Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 16)

Siamo arrivati – e vi ringrazio di aver sopportato questa lunga serie di post monotematici – al dodicesimo capitolo di Medioevo Maschio, che, sulla scia dei precedenti della terza parte, si allontana dalle tematiche relative alle strutture di parentela, al matrimonio e alla condizione femminile per dedicarsi in modo più ampio alla storia della cultura. Il titolo infatti è La «Rinascita» del secolo XII. Ascolto e patronato. Il merito principale di questi capitoli è fornirci una prospettiva sul lavoro dello storico, ed è per questo che sto riportando con cura le osservazioni metodologiche di Duby. Capire come uno storico – o uno scienziato in generale – è arrivato a una conclusione è più importante della conclusione stessa, perché ci permette di giudicare da soli il valore di quella conclusione. Anche questo capitolo sarà diviso in tre parti, in modo da non dover sacrificare lo sviluppo dell’argomentazione, ma poterla riproporre intatta. 

Uno dei principali problemi che si pongono oggi alle scienze dell’uomo è quello dei rapporti tra i fenomeni culturali e il movimento d’insieme delle strutture economiche e sociali, o […] fra le infrastrutture materiali e le sovrastrutture, cioè, nel caso presente, la produzione e la recezione di oggetti culturali considerati, dai contemporanei o da noi, come l’espressione di una «Rinascita»”, esordisce Duby. È un problema perché “non esiste una base teorica su cui costruire la problematica preliminare della ricerca; il lavoro è considerevolmente ostacolato dal fatto che oggi le varie discipline sono distribuite in compartimenti stagni, dalle frontiere che nelle università e negli istituti di ricerca tengono ancora spiacevolmente gli storici dell’economia e della società separati dagli storici del pensiero, della letteratura e dell’arte; […] nel mondo attuale si potrebbero contare sulle dita di una sola mano i luoghi dove la ricerca può essere condotta in un regime di indiscutibile interdisciplinarità”. Così, per tentare di mettere sul piatto il problema, Duby lancia delle proposte di indagine su questo tema.

Il processo di sviluppo che […] chiamiamo la «Rinascita» del secolo XII è evidentemente inseparabile dal lungo movimento di progresso materiale di cui l’Europa occidentale fu allora il luogo. […] Notiamo che è meno malagevole fissare cronologicamente le manifestazioni dello sviluppo culturale. Le fonti di cui disponiamo sono infatti per loro natura più adatte a gettar luce su questo genere di fatti, mentre […] non permettono di seguire da vicino l’evoluzione economica e sociale”. Cosa avvenne nel dodicesimo secolo? In primo luogo, “la diffusione dello strumento monetario: i primi segni di tale diffusione compaiono verso il 1080 nei documenti concernenti le campagne del Mâconnais; cento anni più tardi il danaro è dappertutto […] e nessuno […] può dispensarsi dal farne uso quotidiano”; poi, “l’estensione della superficie coltivabile” e “lo sviluppo demografico […] che raggiunge la maggiore intensità nell’ultimo quarto del secolo XII”. Veniamo ora alle cause. “Gli organi della fiscalità signorile istituiti in Francia intorno all’anno mille, si sono perfezionati durante gli ultimi due decenni del secolo XI; durante tutto il secolo XII funzionano alla perfezione. Per corrispondere alle esigenze dei padroni del loro corpo, della terra che coltivano e di ogni potere su di loro, le famiglie contadine devono produrre sempre di più; non risulta che il loro livello di vita si elevi in modo apprezzabile prima degli anni ’80 di questo secolo. Effettivamente, il sistema dei benefici feudali e delle tasse trasferisce nelle mani del signore la maggior parte del sovrappiù di risorse determinato dall’ampliamento dell’area agricola, dall’aumento dei rendimenti e dal moltiplicarsi del numero dei lavoratori”. L’aristocrazia si rafforza anche “riducendo sensibilmente le donazioni di terre e di diritti alle chiese; soprattutto limitando le nascite, impedendo ai tronchi familiari di ramificarsi e, per questa via, di spezzettare le eredità. L’esclusione delle figlie maritate e dotate dalla divisione successoria, il mantenimento di tutti i figli maschi, eccetto uno, il maggiore, nel celibato, assicurò […] la stabilità del numero dei lignaggi nobili, e quindi del loro patrimonio, mentre la crescita economica e i perfezionamenti della fiscalità signorile ne elevavano senza posa gl’introiti”.

