Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 6)

Eccoci di nuovo a ripercorrere Il dominio maschile di Pierre Bourdieu. Nella quinta puntata abbiamo iniziato a descrivere il percorso della cosiddetta incorporazione delle norme culturali di femminilità. Per “incorporazione” si intende il processo con cui le norme si traducono in pratiche, inscrivendosi nei corpi, che la società produce come differenziati. Il risultato di un processo di incorporazione è definito habitus da Bourdieu, che unisce il significato di “abito” e di “abitudine” in un unico termine. Uomini e donne agiscono i loro corpi secondo schemi culturali volti a cristallizzare le differenze e a ribadirle in ogni forma possibile: il passo, il tono di voce, il modo in cui uomini e donne siedono, dove scelgono di collocarsi in una stanza, tutte queste norme sociali vengono assorbite e riprodotte dagli individui senza che ne siano consapevoli, e la loro funzione implicita è produrre e mantenere la differenza di genere, una differenza gerarchizzata.

Partendo da qui, l’autore prosegue: “i rapporti sociali di dominio e sfruttamento istituiti tra i generi si inscrivono così progressivamente in due classi di habitus differenti, sotto forma di hexeis [disposizioni, in greco] corporee opposte e complementari e di principi di visione e di divisione che portano a classificare tutte le cose del mondo e tutte le pratiche secondo distinzioni riducibili all’opposizione tra maschile e femminile. Spetta agli uomini […] compiere tutti gli atti [che] segnano una rottura nel corso ordinario della vita. Le donne invece […] si vedono assegnare tutti i lavori domestici, cioè quelli privati e nascosti, se non invisibili o vergognosi, come la cura dei bambini e degli animali, nonché tutti i lavori esterni che vengono loro affidati dalla ragione mitica, quelli cioè legati all’acqua, all’erba, al verde […], al latte, alla legna, e in modo particolare i più sporchi, i più monotoni e i più umili. Poiché tutto il mondo finito nel quale sono relegate – lo spazio del villaggio, la casa, il linguaggio, gli utensili – contiene gli stessi silenziosi richiami all’ordine, le donne possono soltanto divenire ciò che sono secondo la ragione mitica, confermando così […] il loro essere naturalmente votate al basso, all’obliquo, al piccolo, al meschino, al futile, ecc. Le donne sono condannate a dare in ogni istante l’apparenza di un fondamento naturale all’identità minorata che viene loro socialmente attribuita”.

Bourdieu osserva: “Gli uomini (e le donne medesime) possono solo ignorare come sia la logica del rapporto di dominio che riesce a imporre e a inculcare nelle donne, insieme alle virtù che la morale fa loro perseguire, tutte le proprietà negative che la visione dominante attribuisce alla loro natura, come l’astuzia o […] l’intuizione. Forma particolare della speciale lucidità dei dominati, la cosiddetta ‘intuizione femminile’ è […] inseparabile dalla sottomissione oggettiva e soggettiva che invita o costringe all’attenzione e alle attenzioni, alla sorveglianza e alla vigilanza necessarie per prevenire i desideri o anticipare i disaccordi. […] più sensibili agli indizi non verbali […] degli uomini, le donne sanno meglio identificare un’emozione rappresentata non verbalmente e decifrare l’implicito di un dialogo. [Allo stesso modo] gli omosessuali, che essendo stati necessariamente allevati come eterosessuali hanno interiorizzato il punto di vista dominante, possono vedere se stessi attraverso di esso (cosa che li vota a una sorta di discordanza cognitiva e valutativa […]) e capiscono il punto di vista dei dominanti più di quanto questi ultimi capiscano il loro”. Il privilegio fa dare per scontato che gli altri condividano la propria condizione e non fa vedere gli sforzi di chi deve lottare con uno strato aggiuntivo di disuguaglianza e deve farlo tenendo ben presente sia il punto di vista e le aspettative di chi è in posizione di privilegio, sia la propria condizione.

Partendo da qui, Bourdieu torna ad analizzare la condizione delle donne in Cabilia. “Essendo simbolicamente votate alla rassegnazione e alla discrezione, le donne possono esercitare qualche potere solo ritorcendo contro il forte la sua forza o accettando di cancellarsi e, in ogni caso, di denegare un potere che a loro riesce possibile esercitare solo per procura. Ma […] ‘le armi del debole sono sempre armi deboli’. Le stesse strategie simboliche che le donne adottano contro gli uomini, quelle della magia per esempio, restano dominate perché l’apparato di simboli e di operatori mitici che attivano i fini che perseguono […] traggono fondamento dalla visione androcentrica in nome della quale esse sono dominate. Insufficienti a sovvertire realmente il rapporto di dominio, tali misure ottengono almeno il risultato di offrire conferme alla rappresentazione dominante delle donne come esseri malefici la cui identità […] è costituita essenzialmente da interdetti, fatti per produrre altrettante occasioni di trasgressione”. Mi interrompo qui perché il concetto si presta a una riflessione: tentare di sfidare il potere maschile può funzionare solo se lo si riconosce come una struttura di potere, come un’istituzione sociale, e si mette in discussione la legittimità di una gerarchia fra i sessi fondata sulla costruzione di generi complementari nella subordinazione. Finché non si opera questo passaggio, la sfida al potere maschile non può che ridursi a quella che le riviste amano definire “guerra dei sessi”, una rivendicazione sterile (e tremendamente banale) del fatto che le donne sono meglio, no, gli uomini sono meglio, rivendicazione che fra l’altro spesso è giocata sugli stessi stereotipi di genere che, in una cultura androcentrica, contribuiscono a mantenere in piedi le disuguaglianze.

Le forme di potere che le donne esercitano laddove non hanno raggiunto un grado di parità tale da poter competere con gli uomini in forme leali e aperte, nella sfera pubblica, nel mercato del lavoro, sul piano del discorso, sono forme di potere tossiche. Bourdieu le definisce forme di “violenza morbida” e fra queste menziona, con grande lucidità, l’amore “possessivo dei posseduti […] che vittimizza e colpevolizza vittimizzandosi e offrendo l’infinitudine della sua devozione e della sua sofferenza muta come dono senza controdono possibile o come debito irredimibile”. In altre parole, un amore basato sul sacrificarsi e legare l’altra persona a sé con il senso di colpa per poterla controllare. Un amore che non è presente solo nelle relazioni romantiche, ma anche in quelle genitoriali: tutti, credo, conosciamo almeno una persona che è stata nutrita fin dall’infanzia a senso di colpa per non essere all’altezza delle aspettative dei genitori, e tutti possiamo intuire la tossicità di questo tipo di aspettative.

Bourdieu ritorna quindi a sviluppare il suo discorso sul fatto che l’ordine patriarcale e androcentrico non si può combattere senza mettere in discussione i suoi presupposti culturali, simbolici, normativi: “Le donne sono così condannate, qualunque comportamento adottino, a dare prova della loro malignità e a giustificare di rimando gli interdetti e il pregiudizio che le vedono portatrici di un’essenza malefica – secondo la logica […] per la quale la realtà sociale prodotta dal dominio viene spesso a confermare le rappresentazioni cui il dominio stesso si richiama per esercitarsi e giustificarsi”. Questo paradosso può essere reso con un esempio che mi è capitato personalmente: essere una donna che si sforza di argomentare con un uomo che fa l’avvocato del diavolo, cercando di restare calma e razionale di fronte a estesi muri di testo volti solo a negare la validità delle mie esperienze, a mettere in discussione le fonti dei dati (senza peraltro fornirne manco uno) e le teorie ad essi sottese (teorie validate dalla comunità scientifica, non parti della mia immaginazione) …mi ha portata ad esplodere in una vampata di rabbia e mandare a quel paese il mio interlocutore. Il quale l’ha presa ovviamente come una conferma del fatto che le femministe sono isteriche, che è impossibile discuterci, e che quindi aveva ragione lui. Lui, che aveva calibrato la discussione per ottenere esattamente questo risultato, costringendomi a giocare su un terreno iniquo, perché il suo obiettivo non era un confronto fra opinioni e dati volto a chiarirsi le idee, il suo obiettivo era dimostrare di avere ragione senza dover dimostrare di avere ragione, cioè senza dover difendere la sua posizione con dati, fatti, elaborazioni teoriche. Ma sto divagando.

Tornando a Bourdieu, egli nota: “nella misura in cui le loro disposizioni sono il prodotto dell’incorporazione del pregiudizio sfavorevole contro il femminile che è istituito nell’ordine delle cose, le donne possono solo confermare costantemente tale pregiudizio. […] le stesse disposizioni che inducono gli uomini a lasciare alle donne i compiti inferiori e le attività ingrate e meschine […], insomma, a sbarazzarsi di tutti i comportamenti poco compatibili con l’idea che gli uomini si fanno della loro dignità, li portano anche ad accusarle di ‘ristrettezza mentale’, di ‘meschinità dozzinale’, salvo poi rimproverarle se falliscono nelle imprese a loro affidate, senza con ciò accettare di ascrivere a loro merito l’eventuale successo”. Questa è la stessa cosa che accade nella società occidentale con il lavoro di cura, che viene definito una “vocazione” femminile in virtù dell’istinto materno, e proprio per questo è anche reputato facile, non gli è riconosciuto uno status di elevata professionalità, e quindi non riceve considerazione sociale. L’esempio più facile da fare è quello della maestra: insegnare ai bambini è un compito cruciale, in cui si mettono in gioco le identità e i destini sociali dei bambini stessi, ma non è inquadrato in questo modo nel senso comune: nel senso comune fare la maestra non richiede nient’altro che la capacità di trasmettere nozioni, appunto, “elementari” e di essere affettuosa e “materna” verso i bambini. Vediamo in gioco questi pregiudizi nella retorica sul fatto che le insegnanti lavorano poco, usata per giustificare il fatto che i loro stipendi siano del tutto inadeguati all’importanza sociale del loro lavoro né all’impegno che richiede, quando invece non vogliamo vedere che si tratta di processi di segregazione occupazionale e gatekeeping, ovvero del fatto che si vuole tenere il prestigio del professore (maschio) separato dallo status sociale basso della maestra (femmina) sminuendo il lavoro di quest’ultima.

