riappropriazione di una conoscenza a un tempo posseduta e da sempre perduta”. Nell’usare questa parola, quindi, Bourdieu ci invita a un atto di conoscenza e di riconoscimento di ciò che è nascosto dentro il tessuto delle strutture socio-culturali: l’androcentrismo. Egli scrive, infatti: “La descrizione etnologica di un mondo sociale abbastanza lontano da prestarsi con una certa facilità all’oggettivazione e tutto costruito intorno al dominio maschile agisce come una sorta di ‘detector’ delle tracce infinitesimali e dei frammenti sparsi della visione androcentrica del mondo e, con ciò, come lo strumento di un’archeologia storica dell’inconscio che […] abita ciascuno di noi, uomo o donna”. Pertanto, l’obiettivo di Bourdieu è “chiarire tutto ciò che la conoscenza del modello compiuto dell”inconscio’ androcentrico permette di far emergere e di capire nelle manifestazioni dell’inconscio che ci è proprio”. Per Bourdieu non si tratta di un inconscio individuale, come nella psicologia, ma di “un inconscio insieme collettivo e individuale, traccia incorporata di una storia collettiva e di una storia individuale che impone a tutti gli agenti […] il suo sistema di presupposti imperativi, di cui l’etnologia costituisce l’assiomatica, potenzialmente liberatoria”.

“Il lavoro di trasformazione dei corpi, al contempo sessualmente differenziato e sessualmente differenziante, che si compie in parte attraverso gli effetti della suggestione mimetica, in parte attraverso ingiunzioni esplicite, in parte infine attraverso tutta la costruzione simbolica della visione del corpo biologico (e in particolare dell’atto sessuale, concepito come atto di dominio, di possesso) produce habitus sistematicamente differenziati e differenzianti. La mascolinizzazione del corpo maschile e la femminilizzazione del corpo femminile […] determinano una somatizzazione del rapporto di dominio, così naturalizzato. È attraverso l’addestramento dei corpi che si impongono le disposizioni più fondamentali, quelle che rendono insieme disposti e atti a entrare nei giochi sociali più favorevoli al dispiegamento della virilità: la politica, gli affari, la scienza ecc”. Questo addestramento dei corpi avviene anche attraverso quelle che Bourdieu chiama attese collettive e che noi potremmo ridefinire come aspettative sociali, che sono proiettate su bambine e bambini sin dalla prima infanzia e che sono differenziate in base ai modelli di genere circolanti in una società. Il sociologo francese nota che nei maschi è incoraggiata la libido dominandi, cioè il desiderio di potere sugli altri e il piacere tratto da questo potere, mentre nelle femmine questo è represso, e così laddove un bambino è un “piccolo leader”, una bambina è “prepotente”; laddove un bambino è “intelligente” o “precoce”, una bambina è “saccente” o “maestrina”. Il potere che deriva dalla conoscenza, dal sapere le cose, è ancora spesso disapprovato nelle bambine quanto il potere che deriva dalla forza e dalle capacità, tant’è che le bambine mettono in atto forme di auto-riduzione, come il rispondere alle domande in tono interrogativo anche quando sono convinte della risposta o l’evitare di rispondere.

Riguardo alla nostra società, l’autore commenta: “benché il dominio maschile abbia perso un po’ della sua evidenza immediata, alcuni dei meccanismi sui quali si fonda tale dominio continuano a funzionare; penso in particolare al rapporto di causalità circolare che si stabilisce tra le strutture oggettive dello spazio sociale e le disposizioni che esse producono sia tra gli uomini sia tra le donne. Le ingiunzioni continue, silenziose e invisibili che il mondo sessualmente gerarchizzato in cui le donne sono inserite rivolge loro, preparano le donne stesse, almeno quanto i richiami all’ordine espliciti, ad accettare come evidenti, naturali e scontate prescrizioni e proscrizioni arbitrarie che, inscritte nell’ordine delle cose, si imprimono insensibilmente nell’ordine dei corpi”. Egli prosegue, più oltre: “È probabilmente nell’incontro con le ‘attese oggettive’ inscritte, soprattutto allo stato implicito, nelle posizioni offerte alle donne dalla struttura, ancora fortemente sessuata, della divisione del lavoro che le disposizioni dette ‘femminili’, inculcate dalla famiglia e da tutto l’ordine sociale, possono compiersi […] e trovarsi nello stesso tempo ricompensate, contribuendo così a rafforzare la dicotomia sessuale fondamentale, sia nei posti, che sembrano richiamare la sottomissione e il bisogno di sicurezza, sia in quanti li occupano, identificati a posizioni nelle quali […] essi si ritrovano e si perdono nello stesso tempo. La logica, essenzialmente sociale, di quella che diciamo ‘vocazione’ ha l’effetto di produrre questi incontri armoniosi tra le disposizioni e le posizioni, grazie alle quali le vittime del dominio simbolico possono portare a termine felicemente (nel doppio senso del termine) i compiti subalterni o subordinati che vengono conferiti alle loro virtù: sottomissione, gentilezza, docilità, devozione e abnegazione”. Leggendo questa lista di ‘virtù’ possiamo vedere facilmente che Bourdieu sta parlando del lavoro di cura, che la nostra cultura costruisce come ‘femminile’ e assegna alle donne, al contempo socializzandole a coltivare le caratteristiche di personalità che le rendono ‘portate’ per questi lavori e – nella percezione stereotipata – inadatte invece ai lavori più prestigiosi, che sono costruiti come lavori che richiedono razionalità, aggressività, freddezza.

