La mia solidarietà digitale: conoscenza libera e gratuita

E così, per me le lezioni sono finite. Il 18 dicembre, con l’ultimo incontro dell’ultimo laboratorio, in didattica a distanza, si è svolta l’ultima lezione dell’anno accademico 2020-2021 del corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali presso l’Università di Milano-Bicocca. In questo secondo semestre non mi resta che trovare un relatore o una relatrice e iniziare a scrivere la tesi, oltre che a studiare per gli ultimi esami che mi mancano, da dare a giugno. Nel mentre, sto continuando a svolgere la mia attività presso l’Ecomuseo Adda di Leonardo, un progetto che sto vedendo crescere e che mi regala tanta fatica e parecchie soddisfazioni in cambio dell’energia e della determinazione che ci riverso con amore e orgoglio. Il rinnovato tempo libero è anche un’opportunità per me di riscoprire ciò che mi è mancato durante il lockdown della primavera 2020: camminare nei boschi, andare in bici lungo il fiume, e assistere al risveglio della natura dopo un inverno che mi è sembrato al contempo senza fine e brevissimo, perché schiacciato fra impegni che mi hanno assorbita completamente, ma che sono soddisfatta di essere riuscita a portare a compimento.

Ma questo rinnovato tempo libero, che finalmente sento come realmente uno spazio di libertà, è anche uno spazio di opportunità: in questo anniversario del DPCM che ha dato avvio al lockdown sull’intero territorio italiano e che è stato per tutti una doccia gelida circa la realtà e la dimensione del problema Covid-19, non voglio ricordare solo l’impatto drammatico che ancora oggi stiamo tutti vivendo, anche se è inevitabile pensarci. Pensare al suono delle ambulanze sullo sfondo delle lezioni, all’uscire in una città deserta in un silenzio surreale, alle immagini dei mezzi dell’esercito nei viali di Bergamo, allo stringere la mano del mio compagno durante le conferenze stampa del presidente del consiglio Conte, sforzandomi di pensare che anche se non sarebbe andato tutto bene ne saremmo usciti, in qualche modo, sorridere di fronte alle lenzuola con gli arcobaleni, simboli che si estendono dallo spazio privato delle case verso lo spazio pubblico delle strade. Solidarietà è una parola che si è usata molto e che spero impareremo a praticare di più, ogni giorno, ricordando che la solidarietà è il primo modo che abbiamo per tamponare le ingiustizie, per esprimere i nostri doveri di cittadini, per fare la nostra parte. Non per niente la Costituzione afferma nitidamente che ognuna/o di noi è tenuto ai propri “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2) che non si esprimono solo nel pagare le tasse e rispettare le leggi, ma devono essere ridefiniti in termini di responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri – prenderci cura dell’ambiente, della salvaguardia delle istituzioni della società, delle persone più vulnerabili, delle nuove generazioni, di coloro che sono ai margini – attraverso l’impegno civico e la partecipazione
In questo momento sto esprimendo il mio impegno attraverso il mio lavoro nell’Ecomuseo: stiamo costruendo opportunità per il territorio, opportunità di sviluppo attraverso il turismo e la valorizzazione dei beni culturali, di riscoperta di un senso di appartenenza che ci unisce in una storia comune, di tessitura di relazioni e network per condividere e realizzare progetti e idee. Inoltre, con l’aiuto di mia madre sto continuando a perlustrare le strade che si estendono dal paese verso le campagne per raccogliere il vetro. Guanti da lavoro, bicicletta e borse della spesa, abbiamo raccolto più di 500 bottiglie di vetro e sacchi interi di lattine in alluminio, che saranno avviati al riciclo e contribuiranno a un circolo virtuoso invece di restare dispersi nell’ambiente. Questo lavoro non è glamour, ma quando si comincia a vedere l’estensione dello scempio che avvolge i nostri territori non si può smettere di vederla, e fare qualcosa al riguardo è alla portata di tutti. Non basta non buttare i propri rifiuti nell’ambiente per dire di aver fatto il proprio dovere di cittadina/o: occorre compiere quel passo in più in nome con impegno e responsabilità.

Un altro modo in cui possiamo nutrire la nostra consapevolezza civica è quello di cogliere le opportunità di apprendimento che ci vengono messe a disposizione dall’estensione degli strumenti digitali inaugurata con la pandemia. È un risultato positivo che la ridefinizione dei modi di vivere gli eventi culturali dovuta alla pandemia abbia reso più accessibili iniziative e contenuti che altrimenti sarebbero stati riservati a coloro che potevano fruirli di persona. L’accessibilità della conoscenza è una tematica importante di questi tempi, perché dobbiamo essere consapevoli dei divari che attraversano la nostra società, generando ingiustizie e impedendo a tutti di fruire delle stesse opportunità. Pensiamo ad alcuni privilegi di cui spesso ci dimentichiamo: il privilegio di avere accesso a Internet e di saper usare il computer, che ci permette di accedere ad alcuni bonus e misure di sostegno economico che ad altre/i cittadine/i sono negate, come il Bonus Mobilità o il cashback tramite l’app Io; il privilegio di avere la cittadinanza italiana e quindi dei documenti che sono quelli di default e ci permettono di portare a termine delle procedure burocratiche senza attriti e di avere accesso a opportunità che ad altri sono precluse (due esempi vicini a me: ai programmi di stage del Ministero degli Esteri non possono accedere studenti e studentesse privi di cittadinanza italiana, anche se hanno un’altra cittadinanza europea; se il permesso di soggiorno è scaduto/in corso di rinnovo, gli studenti e le studentesse extracomunitari/e non possono ottenere la registrazione dei loro voti d’esame sul libretto). Per molte/i di noi, un privilegio è sapere l’inglese, e quindi avere accesso a un universo di libri, risorse, corsi, seminari, eventi, fumetti, serie TV e film che non sono ancora stati tradotti in italiano e forse non lo saranno mai. 

Vorrei invitarvi, lettori e lettrici di questo piccolo spazio, ad esplorare alcune opportunità fruibili attraverso i mezzi digitali di cui sono venuta a conoscenza e che penso siano utili e interessanti, perciò pubblico una lista di segnalazioni, alcune in italiano e altre i inglese. Un piccolo passo verso la condivisione solidale di idee che secondo me meritano di essere diffuse e rilanciate. Il titolo del post riprende l’iniziativa Solidarietà Digitale promossa dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) nella primavera del 2020, durante il primo lockdown, in cui tutta una serie di risorse sono state messe a disposizione di tutte/i gratuitamente da varie aziende per aiutare i cittadini a coltivare abilità, accrescere la propria formazione e trascorrere il tempo della costrizione con qualcosa in più a disposizione. 