La carriera come prospettiva: un’intervista a Maria Cristina Bombelli

Riprendo il tema dell’articolo precedente (sulle “quote rosa”) relativo alla partecipazione femminile orientata alla carriera al mondo del lavoro. Nel 2012, come accennavo nel post precedente, la legge che introduceva le prime quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa aveva dato nuovo impulso al dibattito sul perché ci fosse bisogno di queste azioni affermative, su come rendesse più difficile per le donne arrivare ai livelli più alti e se fosse possibile risolvere questi problemi senza un’imposizione legislativa. La rivista Elle ha ospitato il dibattito come parte dello speciale SorElle d’Italia 2012, lasciando spazio a interviste a donne che hanno lavorato su questi temi a livello accademico.
Nell’articolo che riporto (in forma rielaborata) qui, Benedetta Rossi intervista Maria Cristina Bombelli, che all’epoca insegnava all’Università di Milano-Bicocca (dopo ben 22 anni di insegnamento alla Bocconi) e ora è proprietaria di Wise Growth, la sua agenzia di consulenza per il management. L’intervista, intitolata “Consigli di gran carriera”, prende spunto dai suggerimenti contenuti nel libro Careers advice for ambitious women, scritto da HeatherMcGregor, editorialista del Financial Times con lo pseudonimo di Mrs. Moneypenny. Confrontare i consigli del libro, scritto da un’americana, con le risposte di un’esperta italiana mette in evidenza le differenze fra le culture del lavoro nei due Paesi, differenze che si situano a livello di prassi implicite, di sfumature nell’accettabilità sociale, di orientamenti sociali e culturali che le donne (ma anche gli uomini) devono essere preparate a navigare.
Per ragioni di leggibilità, i consigli sono riportati in corsivo e i commenti di Maria Cristina Bombelli fra virgolette.

1. La donna deve fare come l’uomo. Ma meglio. Deve fare di più.
“Dipende dal tasso di meritocrazia. Se l’organizzazione aziendale dove si è inserite guarda il merito, no. Ma in molte aziende la donna deve ancora fare “meglio” dell’uomo. In Italia la situazione sta migliorando”.
2. Costruisci le qualifiche, ti daranno sicurezza. Oggi non basta l’università. Ci vuole la migliore università. Investi nel tuo futuro.
“Sono d’accordo. La qualificazione è importantissima. Le donne devono rendersi conto che avere una laurea in ingegneria rispetto a una in filosofia ti mette in pole position per un eventuale lavoro. Certo, le statistiche parlano di un aumento delle donne nelle facoltà qualificanti (ben inteso, qualificanti per il mondo del lavoro) ma siamo ancora al 25 per cento. E questo non per via del soffitto di cristallo. Sono proprio loro che non si iscrivono”.
3. Sviluppa un tuo stile nel lavoro e offri il tuo aiuto quando non hai bisogno di niente in cambio.
“Io l’ho fatto, non per calcolo, ma perché mi andava, e per generosità. Ho partecipato a convegni e incontri dove non ero pagata, e anche se ero molto stanca ci sono andata ugualmente. Poi col tempo quegli appuntamenti si sono rivelati utili per il mio network. Ma è una questione di stile, appunto. C’è chi lo fa di più e chi di meno”.
4. Tieni un database delle tue conoscenze.
“Ricordo una donna che voleva cambiare lavoro e venne da me con un database, dicendo: ‘Guarda, ho tutte queste conoscenze’. Io l’ho ammonita: ‘Non è il numero di connessioni ma la qualità che conta’. Un database deve essere sostanziato da una certa conoscenza. Altrimenti è un elenco di nomi”.
5. Non parlare male degli altri.
“Facciamo un distinguo. Io trovo che si possano criticare dei comportamenti, anche di una donna. Ma il parlare male è un’altra cosa, è il pettegolezzo, è il giudizio brutto. Conosco professionalmente Elsa Fornero e quando sento dei commenti personali su di lei mi spiace molto, anche perché la trovo una delle donne più competenti d’Italia. Si può essere d’accordo o no con la sua riforma, ma questo è un altro discorso, e poi esiste la libertà di critica. Ma quando si attacca il lato personale, si tocca un livello davvero basso”.
6. Vai anche dove non sei stata invitata. Usa degli stratagemmi, ma entra nei luoghi dove ci sono quelli che “contano”.
“Mi sembra un episodio di Sex and the City, e questa è un po’ la cultura americana che traspare dal libro: trovo che molti dei consigli dati non siano deontologicamente corretti. Puoi cercare d’ottenere l’invito, ma infilarsi a tutti i costi no!”.
7. Devi avere dei modelli di riferimento femminili. Per assorbire, imparare e, al limite, copiare da loro.
“Tema importantissimo che aiuta le donne a raffigurarsi cosa vogliono diventare, trovando una propria ispirazione. Noto che quando le giovani ascoltano quelle con una certa esperienza, sono molto confortate. Soprattutto per la conciliazione, oggetto di grande preoccupazione. Ieri ero in un’azienda a fare un corso post maternità e, a fine giornata, le donne si dicevano: ‘Prima del figlio avevo delle preoccupazioni. Non sapevo cosa fare, come fare. Ma conoscere altre donne che ci sono passate, aiuta’. È il principio del self help: ‘Lei ce l’ha fatta e mi dice come’. Ciò è utile anche quando il role model è una donna a capo di una grande azienda: ci fa vedere come ha gestito il potere, come ha saputo affrontare critiche e attacchi e farlo con successo. In Italia, dove c’è ancora scarsità di role model femminili, questo tema è attualissimo”.
8. Impara a dire di no. Noi donne siamo delle extreme pleasers, con la sindrome della brava ragazza, non possiamo fare a meno dell’altro e perciò ce ne accaparriamo la stima, anche a nostro discapito. Gli uomini si percepiscono indipendenti e noi interdipendenti. 
“È così, esattamente. Perché abbiamo una neurobiologia diversa, e il nostro sistema limbico è più legato alla parte corticale. A questo sostrato emotivo si aggiunge la dimensione culturale nella quale ‘dobbiamo’ essere brave ragazze, seduttive, piacenti. Lavoro molto con le giovani e insegno loro la differenza tra fare le cose per sé e farle per compiacere gli altri. Se non mettiamo mai dei paletti, coviamo insofferenza. Col risultato che poi esplodiamo e passiamo dall’assertività all’aggressività. Fondamentale è capire che se diciamo di no una volta, non crolla il mondo. […] Saper negoziare è importante. Conosco una donna che lavora nel marketing, è da poco mamma perciò fa un orario più breve per allattare. Però si lamenta che le riunioni vengono sempre messe tardi e lei arriva dal figlio in ritardo per la poppata. Alla domanda: ‘Ma l’hai detto? Hai spiegato che stai allattando e devi uscire prima?’, lei risponde: ‘No, tanto me le farebbero fare lo stesso’. Ma il mio consiglio è: prova, chiedi. Non avere paura”.
9. Gli uomini si aspettano che facciamo le madri, le mogli e che lavoriamo. Si aspettano il multitasking. 
“Qui risiede il senso del libro: non sfiorare mai il delirio di onnipotenza. Nella cultura americana è diverso: nessuno cura la propria casa come noi, e tutti mangiano fuori. Noi italiane dobbiamo imparare a negoziare coi nostri mariti perché, anche se le cose stanno cambiando, vanno ‘riportati all’ordine’. E poi, sarà pur vero che siamo multitasking ma attenzione: l’altro giorno ho incontrato una collega in Bocconi e alla domanda ‘come stai?’ mi ha risposto ‘Sono ostaggio del multitasking!’. Diamoci degli obiettivi, poniamoci dei limiti, altrimenti facciamo male tutto!”.
10.  Impara il linguaggio del denaro. Controllare le tue finanze ti darà libertà.
“Noi tendiamo a sottovalutare il denaro. Siamo abituate alla gratuità della relazione. Io stessa ho fatto una grossa fatica a imporre la mia tariffa come libera professionista. Venivo incontro ai bisogni del cliente ancor prima che me li esponesse. Del resto è dimostrato che, a parità di livello in libera professione, la donna guadagna meno. Ma non per pay gap, proprio perché chiediamo meno. In America e in Italia”.
11. Dress to success. Prima che ogni decisione venga presa ricordati che verrà emesso un giudizio: e i primi giudizi si basano sull’apparenza. La cura di te deve essere completa: guardaroba, scarpe, capelli, unghie, sopracciglia, trucco, calze di ricambio…
“Che fatica! Questo punto riflette una visione iperperfezionista di stampo americano. Sicuramente, anche da noi, è importante conoscere la cultura organizzativa dell’azienda dove si lavora. Con chi abbiamo a che fare, che codici d’abbigliamento sono richiesti e azzeccare il vestito ‘giusto’. Per esempio, alcune giovani si presentano ai colloqui in modo inappropriato. Se una poi decide di trasgredire, lo può fare, ma con consapevolezza e non ingenuamente. Per quanto riguarda la cura del look, vorrei sottolineare che molte donne, che lavorano ad alti livelli, non hanno il tempo materiale per curarsi in maniera così perfetta. Elsa Fornero, la cito ancora, non aveva un look così curato prima di diventare ministro. Certo, un po’ d’attenzione al ruolo che vuoi raggiungere ci vuole. E questo vale per uomini e donne. Sto facendo un coaching a un ragazzo con ottime chance, ma che parla troppo velocemente. Un grosso impedimento alla sua carriera. Gliel’ho fatto notare – ‘Credi che un amministratore delegato parli come te?’ – e l’ho spiazzato. Parlare così veloce può andare benissimo per posizioni d’ordine, ma se fai carriera la tua visibilità aumenta e la leadership passa anche per come ti vesti, per come usi il corpo, per come ti esprimi… Ci vuole cura ma non bisogna farne una fissa”.
12. Impara ad accettare lavori compiuti bene all’80 per cento. Less than perfect, va bene lo stesso.
“Verissimo! Impariamo a non essere perfettine!”.

