I miti del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”: riflessioni conclusive

Con le conclusioni, arriviamo all’ultima puntata (sospiro di sollievo!) della serie di post dedicata al saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Ricordiamo che la puntata precedente era relativa alla responsabilità collettiva del popolo tedesco e alle voci della cultura antinazista in Italia.

Nelle conclusioni del volume, riflettendo sul “mito identitario, autogratificante e autoassolutorio” del «bravo italiano», Focardi ne rintraccia le origini in “una pluralità di matrici allora convergenti: le diverse culture politiche dell’antifascismo unite nell’esaltazione della lotta del popolo italiano contro l’«oppressore tedesco e il traditore fascista»; la galassia della destra anti-antifascista impegnata a tracciare la più netta distinzione possibile fra Hitler e il «buonuomo Mussolini», fra i barbari tedeschi e gli alpini abbandonati sul Don; e poi gli apparati dello Stato, coinvolti in pieno nella tragica avventura mussoliniana a fianco del Terzo Reich – in primis, ministero degli Esteri e ministero della Guerra -, solerti nello scaricare sulle spalle dell’ex alleato germanico (oltre che sul duce) il peso quasi esclusivo della responsabilità per la condotta bellica dell’Asse, con i suoi insuccessi e le sue pratiche criminali. Tutti accomunati – antifascisti di governo, anti-antifascisti di opposizione, apparati scarsamente epurati – dall’esigenza di separare le sorti dell’Italia sconfitta ma cobelligerante da quelle della Germania nazista rimasta fino alla fine a fianco del Führer e destinata a un severo castigo da parte dei vincitori”.

Nella «fase genetica» dell’immediato dopoguerra vi furono però anche altri fattori che contribuirono all’affermazione dell’immagine del «bravo italiano» contrapposta a quella del «cattivo tedesco». Le caratteristiche del «bravo italiano» – indole pacifica, empatia umana con gli oppressi, disponibilità a soccorrerli e ad aiutarli – rispecchiavano le virtù cristiane del «buon samaritano», ricollegandosi dunque a un alveo della cultura cattolica di cui il paese era ancora fortemente permeato (nonostante gli sforzi profusi nel ventennio dalle zelanti gerarchie ecclesiastiche a sostegno delle mire belliche del regime, dall’Etiopia alla Spagna dai Balcani all’Unione Sovietica). Attingendo a una delle fonti migliori dell’etica popolare di matrice cristiana, gli italiani potevano pertanto rispecchiarsi in un’immagine positiva di se stessi, che era allo stesso tempo – non casualmente – la completa negazione del profilo dell’«uomo nuovo» agognato dal fascismo e da Mussolini, forgiato sulle virtù marziali del «credere, obbedire, combattere» fondamentali per il dominio imperiale, profilo cui aveva semmai corrisposto il truce soldato tedesco. In definitiva, gli italiani erano stati sì sconfitti, ma nella guerra si erano moralmente redenti attraverso il ripudio della pedagogia fascista, ritrovando le proprie radici cristiane e distinguendosi dall’alleato germanico intriso di neopaganesimo nazista”.

La contrapposizione fra «bravo italiano» e «cattivo tedesco»”, prosegue Focardi, ha “finito per trovare un avallo anche da parte della stessa cultura neofascista. Essa […] aveva cercato di legittimare la scelta mussoliniana di dar vita alla Repubblica sociale e di continuare la lotta a fianco della Germania nazista con la motivazione che si fosse trattato di un’azione a fini patriottici per impedire che l’Italia facesse la fine della Polonia e fosse messa a ferro e fuoco dai «furenti» alleati, esacerbati dal tradimento del re e di Badoglio. Dunque, che i tedeschi fossero stati davvero feroci era stato apertamente ammesso dalla stampa neofascista”, i cui fogli criticarono “il processo di Norimberga contro i vertici del nazismo ritenendolo espressione della «giustizia dei vincitori», ma non negarono la gravità dei crimini tedeschi. Al contrario furono risoluti nel difendere la condotta dei militari italiani nei paesi occupati, respingendo le accuse loro rivolte di aver commesso crimini di guerra e dipingendoli nei panni di combattenti leali e di occupanti corretti nonché dotati di alto spirito umanitario.”

Le esigenze di salvaguardia degli interessi nazionali al tavolo della pace fra 1945 e 1947 indussero […] a rivendicare anche i meriti «umanitari» degli italiani […] nei territori coloniali. L’elogio del presunto colonialismo ‘dal volto umano’ servì alla classe dirigente, compresa gran parte della sinistra antifascista, per rivendicare il mantenimento della sovranità sulle colonie prefasciste (Libia, Eritrea e Somalia), «civilizzate» dall’alacre contributo del lavoro italiano. All’immagine del «bravo italiano» scaturita dalla guerra e intrecciata all’immagine specchio del «cattivo tedesco» si univa pertanto – con un effetto di rafforzamento – quella degli «italiani brava gente» che si erano prodigati per mettere a frutto i territori d’oltremare costruendo strade, scuole, ospedali e impiantando attività economiche (come se le altre potenze coloniali non avessero fatto lo stesso, ovviamente curando tutti principalmente il proprio tornaconto)”, aggiunge Focardi.

Un importante vettore di continuità e di diffusione è stato rappresentato dalla memoria della guerra e della Resistenza coltivata in ambito antifascista, compresa l’area della sinistra”, prosegue Focardi, “portata a considerare i soldati italiani – specie la truppa – come semplici vittime dell’invisa guerra di Mussolini e a esaltarne il riscatto dopo l’8 settembre attraverso la scelta di non collaborazione degli IMI e soprattutto l’impegno di tutti coloro che in Italia e all’estero imbracciarono le armi contro il nazifascismo. […] Possiamo dunque considerare la raffigurazione intrecciata del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» come un ‘minimo comune denominatore’, una sorta di collante […] fra le memorie frammentate e talvolta contrapposte della Resistenza coltivate dalle diverse forze e dalle diverse culture politiche antifasciste. Non a caso, tale raffigurazione è tornata in auge negli anni sessanta con il rilancio della memoria della Resistenza quale «religione civile» nazionale nel periodo del centrosinistra. […] Una spinta assai potente alla perpetuazione dell’immagine correlata del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» è nondimeno provenuta dalla variegata area politico-culturale che è ormai invalso definire anti-antifascista. La «memoria indulgente» del fascismo coltivata dai rotocalchi degli anni cinquanta e sessanta cara a tanta piccola e media borghesia […] si è fondata su una raffigurazione benevola del fascismo, valutato costantemente «in negativo» rispetto al bieco e fanatico totalitarismo nazista. La «defascistizzazione retroattiva» della dittatura fascista, di cui ha parlato Emilio Gentile, ha poggiato in gran parte proprio su questo processo di «esternalizzazione» del lato violento e criminale del regime, attribuito «in esclusiva» all’alleato tedesco. […] L’insistita contrapposizione tra fascismo e nazismo – anche questa fondata senza dubbio su concreti elementi di distinzione – ha rappresentato dunque un altro canale di rafforzamento della contrapposizione fra «bravi italiani» e «cattivi tedeschi». […] Occorre osservare come non siano state comunque solo ragioni interne ad assicurare longevità al mito del «bravo italiano». L’atteggiamento esterno, degli altri paesi nei confronti dell’Italia, ha avuto a sua volta una notevole influenza confermando e assecondando la benevola autoraffigurazione nazionale. La chiave di lettura imperniata sulla coppia di stereotipi del «cattivo tedesco» e del «bravo italiano» è stata infatti applicata costantemente anche dagli altri, sia che si faccia riferimento a […] un’opinione pubblica pubblica internazionale, molto influenzata dalle raffigurazioni del cinema americano, sia che si prendano in considerazione le memorie pubbliche della guerra sviluppate dagli stessi paesi vittime dell’occupazione italiana, come la Jugoslavia, la Grecia o l’Unione Sovietica. […] Il ricordo delle ferite lasciate dall’occupazione italiana è stato inoltre oscurato dal grande trauma della successiva guerra civile tra le forze nazionaliste e i partigiani comunisti, nonché volutamente rimosso dai governi conservatori ellenici per le esigenze di riconciliazione con l’Italia in ambito atlantico, restando vivo semmai solo in quelle località della Grecia continentale investite in pieno fra il 1942 e il 1943 dall’ondata repressiva italiana. In Unione Sovietica, infine, è stata coltivata a lungo una memoria della guerra che stigmatizzava la condotta germanica e metteva invece in risalto la bonarietà dei soldati italiani in nome della fratellanza proletaria con i contadini e gli operai russi, con un occhio di riguardo ai preziosi rapporti con il forte Partito comunista italiano”.

Certamente non bisogna dimenticare che alla base della lunga persistenza in Italia e all’esterno di stereotipi e miti sui tedeschi e sugli italiani sia il fatto che essi abbiano corrisposto effettivamente a comportamenti e gradi di responsabilità molto differenti dei due ex alleati. Esiste cioè alla loro base un forte nucleo di verità”, afferma Focardi, che più oltre prosegue, “E tuttavia gli stereotipi del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» sono serviti egregiamente a mascherare e rimuovere aspetti altrettanto reali della guerra fascista e prima ancora della politica coloniale e antisemita del regime: il carattere aggressivo di quella guerra e le responsabilità del regime nel suo scatenamento; il fatto che molti italiani l’abbiano combattuta – almeno per un pezzo – con convinzione ideologica; i gravi crimini commessi nei Balcani o in Russia che si aggiungevano a quelli già perpetrati su larga scala in Libia e in Etiopia; la persecuzione antisemita del 1938 non imposta da Berlino e la collaborazione poi prestata dalla RSI allo sterminio degli ebrei, braccati e consegnati nelle mani dei carnefici hitleriani. Gran parte del carico delle colpe italiane ha finito così per essere messo sulle spalle (già molto provate) dei tedeschi per poi essere rapidamente rimosso. Come ha osservato Vittorio Foa […] non si è trattato di «una rimozione in senso psicanalitico», quanto piuttosto di «una comoda ma delittuosa cancellazione della storia», poiché quando «dopo avere ucciso, non si riconosce la vittima, si è ucciso due volte». […] Gli storici hanno ormai sgretolato buona parte dei tasselli che formavano il mito del «bravo italiano». Ma i risultati della ricerca hanno prodotto solo flebili effetti sull’opinione pubblica, toccata alla superficie. […] una consapevolezza diffusa nel paese tuttora manca. Nessuna delle numerose fiction televisive di argomento storico si è azzardata a toccare il delicato argomento. Ma anche gli stessi manuali di storia per le scuole e le università – salvo eccezioni – ancora non trattano o non trattano a sufficienza il tema delle responsabilità italiane nei crimini coloniali o nella guerra di aggressione dell’Asse. Soprattutto, questa dimensione moralmente ingombrante del nostro passato non ha trovato fino adesso alcuno spazio nella ridefinizione delle coordinate della memoria pubblica nazionale.”

L’occupazione italiana di Grecia e Jugoslavia, fra mito e realtà

Affrontiamo ora la prima parte del sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Il capitolo precedente si era chiuso con la parte relativa alla demonizzazione dei tedeschi, parte 2: la rotta sul Don.

“La tendenza a distinguere il comportamento del soldato in grigioverde da quello del «camerata» germanico e a contrapporre l’uno all’altro emerse soprattutto in relazione all’atteggiamento tenuto da parte italiana nei confronti delle popolazioni dei paesi che Mussolini aveva ordinato di aggredire, nel tentativo di allargare i confini dell’Impero e dare vita” al «nuovo ordine mediterraneo». “La stampa e la pubblicistica italiane preferirono tacere, minimizzare o ridimensionare la complicità avuta dalle truppe italiane in molte brutali azioni di guerra condotte a fianco dei tedeschi e l’uso in proprio, non sporadico, di metodi di oppressione e sfruttamento non dissimili da quelli […] addebitati all’«odioso teutone»”, spiega Focardi.

Soprattutto nell’entroterra balcanico, in Jugoslavia e in Grecia (occupate grazie al decisivo concorso tedesco nell’aprile 1941), forze di polizia e unità militari italiane – sia del regio esercito sia delle camicie nere – si erano rese protagoniste di sanguinose azioni repressive contro i locali movimenti di resistenza paragonabili per tipologia a quelle condotte dalla Germania nazista: ricorso sistematico alla tortura contro gli oppositori, rappresaglie con saccheggi e incendi di villaggi, prelevamento e soppressione di ostaggi, deportazioni in massa di popolazione civile, bombardamenti di centri abitati con l’uccisione anche di donne e bambini. […] le autorità civili e militari italiane avevano predisposto un sistema di ordini per la lotta contro i partigiani analogo a quello sperimentato dai tedeschi, che equiparava gli insorti a «franchi tiratori» da passare immediatamente per le armi e postulava misure draconiane contro i loro «fiancheggiatori», dando ‘carta bianca’ […] ai comandanti dei reparti impegnati nelle azioni di «controguerriglia». Tali azioni, nel protettorato del Montenegro come nella Slovenia annessa, nelle zone occupate dello Stato indipendente croato come nella Grecia continentale (qui in particolare dall’autunno del 1942 al settembre 1943) si configurarono quali atti di una vera e propria «guerra ai civili» per la ‘bonifica’ del territorio, in cui il confine fra combattenti e non combattenti tendeva a scomparire e le popolazioni venivano investite in pieno dalla violenza repressiva”. Focardi parla di una politica del terrore pianificata, “assimilabile alla lotta senza quartiere contro la Resistenza italiana” condotta dai tedeschi agli ordini di Kesselring.