“E l’incontro con il posto” osserva Bourdieu “può avere un effetto di rivelazione nella misura in cui autorizza e favorisce, attraverso le attese esplicite o implicite che racchiude, certe condotte, certe tecniche, sociali ma anche sessuali o sessualmente connotate. Il mondo del lavoro è così pieno di piccoli isolati professionali […] che funzionano come quasi-famiglie in cui il caporeparto, quasi sempre un uomo, esercita un’autorità paternalistica, fondata sul coinvolgimento affettivo o sulla seduzione e […] offre una protezione generalizzata a un personale subalterno in gran parte femminile […] che viene così incoraggiato a un investimento intenso, a volte patologico, nell’istituzione e in colui che la incarna”. Qui lo scienziato francese ci sta dicendo che ci sono delle culture implicite, non ufficiali, degli ambienti di lavoro – in alcuni casi – dove il carisma del leader maschile si esprime in un ruolo a metà fra il padre e l’amante, e questa seduzione del carisma (che non è seduzione in senso romantico né sessuale, ma è “il fascino del leader”) gioca sui ruoli di genere che vanno a sovrapporsi a quelli professionali, per cui la lealtà delle dipendenti verso il capo si intreccia con la lealtà delle donne verso un uomo affascinante, un intreccio che implicitamente rafforza la gerarchia perché le donne desiderano il capo, non desiderano essere il capo.

Il fatto che non si percepiscano le donne come autorevoli perché l’autorità è implicitamente associata al maschile si svela in molti piccoli dettagli nelle situazioni sociali. Bourdieu, ad esempio, scrive: “Quando partecipano a un dibattito pubblico, devono lottare continuamente per avere la parola e per tenere l’attenzione, e la minorazione che subiscono è tanto più implacabile in quanto non è ispirata da alcuna malevolenza esplicita e si esercita con l’innocenza perfetta dell’incoscienza: vengono interrotte, si dà in perfetta buona fede a un uomo la risposta alla domanda intelligente che una donna ha appena posto […]. Questa sorta di diniego d’esistenza le costringe spesso a ricorrere, per imporsi, alle armi dei deboli, che finiscono col rafforzare gli stereotipi [come] la seduzione che, nella misura in cui poggia su una forma di riconoscimento del dominio, è fatta per rafforzare il rapporto stabilito di dominazione simbolica”. Più avanti nel paragrafo, l’autore aggiunge: “non è esagerato paragonare la mascolinità a una forma di nobiltà. Per convincersene, basta osservare la logica […] del doppio standard […] che instaura una disimmetria radicale nella valutazione delle attività maschili e femminili. Oltre al fatto che l’uomo non può, senza venir meno a se stesso, abbassarsi a svolgere attività socialmente definite inferiori (tra l’altro proprio perché è escluso che egli possa svolgerle), le stesse attività possono essere nobili e difficili quando sono realizzate da uomini, insignificanti e impercettibili, facili e futili quando sono esercitate da donne […]: basta che gli uomini si assumano compiti considerati femminili e li svolgano fuori dalla sfera privata perché tali compiti vengano come nobilitati e trasfigurati. […] Se la statistica stabilisce che i mestieri ritenuti qualificati sono prerogativa degli uomini mentre i lavori lasciati alle donne sono ‘senza qualità’, ciò dipende in parte dal fatto che qualsiasi mestiere finisce con l’essere in qualche modo qualificato dal fatto di essere svolto da uomini”.