A completamento di questi 12 consigli, Benedetta Rossi chiede a Maria Cristina Bombelli di commentare altre affermazioni tratte dal libro. Ve le riporto seguendo lo stesso schema di cui sopra.
Il titolo del manuale è ‘Consigli di carriera per donne ambiziose’. Ma come è vista in Italia la parola ‘ambizione’?
“Male, e dalle donne stesse. Ho un’esperienza di coaching al femminile e quando chiedo alle mie donne di dire ‘sono brava e voglio fare carriera’, mi accorgo che è una frase che non riescono a dire. Il concetto d’ambizione è visto al negativo, è sinonimo d’arrivismo. Forse perché per noi il potere non è una motivazione in sé. Le donne pensano e dicono: io lavoro con chi mi piace e con chi stimo. E anzi mi butterei nel fuoco per chi stimo. Ma con chi non stimo no, non voglio lavorare. Se questo libro avrà una traduzione in Italia, sono sicura che cambieranno il titolo”.
Non è mai troppo tardi per cambiare lavoro, creare un’azienda, lanciarsi in un progetto, imparare. Anche da un licenziamento.
“È vero, anche per via di un progressivo allungamento della vita. Oggi per una donna è anche più facile costruire e modellare la propria vita. Prima facevi un lavoro e lo facevi per sempre, fino alla pensione. Oggi, soprattutto chi lavora nel terziario avanzato, a fine carriera, può fare consulenza, mettersi in proprio, inventarsi un blog. C’è un forte tema di mobilità. Che non significa che non esiste più il posto fisso, ma che quel posto, a un certo punto della vita, può diventare un’altra cosa. Prima poteva essere comprensibile lavorare per vent’anni nello stesso luogo, adesso doverci stare per 40 diventa asfissiante”.
Non puoi farcela da sola. Assumi le persone giuste, promuovile, sii gentile e approachable (ndr: raggiungibile, disponibile al contatto faccia-a-faccia). Non cadere nel tranello della donna tremenda con le altre donne. Non intimidirle. Comunica.
“Vero. E speriamo che la tipologia alla Diavolo veste Prada sia archiviata. È ansiogena e poco produttiva. In Italia si riscontra ma è un modello vecchio. Le 40enni oggi sono più approachable, lo stile della leadership sta cambiando. Ma la cosa più difficile è tenere sotto controllo l’invidia femminile. Un lato oscuro e ancestrale del nostro comportamento”.
Il segreto è delegare. Vuoi un lavoro di alto profilo? Investi in strutture domestiche al top. Se guadagni tu, dai lavoro ad altre donne che si occupano della tua casa e queste potranno pagare gli studi alle loro figlie. Il circolo è virtuoso.
“Verissimo. È provato anche dai macroeconomisti: il lavoro domestico in outsourcing aumenta il PIL. Per quanto riguarda la delega, siate flessibili. Io, per esempio, ho delegato tutta la pulizia della mia casa da quando sono nati i miei figli, e a volte mi arrabbio se qualcosa non è a posto, ma bisogna essere tolleranti. Altrimenti siamo spacciate!”.
Sii brava a costruire relazioni: il tuo capitale sociale è fondamentale.
“Il capitale sociale, ovvero il network costituito dalla quantità e qualità di conoscenze che si hanno professionalmente e no, è un tema che le donne sottovalutano. Credono che basti fare un buon lavoro per avere un passaggio di carriera o una gratificazione economica. E invece bisogna costruire un network, anche se farlo consapevolmente, a tavolino, come suggerisce il libro, è difficile”.

Cosa possiamo “portare via” da questa intervista? In primo luogo, che l’ambiente culturale dei lavori “al top”, come si evince dalle descrizioni che ne fa Maria Cristina Bombelli, richiede un orientamento mentale, una dedizione personale che va oltre la sfera strettamente lavorativa, ma coinvolge il modo in cui l’individuo deve essere. E questo modo di essere è plasmato dagli uomini e per gli uomini, quindi fare carriera è principalmente una questione (almeno secondo questo orientamento liberale) di superare gli ostacoli che sono dentro di noi, che sono un prodotto del nostro processo di socializzazione in quanto donne, per arrivare a una posizione in cui si è in grado con la propria autorità, capacità di leadership, presenza simbolica, di cambiare la mentalità e rendere la vita più leggera per quelle che verranno dopo le pioniere. Questo presuppone che le discriminazioni siano soprattutto una questione di persistenza di bias e pregiudizi obsoleti, anche se naturalmente esse hanno anche una dimensione strutturale legata al funzionamento del welfare, che poggia a sua volta su aspettative legate alla ripartizione di genere del lavoro di cura. Al giorno d’oggi, la situazione è di pregiudizi che plasmano le politiche sociali e il funzionamento dei servizi, i quali creano vincoli strutturali nel mercato del lavoro che alimentano, di riflesso, gli stessi pregiudizi, ma non dobbiamo dimenticare che l’esistenza di questo sistema è il riflesso del modo in cui la società era effettivamente, stabilmente organizzata fino agli anni ’70.
Posta questa premessa, mi rendo conto che è più facile cambiare i pezzi “culturali” del puzzle piuttosto che quelli strutturali, e che sarà una maggiore presenza femminile negli strati della società dove si concentrano il potere e la capacità decisionale a portare a una ridefinizione del puzzle, piuttosto che il contrario. Quindi, spero che le ragazze della mia generazione possano effettivamente godere dello scenario che Maria Cristina Bombelli ha delineato in questo articolo, una volta raggiunto il primo lavoro stabile da cui iniziare a progettare le proprie vite. Lo spero anche per me stessa, quando finirò i miei studi.

“Quote rosa” e meritocrazia: un’intervista a Simona Cuomo

Quando fu approvata la legge Golfo-Mosca (2012) sulle cosiddette “quote rosa”, che sanciva un obbligo di presenza del genere meno rappresentato pari al 30% nei consigli di amministrazione delle aziende (una legge volta a promuovere la partecipazione femminile, ma non necessariamente applicabile solo alle donne), il dibattito era imperniato sul pregiudizio secondo cui le “quote” sono antitetiche alla meritocrazia. Da allora, il pregiudizio si è consolidato e per una femminista è difficile “difendere” le quote senza essere accusata di voler creare una corsia preferenziale per le donne a prescindere dalle loro capacità, e quindi di considerare le donne come soggetti vulnerabili (come panda, secondo la metafora più usata: una specie protetta che ha bisogno di un habitat creato su misura per sopravvivere) che hanno bisogno di essere protette dalla competizione con gli uomini. Secondo queste argomentazioni, così facendo si negherebbe la parità di genere, cadendo in contraddizione. In realtà, siamo all’annoso problema della parità formale contrapposta alla parità sostanziale: sappiamo che, nonostante la prima sia data per scontata e codificata nel diritto, permangono discriminazioni e bias che fanno sì che le donne si trovino, di fatto, in una condizione di svantaggio, condizione che sul lungo periodo potrebbe essere affrontata eliminando le radici socio-culturali dei bias, ma che sul breve periodo richiede delle azioni affermative, cioè azioni di “discriminazione al contrario” che, modificando l’ambiente, contribuiscono a normalizzare la presenza delle donne e di conseguenza a ridurre il bias stesso, rendendolo inattuale.
Le quote, forzando la scelta nella direzione del genere più svantaggiato in un dato contesto (che è quello femminile per orientamenti culturali), obbligano a considerare le donne. Ma questo non è necessariamente in contrasto con il merito, come spiegava appunto nel 2012 Simona Cuomo, intervistata da Monica Piccini su Elle, nell’ambito dello speciale SorElle d’Italia, che negli anni 2011-2013 ha ospitato una parte corposa del dibattito sulle questioni di genere e sul femminismo. Simona Cuomo, responsabile dell’Osservatorio sul diversity management della Bocconi,  in quell’anno aveva pubblicato con la collega Adele Mapelli un saggio intitolato Un posto in CDA. Costruire valore attraverso la diversità di genere per Egea Editore ed era una delle voci più competenti e autorevoli in questo dibattito. Poiché le argomentazioni sulle “quote rosa” in questi quasi sei anni non sono progredite, questa intervista conserva la stessa attualità di quando uscì. E questo la dice lunga.