Nonostante, dunque, il coinvolgimento di numerosi reparti militari in una «guerra sporca» macchiata da crimini deplorevoli, della condotta del soldato italiano si tese a tracciare nel discorso pubblico una rappresentazione edulcorata, che poneva in evidenza la grande capacità di solidarietà umana e l’aiuto generoso dimostrati nei confronti dei popoli dei territori conquistati; meriti che vennero costantemente contrapposti al comportamento crudele e predatorio dei reparti germanici. All’immagine del «cattivo tedesco», guerriero fanatico e capace di ogni nefandezza, fu contrapposta quella del cosiddetto «bravo italiano»: malamente equipaggiato, catapultato contro il proprio volere in una guerra sciagurata, il soldato italiano aveva solidarizzato con le popolazioni dei paesi invasi, le aveva aiutate contro la fama e la miseria dividendo quel poco che aveva e, soprattutto, le aveva protette dai soprusi e dalle violenze dei commilitoni germanici salvando così molte vite […]. La raffigurazione del «bravo italiano» poneva in evidenza alcuni aspetti incontestabili e meritori del comportamento tenuto nei territori occupati, primo fra tutti l‘aiuto e la protezione prestati in varie occasioni agli ebrei o il salvataggio in Croazia di intere comunità di serbi braccati dagli ustascia di Pavelić assetati di «pulizia etnica». Tale raffigurazione finì tuttavia per oscurare del tutto l’altra faccia della realtà […] rappresentata dai militari italiani «invasori» e «oppressori» […] complici ed emuli dei «feroci» alleati tedeschi”.

La diversità di comportamento fra i due «camerati dell’Asse» era stata sottolineata già dalla stampa clandestina antifascista nei mesi immediatamente successivi all’8 settembre”, puntualizza Focardi, citando ad esempio «L’Azione», che scriveva: «Dove conquistarono, portarono a contrasto con il tedesco gentilezza e mitezza; e in Grecia e in Croazia sfamarono gli affamati, e salvarono la vita degli ebrei, e si schierarono sempre a difesa dei perseguitati, quale ne fosse la razza e la religione». Un’altra voce autorevole, quella di Gaetano Salvemini, ribadì lo stesso concetto nel volume scritto con Giorgio La Piana, What to do with Italy?, uscito negli USA nel 1943 e in Italia nel 1945, dove lo storico si rallegrava per aver appreso «in notizie di origine greca o jugoslava […] che il soldato italiano, di solito, non si comportava così crudelmente come il soldato nazista» ma anzi cercava, quando possibile di «alleviare la miseria della popolazione». Salvemini attribuiva questi comportamenti al fatto che l’italiano «non è capace di fredda e calcolata brutalità» e attribuiva la responsabilità dei crimini italiani ai «criminali», i capi fascisti che però non erano riusciti «a trasformare l’italiano comune in un crudele demonio».

Tanto la stampa e la pubblicistica antifasciste quanto la produzione di taglio memorialistico degli ambienti militari e diplomatici schieratisi con Badoglio si mostrarono concordi […] nel porre l’accento sulla differenza di natura quasi antropologica fra il «tedesco-automa», abituato a eseguire gli ordini «con brutalità meccanica», e l’italiano sempre ispirato viceversa nelle sue azioni da un «innato senso di umanità» che lo portava a fraternizzare con i popoli […] aggrediti militarmente. Tale differenza fu ulteriormente sottolineata attraverso la contrapposizione fra la figura del «tedesco barbaro e incivile», capace di ogni sfrenatezza, e quella dell’italiano figlio invece della superiore cultura latina e cattolica, capace di misura e di misericordia verso il prossimo. Questa duplice distinzione […] si innestava su un ricco retroterra culturale, imperniato sulla contrapposizione fra latinità e germanesimo in auge negli anni venti e nella prima metà degli anni trenta, la quale aveva attinto […] dall’armamentario propagandistico antitedesco elaborato in occasione della prima guerra mondiale. Né va trascurato il fatto che sulla superiorità della «civiltà» italiana avevano insistito ambienti di punta del fascismo […] con l’intenzione di lanciare a Berlino una sfida per l’egemonia ispirata alla pretesa di compensare su piano culturale il netto scarto […] in termini economici e militari”, riassume Focardi.

La stessa distinzione era del resto ribadita anche dagli ambienti alleati. Ad esempio, il giornalista statunitense Herbert Matthews, nel suo libro I frutti del fascismo scriveva: «L’italiano è un essere umano prima di essere un fascista o anche un italiano. Il tedesco è una macchina. L’italiano si impunta quando si trova di fronte ad una situazione che apporterà morte o sevizie a donne, bambini, vecchi, o a chicchessia. Il tedesco esegue gli ordini con fredda brutalità meccanica. È questa una delle cose che vogliamo dire quando chiamiamo gli italiani civilizzati».

Comune fu inoltre la tendenza “ad attribuire esclusivamente ai «fascisti» la responsabilità dei crimini commessi da parte italiana. […] I crimini «fascisti», inoltre, erano sovente giudicati come frutto di mera «imitazione» di quelli commessi dai tedeschi.” In questo c’era però una rilevante differenza: “i settori dell’opinione pubblica moderata e conservatrice, che si riconoscevano nei paradigmi interpretativi proposti dalla memorialistica prodotta dai vertici militari, intesero […] accusare come «fascisti» o i gerarchi di Mussolini responsabili dell’amministrazione dei territori occupati o gli scalmanati reparti di camicie nere coi loro giovani fanatici e indisciplinati; mentre la sinistra antifascista, con quel termine, non esitò a porre sotto accusa i comandi delle forze armate, che avevano diretto la guerra imperialista e organizzato sanguinose operazioni repressive, spesso sfociate in eccidi di civili”, nota Focardi.

Nonostante ciò, però, restò unanime e vigorosa la difesa del soldato italiano, motivata da ragioni politiche stringenti, “come ‘carta’ da giocare nei negoziati per il trattato di pace contro le richieste avanzate dagli Stati invasi dall’Italia fascista (Albania, Francia, Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica), che volevano imporre al paese decurtazioni territoriali, il pagamento di ingenti riparazioni e la consegna dei criminali di guerra. Il nodo fondamentale era rappresentato ancora una volta dall’esigenza di separare […] le responsabilità italiane da quelle dell’ex alleato tedesco, sul quale veniva scaricata la colpa pressoché esclusiva per lo scatenamento e la brutale conduzione della guerra dell’Asse”.

Mario Luciolli, autore di Mussolini e l’Europa, scriveva che «a nessun militare, di nessun grado, sarebbe venuto in mente di organizzare scientificamente la spogliazione delle popolazioni civili, né di organizzarne il maltrattamento» e notava, come riassume Focardi, che “di fronte alle nefandezze compiute sotto i suoi occhi dalle truppe di Hitler, il soldato italiano aveva sempre reagito con sdegno e fatto quanto in suo potere per opporvisi o per mitigarne le conseguenze, talvolta mettendo a rischio la sua stessa vita. Era intervenuto per difendere uomini, donne e bambini ebrei dal massacro. Si era comportato con umanità coi prigionieri e aveva cercato di aiutare gli sventurati che avevano avuto in sorte di cadere in mano tedesca. Ovunque aveva soccorso la popolazione civile cercando di fornire cibo, vestiario, assistenza sanitaria; spesso condividendo quel poco che aveva”. Ad esempio, durante la carestia in Grecia, scrive Luciolli, «il soldato italiano, con quel senso di solidarietà umana che è proprio dei popoli poveri, divideva la sua pagnotta con l’affamato cittadino greco», comportamento che “aveva avuto un corrispettivo in quello delle autorità civili, che avevano fatto di tutto per fronteggiare la spaventosa carestia dell’inverno 1941-1942, mentre da parte tedesca non era stato fornito nessun aiuto”.  Luciolli ammette che la sua raffigurazione idealizzata e distorta è dettata da esigenze politiche quando scrive: «Chiunque sia per scrivere in avvenire la storia dell’occupazione italiane non potrà disconoscere, se sarà animato da spirito di imparzialità, che il delitto commesso dal governo fascista aggredendo la Grecia fu almeno in parte riscattato dall’opera che i funzionari e i soldati italiani svolsero per alleviare le sofferenze della disgraziata popolazione».

In realtà la storiografia ha documentato le responsabilità di tutte le forze di occupazione in Grecia – italiani, tedeschi e bulgari – nel determinare il collasso economico del paese (aggravato anche dall’embargo commerciale britannico) e la terribile carestia dell’inverno 1941-1942. Da parte italiana era stato operato un intenso sfruttamento economico del paese attraverso requisizioni a tappeto di generi alimentari. Inoltre, l’Italia contribuì al dissesto finanziario sottoponendo la Grecia al pagamento delle spese di occupazione, scelta che innescò e alimentò un forte processo inflattivo. È comunque da sottolineare che le autorità germaniche, già nelle prime settimane successive all’armistizio greco, aveva fatto man bassa delle materie prime e delle risorse industriali del paese. Le spese di occupazione tedesche risultarono pari circa al doppio di quelle italiane”, puntualizza Focardi in una nota.

La demonizzazione dei tedeschi, parte 1: lo sfruttamento economico ed El Alamein

Siamo alla quarta parte del quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. La puntata precedente riguardava la rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista, questa è una specificazione sullo stesso argomento, con particolare riferimento alla campagna d’Africa.

La demonizzazione del comportamento tenuto dalle truppe germaniche non solo dopo l’8 settembre, ma anche nelle vesti di alleate prima di quella data, costituì un’altra nota dominante del giudizio formulato dall’intero arco delle forze antifasciste e dalla pubblicistica espressione degli ambienti militari e monarchici”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Tale demonizzazione rispecchiava solo in misura limitata la reale condotta dei militari tedeschi e risultò dettata […] piuttosto da concrete e urgenti esigenze politiche e morali […]: l’esigenza degli alti comandi delle forze armate di eludere le proprie responsabilità per la condotta fallimentare della guerra rigettata sulle spalle degli ‘ex camerati’, oltre che sul duce; l’esigenza sentita da tutti i settori dell’opinione pubblica di difendere l’immagine e il valore del soldato italiano accusato […] di scarse capacità belliche; l’esigenza da parte della monarchia e dei partiti antifascisti di ribaltare le accuse tedesche di tradimento ritenute infondate e offensive del prestigio nazionale […]; l’esigenza di respingere le accuse nel medesimo senso avanzate prima dalla propaganda salotina e poi dalla pubblicistica neofascista; quella fondamentale, infine, […] di eliminare ogni retaggio del sodalizio italogermanico, particolarmente scomodo per un paese che aspirava a essere accolto nel consesso delle Nazioni Unite”.

Focardi sottolinea che “non mancarono di comparire sulla stampa e nella pubblicistica spunti più veritieri, destinati però a non trovare alcuno spazio nella successiva «narrazione dominante»”, fra cui cita “gli accenni fatti dal maresciallo Badoglio e dal giornalista Agostino Degli Espinosa al comportamento corretto e disciplinato tenuto di norma in Italia dai soldati tedeschi prima dell’armistizio o sulla leale collaborazione militare italogermanica, come […] la collaborazione in campo aeronautico che aveva creato un «saldo spirito di cameratismo» fra gli aviatori dei due paesi nelle basi dell’Italia meridionale. Fu pure ammessa l’esistenza di rapporti quotidiani amichevoli e cordiali fra soldati tedeschi e popolazione italiana negli anni dell’alleanza […]. Emergevano dunque tracce che indicavano un aspetto positivo, o quanto meno più sfaccettato e realistico, del contegno tenuto dall’ex alleato. Tuttavia questi tasselli ‘fuori posto’ non incrinarono la raffigurazione di fondo che stigmatizzava il comportamento assai poco cameratesco dei «presunti» alleati germanici”.

