Spagna: legge sull’aborto sotto attacco

Spagna: cosa c’è dietro all’attacco alla legge sull’aborto – Monica Lanfranco – Il Fatto Quotidiano. Sono profondamente ferita e indignata nel leggere che in Spagna il nuovo governo ha avanzato la proposta – e per fortuna al momento si tratta solo di una proposta – di limitare fortemente la possibilità per le donne di ricorrere all’interruzione di gravidanza, vietandola in caso di malformazione del feto e condizionandola all’approvazione di una commissione apposita in caso di stupro. La commissione dovrebbe acconsentire all’aborto se ritiene che la vittima abbia subito “danni emotivi” tali da giustificarlo, e in caso contrario potrebbe impedirlo.

Come può qualcuno che non ha vissuto l’esperienza dolorosa, traumatica e distruttiva dello stupro pretendere di quantificare i “danni emotivi” che ha lasciato in una donna? è la sua carne ad essere stata ferita, violata, umiliata, è il suo animo ad essere lacerato, sconvolto, in una maniera che né io né nessun altro che non ci è passato riusciremo mai a comprendere. Voglio riportare una testimonianza di Eve Ensler, scrittrice e drammaturga femminista (I Monologhi della Vagina, Io Sono Emozione, Se Non Ora Quando?), che ha subito uno stupro all’età di 14 anni, per tentare di rendere l’idea. Eve ha scritto questo pezzo come lettera aperta al parlamentare repubblicano Todd Akin, che aveva tentato di giustificare le restrizioni all’accesso all’aborto negli USA sostenendo che in caso di “stupro legittimo” (e sa solo lui cosa significhi) non c’è alcun bisogno per la donna di abortire, poiché il corpo evita la gravidanza da solo. Un altro esempio di uomini che tentano di legiferare sul corpo delle donne, escludendole dal dibattito come se si trattasse di un campo di battaglia e non di una parte di esseri umani dotati del diritto di autodeterminarsi. Le parole di Eve, scritte nell’agosto del 2012, si adattano perfettamente anche al ministro della Giustizia spagnolo, Alberto Ruiz-Gallardón. 

Cercherò di spiegarle l’effetto che ha sulle menti, cuori e anime dei milioni di donne che vengono stuprate su questo pianeta. È una forma di stupro reiterato. Il presupposto alla base della sua affermazione è che non ci si deve fidare delle donne e delle loro esperienze. Che la loro comprensione di cosa è lo stupro deve essere stabilita da un’autorità superiore, più qualificata. Così facendo vengono delegittimati, minati e sminuiti l’orrore, l’invasività, la profanazione che hanno sperimentato. Questo le fa sentire sole e impotenti tanto quando si sentivano al momento dello stupro.

Voglio che chiuda gli occhi e immagini di essere nel suo letto o contro un muro o rinchiuso in un piccolo spazio soffocante. Immagini di essere legato lì e immagini che un estraneo, amico o parente aggressivo, indifferente, invasato le strappi i vestiti di dosso e penetri il suo corpo – la parte più personale, sacra, privata del suo corpo – e che si faccia strada dentro di lei con tale violenza e odio da lacerarla. Poi immagini lo sperma di questo estraneo schizzare dentro di lei e riempirla senza potersene liberare. Sta piantando qualcosa dentro di lei. Immagini di non avere alcuna idea di che cosa consista quella vita, spiritualmente concepita nell’odio, senza conoscere lo stato mentale o fisico dello stupratore.
Poi immagini che arrivi una persona, una persona che non ha mai sperimentato lo stupro, e che quella persona le dica che non ha altra scelta se non tenere il prodotto di quello stupro che le cresce dentro contro la sua volontà e che quando sarà nato avrà il volto del suo stupratore, il volto della persona che ha sostanzialmente distrutto il suo essere e lei dovrà guardare quel volto ogni giorno della sua vita e verrà giudicato severamente se non riuscirà ad amare quel volto.