L’articolo inizia descrivendo la situazione com’era nel 2012, quando le amministratrici delegate in Italia erano solo 1 ogni 30 amministratori delegati (il che vuol dire il 3,33%). Simona Cuomo, nel 2008, aveva avviato una collaborazione con Monica Pesce, presidentessa dell’associazione PWA Milan, per raccogliere i curriculum di professioniste con i requisiti per accedere ai Consigli d’amministrazione delle aziende quotate in Borsa in un dossier “Ready-for-Board Women”, che è diventato la base di un “progetto di ricerca con cui verificare il livello di competenze, senza esclusione di genere, presente negli attuali CdA delle aziende private per poi confrontarlo con il profilo delle nostre candidate”, come spiega nell’intervista. I risultati sono stati i seguenti: “I profili delle done da noi selezionate erano molto simili per competenze a quelle di un membro medio di CdA, e cioè un uomo, con laurea economica, che ha cambiato due volte città e tre aziende prima di essere nominato in un board, con appartenenza ai network che contano. Quindi il motivo dell’esclusione non poteva essere una questione di carte in regola quanto piuttosto di processi di selezione d’ingresso, con cui al momento si tende ad attrarre ‘cloni’ di quelli che già siedono nelle stanze dei bottoni. In questo modo è facile escludere tutta una serie di professioniste che arrivano da marketing, organizzazione strategica, corporate communication: vale a dire tutte quelle aree di business che le donne presidiano di più”.

Simona Cuomo prosegue: “In termini di merito le donne possono contribuire a portare maggior valore nei sistemi di governance, non in quanto donne ma perché portatrici di competenze specifiche. Detto questo, ancora oggi la cultura organizzativa privilegia valori legati all’efficienza, alla competitività spinta, all’indipendenza e tende a svalutare forme diverse di espressività legate più all’intelligenza emotiva, all’intuizione, alla collaborazione, all’interdipendenza. Le donne in questo possono fare la differenza”. Le differenze che si riscontrano fra uomini e donne sono dovute ai processi di socializzazione, che si fondano sul binarismo di genere e conducono a sviluppare qualità diverse perché diversi sono i sistemi di aspettative legate al genere per maschi e femmine, e alle diverse carriere aziendali, che sono da una parte conseguenze dei percorsi di studio scelti dalle donne, dall’altra delle idee socialmente condivise su quali mansioni e competenze siano “femminili” e quali “maschili”.
Inoltre, continua Cuomo: “Le quote sono importanti perché se metto una donna in un contesto di dieci, dodici consiglieri uomini potrebbe non riuscire a esprimere se stessa in un gruppo così omogeneo. È un problema di maggioranza. […] Una donna che arriva lì pur con tutte le carte in regola potrebbe non farcela a esprimere un punto di vista differente. Per questo i numeri sono importanti. Perché bisogna introdurre un cambiamento che sia realmente efficace”. Infatti, è noto dalla psicologia sociale che una persona tende a conformarsi al parere della maggioranza quando si trova isolata, perché il fatto che tutti pensino concordemente una cosa diversa dalla propria spinge a dubitare di sé e della validità delle proprie idee, mentre invece se c’è anche solo un’altra persona che dissente dalla maggioranza è più facile trovare la forza di spezzare il consenso e articolare la propria opinione.
Nel caso delle donne, i processi di socializzazione che ci spingono ad essere più introspettive e meno assertive rispetto agli uomini, nonché tutte le insicurezze che vengono alimentate dalle aspettative sociali, aggiungono un ulteriore strato di difficoltà.

Nella presentazione del suo corso presso la Bocconi, Leadership al femminile, Simona Cuomo scrive: “La gestione del potere rappresenta per le donne una sfida difficile; in un terreno culturale che si uove secondo regole e valori differenti, le donne fanno fatica e spesso si autoescludono”. Quando l’intervistatrice le chiede come superare questo problema, l’autrice risponde che la prima lezione da imparare è “Stare su di noi e non negli occhi degli altri. Tra le altre cose insegno ad avere consapevolezza del contesto e di quali sono le regole in cui ci si muove. A costruire un percorso professionale rimanendo concentrate su di sé e non scimmiottando altri modelli, a valorizzare il proprio talento e ad accettare la sfida del potere. Siamo state talmente abituate a non esserci e a non partecipare che spesso non ci poniamo neanche l’obiettivo. Soprattutto perché le regole del gioco sono plasmate ancora secondo le esigenze della classe dirigente, prevalentemente maschile. Prendiamo per esempio l’orario di lavoro, quello che impone una dedizione totale e una giornata di 10 ore. Va da sé che la conciliazione del doppio ruolo, madre e lavoratrice, diventa pressoché impossibile. La strada da fare è quella verso una cultura che includa e valorizzi le diversità di cui ciascuna persona, uomo o donna che sia, è portatrice“.

Infine, Simona Cuomo conclude la sua intervista con una serie di consigli pratici e condivisibili: “La cosa più importante è creare sinergia e alleanze con altre donne e lavorare in un’ottica di lavoro di squadra all’interno del contesto in cui siamo. Le donne in questo fanno moltissima fatica. Lo vedo a tutti i livelli: a un certo punto diventa importante solo la propria visibilità. In dieci anni di dibattito sul tema delle quote rosa, per esempio, sono proliferate associazioni e network, quando avrebbe avuto molto più senso costruire dei ponti per essere più incisive. Ci sono decine di liste di candidate consigliere in giro. Ci si poteva mettere in un’ottica di maggiore cooperazione per una causa comune. Penso che questo sia un buon punto d’inizio. È proprio il caso di dirlo: buon lavoro”. Una conclusione incoraggiante, che ci ricorda l’importanza di collegare il livello macro, dato da un contesto legislativo che si è avviato verso la strada delle azioni affermative, con il livello micro, dei rapporti personali.

Il peso del lavoro di cura

Tutti i dati seguenti sono tratti dal saggio Di mamma ce n’è più d’una di Loredana Lipperini.

In Italia le coppie senza figli sono cinque milioni e quattrocentomila (5.400.000) e rappresentano il 22,1% delle famiglie. Le madri single sono 700.000 e rappresentano il 7,1% delle famiglie. Le coppie con figli sono nove milioni e trecentomila, il 38,1%.

“I tassi di occupazione femminili diminuiscono fortemente all’aumentare del numero di figli. Da 0 a 1 figlio calano di 5 punti, da o a 2 figli di 10 punti, da o a 3 figli di 25 punti. Le interruzioni del lavoro sono elevate: il 30% delle madri con meno di 65 anni che lavorano o hanno lavorato in passato ha interrotto l’attività lavorativa per motivi familiari (matrimonio, gravidanza o altro) contro il 2,9% degli uomini. L’8% delle donne che hanno lavorato o lavorano è stata costretta a dimettersi per gravidanza, e il dato è più elevato nelle generazioni più giovani”, afferma Linda Laura Sabbadini, direttrice dell’ISTAT.

Il 76% del lavoro di cura della coppia è a carico delle donne, la situazione migliora più per il taglio operato dalle donne che per l’aumento del contributo maschile. in particolare, l’indice di disuguaglianza cala sotto il 70% solo se la donna lavora e non ci sono figli, e nelle coppie dove la donna è una lavoratrice laureata (67%). Dove la donna non lavora, sale fino all’83%.

In un giorno medio cucina il 90,5% delle donne che lavorano e il 97,8% di quelle che non lavorano, pulisce la casa l’82,7% delle donne che lavorano e il 94,8% di quelle che non lavorano, apparecchia, sparecchia e lava i piatti il 66,3% delle occupate e il 76,5% delle non occupate, lava o stira il 35,7% delle occupate e il 49,2% delle non occupate. Fa la spesa il 44,4% delle occupate e il 66,2% delle non occupate.

In un giorno medio cucina il 41,7% dei partner di donne occupate e il 21% dei partner di donne non occupate, collabora alle pulizie di casa il 31,4% dei partner di donne occupate e il 16% circa dei partner di donne non occupate, fa la spesa il 29,9% dei partner di donne che lavorano e il 27,2% dei partner di donne che non lavorano, apparecchia e riordina la cucina il 26,6% dei partner di donne che lavorano e il 13% circa dei partner di donne che non lavorano.

La cura dei figli tocca per il 65,8% alle donne lavoratrici e per il resto al partner (una donna dedica in media alla cura dei figli 2h13 min, un uomo 1h23 min, con mansioni diverse: cure fisiche e sorveglianza per le madri, gioco per i padri. Il gioco è diviso in maniera quasi paritaria: 41,5% del tempo dedicato da entrambi, mentre i compiti spettano per il 19,3% alle madri e per il 4,8% del tempo ai padri); se la donna non è lavoratrice, il 75,6% della cura dei figli tocca a lei e il partner fa molto meno.

Non penso ci sia bisogno di spiegare perché queste disuguaglianze sono inique, ma penso sia interessante analizzare il loro ruolo nel mantenere un sistema che non permette la crescita dell’occupazione, così come è stato individuato da Emilio Reyneri nel suo libro “Sociologia del Mercato del Lavoro”. In Italia, il tasso di occupazione è molto elevato per i maschi adulti, arrivando al 90,9% al Nord, 87,7% al Centro e 73,5% al Sud (il problema dell’occupazione nel Mezzogiorno è complesso e non può essere trattato qui): è parecchio più basso per i giovani (dal 33,7% del Nord al 19% del Sud) e per gli anziani (44,7% al Nord, 47,7% al Sud), ma si tratta di fenomeni legati ad un complesso di fattori culturali ed economici che definiscono la struttura occupazionale italiana. Confrontandolo con quello delle donne, 56,4% al Nord, 52,3% al Centro e 30,4% al Sud, appare stridente la distanza.

Appare anche evidente che aumentare il tasso di occupazione significa aumentare il tasso di occupazione di giovani e donne (per gli anziani si è già intervenuti aumentando l’età del pensionamento; per gli anziani già in pensione o prepensionamento, invece, non si può fare nulla). A questo proposito Reyneri scrive: “Un numero crescente di donne è presente nel mercato del lavoro come occupate o in cerca di lavoro e molte altre vi entrerebbero se vi fossero minori difficoltà a trovare un’occupazione e/o se esistessero adeguati sostegni ai carichi di lavoro familiare. L’esistenza di una disoccupazione femminile ‘scoraggiata’ o latente fa sì che il tasso di disoccupazione non basti più a indicare il livello di criticità di un mercato del lavoro. In particolare, il ricorso al tasso di occupazione come obiettivo da raggiungere impedisce di ridurre artificialmente il livello della disoccupazione con misure che incentivano le donne a rinunciare alla ricerca di lavoro, accettando di rimanere casalinghe a tempo pieno. Questo è un esito implicito nelle politiche pubbliche (dai sistemi di tassazione fondati sul reddito familiare ai sussidi monetari per la cura di anziani) che si dicono centrate sulla famiglia, ma che in realtà presuppongono il lavoro non retribuito delle donne”.