  • Il percorso BBetween Civic Engagement – DeplastificAzione dell’Università di Milano-Bicocca è un corso online sul tema dell’impatto dell’inquinamento da plastica sugli ambienti marini, accessibile a tutte/i coloro che hanno un account Microsoft (@outlook, @hotmail) oppure Google (@gmail), oltre agli account universitari (Idem/EduGain). Si può ottenere, alla fine del percorso, un open badge che certifica l’acquisizione delle competenze sul tema, che può essere inserito nel proprio CV.
  • L’Università di Yale ha dei corsi online ad accesso libero, fra cui segnalo quello su African American History: from Emancipation to the Present per conoscere meglio le questioni razziali negli Stati Uniti. Il corso è solo in inglese, ma per chi ne ha la possibilità penso sia importante conoscere meglio questa tematica, perché educazione e consapevolezza sono sempre i primi passi per cambiare noi stessi e lavorare per cambiare il mondo. In ogni caso, ci sono anche tantissimi altri corsi gratuiti con argomenti che spaziano dalla chimica organica ai mercati finanziari, dall’architettura dell’antica Roma al Don Chisciotte, dalla storia del capitalismo all’Antico Testamento. Altri corsi ancora curati da Yale sono disponibili su Coursera, gratuitamente, registrandosi al sito. 
  • La casa editrice Settenove è una stella luminosa per quanto riguarda libri senza stereotipi per bambine e bambini e formazione su questioni di genere. Se avete la possibilità di sostenerla acquistando uno dei loro libri, fatelo. Se invece in questo momento vi è difficile supportare cause, lo capisco: è un periodo difficile. Ci sono anche dei materiali didattici scaricabili gratuitamente
  • Molti incontri, seminari e conferenze che in passato si sono svolti in presenza, in questo contesto si sono svolti online e sono quindi accessibili anche dopo la conclusione dell’evento. In particolare ho trovato molto interessante questo dibattito tra Elsa Fornero e Marta Fana, economiste, sul tema delle disuguaglianze economiche e di opportunità che attraversano la nostra società. 
  • Il documentario di Ken Loach (in inglese sottotitolato in italiano) The Spirit of ’45, che racconta la storia della nascita del Welfare State nel Regno Unito, è incredibilmente intenso e attuale nel nostro contesto in cui è apparso in tutta la sua evidenza il fatto che tenere i sistemi di welfare operativi al minimo indispensabile in circostanze “normali” ci rende del tutto impreparati ad affrontare circostanze impreviste.
  • In occasione dell’otto marzo numerosi seminari e tavole di discussione virtuali sulle questioni di genere offrono opportunità di riflettere e approfondire numerosi aspetti della persistente diseguaglianza strutturale fra uomini e donne nella nostra società. Fra quelli che conosco, vi segnalo Donne e lavoro di cura durante la pandemia e Uguaglianze e differenze: perché lottare per la parità di genere?, organizzati dall’Università di Milano-Bicocca. I seminari online hanno il grande pregio di poter essere ascoltati come podcast mentre si lavora, e offrono riflessioni dense e stimolanti con cui occupare un paio d’ore per assorbire idee e spunti. 
  • Per chi è a proprio agio con i contenuti in inglese ed è interessato al campo della personal finance, ovvero del prendersi cura dei propri soldi imparando a spendere meno e spendere meglio, costruendo uno stile di vita solido e che rispecchia i nostri obiettivi e progetti, Clever Girl Finance offre una serie di corsi gratuiti accessibili registrandosi al sito. Se alcuni contenuti sono applicabili solo al contesto americano, altri sono validi spunti per riflettere sulla propria situazione e su come migliorarla a prescindere dal contesto. Sullo stesso tema, Her first 100k ha un webinar su come dare un taglio agli acquisti d’impulso e maturare consapevolezza sui soldi che spendiamo, rivolto in particolare alle giovani donne (categoria di cui anch’io faccio parte e che uso con orgoglio).
  • Grazie al blog di Paolo Attivissimo ho scoperto l’esistenza di un programma dedicato alle fake news e ad altri problemi dell’informazione, di cui alcuni episodi sono disponibili gratuitamente online per poterli vedere anche al di fuori dell’orario di messa in onda: Fake – la fabbrica delle notizie. Non l’ho ancora visto, ma ho in programma di recuperarlo appena possibile.
  • Per chi legge in inglese, l’Università della California ha una serie di volumi scaricabili gratuitamente ad accesso libero che contengono ricerche su argomenti molto diversi. Se state cercando una lettura impegnata ma stimolante, provate a vedere se c’è qualcosa che vi ispira. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) ha una biblioteca digitale di pubblicazioni gratuite dove potete trovare report ma anche brevi saggi di una serie intitolata “Big Ideas” con contributi di ospiti fra cui Jeremy Rifkin, Massimo Bottura e Bebe Vio.
  • Google offre una serie di corsi gratis su temi come il marketing digitale e l’avviare un’attività di commercio online, ma sulla piattaforma ci sono anche corsi correlati su argomenti come parlare in pubblico, costruire una narrazione efficace per le proprie idee e cercare lavoro online. Non è proprio il genere di argomenti che interessa a me, ma credo che possano essere utili per chi vuole magari rafforzare le proprie competenze in ambito digitale per il proprio curriculum. Di questi tempi, non guasta mai.
  • Una nuova generazione di ragazze sta lavorando all’intersezione fra educazione finanziaria e femminismo, lavorando per offrire gli strumenti per costruirsi una propria stabilità economica – anche quando il futuro è incerto, le carriere precarie, i guadagni magri, ed è difficile sentirsi adulte/i – e al contempo riconoscendo che le ingiustizie sistemiche plasmano il campo di gioco in cui tutte/i noi dobbiamo fare le nostre scelte. Ingiustizie generazionali, legate al genere, all’etnia, all’interno delle quali il compito di costruire il nostro futuro non può essere sminuito dalla retorica delle opportunità e del merito, ma deve partire da scelte consapevoli e da uno sguardo ampio, sistemico. Per chi se la cava con l’inglese, potete seguire conversazioni stimolanti e ispiratrici come questo dialogo fra Kara Perez di We Bravely Go e Lauren McGoodwin di Career Contessa sul costruire una carriera oppure questa potente e magnifica tavola rotonda sulle ineguaglianze, questo workshop su come negoziare un aumento di stipendio, oppure ancora quest’altra tavola rotonda su come costruire il proprio budget. Ascoltare voci diverse e poco note è un’occasione per imparare cose nuove che non avremmo probabilmente occasione di scoprire altrove, ed è importante ricordare che non sono solo le voci delle donne ai vertici a rappresentare “quelle che ce l’hanno fatta”, ma anche chi sta costruendo nuove strade. Queste donne emanano una forza che trovo magnifica, la forza quieta della competenza sorretta dal desiderio di costruire cambiamento attraverso l’empowerment e la consapevolezza. 
  • Questo blog non promuove nessuna azienda, né tantomeno è sponsorizzato da qualcuno (chi pagherebbe per avere visibilità su uno spazio così piccolo, che si occupa di tematiche così di nicchia?), perciò tutte le segnalazioni che trovate sono qui perché ritengo sinceramente che siano interessanti e di valore come occasioni per imparare qualcosa. Per cui vi segnalo un ciclo di webinar del Banco BPM sul tema della relazione fra donne e denaro, di cui ho appena seguito l’episodio di oggi, dedicato agli investimenti nell’economia sostenibile, che è stato davvero stimolante, soprattutto in relazione al ripensare il paradigma della crescita, pensando invece in termini di bisogni e ricordando che le risorse ambientali rappresentano il contesto e il limite entro cui si colloca il nostro agire.
  • Come avrete notato, questo post riflette anche il mio interesse crescente per la personal finance (in italiano diremmo economia domestica?), il quale a sua volta rispecchia il mio desiderio di prepararmi alla vita da adulta avendo tutte le risorse possibili per costruire la mia indipendenza economica. Sono sempre stata una persona frugale, perché i miei genitori mi hanno educata a una forte sensibilità ambientale, al risparmio e a rifiutare il superfluo, ma mi rendo conto che tradurre in pratica una mentalità richiede strumenti e conoscenze che non sono scontati, ma per fortuna là fuori ci sono molte risorse per acquisirli e approcciarsi alla gestione dei propri soldi con consapevolezza e intenzionalità. Purtroppo molte di queste risorse sono in inglese e quindi c’è ancora un problema di accessibilità, ma almeno per chi mastica la lingua possono essere un ottimo punto d’inizio, e se conoscete risorse sul tema in italiano, fatemi sapere. Intanto, vi segnalo una serie di corsi gratuiti offerti da TheSkimm.
  • Le molestie nei luoghi pubblici sono un’esperienza che accomuna quasi tutte le donne e non pochi uomini, lasciando tracce emotive che accrescono il senso di vulnerabilità in presenza di estranei, impedendoci di vivere lo spazio pubblico come uno spazio che ci appartiene, dove possiamo esistere libere e fiere, dove possiamo lasciare il segno con la nostra presenza ergendoci con la forza della nostra voce, del nostro occupare spazio. Possiamo emanare forza solo quando ci sentiamo stabili e al sicuro, e infatti le molestie esistono per creare un clima di insicurezza che impedisce alle donne di appropriarsi simbolicamente dello spazio pubblico, ma obbliga a reazioni difensive come il chiudersi in sé stesse, occupare meno spazio possibile, cercare di essere invisibili. I molestatori “agiscono il patriarcato” esprimendo il loro senso di entitlement al corpo femminile in pubblico. Stand Up! è un progetto nato a partire da Hollaback! per fare formazione su come combattere le molestie quando si è spettatori o vittime di azioni indesiderate in modo semplice e sicuro, senza esporci né al rischio di creare un’escalation della situazione, né a quello di fare figuracce di fronte a una situazione che abbiamo frainteso. E comunque, lo dico a me stessa per prima, il timore di fare figuracce non dovrebbe dissuaderci di fronte alla possibilità di aiutare un’altra persona in una situazione difficile! Per prenotare un posto per seguire il webinar di formazione, andate qui: la formazione dura un’ora ed è davvero per tutte/i. 

Questo post è un lavoro in corso che sarà aggiornato con nuove segnalazioni man mano che mi capitano sottomano. Avete segnalazioni e risorse da condividere? Ho riattivato i commenti! Sentitevi libere/i di contribuire a scambiare materiali, e grazie. 

La cura degli anziani è terrificante, ed è ora di dirlo

AGGIORNAMENTO (1/10/2019): Questa notte, mia nonna è morta – serenamente, per fortuna – nel sonno per un’insufficienza respiratoria. Questo non cambia la validità di quello che ho scritto, se non nel fatto che ora viene a mancare la continuità nel tempo dell’impegno che mi ero assunta, e per l’amara ironia del fatto che questa vicenda durata anni si conclude pochi giorni dopo il momento in cui mi sono decisa a scriverne. I miei sentimenti, e ciò che ho tratto da questa esperienza, restano immutati. Tuttavia, non voglio che questo post equivalga a ricordare nonna solo per questa straziante esperienza con la sua non autosufficienza. Di lei mi resterà molto di più, ma se la memoria è personale, questo scritto resta a tracciare un filo fra personale e collettivo. Non fatemi condoglianze: se leggete questo scritto, saprete che considero la morte come un sollievo e una liberazione, di fronte all’angoscia del decadimento contro cui non c’è nulla da fare. Grazie.

La lunga pausa che sto prendendo da questo blog non è dovuta alla mancanza di argomenti di cui scrivere, ma all’assunzione di nuove responsabilità che ho dovuto compiere e che, ovviamente, riducono il tempo a mia disposizione. Oggi sono qui per parlare di una di queste responsabilità perché ritengo che sia importante aprire un argomento difficile, delicato e oggetto di fin troppa rimozione da parte di una società che sta ancora fingendo che l’invecchiamento demografico sia un problema solo di carattere sanitario, da una parte, e risolvibile convincendo le donne (ma solo quelle italiane, eh!) a fare più figli sul lungo periodo. Quindi, voglio partire dalla mia esperienza per creare, nel mio piccolo spazio, una conversazione sulle implicazioni per i familiari della cura di una persona anziana non più autosufficiente.

Partiamo dal principio. I miei nonni paterni hanno avuto due figli maschi, mio padre e mio zio. Il mio ramo della famiglia vive nella cittadina confinante rispetto ai nonni, mentre il ramo di mio zio vive qualche provincia più in là per ragioni legate al lavoro. Questo ha implicato fin dall’inizio che, nel momento in cui le condizioni di salute dei nonni hanno iniziato a peggiorare, le responsabilità di preoccuparsi dei problemi quotidiani siano ricadute su mia madre (per una serie di screzi familiari, mio padre non ha voluto avere rapporti con i suoi genitori sin da quando erano in buona salute, e non ha rinunciato a questa posizione nemmeno in seguito), mentre le responsabilità di carattere burocratico sono state in capo a mio zio. Questo è avvenuto più di quattro anni fa, e poiché tutti gli adulti della famiglia ovviamente lavoravano, la cura fisica dei miei nonni è stata demandata a una badante. Inizialmente, i problemi che ritenevamo più significativi erano quelli legati al declino cognitivo di mio nonno, che soffriva di demenza senile e aveva carenze nella memoria, inclusa la capacità di orientarsi, sempre più preoccupanti che ci hanno costretto a restringere la sua libertà di movimento: abbiamo dovuto portargli via la batteria dall’auto, per esempio. Nonno ha attraversato una fase in cui viveva le restrizioni e il fatto che gli venisse detto continuamente quello che doveva fare con rabbia e aggressività, dal momento che non era consapevole di avere delle perdite di memoria. Nel 2015 mia nonna è stata ricoverata per un tumore al seno che ha comportato la completa rimozione di uno dei seni, in un momento in cui soffriva già di depressione, sicuramente aggravata dal fatto di trascorrere le sue giornate, sempre più debole fisicamente, dovendo sopportare costantemente una persona che le chiedeva sempre le stesse cose.

