Recensioni – 1

È davvero da molto tempo che non scrivo su questo blog, e ogni volta che ci penso me ne rammarico. Vorrei avere tempo ed energie da dedicare a mettere in ordine i miei pensieri, perché sento di avere ancora molto da dire. E soprattutto, sento di avere da dire cose che non trovo altrove, cose che forse non stanno venendo dette abbastanza. Ma sto anche scrivendo una tesi magistrale, e scrivere è un lavoro prosciugante, che assorbe tutta l’energia mentale a disposizione in un dato giorno. Per di più, la tesi rappresenta il compimento di un percorso, e voglio che sia un buon lavoro, voglio sentire che lo scheletro delle argomentazioni sta in piedi, voglio sentire che i tendini che raccordano le varie parti si muovono con fluidità, voglio sentire che i muscoli che sono la carne del lavoro sono forti e flessibili. Alcune persone amano dire che il testo deve scorrere, ma per me il testo è una specie di Frankenstein, che si costruisce aggiungendo, togliendo, spostando pezzi, incastrando qualcosa di nuovo fra due pezzi man mano che si legge un nuovo articolo, ecc, e quindi il testo deve prendere vita. Le cuciture non dovrebbero vedersi. Non è facile, vero?

Ma al contempo ho realizzato che non ho smesso di scrivere del tutto, ma ho solo smesso di scrivere in forma lunga – riflessioni, analisi con dati e grafici, articoli che degenerano in saggi. Ho continuato invece a scrivere recensioni dei libri che ho letto in questi mesi, ai margini di tutti i lavori in corso, sui vari siti dove li ho acquistati. E mi sono chiesta: quanta energia dedichiamo a produrre gratis contenuti che non ci appartengono, e che si disperderanno in rivoli irrilevanti? Per Amazon le recensioni degli utenti sono valore aggiunto che orienta le scelte d’acquisto di altri utenti, e in cambio tutto quello che otteniamo è la consapevolezza di essere utili e un punteggio in una classifica che dopotutto non significa niente (sono #58.079esima nella classifica dei recensori italiani! Un traguardo?). Quindi ho pensato: perché non riportare qui sul blog, nel mio spazio, il frutto del mio impegno? 

Forse i miei consigli di lettura (e di non lettura! Evitare un cattivo libro è una benedizione, soprattutto evitare di spendere soldi per un cattivo libro) possono essere utili a qualcuno, o forse no. Ma io li posto lo stesso, in nessun ordine particolare. Iniziamo!

  • La grande storia della prima guerra mondiale, Peter Hart 
    Ho letto questo libro dopo aver preso parte a un progetto a cui ha collaborato la mia università, il cui obiettivo era trascrivere tutte le cartoline inviate dagli italiani e dalle italiane al Milite Ignoto fra il 1921 e il 1922 in occasione della costruzione dell’Altare della Patria. Nelle cartoline ho trovato l’eco di un trauma collettivo a cui le persone hanno cercato di dare senso come potevano: immaginando il sacrificio come necessario per una rinascita, celebrando la morte dei propri cari come gloriosa, auspicando un futuro migliore. Ho capito che quello che avevo studiato non mi bastava per comprendere quel momento storico e quel trauma che è parte della nostra identità nazionale e della nostra storia, e così ho voluto capire meglio che cosa è stata la prima guerra mondiale. Ho preso questo libro di Peter Hart su Kindle Unlimited, e dopo averlo letto ho scritto questo:
    “Un volume di quasi 700 pagine dedicato alla storia militare della prima guerra mondiale, scritto da un autore inglese, che scrive in polemica con le narrazioni degli eventi che sono diventate in qualche modo senso comune, con l’intento di riportare una visione degli eventi più imparziale che tenga conto di meriti ed errori nelle circostanze dell’epoca, sia per quanto riguarda le decisioni dei comandanti e dei politici, sia per quanto riguarda la conduzione delle battaglie. In questo, il libro restituisce pienamente il senso di quanto le cose avrebbero potuto essere diverse per l’intero conflitto se, in alcuni punti di svolta, gli eventi fossero andati diversamente.
    Una lettura impegnativa ma avvincente, in cui al resoconto degli eventi sono alternate testimonianze dell’epoca, attraverso le quali ci possiamo immergere nel punto di vista dei protagonisti degli eventi su entrambi i fronti del conflitto. Il volume alterna capitoli dedicati ai vari fronti: non solo il teatro di guerra principale del fronte occidentale e quello orientale verso la Russia, ma anche le campagne di Gallipoli, Salonicco, Mesopotamia e Palestina, nonché la guerra navale fra Inghilterra e Germania. Al fronte italiano è dedicato un solo capitolo, al 73% del libro, e qualche lettore potrà storcere il naso di fronte a questo ruolo minore dell’Italia vista dall’esterno, nel grande schema del conflitto.
    Come libro di storia militare, spiccano le figure dei generali e dei comandanti che cercarono, al meglio delle loro possibilità, di vincere una guerra imprevedibile e mutevole: Haig e Jellicoe per gli inglesi, Foch per i francesi, Falkenhayn, Ludendorff e Hindenburg per i tedeschi, Brusilov per i russi, sono i protagonisti per i quali l’autore non nasconde la sua ammirazione, e le cui voci emergono da resoconti e memorie. Accanto a loro, la storia corale dei soldati che la guerra la combatterono, nelle trincee delle Fiandre, sugli incrociatori nel Mare del Nord, fra i terreni acquitrinosi della Mesopotamia e nel deserto del Sinai.
    Il punto di vista è prevalentemente inglese, ma lo sforzo di imparzialità dell’autore e l’ampiezza delle testimonianze restituiscono pienamente la dimensione collettiva del conflitto e i meriti e sacrifici di entrambe le parti.” 
  • Magic, V. E. Schwab
    Magic è il primo volume di una trilogia fantasy, che prosegue con Legend e termina con Dark. Come molte saghe fantasy, ha avuto il suo momento di popolarità in cui era ovunque, inclusi i supermercati, e la sinossi mi aveva attratta, ma ormai ho imparato a non comprare libri d’impulso, specialmente romanzi, specialmente in cartaceo. Basta aspettare, e arriveranno in biblioteca, oppure in ebook a un prezzo stracciato. O, come in questo caso, in Kindle Unlimited. Così l’ho preso in prestito, e dopo averlo letto ho scritto:
    “Questo romanzo mi è piaciuto davvero. Non è perfetto dal punto di vista tecnico (i cattivi avrebbero dovuto rileggere la Evil Overlord List!) ma ho apprezzato molto sia il worldbuilding, sia i personaggi, sia il ritmo della vicenda. Non voglio fare spoiler perché credo che questo romanzo richieda un approccio un po’ “a scatola chiusa”: ci si accosta alle premesse, e si decide se si vuole intraprendere questo viaggio oppure se non attirano affatto. La sua natura di primo atto di una trilogia implica che ci sono tanti aspetti del worldbuilding che restano sullo sfondo, così come le relazioni fra i personaggi sono chiaramente destinate a evolvere, ma ritengo che sia apprezzabile anche in sé stesso, perché la vicenda riesce ad avere una sua compiutezza. Troppo spesso nelle saghe fantasy un volume non è in grado di reggersi sulle sue gambe rispetto alla vicenda più ampia che si snoda attraverso tutta la saga, ma in questo caso Magic è perfettamente godibile come stand-alone, per chi vuole dargli una chance attraverso Kindle Unlimited prima di decidere se leggere (e acquistare il resto)”. 
    Alla fine, quando avrò tempo passerò in biblioteca a prendere in prestito gli altri due volumi per sapere come proseguono le vicende di Kell e Lila, ma nel mentre lo consiglio a chi sta cercando del fantasy, per una volta, scritto bene e avvincente, dove la scrittura sostiene la trama invece di cercare di fare a pezzi la sospensione dell’incredulità e strappare il lettore dalla sua immersione nella narrazione.
  • Liberati della brava bambina: otto storie per fiorire, di Maura Gancitano e Andrea Colamedici
    Il femminismo non è solo una teoria per comprendere la realtà e agire in essa: il femminismo è anche un’esperienza che si vive nella relazione con altre voci di donne, che aiutano a trovare sé stesse e a definire ciò che si prova. Credo che fermarsi ad ascoltare altre storie sia importante per restare presenti e in contatto con la propria interiorità, ed è una cosa che avevo dimenticato, ma che poi è il famoso “partire da sé”, saper unire i puntini fra ciò che sentiamo e viviamo e il modo in cui essere donne in una società patriarcale dà forma alle nostre vite, individuali e collettive. Questo libro è in grado di fornire delle storie con cui relazionarsi, su cui riflettere, e fa un lavoro prezioso e luminoso nello svelare ciò che queste storie mostrano dell’esperienza femminile. Dopo averlo letto, ne ho parlato così:
    “Questo saggio cerca di raccontare la condizione interiore delle donne attraverso archetipi femminili tratti dalle storie che compongono il paesaggio di miti e narrazioni della nostra cultura, storie antiche e moderne: Era, la regina degli dèi dell’Olimpo; Malefica, la fata cattiva delle fiabe; Elena di Troia; Difred, protagonista del Racconto dell’Ancella; Medea, la madre assassina; Daenerys del Trono di Spade; Morgana del Ciclo di Avalon e Dina, del romanzo La Tenda Rossa. Ognuna di loro, nella rivisitazione degli autori, incarna un aspetto problematico della condizione femminile e offre gli strumenti per renderlo visibile e superarlo, comprendendo noi stesse nel rifletterci in figure così potenti e così fraintese. Non mi sarei mai aspettata che questo libro potesse avere una capacità così forte, nella sua pacatezza, di farmi riflettere su me stessa e di ritrovarmi in tutte queste figure. A fronte di un femminismo che spesso ci fa sentire sempre sulle barricate, questo libro propone la via dell’introspezione e della riscoperta di sé come strumento trasformativo delle relazioni nella nostra quotidianità, che a loro volta sono lo spazio dove agire il cambiamento.
    Lo consiglio a tutte le donne irrequiete, che non si sentono comprese e dubitano di sé stesse anche a fronte dei loro successi e meriti, e a tutti gli uomini che vogliono approcciarsi al femminile senza retoriche o stereotipi, riconoscendo che in primo luogo il femminile è un universo ferito, che porta i segni di una disuguaglianza di potere contro cui ancora oggi lottiamo”.
    Per me è importante poter dire una cosa come “il femminile è un universo ferito”, invece di pensare che come femministe il nostro compito sia essere più forti di quelle ferite: possiamo essere forti insieme a quelle ferite, ed è necessario per poterle guarire, per poter essere complete, perché la nostra forza sia luminosa invece di venire dal chiudere in una scatola una parte di noi che sanguina e urla di rabbia. 
  • Vaccini, complotti e pseudoscienza. Tra fobia, disinformazione e consapevolezza, a cura di Armando de Vincentiis, con prefazione di Silvio Garattini e contributi di Sergio Della Sala, Sara Pluviano, Silvano Fuso, Armando de Vincentiis, Edoardo Altomare, Paolo Attivissimo, Giovanni Ragazzini, Cristina Da Rold e AIRicerca. 
    Un volume collettivo che affronta il tema delle purtroppo sempre attuali paure attorno ai vaccini. Al momento non risulta più disponibile in ebook su Amazon (io lo lessi con Kindle Unlimited) ma è possibile acquistarne la versione cartacea su altri negozi online. Per me è importante affinare le mie risorse di divulgazione scientifica e continuare a informarmi, anche se poi non è sempre facile affrontare conversazioni su questi argomenti delicati e dove le reazioni difensive si innescano rapidamente. Comunque, quando ho letto questo libro l’ho descritto così: “Questo libro non è esattamente un volume di divulgazione scientifica, in quanto l’esposizione di fatti e dati con lo scopo di convincere chi è titubante sulla questione dei vaccini è posta all’interno di una cornice che dà per scontato che il lettore sappia già che l’antivaccinismo è una posizione antiscientifica fondata su presupposti fattualmente errati e sulla disinformazione. Direi piuttosto che è un libro che fornisce strumenti per ingaggiare una conversazione nella propria cerchia personale con persone indecise ma disposte ad ascoltare la voce della scienza e le argomentazioni razionali. Il primo capitolo rende chiaro questo fatto: si tratta di un contributo molto interessante e articolato che spiega come le idee complottistiche possono trovare terreno fertile e radicarsi per ragioni legate alla comunicazione e ai processi psicologici con cui pensiamo. Il secondo capitolo è, similmente, dedicato a ripercorrere la letteratura scientifica sugli interventi per fare corretta informazione e la loro efficacia.
    Il terzo capitolo, scritto dal divulgatore Paolo Attivissimo, spiega nel dettaglio il “caso Wakefield” ed è forse il capitolo che potrebbe essere più persuasivo verso una persona che si sta avvicinando all’antivaccinismo. Il quarto capitolo è un contributo di un esperto in pediatria che confuta l’argomentazione secondo cui i neonati sono troppo fragili per la somministrazione dei vaccini, mentre il quinto si serve di esempi tratti dalla letteratura per ricordare in modo vivido come si viveva quando i vaccini non esistevano. Il sesto è una riflessione sulla comunicazione scientifica nell’era di Internet, mentre il settimo offre una ricognizione molto dettagliata sulla storia delle vaccinazioni e il funzionamento dei vaccini contemporanei. Infine, il capitolo conclusivo traccia un affresco sulle ragioni dello scetticismo verso la scienza, sui bisogni che sorreggono l’affidarsi alle pseudoscienze e sui rischi dell’oscurantismo.
    Ritengo perciò che questo libro sia una valida risorsa per chi intende impegnarsi del dialogo sui vaccini e ha quindi bisogno di conoscere non solo i fatti, ma anche i meccanismi psicologici e i problemi contestuali che possono rendere i loro interlocutori impermeabili alle argomentazioni fondate nella verità fattuale. L’unico motivo per cui non do cinque stelle è che la citazione dei riferimenti bibliografici dei vari capitoli avrebbe dovuto essere uniformata e rifinita: non è particolarmente elegante che ogni capitolo segua una convenzione diversa nel citare le fonti”.

Ci sono altre recensioni e non appena avrò tempo (o ispirazione) scriverò altre puntate di questa serie. Per ora, spero che stiate tutte/i bene e stiate passando una buona estate – nonostante il cambiamento climatico e la pandemia che, anche se non sembra, non si prende una pausa estiva! 

La mia solidarietà digitale: conoscenza libera e gratuita

E così, per me le lezioni sono finite. Il 18 dicembre, con l’ultimo incontro dell’ultimo laboratorio, in didattica a distanza, si è svolta l’ultima lezione dell’anno accademico 2020-2021 del corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali presso l’Università di Milano-Bicocca. In questo secondo semestre non mi resta che trovare un relatore o una relatrice e iniziare a scrivere la tesi, oltre che a studiare per gli ultimi esami che mi mancano, da dare a giugno. Nel mentre, sto continuando a svolgere la mia attività presso l’Ecomuseo Adda di Leonardo, un progetto che sto vedendo crescere e che mi regala tanta fatica e parecchie soddisfazioni in cambio dell’energia e della determinazione che ci riverso con amore e orgoglio. Il rinnovato tempo libero è anche un’opportunità per me di riscoprire ciò che mi è mancato durante il lockdown della primavera 2020: camminare nei boschi, andare in bici lungo il fiume, e assistere al risveglio della natura dopo un inverno che mi è sembrato al contempo senza fine e brevissimo, perché schiacciato fra impegni che mi hanno assorbita completamente, ma che sono soddisfatta di essere riuscita a portare a compimento.

