La guerra di Mussolini, non la guerra degli italiani

La premessa – questa è una serie di post tratta dal libro di Filippo Focardi Il cattivo tedesco e il bravo italiano – è ormai inutile, me ne rendo conto, ma temo sempre che ci sia qualcuno che arriva all’ultimo post e non riesce a rintracciare le connessioni con i precedenti, perciò mi sento in dovere di linkare la puntata precedente e invitare a seguire i link per ricostruire a ritroso tutta la serie.

Comunque abbiamo visto, nella suddetta puntata precedente, come la propaganda contro i tedeschi dopo il cambio di fronte si rifacesse a temi di matrice risorgimentale. Per le forze antifasciste giustificare il cambio di fronte era imprescindibile: “Un presupposto necessario per la mobilitazione bellica era costituito – tanto per Badoglio quanto per le forze antifasciste – dalla rescissione di ogni legame di corresponsabilità fra la nazione italiana e la guerra dell’Asse. Solo così infatti era possibile dare autentica credibilità alla nuova lotta contro il nemico germanico ingaggiata a fianco degli Alleati”, sostiene Focardi.

In parallelo al dissociare il popolo italiano dal fascismo (vedi cap 2), le forze antifasciste “condannarono recisamente l’ingresso nel conflitto e la partecipazione alla guerra al fianco della Germania, sostenendo che il paese era stato trascinato contro il suo volere da Mussolini con la grave e inescusabile complicità di Vittorio Emanuele III” , spiega Focardi. L’Unità definì la guerra dell’Italia a fianco della Germania come «una guerra ignominiosa contro la volontà del popolo» e come «la guerra dell’imperialismo fascista», conclusasi «con la sconfitta del fascismo, ma non del popolo italiano». Il PCI e il PSIUP, nel loro patto d’unità d’azione, dichiararono di associarsi «contro ogni tentativo diretto a far ricadere sul popolo la responsabilità del regime fascista, contro il quale l’avanguardia popolare ha condotto per venti anni una lotta eroica».

La «presunzione di innocenza» del popolo italiano”, approfondisce Focardi, “non era appannaggio solo delle forze della sinistra antifascista, ma risultava condivisa e rivendicata anche dall’antifascismo moderato, a cominciare da quanti […] avevano a cuore l’istituzione monarchica ma non concepivano altro modo di conservarla se non attraverso l’abdicazione del sovrano, irrimediabilmente compromesso col regime di Mussolini. Il ‘sacrificio del re‘ […] e la creazione in via transitoria di una reggenza e di un governo veramente rappresentativo apparivano infatti un passaggio ineludibile, utile al contempo per rilanciare lo sforzo bellico antitedesco del paese e separare in via definitiva le responsabilità del popolo italiano da quelle della dittatura fascista”.

In occasione del primo congresso dei partiti antifascisti del CLN (Bari, gennaio 1944), Benedetto Croce “sottolineò il carattere di «guerra civile» del conflitto scatenato dall’Asse, di guerra cioè anche interna ai singoli Stati fra forze democratiche e forze antidemocratiche, ponendo in evidenza come gli italiani, oppressi dal regime, in cuor loro avessero parteggiato unanimi per le nazioni aggredite dal nazifascismo, schierandosi con gli avversari di Mussolini, restauratori della libertà” spiega Focardi, “Croce spiegava come il fascismo non fosse stato che una «parentesi di venti anni» […] passata la quale l’Italia aveva potuto riannodare uno «stretto legame» con le «altre Nazioni sorelle», affiancandole finalmente sul campo di battaglia”.

Nella stessa occasione, “Carlo Sforza bollò a sua volta la guerra dell’Asse come «la più infame e antinazionale delle guerre», invisa al popolo italiano perché combattuta al fianco del tradizionale nemico tedesco contro i tradizionali alleati, Francia e Inghilterra. Dunque pose […] l‘esigenza che il re fosse allontanato il prima possibile dal trono per il bene supremo del paese”, dato che la sua permanenza rendeva «più difficile agli italiani di sostenere e provare al tavolo della pace che essi sono l’Italia nuova e che non hanno nessuna responsabilità degli errori e dei crimini del passato».