Lo ammetto: a causa degli impegni di tutti, abbiamo potuto essere molto poco presenti e abbiamo sottovalutato la situazione di cui avevamo una visione parziale, di soli frammenti. Il tentativo di lasciare a nonna dei margini di autonomia nella gestione della situazione, soprattutto sul piano finanziario, ha avuto esiti disastrosi e le sue condizioni di salute, senza nessun incoraggiamento ad andare avanti, bloccata in una situazione che detestava con un odio amaro e feroce, sono peggiorate per un puro rifiuto di trovare una motivazione per lottare e resistere. A quel tempo ero convinta – con un misto di ingenuità e cinismo – che le cose sarebbero migliorate se nonno fosse morto. Credevo che nonna, rimanendo da sola con, tutto sommato, abbastanza lucidità, avrebbe potuto vivere il resto della sua vecchiaia in modo sereno. Speravo anche di non dover vedere gli esiti del declino cognitivo del nonno: mia madre mi aveva raccontato l’incubo degli ultimi di vita di sua madre, malata di Alzheimer, che passava ore intere a emettere urla inarticolate mentre il cervello perdeva il controllo sulle varie funzioni vitali. Non ho problemi ad ammettere che l’idea di una persona in queste condizioni mi terrorizza e che mi auguravo di non dover mai vedere nonno scivolare in questo stato. Per una persona come me per cui la razionalità è uno dei valori e delle basi non solo della mia identità ma della definizione stessa di essere umano, l’idea che io o una delle persone a me care possano concludere la loro esistenza con mesi di agonia, spogliati dal tempo di tutto ciò che ci rende noi stessi, incapaci di controllare le nostre funzioni corporee, mi riempie di paura e tristezza. Credo che le persone debbano poter scegliere il modo di concludere le loro esistenze, come del resto credo in ogni atto di affermazione della sovranità sul proprio corpo e del diritto all’autonomia corporea. Non osate dirmi che non posso sapere cosa vorrei o non vorrei qualora fossi in quella situazione: in primo luogo, questo non cancella l’esistenza del diritto a scegliere, e in secondo luogo, perché la mia scelta dovrebbe avere più valore se fatta in un contesto di sofferenza e declino, piuttosto che con la lucidità di chi ha visto un’esperienza orribile accadere a una persona cara quando era pienamente in grado di comprenderla?

Abbiamo vissuto tre anni in cui ci siamo illusi che le cose sarebbero state più o meno lineari e controllabili. Non che non vedessimo il controllo di nonna sulla situazione allentarsi e il suo corpo indebolirsi progressivamente, insieme alle sue capacità e alle sue forze mentali. Ma, di fatto, che cosa avremmo potuto fare? Qualcuno crede davvero possibile che uno qualsiasi degli adulti della famiglia avrebbe potuto abbandonare il proprio lavoro e le responsabilità concrete della gestione di una casa e dei figli per dedicarsi all’assistenza a tempo pieno dei nonni? Nemmeno io me la sarei sentita di abbandonare i miei studi per un tempo indefinibile, se anche avessi sentito di avere la forza e le capacità per prendermi cura di loro. Una parte di infinita tristezza di queste situazioni è che la vita DEVE andare avanti, che nessuno di noi ha la possibilità di sospendere la costruzione del proprio percorso, che si tratti di studio o di lavoro, sacrificandoli alla cura. Non esistono alternative praticabili al ricorso alle badanti, per le persone che non hanno la possibilità di accedere alle ampiamente insufficienti e quindi costose strutture di ricovero.

Mentre la situazione peggiorava senza che noi potessimo comprenderne la portata, io e mia madre abbiamo continuato a fare visita ai nonni tutte le settimane e, nel caso di mia madre, a seguire tutto ciò che riguardava i problemi di ordine sanitario. Gli incidenti non sono mancati, nel corso di questi tre anni: mi è perfino difficile ricostruire quando le cose sono successe, tanto la percezione dello scorrere del tempo in relazione ai miei nonni mi sembra avvolta da una lentezza appiccicosa dove tutto si confonde. E non perché non mi stiano a cuore. Comunque, fra tutto quello che è successo e che è rimasto ai margini della mia vita mentre io attraversavo gli anni della laurea triennale, ricordo che nonna ha avuto la polmonite e ha subito un lungo ricovero ospedaliero al termine del quale la sua capacità respiratoria è stata indebolita al punto da avere bisogno ininterrotto dell’ossigeno; ricordo una brutta caduta in bicicletta di mio nonno su una strada provinciale e l’urgenza nella voce di mia madre quando mi ha chiamata per dirmi che sarebbe rimasta in ospedale con lui per tutta la notte – ricordo benissimo anche quanto fosse distrutta per la fatica e piena di frustrazione dopo quella notte, perché assistere le persone che soffrono per tutte le problematiche legate al declino cognitivo non è solo sfibrante sul piano mentale e fisico, ma è anche estremamente pesante sul piano emotivo e questi sentimenti di stanchezza, frustrazione, insofferenza non possono essere espressi perché la persona che li causa non è consapevole del suo problema e non li capirebbe. Imbottigliare la propria frustrazione è l’unica strada praticabile, ma è una strada logorante per la persona che presta il lavoro di cura, e la nostra società deve riconoscere questo prezzo invece di accrescerlo con le aspettative che la cura sia semplicemente svolta perché è la cosa giusta da fare e perché qualcuno deve pur assumersi questi compiti. Riconoscere che la cura è un fardello e aprire una conversazione in direzione di un’assunzione collettiva di responsabilità per condividere questo fardello è necessario e urgente. Le necessità di cura degli anziani sono solo destinate ad aumentare e lo Stato sta compiendo un’ingiustizia nei confronti dei suoi cittadini e soprattutto delle sue cittadine relegando il problema alla sfera privata e quindi alle famiglie.

Nel novembre dell’anno scorso mio nonno è morto. La notizia ci ha investiti tutti come un pugno in faccia, ma nel tempo che ho avuto per rifletterci mi sono resa conto che è stata una morte serena: un arresto cardiaco lo ha colpito dopo che, durante la notte, aveva deciso di fare un bagno caldo. Il medico legale ci ha detto che la morte è sopraggiunta prima che l’acqua potesse scaldarsi al punto da causargli dolore. L’idea che una persona cara possa morire in un istante immersa nell’acqua tiepida è tutto sommato confortante. Purtroppo, da allora le cose sono solo peggiorate per nonna: credevamo che avrebbe avuto più respiro e più serenità senza la sua presenza, ma abbiamo dovuto riconoscere che il suo declino fisico e cognitivo aveva raggiunto un punto di non ritorno e che la sua volontà di lottare era ormai interamente spenta. I miei zii hanno avviato le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità da parte dell’INPS, che è arrivato nelle scorse settimane. Ho dovuto assumermi il ruolo, che prima era stato di mia madre, della gestione della burocrazia sanitaria (come le esenzioni dal ticket o la richiesta di una sedia a rotelle) e di fare da tramite con i miei zii. Questa esperienza mi sta aiutando a capire la vastità e la complessità degli oneri, anche solo in termini burocratici, che discendono dalla non autosufficienza di una persona, e naturalmente questo non include il resto della burocrazia che nonna non è più in grado di gestire da sola, come la dichiarazione dei redditi o il pagamento delle bollette. Sono tutte funzioni indispensabili per la vita quotidiana nella nostra società, e sono tutte funzioni di cui qualcuno deve assumersi il peso nel momento in cui una persona anziana perde le capacità di svolgerle.

Ma non starei scrivendo un post di questa lunghezza se la mia assunzione di responsabilità in prima persona si limitasse a seguire delle pratiche, per quanto complesse. La situazione è divenuta ancora più urgente e gravosa perché negli ultimi giorni mia nonna è peggiorata, in termini di fiacchezza e decadimento, al punto che la badante non riesce più a sollevarla dal letto e portarla fino alla poltrona, perciò ora è completamente bloccata a letto. L’aggravamento delle sue condizioni ci ha posto il problema delle ore libere pomeridiane della badante, che lasciano nonna da sola per entrambi i pomeriggi del weekend. Data l’impossibilità di coprire questi orari da parte degli adulti della mia famiglia, ho deciso di occuparmi io di assistere nonna in questi pomeriggi. Ieri ho trascorso il primo ‘turno’ con lei. Sono state le quattro ore più lunghe della mia vita, e non è un’iperbole. Solo ieri mi sono resa conto di quanto angoscianti siano le condizioni di mia nonna e ho dovuto confrontarmi in prima persona con il decadimento. Nonna, oltre a essere bloccata a letto e a non essere più in grado di andare in bagno da sola, non è più in grado di bere da un bicchiere, ma solo di assorbire lentamente l’acqua con una cannuccia. Le sue capacità di esprimersi sono ridotte a poche parole rantolanti, e se credete che non abbia un carico di dolore aggiuntivo vedere una persona con cui sono cresciuta ridotta alla completa impotenza, a sollevare appena una mano sforzandosi di articolare la parola ‘acqua’ mentre cerco di decifrare di cosa potrebbe avere bisogno nei suoi occhi sbarrati, significa che non avete empatia. Ma la parte peggiore è nei suoi rantoli. Nonna trascorre tutto il tempo in cui è sveglia emettendo rantoli involontari, con un suono rauco, ruvido, arido, come un “Aahhhrr-Aahhhrr-Aahhhrr”. La badante mi ha spiegato che nonna passa notti intere a emettere questo suono, e l’unico rimedio che i medici hanno saputo indicarci sono le gocce di benzodiazepine. Non ho parole per descrivere l’angoscia di una situazione di cui sappiamo che l’unica via d’uscita è la morte. Non ho parole per descrivere l’angoscia di guardarla emettere questi rantoli, dimenticandosi perfino di stringere la labbra sulla cannuccia che le porgo, e il modo in cui mi trema nel doverle dire, con il tono più fermo e secco che riesco a fare, che deve mandare giù l’acqua. Non ho parole per descrivere l’imbarazzo di doverle imboccare la purea di frutta, per metà cercando di imporle di mangiarla e per metà pregandola di farlo, ricordandole a ogni boccone di deglutirla, mentre lei si dimentica di stare mangiando e ricomincia con quegli strazianti rantoli.