Ma questo rinnovato tempo libero, che finalmente sento come realmente uno spazio di libertà, è anche uno spazio di opportunità: in questo anniversario del DPCM che ha dato avvio al lockdown sull’intero territorio italiano e che è stato per tutti una doccia gelida circa la realtà e la dimensione del problema Covid-19, non voglio ricordare solo l’impatto drammatico che ancora oggi stiamo tutti vivendo, anche se è inevitabile pensarci. Pensare al suono delle ambulanze sullo sfondo delle lezioni, all’uscire in una città deserta in un silenzio surreale, alle immagini dei mezzi dell’esercito nei viali di Bergamo, allo stringere la mano del mio compagno durante le conferenze stampa del presidente del consiglio Conte, sforzandomi di pensare che anche se non sarebbe andato tutto bene ne saremmo usciti, in qualche modo, sorridere di fronte alle lenzuola con gli arcobaleni, simboli che si estendono dallo spazio privato delle case verso lo spazio pubblico delle strade. Solidarietà è una parola che si è usata molto e che spero impareremo a praticare di più, ogni giorno, ricordando che la solidarietà è il primo modo che abbiamo per tamponare le ingiustizie, per esprimere i nostri doveri di cittadini, per fare la nostra parte. Non per niente la Costituzione afferma nitidamente che ognuna/o di noi è tenuto ai propri “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2) che non si esprimono solo nel pagare le tasse e rispettare le leggi, ma devono essere ridefiniti in termini di responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri – prenderci cura dell’ambiente, della salvaguardia delle istituzioni della società, delle persone più vulnerabili, delle nuove generazioni, di coloro che sono ai margini – attraverso l’impegno civico e la partecipazione
In questo momento sto esprimendo il mio impegno attraverso il mio lavoro nell’Ecomuseo: stiamo costruendo opportunità per il territorio, opportunità di sviluppo attraverso il turismo e la valorizzazione dei beni culturali, di riscoperta di un senso di appartenenza che ci unisce in una storia comune, di tessitura di relazioni e network per condividere e realizzare progetti e idee. Inoltre, con l’aiuto di mia madre sto continuando a perlustrare le strade che si estendono dal paese verso le campagne per raccogliere il vetro. Guanti da lavoro, bicicletta e borse della spesa, abbiamo raccolto più di 500 bottiglie di vetro e sacchi interi di lattine in alluminio, che saranno avviati al riciclo e contribuiranno a un circolo virtuoso invece di restare dispersi nell’ambiente. Questo lavoro non è glamour, ma quando si comincia a vedere l’estensione dello scempio che avvolge i nostri territori non si può smettere di vederla, e fare qualcosa al riguardo è alla portata di tutti. Non basta non buttare i propri rifiuti nell’ambiente per dire di aver fatto il proprio dovere di cittadina/o: occorre compiere quel passo in più in nome con impegno e responsabilità.

Un altro modo in cui possiamo nutrire la nostra consapevolezza civica è quello di cogliere le opportunità di apprendimento che ci vengono messe a disposizione dall’estensione degli strumenti digitali inaugurata con la pandemia. È un risultato positivo che la ridefinizione dei modi di vivere gli eventi culturali dovuta alla pandemia abbia reso più accessibili iniziative e contenuti che altrimenti sarebbero stati riservati a coloro che potevano fruirli di persona. L’accessibilità della conoscenza è una tematica importante di questi tempi, perché dobbiamo essere consapevoli dei divari che attraversano la nostra società, generando ingiustizie e impedendo a tutti di fruire delle stesse opportunità. Pensiamo ad alcuni privilegi di cui spesso ci dimentichiamo: il privilegio di avere accesso a Internet e di saper usare il computer, che ci permette di accedere ad alcuni bonus e misure di sostegno economico che ad altre/i cittadine/i sono negate, come il Bonus Mobilità o il cashback tramite l’app Io; il privilegio di avere la cittadinanza italiana e quindi dei documenti che sono quelli di default e ci permettono di portare a termine delle procedure burocratiche senza attriti e di avere accesso a opportunità che ad altri sono precluse (due esempi vicini a me: ai programmi di stage del Ministero degli Esteri non possono accedere studenti e studentesse privi di cittadinanza italiana, anche se hanno un’altra cittadinanza europea; se il permesso di soggiorno è scaduto/in corso di rinnovo, gli studenti e le studentesse extracomunitari/e non possono ottenere la registrazione dei loro voti d’esame sul libretto). Per molte/i di noi, un privilegio è sapere l’inglese, e quindi avere accesso a un universo di libri, risorse, corsi, seminari, eventi, fumetti, serie TV e film che non sono ancora stati tradotti in italiano e forse non lo saranno mai. 

Vorrei invitarvi, lettori e lettrici di questo piccolo spazio, ad esplorare alcune opportunità fruibili attraverso i mezzi digitali di cui sono venuta a conoscenza e che penso siano utili e interessanti, perciò pubblico una lista di segnalazioni, alcune in italiano e altre i inglese. Un piccolo passo verso la condivisione solidale di idee che secondo me meritano di essere diffuse e rilanciate. Il titolo del post riprende l’iniziativa Solidarietà Digitale promossa dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) nella primavera del 2020, durante il primo lockdown, in cui tutta una serie di risorse sono state messe a disposizione di tutte/i gratuitamente da varie aziende per aiutare i cittadini a coltivare abilità, accrescere la propria formazione e trascorrere il tempo della costrizione con qualcosa in più a disposizione. 

  • Il percorso BBetween Civic Engagement – DeplastificAzione dell’Università di Milano-Bicocca è un corso online sul tema dell’impatto dell’inquinamento da plastica sugli ambienti marini, accessibile a tutte/i coloro che hanno un account Microsoft (@outlook, @hotmail) oppure Google (@gmail), oltre agli account universitari (Idem/EduGain). Si può ottenere, alla fine del percorso, un open badge che certifica l’acquisizione delle competenze sul tema, che può essere inserito nel proprio CV.
  • L’Università di Yale ha dei corsi online ad accesso libero, fra cui segnalo quello su African American History: from Emancipation to the Present per conoscere meglio le questioni razziali negli Stati Uniti. Il corso è solo in inglese, ma per chi ne ha la possibilità penso sia importante conoscere meglio questa tematica, perché educazione e consapevolezza sono sempre i primi passi per cambiare noi stessi e lavorare per cambiare il mondo. In ogni caso, ci sono anche tantissimi altri corsi gratuiti con argomenti che spaziano dalla chimica organica ai mercati finanziari, dall’architettura dell’antica Roma al Don Chisciotte, dalla storia del capitalismo all’Antico Testamento. Altri corsi ancora curati da Yale sono disponibili su Coursera, gratuitamente, registrandosi al sito. 
  • La casa editrice Settenove è una stella luminosa per quanto riguarda libri senza stereotipi per bambine e bambini e formazione su questioni di genere. Se avete la possibilità di sostenerla acquistando uno dei loro libri, fatelo. Se invece in questo momento vi è difficile supportare cause, lo capisco: è un periodo difficile. Ci sono anche dei materiali didattici scaricabili gratuitamente
  • Molti incontri, seminari e conferenze che in passato si sono svolti in presenza, in questo contesto si sono svolti online e sono quindi accessibili anche dopo la conclusione dell’evento. In particolare ho trovato molto interessante questo dibattito tra Elsa Fornero e Marta Fana, economiste, sul tema delle disuguaglianze economiche e di opportunità che attraversano la nostra società. 
  • Il documentario di Ken Loach (in inglese sottotitolato in italiano) The Spirit of ’45, che racconta la storia della nascita del Welfare State nel Regno Unito, è incredibilmente intenso e attuale nel nostro contesto in cui è apparso in tutta la sua evidenza il fatto che tenere i sistemi di welfare operativi al minimo indispensabile in circostanze “normali” ci rende del tutto impreparati ad affrontare circostanze impreviste.
  • In occasione dell’otto marzo numerosi seminari e tavole di discussione virtuali sulle questioni di genere offrono opportunità di riflettere e approfondire numerosi aspetti della persistente diseguaglianza strutturale fra uomini e donne nella nostra società. Fra quelli che conosco, vi segnalo Donne e lavoro di cura durante la pandemia e Uguaglianze e differenze: perché lottare per la parità di genere?, organizzati dall’Università di Milano-Bicocca. I seminari online hanno il grande pregio di poter essere ascoltati come podcast mentre si lavora, e offrono riflessioni dense e stimolanti con cui occupare un paio d’ore per assorbire idee e spunti. 
  • Per chi è a proprio agio con i contenuti in inglese ed è interessato al campo della personal finance, ovvero del prendersi cura dei propri soldi imparando a spendere meno e spendere meglio, costruendo uno stile di vita solido e che rispecchia i nostri obiettivi e progetti, Clever Girl Finance offre una serie di corsi gratuiti accessibili registrandosi al sito. Se alcuni contenuti sono applicabili solo al contesto americano, altri sono validi spunti per riflettere sulla propria situazione e su come migliorarla a prescindere dal contesto. Sullo stesso tema, Her first 100k ha un webinar su come dare un taglio agli acquisti d’impulso e maturare consapevolezza sui soldi che spendiamo, rivolto in particolare alle giovani donne (categoria di cui anch’io faccio parte e che uso con orgoglio).
  • Grazie al blog di Paolo Attivissimo ho scoperto l’esistenza di un programma dedicato alle fake news e ad altri problemi dell’informazione, di cui alcuni episodi sono disponibili gratuitamente online per poterli vedere anche al di fuori dell’orario di messa in onda: Fake – la fabbrica delle notizie. Non l’ho ancora visto, ma ho in programma di recuperarlo appena possibile.
  • Per chi legge in inglese, l’Università della California ha una serie di volumi scaricabili gratuitamente ad accesso libero che contengono ricerche su argomenti molto diversi. Se state cercando una lettura impegnata ma stimolante, provate a vedere se c’è qualcosa che vi ispira. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) ha una biblioteca digitale di pubblicazioni gratuite dove potete trovare report ma anche brevi saggi di una serie intitolata “Big Ideas” con contributi di ospiti fra cui Jeremy Rifkin, Massimo Bottura e Bebe Vio.
  • Google offre una serie di corsi gratis su temi come il marketing digitale e l’avviare un’attività di commercio online, ma sulla piattaforma ci sono anche corsi correlati su argomenti come parlare in pubblico, costruire una narrazione efficace per le proprie idee e cercare lavoro online. Non è proprio il genere di argomenti che interessa a me, ma credo che possano essere utili per chi vuole magari rafforzare le proprie competenze in ambito digitale per il proprio curriculum. Di questi tempi, non guasta mai.
  • Una nuova generazione di ragazze sta lavorando all’intersezione fra educazione finanziaria e femminismo, lavorando per offrire gli strumenti per costruirsi una propria stabilità economica – anche quando il futuro è incerto, le carriere precarie, i guadagni magri, ed è difficile sentirsi adulte/i – e al contempo riconoscendo che le ingiustizie sistemiche plasmano il campo di gioco in cui tutte/i noi dobbiamo fare le nostre scelte. Ingiustizie generazionali, legate al genere, all’etnia, all’interno delle quali il compito di costruire il nostro futuro non può essere sminuito dalla retorica delle opportunità e del merito, ma deve partire da scelte consapevoli e da uno sguardo ampio, sistemico. Per chi se la cava con l’inglese, potete seguire conversazioni stimolanti e ispiratrici come questo dialogo fra Kara Perez di We Bravely Go e Lauren McGoodwin di Career Contessa sul costruire una carriera oppure questa potente e magnifica tavola rotonda sulle ineguaglianze, questo workshop su come negoziare un aumento di stipendio, oppure ancora quest’altra tavola rotonda su come costruire il proprio budget. Ascoltare voci diverse e poco note è un’occasione per imparare cose nuove che non avremmo probabilmente occasione di scoprire altrove, ed è importante ricordare che non sono solo le voci delle donne ai vertici a rappresentare “quelle che ce l’hanno fatta”, ma anche chi sta costruendo nuove strade. Queste donne emanano una forza che trovo magnifica, la forza quieta della competenza sorretta dal desiderio di costruire cambiamento attraverso l’empowerment e la consapevolezza. 
  • Questo blog non promuove nessuna azienda, né tantomeno è sponsorizzato da qualcuno (chi pagherebbe per avere visibilità su uno spazio così piccolo, che si occupa di tematiche così di nicchia?), perciò tutte le segnalazioni che trovate sono qui perché ritengo sinceramente che siano interessanti e di valore come occasioni per imparare qualcosa. Per cui vi segnalo un ciclo di webinar del Banco BPM sul tema della relazione fra donne e denaro, di cui ho appena seguito l’episodio di oggi, dedicato agli investimenti nell’economia sostenibile, che è stato davvero stimolante, soprattutto in relazione al ripensare il paradigma della crescita, pensando invece in termini di bisogni e ricordando che le risorse ambientali rappresentano il contesto e il limite entro cui si colloca il nostro agire.
  • Come avrete notato, questo post riflette anche il mio interesse crescente per la personal finance (in italiano diremmo economia domestica?), il quale a sua volta rispecchia il mio desiderio di prepararmi alla vita da adulta avendo tutte le risorse possibili per costruire la mia indipendenza economica. Sono sempre stata una persona frugale, perché i miei genitori mi hanno educata a una forte sensibilità ambientale, al risparmio e a rifiutare il superfluo, ma mi rendo conto che tradurre in pratica una mentalità richiede strumenti e conoscenze che non sono scontati, ma per fortuna là fuori ci sono molte risorse per acquisirli e approcciarsi alla gestione dei propri soldi con consapevolezza e intenzionalità. Purtroppo molte di queste risorse sono in inglese e quindi c’è ancora un problema di accessibilità, ma almeno per chi mastica la lingua possono essere un ottimo punto d’inizio, e se conoscete risorse sul tema in italiano, fatemi sapere. Intanto, vi segnalo una serie di corsi gratuiti offerti da TheSkimm.
  • Le molestie nei luoghi pubblici sono un’esperienza che accomuna quasi tutte le donne e non pochi uomini, lasciando tracce emotive che accrescono il senso di vulnerabilità in presenza di estranei, impedendoci di vivere lo spazio pubblico come uno spazio che ci appartiene, dove possiamo esistere libere e fiere, dove possiamo lasciare il segno con la nostra presenza ergendoci con la forza della nostra voce, del nostro occupare spazio. Possiamo emanare forza solo quando ci sentiamo stabili e al sicuro, e infatti le molestie esistono per creare un clima di insicurezza che impedisce alle donne di appropriarsi simbolicamente dello spazio pubblico, ma obbliga a reazioni difensive come il chiudersi in sé stesse, occupare meno spazio possibile, cercare di essere invisibili. I molestatori “agiscono il patriarcato” esprimendo il loro senso di entitlement al corpo femminile in pubblico. Stand Up! è un progetto nato a partire da Hollaback! per fare formazione su come combattere le molestie quando si è spettatori o vittime di azioni indesiderate in modo semplice e sicuro, senza esporci né al rischio di creare un’escalation della situazione, né a quello di fare figuracce di fronte a una situazione che abbiamo frainteso. E comunque, lo dico a me stessa per prima, il timore di fare figuracce non dovrebbe dissuaderci di fronte alla possibilità di aiutare un’altra persona in una situazione difficile! Per prenotare un posto per seguire il webinar di formazione, andate qui: la formazione dura un’ora ed è davvero per tutte/i. 

Questo post è un lavoro in corso che sarà aggiornato con nuove segnalazioni man mano che mi capitano sottomano. Avete segnalazioni e risorse da condividere? Ho riattivato i commenti! Sentitevi libere/i di contribuire a scambiare materiali, e grazie. 

Consigli di non lettura: “Il sesso del terrore” di Susan Faludi

Negli ultimi anni, la produzione di saggistica femminista è aumentata in modo considerevole, dando origine a una fertile nicchia di mercato dove è possibile trovare ogni genere di opera scritta con una prospettiva femminista, dalla critica letteraria ai libri di poesia (Eve Ensler, Rupi Kaur, Joumana Haddad, per esempio), dalle biografie (Roxane Gay), ai romanzi (Margaret Atwood, Naomi Alderman), passando per i libri per bambine/i per arrivare alle analisi che attingono agli studi di genere, e alle scienze sociali più in generale, per spiegare aspetti specifici dell’oppressione femminile in un sistema sociale patriarcale e androcentrico. Molte di queste opere sono di altissimo livello intellettuale e di grande rigore scientifico, ma è altrettanto vero che in tutti i generi e in tutte le nicchie ci sono anche opere di minore valore e/o rilevanza, e che il tempo per leggere è limitato, specie quando si tratta di saggi.

