L’identità maschile nella cultura patriarcale

Scrivo questo post, prendendo spunto da un articolo scritto da Wu Ming 1 su Lipperatura di Loredana Lipperini, per aprire una discussione sul tema di come l’identità maschile si percepisce all’interno della cultura patriarcale, di quali condizionamenti siano all’opera su di essa, e di come gli uomini possano decostruirli e trovare un proprio spazio di autonomia ed autodeterminazione. Non ho la pretesa di esaurire l’argomento, e neppure quella di dare spiegazioni. Il mio scopo vuole essere quello di delineare i punti di partenza per una riflessione che spero sia arricchita da numerosi interventi: per questo raccoglierò qui varie considerazioni su diversi aspetti del crescere e vivere come uomini in questo tipo di società, cercando di fare un confronto con cosa significa e comporta per una donna viverci.

Essere un uomo in una società che affonda le sue radici in una cultura patriarcale comporta, innanzitutto, l’essere circondati da privilegi che appaiono come la norma, al punto che spesso per gli uomini risulta difficile rendersi conto che quei privilegi sono permessi da discriminazioni nei confronti di altri. Altri che restano invisibili. Un po’ come se sotto la strada spianata per l’uomo eterosessuale fossero sepolte le donne, gli omosessuali e gli immigrati che sono stati messi da parte per costruire quella strada. Per un uomo è molto più difficile che per una donna rendersi conto del sessismo che permea la nostra società; per un uomo è anche molto più difficile ribellarsi al ruolo che la società predispone per lui, poiché questo ruolo solitamente non implica un conflitto tra l’identità personale (individuo) e l’identità di genere (donna-uomo), e quindi per la maggioranza degli uomini non si presenta mai la necessità, l’urgenza di ribellarsi. Mi spiego meglio: i ruoli verso cui la società spinge le donne sono molto restrittivi nei confronti dell’individualità, molto limitanti, poiché ad una bambina-ragazza-donna è richiesto di corrispondere alle aspettative che tutti si sentono in diritto di avere nei suoi confronti. Ogni “deviazione” dal sentiero delle aspettative è punita con uno stigma sociale.

Per un uomo, dicevo, questo non avviene. Gli uomini sono educati a percepirsi come soggetti, quindi non sentono mai, o molto raramente, su di sé lo sguardo giudicante e oggettificante cui molte donne sono sottoposte ogni giorno. I ragazzi che osservano le compagne, classificandole a seconda dell’attrattiva sessuale; gli uomini che fischiano per le strade alle donne che camminano e suonano loro il clacson, trattandole come pezzi di carne in esposizione per loro; le ragazze che sussurrano bisbiglii di disapprovazione nei confronti di altre ragazze, perché quei leggings fanno sembrare grasse le cosce, perché gli è apparso un brufolo sul naso, perché guarda com’è sciatta, perché quel maglione è veramente orribile. Queste malignità si riconducono tutte ad una radice comune: le donne sono osservate e si osservano sempre secondo il parametro della bellezza, che diventa una sorta di “condizione necessaria” per poter esistere,  un valore, un merito, qualcosa che in positivo o in negativo condiziona la vita di ognuna di noi.

L’identità degli uomini si costruisce in buona parte per opposizione a quella delle donne, si “staglia” e si fa forte sopra la debolezza, la civetteria, la dolcezza del femminile. L’identità femminile, in modo complementare, si costruisce in buona parte su questi atteggiamenti, che vengono inculcati alle bambine da quando vengono al mondo e che acquistano senso nella relazione con l’uomo, poiché non ne hanno uno autonomo.  (Adrianaaaa su Lipperatura)

I condizionamenti inculcati ai bambini sono quindi speculari a quelli che subiscono le bambine. E a fare da contraltare all’opposizione di cui parla Adrianaaa c’è l’idea che i due sessi, invece che essere uguali nella diversità, siano complementari. Ora, anche un angolo di 89° e un angolo di 1° grado sono complementari, la complementarità può voler dire tutto e niente se non accompagnata da basi strutturali forti come quella di equità, che nasce dall’essere prima individui unici e irripetibili e solo in secondo luogo uomini e donne.