Per me questo è solo l’inizio. Ma ho voluto scrivere tutto questo adesso perché spero, da una parte, di non abituarmi mai, perché non voglio dimenticare l’intensità di queste emozioni conflittuali, e perché voglio condividere il peso di una scelta che ho fatto perché la ritengo giusta. Ma il fatto che una cosa sia giusta non significa che non sia un peso, che non abbia un prezzo. Stiamo cercando, come società, di non vedere questo prezzo facendolo pagare a donne in condizioni più svantaggiate a cui non diamo neanche il riconoscimento della difficoltà delle loro esperienze. La svalutazione sociale del lavoro di cura e il rifiuto di vedere le necessità crescenti di cura derivanti dall’invecchiamento della popolazione sono un intreccio tossico e silenzioso in cui molte persone sono avvinte. La cura degli anziani è spaventosa, implica confrontarsi con ciò che sta alla fine della vita, ma prima della morte, una zona di rimosso collettivo. Dovremmo dare valore a chi lavora su un terreno così delicato e dove la maggior parte di noi non vuole avventurarsi, invece questo lavoro è svilito e lo Stato rifiuta di farne una questione di responsabilità collettiva.

Ma non ho voluto scrivere questo solo per fare della mia esperienza la base per un discorso sulla cura e sul welfare come temi di una discorso macro-sociale. Ci sono altri aspetti della questione che mi stanno a cuore, e mi riprometto di affrontarli in futuro. Nel frattempo, questo spazio è a disposizione di tutti voi per condividere le vostre esperienze.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 20)

Ci troviamo vicini alla conclusione di questa serie di post di analisi e commento de Il dominio maschile di Pierre Bourdieu. Nella puntata precedente, la diciannovesima, abbiamo discusso il ruolo delle donne nella produzione del capitale simbolico attraverso cui si articolano le distinzioni di classe sociale, ruolo che discende dalle caratteristiche attribuite dalla società al genere femminile, fra cui l’attenzione all’estetica che deriva dall’essere costruite come oggetti dello sguardo piuttosto che come agenti dotati del potere di definire, perché, come abbiamo argomentato per tutto il libro, le categorie con cui pensiamo sono impregnate di androcentrismo e la stessa nozione di femminilità è costruita in un contesto androcentrico e patriarcale. Bourdieu ha affermato quindi che le donne che “trafficano in femminilità”, lavorando in industrie come quella della moda, della cosmesi, della cura di sé, dei programmi e delle riviste femminili, sono al contempo riproduttrici e consumatrici di questa nozione e traggono la loro emancipazione dal perpetuare una nozione di femminilità tradizionale e stereotipica. Il paragrafo che affrontiamo oggi è intitolato La forza della struttura ed è una sorta di conclusione a quanto l’autore ha sostenuto – e dimostrato – nelle 120 pagine precedenti.

Bourdieu scrive, dunque, che “una visione autenticamente relazionale del rapporto di dominio tra gli uomini e le donne, quale si stabilisce nell’insieme degli spazi e dei sottospazi sociali […] fa crollare l’immagine fantasmatica di un ‘eterno femminino’, ma solo per far meglio apparire la costanza strutturale del rapporto di dominio […], che si mantiene al di là delle differenze sostanziali di condizione legate ai momenti della storia e alle posizioni nello spazio sociale. E questa constatazione della costanza trans-storica del rapporto di dominio maschile […] costringe a rovesciare la problematica consueta, fondata sulla rilevanza dei cambiamenti più visibili nella condizione delle donne. Essa induce infatti a porre il problema […] del lavoro storico […] necessario per sottrarre il dominio maschile alla storia sia dei meccanismi sia delle azioni storiche responsabili della sua apparente destoricizzazione e che qualsiasi politica di trasformazione storica deve conoscere”. Occorre quindi adottare una visione relazionale del genere, considerando il genere come un prodotto del rapporto fra uomini e donne in ogni momento storico e in ogni cultura e come una struttura sociale che agisce sulle identità maschili e femminili. Bourdieu aggiunge: “i generi, lungi dall’essere semplici ‘ruoli’ assumibili con un semplice atto di volontà […] sono inscritti nei corpi e in un universo da cui traggono la loro forza. È l’ordine dei generi che fonda l’efficacia performativa delle parole […] ed è lo stesso ordine che resiste alle ridefinizioni falsamente rivoluzionarie del volontarismo sovversivo”. Qui Bourdieu critica la teoria queer, per cui sarebbe possibile costruire identità al di là del genere o fluide rispetto al genere: per lo scienziato francese, questo è impossibile, perché l’ordine di genere è una struttura sociale che si impone su di noi a prescindere dal posizionamento che noi cerchiamo di adottare rispetto ad essa, e qualsiasi posizionamento scegliamo non andrà a intaccare l’esistenza della struttura, esattamente come l’esistenza di eccezioni non indebolisce la regola.

Bourdieu continua: “ci siamo qui sforzati di riportare l’inconscio che governa i rapporti […] tra i sessi […] anche alla sua filogenesi collettiva, cioè alla lunga storia in parte immobile dell’inconscio androcentrico”. Qui Bourdieu sta facendo ricorso a una metafora che si riferisce alla cosiddetta ‘legge biogenetica fondamentale’ enunciata da Haeckel, secondo cui “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”. L’ontogenesi è lo sviluppo individuale (nella legge di Haeckel, quello dell’embrione, nella metafora di Bourdieu, i rapporti tra uomini e donne intesi come singole persone) mentre la filogenesi è lo sviluppo evolutivo della specie (nella legge di Haeckel, delle specie biologiche attraverso l’evoluzione darwiniana, nella metafora di Bourdieu, dei generi intesi come costruzioni sociali operanti dall’alba del patriarcato). Per rigore scientifico, devo aggiungere che nella comunità di biologi e zoologi la legge di Haeckel è stata messa in discussione e la sua validità non è più riconosciuta in modo universale, ma questo dibattito non ci riguarda (e non ho le conoscenze per affrontarlo), e a noi serviva saperlo solo perché Bourdieu ha deciso di ricorrere a una metafora tecnica per spiegarsi. Comunque, il nostro autore prosegue: “La sessualità quale noi l’intendiamo è effettivamente un’invenzione storica […] che si è andata operando a mano a mano che si realizzava il processo di differenziazione dei diversi campi, e delle loro logiche specifiche. Per questo è stato in primo luogo necessario che il principio di divisione sessuato […] che costituiva l’opposizione fondamentale della ragione mitica cessasse di applicarsi a tutto l’ordine del mondo […]: la costituzione in un ambito separato delle pratiche e dei discorsi legati al sesso è in effetti inseparabile dalla dissociazione progressiva della ragione mitica […] e della ragione logica […]. E l’emergenza della sessualità come tale è indissociabile anche dall’apparire di un insieme di campi e di agenti in concorrenza per il monopolio della definizione legittima delle pratiche e dei discorsi sessuali […] e capaci di imporre tale definizione nelle pratiche, in particolare attraverso la famiglia e la visione familiarista. Gli schemi dell’inconscio sessuato [sono] strutture storiche, e altamente differenziate, nate da uno spazio sociale anch’esso altamente differenziato, strutture che si riproducono attraverso le acquisizioni legate all’esperienza che gli agenti fanno delle strutture di tali spazi. […] Le opposizioni inscritte nella struttura sociale dei campi servono da supporto a strutture cognitive, a tassonomie pratiche, spesso registrate in sistemi di aggettivi che permettono di produrre giudizi etici, estetici e cognitivi”. Più oltre, Bourdieu chiarisce: “Nel campo del potere […] l’opposizione, profondamente marcata nell’oggettività delle pratiche e delle proprietà, riguarda padroni e notabili dell’industria e del commercio da una parte e intellettuali dall’altra, e risulta inscritta anche nei cervelli, sotto forma di tassonomie esplicite o implicite, per le quali l’intellettuale è, agli occhi del ‘borghese’, un essere dotato di proprietà tutte situate dalla parte del femminile […] come emerge chiaramente in quelle situazioni nelle quali i dominanti temporalmente si mettono a dar lezioni all’intellettuale o all’artista e, come tanto spesso gli uomini fanno con le donne, a ‘spiegar loro la vita’”. Ciò che Bourdieu afferma qui è che gli stereotipi che abbiamo delle varie categorie sociali sono legati al fatto che esse siano percepite come legate a qualità maschili (il senso pratico, la razionalità, la forza…) o femminili (lo spirito creativo, la riflessività…) in quanto legate a un ruolo maschile (la produzione, ad esempio) o femminile. In altre parole, i borghesi possono ritenere inutile e astratto ciò che un intellettuale fa per la società perché nella loro categorizzazione mentale questa professione è associata al femminile, un’ulteriore riprova che la divisione fondamentale attraverso cui la società e il modo in cui la pensiamo sono ordinati (in modo inevitabilmente gerarchico) è quella fra maschile e femminile.