In questo periodo della mia vita sto leggendo molto per un progetto di ricerca in università di cui vi parlerò quando sarà concluso: vi basti sapere, per ora, che si tratta di un lavoro sugli studi di genere per il quale ho dovuto e devo macinare una grande quantità di libri e articoli accademici per poter costruire, insieme al resto del gruppo di ricerca, un background teorico esteso e approfondito in cui collocare il nostro contributo. Parallelamente ai testi che mi è richiesto di leggere, ho acquistato altri volumi approfittando della sezione outlet di una nota libreria online italiana, in cui periodicamente i titoli sono scontati dal 65% al 70%. Il mio obiettivo era di ampliare la mia formazione personale e trovare spunti utili da collegare al lavoro in corso, in modo da non restringere troppo il focus sull’argomento specifico. Questo significa procedere un po’ “a tentoni”, senza sapere se e come un libro si potrebbe rivelare utile e interessante, un’esperienza che sarà familiare a chiunque abbia dovuto scrivere una tesi o un elaborato che richiede una bibliografia piuttosto consistente: per trovare i testi adatti a fare da fonti, bisogna leggere anche testi che alla fine si rivelano inutili o solo marginalmente utili.

Scrivo quindi per presentare un libro che sconsiglio di leggere a chiunque sia alla ricerca di teoria femminista, o comunque di un buon saggio femminista con cui ampliare le basi teoriche del proprio attivismo o la propria cultura personale. Si tratta di un libro, come spiegherò, estremamente specifico e che, ritengo, può risultare utile e interessante solo per coloro che hanno un interesse di ricerca rivolto allo stesso specifico argomento trattato dall’autrice. Il libro è Il sesso del terrore. Il nuovo maschilismo americano (2007) e l’autrice è Susan Faludi.

Il libro viene presentato come il ‘seguito’ di Backlash, un’opera chiave del femminismo in cui Faludi dimostra l’esistenza di un contrattacco reazionario deliberato, da parte delle forze sociali conservatrici, contro le conquiste della seconda ondata femminista degli anni ’70, a partire dagli anni ’80 e proseguendo verso i ’90. Premetto di non aver effettivamente letto Backlash, ma si tratta come dicevo di un’opera che viene ripresa in molte altre trattazioni relative a femminismo e studi di genere perché contribuisce a spiegare come il processo di emancipazione femminile abbia rallentato, dopo l’insorgenza rapida e travolgente degli anni ’70, e come la conversazione culturale sulle questioni di genere sia cambiata dopo quel decennio. Ne Il sesso del terrore Faludi documenta un altro cambiamento per lei cruciale nella conversazione collettiva americana sulle questioni di genere: quello avvenuto dopo l’11 settembre, in seguito ai tristemente noti attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono. La tesi del libro è che i media americani di ogni orientamento e i politici conservatori abbiano fatto ricorso a schemi di genere tradizionali per trovare un senso agli eventi che hanno sconvolto la coscienza della nazione, costruendo una narrazione in cui le donne erano le vittime e gli uomini gli eroi (sebbene gli uomini fossero sconvolti e traumatizzati dagli attentati tanto quanto le donne, e tutti, inclusi i soccorritori, fossero vittime dello stesso senso di impotenza e terrore di fronte a un evento imprevedibile e inarrestabile). In altre parole, per metabolizzare il trauma gli Stati Uniti, secondo Faludi, non hanno scelto di guardarlo in faccia e accettare la vulnerabilità della nazione, ma si sono rifugiati in un immaginario tradizionale fatto di una virilità stoica, violenta e protettrice (quella dei cowboy contrapposti agli indiani) che per esistere ha bisogno di avere come contraltare una femminilità debole, spaventata, incapace di reagire (quella delle fanciulle rapite).

Il libro è diviso in due sezioni: nella prima, che occupa oltre metà del volume, si descrive dettagliatamente la conversazione collettiva post-11 settembre, mentre nella seconda si rintraccia l’origine degli schemi di genere rinvenibili in quella conversazione nell’epoca delle guerre indiane, combattute nel ‘600 e nel ‘700 dapprima dai coloni inglesi puritani e poi dai cittadini dei neonati Stati Uniti d’America, dopo l’indipendenza. La prima parte è la più ampia e si articola in differenti capitoli, ognuno dei quali documenta uno specifico aspetto di quella conversazione collettiva, attingendo ad articoli di giornale e citazioni di programmi televisivi come fonti principali, ma includendo anche dichiarazioni di politici, stralci dagli interrogatori della commissione d’inchiesta sull’11 settembre, post sull’Internet, ecc. Gli aspetti affrontati dai vari capitoli sono: la narrazione dell’11 settembre come un atto di guerra nei confronti dello stile di vita americano e delle famiglie americane; la celebrazione dei soccorritori e delle forze dell’ordine come veri e propri supereroi; il paragone con i cowboy; la narrazione delle sopravvissute e delle vedove come ‘vestali’ del dolore; la narrazione della nazione come intenta a medicare le proprie ferite con un ritorno al matrimonio, allo stare a casa a curare i figli, al fare figli; la narrazione della virilità del presidente George W. Bush e di quella dello sfidante alle presidenziali del 2004, John Kerry; la storia della soldatessa prigioniera di guerra Jessica Lynch, che nonostante fosse, seppur catturata dal nemico, assistita in un ospedale iracheno nelle migliori condizioni possibili, fu descritta come prigioniera dei fedayn, vittima di torture e stupri e salvata da un’operazione militare eroica. Nella seconda parte del libro, che occupa poco più di un centinaio di pagine a fronte delle oltre 200 della prima, si ricostruisce l’origine del ‘mito’ nell’epoca delle guerre indiane, attingendo a fonti storiche come la narrativa di prigionia (biografie e romanzi scritti soprattutto da donne che, catturate dagli indiani, vissero con loro a volte per decenni prima di essere ‘salvate’ e di ritornare alle comunità bianche) e le successive modificazioni che questi testi subirono man mano che gli ideali puritani tramontavano in favore di una società più combattiva, meno disposta ad accettare le privazioni e i tormenti come prove da sopportare per mostrarsi degni di fronte a Dio. In queste modificazioni, la figura centrale non è più la donna che, fortificata dalla fede, si ricostruisce una vita nelle tribù indiane, ma l’uomo che combatte per salvare moglie e figli dagli indiani, sempre più descritti come selvaggi stupratori demoniaci (in mezzo, ci sono anche i processi alle streghe di Salem del 1692, in cui furono uccise soprattutto donne indipendenti e benestanti, che gestivano patrimoni e proprietà senza dipendere da uomini). Specularmente, le figure femminili in queste narrazioni diventano sempre più donne-bambine, vulnerabili, incapaci di difendersi da sole, innocenti e ingenue, su cui incombe la minaccia dello stupro come suprema umiliazione.

Perché sconsiglio questo libro? In ultima analisi, per le motivazioni esposte a inizio dell’articolo: come attiviste/i, il tempo da dedicare alla nostra formazione è sempre poco, e questo vale anche per chi studia o fa ricerca e quindi può confrontarsi con una grande quantità di letteratura scientifica. Ritengo quindi che dobbiamo scegliere quali sono le opere la cui lettura può essere un arricchimento, una fonte di stimoli per capire meglio noi stessi e la situazione in cui ci troviamo, e quali invece sono le opere che in ultima analisi possono essere ‘sacrificate’ alla mancanza di tempo perché meno rilevanti. Credo che il libro di Faludi rientri in quest’ultima categoria: esso è una ricognizione estremamente rigorosa e approfondita di una specifica conversazione culturale in uno specifico momento della storia americana recente, che tuttavia è già superato (e probabilmente lo era già nel 2007 quando il libro è stato scritto). Ammiro molto il rigore con cui Faludi ha documentato l’oggetto del suo lavoro e la quantità di fonti su cui esso è basato è così ampia che la sua tesi è inconfutabile, sia nel descrivere la reazione della cultura americana all’11 settembre in ottica di genere, sia nel rintracciarne le origini all’epoca delle guerre indiane e dei successivi slittamenti culturali che, dalla seconda metà del ‘600 all’epoca vittoriana, hanno cancellato la forza delle pioniere sorrette dalla fede che hanno costruito l’America insieme agli uomini per sostituirle, nell’immaginario collettivo, con ragazze pudiche e fragili di fronte a cui gli uomini potevano ergersi come protettori e salvatori di fronte alla minaccia di altri uomini, uomini selvaggi e stupratori. Ma il rigore non basta: in ultima analisi, il libro resta racchiuso nei confini della tesi che intende dimostrare e non va oltre nel dare un contributo che possa essere ricordato nella teoria femminista e nella formazione di una femminista, perché è troppo settoriale, troppo specifico.

Sapere che questo è successo può aiutarci a vedere lo stesso meccanismo all’opera in altre narrazioni, questo è vero. Ma ritengo che leggere le 390 pagine di quest’opera sia uno sforzo che la maggior parte di noi si può risparmiare, se non è mossa da un interesse ardente per l’approfondimento di questo specifico meccanismo (buon per voi!) o da un interesse di ricerca relativo specificamente all’11 settembre e/o alle narrazioni coloniali dell’epoca delle guerre indiane. È vero che la vita è troppo breve per leggere brutti libri, ma ci sono casi in cui è altrettanto vero che la vita è troppo breve per leggere libri poco rilevanti nell’ottica dell’attivismo e della formazione femministi. Non per questo ritengo il libro privo di meriti.

Un’ultima nota conclusiva sulla traduzione italiana: il titolo originale dell’opera è The Terror Dream, “Il sogno del terrore”, un riferimento a una citazione di Alan Le May in cui si descrive il terrore primordiale che paralizza un uomo, un’esperienza che lo riporta a un incubo vissuto da bambino e allo stato di completa impotenza, di completa mancanza di controllo, che solo gli incubi più vividi possono dare. Ora, già il fatto di dover spiegare questo riferimento significa che quello originale non è un buon titolo, ma la traduzione italiane è peggio: qual è il sesso del terrore? Sono le donne, perché vengono raccontate come le vittime, le sole a vivere il terrore primordiale di cui parla Le May mentre gli uomini, eroici e risoluti, fanno voto di proteggerle e vendicarle? O sono gli uomini, che reagiscono a quel terrore primordiale rifugiandosi nel mito di una virilità inscalfibile perché anche loro hanno vissuto la paura, il dolore e la vulnerabilità derivanti dagli attacchi terroristici? Non c’è una risposta a questa domanda, perché non era nelle intenzioni dell’autrice porsela. Questa domanda deriva solo da una pessima scelta di traduzione. Il sesso del terrore non è un’espressione che compare nel libro, nemmeno una volta. Se il titolo originale non si poteva tradurre letteralmente perché Alan Le May non è un autore noto in Italia, perché non sceglierne uno completamente diverso ma almeno dotato di senso in riferimento all’argomento del libro?

La traduttrice è senz’altro preparata, ma è chiaro che le manca qualcosa per tradurre l’inglese americano più colloquiale, i modi di dire giornalistici e i giochi di parole presenti nei titoli in alcuni casi sono stati tradotti in modi che mi hanno fatto pensare che una traduzione migliore fosse palese. L’esempio più calzante è a pag. 178, dove Jack-o’-Lantern, il nome inglese della zucca di Halloween incisa per formare un volto e illuminata dall’interno con una candela. Nell’edizione italiana è diventata misteriosamente “Gianni il Lanternino”. Come diavolo si fa a non sapere cos’è un Jack-o’-Lantern? Queste cose sono nelle filastrocche per bambini, si imparano alle elementari quando si studiano i vocaboli relativi alla festa di Halloween! E se proprio, una breve ricerca su Wikipedia toglie qualsiasi dubbio. Ma soprattutto…qualcuno ha mai sentito parlare di Gianni il Lanternino? Scrivetemi nei commenti se sapete chi è.

In conclusione, errori di traduzione e scelte sbagliate a parte, Il sesso del terrore è un testo di saggistica molto rigoroso, molto ben documentato, ben scritto e che contiene informazioni che possono risultare interessanti per chi volesse approfondire gli specifici argomenti di cui tratta il testo, ma che ritengo non arricchisca in modo significativo la formazione generale di una persona interessata alla teoria femminista. In un momento in cui il panorama editoriale relativo ai temi di genere e femministi è sempre più vasto e in cui arrivano in Italia grandi contributi non solo nelle collane scientifiche ma anche rivolti a un pubblico più generalista, per me una cernita si impone: non possiamo leggere tutto, ma dobbiamo ‘specializzarci’ anche nella nostra formazione personale, nel nostro tempo libero. Questo è il motivo per cui faccio le mie raccomandazioni, in positivo o – in questo caso – in negativo.

E ora, cosa farò del libro? Lo donerò alla biblioteca civica del mio paese, in modo da metterlo a disposizione di tutti coloro che possano averne bisogno. Il fatto che sia stato un acquisto ‘sbagliato’ per me non significa che non possa essere utile o interessante per altri, anzi: questo è ciò che mi auguro.

La socializzazione della donna prima degli anni ’70 (parte seconda)

Da “Essere e fare: un esame interculturale della socializzazione maschile e femminile“, di Nancy Chodorow, all’epoca insegnante al dipartimento di Sociologia alla Brandeis University, laureata al Radcliffe College di Harvard nel 1966, in “La donna in una società sessista“, a cura di Vivian Gornick e Barbara K. Moran (prima edizione italiana, 1975, prima edizione statunitense, 1971). Pubblico questo post come seconda parte del precedente perché penso che sia interessante confrontare due teorizzazioni sullo stesso argomento che sono più o meno coeve, ma attingono a fonti e metodi di ricerca diversi per arrivare a conclusioni convergenti, dipingendo un quadro della società occidentale negli anni ’60 su cui si possono ben misurare le conquiste del femminismo e l’ampiezza del cambiamento socio-culturale.

“La ricerca interculturale ci suggerisce che non esistono differenze assolute fra la personalità degli uomini e quella delle donne, e che molte delle caratteristiche che normalmente classifichiamo come maschili o femminili possono differenziare sia i maschi che le femmine di una cultura da quelli di un’altra, e in altre culture ancora, rivelarsi all’opposto di quanto ci aspetteremmo. […] E’ facile confondere la preponderanza statistica con la norma, e spiegare la norma come un fatto ‘semplicemente naturale’. Ciò è inesatto e inutile; una spiegazione convincente si fonda su fatti specifici, non su generalizzazioni o desideri. L’esame dei fatti specifici offre una spiegazione, logica e perfettamente rispondente all’esperienza pratica, delle differenze sessuali e culturali, senza che si renda necessario ricorrere a una verità universale e quindi, in un certo senso, incapace di spiegare alcunché.”.

Ciò che spiega la ‘natura’ femminile è il fatto che in tutte le società una certa parte del lavoro femminile richiede un tipo di comportamento femminile, anche quando un simile comportamento non piace all’interessata: donne che detestano la maternità sono costrette ad avere bambini e ad allattarli regolarmente in società prive di risorse tecnologiche in cui non esistono né contraccettivi né sistemi di allattamento artificiale. Il lavoro degli uomini, d’altra parte, varia nelle diverse culture sia nelle sue forme pratiche che nelle caratteristiche della personalità che richiede. Il ‘destino biologico’ è imperativo: le donne partoriscono i figli e in molte società devono allattarli. Tuttavia è evidente che tutte quelle caratteristiche che costituiscono la natura ‘femminile’ possono ugualmente essere caratteristiche maschili qualora altri tipi di lavoro o altre aspettative determinate dal ruolo lo richiedano“.