Il complesso delle politiche pubbliche di cui parla Reyneri è quello che lui chiama “welfare familistico”, in quanto opposto al welfare dei Paesi nordici, fondato sul circolo virtuoso dell’occupazione femminile: donne che lavorano = più reddito + meno tempo -> più domanda di servizi -> più occupazione femminile, e così via. Il welfare familistico comporta meno costi per lo Stato, in quanto implementare i servizi di cura pubblici risulta notevolmente costoso, ma sul lungo periodo è svantaggioso per l’economia e continua a perpetuare una disuguaglianza di genere già profondamente radicata per ragioni culturali.

A ulteriore conferma di queste ragioni culturali, Reyneri scrive: “Fa riflettere l’osservazione dell’OCSE che i tassi di occupazione delle giovani donne sono minori nei Paesi in cui è più radicata l’opinione che il lavoro della madre andrebbe a detrimento dei figli piccoli. E anche la relazione (debolmente) positiva tra partecipazione delle donne al lavoro extra-domestico e disponibilità di strutture per la cura dei bambini sino a 3 anni non incrina l’importanza degli aspetti culturali […] In Lombardia […] la gran maggioranza delle donne iscritte ai centri per l’impiego risulta disoccupata di lungo periodo anche perché è disposta ad accettare soltanto occupazioni che interferiscano poco sulla propria presenza in famiglia, quindi a tempo parziale (di mattina) e vicine alla propria abitazione. E per di più rifiuta l’idea che tale rigidità nella disponibilità al lavoro possa essere attenuata da una maggiore offerta di servizi diretta ad alleviare i carichi di cura e lavoro familiare. Dunque, ciò che porta queste donne (quasi tutte poco istruite) ad anteporre le esigenze familiari agli obiettivi lavorativi è soprattutto un orientamento culturale (Zanfrini e Zucchetti, 2003)”.

La conclusione è che l’economia italiana trarrebbe vantaggio, sebbene non immediato, dall’innescare il circolo virtuoso dell’occupazione femminile, e che siccome i fattori culturali sono quelli su cui un intervento richiede più tempo (almeno una generazione, nella migliore delle ipotesi), l’unico punto da cui lo Stato può partire è quello di rendere disponibili quei servizi pubblici (asili nido, case di riposo, ecc) che, almeno per una parte delle donne, potrebbero incoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro.

Giornalisti che scrivono stronzate 1

Chiara Gamberetta, autrice del compianto blog Gamberi Fantasy, sosteneva che il problema con la pubblicazione di libri brutti (lei si riferiva a Brian di Boscoquieto nella terra dei mezzidemoni, ma Cinquanta sfumature di grigio va bene uguale) è che occupano spazio nelle librerie, spazio che avrebbe potuto essere occupato da libri più meritevoli. La sua affermazione mi è tornata in mente per due motivi: il primo è che nessun libro, nessuno, ha avuto tanto spazio e tanta pubblicità quanto la saga delle sfumature, lo si trova ovunque: nelle librerie, nei supermercati, nelle edicole. Perfino nell’edizione a 5€, cosa che già da sola può spingere parecchio un libro (io avrei comprato volentieri Il caso Harry Quebert di Joel Dicker, ma la prima edizione costava 28€. Cifra che mi ha indotto ad attendere che arrivasse nella mia biblioteca).
Il secondo, come da titolo, è il motivo per cui ho interrotto il mio riposo estivo e mi sono rimessa a scrivere: il fatto che sui siti Internet di importanti quotidiani nazionali in questo periodo siano comparsi articoli stupidi e inutili che occupano spazio che avrebbe potuto essere occupato in modo utile e costruttivo. O essere lasciato vuoto: come si dice, è meglio stare zitti e sembrare stupidi che aprire la bocca e confermare di esserlo.

Ma veniamo al punto. Grazie a questo splendido post del Ricciocorno Schiattoso, che vi invito caldamente a leggere perché complementare al mio, vengo a sapere dell’esistenza di un articolo, sul sito del Foglio, intitolato “Le vere misogine siete voi stronze”, scritto da un tale Lanfranco Pace. Non lo linko, ma lo riporto integralmente, con commento.

Aveva ragione Milan Kundera, le vere creature misogine sono le donne: mai avuto contezza di rapporti così grassamente maldicenti, una vera festa del pis que pendre, come tra donne.

Mirabile incipit, nevvero? In primo luogo, vorrei ricordare al signor Pace il detto britannico the plural of “anecdote” is not “data”, il plurale di “aneddoto” non è “dati”, perché l’esperienza aneddotica non è generalizzabile. Io conosco molte donne con cui ho rapporti sinceri e basati sulla condivisione di interessi e in cui le maldicenze non hanno spazio (se non altro perché anche le energie mentali sono finite e preferiamo impiegare le nostre in modi più arricchenti ed interessanti). E quindi? Io non pretendo che la mia esperienza abbia valore universale, al contrario del signor Pace.
In secondo luogo, notiamo l’aggettivo vere: se le vere misogine sono le donne, allora gli uomini misogini sono falsi misogini? Oppure non esistono? O la loro misoginia ha meno valore di quella proveniente da altre donne?

Misurata, poi, sta per levigata e cortese, comprensione senza asperità, messa al bando della violenza e della volgarità, quindi la misurata tensione misogina del caro ex direttore è animale ben strano per noi scorticati vivi, la pelle passata alla carta vetrata. Noi siamo stati sempre in allerta, vigili, concentrati. Una ventenne bruna e polposa mi rifiutò malamente che non avevo ancora la barba: la odio ancora. Con il tempo ho capito le sue ragioni ma io non me ne sono ancora fatta una, di ragione: mi brucia di essere rimasto lì come un allocco, non aver avuto la prontezza di gridarle brutta stronza e magari darle un pugno.

Devo davvero commentare un uomo adulto che non riesce a superare il fatto di aver ricevuto un due di picche da adolescente? Credo onestamente che tutti e tutte abbiamo sperimentato un amore o una cotta non ricambiati, e il 99% di noi (fanno eccezione Elliot Rodgers e il signor Pace, evidentemente) è sopravvissuto alla cosa, è riuscito ad andare oltre, a farsene una ragione e capire che non è una colpa, né loro né nostra, se qualcuno di cui siamo innamorati non ricambia i nostri sentimenti. D’altronde, non ci si innamora a comando e non ci si può forzare a ricambiare i sentimenti di qualcuno. Non servono nemmeno delle ragioni: se non si è innamorati, non si è innamorati. E questo non ci rende delle persone stronze, né tantomeno meritevoli di odio, o di essere prese a pugni.

Un comportamento che oggi sarebbe bollato come inqualificabile, un prodromo di femminicidio che manderebbe il suo merdosissimo autore a rieducarsi da qualche parte. Cosa impossibile: perché voi vi liberate ma noi non ci liberiamo da voi, nessun uomo accetta il rifiuto senza soffrire o reagire. Chi lo dice, mente.

Notizia flash: non “sarebbe“, E’ un comportamento inqualificabile dare un pugno a una persona che ci ha respinto. E sì: voler picchiare qualcuno perché ci ha detto “no” fa parte della stessa mentalità che spinge certi uomini a perseguitare la donna “colpevole” di averli lasciati, o a ucciderla per impedirglielo. Perché un femminicidio è esattamente questo: un omicidio di una donna, da parte di un uomo, dovuto alla concezione condivisa della “femmina” come un nulla sociale, come scrive in “Femminicidio: i perché di una parola” l’Accademia della Crusca, la cultura del possesso che considera le donne in funzione degli uomini, e non accetta che esse possano sottrarsi alla loro tutela, che rivela la sua natura di dominio nel momento in cui cercano di liberarsene. A proposito di femminicidio, la domanda sorge spontanea: perché si ritiene che classificare serva a creare una gerarchia di valore, anziché a inquadrare un fenomeno nelle sue caratteristiche specifiche e renderlo facilmente riconoscibile? Seguendo questa logica e constatando l’esistenza di termini come “uxoricidio”, “infanticidio”, “parricidio” viene spontaneo chiedersi come l’esistenza di questi termini possa generare una gerarchia di valore – e come diamine dovrebbe funzionare.

Ma torniamo al signor Pace. “Nessun uomo accetta il rifiuto senza soffrire o reagire“. E anche nessuna donna, mi creda: per accettare un rifiuto senza provare nessuna emozione bisognerebbe essere dei robot. Soffrire per un rifiuto è naturale: al dolore segue poi la fase in cui lo si metabolizza, e poi gradualmente si guarisce e si scopre di essere riusciti a superarlo, di non stare più soffrendo. A volte ci vogliono mesi, o perfino anni, ma è un processo necessario. Quanto a “reagire“, la questione è complicata dal fatto che il signor Pace non ci spiega cosa intende con questo verbo. Abbiamo già stabilito che “dare un pugno” alla persona che ci ha fatto soffrire non è una soluzione accettabile in una società civile. Uscire con gli amici, focalizzarsi sui propri interessi, sperimentare cose nuove e così via invece sono reazioni positive; piangere, disperarsi, scrivere poesie piene di parole come “sofferenza”, “oscurità”, “ferite”, “sangue” e “dolore” sono reazioni altrettanto positive, almeno in un primo tempo. Rifugiarsi nel nichilismo è una reazione, anche se secondo me è negativa. Insomma, fate voi.