Bourdieu prosegue affermando che “la sociologia genetica dell’inconscio sessuale trova il suo prolungamento logico nell’analisi delle strutture degli universi sociali in cui questo inconscio si radica e si riproduce, che si tratti delle divisioni incorporate sotto forma di principi di divisione o delle divisioni oggettive che si stabiliscono tra le posizioni sociali”. Più oltre, l’autore avverte: “è solo a condizione di tenere unita la totalità dei luoghi e delle forme in cui si esercita questa specie di dominio – che ha la particolarità di poter agire […] in tutti gli spazi sociali, dai più ristretti, come le famiglie, sino ai più vasti – che si possono cogliere le costanti della sua struttura e i meccanismi del suo riprodursi. I cambiamenti visibili che hanno investito la condizione femminile mascherano una permanenza di strutture invisibili, che può essere portata alla luce solo da un pensiero relazionale capace di mettere in rapporto l’economia domestica, quindi la divisione del lavoro e dei poteri che la caratterizza, con i diversi settori del mercato del lavoro (i campi) in cui gli uomini e le donne sono impegnati”. Bourdieu nota anche che “le donne salite a posizioni di grande responsabilità […] ‘pagano’ in qualche modo il loro successo professionale con un minor ‘successo’ nell’ordine domestico […] e nell’economia dei beni simbolici o […] che il successo sul piano domestico ha spesso come contropartita una rinuncia parziale o totale alla piena realizzazione professionale – in particolare attraverso l’accettazione di quelle ‘agevolazioni’, tempo parziale o altre forme di riduzione d’orario, che vengono concesse alle donne solo perché le escludono dalla corsa al potere. È infatti a condizione di tener conto dei vincoli che la struttura dello spazio domestico […] impone alla struttura dello spazio professionale […] che si può capire l’omologia tra le strutture delle posizioni maschili e quelle delle posizioni femminili nei diversi spazi sociali, […] che tende a mantenersi anche quando i termini non cessano di mutare contenuto sostanziale”.

In relazione alla questione di classe sollevata nella puntata precedente, Bourdieu aggiunge: “lo stesso rapporto di dominio può riscontrarsi, sotto forme diverse, nelle condizioni femminili più disparate”. Infatti, “Il possesso di un forte capitale culturale non è di per sé sufficiente a dare accesso a condizioni di autentica autonomia economica e culturale nei confronti degli uomini. […] in una coppia nella quale l’uomo guadagna molto danaro, il lavoro della donna si presenta come un privilegio elettivo da giustificare con un supplemento di attività e di successo [e comunque] l’indipendenza economica, condizione necessaria, non è di per sé sufficiente a consentire alla donna di sottrarsi ai vincoli del modello dominante, che può continuare a pervadere gli habitus maschili e femminili”.

 

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 19)

Come accennavo al termine della diciottesima puntata, in questo nuovo post in cui ripercorriamo il libro di Pierre Bourdieu Il dominio maschile, tratteremo, attraverso l’analisi dell’economia dei beni simbolici e delle strategie di riproduzione, del ruolo delle donne nelle istituzioni del matrimonio e della famiglia nella società in cui l’autore scrive, la Francia del 1998. Non così lontana dai giorni nostri, e molto di quello che Bourdieu dice infatti resta valido, ma sarebbe falso dire che nulla è cambiato da allora.

L’autore apre il paragrafo affermando: “un altro fattore determinante del perpetuarsi delle differenze è la permanenza che l’economia dei beni simbolici […] deve alla sua autonomia relativa, permanenza che permette al dominio maschile di persistere al di là delle trasformazioni dei modi di produzione economica, e questo con il sostegno costante ed esplicito che la famiglia, principale custode del capitale simbolico, riceve dalla chiesa e dal diritto. L’esercizio legittimo della sessualità, per quanto possa sembrare ormai svincolato dall’obbligo matrimoniale, resta ordinato e subordinato alla trasmissione dei beni, attraverso il matrimonio che rimane una delle vie legittime del trasferimento della ricchezza. […] le famiglie borghesi non hanno mai smesso di investire nelle strategie di riproduzione, e in quelle matrimoniali in particolare, per conservare o aumentare il loro capitale simbolico. […] il mantenimento della loro posizione è strettamente legato alla riproduzione del capitale simbolico attraverso la produzione di eredi capaci di perpetuare l’eredità del gruppo e l’acquisizione di parentele prestigiose”. In questo scenario, “le donne sono rimaste a lungo confinate nell’universo domestico e nelle attività associate alla riproduzione biologica e sociale della stirpe – attività, quelle materne in particolare, che, pur essendo apparentemente valorizzate e a volte celebrate ritualmente, lo sono solo nella misura in cui restano subordinate alle attività di produzione, le uniche suscettibili di una vera sanzione economica e sociale, e ordinate in rapporto agli interessi materiali e simbolici della stirpe […]. Per questo una parte assai importante del lavoro domestico della donna è dedicata ancora oggi […] a mantenere la solidarietà e l’integrazione della famiglia, curando i rapporti di parentela e il capitale sociale attraverso l’organizzazione di tutta una serie di attività sociali […] destinate a celebrare ritualmente i legami di parentela e ad assicurare il mantenimento dei rapporti sociali e il prestigio della famiglia”.

Le donne, soprattutto nelle culture mediterranee che danno grande importanza alla parentela, sono le custodi delle tradizioni di famiglia e incaricate di tessere i legami tra i nuclei, organizzando ad esempio i pranzi e le cene nelle festività che sono un’occasione di riunirsi, e tutto questo fa parte del lavoro emotivo di cura. Vedere il mantenimento delle relazioni e della solidarietà intergenerazionale come un lavoro può apparire arido, ma in effetti è solo perché c’è l’aspettativa, inespressa e spesso inconscia, che queste attività che definiscono il senso di essere una famiglia siano fatte per amore, per disinteresse, per il piacere dello stare con i propri cari, senza dimenticare che comunque il mantenimento delle relazioni può essere faticoso e gravoso, una fatica che rimane invisibile perché ci si aspetta che sia piacevole. Bourdieu, a questo proposito, scrive: “Questo lavoro domestico per lo più passa inosservato, o viene frainteso […] e, quando si impone allo sguardo, viene derealizzato attraverso lo spostamento sul terreno della spiritualità, della morale e del sentimento, […] favorito dal suo carattere non immediatamente monetizzabile e ‘disinteressato’. Il fatto che il lavoro domestico della donna non abbia un equivalente monetario contribuisce a svalutarlo agli occhi della donna stessa, come se questo tempo […] potesse essere dato senza contropartita, e senza limiti, innanzitutto ai membri della famiglia, soprattutto ai figli […], ma anche all’esterno, in attività benefiche, in chiesa, in iniziative di volontariato o, sempre di più, in associazioni o partiti”.

Bourdieu prosegue: “Se, nelle società meno differenziate, erano trattate come mezzi di scambio che dovevano permettere agli uomini di accumulare capitale sociale e capitale simbolico attraverso il matrimonio, […] oggi le donne danno un contributo decisivo alla produzione e alla riproduzione del capitale simbolico della famiglia, innanzitutto manifestando, con tutto ciò che concorre alla loro apparenza, […] il capitale simbolico del gruppo domestico […]. Il mondo sociale funziona […] come un mercato dei beni simbolici dominato dalla visione maschile: […] esse [essere, in latino, ndr], quando si tratta delle donne, significa […] essere percepite […] da un occhio abitato dalle categorie maschili, quelle cui si ricorre, senza essere in grado di enunciarle esplicitamente, quando si loda l’opera di una donna definendola ‘femminile’ […]: essere ‘femminile’ significa essenzialmente evitare tutte le proprietà e le pratiche che possono funzionare come segni di virilità, al punto che dire di una donna di potere che è ‘molto femminile’ rappresenta un modo particolarmente sottile di negarle il diritto a quell’attributo propriamente maschile che è il potere”.

Più oltre nel paragrafo, l’autore scrive: “se ogni rapporto sociale è […] il luogo di uno scambio in cui ciascuno offre alla valutazione il suo apparire sensibile, il peso che, in questo essere-percepiti, ricade sul corpo ridotto a quello che a volte viene detto il ‘fisico’ […], rispetto a proprietà […] come il linguaggio, è maggiore per la donna che per l’uomo. Mentre, nell’uomo, tendono a cancellare il corpo a vantaggio dei segni sociali della posizione sociale […], nelle donne la cosmesi e l’abbigliamento mirano a esaltarlo e a farne un linguaggio di seduzione. […] Essendo socialmente portate a trattare se stesse come oggetti estetici […] le donne si vedono […] affidare, nella divisione del lavoro domestico, la responsabilità di tutto ciò che ha a che fare con l’estetica e […] con la gestione dell’immagine pubblica e delle apparenze sociali dei membri dell’unità domestica […]. Sono le done che si assumono il compito e la cura dell’ambiente in cui si svolge la vita quotidiana […]”. Questo è un altro esempio di come la divisione dei ruoli in base al sesso deriva dall’attribuzione di caratteristiche e dalla coltivazione di queste caratteristiche in un genere e non nell’altro, cioè appunto dai processi di costruzione sociale del genere, di socializzazione di genere. A questo proposito, Bourdieu prosegue: “Preposte alla gestione del capitale simbolico delle famiglie, le donne sono logicamente invitate ad assumere questo ruolo anche all’interno dell’impresa, che chiede loro quasi sempre di farsi carico delle attività di presentazione e di rappresentanza, di ricevimento e accoglienza […] nonché della gestione dei grandi riti burocratici che […] contribuiscono al mantenimento e alla crescita del capitale sociale di relazioni e del capitale simbolico dell’impresa. […] queste attività di esibizione simbolica, che per le imprese corrispondono a ciò che le strategie di presentazione di sé sono per gli individui, richiedono […] un’attenzione estrema all’apparenza fisica e alle disposizioni alla seduzione che sono conformi al ruolo più tradizionalmente assegnato alla donna. E si capisce che, a livello generale, si possano affidare alle donne, per una semplice estensione del loro ruolo tradizionale, funzioni […] nella produzione o nel consumo dei beni e dei servizi simbolici o, più precisamente, dei segni di distinzione, dai prodotti e o dai servizi cosmetici […] sino alla grande sartoria o all’alta cultura. Responsabili all’interno dell’unità domestica della conversione del capitale economico in capitale simbolico, le donne sono predisposte a entrare nella dialettica permanente dell’ostensione e della distinzione cui la moda offre uno dei terreni d’elezione e che rappresenta il motore della vita culturale intesa come movimento perpetuo di superamento e di rincaro simbolici.”