Bourdieu prosegue, più oltre: “E dopo le lunghe lotte delle donne per far riconoscere la loro qualifica, i compiti che i cambiamenti tecnologici hanno radicalmente redistribuito tra gli uomini e le donne saranno arbitrariamente ricomposti in modo da impoverire il lavoro femminile, mantenendo in modo decisorio il valore superiore del lavoro maschile. Il principio in vigore in Cabilia, il quale vuole che il lavoro della donna, destinata a muoversi nella casa ‘come la mosca nel latte, senza che fuori si veda nulla’, sia condannato a restare invisibile, continua ad applicarsi in un contesto in apparenza radicalmente mutato, come attesta il fatto che alle donne viene ancora normalmente negato il titolo gerarchico corrispondente alla loro funzione reale”. La situazione oggi è più avanti rispetto al punto in cui la descrive Bourdieu, poco più di 20 anni fa, ma non di molto: nelle sue parole possiamo facilmente intravedere il famoso soffitto di cristallo che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni più elevate e meglio retribuite e il suo complementare, lo sticky floor (pavimento appiccicoso) che le tiene bloccate alla base delle gerarchie aziendali, ma anche fenomeni come l’inquadramento contrattuale delle donne in posizioni inferiori alle loro reali competenze e il mobbing. Le donne sono consapevoli dell’esistenza di questi fenomeni, anche quelle che non sono femministe sanno fin da quando sono studentesse che per loro le cose sono più difficili, anche se magari non sono in grado di attribuire a una discriminazione implicita nelle strutture sociali la loro situazione, così si regolano di conseguenza. Bourdieu descrive questo processo inconsapevole: “Attraverso le speranze soggettive che impongono, le ‘attese collettive’, positive o negative, tendono a inscriversi nei corpi sotto forma di disposizioni permanenti. Così, secondo la legge universale dell’adattamento delle speranze alle opportunità, delle aspirazioni alle possibilità, l’esperienza prolungata e invisibilmente mutilata di un mondo totalmente sessuato tende a far deperire, scoraggiandola, l’inclinazione stessa a compiere gli atti che non ci si attende dalle donne, senza che ci sia bisogno di divieti espliciti. […] tale esperienze favorisce l’insorgere di una ‘impotenza acquisita’ (learned helplessness)”.

Nella prossima puntata, torneremo a riflettere su come le donne e la femminilità vengano costruite nella nostra società e sulle definizioni implicite che sorreggono le aspettative di genere nel mondo del lavoro.

La carriera come prospettiva: un’intervista a Maria Cristina Bombelli

Riprendo il tema dell’articolo precedente (sulle “quote rosa”) relativo alla partecipazione femminile orientata alla carriera al mondo del lavoro. Nel 2012, come accennavo nel post precedente, la legge che introduceva le prime quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa aveva dato nuovo impulso al dibattito sul perché ci fosse bisogno di queste azioni affermative, su come rendesse più difficile per le donne arrivare ai livelli più alti e se fosse possibile risolvere questi problemi senza un’imposizione legislativa. La rivista Elle ha ospitato il dibattito come parte dello speciale SorElle d’Italia 2012, lasciando spazio a interviste a donne che hanno lavorato su questi temi a livello accademico.
Nell’articolo che riporto (in forma rielaborata) qui, Benedetta Rossi intervista Maria Cristina Bombelli, che all’epoca insegnava all’Università di Milano-Bicocca (dopo ben 22 anni di insegnamento alla Bocconi) e ora è proprietaria di Wise Growth, la sua agenzia di consulenza per il management. L’intervista, intitolata “Consigli di gran carriera”, prende spunto dai suggerimenti contenuti nel libro Careers advice for ambitious women, scritto da HeatherMcGregor, editorialista del Financial Times con lo pseudonimo di Mrs. Moneypenny. Confrontare i consigli del libro, scritto da un’americana, con le risposte di un’esperta italiana mette in evidenza le differenze fra le culture del lavoro nei due Paesi, differenze che si situano a livello di prassi implicite, di sfumature nell’accettabilità sociale, di orientamenti sociali e culturali che le donne (ma anche gli uomini) devono essere preparate a navigare.
Per ragioni di leggibilità, i consigli sono riportati in corsivo e i commenti di Maria Cristina Bombelli fra virgolette.