Chi lo dice, mente“. Disse il signor Pace dall’alto della sua profonda conoscenza della natura umana basata su un rigido e stereotipato binarismo di genere.

Ci frena rispetto al passato una percezione più acuta del ridicolo e ci tiene avvinti alla donna la paura di doverci svelare di nuovo: ma la tentazione di misurare i poveri resti della capacità di seduzione non si ferma nemmeno con la raggiunta trasparenza, morirà con noi: a casa faremmo gli scemi con le badanti e in un cronicario con le infermiere.

Il signor Pace ci fa sapere che per lui reagire significa dimostrare che il rifiuto non ha intaccato la sua virile capacità di seduzione provandoci con la prima donna a disposizione, si fosse anche con un piede già nella fossa. Cosa che forse può servire a riaffermare sé stessi in un primo momento in cui si vive il rifiuto come un affronto, ma che non aiuta il processo di guarigione di cui sopra. Notare comunque che ciò che frena il signor Pace dal gridare brutta stronza e magari dare un pugno alla donna colpevole di poter andare avanti con la sua vita senza il dolore che prova l’uomo che ha respinto (il signor Pace non parla della situazione inversa: o non si verifica, secondo lui, oppure le donne non soffrono quanto gli uomini per un rifiuto, oppure semplicemente possiamo fregarcene del dolore delle donne: tanto sono tutte stronze e probabilmente se lo meritano) non è il rispetto, o la basica considerazione che essere rifiutati fa parte della vita, ma la percezione più acuta del ridicolo. 

E’ andata così, non è colpa di nessuno: troppi anni sotto docce scozzesi, è dolorosa l’alternanza del caldo e del freddo. Fa male amare tra stati estremi: il momento in cui vorresti strangolarla e magari lei ghigna e ti dice provaci. E quello in cui stai ore, sveglio, a guardarla mentre dorme, struccata, bella e inerme, abbandonata e fiduciosa e sorridi e ti dici che per lei daresti la vita. Si può essere misurati dopo la dismisura? E poi non è detto che loro si accontentino.

Sì, l’amore fa male, implica essere vulnerabili, avere bisogno di un’altra persona. Ed evidentemente questo fa paura. Ma perché ci sono persone che riescono ad accettare questa vulnerabilità, e anche quando soffrono per amore non provano il desiderio di strangolare la persona amata? Perché mi rifiuto di credere che l’amore sia un’oscillazione fra desiderio di distruggere la persona che ci fa sentire vulnerabili e profonda adorazione. Credo si possa – e si debba – amare in modo più sano, accettando la persona che amiamo come una nostra pari, un individuo libero tanto quanto noi con cui abbiamo un legame profondo, non un essere fondamentalmente caratterizzato da alterità che ci tiene in pugno, alternativamente angelo e demone, che sembra uscito dalle opere di Baudelaire o D’Annunzio.

“E poi non è detto che loro si accontentino”. Innanzitutto, di cosa? Di essere l’oggetto di questo strano tipo d’amore? Altra notizia flash: è pieno diritto di una donna, come di un uomo, non accontentarsi di una relazione in cui non è felice. E no, non è uno sfregio all’onore o alla virilità dell’uomo, è un esercizio della sua libertà. Davvero qualcuno preferirebbe che la persona che ama restasse con lui pur essendo infelice piuttosto che vederla libera e felice da sola? E comunque, non è assurdo che il signor Pace faccia discendere la misoginia dalla vulnerabilità dell’uomo innamorato? La vulnerabilità va accettata.

Apriamo loro la portiera della macchina, perché abbiamo riflettuto sull’argomento e siamo arrivati alla conclusione che una donna che se la apre da sola è per forza di cose costretta a movenze poco femminili, sgraziate. Ma vogliono il gesto esclusivo e specialmente dedicato: una sera in un ristorante dopo un lungo battibecco con l’amatissima moglie e una reazione vagamente annoiata da parte di lei, il mio amico Louis de M. prese il vassoio di pastasciutta al sugo, calda e fumante, e se lo rovesciò sulla testa senza una parola né un lamento. Ebbero, mi dissero dopo, una bollente notte d’amore.

Immagino che non esista niente di peggio per una donna che compiere per qualche secondo movenze poco femminili, sgraziate. Mi viene spontaneo chiedere se il signor Pace non ha qualcosa di meglio su cui riflettere, ad esempio il detto che ho citato in apertura di questo articolo, visto che di nuovo sta adottando un singolo aneddoto come prova dell’affermazione generale secondo cui le donne vogliono il gesto esclusivo e specialmente dedicato.

Mai potrei dire qualcosa a donne crudeli o a donne che lamentano la scomparsa degli uomini crudeli e perciò offrono il seno alle mollette, le natiche alla spazzola per capelli. Sono grandi donne che hanno anche loro conosciuto le montagne russe.

Secondo il signor Pace praticare BDSM non è semplicemente un modo di vivere la propria sessualità in modo libero e consapevole, uno dei molti possibili, ma cela l’occulto significato di desiderare il ritorno alla sottomissione patriarcale. Come no. Basta fare un giro su qualche sito di comunità BDSM per rendersi conto che questa pratica si svolge all’interno di relazioni profondamente egualitarie, dove la fiducia è centrale, e che queste comunità sono spesso pro-femministe, pro-LGBT e in generale in difesa della libertà sessuale (sarebbe assurdo se così non fosse, in effetti). Un nome su tutti, Cliff Pervocracy, curatore del blog omonimo. Ma lasciamo pure al signor Pace la sua psicologia spicciola e l’assurda considerazione che solo le donne crudeli e quelle che praticano BDSM da Sub (e le Dom? Non pervenute) hanno conosciuto le montagne russe e sono perciò grandi donne.

Quello invece che non si sopporta e contro cui dovremmo esercitare una misoginia pesante e radicale è la donna come società e come cultura e quel che ne discende: il piagnisteo paritario, le quote rosa, la sovranità del corpo. Non sono le donne-donne quelle da contenere: sono le altre, che seguono concorsi e iniziative dei grandi giornali, vestono casual o con tailleur giacca e pantaloni, tacco basso o medio, niente extension né smalto colorato sulle unghie, occhialetti allenati da tante letture che si portano, certificato di presenza ai raduni d’un tempo contro B. e orientamento elettorale come l’ingombro, a sinistra va da sé.

Quello contro cui dovremmo esercitare una misoginia pesante e radicale è la donna che rivendica un ruolo nello spazio pubblico, che porta le sue istanze in politica, dice il signor Pace. Perché questa donna non è davvero una donna-donna, ma ha tradito la sua essenza, è qualcosa d’altro: le donne-donne, quelle vere, non seguono concorsi e iniziative dei quotidiani, portano solo tacchi alti, hanno le extension e le unghie colorate di smalto, non portano gli occhiali e non leggono, vestono solo in modo elegante e femminile, e non votano a sinistra. Dal che si evince che io non sono una vera donna. O forse che non corrispondo all’idea di donna di Lanfranco Pace. Non ci dormirò la notte.

Peraltro, derubricare come insopportabile e meritevole di essere contrastata in modo pesante e radicale ogni rivendicazione femminile (nel merito si può discutere: io sono contraria alle quote rosa, ma la sovranità del corpo ad esempio per me è un obiettivo di base) è di un’arroganza indescrivibile.

Recentemente alcune di loro hanno twittato nomi e personalità da cui sarebbero state influenzate. Bei nomi, ma a scorrerli sentivo che c’era qualcosa di strano. Quando una ha scritto Lovelace, ho avuto un sussulto: era Ada però, sono dovuto andare su Google per scoprire che è una matematica inglese dell’Ottocento morta molto giovane. Ecco queste così sono vere stronze, da prendere a schiaffi. E senza misura.

Il signor Pace ha un problema con il fatto che ci sono donne che sanno qualcosa che lui non sa, tipo chi fosse Ada Lovelace. E sapere qualcosa che lui ignora fa di una donna una vera stronza, da prendere a schiaffi. Davvero edificante.

E così l’articolo si è concluso. E io ritorno al punto iniziale: non solo questo articolo totalmente inutile, insignificante e pieno di stronzate è stato scritto, ma qualcuno ha deciso che meritasse di essere pubblicato, di ricevere spazio nel sito di un quotidiano nazionale. Non c’era davvero nulla di meglio su cui scrivere? Che ne so, un articolo sui vasi in bucchero dell’antica Grecia, o su Ada Lovelace (così il signor Pace mette a frutto le sue ricerche su Google), o sul punteruolo rosso…o una ricetta, magari.
Mi si obietterà: se la penso così, perché ho impegnato 2500 parole per confutare l’articolo del signor Pace? La risposta è semplice, penso che una critica debba essere argomentata per avere valore, e così come Chiara Gamberetta ha speso più di 7.000 parole per dimostrarci che Brian di Boscoquieto nella terra dei mezzidemoni è un brutto libro, io ne prendo 2.500 per dimostrare che l’articolo del signor Pace è un cumulo di stronzate. Non posso lasciare andare senza una confutazione una roba del genere.