(Eve Ensler, tratto da Mister Todd, le spiego lo stupro cos’è)

Questa descrizione ci aiuta a comprendere cosa rappresenti il dover portare a termine una gravidanza non voluta, non scelta, contro la propria volontà per una donna: l’impossibilità di riprendere il controllo della propria vita, del proprio corpo, l’impossibilità di lasciarsi alle spalle l’immenso dolore dello stupro. Questo è quello che accadrà se un gruppo di estranei stabilirà che in fondo  non è stato poi così doloroso, non è stato poi così orribile, e poi cosa sarà mai, portare a termine la gravidanza?

Se è disposto a scendere nel cuore di queste tenebre, capirà presto che non c’è nessuno che possa fare la scelta di avere o non avere quel bambino se non la persona che lo porta dentro.
Ho passato molto tempo con le madri che hanno dato alla luce bambini che sono il prodotto di uno stupro. Ho visto come si torturano lottando contro il loro odio e la loro rabbia, cercando di non proiettarli sui propri figli.
Chiedo a lei di uscire dal mio corpo, uscire dalla mia vagina, dal mio utero, di uscire da tutti i nostri corpi. Queste non sono decisioni che sta a voi prendere.

 

 

 

 

Il dischiudersi della vita

Non ho mai pensato molto alla maternità, al parto, alla nascita, se non come a qualcosa di astratto, un insieme di trasformazioni biologiche di cui avevo studiato le cause a livello del DNA, delle cellule, e poi del corpo, nel libro di scienze. Il modo in cui il nostro corpo predispone i gameti, attraverso la meiosi, con la metà esatta di cromosomi, per poter creare un nuovo essere con un patrimonio genetico unicamente suo, frutto di un rimescolamento casuale di due DNA, mi affascina. L’evoluzione è caos.

Nella donna il meccanismo della meiosi è complesso, e la maggior parte dei gameti vengono sprecati, mediante le mestruazioni, per darci la possibilità, incomparabilmente preziosa a livello di sopravvivenza della specie, di essere fecondate in ogni momento dell’anno e non solo durante il periodo dell’estro, come succede alla maggior parte dei mammiferi. A volte osservo il mio sangue mestruale e penso che una parte di quella massa rosso scuro costituiva le pareti dell’endometrio, predisposte per accogliere la possibilità di una nuova vita, una possibilità che non si è realizzata e che rimane sospesa nel mondo vasto e inconoscibile dei se. Immagino il mio utero, mi chiedo se sia un posto accogliente, il luogo dove qualcosa che conosco e al contempo ignoro totalmente potrebbe accadere, forse accadrà, una nuova vita potrebbe riposare in attesa di diventare una persona, oppure potrebbe scivolare per sbaglio, per un imprevedibile errore, e allora dovrei spezzare quella possibilità…

Cellule che si duplicano. Cellule che si duplicano ancora, e ancora, e ancora. E poi, non sempre, non per tutte, scatta qualcosa, quell’insieme di cellule diventa un soggetto, viene riconosciuto, e la donna lo chiama “figlio”, e la donna diventa “madre”. Un nuovo essere in potenza. Un futuro essere che nutrito dal sangue della donna che lo ospita, un essere che le appartiene e che non le appartiene. Oppure, niente. Un grumo di cellule, un errore, un peso che non si è in grado di portare, qualcosa che non si vuole scegliere. Qualcosa da cui ci si separerà, con dolore, con la consapevolezza di aver fatto la scelta – ingiudicabile, personale, soggettiva come nient’altro – giusta. O che si porterà con sé fino al momento di liberarsene, un dono, in qualche modo, per qualcuno che non si conosce e che non sfiorerà mai la vita di quella donna.