“Un elemento che ricorre frequentemente nei diversi studi in cui vengono descritte e spiegate le diverse difficoltà incontrate da femmine e maschi nell’acquisizione di identità legate al ruolo sessuale, è l’affermazione che le femmine ‘sono’ mentre i maschi ‘fanno’: l’identità femminile è ‘attribuita’, quella maschile è ‘conquistata’. Karen Horney fa notare che perfino le differenze biologiche riflettono questa distinzione: ‘l’uomo è praticamente tenuto a portare alla donna prove continue della propria virilità. Per la donna non vi è nessuna necessità analoga: perfino nel caso che sia frigida può avere un rapporto sessuale, concepire e partorire un figlio. La sua parte consiste nel mero essere, senza dover fare… Al contrario l’uomo deve fare, se vuole restare appagato'”.

“Parsons ritiene che le donne abbiano uno scopo raggiungibile – sposarsi e avere bambini – e che vengano giudicate dalla gente secondo le loro capacità in questo senso, e non in base alla loro intrinseca condizione di donne. Egli la contrappone alla condizione dell’uomo che dipende sempre in modo sostanziale dal successo nel lavoro, dalla carriera, dal fatto di essere quello che mantiene la famiglia. […] Simone de Beauvoir vede in questa differenza effetti più positivi che negativi per i ragazzi. […] Secondo lei, il ‘fare’ del ragazzo si trasforma nella trascendenza dell’uomo: gli uomini sono artisti, creatori, rischiano la vita, fanno progetti. Le donne, al contrario, vengono accuratamente istruite a ‘essere’. La naturale tendenza di una fanciulla la spingerebbe anche a ‘fare’, ma essa impara a farsi oggetto, a confinarsi nella sfera dell’immanenza.”.

Secondo Chodorow, il fatto che la socializzazione primaria, quella che avviene nell’infanzia, sia affidata in modo pressoché esclusivo alle donne, implica che per i maschi l’acquisizione dell’identità maschile deve passare attraverso il rifiuto delle donne, e con esso il superamento dell’identificazione dell’autorità con la madre. “Culturalmente ciò significa che in generale è importante per l’uomo acquistare potere e assicurarsi che gli attributi del potere e del prestigio siano maschili o, più precisamente, assicurarsi che, qualunque ruolo possa toccare all’uomo, questo comporti potere e prestigio […]. Diventa anche necessario riservare agli uomini la maggior parte di queste attività per mantenere in vita la convinzione che le donne sono incapaci di fare molte delle cose ‘importanti’ di cui la società ha bisogno […] e nello stesso tempo si rende necessario svalutare tutte le attività delle donne indistintamente […]. In pratica ‘le culture definiscono frequentemente le attività impegnative come qualcosa che le donne non fanno o non possono fare, invece di definirle direttamente come qualcosa che gli uomini fanno bene‘”.

Una indicazione del continuo stato di timore della ‘femminilità’ che nella nostra cultura pesa sui maschi è la forza delle pressioni esterne e interiori a cui sono sottoposti perché si uniformino al modello maschile, rifiutando l’identificazione o la partecipazione a tutto quanto possa parere ‘femminile’. […] L’estrema riluttanza dei maschi a fare scelte intersessuali [può] indicare che fin dalla primissima infanzia gli è stato insegnato che l’unico comportamento giusto è preferire soltanto ciò che è maschile, e che questo insegnamento è stato accettato più o meno completamente; ciò spiegherebbe la loro riluttanza a fare scelte femminili. Ancora più importante è il fatto che questi bambini, al contrario delle bambine, paiono convinti che simili scelte possano aiutarli a rafforzare la propria virilità e che, comunque, atteggiamenti differenti non sarebbero soltanto semplici scelte fra un certo numero di possibilità, ma potrebbero metterli in pericolo nel profondo del loro intimo”.

“Burton e Whiting dimostrano che i riti di iniziazione sono più frequenti nelle società in cui il costume che la madre dorma col bambino e la matrilocalità danno luogo nei maschi a un’identità intersessuale; lo scopo di queste cerimonie è di ‘cancellare dalla mente l’identità femminile primaria e fissare stabilmente la identità maschile secondaria’. In molte società con riti di iniziazione maschili i termini dell’identità sessuale, invece di essere l’equivalente di ‘maschio’ e ‘femmina’ nella nostra società, si differenziano in modo diverso: uno per le donne, le ragazze e i ragazzi non ancora iniziati, l’altro soltanto per gli uomini già iniziati”.

“Tutte queste prove – istituzioni culturali che esorcizzano il potere femminile o tentano di assicurarne il controllo agli uomini; istituzioni che permettono di esprimere un comportamento esasperatamente virile; il timore della bisessualità o della femminilità che pesa sui maschi di ogni età – ci indicano che non è sufficiente attribuire la denigrazione del lavoro e della personalità femminile a un ‘timore delle donne’ esterno e cosciente, alla nota paura del potere femminile. Deve piuttosto essere attribuita a quella parte del potere femminile che è rimasta nell’intimo del maschio – le componenti bisessuali della personalità di ogni uomo. Tutto ciò incute paura perché in un certo senso non vi è una definizione certa della virilità, e il bambino non ha modo di sapere se l’ha veramente acquisita finché non riesce a differenziarsi da ciò che nebulosamente gli pare femminile. ‘Poiché in America […] la virilità non è definita con certezza, bisogna mantenerla e nuovamente apprenderla ogni giorno, e un elemento essenziale della sua definizioni è la necessità di battere le donne in ogni gioco e in ogni attività a cui prendano parte entrambi i sessi‘”.

“Contrariamente a quanto accade nelle società non occidentali, la socializzazione delle donne occidentali non è altrettanto chiara o priva di ambiguità […]. L’universale […] ‘superiorità’ degli uomini e della virilità nei settori ‘importanti’ della cultura significa che le donne vengono preparate soltanto parzialmente ai ruoli femminili tradizionali (allevare i bambini, occuparsi della casa) e alla formazione della loro personalità (passività, condiscendenza, ‘bontà’); nello stesso tempo a scuola si insegna loro a essere intraprendenti e a mirare al successo, e diventa evidente ai loro occhi che l’altro ruolo (quello femminile) e i suoi valori sono meno desiderabili e sono considerati di secondaria importanza nel progresso dell’umanità e del mondo. […] Le bambine inizialmente vengono allevate in un mondo femminile, in cui le madri sono depositarie di tutto il potere e di tutto il prestigio, e nel quale acquisire un’identità femminile appare desiderabile. In seguito entrano in un mondo in cui il potere maschile è chiaramente importante (anche se, come nella scuola, i suoi valori sono trasmessi dalle donne), in cui i maschi dominano la società e le sue importanti risorse”.

“I suoi [della bambina, ndt] conflitti […] riguardano l’accettazione o il rifiuto di questa identità che postula la capacità di inibirsi e di saper soddisfare le esigenze altrui, e che può condurla verso un destino di adulta in cui il suo ruolo e la sua dipendenza da esso la costringeranno ad allevare figli che a loro volta proveranno risentimento verso di lei e verso la ‘femminilità’ che rappresenta. Appare evidente all’intera società, e specialmente alla bambina, che questa identità e il futuro che promette lasciano molto a desiderare. […] In parte a causa di questa subordinazione sociale delle donne e della denigrazione delle qualità femminili operata dalla cultura, alle femmine è consentito preferire ciò che è maschile – ed esse si sentono libere di farlo – e godere di libertà molto superiore a quella dei maschi […]. Perciò si sentono incoraggiate a riuscire bene a scuola, e il fatto che esse stesse lo vogliano viene considerato ‘semplicemente naturale’. In nessun caso né la bambina né i suoi educatori dubitano della stabilità della sua identità femminile, né del fatto che saprà rassegnarsi al suo ruolo da adulta e che, a quel punto, questo ruolo le sembrerà naturale. Man mano che cresce, tuttavia, le sue compagne e gli adulti con cui vive cessano di tollerare […] i suoi tentativi di impegnarsi in attività maschili o di perseguire scopi maschili […]. Si ritiene che essa debba cominciare a mostrarsi passiva e docile, che si interessi al proprio aspetto, che coltivi l’arte della seduzione, che si modelli secondo i desideri maschili. […] Nella società americana la scuola continua a istillare valori tipicamente ‘americani’ (e maschili) – il culto del successo, dell’intraprendenza, della competitività. Se mancherà questi obiettivi fallirà come cittadina e come individuo, ma se avrà successo fallirà come donna. […] Sappiamo che, crescendo, in generale le femmine ottengono minor successo negli studi e rimangono escluse dalla possibilità di una partecipazione egalitaria che precedentemente avevano”.

Chodorow conclude: “La tragedia della socializzazione della donna non consiste nel fatto che non le sia chiara la sua identità sessuale fondamentale, come accade per gli uomini. Questa identità le viene attribuita ed essa non ha bisogno di provare a se stessa o alla società di averla appresa o di continuare a possederla. Il suo problema è che questa identità è palesemente considerata di scarso valore nella società in cui vive. […] E finché le donne saranno costrette a vivere attraverso i loro figli, e gli uomini non contribuiranno realmente alla loro socializzazione e non gli offriranno modelli di ruolo facilmente comprensibili, le donne continueranno a educare figli la cui identità sessuale è subordinata alla possibilità di negare il valore della femminilità nel loro intimo e fuori di esso, e figlie che dovranno accettare questa condizione umiliante e rassegnarsi a produrre altri uomini che perpetueranno il sistema che le denigra”.

 

 

La socializzazione della donna prima degli anni ’70

Da “Ambivalenza: la socializzazione della donna“, di Judith M. Bardwick, all’epoca assistente di Psicologia all’università del Michigan, ed Elizabeth Douvan, all’epoca professoressa di psicologia all’università del Michigan, in “La donna in una società sessista“, a cura di Vivian Gornick e Barbara K. Moran (prima edizione italiana, 1975, prima edizione statunitense, 1971).

“Fin dall’infanzia i bambini tendono a un comportamento che suscita particolari tipi di reazione da parte dei genitori, dei fratelli maggiori e di chiunque venga a contatto col bambino. Queste reazioni sono il risultato della combinazione dei valori del singolo individuo – che, per esempio, può attribuire un particolare valore a un comportamento notevolmente estroverso – e di ciò che la società intende genericamente per un comportamento accettabile da parte del bambino. La socializzazione si avvale delle pressioni che spingono il bambino a cercare di suscitare reazioni accettabili – l’essere gratificato, punito, ignorato o vedere anticipate le proprie aspettative”.

“I maschi sono più attivi, hanno maggiori stimoli fisici, sono più inclini a comportarsi aggressivamente, hanno più precoci esperienze sessuali a livello genitale e paiono avere capacità conoscitive e percettive meno sviluppate di quelle delle bambine della stessa età. In generale, le bambine sono fisicamente meno attive, si mostrano meno inclini all’aggressività fisica, sono più sensibili al dolore fisico, hanno una sessualità a livello genitale nettamente inferiore e mostrano capacità verbali, percettive e conoscitive maggiori rispetto ai maschi. […] Le bambine hanno una maggior capacità di analizzare e rispondere anticipatamente alle esigenze dell’ambiente in cui vivono; inoltre hanno una maggior facilità di parola. Il comportamento caratteristico delle bambine tende a infastidire i genitori meno di quello dei maschi. Le capacità percettive, conoscitive e verbali che per ragioni ignote costituiscono una caratteristica più accentuata nelle femmine permettono loro di analizzare e prevenire le richieste degli adulti e di uniformare il proprio comportamento alle loro aspettative“.

“Molte reazioni caratteristiche, che possono variare da un comportamento molto femminile alla massima esuberanza fisica, sono considerate accettabili nella bambina. Quanto ai maschietti, non viene accettato né un comportamento passivo ed effeminato, né un comportamento aggressivo ‘da ragazzaccio’. A partire dai due anni o due anni e mezzo circa, età in cui si situa il passaggio dall’infanzia alla prima fanciullezza, i maschi subiscono più numerose proibizioni in una più vasta gamma di tipi di comportamento. Inoltre, e ciò ha una particolare importanza, la dipendenza dagli altri, normale in tutti i bambini piccoli, è permessa alle bambine e proibita ai maschietti. Perciò le bambine non vengono incoraggiate ad abbandonare le vecchie tecniche del rapporto con gli adulti e ad usarne altre per definire la propria identità, per manipolare il mondo fisico e per soddisfare le proprie necessità emotive. […] La stima di sé delle femmine rimane legata al fatto di essere accettate ed amate dagli altri, ed esse continuano a servirsi delle capacità altrui invece di sviluppare le proprie.”

“L’impulsività e la sessualità del maschietto sono fonte di enorme piacere indipendentemente dalle reazioni di chiunque; queste fonti di piacere costituiscono il nucleo di una precoce autocoscienza. Le proibizioni degli adulti contro la masturbazione, l’esplorazione e l’aggressività fisica minacciano non soltanto quegli stessi piaceri ma anche, in fondo, l’integrità dell’io. Perciò i ragazzi vengono sospinti, sia dai propri impulsi che dalle esigenze della società, ad abbandonare ogni atteggiamento di dipendenza dalle reazioni altrui per quanto concerne la stima di sé. […] Costretto all’autoaffermazione dalla perdita delle precedenti e più sicure fonti di stima di sé, il ragazzo inizia, prima dei cinque anni, a sviluppare la coscienza della propria individualità e un senso dei valori relativamente indipendenti dalle opinioni altrui. Egli guarda ai successi che ottiene nel mondo esterno e nella vita reale e inizia a valutarsi in base a questi successi, con criteri obiettivi“.

“Quando [i ragazzi] incominciano a subire pressioni da parte dei genitori affinché abbandonino il comportamento infantile, è perché questo tipo di comportamento viene ormai considerato femminile. Si esige che apprendano presto a essere virili. Fino alla pubertà, la femminilità è una qualificazione verbale, un attributo dato – qualcosa che non è necessario imparare. Ciò cagiona un notevole ritardo nella ricerca dell’identità della fanciulla, nello sviluppo dell’autonomia e nello sviluppo di criteri interiori di valutazione di sé. Continuando a dipendere dagli altri per quanto concerne il definirsi e l’affermarsi, ed essendo esperte nell’anticipare le richieste altrui, le fanciulle sono conformiste. Esse vengono premiate dai buoni voti, dall’affetto dei genitori, dall’approvazione degli insegnanti e delle loro pari. Come risultato, la fanciulla rimane remissiva e particolarmente adatta ad essere modellata dalla cultura”.

“[L’aggressività dei maschi e la passività e dipendenza delle femmine] cambiano o restano costanti a seconda di quanto le tendenze del singolo individuo si trovino in contrasto con i concetti culturali idealizzati della virilità e della femminilità. Nei ragazzi l’aggressività è consentita e incoraggiata, e soltanto le sue manifestazioni esteriori vengono corrette; nelle fanciulle la dipendenza e la passività sono permesse e incoraggiate, e soltanto la forma viene corretta. Le differenze sessuali dell’età infantile vengono accentuate attraverso il processo di socializzazione. Nell’insegnamento spesso predominano le donne, e le scuole sono istituzioni in cui si dà valore al conformismo che viene ampiamente insegnato da donne conformiste. […] I modi in cui il sistema scolastico premia l’alunno perpetuano il modello già in uso dei rapporti con i genitori – i ragazzi sono stimolati ulteriormente a rivolgersi verso i loro pari per sentirsi accettati, a sviluppare criteri di valutazione personali e a raggiungere obiettivi reali; le fanciulle sono ulteriormente esortate a mantenere uno stile di vita improntato alla normalità, al conformismo e al rifiuto delle innovazioni“.