Prima ho parlato del fatto che gli uomini si percepiscono come soggetti, anziché assorbire la prospettiva giudicante e oggettivante di uno sguardo esterno sempre puntato su di loro: questo deriva proprio dal fatto che le bambine sono educate a comportarsi in un certo modo per essere lodate, ammirate, apprezzate. Il potere di decidere se sei giusto o sei sbagliato, che questo modello educativo conferisce agli uomini (e alle donne che diventano “vicarie” del loro sguardo) crea in modo “automatico” una gerarchia di potere, un potere di cui i ragazzi si servono in modo involontario, senza neppure accorgersi di stare esercitando una forma di “dominio”.

Per queste ed altre ragioni, un uomo nella società di oggi dispone di più potere rispetto ad una donna, in generale. Questa disparità di forza, anche se non esercitata direttamente, comporta un vantaggio per ogni uomo. Ecco perché la condizione della donna nella nostra società è un problema sociale che riguarda tutti, e che non può essere risolto solo dalle donne: ecco perché le nostre analisi, il nostro impegno, non bastano più.

Sempre su Lipperatura un commentatore, Luca, spiega la questione con una semplicità illuminante:

La questione della colpa collettiva è difficile, spinosa. Dolorosa.
Tuttavia, non può essere derubricata con un’alzata di spalle. Con un “io non c’entro, io non stupro, io non abuso.”
Un sudafricano bianco liberale e di larghe vedute non poteva chiamarsi fuori dall’apartheid e dal regime con uno sbrigativo “io non discrimino, non torturo, non uccido.” Il contesto lo interrogava per via diretta, sempre, molto aldilà dei pur importanti comportamenti personali. Perché quel contesto forniva circostanze, opportunità, vantaggi, che comunque eccedevano la semplice sfera personale per avere ricadute e ripercussioni sull’intero corpo sociale.
Un sudafricano bianco liberale e di larghe vedute in ogni caso si giovava di una quota di privilegio derivata direttamente da un abuso, da uno stupro, da un omicidio.
I tedeschi, settant’anni dopo, sono ancora lì che ci ragionano sopra.
Un motivo dovrà pur esserci. (Luca)

Sono convinta perciò che sia necessario che gli uomini si facciano domande, cerchino di capire come possono contribuire a cambiare le cose, come potrebbe essere ridefinito il loro ruolo nella società per evitare appunto di ricorrere a quelle “quote di privilegio”, come si può favorire un’educazione alla parità e al rispetto (magari a partire dagli stereotipi relativi al concetto di virilità). Il femminismo è un movimento inclusivo, non segregante: è un movimento che parte dalla riflessione interiore del singolo individuo per arrivare ad un’analisi della società all’interno della quale l’individuo agisce e pensa, e dalla quale comunque è condizionato (perché nessun uomo è un’isola). Ora vorrei che fossero gli uomini a raccogliere il testimone e interrogarsi sulle tematiche che ho cercato di portare alla luce in questo post, e su tutto ciò che riguarda “il loro posto” in questa società.

In difesa delle famiglie gay: la parola agli esperti

Si cresce bene anche con genitori gay Ecco i risultati di 30 anni di ricerche. A smontare i pregiudizi, dettati in parte dall’irrazionale paura del diverso, che non di rado sfocia nell’odio omofobo, e in parte da ragioni culturali, come l’assenza di conoscenze sul tema dell’identità di genere, secondo cui le coppie omosessuali non possono costituire una famiglia, l’Associazione Americana dei Pediatri pubblica, sotto il bellissimo titolo “Love makes a family“, i risultati di 30 anni di ricerche che dimostrano che i bambini e le bambine cresciuti con genitori omosessuali si sviluppano in modo equilibrato dal punto di vista psicologico. Ciò che è veramente importante nella crescita di un/a bambino/a è l’affetto, la comprensione, la guida dei genitori, indipendentemente dal loro sesso.