Concorde risultò la condanna della Germania, accusata di aver trattato fin dall’inizio gli italiani con irritante arroganza e di aver agito sistematicamente a loro detrimento”, prosegue Focardi, citando le osservazioni dello storico Corrado Barbagallo “sul «contegno altezzoso» dell’alleato germanico e sulla sua tendenza a prevaricare senza remore gli interessi italiani”, destinate a diventare “un Leitmotiv sui giornali e nei volumi italiani dedicati all’esperienza della guerra. All’opinione pubblica fu riproposto il medesimo ritratto dei ‘compagni d’armi’ dell’Asse diffuso durante il conflitto dalle trasmissioni di Radio Londra o di Radio Milano-Libertà, alcuni dei cui testi radiofonici furono pubblicati nell’immediato dopoguerra contribuendo con ciò a propagare ulteriormente una serie di fortunati cliché”, a sostegno dei quali andava anche il diario di Galeazzo Ciano, che nell’introduzione scriveva: «dai colloqui di Salzburg in poi, la politica di Berlino nei riguardi dell’Italia fu un groviglio di menzogne, di intrighi e di inganni»; «noi non fummo mai trattati come soci, ma sempre come schiavi».

Un primo capo d’accusa riguardò lo sfruttamento economico che Berlino avrebbe esercitato nei confronti del debole partner italiano”, accuse che trovavano “un fondamento nella condizione di alleanza diseguale stretta da Mussolini con Hitler, che aveva comportato prima la dipendenza e poi il progressivo, inevitabile, assoggettamento economico dell’Italia alla Germania. Furono riprese e avvalorate voci circolate già nel 1941 […] secondo cui si doveva innanzitutto all’azione della Germania se l’Italia aveva sofferto per tre anni di gravi ristrettezze economiche e di un pessimo regime alimentare, di gran lunga più scadente di quello di cui avevano goduto i tedeschi. I «camerati» hitleriani, affluiti nella penisola diretti in Libia e ai campi d’aviazione del Mediterraneo, si sarebbero dedicati infatti all’accaparramento selvaggio di ogni genere di merce, svuotando i negozi e provocando il rovinoso deprezzamento della lira”, racconta Focardi. Allo stesso modo il loro governo “si era rapidamente impadronito delle leve di comando dell’economia italiana, imponendo un esoso sfruttamento. Dopo aver infiltrato nella penisola una fitta rete di suoi funzionari economici, il Reich aveva cominciato a lesinare la fornitura del carbone e delle altre materie prime indispensabili all’Italia, pretendendo, in cambio della loro concessione, consegne sempre più consistenti di prodotti agricoli e di operai da inviare in Germania. […] Anche il trattamento duro e sprezzante cui furono sottoposti i lavoratori italiani in Germania, tenuti lontani per motivi razziali dalle donne tedesche e puniti spesso per la minima infrazione, fu denunciato dinanzi all’opinione pubblica italiana e messo sul conto degli ex alleati dell’Asse. […] l’attenzione risultò concentrata sui numerosi atti di violenza e discriminazione perpetrati dai tedeschi […]”.

È necessario svolgere alcune considerazioni preliminari a proposito del giudizio sul presunto asservimento politico-strategico dell’Italia operato dalla Germania in campo bellico e sul contegno scorretto e proditorio tenuto dai militari tedeschi nei confronti dei commilitoni italiani.”, puntualizza Focardi, notando che “esso fu terreno di un’aspra polemica fra le sinistre e gli ambienti della monarchia e delle forze armate. Mentre questi stigmatizzarono la condotta germanica allo scopo di autoassolversi dalle evidenti responsabilità avute nei luttuosi rovesci delle armi italiane […], le prime intesero invece rimarcare la perniciosità della prevaricazione germanica quale aggravante delle colpe della corona e degli alti comandi militari, che niente avevano fatto per opporvi resistenza.” Ma in ogni caso si nota come “dalle due contrastanti posizioni scaturisse la stessa, duplice, raffigurazione: la Germania «falso alleato», deciso a perseguire i propri scopi egemonici a danno dell’Italia, e il «Tedesco» quale compagno d’armi «infido» e «tracotante», tronfio della sua superiorità razziale e determinato a imporla. Comune, del resto, risultò la volontà di salvaguardare l’onore e la dignità del soldato italiano, accusato dai comandi germanici di scarsa capacità combattiva e additato come il responsabile di tutte le più gravi sconfitte italotedesche”.

Due contesti in particolare furono trattati ampiamente in quest’ottica: le “disfatte militari avvenute sul fronte libico-egiziano e in Unione Sovietica, in particolare quelle terribili e risolutive di El Alamein e del Don”.

Come scrisse Leonida Felletti nel suo acceso pamphlet Soldati senz’armi, era stato sulle sabbie africane che gli italiani avevano scoperto per la prima volta «la vera natura del loro cosiddetto alleato». La polemica antigermanica dei commentatori italiani fu diretta soprattutto a infrangere il mito di Rommel, largamente diffuso fra le stesse truppe del regio esercito, che avevano invero apprezzato non solo le capacità di comando del generale tedesco ma anche il suo stile, caratterizzato da una presenza costante in prima linea, a contatto coi soldati.”, spiega Focardi, descrivendo come secondo i suddetti commentatori “Rommel aveva in realtà impiegato costantemente le unità dell’alleato in modo spregiudicato come miserevole «truppa di colore». Le aveva lanciate attraverso i campi minati per aprire il varco ai suoi reparti motocorazzati, le aveva fatte marciare senza tregua nel deserto per centinaia e centinaia di chilometri. Sempre aveva negato loro i frutti della vittoria, come era successo dopo la riconquista di Tobruk nel giugno 1942, quando agli italiani era stato impedito di entrare nella città e tutta l’enorme preda bellica era stata requisita dai tedeschi”.

Il comportamento odioso e criminale di Rommel e delle sue truppe avrebbe raggiunto il culmine in occasione della battaglia di El Alamein (23 ottobre – 4 novembre 1942). Giuntovi con forze sfinite, senza aver dato ascolto ai comandi italiani favorevoli a una strategia più prudente che assicurasse le necessarie vie di rifornimento, il «napoleoncino del deserto» […] aveva brutalmente sacrificato per l’ennesima volta i reparti alleati. Spossati dalle marce massacranti, fiaccati dalla dissenteria e da trenta mesi d’Africa, tormentati dal caldo, dalla sete e dalle mosche, essi sarebbero stati privati dei pochi autocarri a loro disposizione e schierati sulla difensiva, «con i campi di mine alle spalle e il nemico di fronte», in modo da essere costretti a una resistenza a oltranza”, racconta Focardi, riassumendo il libro di Felletti e quello del giornalista Gerolamo Pedoja, La disfatta nel desertoSecondo i due, Rommel aveva voluto “utilizzare gli italiani come «zavorra umana» per frenare il più possibile gli inglesi e mettere così in salvo le truppe tedesche autotrasportate”, abbandonando gli alleati italiani nel deserto e respingendoli quando essi avevano cercato di salire sui loro camion.

Nei fatti, il vergognoso e premeditato tradimento tedesco era stato più che altro un’abile ed efficace invenzione della propaganda britannica. Della tragica sorte patita da molte unità italiane rimaste a piedi nel deserto era stato invero responsabile non Rommel, ma il Comando supremo italiano che non aveva predisposto i mezzi necessari alla ritirata delle truppe. Era stata inoltre responsabilità politica di Hitler e di Mussolini la decisione di bloccare un ripiegamento organizzato dei reparti, ancora possibile nei primi giorni dell’offensiva britannica”, rettifica Focardi. Testimonianze opposte alla narrazione dominante di El Alamein e della campagna d’Africa erano, ad esempio, quella di Oderisio Piscitelli Taeggi, capitano d’artiglieria, che “aveva parlato senza reticenze dell’affiatamento sulla linea di fuoco fra reparti tedeschi e reparti italiani (in particolare della divisione corazzata Ariete), difendendo con orgoglio il valore e la dignità del soldato italiano senza ricorrere al tema del tradimento germanico”.

“Successivamente, negli anni della guerra fredda, le istituzioni dello Stato repubblicano […] avrebbero costruito intorno a El Alamein un’«epica della sconfitta» svincolata dalla condanna del tradimento germanico. Tuttavia il luogo comune del proditorio abbandono e della misera sorte degli italiani, sedimentatosi rapidamente nel paradigma narrativo della guerra, non sarebbe affatto scomparso […]. Solo raramente messo in discussione, quel luogo comune si sarebbe dunque radicato in profondità nella coscienza storica del paese”, conclude Focardi.

Italiani, vittime di una guerra non voluta? La rappresentazione del soldato italiano nella guerra fascista

Eccoci arrivati alla terza parte del quinto capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Per chi è capitato qui per caso, ricordo che la puntata precedente trattava della “clausola fantasma” del Patto d’Acciaio e delle leggi razziali del 1938.

Anche l’atteggiamento manifestato dal paese al momento dello scoppio della guerra nell’estate del 1939 e poi in occasione dell’ingresso italiano nel conflitto nel giugno 1940 fu presentato come una conferma inequivocabile dell’«ostilità» nutrita verso quella che Benedetto Croce aveva definito l’«alleanza dissennata e nefasta» con la Germania”, racconta Focardi, che riprende le annotazioni nel diario di Galeazzo Ciano: “il 13 agosto 1939 Ciano annotava che «il popolo italiano fremerà di sdegno quando verrà a conoscenza dell’aggressione contro la Polonia» e aggiungeva che «molto probabilmente vorrà combattere contro i tedeschi». Il giorno dopo – 14 agosto – egli confermava come il «vero stato dell’opinione pubblica» fosse «chiaramente antitedesco». Il 1° settembre, ad attacco germanico appena cominciato, il ministro degli Esteri descriveva un duce insofferente per la scelta di «neutralità» che era stato costretto a prendere per le condizioni di impreparazione bellica del paese, mentre il popolo italiano era «felicissimo». […] Sappiamo che l’orientamento dello «spirito pubblico» cominciò a mutare l’anno seguente dopo i primi successi tedeschi contro la Francia, che indussero Mussolini a decidere fosse giunto il momento di intervenire per avere «la sua parte di bottino» e un buon numero di italiani a ritenere che il duce in fondo avesse avuto ragione ancora una volta. Il diario non rilevava però questa ‘scossa’ bellicista. Dopo la dichiarazione di guerra pronunciata dal duce il 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia, Ciano si limitava a osservare che «la notizia della guerra non sorprende nessuno e non desta eccessivi entusiasmi». Allo stesso modo, lo storico Corrado Barbagallo, pur riconoscendo l’esistenza di una non piccola «corrente filotedesca, o, piuttosto, anglofoba», scriveva: «Mai come nei mesi che scorsero dal settembre 1939 al giugno 1940, fu manifestato quanto grande fosse l’illusione del fascismo nel supporre di avere fatto dell’Italia un popolo guerriero e militarista, quanto deboli fossero i sentimenti di cameratesca fraternità, che legavano l’Italia fascista alla Germania nazionalsocialista». «Questa guerra non piaceva a nessuno», notava a sua volta Paolo Monelli, giornalista, nel libro Roma 1943, «Se ci avessero lasciati liberi di esprimere la nostra opinione […], se ci avessero detto che un odio e una guerra erano necessari, scegliessimo noi il nemico, ci saremmo scelti, chi ne dubita?, i tedeschi».”

Semplificando e distorcendo una realtà storica invero complessa, che all’inizio del conflitto aveva visto prevalere nell’opinione pubblica un orientamento effettivamente ostile alla guerra, poi però mutato di segno dinanzi alle travolgenti vittorie tedesche che avevano indotto molti a credere nell’opportunità di scendere in campo a fianco della Germania, l’antifascismo si mostrò anche in questo caso compatto nel rivendicare una recisa e costante avversione dell’intero popolo italiano alla guerra. […] Di fatto, venne retrodatato un sentimento di distacco dalla guerra fascista che si era diffuso nel paese solo dopo i rovesci militari in Africa e in Russia dell’autunno e inverno 1942, quando era cominciata anche la fase dei grandi bombardamenti alleati contro le città italiane con decisive ripercussioni sulla tenuta del fronte interno. Fino ad allora lo «spirito pubblico» aveva in realtà oscillato in ragione dell’andamento delle operazioni belliche e ben pochi avevano saputo davvero separare la patria dal fascismo, continuando la maggior parte degli italiani ad auspicare una vittoria finale, magari anche solo come «via d’uscita» dal conflitto”, chiarisce Focardi, che più oltre prosegue “La formula […] della guerra «non voluta né sentita» dal popolo italiano divenne in breve un vero e proprio cliché. […] Agli occhi dei vincitori gli italiani presentarono se stessi non solo come vittime della ventennale dittatura mussoliniana, ma anche come vittime della guerra: […] affrontata con assoluta insufficienza di mezzi dalla parte di un «alleato imposto» e detestato, e contro nemici verso i quali non si nutriva alcuna animosità, visti anzi come amici e salvatori. L’intero popolo italiano ne aveva enormemente sofferto, sia i civili sia i combattenti”.