Ora, qui Bourdieu sta facendo riferimento alla propria teoria della distinzione, secondo cui i rapporti di potere fra le classi sociali non sono solo il prodotto di una differenza di ricchezza (cioè di capitale economico), ma anche di strategie di distinzione volte a mantenere il prestigio della propria posizione sociale da parte di coloro che detengono il capitale culturale e simbolico, cioè le classi superiori, che usano determinati oggetti culturali come barriere. Questo in inglese si chiama gatekeeping, mantenimento dei confini, e lo fanno ad esempio le subculture, le culture giovanili, i fandom, ma fa parte anche delle strategie con cui le classi superiori giustificano la loro superiorità in termini di gusti, stili di vita e quindi di consumi che vengono distinti in “intellettuali” e “di massa”. Sono le élite culturali, in ciascuno dei settori in cui si articolano le idee di classe, eleganza, buon gusto, a tracciare il confine appunto fra cosa è elegante, cosa è colto, cosa è di moda e cosa non lo è, e lo fanno per mantenere in piedi quei confini da cui dipende il loro prestigio di élite. La posta in gioco è il potere di definire lo spazio sociale. Bourdieu riconosce che le donne giocano un ruolo importante in questi processi, sia come membri delle industrie culturali sia come consumatrici, perché appunto responsabili della gestione del capitale simbolico delle famiglie, laddove gli uomini nel ruolo tradizionale di breadwinner sono responsabili del capitale economico. Bourdieu nota: “Le donne della piccola borghesia […] sono le vittime privilegiate del dominio simbolico, ma anche gli strumenti più indicati a propagarne gli effetti, facendoli ricadere sulle categorie dominate. Nell’essere quasi travolte dall’aspirazione a identificarsi con i modelli dominanti […] sono particolarmente portate ad appropriarsi a ogni costo […] delle proprietà distinte perché distintive dei dominanti, contribuendo alla loro diffusione imperativa […]. È come se il mercato dei beni simbolici, cui le donne devono le migliori attestazioni della loro emancipazione professionale, concedesse a queste ‘libere lavoratrici’ della produzione simbolica le apparenze della libertà, solo per meglio ottenere la loro fervida sottomissione e il loro contributo al dominio simbolico che si esercita attraverso i meccanismi dell’economia dei beni simbolici di cui esse sono anche le vittime privilegiate”.

Questo fenomeno è osservabile pensando a quanto le donne che lavorano per le riviste femminili siano riproduttrici di stereotipi di genere e di una visione della femminilità centrata sulla moda, sul glamour, sulla cura di sé e su altri interessi (stereotipicamente) legati al femminile, come la cucina, l’amore per i fiori, il gossip sulle celebrità, i matrimoni, l’arte di ricevere, quella di decorare la casa. Basta guardare i programmi trasmessi da Real Time per farsi un’idea di cosa intendo: si tratta di trasmissioni prodotte generalmente da donne per spettatrici donne, che “trafficano in femminilità” con l’aiuto di esperte ed esperti che si pongono come guardiani dell’eleganza. L’altro giorno ho beccato una puntata di Cortesie per gli Ospiti in cui Csaba della Zorza lodava i tovaglioli ricamati e l’arte delle ricamatrici, senza le quali saremmo tutti “condannati ai tovagliolini di carta”. Un ottimo esempio di gatekeeping di classe (quante persone possono permettersi i tovaglioli ricamati a mano?) ma anche di genere (non sei una donna elegante se usi i tovagliolini di carta!). Per chi si pone in una prospettiva di liberazione dalle gerarchie e dalle imposizioni, è importante vedere questi fenomeni per quello che sono, meccanismi di produzione di aspettative di genere e di classe, per poterli rifiutare con consapevolezza e spirito critico. E Bourdieu non può notare il paradosso di un’emancipazione delle donne che lavorano in queste industrie ottenuta proponendo ad altre donne un modello di femminilità che è l’esatto contrario dell’emancipazione.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 12)

Con l’undicesima puntata abbiamo concluso la prima parte del saggio Il dominio maschile e possiamo dare spazio alle riflessioni che l’autore sviluppa nella seconda parte, intitolata “L’anamnesi delle costanti nascoste”. Anamnesi significa “reminiscenza, ricordo” ed è un termine che deriva dalla filosofia di Platone, dove indicava la reminiscenza delle idee, ovvero delle essenze pure di cui le cose sono solo il riflesso (così, ogni fiore è un’incarnazione imperfetta dell’idea di Fiore). Per Platone, questo atto di ricordo è l’atto conoscitivo supremo; Bourdieu, citando Freud, la descrive come una “riappropriazione di una conoscenza a un tempo posseduta e da sempre perduta”. Nell’usare questa parola, quindi, Bourdieu ci invita a un atto di conoscenza e di riconoscimento di ciò che è nascosto dentro il tessuto delle strutture socio-culturali: l’androcentrismo. Egli scrive, infatti: “La descrizione etnologica di un mondo sociale abbastanza lontano da prestarsi con una certa facilità all’oggettivazione e tutto costruito intorno al dominio maschile agisce come una sorta di ‘detector’ delle tracce infinitesimali e dei frammenti sparsi della visione androcentrica del mondo e, con ciò, come lo strumento di un’archeologia storica dell’inconscio che […] abita ciascuno di noi, uomo o donna”. Pertanto, l’obiettivo di Bourdieu è “chiarire tutto ciò che la conoscenza del modello compiuto dell”inconscio’ androcentrico permette di far emergere e di capire nelle manifestazioni dell’inconscio che ci è proprio”. Per Bourdieu non si tratta di un inconscio individuale, come nella psicologia, ma di “un inconscio insieme collettivo e individuale, traccia incorporata di una storia collettiva e di una storia individuale che impone a tutti gli agenti […] il suo sistema di presupposti imperativi, di cui l’etnologia costituisce l’assiomatica, potenzialmente liberatoria”.

“Il lavoro di trasformazione dei corpi, al contempo sessualmente differenziato e sessualmente differenziante, che si compie in parte attraverso gli effetti della suggestione mimetica, in parte attraverso ingiunzioni esplicite, in parte infine attraverso tutta la costruzione simbolica della visione del corpo biologico (e in particolare dell’atto sessuale, concepito come atto di dominio, di possesso) produce habitus sistematicamente differenziati e differenzianti. La mascolinizzazione del corpo maschile e la femminilizzazione del corpo femminile […] determinano una somatizzazione del rapporto di dominio, così naturalizzato. È attraverso l’addestramento dei corpi che si impongono le disposizioni più fondamentali, quelle che rendono insieme disposti e atti a entrare nei giochi sociali più favorevoli al dispiegamento della virilità: la politica, gli affari, la scienza ecc”. Questo addestramento dei corpi avviene anche attraverso quelle che Bourdieu chiama attese collettive e che noi potremmo ridefinire come aspettative sociali, che sono proiettate su bambine e bambini sin dalla prima infanzia e che sono differenziate in base ai modelli di genere circolanti in una società. Il sociologo francese nota che nei maschi è incoraggiata la libido dominandi, cioè il desiderio di potere sugli altri e il piacere tratto da questo potere, mentre nelle femmine questo è represso, e così laddove un bambino è un “piccolo leader”, una bambina è “prepotente”; laddove un bambino è “intelligente” o “precoce”, una bambina è “saccente” o “maestrina”. Il potere che deriva dalla conoscenza, dal sapere le cose, è ancora spesso disapprovato nelle bambine quanto il potere che deriva dalla forza e dalle capacità, tant’è che le bambine mettono in atto forme di auto-riduzione, come il rispondere alle domande in tono interrogativo anche quando sono convinte della risposta o l’evitare di rispondere.

Riguardo alla nostra società, l’autore commenta: “benché il dominio maschile abbia perso un po’ della sua evidenza immediata, alcuni dei meccanismi sui quali si fonda tale dominio continuano a funzionare; penso in particolare al rapporto di causalità circolare che si stabilisce tra le strutture oggettive dello spazio sociale e le disposizioni che esse producono sia tra gli uomini sia tra le donne. Le ingiunzioni continue, silenziose e invisibili che il mondo sessualmente gerarchizzato in cui le donne sono inserite rivolge loro, preparano le donne stesse, almeno quanto i richiami all’ordine espliciti, ad accettare come evidenti, naturali e scontate prescrizioni e proscrizioni arbitrarie che, inscritte nell’ordine delle cose, si imprimono insensibilmente nell’ordine dei corpi”. Egli prosegue, più oltre: “È probabilmente nell’incontro con le ‘attese oggettive’ inscritte, soprattutto allo stato implicito, nelle posizioni offerte alle donne dalla struttura, ancora fortemente sessuata, della divisione del lavoro che le disposizioni dette ‘femminili’, inculcate dalla famiglia e da tutto l’ordine sociale, possono compiersi […] e trovarsi nello stesso tempo ricompensate, contribuendo così a rafforzare la dicotomia sessuale fondamentale, sia nei posti, che sembrano richiamare la sottomissione e il bisogno di sicurezza, sia in quanti li occupano, identificati a posizioni nelle quali […] essi si ritrovano e si perdono nello stesso tempo. La logica, essenzialmente sociale, di quella che diciamo ‘vocazione’ ha l’effetto di produrre questi incontri armoniosi tra le disposizioni e le posizioni, grazie alle quali le vittime del dominio simbolico possono portare a termine felicemente (nel doppio senso del termine) i compiti subalterni o subordinati che vengono conferiti alle loro virtù: sottomissione, gentilezza, docilità, devozione e abnegazione”. Leggendo questa lista di ‘virtù’ possiamo vedere facilmente che Bourdieu sta parlando del lavoro di cura, che la nostra cultura costruisce come ‘femminile’ e assegna alle donne, al contempo socializzandole a coltivare le caratteristiche di personalità che le rendono ‘portate’ per questi lavori e – nella percezione stereotipata – inadatte invece ai lavori più prestigiosi, che sono costruiti come lavori che richiedono razionalità, aggressività, freddezza.