La battaglia del femminismo contro il patriarcato

Il femminismo è un movimento e un’ideologia ancora attuale perché la cultura patriarcale è ancora viva, e continua a pervadere la società in ogni suo aspetto, impedendole di evolversi verso una maggiore equità. Il patriarcato è la struttura sociale che si basa sul binarismo di genere, la netta bipartizione  fra le caratteristiche associate alle donne e quelle associate agli uomini e sul ruolo associato a queste caratteristiche. La cultura patriarcale perciò ha sempre giustificato con l’inferiorità fisica e intellettuale delle donne la loro esclusione dalla vita sociale, politica, lavorativa, relegandole ai compiti di cura e assistenza dell’uomo e dei figli; al contempo ha effettivamente posto le donne in una condizione di inferiorità negando loro l’accesso alla stessa istruzione spettante agli uomini e ostacolando la loro formazione intellettuale perché non si realizzassero come individui.

Il binarismo di genere si mantiene attraverso la costruzione di immagini stereotipate di caratteristiche e ruoli maschili e femminili, che vengono interiorizzate dalla società, la quale fa pressioni sugli individui perché si conformino a queste caratteristiche, pena l’esclusione sociale. In passato, prima dell’avvento del femminismo, nessuno (tranne qualche pensatore illuminato, tra cui cito John Stuart Mill e Mary Wollstonecraft, in epoche diverse) aveva mai messo in discussione la costruzione del patriarcato, perché su di essa si basava la società e appariva come un sistema naturale.

All’inizio del ‘900, quando le suffragette iniziarono a rivendicare il diritto di voto e quello di essere elette, implicitamente rivendicarono il diritto di fare parte della società come cittadine, e quindi come individui: fu l’inizio di un grande processo di consapevolezza dei meccanismi di funzionamento del patriarcato e dell’oppressione di genere. Durante la seconda guerra mondiale, le donne sostituirono gli uomini nelle fabbriche, conquistando così il ruolo di lavoratrici, che comportava l’avere un reddito proprio e quindi non essere dipendenti dagli uomini per ogni necessità. Risale al 1949 la più ampia e articolata analisi della condizione della donna nella società patriarcale, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Negli anni ’70, una nuova ondata di femministe lottò per l’autodeterminazione di sé, che nella cultura patriarcale era sempre stata sotto il saldo controllo maschile, attraverso il diritto, la Chiesa e la famiglia. Con slogan come “Io sono mia”, rivendicarono il diritto ad una sessualità autonoma, ad abortire, a divorziare, e ottennero un’altra importante vittoria: la trasformazione dello stupro da reato contro la morale (e quindi contro il costume patriarcale per cui il corpo della donna “appartiene” agli uomini della sua famiglia, padre e marito, e chi la violenta contro la sua volontà non commette un reato contro di lei, ma contro di loro) a reato contro la persona.

Nonostante queste conquiste, che non furono frutto di concessioni da parte di chi allora controllava il potere ma furono il risultato di aspre battaglie (numerose suffragette furono arrestate, e alimentate a forza in risposta ai loro scioperi della fame), il patriarcato non è stato sconfitto.

Al giorno d’oggi il suo strumento principale, il binarismo di genere, continua ad essere radicato nella società, e inculcato nei bambini sin dalla nascita, con meccanismi spiegati da Elena Gianini Belotti nel suo saggio Dalla parte delle bambine del 1973 e da Loredana Lipperini in Ancora dalla parte delle bambine, del 2007. I bambini imparano presto che gli adulti hanno aspettative diverse, a livello comportamentale, a seconda del genere e di conseguenza imparano a comportarsi come ci si aspetta da loro, perpetuando idee stereotipate come quelle che vogliono come qualità maschili la testardaggine, la determinazione, la combattività, l’abilità matematica e l’interesse per le costruzioni, mentre come qualità maschili la grazia, la civetteria, la gentilezza, l’abilità nelle materie umanistiche e l’interesse per bambole e trucchi.

Il femminismo, di conseguenza, lotta per estirpare gli stereotipi di genere, che ingabbiano gli individui in due identità preimpostate, privandoli della possibilità di scegliere cosa vogliono essere, di realizzarsi autonomamente e liberamente. Decostruendo gli stereotipi, si osserva che sostanzialmente sono volti a ricondurre le donne a due soli modelli: la puttana e la madre, due schemi fissi all’interno dei quali qualsiasi possibilità di autorealizzazione sono negati. La distinzione fra “brave ragazze”, quelle che accettano di corrispondere all’immagine femminile imposta dalla società, e “cattive ragazze”, quelle che si ribellano a questa concezione, con esaltazione delle prime e disprezzo gettato sulle seconde, è un modo per “riportare al loro posto” le donne.