Come già detto, “la mobilitazione contro la Germania risultava scopo imprescindibile e prioritario tanto per la monarchia quanto per l’antifascismo, non solo perché nel Reich hitleriano entrambi si trovavano a combattere il protettore della Repubblica sociale contro cui si era accesa una virulenta lotta intestina, nonché lo straniero invasore […], ma anche perché la Germania rappresentava allo stesso tempo il «comune nemico» delle Nazioni Unite, dalla lotta contro il quale dipendevano le possibilità di riabilitazione internazionale dell’Italia, nazione nemica sconfitta sottoposta a resa incondizionata”, nota Focardi, che più avanti continua “Il riconoscimento dell’ambiguo status di «cobelligeranza» da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, dopo la dichiarazione id guerra alla Germania del 13 ottobre 1943, non aveva infatti risolto la posizione internazionale dell’Italia, che rimaneva sottoposta alle rigide clausole armistiziali e gravata dalla minaccia di subire alla fine della guerra un trattamento punitivo da parte degli Alleati”.

Del nesso cruciale esistente fra sforzo bellico antitedesco e riscatto delle incerte sorti nazionali era pienamente consapevole il Regno del Sud”, spiega Focardi, per via dell’esistenza del «documento di Quebec», un telegramma scritto il 18 agosto 1943 da Churchill e Roosevelt “col quale Stati Uniti e Gran Bretagna avevano dichiarato la loro disponibilità a un miglioramento delle condizioni di resa imposte all’Italia in rapporto al futuro impegno del paese nella lotta contro la Germania nazista”. Il documento affermava infatti: «La misura nella quale queste condizioni saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’aiuto che il Governo e il popolo italiani daranno realmente alle Nazioni Unite contro la Germania durante la rimanente parte della guerra».

Ancor prima che i partiti del CLN dessero vita, nell’aprile 1944, al governo di unità nazionale con Badoglio, le forze antifasciste avevano già maturato sufficiente consapevolezza del legame che intercorreva fra impegno bellico e salvezza della nazione grazie alle trasmissioni della propaganda alleata. Queste, infatti, avevano più volte sollecitato gli italiani a rivolgere le armi contro l’ex alleato germanico con la promessa, invero piuttosto nebulosa, di un trattamento generoso per il paese al termine della guerra”, aggiunge Focardi.

Ivanoe Bonomi, il 13 ottobre 1943, annota sul suo diario queste lucide parole: «Noi siamo e dobbiamo restare uno Stato che si è arreso senza condizioni. Non possiamo perciò diventare gli alleati delle Nazioni Unite e parlare da pari a pari con loro. Combattendo con loro non saremo degli alleati ma dei cobelligeranti. Al tavolo della pace dovremo rimanere dei vinti sprovvisti dei diritti che spettano soltanto ai vincitori. Ma questa umiliante condizione (frutto della confessata sconfitta militare e dell’incapacità della monarchia e del governo di negoziare, a tempo opportuno, la caduta del fascismo) può essere migliorata qualora l’Italia riprenda le armi contro la Germania. Se l’Italia farà uno sforzo guerriero essa potrà modificare la sua posizione. Il miglioramento – dice espressamente la dichiarazione degli alleati – sarà proporzionato al suo sforzo».