“E l’incontro con il posto” osserva Bourdieu “può avere un effetto di rivelazione nella misura in cui autorizza e favorisce, attraverso le attese esplicite o implicite che racchiude, certe condotte, certe tecniche, sociali ma anche sessuali o sessualmente connotate. Il mondo del lavoro è così pieno di piccoli isolati professionali […] che funzionano come quasi-famiglie in cui il caporeparto, quasi sempre un uomo, esercita un’autorità paternalistica, fondata sul coinvolgimento affettivo o sulla seduzione e […] offre una protezione generalizzata a un personale subalterno in gran parte femminile […] che viene così incoraggiato a un investimento intenso, a volte patologico, nell’istituzione e in colui che la incarna”. Qui lo scienziato francese ci sta dicendo che ci sono delle culture implicite, non ufficiali, degli ambienti di lavoro – in alcuni casi – dove il carisma del leader maschile si esprime in un ruolo a metà fra il padre e l’amante, e questa seduzione del carisma (che non è seduzione in senso romantico né sessuale, ma è “il fascino del leader”) gioca sui ruoli di genere che vanno a sovrapporsi a quelli professionali, per cui la lealtà delle dipendenti verso il capo si intreccia con la lealtà delle donne verso un uomo affascinante, un intreccio che implicitamente rafforza la gerarchia perché le donne desiderano il capo, non desiderano essere il capo.

Il fatto che non si percepiscano le donne come autorevoli perché l’autorità è implicitamente associata al maschile si svela in molti piccoli dettagli nelle situazioni sociali. Bourdieu, ad esempio, scrive: “Quando partecipano a un dibattito pubblico, devono lottare continuamente per avere la parola e per tenere l’attenzione, e la minorazione che subiscono è tanto più implacabile in quanto non è ispirata da alcuna malevolenza esplicita e si esercita con l’innocenza perfetta dell’incoscienza: vengono interrotte, si dà in perfetta buona fede a un uomo la risposta alla domanda intelligente che una donna ha appena posto […]. Questa sorta di diniego d’esistenza le costringe spesso a ricorrere, per imporsi, alle armi dei deboli, che finiscono col rafforzare gli stereotipi [come] la seduzione che, nella misura in cui poggia su una forma di riconoscimento del dominio, è fatta per rafforzare il rapporto stabilito di dominazione simbolica”. Più avanti nel paragrafo, l’autore aggiunge: “non è esagerato paragonare la mascolinità a una forma di nobiltà. Per convincersene, basta osservare la logica […] del doppio standard […] che instaura una disimmetria radicale nella valutazione delle attività maschili e femminili. Oltre al fatto che l’uomo non può, senza venir meno a se stesso, abbassarsi a svolgere attività socialmente definite inferiori (tra l’altro proprio perché è escluso che egli possa svolgerle), le stesse attività possono essere nobili e difficili quando sono realizzate da uomini, insignificanti e impercettibili, facili e futili quando sono esercitate da donne […]: basta che gli uomini si assumano compiti considerati femminili e li svolgano fuori dalla sfera privata perché tali compiti vengano come nobilitati e trasfigurati. […] Se la statistica stabilisce che i mestieri ritenuti qualificati sono prerogativa degli uomini mentre i lavori lasciati alle donne sono ‘senza qualità’, ciò dipende in parte dal fatto che qualsiasi mestiere finisce con l’essere in qualche modo qualificato dal fatto di essere svolto da uomini”.

Bourdieu prosegue, più oltre: “E dopo le lunghe lotte delle donne per far riconoscere la loro qualifica, i compiti che i cambiamenti tecnologici hanno radicalmente redistribuito tra gli uomini e le donne saranno arbitrariamente ricomposti in modo da impoverire il lavoro femminile, mantenendo in modo decisorio il valore superiore del lavoro maschile. Il principio in vigore in Cabilia, il quale vuole che il lavoro della donna, destinata a muoversi nella casa ‘come la mosca nel latte, senza che fuori si veda nulla’, sia condannato a restare invisibile, continua ad applicarsi in un contesto in apparenza radicalmente mutato, come attesta il fatto che alle donne viene ancora normalmente negato il titolo gerarchico corrispondente alla loro funzione reale”. La situazione oggi è più avanti rispetto al punto in cui la descrive Bourdieu, poco più di 20 anni fa, ma non di molto: nelle sue parole possiamo facilmente intravedere il famoso soffitto di cristallo che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni più elevate e meglio retribuite e il suo complementare, lo sticky floor (pavimento appiccicoso) che le tiene bloccate alla base delle gerarchie aziendali, ma anche fenomeni come l’inquadramento contrattuale delle donne in posizioni inferiori alle loro reali competenze e il mobbing. Le donne sono consapevoli dell’esistenza di questi fenomeni, anche quelle che non sono femministe sanno fin da quando sono studentesse che per loro le cose sono più difficili, anche se magari non sono in grado di attribuire a una discriminazione implicita nelle strutture sociali la loro situazione, così si regolano di conseguenza. Bourdieu descrive questo processo inconsapevole: “Attraverso le speranze soggettive che impongono, le ‘attese collettive’, positive o negative, tendono a inscriversi nei corpi sotto forma di disposizioni permanenti. Così, secondo la legge universale dell’adattamento delle speranze alle opportunità, delle aspirazioni alle possibilità, l’esperienza prolungata e invisibilmente mutilata di un mondo totalmente sessuato tende a far deperire, scoraggiandola, l’inclinazione stessa a compiere gli atti che non ci si attende dalle donne, senza che ci sia bisogno di divieti espliciti. […] tale esperienze favorisce l’insorgere di una ‘impotenza acquisita’ (learned helplessness)”.

Nella prossima puntata, torneremo a riflettere su come le donne e la femminilità vengano costruite nella nostra società e sulle definizioni implicite che sorreggono le aspettative di genere nel mondo del lavoro.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 6)

Eccoci di nuovo a ripercorrere Il dominio maschile di Pierre Bourdieu. Nella quinta puntata abbiamo iniziato a descrivere il percorso della cosiddetta incorporazione delle norme culturali di femminilità. Per “incorporazione” si intende il processo con cui le norme si traducono in pratiche, inscrivendosi nei corpi, che la società produce come differenziati. Il risultato di un processo di incorporazione è definito habitus da Bourdieu, che unisce il significato di “abito” e di “abitudine” in un unico termine. Uomini e donne agiscono i loro corpi secondo schemi culturali volti a cristallizzare le differenze e a ribadirle in ogni forma possibile: il passo, il tono di voce, il modo in cui uomini e donne siedono, dove scelgono di collocarsi in una stanza, tutte queste norme sociali vengono assorbite e riprodotte dagli individui senza che ne siano consapevoli, e la loro funzione implicita è produrre e mantenere la differenza di genere, una differenza gerarchizzata.

Partendo da qui, l’autore prosegue: “i rapporti sociali di dominio e sfruttamento istituiti tra i generi si inscrivono così progressivamente in due classi di habitus differenti, sotto forma di hexeis [disposizioni, in greco] corporee opposte e complementari e di principi di visione e di divisione che portano a classificare tutte le cose del mondo e tutte le pratiche secondo distinzioni riducibili all’opposizione tra maschile e femminile. Spetta agli uomini […] compiere tutti gli atti [che] segnano una rottura nel corso ordinario della vita. Le donne invece […] si vedono assegnare tutti i lavori domestici, cioè quelli privati e nascosti, se non invisibili o vergognosi, come la cura dei bambini e degli animali, nonché tutti i lavori esterni che vengono loro affidati dalla ragione mitica, quelli cioè legati all’acqua, all’erba, al verde […], al latte, alla legna, e in modo particolare i più sporchi, i più monotoni e i più umili. Poiché tutto il mondo finito nel quale sono relegate – lo spazio del villaggio, la casa, il linguaggio, gli utensili – contiene gli stessi silenziosi richiami all’ordine, le donne possono soltanto divenire ciò che sono secondo la ragione mitica, confermando così […] il loro essere naturalmente votate al basso, all’obliquo, al piccolo, al meschino, al futile, ecc. Le donne sono condannate a dare in ogni istante l’apparenza di un fondamento naturale all’identità minorata che viene loro socialmente attribuita”.

Bourdieu osserva: “Gli uomini (e le donne medesime) possono solo ignorare come sia la logica del rapporto di dominio che riesce a imporre e a inculcare nelle donne, insieme alle virtù che la morale fa loro perseguire, tutte le proprietà negative che la visione dominante attribuisce alla loro natura, come l’astuzia o […] l’intuizione. Forma particolare della speciale lucidità dei dominati, la cosiddetta ‘intuizione femminile’ è […] inseparabile dalla sottomissione oggettiva e soggettiva che invita o costringe all’attenzione e alle attenzioni, alla sorveglianza e alla vigilanza necessarie per prevenire i desideri o anticipare i disaccordi. […] più sensibili agli indizi non verbali […] degli uomini, le donne sanno meglio identificare un’emozione rappresentata non verbalmente e decifrare l’implicito di un dialogo. [Allo stesso modo] gli omosessuali, che essendo stati necessariamente allevati come eterosessuali hanno interiorizzato il punto di vista dominante, possono vedere se stessi attraverso di esso (cosa che li vota a una sorta di discordanza cognitiva e valutativa […]) e capiscono il punto di vista dei dominanti più di quanto questi ultimi capiscano il loro”. Il privilegio fa dare per scontato che gli altri condividano la propria condizione e non fa vedere gli sforzi di chi deve lottare con uno strato aggiuntivo di disuguaglianza e deve farlo tenendo ben presente sia il punto di vista e le aspettative di chi è in posizione di privilegio, sia la propria condizione.