L’immagine stereotipata dell’uomo nella cultura patriarcale si basa sull’esaltazione di un valore, la virilità, che sintetizza tutte le qualità che il “vero uomo” dovrebbe essere possedere, ovvero essere esattamente l’opposto di ciò che è considerato femminile, e quindi sacrificare la propria emotività per essere “forte”. Gli stereotipi imposti agli uomini sono altrettanto limitanti e mutilanti di quelli imposti alle donne; in particolare, sacrificare la propria emotività e la capacità di entrare in rapporto empatico con gli altri per il fatto che l’uomo virile deve essere “dominatore”, volitivo e impositivo nei confronti degli altri è causa di un’incapacità degli uomini di relazionarsi con le donne e di comprenderle. La maschera dell’uomo virile, però, si basa sul considerare la donna come l’Altro e l’uomo come il Soggetto, e non può reggere il confronto come una società dove la donna non è solo lo specchio in cui contemplare la propria immagine, ma è anch’essa un Soggetto indipendente e in grado di ricambiare lo sguardo dell’uomo. L’uomo virile della cultura patriarcale deve quindi sottomettere la donna, riportarla alla condizione di Altro.

Questa è la ragione per cui di fronte alla sempre maggiore emancipazione femminile, l’identità maschile tradizionale entra in crisi, e molti uomini reagiscono aggressivamente, prendendosela con la violenza con quella che ritengono la causa, le donne; da qui deriva l’incremento di stupri e femminicidi che la cronaca registra negli ultimi anni. Il dominatore non può esistere senza nessuno da dominare. Per il patriarcato, non esiste un’identità maschile alternativa: l’uomo che rifiuta questo ruolo viene visto come effeminato, e poiché per questa mentalità la donna è qualcosa di inferiore rispetto all’uomo, è “indegno” di essere uomo. Da qui deriva anche il disprezzo per gli omosessuali, e l’omofobia, la paura di essere “contagiati” dall’omosessualità e quindi femminilizzati.

Il  fatto è che è il patriarcato ad affermare che gli uomini sono stupidi, monolitici, incapaci di cambiare e inetti. È il patriarcato a sostenere che gli uomini hanno istinti animali e non riescono ad impedirsi di maltrattare e perpetrare abusi. È il patriarcato ad affermare che gli uomini possono essere attratti solo da certe qualità, possono rispondere solo secondo certi schemi, possono avere del mondo solo un’esperienza ristretta e chiusa. Per il femminismo, gli uomini sono capaci di più di tutto questo – sono più di tutto questo.” (un’immagine femminista su Facebook).

Quello che quest’immagine vuole dire è che la battaglia femminista contro il patriarcato e le sue imposizioni va a vantaggio anche degli uomini. Gli uomini non devono sentirsi minacciati dal femminismo, perché esso è volto a renderli liberi, a rendere tutti più liberi e a costruire una società più egualitaria e più variopinta, dove ognuno possa costruire liberamente la propria identità, senza condizionamenti. Il patriarcato è stato costruito dagli uomini per legittimare il loro diritto ad essere così. Ma le potenzialità dell’uomo sono molto più elevate. L’uomo ha prodotto civiltà ordinate e fiorenti basandosi sull’oppressione, ma la vera meta a cui giungere è una civiltà che non abbia bisogno dell’oppressione per funzionare.

Una lettera.

La lettera del padre di James

Questa lettera è stata inviata ad un ragazzo di nome James, omosessuale, dal padre.

Il testo dice:

James, è difficile scrivere questa lettera, ma devo farlo. Spero che la tua telefonata non fosse per ricevere la mia benedizione per il tuo stile di vita degradante. Ho bei ricordi dei nostri momenti insieme, ma tutto questo appartiene al passato. Non aspettarti ulteriori conversazioni con me.

Nessun tipo di comunicazione. Non verrò a trovarti, e non ti voglio a casa mia. Hai fatto la tua scelta, anche se è quella sbagliata. Dio non ha voluto questo stile di vita contro natura.