I miei pensieri vagano e mi identifico con un ovulo, che scende lentamente lungo le tube di Falloppio, una placida sfera che rotola, scivola, fino ad incontrare un nugolo di piccoli ed agili spermatozoi che le si schianteranno contro, morendo nel tentativo, per sciogliere gli enzimi che ne avvolgono la superficie, finché uno di loro potrà raggiungerne il cuore, e fondersi con esso. Zigote. La placida calma dell’ovulo sostituita dal fermento delle cellule in duplicazione. Pop. Pop. Pop. Uno, due, quattro, otto… qualcosa che si sta formando, pulsante, vivo. La stessa vita che ha increspato il brodo primordiale. Sostanze inerti che galleggiavano sull’acqua, il silenzio di un pianeta ancora giovane, incontaminato, e poi…pop. La prima cellula. Pop. Pop. Pop. Altre cellule. Non sappiamo come, non sappiamo perché, possiamo solo fermarci un attimo e guardare la prolifica, straordinaria varietà che la vita ha assunto intorno a noi, in noi. Come il silenzio si è riempito di suoni, la terra di piante, gli oceani di animali. Noi siamo solo un frammento di tutto questo, e siamo gli unici che possono conoscerlo.

In quanto donna, in me esiste la possibilità di replicare questa straordinaria trasformazione, la nascita. Non ci ho mai pensato veramente, poi oggi c’era questo telefilm, o film, non ho controllato neppure il titolo, in cui una giovane donna doveva partorire in casa perché non c’era tempo per condurla in ospedale, e l’ambulanza non sarebbe arrivata in tempo, quindi i suoi familiari dovevano assisterla da soli. Contrazioni, urla, frasi concitate, gemiti di dolore. In ospedale forse sarebbe tutto più asettico, ovattato, magari. Forse più semplice, più calmo. Quel grumo di cellule è diventato un individuo, ora, ed è tempo che sia condotto nel mondo. Nel dolore, nel sangue. Il ventre di una donna diventa così grande durante la gravidanza, a me è sempre sembrato troppo grande, troppo pesante da reggere, così grande da schiacciare la donna a cui appartiene, da cancellarla. Non voglio immaginare quanto deve essere traumatico e doloroso fare uscire un bambino dalla propria vagina.

Io non so. Tutto ciò che ho letto, studiato, che mi hanno detto, non basta, non serve. Sto scrivendo queste riflessioni perché un giorno, qualunque decisione io prenda, qualunque possibilità io accolga o respinga, sarò felice di poter sapere cosa pensava una ragazza di 17 anni quando ancora ogni scelta era lontana. Le mie parole non hanno altro valore che questo. Mi sono fermata e ho pensato al mio corpo, alla vita, all’origine, e tutto questo fa parte di me e al contempo non mi appartiene affatto, anzi, non posso conoscerlo, non posso afferrarlo, non c’è nulla di più distante da me, da ciò che sono. Sono cose a cui riesco a pensare solo dimenticandomi di me stessa, della mia individualità data dalle mie idee, le mie emozioni, i miei pensieri. Come se dovessi disconnettere la mia mente per focalizzare l’attenzione su ciò che riguarda solo il mio corpo, ciò da cui la razionalità è estranea. Ciò che non può essere pensato, ma solo sentito, e forse vissuto.

Eve Ensler, scrittrice e poetessa che ammiro moltissimo perché scrive le cose come io le sento, ed è capace di tradurre in parole, bellissime parole, intense ma delicate, forti ma eteree, quello che in me è solo un insieme di sensazioni confuse, parla di un parto in una poesia tratta dalla sua prima opera, I Monologhi della Vagina. Eve è una spettatrice, non la partoriente, e il suo unico figlio, Dylan, è stato adottato. La poesia si intitola Io ero lì nella stanza ed è dedicata a Shiva, sua nuora.

Io c’ero quando la sua vagina si aprì.