Questo principio divenne il cardine principale della politica del governo Badoglio e più tardi di quello Bonomi. “In conclusione, si può affermare che il tentativo di discolpare il popolo italiano, costretto a una guerra invisa al fianco del «secolare nemico», e lo sforzo promosso per concentrare le energie nazionali contro l’«oppressore nazista» risultarono due fattori correlati di un’azione di riscossa patriottica che sia la ristretta classe dirigente monarchico-badogliana sia l’antifascismo nel suo complesso erano chiamati a perseguire come obiettivo prioritario”, afferma Focardi, “Le forze cielleniste avevano contestato fin dall’inizio la capacità di un sovrano, macchiatosi di tradimento e di connivenza pluriennale col fascismo, di condurre la riscossa per la salvezza della patria e si erano proposte agli Alleati come interlocutore privilegiato per la democratizzazione del paese e la conduzione della guerra antitedesca. Tutti gli sforzi […] si infransero però contro l’opposizione alleata, innanzitutto di Churchill, che vedeva nel re il garante istituzionale delle condizioni di resa fissate dall’armistizio”.

Lo scontro fra le forze del CLN e il governo monarchico badogliano fu poi risolto “dopo il riconoscimento sovietico del governo Badoglio (14 marzo 1944) e la svolta politica prodotta dal leader comunista Palmiro Togliatti che […] affermò di concerto con Mosca la necessità per i partiti antifascisti di collaborare con il governo monarchico ai fini della guerra di liberazione nazionale (cosiddetta «svolta di Salerno»). Fu proprio sul terreno decisivo della lotta antitedesca […] che la corona e i partiti del CLN stipularono nella primavera del 1944 il loro compromesso politico e istituzionale destinato a reggere, pur con molte scosse, fino al referendum del 2 giugno 1946”, nota Focardi. Questa svolta fu suggellata dal passaggio a capo del governo di Ivanoe Bonomi, il cui governo “affermava l’esclusiva responsabilità del fascismo per l’adesione al Patto Tripatito e per la partecipazione italiana alla guerra”, rivendicava “piena legittimità alla scelta con cui la nazione, liberatasi dal «più aggressivo dei sistemi di polizia», aveva sciolto il vincolo che la legava ai tedeschi, alleati non suoi bensì del fascismo”, ribadiva ufficialmente la “condanna delle invasioni compiute dal regime mussoliniano ai danni di Stati pacifici quali la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia e l’Albania”, indicava “al paese lo scopo supremo della lotta antitedesca al fianco delle Nazioni Unite”.

Queste furono le premesse della successiva “fase caratterizzata dall’intensa azione di propaganda e, a un tempo, di mobilitazione e formazione dell’opinione pubblica, che si produsse all’indomani della liberazione di Roma (4 giugno 1944), quando ricomparve una libera stampa e un’editoria di livello nazionale […] fino alla liberazione definitiva del territorio nazionale” e della “fase seguente, caratterizzata dal dibattito sul trattato di pace e dalla nascita della repubblica, in cui una ricca produzione letteraria, pubblicistica e di taglio memorialistico contribuì […] a fissare le coordinate fondamentali della rappresentazione della guerra, destinate a costituire l’intelaiatura di […] una «narrazione egemonica» [l’espressione è di Charles Maier, ndr] nel paradigma di riferimento della futura memoria collettiva nazionale”, spiega Focardi.

Riepilogando i temi di cui si è parlato, Focardi conclude: “Di grande efficacia come strumento di radicale delegittimazione del fascismo e di contropropaganda nei confronti di Salò, nonché quale mezzo di mobilitazione alle armi contro il nazifascismo, tali argomenti vennero utilizzati principalmente dalla nuova classe dirigente antifascista come strumento di difesa degli interessi nazionali e arma di rivendicazione nei confronti degli Alleati, vincitori della guerra e arbitri del destino dell’Italia. […] E a essi ricorsero, a fini di autogiustificazione e discolpa, anche personaggi di rilievo del defunto regime in opere a carattere memorialistico a vasta diffusione (primo fra tutti il diario di Galeazzo Ciano), che contribuirono in maniera significativa a radicare nell’opinione pubblica italiana una determinata raffigurazione della guerra, destinata a profonda sedimentazione e grande longevità”.