“Con la comparsa dei mutamenti fisici apportati dalla pubertà le definizioni di normalità e di femminilità cambiano e si avvicinano rapidamente al modello stereotipato. Ora il comportamento e le qualità per cui precedentemente la fanciulla veniva premiata, specialmente la tendenza a competere con successo, potranno essere considerati caratteristiche negative. Anche la femminilità diventa un attributo da imparare – e questo compito è reso ancora più difficile dalla sensazione di ambivalenza che la fanciulla nutre nei riguardi del proprio corpo. La maturazione del sistema riproduttivo della fanciulla porta gioia e sollievo, una sensazione di normalità e la coscienza della sessualità. Contemporaneamente […] i mutamenti fisici si accompagnano alla perdita di sangue e alla sofferenza fisica, alla prospettiva di avere il corpo deformato dalla gravidanza, al timore del parto, alla coscienza di star diventando sessualmente desiderabile. […] L’adolescente deve iniziare a sviluppare un’autocoscienza femminile che accetti le funzioni e le future responsabilità del suo corpo ormai maturo; nello stesso tempo questi mutamenti determinano dei cambiamenti in ciò che la cultura esige da lei. […] La fanciulla […] inizia a essere punita se ottiene successi rilevanti grazie alla sua competitività e gratificata per i successi ottenuti con i maschi. Durante l’adolescenza il processo di socializzazione la esorta a curare il proprio aspetto esteriore per attrarre gli uomini, per assicurarsene l’affetto, per essere la più corteggiata. Nello stesso tempo si ammonisce la fanciulla di non aver troppo successo in questo campo perché ne rimarrebbero minacciati i buoni rapporti con le amiche. Durante la pubertà essa apprende che potrà venire punita per eccesso di competitività in qualunque cosa sia importante per lei“.

 “[Le fanciulle] dovranno scendere a patti con la loro femminilità fisica e provarne piacere, e sviluppare una appropriata ‘femminilità’ psichica. […] Durante l’adolescenza stabilire un felice rapporto con gli altri diventa un’impresa che potrà essere fonte di grandi soddisfazioni e attraverso la quale ci si potrà definire. Quando si verifica questo mutamento nell’ordine di precedenza degli interessi […] le qualità personali come l’indipendenza, l’aggressività, la competitività, che potrebbero compromettere il successo nei rapporti con l’altro sesso, vengono meno. Mentre i ragazzi temono l’insuccesso, le fanciulle oltre a ciò temono il successo. […] In mancanza di successi indipendenti e oggettivi, le fanciulle e le donne sanno quanto valgono soltanto dalle reazioni altrui, prendono coscienza della propria identità soltanto dai loro rapporti come figlie, amiche, mogli o madri e, in senso letterale, personificano il mondo. […] Durante l’adolescenza come nell’età infantile, le femmine continuano a stimarsi nella misura in cui vengono stimate da coloro con i quali hanno rapporti affettivi”.

“La socializzazione insegna alle fanciulle a far uso di forme di aggressione meno dirette di quelle messe in atto dai ragazzi, come l’uso appropriato di ingiurie verbali o il rifiuto di un’altra persona. Questa aggressività è per lo più diretta verso persone alla cui reazione non si attribuisce un effetto catastrofico sulla stima di sé, cioè le altre donne. […] Nei rapporti fra uomini l’aggressività è esplicita e i rapporti di forza chiari; l’aggressività femminile è dissimulata, e i rapporti di forza raramente dichiarati. Negando e dissimulando l’animosità diviene inevitabile che una sorta di disonestà, un’incertezza diffusa si insinuino in ogni rapporto fra donne, dando origine a una nuova ansietà e a continui e crescenti sforzi diretti ad assicurarsi gli affetti”.

“Secondo Erik Erikson il compito più importante nell’adolescenza è quello di stabilire la propria identità. Ciò è più difficile per le fanciulle che per i ragazzi. Poiché la sua sessualità è più interiore, inaccessibile e diffusa, poiché nutre sentimenti contrastanti nei confronti delle funzioni del suo sistema riproduttivo ormai maturo, poiché non viene punita per la propria impulsività, poiché viene incoraggiata a rimanere dipendente, la ricerca della fanciulla di una propria identità è nello stesso tempo complessa e differita. Ai suoi problemi si aggiungono sia la coscienza del fatto che la cultura valuta maggiormente i successi maschili, sia la consapevolezza del fatto che non vi è più un’unica via sicura per conseguire con successo la femminilità. […] Fino alla adolescenza viene presentato loro il concetto di uguaglianza delle capacità, delle occasioni, e del modo di vivere. Ma talvolta, già durante l’adolescenza, esse ricevono chiaramente il messaggio della società che le ammonisce di non cercar di riuscire troppo bene, che competitività significa aggressività e ciò è poco femminile, che non uniformarsi mette in pericolo i rapporti con l’altro sesso. La virilità è chiaramente definita e si apprende attraverso i successi ottenuti individualmente competendo con gli altri. Per la fanciulla, le libertà che pubblicamente le vengono concesse, mescolate con le ambiguità della cultura in cui vive, danno luogo a un’immagine della femminilità tutt’altro che chiara. Poiché le appare molto vago come si possa diventare femminile e perfino cosa possa definirsi femminile, la fanciulla si adegua alla sola direttiva che le è chiara: rifugge da tutto ciò che è inequivocabilmente maschile“.

I caratteri personali che si evolvono come caratteristiche particolari dei sessi accrescono le probabilità di successo nei ruoli sessuali tradizionali. Che uno sia maschio o femmina, se ha qualità personali tradizionalmente maschili – obbiettività invece di soggettività, aggressività invece di passività, incentivi a conseguire il successo invece di temerlo, coraggio invece di conformismo, interesse al proprio lavoro, ambizione e iniziativa – avrà maggiori probabilità di successo in ruoli maschili. La socializzazione rafforza le tendenze originarie; per conseguenza sono relativamente poche le donne che possiedono queste qualità”.

“Non è casuale, perciò, che le donne predominino in professioni in cui vengono utilizzate qualità come la disciplina, la capacità di immedesimarsi negli altri e lo zelo, professioni in cui l’aggressività e la competitività sono assolutamente anomale. […] Nonostante l’ideale egualitario che proclama l’uguaglianza dei ruoli e dei contributi dei sessi, sia gli uomini che le donne stimano maggiormente le qualità e i successi maschili. Troppe donne attribuiscono al proprio corpo, alle proprie qualità personali e al proprio ruolo un’importanza secondaria. Finché saranno i criteri maschili a costituire il metro di valutazione delle attività, delle qualità e delle mete femminili, le donne non saranno uguali. […] Il motivo essenziale di questo discredito è che il mondo maschile è diventato la pietra di paragone con la quale si confronta tutto il resto. Finché vi sarà differenza fra i sessi, le donne saranno definite non-uomini, cioè qualcosa di non buono, di inferiore. Ed è importante comprendere che in una cultura simile, poiché ne fanno parte, le donne hanno interiorizzato questi valori culturali nocivi a se stesse. Quanto abbiamo descritto è ambivalenza, non conflitto”.

I contributi che la maggior parte delle donne dà al miglioramento e all’equilibrio dei rapporti, la loro abilità e autodisciplina, la loro opera nella vita, sono considerati inferiori sia dagli uomini che dalle stesse donne. E’ inquietante osservare fino a che punto le donne considerino le loro responsabilità, i loro scopi e le loro stesse capacità inferiori a quelle degli uomini […]. Il successo nei compiti tradizionali è il mezzo consueto con cui le fanciulle conseguono la stima e la fiducia in se stesse e si assicurano un’identità. In generale, esse hanno continuato, anche da adulte, a stimarsi nella misura in cui venivano valutate dagli altri; la fonte di stima è quindi il prossimo, e il miglior modo di guadagnarsela è restare entro i limiti del proprio ruolo tradizionale, senza competitività né aggressività“.

Le donne non sono inclini ad accettare ruoli o a perseguire scopi che mettono a repentaglio i loro importanti rapporti di dipendenza dal prossimo perché da quei rapporti traggono la maggior parte della stima di sé e della propria identità. Ciò perpetua uno stato di dipendenza psicologia che potrà giovare ai rapporti stessi ma nuoce all’autocoscienza di quelle donne che hanno interiorizzato i valori della cultura”.

“Né gli uomini né le donne che si accingono a sposarsi si aspettano una divisione equa dei privilegi e delle responsabilità. […] Pochi individui saprebbero invertire i propri ruoli senza provare la sensazione che il marito non sia ‘virile’ e la moglie non sia ‘femminile’. La virilità e la femminilità sono aspetti della personalità palesemente legati ai ruoli e il ruolo, indipendentemente da come lo si interpreti e da quanto ci si uniformi a esso, condiziona la misura dell’impegno“.

“Sebbene il modello stereotipato univoco esista ancora e in parte sia vitale, esso è anche semplicistico e inesatto. Sia gli uomini che le donne rifiutano ormai la vecchia divisione dei ruoli perché drastica e psicologicamente costosa, giacché costringe entrambi entro rigidi modelli di comportamento basati unicamente sul sesso. Ma un’era di mutamenti dà luogo a nuove incertezze e alla necessità di ridefinire con chiarezza la virilità e la femminilità, i cui nuovi criteri potranno offrire a entrambi i sessi una nuova autocoscienza. […] Per entrambi i sessi questo è un periodo di mutamenti in cui coesistono i nuovi e i vecchi valori, sebbene nelle nuove norme siano riconoscibili i vecchi modelli. […] Quando si nutrono ansie e incertezze riguardo alla propria femminilità un mezzo efficace per calmare i timori è un conformismo spinto al limite, una dedizione sviscerata ai valori tradizionali. In questo modo una donna crea un’immagine della femminilità che poi diffonde, viva ed esasperata, fra altre donne. Così il messaggio è chiaro, ed essa può essere maggiormente certa che quello che riceverà di ritorno la rassicurerà sulla propria femminilità. […] A mano a mano che nuove norme di comportamento acquisteranno chiarezza e autorità si svilupperanno ruoli, personalità e modelli di comportamento più flessibili. La libertà di scegliersi un ruolo è un fardello quando ve n’è la possibilità ma i criteri non sono chiari”.

 

“Il mio corpo mi appartiene” di Amina Sboui

Amina Sboui è diventata famosa per aver postato una foto di sé a seno nudo, con scritto sul petto “Il mio corpo mi appartiene. Non è l’onore di nessuno” in arabo, su Facebook. In seguito a questi eventi, la sua famiglia l’ha tenuta prigioniera a casa di parenti, senza permetterle di vedere nessuno o di accedere ad Internet e imbottendola di antidepressivi e sessioni di esorcismo presso l’imam locale, finché Amina non è riuscita a fuggire e a far accettare ai suoi parenti le proprie idee politiche. Successivamente, dopo la caduta della dittatura di Ben Ali seguita alle rivolte della Rivoluzione dei Gelsomini, cui Amina ha partecipato in prima persona, la ragazza è stata arrestata per aver scritto sul muro di un cimitero “FEMEN” con una bomboletta spray, poco prima di un raduno di islamisti, nella città di Kairouan. Amina

Questi i fatti, in breve. Sono passati diversi anni dal gesto di Amina e la sua storia è ormai acqua passata, le polemiche e le banalità sul suo gesto sono state archiviate, e la ragazza si è trasferita in Francia dove continua il suo attivismo femminista in altre forme. Il libro di cui voglio parlare è la sua autobiografia, in cui Amina racconta la sua educazione, la sua formazione di adolescente, il suo punto di vista interno, da persona coinvolta in prima linea, sulle rivolte della Primavera araba in Tunisia, come ha maturato la decisione di farsi quella foto e tutto quello che è successo dopo. Il fatto che sia Amina a raccontare la sua esperienza di adolescente anticonformista e ribelle che scopre la sua coscienza politica e femminista ci offre una prospettiva che nessun resoconto scritto da persone esterne, giornalisti, politologi o antropologi che siano, può dare.

Mi ritrovo molto in Amina che contesta i professori, domandando perché di certe tematiche non si può parlare in classe, citando Nietzsche durante l’ora di religione, mettendo in crisi la morale perbenista del suo ambiente con i suoi atteggiamenti provocatori, da ribelle. Ho attraversato anch’io questa fase e mi fa sorridere l’energia, l’entusiasmo con cui l’autrice descrive l’esperienza di un’adolescente che scopre l’ingiustizia e si mette a contestare tutto e tutti, con incoscienza, forse, ma anche con la consapevolezza e le conoscenze maturate attraverso la frequentazione di attivisti e militanti. La differenza fra me e Amina è forse solo che lei ha avuto l’occasione di partecipare a una rivoluzione, e io ho avuto il tempo di crescere e orientare il mio impegno verso la conoscenza e la divulgazione.

Amina racconta cosa ha provato dopo la pubblicazione della famosa foto: “Ero un po’ nel panico, ma provavo al tempo stesso un sentimento di orgoglio, la piacevole sensazione di essere all’improvviso unica, celebre. L’istante di celebrità decantato da Andy Warhol? No, non nel mio caso. Insomma, non del tutto. Più che di me, ero soprattutto fiera della mia azione. Avevo l’impressione che fosse un gesto che poteva toccare le persone e che avrebbe smosso altri giovani, dato nuovo respiro alle nostre lotte”.
Ma Amina non è un’adolescente ingenua o irresponsabile. Proseguendo nella lettura, scopriamo che durante la sua infanzia ha subito abusi sessuali da più di un uomo adulto, abusi che non sapeva nominare perché la sua famiglia non le aveva mai insegnato nulla sulla sessualità, e che quando ha cercato di parlarne con sua madre lei si è chiusa nel diniego. Bono degli U2 ha affermato una volta che la percezione dell’ingiustizia nasce sempre come personale e diventa politica solo in un secondo momento. Anche per Amina è stato così – in quel rifiuto di sua madre di ascoltarla e di aiutarla, e in tante altre occasioni in cui la sua famiglia e il suo ambiente sociale le hanno chiuso la porta in faccia è nata un’attivista.

Amina racconta anche un altro episodio traumatico del suo coinvolgimento nella rivolta, quando stava organizzando scioperi nel suo liceo con altri studenti, è stato segnato da un trauma che renderà inscalfibile la sua volontà di lottare: “Era il 7 gennaio. Eravamo una decina di giovani nel corridoio nella presidenza, divisi tra l’orgoglio per aver intrapreso una lotta che aveva messo un liceo di 400 studenti in sciopero da diversi giorni e una certa preoccupazione per le conseguenze dei nostri atti. Il preside ci aveva appena confermato la sua decisione di espellerci. Uno dei miei compagni, Ayoub, che si trovava proprio accanto a me, ha acceso un fiammifero. E si è dato fuoco. Così, in fondo al corridoio. Davanti a noi. Davanti al preside. Davanti ai prof. Nessuno è riuscito a spegnere le fiamme. è stata una visione atroce, che mi ossessiona ancora. Non mi ero accorta dell’odore di benzina con cui si era cosparso i vestiti. Era un atto di protesta e di solidarietà verso Mohamed Bouazizi? O la paura di ritrovarsi faccia a faccia coi suoi genitori, che lo avrebbero probabilmente picchiato venendo a sapere della sua espulsione? Non lo sapremo mai”.

E ancora: “Prima della rivoluzione ero piuttosto pessimista; pensavo che a essere veramente impegnati e attivi fossimo solo una o due centinaia di militanti, non di più. Ero convinta che la maggior parte delle persone se ne fregasse e che al tunisino medio bastasse riuscire a comprarsi un po’ di carne e di frutta. Ma durante gli assembramenti e le manifestazioni mi sono resa conto che eravamo molti di più ad aspirare a un’altra vita, a rivendicare il diritto alla dignità – non parlo di libertà perché la maggior parte di noi non l’aveva mai conosciuta e non sapeva neanche cosa fosse -, il diritto a un lavoro, ai soldi sufficienti per vivere, per creare una famiglia, la possibilità per i nostri fratelli e sorelle minori di andare a scuola… […] Siamo riusciti a unire la maggior parte dei tunisini rivendicando il diritto di vivere orgogliosamente in un paese in cui ciascuno avesse il suo posto e potesse sperimentare quella libertà che non avevamo mai conosciuto. Volevo poter ricevere delle chiamate mentre ero in riunione coi miei compagni militanti senza dover togliere ogni volta le batterie al mio cellulare. Sognavo di poter alzare il telefono e dire dove mi trovavo e con chi senza paura. Volevo poter chiedere l’autorizzazione a partecipare a una manifestazione senza essere aggredita, e volevo non rischiare di essere picchiata se venivo arrestata. Volevo essere trattata dai poliziotti con rispetto e come qualunque altra cittadina”.