1. La donna deve fare come l’uomo. Ma meglio. Deve fare di più.
“Dipende dal tasso di meritocrazia. Se l’organizzazione aziendale dove si è inserite guarda il merito, no. Ma in molte aziende la donna deve ancora fare “meglio” dell’uomo. In Italia la situazione sta migliorando”.
2. Costruisci le qualifiche, ti daranno sicurezza. Oggi non basta l’università. Ci vuole la migliore università. Investi nel tuo futuro.
“Sono d’accordo. La qualificazione è importantissima. Le donne devono rendersi conto che avere una laurea in ingegneria rispetto a una in filosofia ti mette in pole position per un eventuale lavoro. Certo, le statistiche parlano di un aumento delle donne nelle facoltà qualificanti (ben inteso, qualificanti per il mondo del lavoro) ma siamo ancora al 25 per cento. E questo non per via del soffitto di cristallo. Sono proprio loro che non si iscrivono”.
3. Sviluppa un tuo stile nel lavoro e offri il tuo aiuto quando non hai bisogno di niente in cambio.
“Io l’ho fatto, non per calcolo, ma perché mi andava, e per generosità. Ho partecipato a convegni e incontri dove non ero pagata, e anche se ero molto stanca ci sono andata ugualmente. Poi col tempo quegli appuntamenti si sono rivelati utili per il mio network. Ma è una questione di stile, appunto. C’è chi lo fa di più e chi di meno”.
4. Tieni un database delle tue conoscenze.
“Ricordo una donna che voleva cambiare lavoro e venne da me con un database, dicendo: ‘Guarda, ho tutte queste conoscenze’. Io l’ho ammonita: ‘Non è il numero di connessioni ma la qualità che conta’. Un database deve essere sostanziato da una certa conoscenza. Altrimenti è un elenco di nomi”.
5. Non parlare male degli altri.
“Facciamo un distinguo. Io trovo che si possano criticare dei comportamenti, anche di una donna. Ma il parlare male è un’altra cosa, è il pettegolezzo, è il giudizio brutto. Conosco professionalmente Elsa Fornero e quando sento dei commenti personali su di lei mi spiace molto, anche perché la trovo una delle donne più competenti d’Italia. Si può essere d’accordo o no con la sua riforma, ma questo è un altro discorso, e poi esiste la libertà di critica. Ma quando si attacca il lato personale, si tocca un livello davvero basso”.
6. Vai anche dove non sei stata invitata. Usa degli stratagemmi, ma entra nei luoghi dove ci sono quelli che “contano”.
“Mi sembra un episodio di Sex and the City, e questa è un po’ la cultura americana che traspare dal libro: trovo che molti dei consigli dati non siano deontologicamente corretti. Puoi cercare d’ottenere l’invito, ma infilarsi a tutti i costi no!”.
7. Devi avere dei modelli di riferimento femminili. Per assorbire, imparare e, al limite, copiare da loro.
“Tema importantissimo che aiuta le donne a raffigurarsi cosa vogliono diventare, trovando una propria ispirazione. Noto che quando le giovani ascoltano quelle con una certa esperienza, sono molto confortate. Soprattutto per la conciliazione, oggetto di grande preoccupazione. Ieri ero in un’azienda a fare un corso post maternità e, a fine giornata, le donne si dicevano: ‘Prima del figlio avevo delle preoccupazioni. Non sapevo cosa fare, come fare. Ma conoscere altre donne che ci sono passate, aiuta’. È il principio del self help: ‘Lei ce l’ha fatta e mi dice come’. Ciò è utile anche quando il role model è una donna a capo di una grande azienda: ci fa vedere come ha gestito il potere, come ha saputo affrontare critiche e attacchi e farlo con successo. In Italia, dove c’è ancora scarsità di role model femminili, questo tema è attualissimo”.
8. Impara a dire di no. Noi donne siamo delle extreme pleasers, con la sindrome della brava ragazza, non possiamo fare a meno dell’altro e perciò ce ne accaparriamo la stima, anche a nostro discapito. Gli uomini si percepiscono indipendenti e noi interdipendenti. 
“È così, esattamente. Perché abbiamo una neurobiologia diversa, e il nostro sistema limbico è più legato alla parte corticale. A questo sostrato emotivo si aggiunge la dimensione culturale nella quale ‘dobbiamo’ essere brave ragazze, seduttive, piacenti. Lavoro molto con le giovani e insegno loro la differenza tra fare le cose per sé e farle per compiacere gli altri. Se non mettiamo mai dei paletti, coviamo insofferenza. Col risultato che poi esplodiamo e passiamo dall’assertività all’aggressività. Fondamentale è capire che se diciamo di no una volta, non crolla il mondo. […] Saper negoziare è importante. Conosco una donna che lavora nel marketing, è da poco mamma perciò fa un orario più breve per allattare. Però si lamenta che le riunioni vengono sempre messe tardi e lei arriva dal figlio in ritardo per la poppata. Alla domanda: ‘Ma l’hai detto? Hai spiegato che stai allattando e devi uscire prima?’, lei risponde: ‘No, tanto me le farebbero fare lo stesso’. Ma il mio consiglio è: prova, chiedi. Non avere paura”.
9. Gli uomini si aspettano che facciamo le madri, le mogli e che lavoriamo. Si aspettano il multitasking. 
“Qui risiede il senso del libro: non sfiorare mai il delirio di onnipotenza. Nella cultura americana è diverso: nessuno cura la propria casa come noi, e tutti mangiano fuori. Noi italiane dobbiamo imparare a negoziare coi nostri mariti perché, anche se le cose stanno cambiando, vanno ‘riportati all’ordine’. E poi, sarà pur vero che siamo multitasking ma attenzione: l’altro giorno ho incontrato una collega in Bocconi e alla domanda ‘come stai?’ mi ha risposto ‘Sono ostaggio del multitasking!’. Diamoci degli obiettivi, poniamoci dei limiti, altrimenti facciamo male tutto!”.
10.  Impara il linguaggio del denaro. Controllare le tue finanze ti darà libertà.
“Noi tendiamo a sottovalutare il denaro. Siamo abituate alla gratuità della relazione. Io stessa ho fatto una grossa fatica a imporre la mia tariffa come libera professionista. Venivo incontro ai bisogni del cliente ancor prima che me li esponesse. Del resto è dimostrato che, a parità di livello in libera professione, la donna guadagna meno. Ma non per pay gap, proprio perché chiediamo meno. In America e in Italia”.
11. Dress to success. Prima che ogni decisione venga presa ricordati che verrà emesso un giudizio: e i primi giudizi si basano sull’apparenza. La cura di te deve essere completa: guardaroba, scarpe, capelli, unghie, sopracciglia, trucco, calze di ricambio…
“Che fatica! Questo punto riflette una visione iperperfezionista di stampo americano. Sicuramente, anche da noi, è importante conoscere la cultura organizzativa dell’azienda dove si lavora. Con chi abbiamo a che fare, che codici d’abbigliamento sono richiesti e azzeccare il vestito ‘giusto’. Per esempio, alcune giovani si presentano ai colloqui in modo inappropriato. Se una poi decide di trasgredire, lo può fare, ma con consapevolezza e non ingenuamente. Per quanto riguarda la cura del look, vorrei sottolineare che molte donne, che lavorano ad alti livelli, non hanno il tempo materiale per curarsi in maniera così perfetta. Elsa Fornero, la cito ancora, non aveva un look così curato prima di diventare ministro. Certo, un po’ d’attenzione al ruolo che vuoi raggiungere ci vuole. E questo vale per uomini e donne. Sto facendo un coaching a un ragazzo con ottime chance, ma che parla troppo velocemente. Un grosso impedimento alla sua carriera. Gliel’ho fatto notare – ‘Credi che un amministratore delegato parli come te?’ – e l’ho spiazzato. Parlare così veloce può andare benissimo per posizioni d’ordine, ma se fai carriera la tua visibilità aumenta e la leadership passa anche per come ti vesti, per come usi il corpo, per come ti esprimi… Ci vuole cura ma non bisogna farne una fissa”.
12. Impara ad accettare lavori compiuti bene all’80 per cento. Less than perfect, va bene lo stesso.
“Verissimo! Impariamo a non essere perfettine!”.