A proposito di questi ultimi, si tese a passare sotto silenzio o a ridimensionarne il ruolo di aggressori e oppressori che, specie nei Balcani, avevano svolto dal 1940 al 1943. Si cercò inoltre di tacere il più possibile sui sentimenti che avevano animato, almeno inizialmente, molti di coloro che avevano creduto alla «guerra fascista» […], riconducendo semmai gli ardori mussoliniani di tanti giovani in uniforme all’opera di indottrinamento […] svolta dal regime […]. A essere posti in rilievo furono piuttosto i patimenti e il sacrificio dei combattenti. Il soldato italiano venne raffigurato come l’epitome della sofferenza”, spiega Focardi. Il tema del «muto sacrificio» venne usato per scopi diversi: “Gli ambienti militari rimasti al fianco della monarchia vi insistettero per rimuovere dalla guerra qualsiasi patina ideologica fascista e per tornare a esaltare nel contegno dei soldati la permanenza, come scrisse il generale Orlando, di «un profondo senso del dovere e dell’onore», espressione dei tradizionali valori patriottici delle forze armate. L’antifascismo, e specialmente le forze della sinistra, ravvisarono piuttosto nel «sacrificio» di tanti giovani militari l’ennesima espressione delle tribolazioni imposte dal regime al popolo italiano”.

Scriveva «Italia Libera» (giugno 1945): «Moriva sotto il sole africano o nelle nevi russe, e moriva tradito, disarmato, inconsapevole, per una fede che non sentiva, per un ideale che non esisteva», e in toni simili si esprimeva un opuscolo del ministero dell’Assistenza post-bellica dedicato ai reduci: «I tuoi fucili, i tuoi cannoni sparavano sempre più corto di quelli degli altri. Il tuo carro armato, quel carro che aveva servito da piedistallo a certo bellicoso discorso, era un ridicolo gingillo di latta in confronto ai carri giganteschi del nemico. Ricordi? Mancavano gli automezzi, la benzina. Mancavano le scarpe, gli indumenti. T’avevano vestito e attrezzato come se dovessi uscire di caserma per una pacifica marcia, e non stentare la vita nella neve e tra la sabbia. Occorreva ‘qualche migliaio di morti per sedere al tavolo della pace’, e tu eri stato prescelto per questa funzione».

Focardi sottolinea come questa raffigurazione e questo giudizio sulla guerra derivassero dalla preoccupazione per la reintegrazione dei reduci: “Erano in gioco l’atteggiamento politico e le reazioni sociali […] degli oltre 1 milione e 200 mila soldati finiti circa per metà in mano dei tedeschi dopo l’8 settembre (620 mila internati nei campi in Polonia, Germania, Balcani) e per l’altra metà in mano degli Alleati (circa 410 mila caduti prigionieri degli inglesi in Etiopia e Africa settentrionale, 123 mila degli americani in Tunisia e in Sicilia, poco meno di 40 mila lasciati ai francesi in Tunisia, 80 mila dispersi in Russia di cui 20 mila sopravvissuti)”.

La preoccupazione principale era il fatto che “un numero minoritario ma consistente di militari aveva scelto di giurare fedeltà al vecchio camerata germanico e al duce” (Focardi, in una nota, riporta il seguente dato, tratto dall’opera di G. Schreiber: “Su 810 mila soldati italiani trattenuti come prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre, 94 mila scelsero subito di collaborare con la Wehrmacht, mentre successivamente altri 103 mila fra quanti erano stati internati aderirono a Salò”) e che molti prigionieri nei campi Alleati “si erano rifiutati ostinatamente di cooperare con gli angloamericani. Benché la mancata collaborazione con gli Alleati non significasse di per sé adesione al fascismo, non era stato infondato, dunque, il timore della classe dirigente antifascista che al ritorno in patria i reduci avrebbero potuto manifestare […] atteggiamenti di nazionalismo esasperato, oppure che essi, come paventavano le sinistre, potessero costituire quantomeno una massa di manovra reazionaria a vantaggio della monarchia. […] Da qui il prodursi di un intenso sforzo pedagogico delle istituzioni e dei partiti antifascisti nei confronti dei reduci, volto a far loro ‘aprire gli occhi’ sul vero significato della guerra fascista e sulle vere responsabilità dei loro patimenti. A questo scopo vennero ampiamente utilizzati i topoi della «guerra voluta dai Tedeschi» e ingaggiata da Mussolini senza alcuna preparazione né economica né militare. Una guerra […] che l’Italia avrebbe perso anche qualora avesse vinto perché la vittoria […] avrebbe significato restare «schiavi» dei tedeschi […].”

Sia le istituzioni militari sia la stampa antifascista insistettero molto sul carattere di «vittime» dei soldati italiani. Ad esempio, il quotidiano dell’esercito, curato dal ministero della Guerra, «La Patria», nell’agosto 1945 ricordava la sorte dei «combattenti prigionieri e internati», i quali «avevano la coscienza di aver seguito onestamente l’unica via del dovere militare, rispondendo disciplinatamente alla chiamata e valorosamente combattendo contro un nemico che non odiavano, per una guerra in cui non credevano, in condizioni di umiliante inferiorità», e per questo essi erano le «vittime prime e maggiori» della guerra di Mussolini. Così pure il ministro dell’Assistenza post-bellica, Emilio Lussu, in un discorso radiofonico affermava: «Voi non siete dei vinti: i vinti sono i responsabili della vostra sorte. Voi siete le vittime di un’infame ingiustizia».

Lo stesso valeva per chi nella guerra del 1940-1943 era morto. “L’omaggio a tutti i caduti della guerra, senza distinzione fra i combattenti della guerra dell’Asse e quelli della guerra di liberazione, fu tributato soprattutto dagli ambienti del mondo cattolico, interessati a promuovere, in nome della pietas dovuta a ogni soldato scomparso, una rapida e il più possibile indolore riconciliazione nazionale.”, spiega Focardi, che più oltre ricorda “la posizione della Chiesa cattolica, più volte richiamata da papa Pio XII, che considerava tutti i caduti come vittime della violenza della guerra, secondo una lettura che sorvolava sui torti e le ragioni dei contendenti, tributando un generico omaggio all’eroismo patriottico dei caduti”, un’interpretazione che si diffuse in vasti strati dell’opinione pubblica “grazie alla riconquista da parte della Chiesa di un «ruolo preminente» nelle celebrazioni funebri individuali e collettive, in precedenza insidiatole dai riti pubblici del fascismo”.

I partiti di sinistra, invece, “commemorarono i caduti nelle guerre di Mussolini non come vittime di un evento catastrofico e imperscrutabile quale la guerra, ma quali vittime del fascismo che in quella guerra li aveva precipitati. Scriveva, nel giugno 1944, «Italia Libera»: «Vi fu, tra i giovani delle leve fasciste, chi ebbe fino in fondo la generosa illusione di combattere e di morire per l’onore e la salvezza del nostro paese. L’Italia fascista, quella dei grossi industriali, dei gerarchi guerrafondai e vigliacchi, dei generali mercenari di Spagna, dei bulli fotogenici dei battaglioni M, dei cittadini che non sapevano più pensare con la propria testa, versò fiumi di abietta retorica su questi caduti. Bisognava sfruttarli fino all’ultimo. Poi fu il silenzio. Ma al di là della passioni terrene, noi oggi li pensiamo affratellati a tutti i caduti di questa terribile guerra. Questi nostri ragazzi, cui nessuno insegnò mai che cosa fosse la libertà e come bisognasse difenderla, dormono accanto ai ragazzi stranieri che sono venuti a morire per l’alto ideale di libertà in cui erano stati educati. Il popolo italiano, ridivenuto a sua volta libero, non può, né deve dimenticarli. Deve sentire che anche questi morti gli appartengono: sono, proprio perché molti di essi erano puri e generosi, le vittime espiatorie del tragico ventennio fascista».

La “clausola fantasma” del Patto d’Acciaio e le leggi razziali del 1938

Benvenuti alla seconda parte del quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. La precedente trattava del “memoriale Grandi”, del diario di Galeazzo Ciano e dell’universale condanna del Patto d’Acciaio. Qui approfondiamo un altro aspetto della costruzione della narrazione dominante sul fascismo e l’alleanza Italia-Germania: la questione della “clausola fantasma” nel Patto d’Acciaio e il suo ruolo nel dibattito sul fascismo nell’immediato dopoguerra, e le leggi razziali.

Un punto importante su cui si registrarono giudizi contrastanti riguardò la presunta presenza nel dettato del Patto d’Acciaio di una clausola voluta da Roma che avrebbe impegnato i firmatari a non entrare in guerra per i tre anni successivi. A indicarne la presenza era stato il conte Ciano nell’introduzione al diario. L’informazione era stata assunta per vera da molti commentatori […]. E notevole rilevanza vi era stata prestata di Pietro Silva nel suo pamphlet in difesa della monarchia […] che aveva identificato nella clausola ‘dilazionatrice’ uno dei motivi principali che avevano indotto il re, sebbene di animo decisamente antitedesco, a firmare il patto con la Germania, interpretato come uno strumento utile a frenare la foga bellica del Führer piuttosto che a scatenarla.

Ciano, dal canto suo, aveva avuto interesse a diffondere la notizia fasulla per rimarcare le colpe dei tedeschi, che non avrebbero rispettato gli accordi procedendo all’invasione della Polonia già pochi mesi dopo la firma dell’alleanza. Così facendo, Ciano aveva tentato di sviare l’attenzione dalle manchevolezze della diplomazia italiana e del vertice politico del regime, che avventatamente avevano acconsentito a firmare un testo di alleanza elaborato dalla Germania senza neanche provvedere a redigere una propria bozza di accordo che tutelasse gli interessi italiani. Solo alcuni giorni dopo la firma, infatti, Roma si era rivolta a Hitler per chiedere un impegno formale a procrastinare di almeno tre anni lo scatenamento della guerra (comunque nei piani di Mussolini) al fine di permettere all’Italia un’adeguata preparazione bellica. Ci riferiamo al cosiddetto «memoriale Cavallero», dal nome del generale italiano incaricato di consegnare al Führer la lettera di Mussolini contenente le richieste italiane, che furono ricevute da Berlino senza alcun impegno vincolante. […] Mario Luciolli aveva comunque svelato nel 1945 come la dichiarazione di Ciano circa l’esistenza della presunta clausola non fosse in realtà che «pura leggenda». Ciano e Mussolini avevano infatti ottenuto da Ribbentrop e Hitler soltanto delle assicurazioni verbali, dimostratesi subito prive di ogni fondamento”.

La rivelazione dell’inesistenza della fantomatica clausola segreta del Patto d’Acciaio non ridimensionava in alcun modo la condanna dell’ingannevole comportamento tedesco e peggiorava semmai il giudizio nei confronti di Mussolini e di Ciano. Con essi venivano posti sotto accusa anche i gerarchi fascisti […] che niente avevano fatto di concreto per opporsi al sodalizio con la Germania voluto dal dittatore. Essi infatti ne avevano assecondato la vanità e le mire imperialistiche, tutt’al più mugugnando dietro le quinte. E non era mancato chi – come Farinacci – si era messo alla testa della più scalmanata politica filotedesca, marchiata per giunta dall’obbrobrio dell’introduzione nel 1938 delle leggi razziali. Queste furono presentate a torto come il frutto di un’imposizione di Hitler, subita passivamente da Mussolini e dal suo entourage”.

Questa era la visione dominante delle leggi razziali nel dopoguerra, avallata anche dall’avvocato antifascista di famiglia ebraica Eucardio Momigliano nel volume del 1946, Storia tragica e grottesca del razzismo fascista, in cui scriveva: «Il razzismo fascista non ebbe che un’origine e uno scopo: perseguitare quarantamila italiani per ordine di Adolfo Hitler» e “condivisa da ogni area politico-culturale, dai liberali alle sinistre marxiste ai cattolici, tutti concordi nello stigmatizzare la provenienza germanica del «contagio» e nell’elogiare la corale opposizione del popolo italiano, solidale con i perseguitati. Oggi sappiamo che non ci fu, in realtà, alcuna imposizione tedesca e che esistevano anche in Italia radici culturali autoctone su cui impiantare una politica di discriminazione antisemita; basti pensare al ‘terreno di coltura’ rappresentato dal tradizionale antigiudaismo cattolico o ai più moderni filoni di antisemitismo allignati all’interno delle scienze biologiche e antropologiche nazionali, che non a caso furono pronte ad avallare e alimentare la svolta razzista del regime. La dittatura fascista seppe sfruttare con efficacia queste radici, alla ricerca di quella propulsione totalitaria che il nazismo mostrava di aver trovato nell’ideologia razzista della Volksgemeinschaft [che si può tradurre approssimativamente con “comunità del popolo” nel senso di “coesione nazionale” contro i nemici interni, vedi https://en.wikipedia.org/wiki/Volksgemeinschaft, ndr]”.