Eravamo tutti lì: sua madre, suo marito e io,

e l’infermiera ucraina con la mano

dentro la sua vagina, fino al polso,

che tasta e gira col suo guanto di gomma

parlando con noi disinvolta – come stesse aprendo

un rubinetto difettoso

Ero lì nella stanza quando le contrazioni

la costrinsero a trascinarsi carponi,

e a emettere strani versi da tutti i pori.

E ancora lì ore dopo, quando all’improvviso

cacciò un urlo orrendo,

fendendo con le braccia l’aria elettrica.

Ero lì quando la sua vagina si trasformò,

da timido buco sessuale

a tunnel archeologico, vaso sacro,

canale veneziano, pozzo profondo

con un minuscolo bambino in fondo,

che attende d’essere salvato.

Vidi i colori della sua vagina. Li vidi cambiare.

Vidi l’azzurro livido e rotto

il rosso pomodoro che ribolle

il rosa grigio, il bruno;

vidi il sangue come sudore imperlare gli orli

vidi il liquido bianco, giallo, la merda e i grumi

spingere fuori da tutti i buchi,

spingere forte e ancora più forte,

vidi in fondo al buco, la testa del bambino striata

dietro l’osso – un duro ricordo rotondo -,

mentre l’infermiera ucraina girava e rigirava

la sua mano scivolosa.

Ero lì mentre noi, sua madre e io,

tenendole una gamba per ciascuna

e spingendo a più non posso

contro lei che spingeva, l’aprivamo tutta;

mentre con voce asciutta

il marito contava: “Uno, due, tre”

e la spronava a concentrarsi, ancora di più.

Allora guardammo dentro di lei.

Non riuscivamo più a staccare gli occhi

da quel punto.

Dimentichiamo la vagina, tutti noi…

Cos’altro potrebbe spiegare quest’assenza

di timore reverente, di stupore?

Ero lì quando il medico

vi entrò con cucchiai da Alice

nel Paese delle Meraviglie

e sempre lì quando quella vagina

diventò una grande bocca lirica

che cantava con tutta la sua forza;

prima la testa, poi il braccio grigio e penzolante,

poi il veloce corpicino che nuota,

nuota svelto

verso le nostre braccia piangenti.

Ero lì dopo, quando mi voltai

e affrontai la sua vagina.

Restai lì, permettendo a me stessa

di vederla aperta, completamente esposta,

mutilata, gonfia e lacera,

sanguinare sulle mani del dottore

che la ricuciva con calma.

Restai lì e, davanti ai miei occhi,

la sua vagina all’improvviso

diventò un grande cuore rosso pulsante.

Il cuore è capace di sacrificio.

E così la vagina.

Il cuore è capace di perdonare e riparare.

Può cambiare forma per farci entrare.

Può allargarsi per farci uscire.

E così la vagina.

Può soffrire per noi e tendersi per noi,

morire per noi e sanguinare

e sanguinolenti immetterci

in questo difficile mondo meraviglioso.

E così la vagina.

Io ero lì nella stanza.

Io ricordo.

 

La forza delle emozioni

Io Sono Emozione è davvero uno dei libri più belli che mi sia capitato di incontrare nella mia vita, perché mi ha fatto capire l’importanza del coltivare l’emotività, del seguire l’istinto, insomma, di quelle componenti della nostra personalità che ci rendono individui, che ci rendono donne, che delineano la nostra personalità complicata e multiforme. Il libro è un invito alle ragazze a non sopprimere la propria parte emotiva e istintuale, a non rinunciare alla loro sensibilità per accontentare gli altri, ma piuttosto a sfruttare quest’energia potenziale (“energia dei sogni”, un’energia che proietta nel futuro, che spinge a lottare per impegnarsi a rendere concreti desideri e speranze), a nutrire il loro animo di esperienze e impressioni.