A completamento di questi 12 consigli, Benedetta Rossi chiede a Maria Cristina Bombelli di commentare altre affermazioni tratte dal libro. Ve le riporto seguendo lo stesso schema di cui sopra.
Il titolo del manuale è ‘Consigli di carriera per donne ambiziose’. Ma come è vista in Italia la parola ‘ambizione’?
“Male, e dalle donne stesse. Ho un’esperienza di coaching al femminile e quando chiedo alle mie donne di dire ‘sono brava e voglio fare carriera’, mi accorgo che è una frase che non riescono a dire. Il concetto d’ambizione è visto al negativo, è sinonimo d’arrivismo. Forse perché per noi il potere non è una motivazione in sé. Le donne pensano e dicono: io lavoro con chi mi piace e con chi stimo. E anzi mi butterei nel fuoco per chi stimo. Ma con chi non stimo no, non voglio lavorare. Se questo libro avrà una traduzione in Italia, sono sicura che cambieranno il titolo”.
Non è mai troppo tardi per cambiare lavoro, creare un’azienda, lanciarsi in un progetto, imparare. Anche da un licenziamento.
“È vero, anche per via di un progressivo allungamento della vita. Oggi per una donna è anche più facile costruire e modellare la propria vita. Prima facevi un lavoro e lo facevi per sempre, fino alla pensione. Oggi, soprattutto chi lavora nel terziario avanzato, a fine carriera, può fare consulenza, mettersi in proprio, inventarsi un blog. C’è un forte tema di mobilità. Che non significa che non esiste più il posto fisso, ma che quel posto, a un certo punto della vita, può diventare un’altra cosa. Prima poteva essere comprensibile lavorare per vent’anni nello stesso luogo, adesso doverci stare per 40 diventa asfissiante”.
Non puoi farcela da sola. Assumi le persone giuste, promuovile, sii gentile e approachable (ndr: raggiungibile, disponibile al contatto faccia-a-faccia). Non cadere nel tranello della donna tremenda con le altre donne. Non intimidirle. Comunica.
“Vero. E speriamo che la tipologia alla Diavolo veste Prada sia archiviata. È ansiogena e poco produttiva. In Italia si riscontra ma è un modello vecchio. Le 40enni oggi sono più approachable, lo stile della leadership sta cambiando. Ma la cosa più difficile è tenere sotto controllo l’invidia femminile. Un lato oscuro e ancestrale del nostro comportamento”.
Il segreto è delegare. Vuoi un lavoro di alto profilo? Investi in strutture domestiche al top. Se guadagni tu, dai lavoro ad altre donne che si occupano della tua casa e queste potranno pagare gli studi alle loro figlie. Il circolo è virtuoso.
“Verissimo. È provato anche dai macroeconomisti: il lavoro domestico in outsourcing aumenta il PIL. Per quanto riguarda la delega, siate flessibili. Io, per esempio, ho delegato tutta la pulizia della mia casa da quando sono nati i miei figli, e a volte mi arrabbio se qualcosa non è a posto, ma bisogna essere tolleranti. Altrimenti siamo spacciate!”.
Sii brava a costruire relazioni: il tuo capitale sociale è fondamentale.
“Il capitale sociale, ovvero il network costituito dalla quantità e qualità di conoscenze che si hanno professionalmente e no, è un tema che le donne sottovalutano. Credono che basti fare un buon lavoro per avere un passaggio di carriera o una gratificazione economica. E invece bisogna costruire un network, anche se farlo consapevolmente, a tavolino, come suggerisce il libro, è difficile”.