Questa visione del Patto d’Acciaio e delle leggi razziali rientra in quella narrazione che Focardi chiama della “personalizzazione della colpa nelle figure di Hitler e di Mussolini e dei loro più stretti collaboratori di partito”, portata avanti sia dalla stampa e dalla pubblicistica “di orientamento nazional-conservatore e monarchico”, sia da quelle della sinistra antifascista, anche se quest’ultima metteva sotto accusa anche “l’intera classe dirigente legata al sistema di potere della dittatura, compresa dunque la grande industria e la monarchia”. Ma anche la sinistra, nello sforzo di preservare da ogni accusa il popolo italiano, omise “di riconoscere come la politica dell’Asse avesse potuto ottenere in pochi anni una certa base di sostegno e risultati nient’affatto trascurabili (pure nella sfera della persecuzione antiebraica) tramite l’azione delle strutture di massa del regime totalitario, svolta in collaborazione con le istituzioni ‘gemelle’ del Terzo Reich”, nota Focardi.

Al contrario, da più parti si esaltarono l’«antipatia e diffidenza» del popolo italiano nei confronti dei tedeschi, che l’avevano reso “impermeabile agli sforzi compiuti dalla propaganda fascista per promuovere l’alleanza”. Mario Luciolli sottolineò che quello della propaganda fascista “era stato un inutile «lavoro di Sisifo: quanto più si cercava di mettere i tedeschi in buona luce, tanto più gli italiani venivano scoprendo i caratteri odiosi di coloro che si voleva far loro amare», cosa che riprovava l’«enorme ignoranza» di Mussolini, che aveva «cercato di accoppiare due popoli destinati a detestarsi».

Il “memoriale Grandi”, il diario di Galeazzo Ciano e l’universale condanna del Patto d’Acciaio

Con questa puntata siamo arrivati al quinto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi.  La precedente verteva sui temi del trattato di pace del 1947, delle questioni territoriali e della narrazione della Resistenza.

Dopo l’8 settembre, in tutta l’opinione pubblica italiana “univoca risultò la valutazione dell’Asse e del Patto d’acciaio. […] L’alleanza fra l’Italia in camicia nera e la Germania nazionalsocialista fu descritta come un ‘affare personale’ fra Hitler e Mussolini, come una scelta voluta dal duce contro i fervidi sentimenti antitedeschi del paese e contro le più genuine tradizioni nazionali di ascendenza risorgimentale. Prova efficace della distanza intercorsa fra il regime e i suoi sudditi e argomento altrettanto utile a contestare le accuse di tradimento lanciate dalla Germania dopo l’8 settembre, tale interpretazione fu per così dire ‘canonizzata’ dai governi di unità nazionale […] e da tutta la stampa e la pubblicistica antifasciste, fu sostenuta dagli ambienti militari rimasti con Badoglio […], du difesa e promossa dai vertici del ministero degli Esteri corresponsabili con Mussolini della rovinosa alleanza, fu condivisa anche da settori dell’opinione pubblica contrari ai governi di matrice ciellenista”, afferma Focardi.

“Questa interpretazione trovò infine un avallo importante sia nella pubblicazione del carteggio intercorso fra il 1939 e il 1945 fra il duce e il Führer edito da Rizzoli sia nella testimonianza lasciata da due dei maggiori protagonisti della politica estera fascista, vale a dire Dino Grandi e Galeazzo Ciano”, spiega Focardi. “Nel 1945 circolarono in Italia, in forma di opuscolo, alcuni scritti smaccatamente autodifensivi di Dino Grandi”, il cosiddetto «memoriale Grandi». Tali scritti riportavano “le rivelazioni che nell’inverno 1944 l’ex ministro degli Esteri del governo fascista aveva reso note all’opinione pubblica britannica attraverso le colonne del «Daily Express», poi raccolte e divulgate anche dal settimanale americano «Life». Glissando sul suo lontano passato di violento squadrista e su quello più recente di presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Dino Grandi si autoraffigurava come un tenace oppositore «interno» di Mussolini fin dalla marcia su Roma e rivendicava il ruolo svolto” come ministro degli Esteri (1929-1932) e come ambasciatore a Londra (1932-1939) “di attivo sostenitore dell’alleanza italiana con le nazioni democratiche, specialmente con la Gran Bretagna, e di principale avversario della politica filotedesca del regime iniziata dopo l’aggressione dell’Etiopia e culminata nel Patto d’acciaio e nella guerra a fianco del Reich”, che descriveva come “una politica scellerata la cui responsabilità gravava sulle spalle di Mussolini”, che si era lasciato “«prendere in trappola» da Hitler che, «più astuto» di lui, aveva saputo blandirne l’inesausto desiderio di adulazione riuscendo a legare Roma e Berlino in un’alleanza ‘di ferro’ contraria agli interessi nazionali italiani ma utile alla Germania”.

Secondo Grandi «non poca responsabilità» gravava sul conte Galeazzo Ciano, suo successore agli Esteri, uno «sciocco giovinotto» inesperto, che era caduto “nella tela delle lusinghe tessuta da Hitler ed era stato «giocato» dalla diplomazia tedesca, grazie alle abili quanto spregevoli macchinazioni di von Ribbentrop. Ciano, però, alla vigilia della guerra si era ravveduto della sua infatuazione filotedesca e […] era diventato anch’egli «tedescofobo» e, col consiglio di Grandi, aveva agito […] facendo il possibile per evitare il pericolo che l’Italia scendesse in guerra a fianco della Germania”. Nel memoriale, la stessa manovra che aveva portato il 25 luglio 1943 al voto di sfiducia del Gran Consiglio del fascismo nei confronti del duce veniva presentata come il coronamento della precedente opera svolta da Grandi in funzione antigermanica, ovvero come un’azione ‘patriottica’ contro il tentativo di Mussolini di consegnare definitivamente il paese «in mano ai tedeschi»” e Mussolini veniva accusato “di «tradimento» nazionale per aver provato a «germanizzare» il popolo italiano”. Gli scritti di Grandi, tuttavia, “ebbero una circolazione tutto sommato ristretta (ma un’attenzione nient’affatto limitata)”, puntualizza Focardi.

Invece, “il diario tenuto da Ciano durante i suoi anni al vertice del ministero degli Esteri (luglio 1936-febbraio 1943) esercitò una grandissima influenza nel dibattito pubblico, contribuendo in maniera sostanziale a fissare determinati luoghi comuni interpretativi sulla politica estera del fascismo e sulla guerra […]. Nell’immediato dopoguerra dei diari uscirono in Italia solo le parti successive al 1939, che erano state messe in salvo in Svizzera dalla moglie Edda e con esse l’importante introduzione, scritta nel dicembre 1943 nel carcere di Verona poco prima che Ciano fosse fucilato come traditore dalle autorità della RSI per il voto contro Mussolini del 25 luglio”, spiega Focardi. Il diario fu pubblicato in estratti nell’estate 1945 dal «Corriere d’Informazione» e dal «Tempo» e l’anno dopo in due volumi da Rizzoli, sebbene mancasse “dei passaggi inerenti il ruolo di protagonista svolto dal suo estensore nella prima fase della politica di alleanza italotedesca dal 1936 al 1939, ma forniva numerosi particolari sulla genesi del Patto d’acciaio e sull’atteggiamento dei due contraenti nei mesi convulsi che avevano preceduto l’inizio delle ostilità in Europa”. 

Ciano metteva in risalto il ruolo cruciale del duce nel decidere l’esiziale passo diplomatico, che il genero di Mussolini affermava di essersi «adoperato in tutti i modi [a] ritardare o per lo meno [a] rendere inefficace»”, spiega Focardi, che cita dal diario di Ciano: «Il duce mi ha comunicato la sua decisione di accogliere le proposte di von Ribbentrop per trasformare il Patto Anti-Comintern in alleanza», in quanto Mussolini era convinto che l’Italia, nei confronti delle potenze democratiche europee, fosse destinata ad «un urto assolutamente inevitabile» che richiedeva «un allineamento militare preventivo» con la Germania. Ciano descrive la successiva sanzione dell’alleanza come una «dispettosa reazione del dittatore», “infuriatosi per alcuni commenti della stampa statunitense circa un’ostilità popolare italiana nei confronti di Ribbentrop”, in seguito a cui “aveva prontamente ingiunto a Ciano di accettare le richieste tedesche e di procedere subito alla firma dell’alleanza. Indifferente alle riserve e agli avvertimenti espressi dal suo ministro degli Esteri nonché ai sentimenti degli italiani”, come riassume Focardi, “il duce aveva così legato con criminale leggerezza il destino del paese a quello di un alleato cinico e prepotente, che aveva mirato fin dall’inizio a ridurre l’Italia a un ruolo subalterno, di mera fiancheggiatrice nella sfida germanica per l’egemonia mondiale”, come dimostrava il fatto che gli italiani non erano stati consultati né prima del patto Molotov-Ribbentrop né al momento di invadere la Polonia, ma anche “alcuni piani segreti del governo nazista, venuti successivamente in possesso del governo fascista, che svelavano le mire germaniche non solo sull’Alto Adige e su Trieste ma anche sull’intera pianura padana”.

L’attribuzione di una responsabilità personale pressoché esclusiva al duce […] sembrò trovare conferma nella selezione di lettere e documenti sui rapporti intrattenuti da Mussolini con Hitler […]. La documentazione prendeva avvio dalla fine di agosto del 1939, […] circa tre mesi successivo alla firma del Patto d’Acciaio, coprendo poi tutti gli anni della guerra dell’Asse fino all’agosto 1943”, sintetizza Focardi. La prefazione, curata dal giovane intellettuale liberale Vittorio Zincone, “ammetteva che fossero esistiti fattori economici e politici che spingevano a un avvicinamento fra Roma e Berlino”, fra cui “la «complementarietà» degli scambi commerciali fra i due paesi e il comune interesse a una revisione dell’ordine internazionale stabilito a Versailles. Dopo l’annessione tedesca dell’Austria e l’occupazione della Cecoslovacchia, la Germania hitleriana aveva però cominciato «a gravitare verso sud», venendo progressivamente a «incrociare» gli interessi italiani. Una politica accorta avrebbe sconsigliato da allora in avanti la prosecuzione del flirt con il Reich. Viceversa, proprio in questa fase Mussolini si era deciso a stringere l’alleanza, operando una scelta ispirata a «interessi ideologici». […] L’«innaturale alleanza ideologica» […] avrebbe dunque corrisposto a una scelta personale del duce contraria agli interessi nazionali […] avversata da ogni altro centro di potere: dalla Chiesa, da casa Savoia, dalla grande borghesia, dagli intellettuali, dai vertici delle forze armate, e anche da «quasi tutti gli alti gerarchi fascisti» […] Ogni responsabilità […] veniva dunque scaricata sulle spalle di un «uomo solo». «Mussolini rimane dalla prima parola all’ultima il deus ex machina ed il fattore determinante»”, concludeva Zincone.

La denuncia della nefasta alleanza italotedesca, voluta e imposta dal duce, unì le diverse aree dell’antifascismo e rappresentò anche un elemento di valutazione comune fra gli ambienti antifascisti e quelli della destra monarchica e qualunquista”, afferma Focardi, che più oltre aggiunge “Entrambe le parti convennero infatti nello sforzo di dispensare la nazione da qualsivoglia responsabilità per l’insano connubio col Reich hitleriano, anche se esse si distinsero sul giudizio nei confronti del re e della monarchia, che gli ambienti della sinistra antifascista tornarono a chiamare in causa per correità con le scelte del regime, soprattutto nei mesi della campagna elettorale per il referendum istituzionale”.

Anche il maresciallo Badoglio, che scrisse un memoriale sulla guerra pubblicato nel 1946, sottolineò come l’alleanza Italia-Germania non fosse stata «il risultato di correnti politiche o di tendenze popolari», ma «una soluzione esclusivamente maturata ed imposta nei due paesi dai loro dittatori», una soluzione che il popolo italiano avversava e temeva, e così lo storico Corrado Barbagallo, autore di Lettere a John. Che cosa fu il fascismo, in cui sviluppava, sulla base del diario di Ciano, “un’articolata disamina della politica estera dell’Asse focalizzata sull’azione personale di Hitler e di Mussolini. Le mosse del duce vi erano lette come espressione a un tempo dei calcoli di un «sopraffino machiavellismo» politico e delle spinte impulsive di un animo teso da contrastanti sentimenti di invidia e di timore nei confronti del più potente alleato”. Allo stesso modo, Arturo Labriola, ministro del Lavoro nell’ultimo governo Giolitti ed editorialista del «Tempo», nel volume Salvate l’Italia!, si pronunciava in questi termini: «rimarrà uno dei più grandi enigmi storici, che solo la psichiatria o l’antropologia criminale potranno sciogliere, comprendere come Mussolini potette indursi a disegnare e poi a favorire una politica contro la quale insorgeva non solo l’ovvia ragione, ma che la storia stessa dei secolari rapporti fra l’Italia e la Germania condannava esplicitamente ed istintivamente».