Se sceglierai di non prendere parte al mio funerale, i miei amici e la mia famiglia capiranno. Auguri di buon compleanno e che tu possa avere una buona vita.

Nessuno scambio di regali sarà accettato.

Addio, papà.

Anch’io ho un padre che non accetta quello che sono, il mio essere femminista e sostenitrice della sperimentazione animale, e abbiamo avuto parecchie liti violente riguardo a queste cose. In certi momenti provo solo dell’odio, una rabbia insostenibile, che rende tutto rosso e mi fa venire voglia di fargli del male, di fargli così male che smetterà di guardarmi con quel suo sorrisetto arrogante, che riflette la sua convinzione che io non stia parlando sul serio, che io non abbia veramente delle idee mie. Vorrei spezzare quel sorriso sulla sua faccia. Fargli capire come ci si sente, quel tipo di dolore che deriva dal non sentirsi accettati per quello che si è davvero, dalla consapevolezza che la parte più forte e più vera di me viene presa per una sorta di stupido ghiribizzo da adolescente, che la mia rabbia viene considerata da “isterica”. Mio padre, il maschilista freudiano.

Quando quella sensazione svanisce, mi resta dentro solo un dolore profondo. Non posso fare a meno di piangere, e sebbene continui a ripetermi che non deve importarmi del giudizio di una persona che non si sforza di dialogare, di tentare di capire, ma che si limita a trinciare un giudizio senza conoscere, ma non ci riesco. Il suo giudizio – respinta, non accettata – mi ferisce più di quanto io sia disposta ad ammettere, e rialzarsi non è facile, solo mia madre riesce a confortarmi, lei che mi comprende fin dove le parole non possono arrivare, lei che sente il mondo come me. Nessun altro, non il pensiero degli amici, del ragazzo che amo, dei miei insegnanti, niente può scalfire minimamente quella sensazione di essere sbagliata, un rifiuto, un errore. Da parte di mio padre.

Da bambina lo ammiravo, solo ora mi rendo conto di quanto sia una persona meschina, ma nonostante questo, non posso non volergli bene, non posso non sentirmi da schifo quando queste cose succedono. Nessun graffio, nessun calcio possono infliggergli abbastanza dolore da ripagarmi. Non so neanche se mi sentirei davvero ripagata se riuscissi a fargli davvero male; so che è un mio problema il fatto di voler ripagare il dolore nell’animo con dolore fisico. Ma che altro? Non credo nel karma o in Dio, lui non conoscerà mai una punizione in un’altra vita per il male che fa a me e mia madre, e in questa vita non c’è nulla che gli importi che stia al di fuori di sé stesso.

Questa è la mia storia. Per questo ho la presunzione di poter comprendere ciò che deve aver provato James nel leggere quella lettera. Sentirsi respinto nel suo essere più intimo, più vero, dopo aver faticato ad accettarlo e lasciarlo emergere in sé. Trovare gelo e incomprensione dove ci si aspettava di condividere un momento difficile ma importantissimo, e magari una gioia. Essere cancellato in poche parole scribacchiate su un foglio, poche parole per dire che il tuo stesso padre ti sta eliminando dalla sua vita, nel giorno del tuo compleanno, e che tutto quello che ti rimarrà di lui sono un pugno di ricordi in briciole, di un passato che si trova al di là di una frattura insaldabile, e poche parole gelide e crudeli, che ti ricorderanno per sempre che per tuo padre sei un errore, un errore irrimediabile, che va asportato chirurgicamente dalla propria esistenza, come un tumore, rimosso e dimenticato.