Cosa possiamo “portare via” da questa intervista? In primo luogo, che l’ambiente culturale dei lavori “al top”, come si evince dalle descrizioni che ne fa Maria Cristina Bombelli, richiede un orientamento mentale, una dedizione personale che va oltre la sfera strettamente lavorativa, ma coinvolge il modo in cui l’individuo deve essere. E questo modo di essere è plasmato dagli uomini e per gli uomini, quindi fare carriera è principalmente una questione (almeno secondo questo orientamento liberale) di superare gli ostacoli che sono dentro di noi, che sono un prodotto del nostro processo di socializzazione in quanto donne, per arrivare a una posizione in cui si è in grado con la propria autorità, capacità di leadership, presenza simbolica, di cambiare la mentalità e rendere la vita più leggera per quelle che verranno dopo le pioniere. Questo presuppone che le discriminazioni siano soprattutto una questione di persistenza di bias e pregiudizi obsoleti, anche se naturalmente esse hanno anche una dimensione strutturale legata al funzionamento del welfare, che poggia a sua volta su aspettative legate alla ripartizione di genere del lavoro di cura. Al giorno d’oggi, la situazione è di pregiudizi che plasmano le politiche sociali e il funzionamento dei servizi, i quali creano vincoli strutturali nel mercato del lavoro che alimentano, di riflesso, gli stessi pregiudizi, ma non dobbiamo dimenticare che l’esistenza di questo sistema è il riflesso del modo in cui la società era effettivamente, stabilmente organizzata fino agli anni ’70.
Posta questa premessa, mi rendo conto che è più facile cambiare i pezzi “culturali” del puzzle piuttosto che quelli strutturali, e che sarà una maggiore presenza femminile negli strati della società dove si concentrano il potere e la capacità decisionale a portare a una ridefinizione del puzzle, piuttosto che il contrario. Quindi, spero che le ragazze della mia generazione possano effettivamente godere dello scenario che Maria Cristina Bombelli ha delineato in questo articolo, una volta raggiunto il primo lavoro stabile da cui iniziare a progettare le proprie vite. Lo spero anche per me stessa, quando finirò i miei studi.