Amina descrive così la sua seconda azione eclatante, quella che le è costata due anni in carcere: “Nei dintorni della moschea sono passata inosservata, con il mio foulard in testa. Ma nel giro di poco – sarà stata l’atmosfera così particolare, la presenza della polizia, il nugolo di fotografi, di cameraman… gli integralisti che iniziavano ad arrivare… o solo una provocazione gratuita e irragionevole – sta di fatto che ho avvertito il desiderio di segnalare la mia presenza. Mi sono tolta il foulard e gli occhiali da sole e con la bomboletta ho scritto la parola FEMEN sul muro del cimitero, proprio accanto alla Grande Moschea… […] Avevo scritto FEMEN sul muro del cimitero. Così, semplicemente: mi era venuto in mente di farlo e lo avevo fatto! Non avevo premeditato quella provocazione, né cercato volontariamente lo scontro. Era stato un gesto stupido, ma ancora oggi non lo rimpiango perché, senza quel colpo di testa, non avrei mai incontrato le ragazze meravigliose che poi ho conosciuto in prigione”.

Del carcere Amina scrive: “In un giorno avevo fatto conoscenza con tutte le ragazze della cella. Ho raccontato loro perché ero lì: le foto, gli slogan che mi ero scritta sul corpo…e quasi tutte erano dell’idea di fare lo stesso, un giorno o l’altro. Ero molto orgogliosa che comprendessero quel che avevo fatto, e ancor più che questo desse loro voglia di agire in prima persona. Dei miei primi giorni in gattabuia conservo un grande sentimento di rabbia per tutte le ingiustizie di cui sono stata testimone: i bambini dietro le sbarre, il sovraffollamento, ma anche la violenza psicologica e sistematica da parte delle sorveglianti”.
Ma anche: “Non vorrei che si pensasse che in carcere ci fossero solo tortura e maltrattamenti. C’era anche una vitalità fuori dal comune. Cantavamo, ballavamo, producevamo perfino bevande alcoliche! In prigione si usa di solito il Cyteal – un prodotto destinato all’igiene intima – la sola cosa ammessa che contenga alcol. Bisogna tagliare dei frutti a dadini: pesche, banane, mele, pere (i frutti rossi sono vietati), metterli in una bottiglia, coprirli con un fazzoletto bagnato e lasciarli macerare per alcuni giorni. Poi si aggiunge un po’ di Coca con molto Nescafé. Si mescola e alla fine si aggiunge il Cyteal. Modificavamo anche le sigarette spennellandole con un deodorante in stick: non serve solo a eliminare gli odori, ma così utilizzato fa l’effetto di una canna!”.

Questo passaggio è il genere di cosa che avrebbe fatto la gioia di Erving Goffman, il sociologo che passò un anno in un ospedale psichiatrico per studiare le forme di adattamento degli internati, le loro strategie per ritagliarsi spazi di autonomia nell’istituzione totale. Il racconto di Amina è molto ricco di dettagli che inquadrano la continua rincorsa fra le strategie delle detenute per aggirare le regole e le repressioni delle sorveglianti carceriare.

Comunque, parlando del suo processo, Amina scrive: “Quel giorno ero galvanizzata dalle mie settimane di detenzione. Non mi ero mai sentita come una vera e propria prigioniera, ma come una militante in posizione utile per osservare e per agire. Avevo capito molto in fretta che potevo avere un ruolo, in particolare dando l’esempio alle ragazze e convincendole che avevano dei diritti anche se erano in prigione, che quei diritti dovevano essere rispettati. Per esempio convincendole che quando venivano aggredite fisicamente dovevano sporgere denuncia. Per me tutto questo era fondamentale”.

Dopo aver descritto come è riuscita ad essere assolta, Amina conclude con un bilancio della sua esperienza di attivista, parla del suo distacco dal gruppo delle Femen e di come le sue compagne di lotta l’hanno convinta a emigrare in Francia, per poter proseguire gli studi: “In Tunisia, ci sono diverse categorie di persone. Alcuni approvano il mio modo di manifestare e sono orgogliosi di me. Altri disapprovano la modalità della mia protesta, ma la rispettano e rispettano la mia libertà. Altri ancora sono del tutto contrari. Tra i giovani, c’è chi mi considera un simbolo di libertà, chi una puttana. […] Ai miei occhi, femminismo e impegno politico non hanno frontiere; il fatto che io sia tunisina non significa che devo lottare solo in Tunisia: i principi non hanno nazionalità. Posso lottare per la Tunisia da Parigi e posso manifestare accanto ai francesi per difendere insieme a loro diritti che mi sono cari. Intraprendere azioni individuali non vuol dire essere soli. Se si vuole agire, bisogna buttarsi, anche a costo di cominciare da soli in attesa che altri ci raggiungano in seguito. A volte è rischioso”.

Ecco, quello che vorrei dire, e che credo che sia il motivo per cui sto parlando di questo libro, è che Amina è stata ed è qualcosa di più di una ragazza che si è fatta una foto provocatoria, e che è sbagliato sminuire l’attivismo e la consapevolezza di un’adolescente…

 

Le lotte per l’emancipazione femminile all’alba della Repubblica italiana

E così siamo arrivati all’ultima puntata di questa lunga serie di post (qui la penultima puntata), e con essa all’ultimo capitolo di Guerra alle Donne, significativamente intitolato “Tra le macerie della civiltà”, che tratta dell’impegno politico delle donne all’alba della Repubblica italiana, un impegno vissuto come la naturale e doverosa prosecuzione della lotta politica della Resistenza, che come abbiamo visto era volta anche a costruire un nuovo ordine dove realizzare la parità fra i sessi. Per me parlare di questo è importantissimo, visto che ancora oggi la maggioranza delle persone è convinta che il femminismo abbia avuto solo due “picchi” principali, nelle mobilitazioni delle suffragette nella Belle Époque e negli Anni Settanta. E nel mezzo? Per quanto riguarda l’Italia (ma il fenomeno è comune a tutti i movimenti femministi della prima ondata in Europa), durante la Prima Guerra Mondiale si ebbe una battuta d’arresto, com’è ovvio, mentre dopo fu il fascismo a reprimere il processo d’emancipazione, dato che nell’ideologia fascista la donna aveva il solo ruolo di moglie sottomessa, angelo del focolare e madre prolifica pronta a dare figli alla Patria.

La lotta per l’emancipazione si saldò quindi con la lotta antifascista. Nelle parole di Ponzani, “l’insurrezione armata non segna affatto la fine ma bensì l’inizio di un percorso di mutamento nelle relazioni tra i sessi e di rivendicazione di un proprio spazio di visibilità e di autonomia nella sfera pubblica. Lo stesso inserimento nella vita associativa femminile del dopoguerra – partitica, sindacale o di genere – rappresenterà per molte il naturale prolungamento di una militanza politica interpretata come irreversibile […] [in cui] non è raro rintracciare quella stessa sofferenza interiore, quella smania di cambiamento e di aspirazione alla libertà, che hanno segnato gli anni della clandestinità. Le donne incominciano a combattere tutte le discriminazioni di cui sono oggetto: nella scuola, nelle professioni, nei rapporti di genere“.

Il primo obiettivo che si pongono le associazioni femminili (in prima linea l’UDI, Unione Donne Italiane) è quello dell’«elevazione culturale della donna», poiché la partecipazione delle donne alla vita culturale è una premessa indispensabile dell’emancipazione. Si lotta quindi contro il pregiudizio “che considera la «mente femminile» incompatibile con la cultura scientifica”, in quanto la donna sarebbe “irrazionale, votata al sentimentalismo e incapace di pensare”, scrive Ponzani. Ada Alessandrini dell’UDI scrive:

Nella scuola: vi sono moltissime maestre, ma pochissime professoresse universitarie. Negli uffici: quasi tutte le donne sono le segretarie e le dattilografe ma nessuna donna nei quadri dirigenti della burocrazia italiana; eccezionalmente qualche capo di divisione, nessuna donna direttore generale. È vietato l’accesso per la donna italiana alla magistratura e alla diplomazia. Nelle officine e nei campi: la donna fa spesso lavori più gravosi e più delicati, per cui riscuote un salario inferiore a quello dell’uomo. [Esiste ancora,] il supersfruttamento del lavoro a domicilio con la scusa di mantenere la donna «vicino al focolare domestico». Nella politica: spesso nel nostro paese le donne sono sollecitate a prendere una posizione politica negativa dagli uomini non ancora emancipati dal loro «complesso di superiorità». Molta «carità pelosa» verso le donne per accaparrarsi i loro voti in periodo elettorale, poca autonomia ai movimenti politici femminili e scarsa rappresentatività negli organismi politici dirigenti.

Alcune cose sono migliorate da allora, ma altri problemi seppure con altre forme sono rimasti, come il divario salariale o il soffitto di cristallo. In ogni caso, “I desideri di emancipazione sono però condannati a non realizzarsi pienamente. La Resistenza e l’attività politica nella guerra partigiana hanno certamente sconvolto i tradizionali spazi simbolici di divisione sessuale dei ruoli, ma i cambiamenti sono stati di breve durata perché la liberazione non ha portato di per sé una scontata e automatica modernizzazione dei costumi, […] per cui passato il tempo dei «furori» le donne vedono ricostituirsi tutti gli assetti più arcaici della società”.

Per molte ex partigiane la delusione “per la mancata realizzazione di quei sogni di rinnovamento nei rapporti tra i sessi e sul piano culturale” è forte, e alcune di loro sono preoccupate e indignate per la rinascita del fascismo. “Sull’eredità della Resistenza continua difatti a pesare l’ombra del neofascismo, l’aver visto ricostituirsi e rinascere dal passato un nemico che si credeva sconfitto per sempre”, afferma Ponzani. Le ex partigiane (ma non solo) si domandano con angoscia e abbattimento dove abbiano sbagliato. “Sono dunque le donne a interrogarsi per prime sui reali effetti di mutamento apportati alla società italiana dalla guerra che si è combattuta; sono loro a riflettere sui limiti della cultura e della mentalità del paese in cui si ritrovano a vivere dopo tante angosce e privazioni”, spiega Ponzani, un paese in cui non c’è stata l’attesa “accelerazione nel processo di emancipazione nella mentalità della società italiana”, né la trasformazione dei “vecchi archetipi culturali”.

“Dal punto di vista normativo e sociale (nonostante il diritto al voto), la conquista dei diritti politici non si trasforma automaticamente in una parità nei diritti civili e di famiglia. La divisione sessuale del lavoro resta invariata, il predominio maschile nella società, nel diritto, nella politica e persino nei linguaggi assume un significato ben chiaro: per le donne il 1945 ha segnato una rivoluzione rimasta a metà. Il maggior segno di rottura con il passato è certamente dato dal diritto di voto […] e susseguentemente dall’approvazione dell’Art. 3 della Costituzione per cui non solo si stabilisce il principio dell’uguaglianza formale tra i sessi […] e la fine delle discriminazioni dello Stato totalitario, ma anche il dettame dell’uguaglianza sostanziale per cui «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»“.

“Ma nonostante ciò la mansione pubblica femminile del dopoguerra viene da subito circoscritta all’assistenza dei reduci […], dei profughi e degli orfani al fine di «partecipare attivamente alla ricostruzione morale e materiale del paese». A contrapporsi alla conquista dei diritti politici delle donne è inoltre lo stesso testo costituzionale nella parte dedicata ai rapporti etico-sociali e al diritto di famiglia. Sebbene l’Art. 29 stabilisca «l’uguaglianza formale e giuridica dei coniugi» e l’Art. 30 preveda la parità formale tra uomo e donna nell’educazione dei figli […], fortissimi limiti vengono posti al diritto di ricerca della paternità, perché la stessa Costituzione repubblicana rinvia al codice civile del 1942 e a quello penale del 1930. In altri termini, ciò significa che la Costituzione non accoglie «l’affermazione dei diritti individuali delle donne all’interno della famiglia» e ristabilisce «di fatto l’inferiorità della donna nella sfera privata»”, osserva Ponzani, “Si conferma inoltre una visione cattolica della famiglia basata sull’indissolubilità del matrimonio e intesa come «società organica e naturale, antecedente lo Stato e quindi da esso autonoma»; una famiglia all’interno della quale non può certo essere accolta «l’affermazione dei diritti individuali delle donne», indiscutibilmente collocate nella sfera domestica in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Così l’UDI si batte contro la propaganda cattolica, particolarmente attiva nelle realtà più arretrate del Sud d’Italia,  e successivamente perché alle donne “sia garantito l’accesso ai più alti gradi professionali e […] adeguate politiche di previdenza sociale a tutela della maternità; che l’assistenza all’infanzia sia libera, gratuita e soprattutto sottratta alle organizzazioni parrocchiali e vaticane e che lo Stato s’impegni a ridurre la fame, l’alto tasso di mortalità infantile e la delinquenza minorile“, mentre il movimento sindacale femminile inizia “una forte battaglia per il riconoscimento di alcuni diritti come la pensione alle casalinghe, la parità salariale, la tutela del lavoro domestico, il riconoscimento del lavoro alle donne contadine […], l’istituzione di asili nido e di strutture per la tutela dell’infanzia fino alle iniziative per il nuovo diritto di famiglia e per il divorzio“. Ci vorranno circa tre decenni per ottenere alcuni di questi obiettivi, e altri non sono ancora stati raggiunti.

Anche le parlamentari si impegnano a presentare proposte di legge, come quella del 1948 sulla Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri che prevede il divieto di licenziamento per le neomamme, ma anche «tutela igienica, economica e sanitaria», e un’altra che prevede sostegno alle madri lavoratrici e assistenza ai figli piccoli durante le ore di lavoro. L’obiettivo è superare la legislazione fascista “affinché non si scinda il problema della «tutela fisica» da quello della «tutela economica»”.

“Le donne hanno dovuto affrontare anche altri problemi relativi alla mentalità del tempo in cui vivono. Ciò che hanno dovuto fronteggiare maggiormente è la violenta ostilità e il giudizio negativo di altre donne, che […] con le loro critiche rivelano non solo un’arretratezza di mentalità e di costumi, tipica dell’Italia postbellica, ma anche la persistenza di quello stato di anomia sociale e di disimpegno dalla vita politica nazionale“, spiega Ponzani.

#HeForShe: il discorso di Emma

Come ormai tutti sapranno, Emma Watson ha tenuto un discorso presso l’ONU per presentare, nel suo ruolo di Ambasciatrice di Buona Volontà, la campagna “#HeForShe” che si propone di coinvolgere gli uomini nelle lotte per la parità di genere sollecitando un loro impegno diretto, in prima persona. Al discorso sono seguite minacce di rendere pubbliche foto di nudo della giovane attrice da parte di anonimi – minacce che mostrano la volontà di svilire l’impegno intellettuale di una donna riducendola al suo corpo, alla sua sessualità (vedi Emma, you’re the next. Ma noi siamo a fianco a te) – ma anche polemiche da parte femminista (vedi Mai contente?) nel merito delle quali non voglio entrare qui perché la mia opinione l’ho già detta nei commenti del post linkato.

Nel mio post precedente ho parlato di quanto ritenga importante il fatto che siano donne famose, influenti e ammirate dalle giovani generazioni, a dichiararsi femministe e impegnarsi per la causa. La loro capacità di arrivare laddove le attiviste e le accademiche non possono, e anche il fatto che non corrispondano all’odioso stereotipo della femminista (poco attraente, acida, di mezza età è lo stereotipo “classico”, diciamo pure neutro, per cui la femminista è un’accademica, una studiosa; isterica, odiatrice di uomini, lesbica, invidiosa delle donne più attraenti, mascolina e pelosa è invece lo stereotipo “negativo”, quello più diffuso fra i maschilisti, che vorrebbero poter ricondurre il femminismo e le sue istanze a un semplice desiderio meschino di distruggere il potere sessuale delle altre donne) sono armi impareggiabili per la divulgazione del femminismo. Queste donne hanno un privilegio, e il fatto che lo usino per promuovere il femminismo è una cosa meravigliosa.

E poi il discorso di Emma Watson è un bellissimo discorso, con cui mi trovo perfettamente in sintonia (i grassetti sono miei, però).