Le ragioni alla base del mito del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”

Questo post rappresenta la seconda puntata della serie, inaugurata con Il “cattivo tedesco” e il “bravo italiano” come miti fondanti della narrazione sulla seconda guerra mondiale, dedicata appunto a questi due stereotipi indagati dallo storico Filippo Focardi.

“L’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose” (Ernest Renan)

Focardi sostiene che la maggior parte degli studi storiografici italiani sulla “definizione delle coordinate della memoria nazionale, connotata dalla rimozione del consenso al fascismo e del carattere di guerra civile della Resistenza” riconducano le cause di questo fenomeno “alle stringenti esigenze di legittimazione politica dei partiti della antifascisti, [che], consapevoli del livello di adesione popolare al regime, dei limiti della Resistenza e del suo carattere anche di guerra civile, avrebbero evitato di chiamare il paese a un drastico redde rationem col passato per non scuotere la società e minare il loro consenso elettorale, rivendicando piuttosto l’idea di una corale ostilità degli italiani al fascismo e presentandosi come rappresentanti di un popolo mondo da colpe”, lavate dalla Resistenza stessa e dal cambio di fronte.

Ripercorrendo le varie declinazioni di questa tesi, Focardi ricorda il ruolo del Partito comunista, che ha promosso il mito del «popolo alla macchia» “per accreditarsi come forza nazionale e democratica occultando gli stretti legami politici e ideologici con Mosca” e quello delle forze moderate “interessate a rimuovere il coinvolgimento del popolo italiano nel regime (soprattutto quello capillare delle sue élites politiche ed economiche) addebitando ogni colpa a Mussolini e ai suoi più stretti accoliti, per favorire una transizione politica non traumatica garantita da un blando processo di epurazione”. Vanno ricordati anche, sull’altro versante, i lavori di Mariuccia Salvati e Luca La Rovere che si sono concentrati sull’«esame di coscienza» avviato all’interno dei partiti antifascisti, “imperniato sulla denuncia delle «profonde connessioni della società italiana con il sistema di potere totalitario», come atto necessario per una autentica rigenerazione democratica”, un processo che secondo La Rovere è stato interrotto di fronte alle proteste popolari nei confronti dell’epurazione (si ricordi alla fine che l’epurazione fu sospesa con un’amnistia dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti già nel giugno 1946), mentre secondo Salvati tale riflessione è stata interrotta “per effetto della «scoperta dell’efferatezza degli atti commessi dai fascisti della RSI alleati dei tedeschi e insieme dell’eroismo degli italiani resistenti»”, scoperte che avrebbero condotto a re-incanalare la narrazione della Resistenza nei binari del «patriottismo espiativo» (la definizione è di Gian Enrico Rusconi), in cui i partigiani vengono assimilati a dei martiri cristiani, il cui sangue lava le colpe della Nazione.
“Sia Salvati sia La Rovere”, tira le somme Focardi, “non negano dunque il rapido prevalere di un meccanismo di rimozione delle colpe, ma lo individuano come esito di un processo caratterizzato anche da tentativi opposti di resa dei conti con il passato fascista, interrotti nell’immediato dopoguerra per motivi politici interni”.
Per Focardi gli sforzi messi in luce da Salvati e La Rovere, in conclusione, non hanno “lasciato alcun segno sulla narrazione collettiva della guerra, la cui costruzione fu influenzata fin dal 1940 dall’efficace propaganda di guerra alleata e modellata dopo l’armistizio sulla base delle esigenze prioritarie di mobilitazione bellica e difesa degli interessi nazionali”. Questi sforzi si infrangevano quindi con una narrazione diffusa con ben altri mezzi, più potenti e più autorevoli.

Focardi conclude l’introduzione del suo saggio con queste parole: “Costruire e alimentare una memoria collettiva basata sulla contrapposizione fra «cattivo tedesco» e «bravo italiano» ha però avuto l’effetto di impedire finora una consapevolezza critica su cosa abbia significato – non solo per l’Italia – l’esperienza del fascismo. La malvagità tedesca ha cioè funzionato, volutamente o meno, come un perfetto alibi, permettendo di rinviare una riflessione pubblica sulla violenza fascista nel suo complesso: le politiche razziste e antisemite, i progetti espansionistici, le occupazioni militari, le repressioni e i crimini di guerra”. L’auspicio dell’autore è che il suo libro possa contribuire a questa consapevolezza e “favorire una coscienza storica più informata e responsabile”.