“Quote rosa” e meritocrazia: un’intervista a Simona Cuomo

Quando fu approvata la legge Golfo-Mosca (2012) sulle cosiddette “quote rosa”, che sanciva un obbligo di presenza del genere meno rappresentato pari al 30% nei consigli di amministrazione delle aziende (una legge volta a promuovere la partecipazione femminile, ma non necessariamente applicabile solo alle donne), il dibattito era imperniato sul pregiudizio secondo cui le “quote” sono antitetiche alla meritocrazia. Da allora, il pregiudizio si è consolidato e per una femminista è difficile “difendere” le quote senza essere accusata di voler creare una corsia preferenziale per le donne a prescindere dalle loro capacità, e quindi di considerare le donne come soggetti vulnerabili (come panda, secondo la metafora più usata: una specie protetta che ha bisogno di un habitat creato su misura per sopravvivere) che hanno bisogno di essere protette dalla competizione con gli uomini. Secondo queste argomentazioni, così facendo si negherebbe la parità di genere, cadendo in contraddizione. In realtà, siamo all’annoso problema della parità formale contrapposta alla parità sostanziale: sappiamo che, nonostante la prima sia data per scontata e codificata nel diritto, permangono discriminazioni e bias che fanno sì che le donne si trovino, di fatto, in una condizione di svantaggio, condizione che sul lungo periodo potrebbe essere affrontata eliminando le radici socio-culturali dei bias, ma che sul breve periodo richiede delle azioni affermative, cioè azioni di “discriminazione al contrario” che, modificando l’ambiente, contribuiscono a normalizzare la presenza delle donne e di conseguenza a ridurre il bias stesso, rendendolo inattuale.
Le quote, forzando la scelta nella direzione del genere più svantaggiato in un dato contesto (che è quello femminile per orientamenti culturali), obbligano a considerare le donne. Ma questo non è necessariamente in contrasto con il merito, come spiegava appunto nel 2012 Simona Cuomo, intervistata da Monica Piccini su Elle, nell’ambito dello speciale SorElle d’Italia, che negli anni 2011-2013 ha ospitato una parte corposa del dibattito sulle questioni di genere e sul femminismo. Simona Cuomo, responsabile dell’Osservatorio sul diversity management della Bocconi,  in quell’anno aveva pubblicato con la collega Adele Mapelli un saggio intitolato Un posto in CDA. Costruire valore attraverso la diversità di genere per Egea Editore ed era una delle voci più competenti e autorevoli in questo dibattito. Poiché le argomentazioni sulle “quote rosa” in questi quasi sei anni non sono progredite, questa intervista conserva la stessa attualità di quando uscì. E questo la dice lunga.

L’articolo inizia descrivendo la situazione com’era nel 2012, quando le amministratrici delegate in Italia erano solo 1 ogni 30 amministratori delegati (il che vuol dire il 3,33%). Simona Cuomo, nel 2008, aveva avviato una collaborazione con Monica Pesce, presidentessa dell’associazione PWA Milan, per raccogliere i curriculum di professioniste con i requisiti per accedere ai Consigli d’amministrazione delle aziende quotate in Borsa in un dossier “Ready-for-Board Women”, che è diventato la base di un “progetto di ricerca con cui verificare il livello di competenze, senza esclusione di genere, presente negli attuali CdA delle aziende private per poi confrontarlo con il profilo delle nostre candidate”, come spiega nell’intervista. I risultati sono stati i seguenti: “I profili delle done da noi selezionate erano molto simili per competenze a quelle di un membro medio di CdA, e cioè un uomo, con laurea economica, che ha cambiato due volte città e tre aziende prima di essere nominato in un board, con appartenenza ai network che contano. Quindi il motivo dell’esclusione non poteva essere una questione di carte in regola quanto piuttosto di processi di selezione d’ingresso, con cui al momento si tende ad attrarre ‘cloni’ di quelli che già siedono nelle stanze dei bottoni. In questo modo è facile escludere tutta una serie di professioniste che arrivano da marketing, organizzazione strategica, corporate communication: vale a dire tutte quelle aree di business che le donne presidiano di più”.