Non posso fare a meno di pensare a James, con in mano quel foglio, incapace perfino di piangere, sopraffatto dal dolore, un dolore così forte da impedirgli di respirare. Un dolore all’altezza dello sterno di cui il mio è solo un pallido riflesso. Se quel pallido riflesso è sufficiente a farmi piangere e singhiozzare per ore, incapace di smettere, rannicchiata su me stessa e incapace di distendermi, di muovermi, quello di James può stroncare un’esistenza. L’esistenza di un ragazzo la cui sola colpa è di aver trovato sé stesso e non averlo negato. Penso al suo compagno, un’ombra silenziosa e con la morte nel cuore il cui conforto non può che risultare inutile. Penso a sua madre – dove sarà sua madre? Sarà d’accordo con il marito? Le sarà stato proibito di rivedere il figlio e piangerà per lui all’insaputa del marito? Penso ai fratelli di James, e non riesco a immaginarli. Non riesco a immaginare nient’altro, perché non voglio pensare ai vicini che bisbiglieranno di lui, pronunciandone il nome come se fosse macchiato di qualcosa di innominabile, senza rendersi conto che sono loro, con il loro bigottismo, a sporcare quel nome, a insudiciare l’esistenza di un ragazzo che avrebbe potuto essere felice. I loro sguardi scandalizzati, le frasi troncate a metà, l’identità di James per sempre silenziata e negata, il giudizio che corre di bocca in bocca, terra bruciata intorno a lui, tra le persone che conosceva e che un tempo gli erano state amiche.

James dev’essere un ragazzo coraggioso e molto amato per sopravvivere a tutto questo. Dev’essere un ragazzo dall’animo davvero generoso e nobile – come io non potrò mai essere – per perdonare il dolore che gli è stato inflitto.

C’è qualcosa in quella lettera che mi fa vibrare di rabbia, ed è l’insensibilità. La convinzione che “è sbagliato perché mi hanno detto che è sbagliato”, perché in un libro, scritto tremila anni fa, sta detto: “Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole” (Levitico, 18:22, in inglese “Thou shalt not lie with mankind as with womankind; it is abomination”), e quelle parole sono una verità (?) che non vuole guardare negli occhi degli individui, e scorgere il loro sguardo che chiede un riconoscimento concreto, di fronte all’astrattezza delle parole. James aveva chiesto a suo padre il riconoscimento del suo amore, e con esso della sua identità, della sua esistenza. Gli è stato negato. In nome di cosa? In nome di cosa…?

In nome di una convinzione che procede come un bulldozer sul cuore di quel ragazzo. Una convinzione che non si ferma neppure di fronte all’amore per un figlio. Quell’uomo ha semplicemente cancellato il suo affetto per James, senza fermarsi a considerare se quello che gli è stato detto poteva essere messo in discussione.

James è ancora vivo, per fortuna, e spero che sia felice; penso sia stato molto coraggioso a postare la lettera su Internet. Forse per lui condividere il suo dolore è stato un modo per esorcizzarlo, o forse voleva semplicemente che il mondo sapesse. E il mondo deve sapere. Prima di giudicare qualcuno, dovremmo imparare a scorgere la persona che ci chiede che il suo diritto ad esistere sia riconosciuto oltre l’etichetta che gli/le appiccichiamo addosso. Sempre.

Questa sarebbe potuta essere la storia di James. Pensateci.

Le strade sbagliate del femminismo: da Catharine MacKinnon al “pensiero della differenza”

Catharine MacKinnon è una femminista e avvocatessa americana, che nel corso della sua carriera si è occupata di molestie sessuali sul lavoro e pornografia. Tuttavia, penso che sarà più nota per questa sua citazione:

Qualsiasi rapporto sessuale, anche il sesso consensuale all’interno del matrimonio, è un atto di violenza perpetrato contro una donna.

Questa frase viene spesso citata nei blog antifemministi a riprova dell’esistenza del “nazifemminismo” e dei danni che il femminismo avrebbe fatto alla società. Sebbene un’affermazione senza contesto possa essere interpretata in qualsiasi modo, nulla può cancellare il fatto che quella frase sia stata detta. Questo tipo di affermazioni deliranti danno un’immagine negativa del femminismo e delle femministe che non corrisponde alla realtà; gli estremisti ci sono dappertutto, purtroppo, ma non è giusto che i loro deliri coprano la voce di chi ha delle idee propositive da esporre, idee che si possono condividere o no, ma che sono rispettose della dignità e della libertà di ogni individuo. Dell’Islam condanniamo i fondamentalisti, della destra critichiamo i nazifascisti, abbiamo condannato i terroristi di estrema sinistra, ora dobbiamo prendere atto dell’esistenza di una “corrente demenzialista” ed estremista nel femminismo che va neutralizzata.