Il “cattivo tedesco” e il “bravo italiano” come miti fondanti della narrazione sulla seconda guerra mondiale

Comunicazione di servizio. Sarò impegnata con il preparare l’esame di Storia contemporanea, perciò ancora per un po’ – fino alla fine del mese, presumo – posterò solo articoli tratti dai saggi che sto leggendo, come ho fatto finora con il libro di Michela Ponzani. Mi rendo conto che, per quanto questi argomenti siano affascinanti per me, possono essere noiosi per tutti gli altri. Sopportatemi ancora per un po’ e poi tornerò a scrivere dei miei soliti argomenti (in realtà vorrei farlo già ora, ma non ho proprio tempo).

In ogni modo, il nuovo saggio di cui parlerò è Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale di Filippo Focardi, ricercatore in Storia Contemporanea presso l’Università di Padova. Penso che l’argomento sia interessante anche per il tema del 25 aprile, in cui si commemora appunto la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Il libro, pubblicato nel 2013 per Laterza, indaga in modo approfondito, traendo spunto dalla tesi di Tony Judt, il processo di costruzione di una narrazione “plasmata su due nuclei fondamentali: da un lato, la «rivendicazione universalmente riconosciuta» che attribuiva alla Germania e ai tedeschi la colpa esclusiva per «la guerra, le sue sofferenze e i suoi crimini»; dall’altro, l’esaltazione in ogni nazione del «mito della Resistenza» come lotta dell’intero popolo contro l’oppressore tedesco. Un forte nesso legava i due capisaldi di questa memoria europea della guerra: alla colpevolezza dei tedeschi […] corrispondeva la presunta innocenza delle altre nazioni, che si era manifestata in ciascuna di esse attraverso la corale contrapposizione alla Germania nazista”, come spiega Focardi nell’introduzione.

Si tratta di una narrazione che ha un fondamento nei fatti, ma che serve anche “a far passare in secondo piano o a giustificare azioni violente commesse anche da parte dei vincitori, come ad esempio le espulsioni di massa che alla fine della guerra avevano ridisegnato il volto dell’Europa centrale con milioni di tedeschi e centinaia di migliaia di ungheresi o di ucraini cacciati con la forza dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dai Balcani. Allo stesso modo il «mito della Resistenza» nazionale contro il tedesco era servito, a Est come a Ovest, a oscurare la realtà dei collaborazionismi ovunque sorti a supporto dell’occupazione nazista e la dimensione di brutale guerra civile che la lotta aveva assunto all’interno dei diversi paesi”, argomenta Focardi, riprendendo la tesi di Judt, e prosegue, “Il mito dell’unanimismo patriottico antigermanico era stato un comodo paravento soprattutto per coloro – la maggioranza dei cittadini – i quali in realtà si erano rassegnati a convivere col sistema di occupazione nazista; ma il mito era stato accettato anche dai «veri resistenti» sia per fini di legittimazione politica (i comunisti), sia in nome dell’esigenza più generale di ristabilire un minimo di coesione sociale e ripristinare l’autorità e la legittimità dello Stato dopo gli scombussolamenti della guerra civile”.