Unanime risuonò nei commentatori italiani la condanna della malafede della Germania, che aveva voluto legare a sé come gregaria l’Italia fascista in un’alleanza che, nonostante le assicurazioni in contrario fornite dal regime nazista, mirava a preparare il terreno per la guerra imminente voluta dal Terzo Reich. E unanime risuonò la condanna della «grossolana inettitudine» [l’espressione è di Mario Luciolli] di Mussolini, di Ciano e, più in generale, della classe dirigente fascista che avevano stretto irresponsabilmente simile pactum sceleris nell’illusione di poterne trarre dei facili vantaggi, preparando invece con ciò la rovina del paese”, sintetizza Focardi.

Le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato la negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Qui riprendiamo a parlare delle reazioni fra la classe dirigente e gli intellettuali italiani alla mancata partecipazione dell’Italia alla Conferenza di San Francisco, che sanciva la nascita dell’ONU, del punto di vista della destra qualunquista, dei problemi relativi alle questioni territoriali e delle riflessioni, all’interno dell’antifascismo, sull'”espiazione” delle colpe del fascismo e sul consenso degli italiani al regime di Mussolini.

L’irritazione e la delusione per l’“ingiusta” esclusione dell’Italia dalla conferenza di San Francisco, che avveniva in concomitanza con la «liberazione delle città settentrionali per opera dei patrioti», per dirla con le parole di Alberto Cianca del Partito d’Azione, era “predominante in tutti i settori dell’opinione pubblica italiana, quale risulta dai giornali e dalle riviste antifascisti, dai principali quotidiani indipendenti, dalla rigogliosa pubblicistica e persino dai battaglieri fogli della destra qualunquista”, spiega Focardi. Alcuni titoli emblematici: Anche l’Italia ha vinto era quello di un numero monografico dedicato alle vicende della lotta di liberazione nel Centro-Nord (dicembre 1945) di Mercurio di Alba de Cespedes, mentre Vittoria di un Popolo quello di un libro del generale Taddeo Orlando, ex ministro della Guerra nel governo Badoglio.

Anche negli ambienti “anti-antifascisti”, rappresentati da L’uomo qualunque di Guglielmo Giannini, “espressione di vasti settori della società italiana, specialmente della piccola e media borghesia, che avevano a lungo appoggiato il fascismo staccandosene solo tardivamente dinanzi ai disastri bellici di Mussolini”, si delineò “una raffigurazione dicotomica del rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo”, spiega Focardi: “Mentre da un lato, infatti, descriveva l’Italia come un paese di ex fascisti «in buona fede» che non meritavano alcun rigore epurativo essendo veniale la colpa di essersi adattati a convivere con un regime sì autoritario ma non brutalmente oppressivo e per giunta blandito dai governi stranieri; dall’altro lato” scriveva (settembre 1945): «Ormai non c’è più persona in buona fede che non riconosca come il popolo italiano non abbia mai seguito Mussolini nella sua folle politica espansionista e filonazista; né c’è alcuno che possa negare lo sforzo compiuto dall’Italia a tempo opportuno per aiutare gli Alleati nel conseguimento della vittoria».

Nello stesso numero della rivista tuttavia si operava “una distinzione […] fra un fascismo ‘buono’ o quanto meno tollerabile fino alla metà degli anni trenta e un fascismo degenerato in esecrabile tirannia dopo la scelta di Mussolini di allearsi con la Germania, rispetto al quale gli italiani avevano preso tosto le distanze: «se è vero che gran parte del popolo italiano credette nel fascismo e lo sorresse, è anche vero che lo abbandonò e ne affrettò il crollo quando non poté più credergli. Il fascismo contro cui combatterono gli anglo-americani, e per distruggere il quale sbarcarono in Italia nel 1943, non era il fascismo del ’22 o del ’33».

Quando L’uomo qualunque divenne un movimento politico vero e proprio, questi temi furono trasposti nel suo programma. Il 16 febbraio 1946, durante la seduta inaugurale del primo congresso nazionale del partito, Giannini affermò «la verità negata dagli stranieri», che «l’Italia non ha perduto la sua guerra: l’ha vinta», in quanto la sua guerra non era quella a fianco della Germania, ma quella interna contro «la tirannia della dittatura fascista». “Chi teneva adesso in mano le sorti del paese, aveva l’obbligo, per Giannini di riconoscere moralmente e giuridicamente tale vittoria e trattare l’Italia di conseguenza, senza accanimenti punitivi”, riassume Focardi.

Nonostante l’accordo universale circa la necessità della concessione di una «giusta pace» per l’Italia da parte degli Alleati, “sui termini di tale pace e sulle modalità di perseguirli si manifestò però una profonda differenza e uno scontro politico tra il fronte antifascista e il movimento dell’Uomo qualunque”, dato che “i partiti antifascisti affermarono che una pace con giustizia non poteva prescindere dal riconoscimento del torto inflitto ai paesi aggrediti da Mussolini e da qualche misura di dolorosa ma pur necessaria «espiazione»”, nelle parole di Alcide De Gasperi, per i «torti da riparare», come li definì Pietro Nenni. Tale espiazione avrebbe potuto consistere nella “rinuncia all’Etiopia, all’Albania e al Dodecaneso”.

Ferruccio Parri tuttavia “sollecitò le forze politiche e il paese a non porsi «sul piano psicologico della ‘pace mutilata’, della congiura del mondo contro l’innocente popolo italiano», potenziale «piano inclinato dei ritorni nazionalisti»”, nota Focardi. Il fallimento degli sforzi diplomatici e propagandistici dei governi Badoglio, Bonomi e Parri nei confronti degli Alleati appariva ormai chiaro e “gli esponenti della classe dirigente antifascista […] cominciarono a preparare psicologicamente il paese al rischio di una pace punitiva”.

In questo contesto si inserì l’Uomo qualunque, che “stigmatizzò l’atteggiamento dei partiti e dei governi antifascisti come meramente rinunciatario e disfattista” e, sin dall’estate del 1945, invitò “esplicitamente a sfruttare i dissidi già sorti fra Mosca e le due principali potenze occidentali, Stati Uniti e Gran Bretagna, per lucrare sulla posizione strategica dell’Italia in funzione antisovietica. Un simile atteggiamento era allora osteggiato da tutte le forze antifasciste, che impostavano l’azione italiana nella prospettiva della prosecuzione della collaborazione internazionale fra le grandi potenze”.

Anche all’interno della compagine antifascista emersero alcune differenze non trascurabili sui contenuti della «giusta pace» per l’Italia”, osserva Focardi. Alcide de Gasperi, Ministro degli Esteri, in una lettera al segretario di Stato statunitense James Byrnes (22 agosto 1945) chiese “il mantenimento delle vecchie frontiere italiane con l’Austria e con la Francia (salvo minori rettifiche), la conservazione delle colonie prefasciste con l’eccezione del Dodecaneso da restituirsi alla Grecia, nessuna grave limitazione delle forze armate e riparazioni economiche ridotte al minimo; quanto al confine orientale, Roma […] avrebbe conservato all’Italia Trieste […] e buona parte dell’Istria compresa Pola, con la rinuncia a Fiume e a Zara”, secondo la «linea Wilson».

Questa era l’impostazione su cui “convenivano di massima tutti i partiti di governo, comprese le sinistre”, ma non il PCI. Palmiro Togliatti, infatti, “prese le distanze dal governo Parri su due questioni […]: le colonie e il confine orientale, non a caso ambiti su cui agivano interessi sovietici sia diretti (aspirazione di Mosca all’amministrazione fiduciaria della Tripolitania) sia indiretti (le mire dell’alleato jugoslavo sulla Venezia Giulia). Togliatti contestò la distinzione tra colonie fasciste e colonie prefasciste schierandosi contro qualsiasi rivendicazione coloniale italiana e avanzò una proposta, non nuova, di internazionalizzazione di Trieste e della Venezia Giulia da affidare a contatti bilaterali fra Italia e Jugoslavia. Chiese però con fermezza il mantenimento della frontiera al Brennero in funzione di diga antigermanica e reclamò il superamento del gravoso status armistiziale per ottenere il prima possibile il recupero di una piena indipendenza nazionale, senza tutele straniere”, spiega Focardi, che più oltre aggiunge: “Nondimeno […] la richiesta comunista […] si richiamava al medesimo fondamento storico e morale che sorreggeva le rivendicazioni delle altre forze antifasciste e che alimentava le aspettative dell’opinione pubblica italiana: i reclamati diritti di un popolo amante della libertà, schiacciato per un ventennio dalla dittatura fascista, che aveva infine dimostrato i suoi autentici sentimenti, meritandosi con le armi e con un pesante tributo di sangue il ritorno con pari dignità nel consesso dei popoli liberi […] secondo Togliatti fra i meriti antifascisti si sarebbe dovuto ricordare anche l’azione di quegli italiani che «bagnarono del loro sangue la terra della Spagna repubblicana» contro Franco e i «mercenari» inviati da Mussolini, nonché l’«eroica» azione clandestina «di proletari e di popolo» che fin dal 1941 si rivolse contro il regime minandone definitivamente le basi con i «grandi scioperi di massa» del 1943, «vera preparazione del 25 luglio»”.

Tale giudizio” – rileva Focardi più avanti – “era, del resto, conforme ai capisaldi dell’interpretazione marxista del fascismo come reazione di classe, che tendeva a confinare il fenomeno dell’adesione al regime nel perimetro ristretto della borghesia, mantenendo intatta l’idea della «purezza antifascista della classe operaia»”.

Abbiamo ripetuto più volte che questa narrazione dominante si sviluppò e fu diffusa per ragioni politiche, ma ciò non significa che le forze antifasciste vedessero solo questo aspetto della realtà. “All’interno di ogni area politico-culturale dell’antifascismo”, ci ricorda Focardi, si erano sviluppate “alcune analisi e raffigurazioni più veritiere sul rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo, che avevano riconosciuto e denunciato la profondità della penetrazione del regime in larghi settori della società italiana e le perniciose conseguenze che ne erano derivate in termini di degenerazione morale della nazione. Le critiche più acuminate erano venute da parte di esponenti della cultura azionista, che riprendendo la nota interpretazione di Gobetti e di Rosselli del fascismo come «autobiografia della nazione», erano stati caustici nel condannare la debolezza etica del paese di cui aveva approfittato il regime, capace di assicurarsi un ampio sostegno intessuto di complicità diffuse basate sul conformistico e opportunistico ‘spirito di adattamento’ degli italiani, abituati a correre al servizio del vincitore. A fare i conti con il passato senza reticenze avevano provato anche giovani politici e intellettuali cattolici come Giulio Andreotti, Sergio Paronetto o Aldo Moro, esponenti di spicco del socialismo italiano fra cui Ignazio Silone e Piero Treves, o lo stesso segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, che già nel 1935 aveva riconosciuto le basi «di massa» della reazione fascista.”

Lungi però dal tradursi in un vero «esame di coscienza» collettivo […], tali osservazioni restarono generalmente accenni sporadici e frammentari, affidati più a lettere e diari privati o a discussioni interne di partito che non a interventi pubblici […]. Quello che Luca La Rovere ha chiamato «il dibattito postbellico sull’eredità del fascismo» non fu in grado di scalfire la rappresentazione dominante […]. Inoltre, tali spunti di giudizio «eterodosso» furono progressivamente accantonati o ridimensionati dai loro stessi estensori, allorché nelle conferenze internazionali cominciò a essere affrontato il problema della definizione della pace con l’Italia”, conclude Focardi.

Un nuovo Risorgimento nella lotta contro i tedeschi

Nonostante le loro divergenze, (vedi post precedenti), le forze antifasciste e il Regno del Sud furono messi nella necessità di collaborare nello sforzo bellico contro i tedeschi, uno sforzo molto difficile sia per le scarse risorse a loro disposizione sia per lo stato di sfinimento e rifiuto della guerra della popolazione italiana. Il terzo capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi è dedicato appunto a questo tema, e la prima parte qui riassunta affronta l’uso del richiamo del Risorgimento come motivo propagandistico per spingere alla mobilitazione contro i tedeschi.

“Lo scontro fra la Repubblica sociale italiana, il Regno del Sud e l’antifascismo sulla questione del tradimento della patria”, ricorda Focardi, era “strettamente connesso all’esigenza fondamentale di mobilitare il paese in una nuova guerra dopo la débâcle dell’8 settembre. Il riscatto dalla sconfitta rappresentava un compito inderogabile sia per il governo fascista repubblicano, sia per il governo monarchico e i comitati di liberazione nazionale. Se la Repubblica sociale, l’«alleato-occupato» della Germania, ebbe sempre a subire severi limiti d’azione nelle sue ambizioni di partecipazione bellica a fianco dei «camerati» tedeschi, allo stesso modo, sull’altro fronte, anche il legittimo governo italiano presieduto da Vittorio Emanuele III e le forze antifasciste […] dovettero fronteggiare molti ostacoli nei loro sforzi per attuare un impegno militare contro l’invasore e il «traditore» interno che lo spalleggiava”.