Il femminismo ha preso molte strade sbagliate, e io sono convinta che il cosiddetto “pensiero della differenza” sia una di queste, perché sostenere una naturale diversità nel carattere e nella personalità di uomini e donne significa non considerare i secoli di stratificazioni di condizionamenti che pesano su entrambi i sessi, che hanno plasmato le idee di “femminilità” e “mascolinità” e che ancora oggi ci si presentano come modelli obbligati, limitando la libertà di essere sé stessi di ognuno di noi, e perché voler ricondurre ogni individuo entro degli schemi predefiniti significa negarne l’individualità e la soggettività, ed è altrettanto deleterio dei condizionamenti di cui ho detto sopra.

L’idea secondo cui esiste una differenza ‘naturale’ che renderebbe le donne più protettive e accudenti, perché ‘naturalmente predisposte’ ad essere madri non tiene conto del fatto che il cervello – le nostre idee, le nostre esperienze, la nostra emotività – ci definisce più di quanto possa mai fare un utero. La maternità è una caratteristica del sesso femminile, fin qui è la biologia. Che la maternità debba definire l’identità della donna, è speculazione. E una speculazione che non tiene conto dell’individualità di ognuno, e che perciò io respingo. Io diffido di tutti coloro che cercano di dire cosa è giusto o sbagliato per ‘essere donna’.

Questo non vuole essere un attacco a Catharine MacKinnon come persona. Parte del suo lavoro ha rappresentato un contributo importante nel riconoscimento delle molestie sessuali sul lavoro come un reato e nella loro classificazione, diventando uno strumento prezioso per le donne che volevano intentare una causa per molestie ai loro capi e contribuendo a modificare la mentalità che vedeva questi comportamenti come qualcosa di “normale” per una donna lavoratrice.  Ella infatti è stata la prima a sostenere che che le molestie sessuali sono una discriminazione in base al sesso perché tali atti rafforzano l’ineguaglianza sociale delle donne rispetto agli uomini, in quanto se una donna viene molestata è perché il suo essere donna viene considerato prima del suo essere lavoratrice. Quindi non è ritenuta una lavoratrice pari ai suoi colleghi, e questa è una discriminazione. L’idea di discriminazione si basa sul fatto che il sesso è considerato prima e al posto delle qualifiche del lavoratore, che quindi non viene più trattato come tale.

Ella ha inoltre distinto le molestie in due tipologie principali: la prima consistente nelle proposte/ricatto fatte ad una donna in cambio dell’assunzione, di un aumento di stipendio, sotto la minaccia di un licenziamento e così via da parte di un suo superiore, e la seconda consistente in un ambiente lavorativo dove la molestia è una costante, è generalizzata, fino ad “avvelenare l’aria” e a svilire la dignità della lavoratrice. L’analisi della MacKinnon ha fornito ai tribunali basi certe per condannare i responsabili di tali comportamenti.

La parte del suo lavoro con cui mi trovo in disaccordo è quella che concerne la pornografia. Per Catharine MacKinnon essa andrebbe proibita in quanto rappresenta una forma di discriminazione e di traffico di vite umane (quest’ultima definizione la equipara quindi alla prostituzione forzata). Prima di continuare, vorrei premettere che sono convinta che la pornografia contribuisca non poco a diffondere l’idea della subordinazione e dell’inferiorità delle donne, rappresentandole come oggetti di cui gli uomini si servono, senza riguardo e con disprezzo, per il proprio piacere, ed è irrilevante il fatto che nella finzione le donne sembrino godere di questo tipo di trattamento. Tuttavia, so anche che non tutta la pornografia è di questo tipo, e che in generale il proibizionismo non ha mai risolto le cose: ciò di cui ci sarebbe bisogno sarebbe una rivoluzione dell’immaginario che rappresenti le donne come individui, non come Altro ma come soggetti. Un cambiamento di mentalità può più di tutte le leggi del mondo.

Catharine MacKinnon sostiene:

Pornography, in the feminist view, is a form of forced sex, a practice of sexual politics, and institution of gender inequality.