Vostre eccellenze, Segretario generale dell’ONU, presidente dell’Assemblea Generale , direttore esecutivo di UN Women, distinti ospiti…

Oggi lanciamo una campagna chiamata #HeForShe. Mi sto rivolgendo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti. Questa è la prima campagna nel suo genere all’ONU, vogliamo spronare tanti più uomini e ragazzi possibili ad essere dei sostenitori del cambiamento… e non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che sia tangibile.
Sono stata eletta ambasciatrice di buona volontà dell’UN Women sei mesi fa, e più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso combattere per i diritti delle donne diventa sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire. Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.

Ho cominciato a mettere in dubbio le supposizioni basate sul genere tanto tempo fa. Quando avevo 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero dispotica perché volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori; ma ai maschi non succedeva. Quando a 14 anni, ho cominciato ad essere sessualizzata da certi elementi dei media. Quando a 15 anni, le mie amiche hanno cominciato ad abbandonare le squadre degli sport che amavano perché non volevano apparire muscolose. Quando a 18 anni, i miei amici [maschi, ndt] non erano capaci di esprimere i loro sentimenti… ho deciso che ero femminista e la cosa mi sembrava tutt’altro che complicata. Ma le mie ricerche più recenti mi hanno dimostrato che “femminismo” è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, [io, ndt] sono tra le schiere di donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti. Perché è diventata una parola tanto scomoda?

Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto le mie controparti maschili; penso che sia giusto che io sia in grado di prendere delle decisioni che riguardano il mio corpo; penso che sia giusto che le donne vengano coinvolte in mia vece [nella politica, ndt] in quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso che sia giusto che socialmente mi sia garantito lo stesso rispetto che è garantito agli uomini. Ma sfortunatamente, posso dire che non c’è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di ricevere questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. Considero questi diritti dei diritti umani.

Ma io sono una delle fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno presupposto che sarei andata meno avanti [nella vita, ndt] perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Queste influenze, sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa chi sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono quei femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. Ne abbiamo bisogno in numero maggiore. E se ancora odiate la parola: non è la parola che è importante, ma l’idea e l’ambizione che ci sta dietro. Perché non tutte le donne hanno ricevuto i miei stessi diritti. Infatti, statisticamente, sono molto poche ad averli ricevuti.

Nel 1997, Hillary Clinton fece un famoso discorso a Pechino sui diritti delle donne. Tristemente, molte delle cose che voleva cambiare allora, sono ancora vere oggi. Ma quello che mi ha colpito di più, è che meno del 30% del pubblico era composto da uomini. Come possiamo influire sul cambiamento nel mondo quando solo la metà di esso è invitato o si sente benvenuto a partecipare alla conversazione?

Uomini. Vorrei cogliere quest’occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. Perché fino a questo momento, ho visto il ruolo di mio padre considerato meno importante dalla società, nonostante da piccola avessi bisogno della sua presenza tanto quanto quella di mia madre. Ho visto giovani uomini affetti da malattie mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Infatti, nel Regno Unito il suicidio è la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni, eclissando incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E’ tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa #HeForShe. Di libertà.

Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani. Rivendichiamo quelle parti di loro che hanno abbandonato e così facendo permettere loro di essere una versione più vera e più completa di loro stessi.

Magari starete pensando: chi è questa tipa di Harry Potter? E che diavolo ci sta facendo a parlare all’ONU? E’ una buona domanda. Mi sono chiesta la stessa cosa. Tutto quello che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliori. Avendo visto quello che ho visto e avendone l’opportunità, credo che dire qualcosa sia una mia responsabilità.

Lo statista Edmund Burke ha detto che per far sì che il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciamo niente. Nella mia agitazione per questo discorso, e nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? Se non ora, quando? Se avete dei dubbi simili, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d’aiuto. Perché la realtà è che se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni, o che io compia quasi 100 anni, prima che le donne possano aspettarsi di essere pagate tanto quanto gli uomini per lo stesso lavoro. 15 milioni e mezzo di ragazze si sposeranno nei prossimi sedici anni e lo faranno da bambine. E con questi ritmi, non sarà prima del 2086, che tutte le ragazze della campagna africana potranno ricevere un’educazione di livello secondario.

Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e per questo, mi complimento con voi. Stiamo facendo fatica a trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama #HeForShe. Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? Se non ora, quando?

Vi ringraziamo tantissimo.

 

La libertà di non opporsi: confronto fra femminismi

Questo articolo nasce da un coagulo di riflessioni e sensazioni che sperimento da parecchio tempo, e perciò è la cosa più sentita emotivamente che stia scrivendo su questo blog (non per sminuire tutto il resto, ovviamente: se l’ho scritto, è perché lo ritengo importante, perché sento il bisogno di dirlo) ed è anche molto personale. Parte di queste riflessioni hanno trovato la loro forma nel corso di una discussione con Paolo sul blog del Ricciocorno Schiattoso a proposito delle “women against feminism”: Care donne che non hanno bisogno del femminismo e dei condizionamenti culturali.

Partiamo dal principio. I condizionamenti sociali e culturali che tutti noi subiamo nel corso della nostra crescita, attraverso l’educazione e il rapporto con gli altri, sono una realtà. Alcuni di questi sono negativi di per sé perché limitano le possibilità e la libertà degli individui, precludendo loro alcune scelte attraverso la riprovazione sociale (l’esempio più noto è la rigida distinzione fra “cose da femmine” e “cose da maschi” nell’ambito dei giocattoli e dei prodotti per bambini, come nell’esempio descritto da Liz Smith nel suo pezzo La bicicletta di Amy, tradotto da Maria G. di Rienzo) e sarebbe un bene per tutta la società se smettessero di esistere. A cosa porterebbe l’abolizione del binarismo di genere nei giocattoli? Semplicemente a bambine e bambini più liberi di scegliere con cosa giocare e quindi con più libertà di immaginare, di creare mondi, di inventare. Io non vedo alcun aspetto negativo in questo.

Altri sono di per sé neutri, ma il fatto che la società veda una determinata scelta come “naturale”, “positiva” e “giusta”, e le aspettative affinché si compia quella scelta sono così pesanti da escludere di fatto che la scelta opposta sia un’alternativa praticabile rende necessario, da un punto di vista femminista, mostrare come quella scelta sia un prodotto culturale e rivendicare la legittimità della scelta opposta contro la pervasività della norma culturale. Questo è il caso di scelte come depilarsi o non depilarsi.

Tuttavia, evidenziare che alcune scelte sono frutto di condizionamenti sociali non significa negare la loro legittimità o comunque sostenere che sono “sbagliate”. Purtroppo esistono femministe che fanno questo, credo sia dovuto al fatto che la loro concezione di rapporti di potere e condizionamenti è di tipo deterministico (il perché di questo sarà argomento di un altro post, perché richiede una spiegazione piuttosto lunga). Questo si verifica soprattutto in ambiti relativi all’estetica e alla sessualità, laddove i condizionamenti sono più presenti (com’è ovvio: non è la natura che ci spinge a truccarci o depilarci o, nel caso degli uomini, a rasarsi la barba, ma la cultura. Questo è un fatto).

E ora veniamo al punto. Io sono una femminista che si depila le gambe, le ascelle, e l’area che comprende la vulva e l’inguine. Mi rendo conto della pressione sociale esistente sulle donne perché abbiano corpi perfetti e io per prima combatto con queste pressioni per riuscire a sentirmi bene con me stessa anche se non ho la taglia 40, anche se ci sono giorni in cui tutto il mio corpo mi sembra orribile e sproporzionato, le cosce troppo grosse, le braccia non abbastanza snelle (vado a nuotare da quando andavo alle elementari, perciò ho abbastanza muscoli sulle braccia). Quando sono per conto mio i peli non mi danno particolarmente fastidio, ma non mi piace l’idea che li vedano gli altri, le altre ragazze e i ragazzi. Non perché abbia paura di essere giudicata: so già che molti mi considerano strana per le mie idee e i miei interessi e le mie piccole fissazioni (come quella di correggere la grammatica e l’ortografia altrui). Semplicemente, ogni volta in cui mi trovo in una situazione “sociale” voglio apparire al meglio. Voglio essere bella. Voglio sentirmi bella.

E’ un po’ come quando metto la crema idratante: sentire la pelle fresca, più liscia e più lucida mi fa sentire bene, anche se in realtà non cambia nulla perché dopo cinque minuti la crema si assorbe e non c’è nessuna differenza percettibile rispetto a prima. Però mi fa sentire in ordine, mi rilassa e mi sento anche più bella. Una blogger anglosassone (non mi ricordo il nome) ha scritto una frase che amo: “I prefer how my body looks the specific way I craft it”, ovvero preferisco il modo in cui appare il mio corpo quando sono io a plasmarlo (rispetto al modo in cui appare quando è “incolto”, come sarebbe in natura, se non ce ne prendessimo cura sul piano estetico).

 

Quando alcune femministe condannano questo desiderio di essere belle, quando condannano tutto ciò che riguarda l’estetica come desiderio di conformarsi allo sguardo maschile, stanno inconsapevolmente riproponendo il pregiudizio secondo cui bellezza e intelligenza sono in contraddizione. In buona fede, perché dopotutto viviamo in una società in cui alle donne non è ancora riconosciuto il diritto di non essere attraenti, perfino di essere brutte, e in cui si pone continuamente l’accento sulla bellezza fisica delle donne anche in contesti in cui sarebbe totalmente superfluo farlo (quando si parla di donne di potere, per esempio, o quando si celebrano i meriti sportivi o intellettuali di una donna) perché in questo modo si riducono le donne ai loro corpi, quando sarebbe opportuno lasciare in disparte l’aspetto fisico.

Il femminismo ha rivendicato e rivendica per le donne il diritto di esprimersi sessualmente e ha focalizzato l’attenzione sul bisogno, anche a livello simbolico, di riappropriarsi del proprio corpo sottraendolo alle imposizioni della cultura patriarcale. Il problema arriva quando si considera il voler essere belle – convenzionalmente belle – come una di queste imposizioni. Ovviamente, visto che l’idea di bellezza è un prodotto culturale, i confini sono molto sfumati. Ma ciò non toglie che, se vogliamo rispettare l’autodeterminazione di ogni donna, allora dobbiamo rispettare anche le scelte che si conformano alle norme culturali vigenti, presumendo che queste scelte siano fatte con altrettanta consapevolezza e altrettanta libertà rispetto alle scelte che si oppongono a tali norme culturali.

C’è una parte del femminismo che “cortocircuita” su questo punto, come dicevo prima. Questo è apparso nella sua evidenza nelle polemiche seguite all’ultima esibizione di Beyoncé agli MTV Video Awards, in cui la cantante (che aveva già dato prova del suo impegno femminista partecipando alla campagna #banbossy di Sheryl Sandberg che si oppone all’etichetta di “prepotente” data alle bambine che vogliono imporsi, scrivendo un saggio per The Shriver Report e postando una foto di sé nei panni di Rosie la rivettatrice come risposta alle “women against feminism”) dopo aver eseguito un medley delle sue canzoni di circa 10 minuti si è fermata sul palco, da sola, mentre dietro di lei compariva la scritta “feminist” e una voce in sottofondo dichiarava:

Insegniamo alle ragazze che non posso essere “sexual beings” come fanno i maschi. Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole. Diciamo alle ragazze: “puoi avere un ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”. Femminista: una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali.

Beyoncé ha portato il femminismo letteralmente sotto i riflettori, in un’occasione in cui nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ha usato il suo star power per difendere orgogliosamente una parola e una causa spesso fraintese o distorte. Ha ribadito in sintesi cosa è il femminismo e per cosa lotta (c’è molto più di questo, ok, ma è uno show e non un trattato): per liberare le persone dai condizionamenti culturali, e in particolare per liberare le donne da quei condizionamenti culturali che le tengono in una posizione di marginalità o inferiorità rispetto agli uomini, per conquistare la parità dei sessi. Una definizione limpida, cristallina, inequivocabile.

La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell'icona femminista Rosie la Rivettatrice
La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell’icona femminista Rosie la Rivettatrice

Eppure questo ha suscitato molte polemiche, dovute alla presunta contrapposizione fra l’immagine sexy di Beyoncé, la sua sensualità molto fiera e selvaggia, con le rivendicazioni femministe. Ho avuto un lungo e articolato diverbio con femministe che sostengono che Beyoncé non rappresenti il femminismo, che il femminismo non possa ridursi a quanto Beyoncé esprime, ecc, e penso che piuttosto che riassumerlo sia meglio riportarlo nella loro interezza, perché ho già detto quello che penso e ritengo giusto che anche chi la pensa diversamente abbia la possibilità di esprimersi con le proprie parole, senza che io intervenga su di esse. La mia interlocutrice, per ragioni di privacy, è indicata come “C“, e anche le altre persone intervenute nella discussione sono indicate solo con una lettera. Le differenze fra le nostre posizioni, come ho già detto, dipendono da una diversa interpretazione degli stessi concetti, come quelli di condizionamenti culturali o di autodeterminazione, e queste diverse interpretazioni dipendono a loro volta da un diverso background culturale e ideologico (ideologia è una parola che io uso nel suo significato di sistema di idee, e mi rifiuto di cadere nella trappola retorica di chi considera le ideologie negativamente in quanto ideologie). Perciò questo è un confronto fra femminismi che non può pervenire ad una sintesi in senso dialettico.

IoComunque, solo a me queste polemiche sembrano assurde? Pensavo che avessimo superato la fase in cui vestirsi/ballare in modo sexy ed essere femminista erano “in contraddizione”…poi io personalmente penso che le celebrità che si dichiarano femministe/i facciano una cosa positiva, contribuendo a legittimare socialmente un’etichetta che si porta ancora addosso disapprovazione, stereotipi negativi, ecc. E Beyoncé non è l’unica: mi vengono in mente Ellen Page e Joseph Gordon Levitt, ma sono sicura che ce ne sono altri…

C: Il femminismo storicamente quando è stato forte è stato un movimento rivoluzionario e non si è preoccupato di legittimazioni da parte del potere. I media sono uno strumento del potere, non dimentichiamolo e Beyoncé è parte di questo sistema. Nessun femminismo, piuttosto il post-femminismo ha molto a che fare con questo.

GConcordo con C. Penso che Beyoncé abbia dovuto valutare meglio una situazione del genere, per un motivo prettamente legato a quanto il sistema si propone di attuare. Tutto ciò che ha a che fare con la diffusione del sistema o la sua legittimazione, si oppone ad una veduta femminista che invece mira a riformarlo. E non dimentichiamo che il sistema e’ presieduto dai maschilisti.

IoOk, ma il concetto di riforma presuppone un cambiamento dall’interno del sistema. E come pensiamo di fare questo se non diffondiamo la nostra visione e le nostre conoscenze, facendo in modo che diventino una prospettiva globalmente accettata (per esempio attraverso il gender mainstreaming)? «I do not believe that the solution to our problem is simply to elect the right people. The important thing is to establish a political climate of opinion which will make it politically profitable for the wrong people to do the right thing. Unless it is politically profitable for the wrong people to do the right thing, the right people will not do the right thing either, or if they try, they will shortly be out of office.» – Milton Friedman.