L’aumentata ricchezza dell’aristocrazia portò ad un aumento dei consumi, che a sua volta si tradusse in uno sviluppo dell’artigianato specializzato nei prodotti “di lusso” e del commercio, e questo favorì lo sviluppo urbano “a tal punto che negli ultimi due decenni del secolo […] si assiste al trasferimento dei poli di sviluppo nelle città. […] Tutto ciò serve di sostegno a due gruppi sociali, all’élite della borghesia mercantile e al corpo dei servitori delle grandi signorie. Questa gente si arricchì. Certuni diventarono più facoltosi di molti nobili. Ma il loro ideale rimase d’integrarsi alla nobiltà rurale, di essere ammessi a farne parte, di condividerne lo stile di vita e la cultura”. Abbiamo già visto, nei capitoli precedenti, sia le trasformazioni riassunte qui sopra, sia uno dei suoi effetti: “l’emergere di un sistema ideologico proprio dell’aristocrazia laica”, centrato sulla cavalleria, sui rituali dell’amor cortese, sul servizio dei «baccellieri» verso il signore. Duby richiama l’attenzione su un fatto: “il risorgere nella letteratura profana del vecchio schema della società con tre funzioni, ma trasformata, dissacrata: all’«ordine» dei cavalieri veniva riconosciuta la preminenza, non solo sui «villani», ma anche sugli oratores. I […] monopoli culturali che fino ad allora erano stati nelle mani della Chiesa vengono messi in discussione. La società cavalleresca pretende di partecipare anch’essa all’alta cultura. Il suo sogno è di annettersi il «clero», inteso come il sapere delle scuole. Così tende a sfumare la distinzione di natura culturale che separava la parte ecclesiastica dalla parte laica dell’aristocrazia”.

In questo contesto si situa un altro fatto chiave, “suscitato direttamente dallo spettacolo di un mondo che lo sforzo degli uomini arriva a trasformare, di una valorizzazione sempre più spinta dell’ambiente naturale: è la presa di coscienza del progresso. Si comincia con l’avvertire il rafforzarsi di questo sentimento fra gli intellettuali più strettamente legati all’aristocrazia laica, fra i membri dei capitoli delle cattedrali […]. Questi uomini di scienza, questi uomini della cultura scritta e della riflessione intellettuale si danno alla celebrazione della natura. […] Si rappresentano sempre più chiaramente l’uomo – la cui struttura profonda è omologa a quella dell’universo creato – come un essere capace di agire su questo, come chiamato da Dio a cooperare con tutte le sue forze a quest’opera, concepita ormai in una continuità temporale che è la creazione. Qui […] nasce l’idea che la civiltà cresce come una pianta, che ogni generazione prende dalle mani della precedente il compito che deve portare più avanti, verso la sua compiuta realizzazione”.
Si tratta di un completo arrovesciamento della visione della storia umana. Questa non è più guardata con pessimismo, come un processo d’inevitabile corruzione. Si presenta, al contrario, come una conquista. […] Il suo cammino, ormai parallelo a quello della storia della salvezza, non sembra più condurre a immancabile decadenza, ma elevarsi […] verso una maggior perfezione”. Duby completa la sua argomentazione descrivendo il pessimismo precedente attraverso l’esempio dei monaci cistercensi, che partivano dalla convinzione che “ogni forma si degrada nella durata” e sostenevano la necessità di “tornare ai principi primitivi della vita benedettina”. “Fedeli allo spirito del contemptus mundi, espressione fondamentale di una ideologia che si era formata nel tempo di regressione e di stagnazione, scelsero di separarsi dai movimenti della vita, di fuggire nel deserto. Per loro il lavoro manuale, a cui scelsero di costringersi, restava un valore negativo, un atto d’umiliazione e di penitenza. Tuttavia questi uomini si affrettavano a mettere in uso tutto ciò che vi era di più moderno nelle innovazioni tecniche; si accanirono a rendere sempre più produttivi i terreni incolti su cui si erano stabiliti […] finendo col situare le loro proprietà agricole all’avanguardia del successo economico; soprattutto, collocando il mistero dell’incarnazione al centro della loro meditazione, proclamando […] che, nell’uomo, le tensioni dello spirito verso la perfezione non sono dissociabili da quelle del corpo, finirono con l’unirsi anche loro alla riabilitazione del carnale”.

Tutto quello che abbiamo descritto “modificò fondamentalmente il contenuto della parola renovatio. Un tempo, ogni rinascita si assegnava come punto d’arrivo di restaurare, di strappare all’inevitabile deterioramento per renderle al primitivo splendore opere giudicate mirabili perché erano l’eredità di un’età anteriore e per questo migliore: rinnovare significava esumare. Ormai ogni rinascita fu ritenuta generativa. Riprendeva in mano l’eredità, ma per sfruttarla […] i moderni si ritennero capaci, non solo di uguagliare gli antichi, ma di superarli”.