Il femminismo rivendicava e rivendica la libertà di scelta e di autodeterminazione individuale. Se lei vuole censurare/proibire la pornografia, tradisce il femminismo, e lo fa anche pretendendo di esprimere un punto di vista universale, quando invece il movimento ha molte posizioni diverse e vive del confronto e dello scambio di opinioni. Come ho detto, sono d’accordo con lei sul fatto che la pornografia rafforzi le disuguaglianze esistenti tra i sessi, ma non posso condividere la sua posizione estremista secondo cui essa è anche “una forma di costrizione al sesso”.

A me la pornografia da’ fastidio, perciò mi limito a non guardarla, perché so che urterebbe la mia sensibilità vedere scene in cui le donne sono trattate con violenza. Ma, a parte i casi in cui ci sono donne costrette a girare quei filmati, le attrici pornografiche sono consenzienti e libere di decidere se continuare a “recitare” in questo tipo di film o abbandonare la professione, in generale, perciò non vedo come si possa parlare di costrizione. Per me ciò che importa non è quello che succede nel filmato, per quanto violento o degradante possa essere. Mi importa solo che ogni donna che ne ha girati sia stata consenziente e non costretta.

La pornografia violenta e degradante non dovrebbe esistere? Penso di sì, trovo disgustoso che ci siano persone che hanno bisogno di vedere una donna umiliata e sottomessa per eccitarsi. Tuttavia, essa esiste, e ci sono donne che accettano di “recitare” questo genere di ruoli, sono scelte che non condivido ma che devo rispettare, perché l’autodeterminazione e l’indipendenza per le donne significa anche questo. In una società ideale, non ci sarebbe alcun bisogno per le donne di fare una scelta del genere, ma non è proibendo la pornografia che costruiremo questa società ideale.

And as you think about the assumption of consent that follows women into pornography, look closely some time for the skinned knees, the bruises, the welts from the whippings, the scratches, the gashes. Many of them are not simulated. One relatively soft core pornography model said, “I knew the pose was right when it hurt.” It certainly seems important to the audiences that the events in the pornography be real. (Catharine MacKinnon)

Se le donne che lavorano nella pornografia hanno compiuto la loro scelta liberamente, credo che abbiano messo nel conto i “danni fisici”, così come un pompiere accetta di potersi bruciare in un incendio, così come un muratore accetta di poter cadere da un ponteggio, così come un pilota di moto accetta di poter restare vittima di un incidente, o per fare esempi meno drastici, così come un’atleta accetta di potersi slogare una caviglia allenandosi. Ogni lavoro comporta dei, per così dire, “danni collaterali”, di cui il lavoratore o la lavoratrice è consapevole nel momento in cui intraprende quella carriera.

Alla luce di quanto ho detto, non posso che restare della mia opinione iniziale, secondo cui, nonostante i suoi importanti contributi non solo al femminismo ma all’intera società, Catharine MacKinnon abbia preso una strada sbagliata nell’affrontare la pornografia e il sesso. La sua visione va combattuta, perché la sessualità è una componente importante dell’essere umano e non può venire negata; il sesso non è una questione di violenza, non è una questione di dominazione e sottomissione (anche il sadomasochismo si basa sul consenso da parte dei praticanti, ed è quindi una libera scelta) ma di reciproco interscambio e condivisione. Non è vero che le femministe odiano gli uomini o sono anti-sesso come l’affermazione della MacKinnon potrebbe far pensare! Il femminismo si è impegnato molto per la libertà sessuale delle donne, in modo che per loro il sesso non fosse solo assecondare i desideri degli uomini, ma anche ricercare il proprio piacere e sfatare i miti della contrapposizione “madonne/puttane”. Negli anni ’70 si è lottato per sdoganare la masturbazione femminile, il diritto per le donne di provare piacere (come dimostra l’articolo The Myth of the Vaginal Orgasm di Anne Koedt) e di vivere la loro sessualità in modo autonomo e non secondo criteri ideati dagli uomini (come la contrapposizione tra orgasmo clitorideo e orgasmo vaginale), e queste rivendicazioni continuano ancora oggi con le campagne a favore dell’informazione consapevole sulla contraccezione, tanto per fare un esempio, e con la lotta contro i pregiudizi ancora esistenti sulla sessualità femminile. Perché, ancora una volta, c’è bisogno di dire: “Non più puttane, non più madonne, ma solo donne”.