Il caso dell’Italia, dove pure questa costruzione della memoria collettiva della Seconda Guerra Mondiale è avvenuta, si differenzia dal resto dell’Europa perché “il paese vantava l’indiscussa primogenitura del fascismo e fin dalla metà degli anni trenta – dall’aggressione dell’Etiopia in poi – aveva affiancato la Germania nazista, operando sistematicamente alla demolizione dell’ordine europeo sancito a Versailles dopo la prima guerra mondiale in vista di una radicale ridefinizione dei rapporti di forza internazionali“, sostiene Focardi, ricordando l’obiettivo di Mussolini di costruire per l’Italia un futuro da grande potenza e un «nuovo ordine mediterraneo», in vista del quale aveva guidato il Paese in uno sforzo bellico continuo dal 1935 in poi, con l’aggressione all’Etiopia (1935-1936), l’intervento nella guerra civile spagnola (1936-1939) e l’occupazione dell’Albania (aprile 1939), e soprattutto la discesa in campo a fianco della Germania nel secondo conflitto mondiale, con l’aggressione alla Francia (21-24 giugno 1940), alla Grecia e alla Jugoslavia (aprile 1941), la partecipazione all’attacco tedesco contro l’URSS e la guerra contro gli inglesi nel Maghreb. Dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) il governo Badoglio aveva continuato per 45 giorni a combattere al fianco dei tedeschi, pur trattando sottobanco la resa.
Nel caso dell’Italia, quindi, “non si trattava solo di affrontare una resa dei conti col fenomeno del collaborazionismo e della guerra civile, […] ma di rendere ragione di un regime dittatoriale ventennale, […] che si era associato alla Germania nazista per sovvertire l’ordine europeo rendendosi responsabile di azioni eversive sul piano internazionale culminate nella partecipazione alla seconda guerra mondiale come alleato fondamentale del Terzo Reich e del Giappone, protagonista per oltre tre anni – dal giugno 1940 al settembre 1943 – di una guerra di aggressione contro le potenze democratiche e di numerose occupazioni di territori di nazioni inermi, dove – specie nei Balcani – si era macchiato di gravi crimini contro le popolazioni civili”, spiega Focardi.

La costruzione di una memoria collettiva imperniata sulla colpevolizzazione dei tedeschi e sul «mito della Resistenza» passa attraverso la raffigurazione del «cattivo tedesco», uno stereotipo che si mantiene nonostante “l’impegno tenace degli «esponenti migliori» dell’antifascismo a distinguere fra popolo tedesco e regime nazista”, nelle parole di Focardi, che ricorda soprattutto lo sforzo di Enzo Collotti, autorevole studioso italiano della Germania contemporanea, “per riscoprire e far conoscere «l’altra Germania», quella democratica e antinazista, perseguitata dal regime in camicia bruna”. In ogni caso, a parte queste eccezioni, “al cupo ritratto del soldato germanico quale disciplinato e sanguinario combattente, implacabile e sadico oppressore di inermi, fu contrapposto il ritratto antitetico e tipizzato del soldato italiano intimamente avverso alla guerra, recalcitrante a compiere atti di violenza e di sopraffazione, pronto a solidarizzare e a portare soccorso alle popolazioni indifese, comprese quella dei territori occupati dal fascismo. E la stessa immagine speculare fu applicata alla descrizione dei due regimi e dei due popoli, il tedesco e l’italiano. […] La raffigurazione intrecciata del «cattivo tedesco» e del «bravo italiano» emerge come il canone di lettura principale attraverso cui è stata modellata la memoria nazionale della guerra non solo sul piano dell’elaborazione prodotta dalle élites politiche e culturali, ma anche su quello della cultura popolare e di massa legata ai rotocalchi, al cinema, alla televisione o alle canzoni”, spiega Focardi.