I sentimenti e le emozioni sono qualcosa di straordinario, e di molto potente. Personalmente, credo di aver sperimentato meglio la forza lacerante, a volte creativa e a volte distruttiva, di quelli negativi: rabbia, sconforto, solitudine, malinconia, dolore. Ognuno di questi, nel momento in cui mi sentivo prigioniera della sua forza e incapace di uscirne, è diventato una riflessione, una poesia, un pensiero, e nel momento in cui scorrevano nell’inchiostro, trasmettendosi alle pagine dei miei quaderni, mi sentivo un po’ meno sofferente, un po’ svuotata. Scrivevo di lacrime, ghiaccio, foglie e petali. Di gelo, solitudine, alberi e sentieri senza meta. Del suono del vento, del profumo della pioggia, di pettirossi nella neve. Musica, grida senza suono, ricordi sepolti, schegge di cristallo.

Tutto ciò che è vissuto si è impresso dentro di me come una cicatrice, e non è banale per me dire che mi ha resa più forte. Pensavo che non sarei mai stata in grado di superare il dolore, in certi momenti, pensavo che avrei sempre avuto bisogno che i miei amici si prendessero cura di me, e invece dopo qualche tempo la sofferenza sfuma via, diventa sempre meno presente, e piano piano si dissolve in un ricordo. Quando riprendo in mano i vecchi quaderni, tutte le emozioni rimaste impregnate nelle mie parole mi colpiscono con la stessa intensità, facendo tornare vivi – davvero, sembra di sentirli bruciare di nuovo –  i ricordi.

Con i periodi felici è diverso, non sento il bisogno di scrivere, raccontare. La felicità è leggera, non lascia segni profondi come il dolore e la rabbia. Però è bellissima. Non ha bisogno di distruggere per creare, si limita a lasciare la sua traccia leggera, a far sembrare le sofferenze passate molto più lontane di quanto non siano realmente. Fa sentire in equilibrio, sicura, protetta. Mi piace sentirmi in equilibrio con le persone che mi stanno intorno, anche se spesso non è facile. Vorrei non ferire nessuno, e sono sempre pronta a chiedere scusa, piuttosto che avere il dubbio che qualcuno possa essersi risentito per il mio comportamento o le mie parole, ma a volte ho l’impressione che per alcune persone la condizione ideale non sia l’armonia, ma il creare disarmonie attorno a sé, per elevarsi al di sopra di esse. Forse hanno un concetto diverso della felicità, o forse non hanno mai imparato a comprendere le proprie emozioni, ma soltanto a reprimerle…

Io non ci riesco. Le mie emozioni hanno un totale controllo su di me. Posso tentare di respingerle, ma ritornano sempre, con un impatto devastante, come un elastico troppo teso. Ripensandoci, penso che questa sia una buona cosa, perché vivere le cose con intensità mi impedisce di essere superficiale. Tutto ciò che attraversa la mia strada, in qualche modo attraversa anche il mio essere, e lascia delle tracce. Le cose non riescono a riflettersi su di me.

Le persone dividono e categorizzano, per semplificare. Non cercano di comprendere i sentimenti, le idee, le motivazioni degli altri, ma li giudicano. Ma dividere e classificare è distruggere. Annienta l’individualità, sfregia l’unicità delle persone, le ingloba nella massa amorfa del conformismo. Così le ragazze, i cui dubbi e problemi rendono fragili e che spesso non hanno nessuno con cui confidarsi sinceramente, spesso si sentono spinte ad abbandonare il loro lato emotivo, a quella sensibilità amplificata che impedisce di essere indifferenti, per vivere in modo più spensierato.