Le donne e la guerra: un fondamentale fattore di emancipazione

All’inizio del Novecento, mentre si sviluppava la società di massa, le donne rivendicarono il loro diritto ad essere cittadine attivamente partecipi alla vita politica attraverso i movimenti suffragisti; in particolare nel Regno Unito la Women’s Social and Political Union, fondata nel 1902 da Emmeline Pankhurst, riuscì a imporsi nel dibattito politico. Le militanti per il diritto di voto, chiamate suffragette, si batterono per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema con marce sul Parlamento, scioperi della fame, azioni di vandalismo contro le vetrine dei negozi. Una di loro, Emily Davison, morì travolta dal cavallo del re dopo essersi gettata in mezzo alla pista, cercando di issare la bandiera del WSPU sul cavallo stesso. Queste azioni spettacolari erano dovute al fatto che le organizzazioni politiche femminili erano illegali, e la disobbedienza civile era l’unica strada percorribile per far sentire la propria voce.

Learn to make munitions, women

Tuttavia, il fattore decisivo di svolta fu lo scoppio della prima guerra mondiale. L’invio massiccio di uomini al fronte aprì alle donne il mondo del lavoro, abbattendo la barriera fra i lavori tradizionalmente riservati alle donne e quelli tradizionalmente riservati agli uomini; inoltre, esse iniziarono a lavorare nelle fabbriche di armi, dove i salari erano spesso il doppio rispetto alle fabbriche “civili”. Ciò rese le donne più consapevoli delle proprie capacità, in quanto dimostrarono la loro attitudine fisica e mentale a svolgere compiti “maschili”, contro gli stereotipi che precludevano loro queste mansioni, e diede loro maggiori spazi di autonomia, riflessi anche in un cambiamento della moda, con l’abbandono dei vestiti di foggia ottocentesca e dei corpetti in favore di abiti più corti e leggeri (artefice di questo processo è soprattutto Coco Chanel). Il riconoscimento dell’emancipazione femminile e dell’importanza del ruolo svolto dalle donne nel conflitto fu la concessione del diritto di voto, che avvenne nel 1918 in Gran Bretagna, nel 1919 in Germania e nel 1920 negli USA.

Army Women 6

Il ruolo delle donne nella seconda guerra mondiale fu ancora più significativo. Quasi 350.000 donne prestarono servizio nelle forze armate statunitensi, svolgendo sia compiti di amministrazione, sia di logistica, sia lavorando come meccanici, operatori radio, addestratrici di soldati uomini, infermiere. (dati tratti da The National WWII Museum | Women in WWII.) Peggy Carter, il soldato donna di cui si era innamorato Capitan America, non è solo un personaggio di fantasia, ma l’emblema dell’apertura di un nuovo ruolo alle donne.

In Italia, le donne svolsero un ruolo significativo nella Resistenza partigiana contro i nazisti, combattendo sul campo al fianco degli uomini, agendo come informatrici, svolgendo le fondamentali operazioni di collegamento fra i vari nuclei di partigiani (trasportando armi ed esplosivo, messaggi e le disposizioni del Comitato di liberazione nazionale ai singoli gruppi), nascondendo e curando i feriti, organizzando alloggi clandestini e luoghi di incontro per i capi militari e politici del movimento partigiano, e infine redigendo le pubblicazioni della stampa clandestina. Tra di loro, Iris VersariElettra PollastriniGisella Floreanini e tante altre donne della Liberazione, ricordate dal blog Bambole Spettinate&Diavole del Focolare. Le partigiane hanno collaborato con gli uomini in una situazione in cui la necessità ha scardinato i tradizionali ruoli di genere, creando una situazione di concreta parità e condivisione di ideali, responsabilità e timori. Nel frangente della Resistenza, donne e uomini sono stati realmente alleati, realmente compagni di lotta, e questo ha favorito l’inserimento di donne rispettate per il valore dimostrato nella lotta all’interno delle istituzioni politiche: non è un caso che il primo ministro donna della storia dell’Italia repubblicana provenisse dall’ambiente partigiano.

Army Women 5

Oggi le donne fanno parte delle forze armate di molti Stati e possono ricoprire ruoli di combattimento attivo in  combattimento attivo negli eserciti di Australia, Nuova Zelanda, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Norvegia, Israele, Serbia, Svezia, Svizzera e anche qui in Italia, dove l’ingresso delle donne nelle forze armate è stato sancito nel 1999.

Come sottolinea il documento “Le donne nelle forze armate” (disponibile in .pdf su Internet, cercatelo), redatto dal Ministero della Difesa italiano, l’inserimento delle donne nei vari reparti dell’esercito italiano non ha comportato alcun problema, anzi si nota una perfetta sintonia fra soldati uomini e soldati donne. Inoltre, “nell’Esercito la presenza femminile, con incarichi assegnati senza alcuna limitazione di sorta, ha rappresentato in talune circostanze – operazioni in ambienti culturali diversi da quelli occidentali quali l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano – un elemento indispensabile per lo svolgimento di “attività” verso la popolazione femminile locale”: solo le soldatesse hanno la possibilità di interagire con le donne di culture islamiche, a causa delle restrittive regole di alcune tradizioni relative all’Islam.

A parte i requisiti fisici di ammissione, ovviamente diversi a causa delle differenze fisiologiche fra uomini e donne e che quindi non costituiscono una “discriminazione”, ma piuttosto una “differenza”, all’interno delle forze armate italiane non esistono distinzioni o discriminazioni particolari delle donne. Tuttavia, sottolinea il già citato documento del Ministero della Difesa, “l’addestramento congiunto di uomini e donne, dopo alcuni mesi di attività, tende in ogni caso a far convergere le prestazioni del personale dei due sessi in termini di efficienza fisica e operativa”.

In conclusione, la presenza delle donne nei conflitti a fianco degli uomini, dapprima in maniera non ufficiale e/o in ruoli di supporto, quindi in maniera ufficiale, come soldatesse, “colleghe” alla pari degli uomini, rappresenta un fattore fondamentale dell’emancipazione femminile nel mondo occidentale.

Iraqi Freedom

 

10 Women Who Invented and Innovated in Tech

Mothers of Technology: 10 Women Who Invented and Innovated in Tech @BizTechMagazine. Questo articolo raccoglie le storie di dieci donne che hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo delle odierne tecnologie informatiche, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, facendo la loro parte nel costruire la rete Internet di cui il mio blog fa parte e nel rendere possibili i computer come quello da cui scrivo. Donne che hanno lavorato con codici di programmazione e display, che hanno sviluppato videogiochi e servizi che usiamo tutti i giorni, che si sono fatte valere nel mondo dell’informatica, considerato un ambito tipicamente maschile. Il loro ruolo merita di essere riconosciuto, nella speranza che possano rappresentare una fonte di ispirazione e un modello di empowerment per bambine e ragazze che sentono di avere una passione per la tecnologia: le loro conquiste possano ricordare ad ognuna che non c’è limite alle capacità di una donna, e che noi possiamo fare qualunque cosa, anche entrare nelle “fortezze” che sembrano inviolabili. Perché è il talento che conta, non il genere.

Storia, arte, letteratura: la voce delle donne per comprendere il mondo

Il cervello degli uomini è la modalità A, principale, e quello delle donne la modalità B, alternativa. Per via di questa concezione, un residuo antiquato che considera ancora le donne inferiori all’uomo, in numerosi ambiti culturali l’opera maschile si considera come il paradigma normale, mentre quella femminile come un ambito separato, a sé stante e non confrontabile con il primo: è il caso della letteratura, ma accade anche con l’arte.

Questo crea come conseguenza che l’esperienza femminile nella cultura sia ridotta ad un ruolo marginale, citata di sfuggita nei libri di storia qualora ci sia un nome di spicco, o riassunta in corti paragrafi sulla condizione femminile in un determinato periodo. La storia è scritta dai vincitori, e poiché la cultura europea è sempre stata patriarcale, la storia ha sempre avuto un punto di vista solo maschile. Edward Carr, nel suo saggio What is History?, tradotto da noi con il titolo Sei lezioni sulla storia, spiega come la storia sia costruita da interpretazioni, e queste interpretazioni riflettano, più o meno consapevolmente, la concezione a cui l’individuo che le formula aderisce. Occorre essere consapevoli di questo e non considerare la storia come un insieme di nozioni immutabili ed oggettive, come può esserlo la chimica o la matematica.

Ogni ricostruzione storica è necessariamente parziale, in quanto dipende dalle fonti disponibili, dalla scelta dello storico all’interno di queste fonti e da altri parametri, ma una storia che non tenga conto della prospettiva femminile risulta gravemente amputata: non è un caso che le femministe abbiano voluto riportare alla luce i nomi delle pensatrici, poetesse, filosofe, artiste del passato: io mi sento incompleta come donna senza un riflesso storico in cui specchiarmi, senza poter scorgere la parte della cultura e della civiltà fatta dalle donne perché rimasta sotto la superficie della storia. Ora, non è che io con questo voglia sminuire le grandissime personalità maschili che sono emerse nella storia, né sostenere una sorta di “pari opportunità” nelle antologie, nei libri di storia dell’arte e di storia.

Quello che chiedo è che alle donne del passato sia data la possibilità di fare sentire la loro voce al pari degli uomini; non perché sia necessario dedicare uno spazio alla “letteratura femminile”, alla “pittura femminile” o alla “filosofia femminile”, ma perché la letteratura, la storia e la filosofia non devono avere sesso, e perché cancellando la prospettiva femminile si asseconda l’idea che il ruolo delle donne sia stato irrilevante.

Se non ricostruiamo il ruolo e la condizione delle donne nei vari periodi storici, non potremo comprendere come la cultura patriarcale si sia sviluppata, a partire dalla necessità di controllare il corpo femminile per garantire la legittimità della successione ereditaria e quindi la trasmissione del patrimonio dal capofamiglia ai suoi figli, fino ad arrivare alla forma strisciante che assume oggi, un residuo impigliato nella mentalità comune che si stende sulla corsa delle donne come una rete, imprigionandole in una gabbia di pregiudizi e stereotipi e tarpando loro le ali.