Il Regno del Sud possedeva margini di autonomia molto esigui rispetto alle autorità militari angloamericane, cui il «lungo armistizio», firmato a Malta da Badoglio ed Eisenhower il 29 settembre 1943, assegnava pervasivi poteri di controllo in materia politica, economica e finanziaria, sottoponendo ogni atto amministrativo del governo regio al placet della Commissione di controllo alleata”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Enormi erano anche le difficoltà della mobilitazione militare. Difficoltà di ordine psicologico, per la stanchezza dei soldati e dei civili nei confronti della guerra, resa evidente dalle dimensioni del fenomeno dello sbandamento dei reparti dopo l’armistizio e successivamente dalla massiccia renitenza alla leva […]. A ciò si aggiungevano difficoltà materiali, dovute allo scadente equipaggiamento dei reparti militari rimasti a disposizione di Badoglio e all’atteggiamento degli Alleati, contrari a un consistente riarmo italiano: gli inglesi perché determinati a far pesare fino in fondo la loro vittoria su un avversario che non doveva risollevarsi, gli americani […] perché delusi dal remissivo comportamento italiano in occasione dell’8 settembre, in particolare per la mancata difesa di Roma tanto inattesa quanto catastrofica, e da allora scettici sulla capacità e la volontà di combattimento degli italiani. Di conseguenza gli Alleati, mentre impiegarono intensamente al loro fianco la marina da guerra italiana rifugiatasi a Malta, furono disposti a rifornire l’esercito del Regno del Sud solo di una quantità modesta di armamenti moderni, sufficienti a inquadrare appena poche migliaia di uomini, preferendo servirsi piuttosto su ampia scala dei militari italiani come «unità ausiliarie» nei servizi logistici di seconda linea e nella difesa costiera e contraerea”. Un Corpo Italiano di Liberazione (CIL) formato da 25.000 uomini e in seguito da sei gruppi di combattimento che comprendevano in tutto 50.000 uomini partecipò alla riconquista alleata dell’Italia a partire dal marzo 1944 fino alla primavera 1945, ciononostante.

“Va detto che difficoltà non minori si trovarono ad affrontare anche le forze antifasciste”, riprende Focardi, “Scarso era il loro insediamento territoriale dopo venti anni di dittatura. Ardui i contatti con le prime, sparute, bande partigiane costituite in gran parte da militari datisi alla macchia, privi quasi sempre di una precisa coscienza politica antifascista, cui si affiancavano nuclei di studenti e operai più politicizzati. Si stima la presenza di circa 1.500 «ribelli» attivi nel settembre 1943, almeno un terzo dei quali concentrati in Piemonte […]. All’inizio del 1944, si calcola comunque che la consistenza numerica delle forze partigiane combattenti non superasse le 15mila unità, divise fra l’altro fra bande cosiddette «autonome» o «badogliane», guidate da militari di fede monarchica impegnati in una guerra patriottica di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, e bande invece politicamente inquadrate, dove spiccavano quelle legate ai partiti della sinistra antifascista (comunisti, azionisti, socialisti) impegnate in una lotta diretta non solo a liberare il paese dai nazifascisti ma anche a edificare, per via rivoluzionaria, un nuovo ordine politico e sociale. Limitati per tutti erano i mezzi di propaganda, affidati a giornali e volantini pubblicati e diffusi nella clandestinità. Impervio il compito di spingere alla lotta antitedesca e antifascista un paese stremato dalla guerra. Scarsi infine i mezzi bellici a disposizione”.

In questa difficile situazione, “sia la monarchia sia le forze antifasciste attinsero a piene mani, come già fatto dalla propaganda alleata, al repertorio retorico e simbolico antigermanico proprio della tradizione del Risorgimento e della Grande Guerra, che costituiva un patrimonio ancora assai radicato e vitale nel paese”, osserva Focardi, che più oltre continua, “L’incitamento alla lotta contro il «Tedesco» quale «nemico storico» degli italiani fu dunque fin dall’inizio uno strumento propagandistico irrinunciabile, rivolto al contempo a denunciare il carattere «antinazionale» dell’alleanza italotedesca e a spronare gli italiani contro la Germania nazista e il fascismo repubblicano suo alleato”. Questo repertorio comprendeva l’associare alle trasmissioni di propaganda gli inni di Mameli e di Garibaldi, citazioni dai quali ornavano anche le pubblicazioni della stampa clandestina e il “riferimento alla Grande Guerra come «ultima guerra d’indipendenza», tramite efficace fra il Risorgimento e la nuova contesa antitedesca, apertasi contro gli invasori agli ordini di Kesselring”.

Sia Badoglio sia Vittorio Emanuele richiamarono più volte la natura arbitraria del patto stretto da Hitler e Mussolini in spregio alle tradizioni risorgimentali e perorarono la ripresa della politica di decennale amicizia con le grandi democrazie occidentali”, spiega Focardi. Lo storico ricorda la definizione data da Badoglio degli angloamericani come «nostri vecchi compagni del Piave e di Vittorio Veneto» e quella data dal re del tedesco come «inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà», e allo stesso modo Benedetto Croce, “uomo di sentimenti monarchici ma intransigente oppositore del re, di cui chiedeva l’abdicazione”, come ricorda Focardi, “sollecitò i connazionali a prendere le armi contro lo «straniero che calpesta e vitupera l’Italia» per battersi in una guerra «che proseguiva tenace lo spirito del Risorgimento»”, condannando il Patto d’Acciaio come un «patto di partito» stretto «nell’interesse di una fazione […] contro tutta la nostra tradizione nazionale, contro tutti I nostri interessi politici ed economici, contro la nostra stessa situazione geografica», Togliatti aveva invitato gli italiani alla «guerra sacra di liberazione» contro l’«odiato tedesco», nostro «nemico secolare», e Velio Spano aveva posto l’obiettivo del Partito comunista nel «combattere sotto la bandiera del Risorgimento i tedeschi e il fascismo».

Questi temi ebbero un grande successo, “come dimostrano i nomi di battaglia scelti da molte unità (ad esempio Mazzini, Bixio, Mameli, Manin, Fratelli Bandiera, Piave, Osoppo) o le testate di alcuni fogli clandestini (fra cui «La Giovine Italia», «Fratelli d’Italia», «L’Italia e il secondo Risorgimento»)”, nota Focardi, “Ancora più significativo risulta il fatto che una delle più importanti formazioni politiche della Resistenza – il Partito d’azione – avesse scelto un nome di evidente ascendenza risorgimentale, e che lo stesso valesse per le principali formazioni partigiane della Resistenza, le brigate Garibaldi, legate al Partito comunista”.

Ma Focardi sottolinea anche la “differenza evidente fra le tradizioni risorgimentali cui si richiamava il Regno del Sud rivendicando la «continuità delle istituzioni», nel solco dunque della soluzione liberale moderata e monarchica del processo di unità nazionale, e le tradizioni risorgimentali cui si richiamavano invece le forze dell’antifascismo cattolico, al cui interno forte era l’impronta neoguelfa, e soprattutto la sinistra antifascista di matrice azionista, repubblicana, socialista e comunista. Questa si rifaceva al Risorgimento mazziniano e garibaldino, d’ispirazione repubblicana, cioè al filone risorgimentale delle forze popolari democratiche risultato sconfitto nell’Ottocento, ma di cui si auspicava la riscossa”, differenze che corrispondevano alle diverse finalità politiche: “Mentre, infatti, per le forze monarchiche l’appello a un nuovo Risorgimento poteva essere considerato […] «una formula di comodo per incanalare il rischioso ribollire della società italiana nella patriottica guerra al tedesco» (la definizione è dello storico Claudio Pavone, ndr), nel richiamo delle sinistre a Garibaldi o al Partito d’azione vi era al contrario «implicito il programma di rimettere in discussione gli assetti postrisorgimentali, non solo quello fascista, ma anche quello liberale» (citazione sempre da Pavone) […] [per non] venire meno ai propositi della lotta ideologica contro il nemico di classe e gli assetti del potere costituito”.

Nonostante le divergenze sul suo significato fra monarchia e forze antifasciste, “il patrimonio storico risorgimentale costituiva una comune risorsa strategica anche nella lotta intrapresa contro il fascismo repubblicano”, osserva Focardi, risultando “funzionale non solo alla conduzione della guerra patriottica ma anche alla conduzione della guerra civile […]. La propaganda di Salò, infatti, faceva largamente appello al Risorgimento cercando di appropriarsi dei suoi eroi e dei suoi miti, come dimostrano l’invocazione dell’inno di Mameli e dell’inno di Garibaldi, il Mazzini effigiato sui francobolli, il tentativo della RSI di rappresentarsi come l’erede della Repubblica romana del 1849. In questo contesto, la monarchia valorizzava a sua volta il ruolo centrale svolto dai Savoia nel processo di unità nazionale come principale, se non esclusivo, strumento di rilegittimazione dopo il tracollo di credibilità provocato dalla sconfitta militare e dall’armistizio. Ma anche i partiti antifascisti facevano leva sul Risorgimento per rilegittimarsi politicamente, dopo essere stati per vent’anni stigmatizzati dal regime come forze antipatriottiche […]. L’appello alle tradizioni risorgimentali risultò dunque importante anche sul piano dello scontro interno con Mussolini nella competizione per rivendicare legittimità politica agli occhi degli italiani”.

E questa mobilitazione propagandistica ebbe effetti a lungo termine. “L’equiparazione della resistenza antigermanica alle lotte risorgimentali era destinata […] a diventare nel dopoguerra uno dei principali canoni interpretativi della Resistenza”, nota Focardi, “Ma ancor prima essa rappresentò il denominatore comune fra forze moderate e forze radicali all’interno del CLN, nonché la «copertura ideologica della politica unitaria» intrapresa dal governo Badoglio e dai partiti antifascisti dopo l’accordo stretto nell’aprile 1944 per combattere assieme l’occupante germanico”.

Traditori della patria (parte 3)

Nella prima parte di questo post abbiamo visto le accuse di tradimento della patria rivolte da Mussolini al Regno del Sud dopo l’armistizio con gli alleati e nella seconda parte il punto di vista del governo Badoglio sulla stessa questione. La terza parte completa il quadro con il punto di vista dei vari partiti antifascisti, i loro punti di divergenza rispetto al Regno del Sud e il terreno comune su cui si fonderà la collaborazione contro la RSI.

Mentre il governo Badoglio combatteva la sua battaglia propagandistica contro la Repubblica di Salò, una battaglia parallela veniva impostata dalle “forze dell’antifascismo, che dopo la caduta di Mussolini avevano progressivamente recuperato uno spazio d’azione nel paese, sebbene avessero continuato a operare in uno stato di semiclandestinità per i numerosi controlli e restrizioni imposti dal governo Badoglio”, come spiega Focardi. “Dopo il 25 luglio crescente era stata la loro pressione sul governo perché decretasse la fine della guerra”, considerata «contraria alle tradizioni ed agli interessi nazionali ed ai sentimenti popolari, la responsabilità della quale grava e deve gravare sul regime fascista».

Le forze antifasciste, che premevano per “preparare la nazione a uno scontro ritenuto inevitabile con le truppe tedesche che presidiavano la penisola”, non potevano sapere che il governo Badoglio stava trattando per l’armistizio finché esso non fu annunciato l’8 settembre 1943, ma quando ciò accadde si aprì un aspro conflitto fra esse e la monarchia, in quanto “le vicende dell’8 settembre, contrassegnate dalla fuga della corte e dei vertici militari, avevano avuto l’effetto di sprigionare un’ondata di acceso risentimento nei confronti del sovrano, di Badoglio e dell’intera dinastia Savoia”, afferma Focardi, “Tutta la stampa clandestina antifascista pullula di accuse contro il «re fellone», il «re codardo», il «re fuggiasco», il «re gaglioffo» e contro il suo degno compare: il «maresciallo fellone»”, e lo stesso risentimento manifestarono gli emigrati antifascisti, fra cui il maestro Arturo Toscanini, che sulla rivista statunitense Life definì Vittorio Emanuele III «quel pusillanime e degenerato Re d’Italia».

Tuttavia, anche se si trattò di voci nettamente minoritarie, “Alcuni importanti fogli antifascisti, quali «La Voce Repubblicana» e «L’Italia Libera», organo del Partito d’azione, non mancarono di condannare come atto di tradimento la decisione stessa di Vittorio Emanuele di interrompere la guerra al fianco della Germania e di stipulare in segreto un armistizio con gli angloamericani (tale si doveva infatti considerare l’azione di un re che aveva approvato il trattato di alleanza con la Germania nel maggio del 1939)”, osserva Focardi, riportando il commento di Gaetano Salvemini: «un malfattore non diventa un galantuomo quando tradisce un altro malfattore».

La maggioranza delle accuse di tradimento rivolte al re riguardarono, tuttavia, solo il “suo comportamento nei confronti del popolo italiano”: “Il sovrano – già additato come complice della dittatura fascista durante tutto il ventennio, dalla presa di potere di Mussolini nell’ottobre 1922 alla dichiarazione di guerra nel giugno 1940 – fu posto sotto accusa per aver tradito per l’ennesima volta gli italiani, abbandonati dopo l’armistizio in balia delle armate hitleriane”, osserva Focardi, “Vittorio Emanuele non aveva predisposto alcun efficace piano difensivo, aveva lasciato l’esercito senza ordini alla mercé delle truppe tedesche, era venuto meno alle promesse e agli accordi presi con i partiti antifascisti ostacolando la consegna delle armi al popolo e impedendo così la possibilità di approntare una difesa concertata”.