Sacrificare le emozioni e non riuscire ad avere ideali e motivazioni in cui credere sono, purtroppo, due facce della stessa medaglia. Per questo, nell’introduzione, Eve Ensler si rivolge alle ragazze con il meraviglioso appellativo di “Cara Creatura Emotiva”, dicendo loro:

Credo nella tua autenticità, nella tua unicità, nella tua intensità, nella tua irruenza. […] Amo la tua inquietudine e la forza del tuo desiderio. Sei una delle nostre più grandi risorse naturali. Possiedi una capacità d’azione e un’energia irriducibili che se liberate potrebbero trasformare, ispirare e guarire il mondo. So che ti facciamo sentire stupida, come se l’adolescenza equivalesse a uno stato di pazzia temporanea. Ci siamo abituati a chiuderti la bocca, a giudicarti, a trascurarti, a chiederti – anche con la forza, a volte – di tradire ciò che vedi, che conosci, che senti.

Tu ci spaventi. Ci ricordi che siamo state costrette a reprimere o abbandonare una parte di noi per farci accettare. Col tuo modo di essere ci chiedi di farci domande, di svegliarci, di riscoprire le nostre emozioni.

Penso che queste parole siano profondamente vere. Ogni volta che una bambina, una ragazza, una donna è costretta a rinunciare a una parte del suo essere, della sua femminilità, per adeguarsi agli standard di una società ancora incapace di permetterci di essere allo stesso tempo donne e individui, per permetterci di esprimere la nostra sensibilità e il nostro potenziale, il nostro modo diverso di pensare e la nostra capacità di relazionarci con gli altri in maniera differente, una parte di lei viene uccisa. Il nostro scopo è impedire che ciò accada, perché tutti, e tutte, siano liberi di costruire la propria identità in modo pieno, arricchendola con tutto ciò che attraversa le loro vite, senza doversi trasformare in specchi che riflettono ma non vivono di vita propria.

Riprendendo l’introduzione di Eve Ensler:

Se cerchi di accontentare gli altri, come puoi prenderti la responsabilità dei tuoi bisogni? Come fai anche solo a capire quali sono? Cosa devi soffocare dentro di te per accontentare gli altri? Io penso che questo renda tutto confuso. Perdiamo di vista noi stesse. Smettiamo di prendere posizione. Smettiamo di dirigere le nostre vite.

Il mio sogno è che ogni ragazza sia in grado di autodeterminare sé stessa, come individuo fatto di pensiero ed emozione, istinto, sentimenti, ragione, inconscio. Penso che questo renderà il mondo un luogo più libero.

Bibliografia femminista (in continuo aggiornamento)

Sono sempre alla ricerca di nuovi spunti di riflessione, e lo scopo per cui ho aperto questo blog è di raccoglierli e ampliarli, cercare di trasformare una raccolta di pensieri casuali in qualcosa di comprensibile e completo.

Qui di seguito riporto una serie di libri che hanno influenzato la mia vita e mi hanno aiutata a sviluppare le mie idee e la mia identità (in ordine random, rigorosamente) per quanto riguarda la questione femminista e le questioni di genere. A questi libri devo molto, perché mi hanno aiutata ad affinare il mio pensiero, ampliare il mio sguardo, approfondire le mie analisi e confrontarmi con la complessità. Ognuna di queste voci, a modo suo, mi ha dato qualcosa, creando una prospettiva complessa e vibrante che spazia dalla poesia alla ricerca scientifica, passando attraverso la divulgazione e il racconto di esperienze di modi individuali di vivere e costruire il proprio essere femminista.
Soprattutto di recente, ritornando su questa lista per aggiungere nuove letture, mi rendo conto della varietà e della fertilità del pensiero femminista e della ricerca di genere, una sorgente da cui ognuna/o di noi può attingere qualcosa che porterà con sé, qualcosa di forte, vivo e tangibile.