Molti ragazzi e molte ragazze della mia età, 17 anni, ignorano le dure battaglie e la precarietà di diritti come quello di voto e divorzio. Pensano che siano stati concessi naturalmente, perché si era capito che era giusto farlo, perché i tempi erano maturi per farlo, e lo stesso pensano dell’abolizione della schiavitù o della segregazione razziale negli Stati Uniti.

La mancanza della voce di scrittrici, artiste, filosofe nei libri scolastici è un vuoto insopportabile, per chi riesce a rendersi conto che lì “manca qualcosa”, ma per la maggior parte degli studenti è normale che l’unica donna citata in due anni di filosofia, dall’antica Grecia al ‘600, sia Diotima, un personaggio letterario creato da Platone, e non una filosofa. Ipazia, chi era costei?. Questa mancanza è presente anche a livelli istituzionali, come dimostra l’assenza del femminismo fra gli eventi salienti del Novecento e l’aver citato una sola scrittrice, Elsa Morante. Che genere di concorso?, si sono domandate al laboratorio Sguardi sulle Differenze.

Sulla bellezza

Non finirò mai di dirlo. La magrezza non è un merito, né una qualità che ci rende migliori. Quindi, smettiamola di sentirci in difetto se non siamo magre; non siamo inferiori per questo. Non siamo meno belle.

Tutti noi desideriamo la bellezza, e perfino un filosofo come Platone era giunto a sostenere che essa, in quanto unica idea percettibile ai sensi, servisse da tramite tra l’uomo e l’iperuranio, il mondo delle entità perfette ed immutabili da lui definite idee (e da questa concezione derivano i termini “idealizzato” e “idealizzare”). La bellezza si poneva come un’occasione per la reminiscenza: ricercandola, l’uomo ricordava ciò che la sua anima aveva contemplato nel mondo delle idee prima di incarnarsi, e così l’uomo poteva giungere alla conoscenza delle idee attraverso l’amore per la bellezza.

Una delle intuizioni a cui mi ha spinta il prof di filosofia è stato che i discorsi del Simposio e del Fedro si riassumono nel concetto che, se la conoscenza dell’iperuranio è il fine parziale (il cui fine a sua volta è la costruzione di una comunità basata sulla ricerca del Bene, ovvero sulla giustizia), così l’amore è il modo con cui l’uomo ricerca questa conoscenza, e la bellezza è il mezzo con cui inizia e percorre la sua ricerca. Ritengo significativo che un filosofo che sosteneva l’importanza del distacco dal mondo materiale, dominio della doxa, l’apparenza, desse una tale importanza ad una qualità come la bellezza.

Platone, tuttavia, non si riferiva alla bellezza dei corpi, ma un’idea molto più generale (tanto è vero che la bellezza delle leggi e delle istituzioni, in quanto rappresentazioni della Giustizia, era superiore sia alla bellezza corporea che a quella dell’anima, e che la bellezza delle scienze, che avvicinavano l’anima alle idee, era seconda solo all’idea di Bellezza di per sé). Permane però il fatto che la bellezza, più di altre qualità, era considerata vicina alla perfezione e mezzo per raggiungerla.

Una delle eredità che la filosofia platonica, che insieme a quella aristotelica costituisce le fondamenta del pensiero filosofico occidentale, vista l’importanza che questi due pensatori rivestirono nelle epoche successive, è appunto l’idealizzazione delle virtù presenti nelle persone, viste come “riflessi” della loro versione perfetta. Anche la bellezza, così, è stata idealizzata, principalmente nell’arte, dove varie concezioni di essa si sono scontrate, sovrapposte, alternate e amalgamate nel corso dei secoli. I canoni, fissati dagli artisti, hanno creato immagini di donne che riflettevano e interpretavano la realtà, offrendo modelli in cui ognuna (o, perlomeno, ognuna che appartenesse ad una classe sufficientemente benestante) poteva riconoscersi.

Indubbiamente, nel formarsi di un canone, hanno a che fare ragioni legate non solo alla sensibilità individuale di un artista, ma anche alle idee dominanti a livello religioso, poetico (la donna-angelo, aggraziata ed eterea dello Stilnovo, ad esempio) e sociale, ed è anche per questo che l’arte diventa una chiave di lettura della società. Che cosa trasmette, quindi, l’ideale di bellezza contemporaneo?

L’idea della bellezza come perfezione è sopravvissuta attraverso il tempo, fino ad arrivare ai giorni nostri, e si è slegata dall’idea di donna come individuo, fino a diventare qualcosa di sempre più idealizzato e astratto. Non abbiamo più donne belle, ma un ideale, un modello sempre più distante dalla realtà, con cui solo poche possono confrontarsi senza uscirne sconfitte, frustrate e con una percezione di sé fortemente indebolita. La prima constatazione che si può fare è che l’ideale di bellezza contemporaneo mostra una donna magra, slanciata, molto diversa dalle figure morbide che siamo abituati a vedere nell’arte, dalla Venere dell’Educazione di Cupido del Correggio (1527) alla Vergine Maria di Sassoferrato (1640), a Manon Balletti, ritratta nel quadro omonimo di Nattier (1757), fino alle donne del Bagno Turco di Jean-Auguste-Dominique Ingres (1862). L’evoluzione del costume, e con esso della concezione di ciò che era considerato bello e ciò che non lo era, ha sempre tenuto la realtà come riferimento, anche nella rappresentazione di donne sublimi, come la Madonna, le Sante, le Allegorie (Giustizia, Grazia, Verità, ecc…) e divinità come Venere.

é molto recente, invece, la diffusione di un modello che non rifletta la realtà, ma ne crei un’immagine fittizia. La magrezza e l’altezza sono diventate come condizioni della bellezza, anziché esserne tratti caratteristici, e questo ha portato molte donne a sentirsi escluse, inadatte e diverse, e di conseguenza a cercare di corrispondere a questo canone. Essere grasse diventa qualcosa di cui vergognarsi. Un dato interessante è quello che questo problema interessa soprattutto le principali destinatarie dei messaggi pubblicitari e in generale coloro a cui viene proposto il modello, le donne bianche. Una ricerca condotta dal Kaiser Family Institute negli USA (riportata su Io Donna del 17 marzo) ha rilevato che il 66% delle donne nere, seppure obese, ha una buona percezione del proprio corpo, mentre solo il 41% delle donne bianche, anche se dalla corporatura “giusta” (non obese, né anoressiche) ha risposto nello stesso modo.

In quanto destinatarie di una rappresentazione irrealistica, ma onnipresente, le donne bianche sono sempre più insoddisfatte del proprio corpo. Molte riescono ad accettare la propria immagine e a piacersi per come sono, ma molte altre si sottopongono a diete e chirurgia estetica nel tentativo di rassomigliare con un canone diventato oppressivo, con cui non riescono a scendere a patti.

Essere esposte a questo modello onnipresente prima di essere in grado di comprenderne le forzature, come può essere per delle bambine e ragazzine che lo ritrovano nelle loro bambole, sulle pagine delle riviste per ragazzine, nei personaggi dei cartoni animati, rischia di rendere cronici i problemi di autostima. Nel corso della crescita di una bambina/ragazzina, aumentano anche le occasioni in cui il modello è proposto (imposto?) e l’ideale diventa sempre più rigido, stringente. La gabbia degli stereotipi inizia facendoli sembrare qualcosa di positivo da raggiungere, ma man mano che si cresce e ci si rende conto di non poter corrispondere, e neppure assomigliare, alle creature perfette che avevamo ammirato e sognato da bambine, si ha la sensazione di essere fallite e inadeguate.

Su questa sensazione si innesta abilmente il marketing delle aziende, che sfrutta il contrasto tra i modelli dell’infanzia e il desiderio di essere grandi per trasformare le ragazzine dai 9 ai 13 anni in consumatrici ossessionate dall’idea della perfezione. Le conseguenze, purtroppo, sono molto serie e generano una disistima di sé che può sfociare nell’odio autolesionista, nell’anoressia, nella bulimia, o in generale in comportamenti pericolosi, come l’abuso di alcool o droga.

Molte proteste ci sono state nei confronti di questo modello, ma, poiché esso è funzionale alle aziende che vivono sull’immagine della donna (produttori di cosmetici, marchi di moda, centri specializzati nella chirurgia estetica, produttori di alimenti dietetici, ecc…), è irrealistico pensare che le aziende accettino di iniziare a creare un’estetica meno oppressiva. Gli interessi in gioco sono molto altri, e non sono io a dire che tra gli interessi e l’etica troppe volte sono stati scelti i primi per pensare che sia possibile un cambiamento autogenerato. E neppure le semplici proteste sono sufficienti, le aziende non le recepiscono – oppure fingono di farlo, creando linee per “taglie forti” come un ambito separato, ma continuando parallelamente con le campagne pubblicitarie classiche.

L’unica soluzione, secondo me, è iniziare a pensare alla falsità dei modelli e accettare il nostro corpo per quello che è. Se non ci faremo condizionare da questi messaggi, saremo in grado di essere donne realizzate e positive. La mentalità cambia e i modelli la seguono, raramente accade il contrario. Perciò, iniziamo a cambiare noi il nostro atteggiamento mentale, sosteniamoci a vicenda ed evitiamo di criticare o colpevolizzare le ragazze o donne che si sentono in crisi con il proprio aspetto. E i venti del cambiamento inizieranno a spirare…

Questo video deve fare riflettere.

http://vimeo.com/viancalugo/body-image-psa.

PS: mi scuso per il ritardo nel sistemare questo post. Ieri scrivevo di fretta, con le idee in disordine in testa, e solo oggi sono riuscita a riportare un po’ di chiarezza.