Questa contrapposizione è, secondo lo storico, l’unico tratto unificante fra le molteplici narrazioni legate alle diverse esperienze del conflitto (quella dei partigiani e quella dei militanti della RSI, quella degli IMI e quella dei soldati italiani, a sua volta diversa fra chi ha combattuto in Russia e chi in Africa settentrionale, quella delle donne e quella dei prigionieri degli Alleati, e così via). Focardi individua l’origine di questa contrapposizione negli anni compresi fra il 1943 e il 1947, “sulla base di stringenti esigenze politiche condivise dal composito fronte antifascista, sia dalla corona e dal governo Badoglio sia dalle diverse forze legate ai partiti del CLN, che utilizzarono a fini di autolegittimazione politica, di mobilitazione bellica e soprattutto di salvaguardia degli interessi nazionali la distinzione fra Italia e Germania, cui aveva già intensamente fatto ricorso fin dall’inizio del conflitto la propaganda alleata. […] Preoccupazione fondamentale e legittima dell’establishment monarchico e delle élites politiche antifasciste fu di evitare una pace punitiva per il paese uscito sconfitto dalla guerra. […] Tutti i governi di unità nazionale, nati dall’intesa fra CLN e monarchia nella primavera 1944, posero al centro della propria azione la rivendicazione dei meriti dell’Italia nella guerra contro la Germania, dapprima per ottenere il superamento dell’ambiguo status di nazione cobelligerante e il riconoscimento di un’alleanza paritaria con le Nazioni Unite poi, fallito tale tentativo, per scongiurare comunque un trattamento draconiano da parte dei vincitori”.

“Finì così per essere generato un «racconto egemonico» che taceva, minimizzava o negava il coinvolgimento del popolo italiano nel fascismo e le responsabilità del paese nella guerra fascista e nei suoi numerosi crimini“, sostiene Focardi, aggiungendo che in questo modo si posero “le basi di un’autocoscienza collettiva fondata sul paragone costante fra il caso italiano e quello tedesco, e sulla conseguente relativizzazione delle colpe italiane“.
Dietro lo stereotipo c’era un consistente nucleo di verità“, puntualizza Focardi, “E tuttavia lo stereotipo servì a coprire l’altra faccia della medaglia, non meno rilevante ma assai più incresciosa, ovvero l’adesione di non pochi italiani alla «guerra imperialistica» del fascismo; i numerosi crimini di guerra commessi nei territori occupati dalle camicie nere e dal regio esercito contro partigiani e civili; il coinvolgimento nella persecuzione germanica degli ebrei non solo da parte di Salò dopo il 1943 ma anche in precedenza da parte delle forze italiane in Russia e nei Balcani, doveva avevano sì agito tanti «salvatori di ebrei», ma anche non pochi italiani «mala gente», pronti ad approfittarsi dei perseguitati e persino a consegnarli all’alleato carnefice”.

All’oblio degli aspetti più negativi delle vicende italiane nella Seconda Guerra Mondiale “concorsero una pluralità di attori spinti da motivazioni diverse: dapprima la propaganda alleata, intenzionata a provocare il crollo interno della dittatura fascista e l’abbandono italiano della guerra dell’Asse; poi la monarchia assieme agli apparati istituzionali delle forze armate e della diplomazia, che utilizzarono dopo l’8 settembre la «carta antitedesca» certamente per il bene del paese ma anche per separare le proprie sorti (anche personali, a cominciare da Badoglio) da quelle dell’Italia monarchico-fascista sconfitta rovinosamente; quindi, con tutt’altra credibilità morale e politica, le forze antifasciste e della Resistenza, impegnate in prima linea in una lotta durissima contro l’occupante germanico e l”antico’ nemico in camicia nera, e anch’esse preoccupate – una volta giunte a responsabilità di governo – di salvaguardare il destino del paese e la loro stessa legittimazione politica a rischio di essere scossa da una eventuale «pace mutilata»  foriera di un’ondata di nazionalismo reazionario; infine, la destra qualunquista (auto)indulgente col passato fascista, concorde sulla necessità di separare le responsabilità dell’Italia da quelle dell’ex alleato tedesco per evitare una pace punitiva e allo stesso tempo propensa, al pari del re e di Badoglio, a scaricare su Mussolini e sui gerarchi il peso di ogni colpa, identificata principalmente nell’aver legato in modo inopinato l’Italia al destino del Terzo Reich”, argomenta Focardi.

Questa è la tesi. Lo svolgimento dell’argomentazione sarà trattato post dopo post in questi giorni.