  • Io sono Emozione, Eve Ensler
  • Dalla parte delle bambine, Elena Gianini Belotti
  • Ancora dalla parte delle bambine, Loredana Lipperini
  • Sii Bella e Stai Zitta, Michela Marzano
  • In nome dell’Amore, Melissa P.
  • Sui Diritti delle Donne, Mary Wollstonecraft
  • Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, Michela Murgia
  • L’ambiguo malanno. La donna nell’antichità greca e romana, Eva Cantarella
  • Padrone del Desiderio. L’universo nascosto delle donne musulmane, Geraldine Brooks
  • Il Secondo Sesso, Simone de Beauvoir
  • I Monologhi della Vagina, Eve Ensler
  • Se Non Ora Quando?, AAVV, a cura di Eve Ensler e Mollie Doyle
  • Senza Chiedere il Permesso, Lorella Zanardo
  • Di mamma ce n’è più d’una, Loredana Lipperini
  • Psicosociologia del maschilismo, Chiara Volpato
  • Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Chiara Volpato
  • Il mio corpo mi appartiene, Amina Sboui
  • Superman è arabo. Su Dio, il matrimonio, il machismo e altre invenzioni disastrose, Joumana Haddad.
  • Prima le donne e le bambine, Elena Gianini Belotti
  • La donna in una società sessista. Alle origini della dipendenza femminile, a cura di Vivian Gornick e Barbara K. Moran
  • Il dominio maschile, Pierre Bourdieu
  • Di che genere sei?, a cura di Beatrice Gusmano e Tiziana Mangarella
  • Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta, Rossella Ghigi
  • Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari, Irene Biemmi
  • Pink is the new black. Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia, Luisa Stagi ed Emanuela Abbatecola
  • Children at Play. Learning gender in the early years, Barbara Martin
  • Women political leaders and the media, Donatella Campus
  • Ci vogliono le palle per essere una donna, Caitlin Moran
  • Il sesso del terrore. Il nuovo maschilismo americano, Susan Faludi
  • Tutte le ragazze avanti!, AAVV, a cura di Giusi Marchetta
  • Generazioni di donne a Sconvegno, a cura di Eleonora Cirant, Chiara Lasala, Sveva Magaraggia, Chiara Martucci, Elisabetta Onori, Francesca Pozzi
  • Liberati della brava bambina. Otto storie per fiorire, Maura Gancitano e Andrea Colamedici
  • Toxic Geek Masculinity in Media, Anastasia Salter e Bridget Blodgett
  • Feminism in Play, a cura di Kishonna L. Gray, Gerald Voorhees ed Emma Vossen
  • Unmasking the Strong Black Woman, Kara Stevens
  • Gaming masculinity. Trolls, fake geeks and the gendered battle for online culture, Megan Condis

Man mano che continuerò a leggere, amplierò la lista. Se chiunque volesse consigliarmi qualche testo, in particolare riguardo la storia del movimento femminista o la rivoluzione studentesca del Sessantotto, ne sarò lieta.

Molti di questi testi sono stati anche inseriti nell’antologia di “Aforismi e citazioni in libertà” di Wikiquote. Ho voluto riportare passi significativi per metterli a disposizione di tutti, un piccolo contributo alla conoscenza universale nello spirito Wiki, e anche per avere sempre sottomano riflessioni e concetti che stanno andando non solo a costituire una banca-dati preziosissima per me (per i miei lavori scolastici e universitari, ad esempio, o per trovare sostegno alle mie argomentazioni) ma anche ad ampliare le mie vedute e, sedimentandosi, a costruire ciò che io sono.

La mia gonna corta

La mia gonna corta è una poesia della scrittrice femminista Eve Ensler, nota per aver scritto i Monologhi della Vagina. Per l’autrice la vagina è un simbolo della “diversità” femminile, del nostro modo differente di pensare e di esprimere le emozioni, in contrapposizione all’immagine stereotipata della donna come “utero”, come “involucro”, in riferimento al ruolo materno.
é l’emblema di una ragazza consapevole del proprio corpo e della sua forza. Una consapevolezza che è davvero difficile avere, perché il corpo appare da una parte come una specie di sgradita estensione di sé, al punto che molte ragazze arrivano a detestarlo e torturarlo (anoressia, tagli), e dall’altra parte come un mezzo di cui servirsi per ottenere cose ed essere considerate “cool”.