I pochi episodi di “efficace collaborazione fra militari e civili contro i tedeschi”, come quello di Roma a Porta San Paolo, erano stati “frutto di iniziative individuali” e si erano svolti “sotto il segno dell’improvvisazione”, e per questo erano destinati al fallimento. Il CLN, in una dichiarazione del 12 settembre 1943, afferma: «nell’ora più angosciosa della Patria il Monarca e il capo del Governo non sono rimasti al loro posto di direzione e di comando e, in conseguenza di questa carenza, ogni possibilità di difesa e di resistenza è stata profondamente scossa e vulnerata».

Per questo “il re non poteva pretendere in alcun modo di condurre la lotta contro la Germania”, spiega Focardi, e “l’antifascismo rivendicava per sé il diritto di guidare la «lotta di liberazione nazionale» contro l’invasore tedesco. Non era legittimato a farlo Vittorio Emanuele, complice del fascismo e traditore ‘di lungo corso’ della nazione. Il sovrano aveva sprecato colpevolmente con l’8 settembre l’occasione di schierare il paese contro la Germania nazista a fianco delle nazioni democratiche: le chances di riscatto – nonostante i proclami del governo di Brindisi – non potevano che essere affidate alla direzione delle forze antifasciste”, che infatti rivendicarono questo compito dopo appena tre giorni dalla dichiarazione di guerra fatta dal Regno del Sud alla Germania (13 ottobre 1943), chiedendo di costituire un «governo straordinario», «espressione dei quelle forze politiche che hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista».

Tutti i vari organi di stampa delle diverse forze antifasciste reagirono con «un senso di estraneità, se non di fastidio o addirittura di rabbia» (le parole sono dello storico Claudio Pavone) alla dichiarazione di guerra del Regno del Sud alla Germania, perché, come scritto sull’Unità (18 ottobre 1943), la guerra non poteva essere condotta da «gli uomini che, corresponsabili del fascismo e della guerra fascista, hanno ingannato e tradito il popolo italiano».

Nonostante questo conflitto, i temi propagandistici di cui le forze antifasciste si servivano contro fascisti e nazisti riecheggiavano quelli utilizzati dal governo monarchico di Brindisi: “in primo luogo, il refrain della guerra non voluta dagli italiani, in secondo luogo l’accusa del tradimento nazionale mussoliniano e della condotta proditoria da parte della Germania nazista”, che, come nota Focardi, “Erano i temi su cui aveva puntato e continuava a insistere la propaganda alleata, e che erano stati abilmente fatti propri da quella monarchica. Nell’adottarli l’antifascismo godeva però di tutt’altra credibilità rispetto al Regno del Sud. La netta distinzione tracciata fra dittatura fascista e nazione, ovvero fra regime e popolo italiano; la condanna delle avventure belliche del fascismo come azioni antipopolari […]; la denuncia dell’alleanza con la Germania come contraria alle più genuine tradizioni nazionali di matrice risorgimentale, facevano parte infatti del patrimonio storico dell’antifascismo italiano. Molti dei temi e degli slogan diffusi nel paese dalla propaganda alleata avevano dunque una radice antifascista, attestata fra l’altro […] dal coinvolgimento attivo di numerosi esuli di vario orientamento politico nelle attività propagandistiche”.

Ad esempio, nel dicembre 1943 «Il Popolo», organo della Democrazia Cristiana, “sottolineava come il patto di amicizia sottoscritto con Hitler da Mussolini non avesse vincolato affatto il popolo italiano, «spinto ad una guerra non sentita, non voluta, non preparata». Legittima pertanto era stata la scelta italiana di uscire dal conflitto, spregevole moralmente e criminale la mossa tedesca di invadere il paese. Quest’ultimo atto si configurava come il suggello di tutta la precedente linea d’azione germanica, contrassegnata dal costante tradimento dell’alleato su ogni fronte di guerra”. E Mussolini e i fascisti avevano a loro volta tradito il popolo italiano, restando “al fianco dei tedeschi dopo che la Germania, «gettata la maschera», era tornata a mostrare il suo volto più autentico: quello – scriveva l’Unità – del «peggiore nemico d’Italia». […] Schierandosi coi «barbari invasori», coi «banditi dalla croce uncinata», si erano macchiati del più grave dei tradimenti. Tanto più grave in quanto, così facendo, avevano innescato la feroce «guerra civile» che stava insanguinando il paese. In questo modo veniva ribaltata sulle spalle di Mussolini e della Repubblica sociale l’accusa di aver scatenato la «guerra fratricida»”, spiega Focardi.

Prima ancora, il 16 ottobre 1943, il CLN aveva lanciato una dura invettiva contro il fascismo, in cui sosteneva la necessità di «riconfermare la sua più recisa e attiva opposizione, negando al fascismo ogni diritto e autorità – dopo le sue tremende responsabilità nella catastrofe del paese ed il suo asservimento al nazismo – di parlare e agire in nome del popolo italiano». Allo stesso modo, Palmiro Togliatti aveva definito la RSI «il governo fantasma di Mussolini, istituito da Hitler per rompere l’unità nazionale ed acquistare uno strumento per la lotta contro i patrioti che agiscono alle spalle dell’esercito tedesco», creato per «realizzare i suoi ultimi piani di vendetta verso il popolo che gli ha mostrato il suo odio e il suo disprezzo».

 

Traditori della patria (parte 1)

Questo post rappresenta la quarta parte della serie che sto scrivendo dedicata a Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Nella puntata precedente abbiamo parlato della propaganda alleata in Italia fra il 1943 e il 1945, mentre da questa si apre la trattazione del capitolo 2 del libro, dedicato alle accuse di tradimento della patria che le varie parti coinvolte nella guerra civile del biennio 1943-1945 si lanciavano a vicenda.

Infatti, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e poi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia fu spezzata in due Stati, la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini e lo Stato monarchico guidato da Vittorio Emanuele III e dal maresciallo Badoglio. I due Stati si trovavano a far parte di schieramenti contrapposti e ognuno sosteneva di essere il rappresentante legittimo del popolo italiano. Per sostanziare questa presa di posizione, ciascuno ricorreva ad accuse di tradimento nei confronti dell’altro.

In particolare, Mussolini, in un discorso da Radio Monaco (settembre 1943), rievocando il «colpo di Stato» di luglio e la «vergognosa capitolazione» dell’armistizio, accusò il re, la dinastia Savoia («agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca»), i vertici militari e «taluni invigliacchiti elementi del fascismo» “di aver perpetrato un atroce tradimento: tradimento verso la patria e il regime, tradimento nei riguardi dell’alleato tedesco”, nelle parole di Focardi. “Gravava sul re e sul suo entourage, secondo il duce, la responsabilità di aver abbattuto il fascismo e di aver trattato sottobanco con gli Alleati la resa del paese, firmando condizioni di armistizio durissime, che privavano l’Italia di tutti i territori conquistati con grandi sacrifici. Gravava sul re la responsabilità principale di aver infangato l’«onore» dell’Italia, tradendo un alleato che aveva sempre dimostrato la sua «fedeltà» e al quale il paese era unito dalla lotta comune condotta su «tanti campi di battaglia»”. Mussolini annunciava quindi la ripresa della guerra al fianco dell’Asse, dato che «Solo il sangue può cancellare una pagina così obbrobriosa nella storia della patria».

Mussolini “parlava ad esempio di «proditorio rinnegamento, sul campo di battaglia, del Trattato di alleanza» e stigmatizzava il «rovesciamento del fronte» come autentico «passaggio al nemico»”, spiega Focardi. “La nefandezza di tale condotta fu costantemente messa in risalto grazie al paragone con il comportamento del «fedele» alleato germanico. Gli aiuti concessi da Berlino nel corso della guerra, la tenacia dimostrata dai tedeschi nella difesa della Sicilia, […], la prova di affetto e fiducia personale dimostrata dal Führer a Mussolini prima e dopo la liberazione dal Gran Sasso, erano presentati come esempi di sincero «cameratismo» indegnamente tradito dal re e dalla sua «cricca». Uno dei motivi propagandistici più ricorrenti fu l’appello alla restaurazione dell’«onore» perduto. Esso poteva essere riconquistato solo nella «fraternità d’armi» con il vecchio «camerata Richard», cioè nello sforzo del combattimento comune. Come affermò Mussolini, «Italia significa onore e onore significa fede alla parola data, […] e la fede alla parola data significa collaborazione con l’alleato nel lavoro e nel combattimento».”

Questa propaganda ottenne dei risultati solo parziali. “La fedeltà all’alleanza con la Germania e lo sdegno per il presunto tradimento del re furono in effetti fra le ragioni e gli impulsi che spinsero un considerevole numero di italiani, fra cui molti giovani cresciuti nel culto del fascismo, a schierarsi con la Repubblica di Salò”, commenta Focardi, che però prosegue, “I rapporti sul campo con i «camerati» tedeschi si rivelarono tuttavia molto diversi rispetto alle celebrazioni […]. A caratterizzarli fu piuttosto un sentimento di reciproco sospetto: da parte tedesca, malcelata ostilità antitaliana e ostentato senso di superiorità; da parte italiana, un insieme al contempo di ammirazione e diffidenza. […] Gli sforzi della propaganda non riuscivano infatti a mascherare «il disagio profondo per l’alterigia, il disprezzo e la tracotanza dell’ingombrante alleato»”.

Per la propaganda fascista il «tradimento» della Germania aveva significato anche tradimento del popolo italiano e della patria”, ricorda Focardi, citando le parole di Mussolini che aveva descritto l’armistizio in questi termini: «non solo come un tradimento verso l’alleato, non solo come un inganno teso al popolo italiano, ma come un immane delitto di lesa patria e un atto di incosciente suicida follia». Prosegue Focardi: “La propaganda fascista aggiunse ‘sul conto’ dei «traditori» le sofferenze del paese, sottoposto a ‘barbari’ bombardamenti, consegnato nelle mani di «armate bastarde e mercenarie» dedite al massacro, allo stupro e alla razzia, sprofondato nella «guerra civile» fratricida, esposto all’«ira dell’alleato tradito». Il tradimento imputato al re e a Badoglio diventava così un comodo alibi per Mussolini e la classe dirigente fascista rimasta a fianco del duce per allontanare da sé il peso di una tragica sconfitta di cui il regime portava invece la piena ed esclusiva responsabilità”.

A fianco di questo tema, aggiunge Focardi, “venne sollevato anche il tema della Repubblica sociale quale indispensabile «Stato cuscinetto» creato a difesa dei cittadini italiani, esposti alle rappresaglie dei tedeschi. Questi, come notava Mussolini l’11 ottobre 1943, «minacciati di esser tagliati in sacche sul nostro territorio, aggrediti dagli ordini di Badoglio, si [erano] sentiti improvvisamente in Paese nemico» e si erano trovati nella necessità di adottare misure energiche per garantirsi la ritirata”. Lo Stato cuscinetto sarebbe stato dunque l’unica possibilità per «spegnere il risentimento dei militari tedeschi contro l’Italia», “frutto di una scelta patriottica tesa a frenare lo spirito germanico di revanche”, come dice Focardi, che sottolinea la fortuna del “mito di un Mussolini mosso dalla volontà di «servire da schermo fra gli italiani e l’ira germanica»”. Come tutti i miti, anche questo ha un fondo (debole) di verità che Focardi riconosce: “In alcuni momenti, invero, il duce si attivò in difesa degli interessi italiani gravemente lesi dall’occupante, come quando protestò nell’estate del 1944 contro le stragi di civili perpetrate dalla Wehrmacht nell’ambito della cruenta lotta contro i «ribelli» delle bande partigiane. Tuttavia non si può sostenere né che il duce si ‘sacrificasse’ per la salvaguardia del paese, poiché egli giocò fin dall’inizio la carta di una radicale fascistizzazione della nazione sotto l’egida nazista, né che la RSI costituisse un efficace baluardo protettivo per gli italiani rispetto alla furia vendicativa tedesca. Piuttosto, essa si rivelò utile alla Germania sia come strumento di controllo amministrativo per lo sfruttamento economico delle risorse italiane sia nella repressione a tappeto del movimento partigiano, contro cui fu impiegata la stragrande maggioranza delle forze militari e di polizia di Salò”.

L’obiettivo della propaganda della RSI, come abbiamo accennato all’inizio, era tuttavia soprattutto “minare la legittimità nazionale tanto della monarchia e del governo Badoglio quanto delle forze dell’antifascismo, rappresentati gli uni e gli altri come complici sciagurati del nemico invasore e nefasti traditori della nazione”.