CAppunto, Tiziana, hai citato Milton Friedman. Il post-femminismo è strettamente legato all’ordine neoliberista che sta distruggendo ogni conquista dell’umanità, parlando ipocritamente di “riforma” o addirittura “rivoluzione”. Giocare con i contenuti rivoluzionari banalizzandoli e addomesticandoli fino a rovesciarli è una tecnica di largo uso del potere. Per me il sistema non va riformato dall’interno, ci vuole un radicale rovesciamento.  “Quello che è preoccupante è che la cultura del consumo neoliberista ha tentato di fagocitare, travestire da “filosofia del libero mercato” alcune idee politiche femministe. Alcune espressioni chiave del femminismo di seconda ondata come “libera scelta” vengono manipolate e banalizzate dai media e dalla cultura popolare con lo scopo di incoraggiare l’individualismo femminile. Una forma capitalista di “femminismo” viene assunta dai media per giustificare lo sfruttamento delle donne attraverso la retorica della libertà o della versione commercializzata della liberazione sessuale. La libertà di disporre del proprio corpo, quell’autodeterminazione per cui le femministe hanno lottato, oggi è oggetto di manipolazione della retorica liberista del consumo. Noi pensiamo che la definizione data da Angela McRobbie di “postfemminismo” sia essenziale per comprendere questa strategia politico-economica con cui il capitalismo tenta di plasmare mente, comportamento e ideologia delle donne e cerca di respingere gli obiettivi politici femministi. Come l’autrice ha spiegato nel suo illuminante lavoro, il “postfemminismo” è una sensibilità, un’ideologia costruita dai media e dalla cultura popolare in cui l’identità femminile è ridotta al paradosso di un soggetto politico che sceglie liberamente di auto-oggettificarsi rinunciando alla propria agency. Il processo di auto-oggettificazione è rappresentato come una forma di empowerment femminile mentre in realtà l’obiettivo è quello di confermare e rafforzare stereotipi e ruoli di genere.” Tratto da: http://resistenzafemminista.noblogs.org/precarieta…/

Io:  Il brano che hai postato è affascinante, ma non credo sia pertinente al nostro discorso, a meno che non vogliamo affermare che qualunque forma di espressione di sé come “sexual being” sia, per una donna, auto-oggettificarsi. Fra l’altro, io credo che il “radicale rovesciamento” di cui parli sia impossibile, e credo che restare ancorati a questa prospettiva sia un errore, lo stesso che ha fatto il socialismo che non ha saputo seguire Bernstein. Guarda invece quante conquiste sono state ottenute in Europa grazie alla cultura politica riformista di sinistra. Io ribadisco la mia convinzione, l’obiettivo non può essere il rovesciamento del sistema, ma far diventare la prospettiva femminista un criterio di analisi e trasformazione della realtà (politica, economica, sociale) accettato e diffuso. Quanto alla citazione, il fatto che sia di Friedman è irrilevante. Io per esempio l’ho trovata su un blog che fa parte della comunità razionalista italiana (worldsoutsidereality.wordpress.com), comunità che per inciso si pone obiettivi analoghi a quelli di cui parlo, rendere dominante e accettata la cultura del metodo scientifico.

CIl femminismo a mio avviso non potrà mai essere parte della cultura dominante di un sistema basato strutturalmente sul dominio di alcuni gruppi su altri, sul massimo profitto e non sul rispetto dell’ambiente e di ogni essere vivente nella sua unicità. Trovo comunque che il brano postato sia pertinente, perché non si tratta qui di esprimersi come “sexual being”, ma di usare un’espressione di grande significato politico e trasformativo come “feminist” svuotando la parola del suo contenuto, visto che la cantante non fa che banalmente esprimere il ruolo che mediaticamente viene assegnato alle donne. Ti ripeto, per me il problema non è Beyoncé, ma la strategia del sistema mediatico-commerciale di cui lei fa parte integrante. L’analisi sul post-feminism in Italia andrebbe approfondita perché senza capire il contesto in cui siamo immersi si rischia di restare in superficie.

IoIo non credo che Beyoncé stia svuotando la parola del suo contenuto usandola nel corso di uno show. La definizione che ne ha dato è essenziale ma corretta, ed è stata preceduta da una piccola riflessione su come la socializzazione delle ragazze sia limitante. Non è un saggio, ma è un gesto di grande impatto, specie perché giunge subito dopo le “women against feminism. Beyoncé ha qualcosa che nessuna teorica, saggista o militante può avere, lo star power, la capacità di far sentire la sua voce nel “sistema mediatico-commerciale”. Comunque, al di là di Beyoncé, allora qual è la tua risposta? Aspettare e preparare una rivoluzione che non avverrà mai?

ACome si fa a “scegliere liberamente” e contemporaneamente “rinunciare alla propria agency”? “Agency” corrisponde esattamente alla “libera scelta” (quale che essa sia).

C:  Ma perché dovrei stare ad aspettare? Ci sono tante femministe che agiscono concretamente per un mondo migliore provando a incarnare loro stesse il cambiamento. Penso alle femministe in America latina, alle donne indiane o mi viene in mente una figura come Vandana Shiva, per dirne una. E poi che ti ha detto che la rivoluzione non verrà mai? Nella storia ci sono sempre state e sono state precedute da radicali mutamenti del pensiero con profondo rigetto del sistema vigente. Penso, per esempio alla fine dell’ancien regime e alla rivoluzione francese. Non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante, bisogna osare di immaginare altro. il femminismo per me non significa fare i soldi e diventare famose nel capitalismo, senza peraltro proporre valori alternativi.

C (in risposta ad A): Appunto. E infatti è paradossale. Ho letto Bambole viventi di Natasha Walter e in quel libro il paradosso viene sviscerato in tutti i sui aspetti. In realtà si tratta di un ritorno indietro mascherato da libertà di scelta. Io scelgo il rosa (e in realtà le bimbe trovano solo rosa), io scelgo di essere sottomessa all’uomo e così via.

IoIn America latina, India o Africa il retroterra è completamente diverso dal nostro. (E Vandana Shiva è una donna disonesta e/o incompetente, ma non apriamo questo discorso ora). Io non sono d’accordo quando dici che “non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante”, credo che l’Occidente sia a un punto di evoluzione sociale e culturale che va perfezionato – eliminando l’oppressione, che secondo me esiste perché semplicemente è “normale”, ma non esisterebbe se tutti fossimo consapevoli ed educati a combatterla – edificando sull’esistente. Non è suprematismo occidentale: non pretendo che questo debba essere applicato alle altre culture. Ma per me la riforma non solo è possibile, ma è l’unica strada praticabile.

A:  C, capisco, ma il fatto di scegliere qualcosa quando si ha una sola possibilità è diverso dallo scegliere qualcosa tra le molte possibilità.

Io: Sono l’unica che crede che noi possiamo crearle, quelle possibilità, anche all’interno di questa cultura, di questa società?

C:  Per me la riforma è utopistica, le multinazionali del profitto e della guerra non si faranno mai togliere il potere “dall’interno”. E comunque, rispetto il tuo pensiero, ma è evidente che non siamo d’accordo, visto che tu dici che l’oppressione è “normale”. Io sono femminista perché sono contro ogni forma di dominio, sento che potremmo vivere nel rispetto di ogni essere umano e della natura. E che questa è anche l’unica strada percorribile, visto che il capitalismo sta letteralmente distruggendo il pianeta. La violenza sulle donne sul piano globale sta aumentando così come lo sfruttamento sessuale delle donne povere nell’industria del sesso globalizzata. Il mio femminismo mi porta a guardare alla condizione delle donne nel suo insieme, non alla mia affermazione personale nel sistema, che è quello che, in definitiva, promuovono i media. Comunque, mi ha fatto piacere questo scambio, anche se la pensiamo diversamente.

Io:  Non è quello che ho detto! Non ho detto che l’oppressione è normale: ho detto che l’oppressione esiste perché è considerata “normale”. L’idea di normalità è ciò che fa esistere l’oppressione. Il punto per me è che il cambiamento è possibile dall’interno perché l’oppressione esiste in quanto “normale”, scontata. Se l’intera società ne prende consapevolezza e si educa a combatterla, allora le “istituzioni” possono essere “epurate” dall’oppressione.

C: Sì, A, concordo, ma il problema è che c’è anche il sistema culturale dominante che spinge a determinate scelte. E poi non è tutto bianco o nero: tra nessuna scelta e molte scelte ci sono anche le scelte limitate fortemente dalla cultura, dalla società, dalla storia familiare, ecc..

A:  Però escludendo quelle scelte che coincidono con le imbeccate del patriarcato stiamo comunque limitando la libertà di scelta di altre compagne femministe. Che si fa?

IoEh, già. Alla fine non possiamo pensare che solo le scelte “di opposizione” rispetto agli standard sociali-culturali siano veramente libere. 

C:  Il problema infatti non è criticare le singole donne, ma è aumentare la nostra consapevolezza sul fatto che il sistema ci “imbecca”. Una volta si faceva l’autocoscienza, proprio per liberarsi per riscoprire cosa si era, al di là di una società che tutto sommato ci ha escluse per millenni e ci continua di fatto ad escludere con tante forme di oppressione.

A:  Ma è anche possibile che una persona, pur fregandosene del gradimento maschile, faccia certe scelte perché corrispondono al suo gusto personale. E sarei condiscendente se andassi da una persona adulta, femminista e consapevole a dirle che le decisioni che prende non sono autonome.

C: Ma infatti io non andrei da nessuna a dirle così. Però per me scelgo di riflettere su ciò che mi impone la cultura dominante e di fare un mio percorso di liberazione. Inoltre, è naturale che voglia lottare contro una cultura di riduzione ad “oggetto sessuale” che per altre donne mie sorelle si traduce in violenza e sopraffazione.

Io: Anche per me, tuttavia è difficile definire i confini fra “espressione di sé come sexual being” e “auto-oggettivazione”, tanto per dirne una. Così come è difficile definire un confine fra ciò che io ritengo bello e ciò che la società mi ha insegnato a ritenere bello. Io mi ci arrovello spesso, ma non trovo risposte nette. So però che voglio seguire Caitlin Moran: “Ricordate, lo scopo del femminismo non è creare un tipo di donna. L’idea che esistano tipi di donna intrinsecamente sbagliati o giusti è ciò che ha rovinato il femminismo: la convinzione che “noi femministe” non saremmo disposte ad accettare ragazze un po’ superficiali, o ignave, ragazze che fanno le stronze con le altre, ragazze che assumono collaboratrici domestiche, ragazze che stanno a casa con i figli, ragazze che guidano Mini Rosa con l’adesivo “Va a cipria!”, ragazze col burka o ragazze a cui piace credersi sposate a Zach Braff di Scrubs e che sognano di fare sesso con lui in ambulanza di fronte al resto del cast, con tanto di applauso finale. Sapete una cosa, care? Il femminismo vi abbraccia tutte. Che cos’è il femminismo? E’ la convinzione che le donne debbano essere libere quanto gli uomini, per quanto siano stupide, tonte, illuse, malvestite, grasse, pigre, compiaciute, o con i capelli un po’ radi.”

AQuoto con tutte le mie forze.

C:  Sicuramente c’è un atteggiamento moralista e non femminista da parte di molte donne che criticano le show girls e che in definitiva non si discosta dalla doppia morale patriarcale. Resta però il fatto che io non mi rivedo nemmeno nella definizione di Caitlin Moran che hai riportato. Il femminismo non può essere ridotto alla “scelta di fare delle scelte”, (il cosiddetto “choice feminism”) semplicemente perché un mondo in cui tutte le donne siano libere di scegliere la propria esistenza è assolutamente al di là da venire. Se si pensa il femminismo come liberazione delle donne come genere, per dare veramente a tutte una possibilità di essere libere dall’oppressione, ci si rende conto che certe scelte individuali sono assolutamente integrate al sistema e a volte oppressive per altre donne (si pensi alle manager che non assumono le donne perché si rischia che vadano in maternità.)

A:  Tanto più che trovo legittima anche la scelta di auto-oggettificarsi, anche con l’intenzione di farlo. Purché non sia *un uomo* a permettersi di farlo. Perché lì non c’è la scelta della singola, ma l’imposizione di un altro.

C: Sì, A, ma la cultura dominante e mass-mediatica dell’oggettificazione e la propaganda di questo come “empowerment” non fa che giustificare ad esempio la cultura del “cliente”. Anche il nostro concetto di “sexy” e “sexual being” è assolutamente indottrinato e mi metto io per prima. Il fallocentrismo è ancora ben presente.

Io:  Per me il femminismo è soprattutto eliminare quei costrutti culturali che limitano la possibilità di essere realmente libere (tipo il binarismo di genere, tutti i vari stereotipi, o l’idea di “normalità = maschio bianco etero”). Parlo della cultura occidentale, in questo caso, dove non ci sono ostacoli “materiali” (parlo di leggi e simili) alla parità, ma solo ostacoli culturali.

A: Quello a cui mi oppongo è il dare per scontato che una intraprenda un determinato percorso perché non è stata in grado di opporsi al lavaggio del cervello.

C:  Se è per questo nessuna di noi è in grado di opporsi, quindi non c’è nessuna esente, per cui per me non ha senso criticare le altre.

A:  Sul fatto che nessuna sia in grado di opporsi non mi trovo d’accordo; qualcuna chiaramente non ci riesce, qualcuna ci prova, qualcuna c’è riuscita, secondo me.  E’ obbligatorio distinguere, e questo si può fare solo ascoltando i singoli individui.

C:  Non so, io parlo a partire da me e sento comunque che molte mie scelte, pensieri, atteggiamenti, sono senz’altro indotti e che ci potrebbe essere di meglio. Sono sempre in cerca per scoprire qualcos’altro.

La discussione è proseguita su argomenti che non sono pertinenti a questo post. Comunque, dopo più di 4000 parole, sento di essermi tolta un peso e spero di aver anche chiarito il mio punto di vista, il mio modo di essere femminista e qualcosa di più su quello in cui credo.

 

Fuori dagli schemi: uomini che si vestono da donne

Una premessa: quando in ambito femminista si critica una “regola” vigente nella nostra società che contribuisce a perpetuare il sessismo e il binarismo di genere (per esempio le fiabe e i racconti per bambini in cui le principesse sono passivamente salvate da un principe coraggioso) non si vuole sostituire questa regola con il suo opposto (fiabe in cui ardite principesse salvano principi indifesi) ma ampliare le possibilità e i modelli, facendo coesistere entrambe le cose.

In effetti il binarismo di genere e il sessismo sopravvivono così tenacemente perché sono considerati normali, naturali, nell’ordine delle cose. Perché è sempre stato così. Mostrare altre possibilità ponendole tutte sullo stesso piano è quindi il modo più semplice e logico di scardinare questo assunto. Il nodo centrale della questione è proprio quel “tutte sullo stesso piano”: quando il femminismo rivendica più libertà di scelta, non implica che alcune scelte abbiano un valore superiore ad altre, se non nella misura in cui, essendo minoritarie, vanno difese e divulgate affinché siano accettate dalla società. Così la libertà di non depilarsi va rivendicata, ma questo non significa che non depilarsi sia “meglio” che depilarsi (chi la pensa così sbaglia, ma questo è un altro discorso in cui non voglio addentrarmi ora). E così la principessa che salva il principe non è “meglio” del principe che salva la principessa.

Il diritto ad un ventaglio di possibilità più ampio, e quindi a più opportunità di conoscere, esprimersi o definire la propria identità, è uno dei capisaldi del femminismo, in quanto presupposto del diritto all’autodeterminazione e alla scelta. Difficile scegliere fra A e B se tutta la società esalta come giusta, normale e positiva la scelta A mentre condanna e stigmatizza la scelta B. Questo è un fatto evidente, ma non significa che chi sceglie A sbagli e chi sceglie B sia da lodare.

Le regole di genere, ovvero tutte quelle aspettative, pregiudizi e stereotipi che gravano sugli uomini e sulle donne, limitano le possibilità sia per gli uomini che per le donne. L’esempio classico di questo sono le rigide identificazioni per genere dei giocattoli, per cui esistono “cose da femmine”, contrassegnate dai colori rosa, fucsia, lilla, viola, e “cose da maschi”, di solito colorate in arancione, rosso, nero, grigio, blu.

Questa battaglia per un ventaglio di possibilità più ampio riguarda anche gli uomini, quindi. Per questo ho scelto di dedicare questo post a una cosa insolita (perché urta contro la nostra idea di normalità) come gli uomini che si vestono da donne. Non sto parlando di travestiti o drag queen, ma di uomini eterosessuali che sperimentano un look diverso, per gioco, perché gli piace farlo. Queste immagini all’inizio appaiono bizzarre, ma continuando a guardarle ci si rende conto che non c’è nessun motivo affinché sia così.

 

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Si ringraziano Alessiox1 e la pagina facebook “Femminismo” per le ricerche iconografiche. Grazie ancora!