Al giorno d’oggi, molte ragazzine considerano il sesso una merce di scambio, come testimonia la crescente diffusione di pratiche come lo scambiare foto di nudo con sconosciuti su Internet in cambio di ricariche del cellulare, oppure l’uso disinibito che fanno del proprio corpo, invece di riconoscerlo come una forma di espressione di sé. Questo, se da un lato comporta la mercificazione di sé e costringe le ragazzine a sottostare a un modello continuamente proposto dalla società attorno a loro – i discorsi dei ragazzi, le riviste per teenager, gli spot televisivi – dall’altra parte toglie alle ragazze la possibilità di riscoprire la forza espressiva del proprio corpo, come mezzo per essere immerse nella realtà.

Il corpo è una parte fondamentale della nostra identità. è un modo per riaffermare chi siamo. Portare i capelli asimmetrici, mettermi lo smalto blu elettrico sulle unghie, i miei adorati guanti senza dita, vestirmi sempre di nero, sono dei modi per raccontare chi sono. Il mio look racconta una storia. La cicatrice che mi solca la gamba sinistra, le sbucciature sulle ginocchia, i graffi sulle mani. Il mio corpo racconta una storia. Muovermi, camminare, arrampicarmi sugli alberi, restare seduta su una roccia a guardare il fiume, tuffarmi per prendere una palla durante una partita di pallavolo, nuotare, andare in bicicletta in primavera. Il mio corpo è una parte di me con la quale ‘sento’ le cose.

Renderlo solo un oggetto, guardarlo con sguardo maschile – non di tutti i ragazzi, per fortuna – per una ragazza significa anche non essere in grado di ritrovare quell’insieme di sensazioni ed emozioni corporee che fanno parte del nostro mondo interiore, è negare una parte di sé. In un certo senso, è rinunciare ad una parte del proprio essere.

Per questo penso che questa poesia dovrebbe essere letta nelle scuole. Le ragazze e i ragazzi dovrebbero parlarne. Riscoprire il corpo come mezzo di espressione, una parte di sé, piuttosto che qualcosa di puramente materiale.

La mia gonna corta
non è un invito
una provocazione
un’indicazione
che lo voglio
o che la do
o che batto.

La mia gonna corta
non è una supplica
non vi chiede
di essere strappata
o tirata su o giù.

La mia gonna corta
non è un motivo legittimo
per violentarmi
anche se prima lo era
è una tesi che non regge più
in tribunale.

La mia gonna corta, che voi ci crediate o no,
non ha niente a che fare con voi.

La mia gonna corta
è riscoprire
il potere dei miei polpacci
è l’aria fredda autunnale che accarezza
l’interno delle mie cosce
è lasciare che viva dentro di me
tutto ciò che vedo o incrocio o sento.

La mia gonna corta non è la prova
che sono una stupida
o un’indecisa
o una ragazzina manipolabile.

La mia gonna corta è la mia sfida.
Non vi permetterò di farmi paura.
La mia gonna corta non è un’esibizione,
è ciò che sono
prima che mi obbligaste a nasconderlo
o a soffocarlo.
Fateci l’abitudine.

La mia gonna corta è felicità.
Mi sento in contatto con la terra.
Sono qui. Sono bella.
La mia gonna corta è una bandiera
di liberazione nell’esercito delle donne .
Dichiaro queste strade, tutte le strade,
patria della mia vagina.

La mia gonna corta
è acqua turchese con pesci colorati che nuotano
un festival d’estate nella notte stellata
un uccello che cinguetta
un treno che arriva in una città straniera.
La mia gonna corta è una scorribanda
un respiro profondo
il casqué di un tango.
La mia gonna corta è
iniziazione, apprezzamento, eccitazione.

Ma soprattutto la mia gonna corta
con tutto quel che c’è sotto
è mia, mia, mia.