Simona Cuomo prosegue: “In termini di merito le donne possono contribuire a portare maggior valore nei sistemi di governance, non in quanto donne ma perché portatrici di competenze specifiche. Detto questo, ancora oggi la cultura organizzativa privilegia valori legati all’efficienza, alla competitività spinta, all’indipendenza e tende a svalutare forme diverse di espressività legate più all’intelligenza emotiva, all’intuizione, alla collaborazione, all’interdipendenza. Le donne in questo possono fare la differenza”. Le differenze che si riscontrano fra uomini e donne sono dovute ai processi di socializzazione, che si fondano sul binarismo di genere e conducono a sviluppare qualità diverse perché diversi sono i sistemi di aspettative legate al genere per maschi e femmine, e alle diverse carriere aziendali, che sono da una parte conseguenze dei percorsi di studio scelti dalle donne, dall’altra delle idee socialmente condivise su quali mansioni e competenze siano “femminili” e quali “maschili”.
Inoltre, continua Cuomo: “Le quote sono importanti perché se metto una donna in un contesto di dieci, dodici consiglieri uomini potrebbe non riuscire a esprimere se stessa in un gruppo così omogeneo. È un problema di maggioranza. […] Una donna che arriva lì pur con tutte le carte in regola potrebbe non farcela a esprimere un punto di vista differente. Per questo i numeri sono importanti. Perché bisogna introdurre un cambiamento che sia realmente efficace”. Infatti, è noto dalla psicologia sociale che una persona tende a conformarsi al parere della maggioranza quando si trova isolata, perché il fatto che tutti pensino concordemente una cosa diversa dalla propria spinge a dubitare di sé e della validità delle proprie idee, mentre invece se c’è anche solo un’altra persona che dissente dalla maggioranza è più facile trovare la forza di spezzare il consenso e articolare la propria opinione.
Nel caso delle donne, i processi di socializzazione che ci spingono ad essere più introspettive e meno assertive rispetto agli uomini, nonché tutte le insicurezze che vengono alimentate dalle aspettative sociali, aggiungono un ulteriore strato di difficoltà.

Nella presentazione del suo corso presso la Bocconi, Leadership al femminile, Simona Cuomo scrive: “La gestione del potere rappresenta per le donne una sfida difficile; in un terreno culturale che si uove secondo regole e valori differenti, le donne fanno fatica e spesso si autoescludono”. Quando l’intervistatrice le chiede come superare questo problema, l’autrice risponde che la prima lezione da imparare è “Stare su di noi e non negli occhi degli altri. Tra le altre cose insegno ad avere consapevolezza del contesto e di quali sono le regole in cui ci si muove. A costruire un percorso professionale rimanendo concentrate su di sé e non scimmiottando altri modelli, a valorizzare il proprio talento e ad accettare la sfida del potere. Siamo state talmente abituate a non esserci e a non partecipare che spesso non ci poniamo neanche l’obiettivo. Soprattutto perché le regole del gioco sono plasmate ancora secondo le esigenze della classe dirigente, prevalentemente maschile. Prendiamo per esempio l’orario di lavoro, quello che impone una dedizione totale e una giornata di 10 ore. Va da sé che la conciliazione del doppio ruolo, madre e lavoratrice, diventa pressoché impossibile. La strada da fare è quella verso una cultura che includa e valorizzi le diversità di cui ciascuna persona, uomo o donna che sia, è portatrice“.

Infine, Simona Cuomo conclude la sua intervista con una serie di consigli pratici e condivisibili: “La cosa più importante è creare sinergia e alleanze con altre donne e lavorare in un’ottica di lavoro di squadra all’interno del contesto in cui siamo. Le donne in questo fanno moltissima fatica. Lo vedo a tutti i livelli: a un certo punto diventa importante solo la propria visibilità. In dieci anni di dibattito sul tema delle quote rosa, per esempio, sono proliferate associazioni e network, quando avrebbe avuto molto più senso costruire dei ponti per essere più incisive. Ci sono decine di liste di candidate consigliere in giro. Ci si poteva mettere in un’ottica di maggiore cooperazione per una causa comune. Penso che questo sia un buon punto d’inizio. È proprio il caso di dirlo: buon lavoro”. Una conclusione incoraggiante, che ci ricorda l’importanza di collegare il livello macro, dato da un contesto legislativo che si è avviato verso la strada delle azioni affermative, con il livello micro, dei rapporti personali.