Partendo da qui, Bourdieu torna ad analizzare la condizione delle donne in Cabilia. “Essendo simbolicamente votate alla rassegnazione e alla discrezione, le donne possono esercitare qualche potere solo ritorcendo contro il forte la sua forza o accettando di cancellarsi e, in ogni caso, di denegare un potere che a loro riesce possibile esercitare solo per procura. Ma […] ‘le armi del debole sono sempre armi deboli’. Le stesse strategie simboliche che le donne adottano contro gli uomini, quelle della magia per esempio, restano dominate perché l’apparato di simboli e di operatori mitici che attivano i fini che perseguono […] traggono fondamento dalla visione androcentrica in nome della quale esse sono dominate. Insufficienti a sovvertire realmente il rapporto di dominio, tali misure ottengono almeno il risultato di offrire conferme alla rappresentazione dominante delle donne come esseri malefici la cui identità […] è costituita essenzialmente da interdetti, fatti per produrre altrettante occasioni di trasgressione”. Mi interrompo qui perché il concetto si presta a una riflessione: tentare di sfidare il potere maschile può funzionare solo se lo si riconosce come una struttura di potere, come un’istituzione sociale, e si mette in discussione la legittimità di una gerarchia fra i sessi fondata sulla costruzione di generi complementari nella subordinazione. Finché non si opera questo passaggio, la sfida al potere maschile non può che ridursi a quella che le riviste amano definire “guerra dei sessi”, una rivendicazione sterile (e tremendamente banale) del fatto che le donne sono meglio, no, gli uomini sono meglio, rivendicazione che fra l’altro spesso è giocata sugli stessi stereotipi di genere che, in una cultura androcentrica, contribuiscono a mantenere in piedi le disuguaglianze.

Le forme di potere che le donne esercitano laddove non hanno raggiunto un grado di parità tale da poter competere con gli uomini in forme leali e aperte, nella sfera pubblica, nel mercato del lavoro, sul piano del discorso, sono forme di potere tossiche. Bourdieu le definisce forme di “violenza morbida” e fra queste menziona, con grande lucidità, l’amore “possessivo dei posseduti […] che vittimizza e colpevolizza vittimizzandosi e offrendo l’infinitudine della sua devozione e della sua sofferenza muta come dono senza controdono possibile o come debito irredimibile”. In altre parole, un amore basato sul sacrificarsi e legare l’altra persona a sé con il senso di colpa per poterla controllare. Un amore che non è presente solo nelle relazioni romantiche, ma anche in quelle genitoriali: tutti, credo, conosciamo almeno una persona che è stata nutrita fin dall’infanzia a senso di colpa per non essere all’altezza delle aspettative dei genitori, e tutti possiamo intuire la tossicità di questo tipo di aspettative.

Bourdieu ritorna quindi a sviluppare il suo discorso sul fatto che l’ordine patriarcale e androcentrico non si può combattere senza mettere in discussione i suoi presupposti culturali, simbolici, normativi: “Le donne sono così condannate, qualunque comportamento adottino, a dare prova della loro malignità e a giustificare di rimando gli interdetti e il pregiudizio che le vedono portatrici di un’essenza malefica – secondo la logica […] per la quale la realtà sociale prodotta dal dominio viene spesso a confermare le rappresentazioni cui il dominio stesso si richiama per esercitarsi e giustificarsi”. Questo paradosso può essere reso con un esempio che mi è capitato personalmente: essere una donna che si sforza di argomentare con un uomo che fa l’avvocato del diavolo, cercando di restare calma e razionale di fronte a estesi muri di testo volti solo a negare la validità delle mie esperienze, a mettere in discussione le fonti dei dati (senza peraltro fornirne manco uno) e le teorie ad essi sottese (teorie validate dalla comunità scientifica, non parti della mia immaginazione) …mi ha portata ad esplodere in una vampata di rabbia e mandare a quel paese il mio interlocutore. Il quale l’ha presa ovviamente come una conferma del fatto che le femministe sono isteriche, che è impossibile discuterci, e che quindi aveva ragione lui. Lui, che aveva calibrato la discussione per ottenere esattamente questo risultato, costringendomi a giocare su un terreno iniquo, perché il suo obiettivo non era un confronto fra opinioni e dati volto a chiarirsi le idee, il suo obiettivo era dimostrare di avere ragione senza dover dimostrare di avere ragione, cioè senza dover difendere la sua posizione con dati, fatti, elaborazioni teoriche. Ma sto divagando.

Tornando a Bourdieu, egli nota: “nella misura in cui le loro disposizioni sono il prodotto dell’incorporazione del pregiudizio sfavorevole contro il femminile che è istituito nell’ordine delle cose, le donne possono solo confermare costantemente tale pregiudizio. […] le stesse disposizioni che inducono gli uomini a lasciare alle donne i compiti inferiori e le attività ingrate e meschine […], insomma, a sbarazzarsi di tutti i comportamenti poco compatibili con l’idea che gli uomini si fanno della loro dignità, li portano anche ad accusarle di ‘ristrettezza mentale’, di ‘meschinità dozzinale’, salvo poi rimproverarle se falliscono nelle imprese a loro affidate, senza con ciò accettare di ascrivere a loro merito l’eventuale successo”. Questa è la stessa cosa che accade nella società occidentale con il lavoro di cura, che viene definito una “vocazione” femminile in virtù dell’istinto materno, e proprio per questo è anche reputato facile, non gli è riconosciuto uno status di elevata professionalità, e quindi non riceve considerazione sociale. L’esempio più facile da fare è quello della maestra: insegnare ai bambini è un compito cruciale, in cui si mettono in gioco le identità e i destini sociali dei bambini stessi, ma non è inquadrato in questo modo nel senso comune: nel senso comune fare la maestra non richiede nient’altro che la capacità di trasmettere nozioni, appunto, “elementari” e di essere affettuosa e “materna” verso i bambini. Vediamo in gioco questi pregiudizi nella retorica sul fatto che le insegnanti lavorano poco, usata per giustificare il fatto che i loro stipendi siano del tutto inadeguati all’importanza sociale del loro lavoro né all’impegno che richiede, quando invece non vogliamo vedere che si tratta di processi di segregazione occupazionale e gatekeeping, ovvero del fatto che si vuole tenere il prestigio del professore (maschio) separato dallo status sociale basso della maestra (femmina) sminuendo il lavoro di quest’ultima.

Donne, maternità e lavoro

Ho già pubblicato due post che riprendono il dibattito sulla presenza e la carriera delle donne nel mondo del lavoro italiano avviato dalla rivista Elle, nell’ambito dello speciale SorElle d’Italia nel 2011, nel 2012 e nel 2013, dibattito che ha segnato una ripresa della riflessione femminista nel discorso pubblico, un vero e proprio risveglio culminato nel movimento Se Non Ora Quando?. I due post precedenti contengono interviste a due esperte sul tema delle “quote rosa”, della meritocrazia e delle sfide che le donne devono affrontare per fare carriera, fra i vincoli dell’organizzazione aziendale e le aspettative relative al ‘dover essere’ e al lavoro di cura. Il contributo che qui propongo, tratto da un articolo (da me rielaborato) di Stefania Bonacina uscito sul numero di Elle del febbraio 2011, è precedente rispetto ai due precedenti, ma si inscrive nello stesso discorso e lo sviluppa in direzioni diverse rispetto alle interviste di Simona Cuomo e Maria Cristina Bombelli, più focalizzate su un tema specifico.

Alessandra Perrazzelli, all’epoca nello staff del CEO di Intesa Sanpaolo e responsabile dell’ufficio International Affairs del Gruppo, nonché presidente di Valore D, dichiarava: «Se io, azienda, investo nella formazione e nel percorso di professionalità di una donna, non posso permettermi di perdere il mio investimento. Eppure, a oggi, so che probabilmente nel giro di dieci anni la giovane piena di grinta, prospettive e competenza che ho assunto uscirà dal mio radar e al suo posto mi ritroverà solo la sua ombra. Il problema non è più l’accesso al lavoro o alla carriera. Ormai le donne stracciano i colleghi nell’istruzione e nei colloqui di lavoro. Ma lo scoglio della maternità si trasforma in una montagna e, se arretrano al primo figlio, scompaiono dopo il secondo. Il fenomeno dell’autoesclusione dalla carriera è peggio di un abbandono del posto di lavoro e non si possono incolpare le sole aziende. Il movimento è bilaterale: l’ambiente lavorativo non agevola le madri perché, evidentemente, in quel mondo c’è qualcosa che non funziona per loro. E loro si trasformano in donne sfiduciate e rinunciatarie».
La giornalista Stefania Bonacina commentava queste parole scrivendo: “La mancanza di flessibilità e di un serio sistema di valutazione del merito nel ‘sistema azienda’ penalizza non solo le donne italiane, soprattutto le madri, ma anche i talenti strategici per gareggiare nel nuovo mercato. Monica Pesce [all’epoca senior manager di Valdani-Vicari&Associati e presidente di Professional Women Association Milano, la branca lombarda dell’European Professional Women Network, ndr] spiega che la nostra cultura aziendale non è basata sul merito e sul raggiungimento d’obiettivi come lo è, per esempio, l’università. Nella stragrande maggioranza dei casi vale ancora l’adagio ‘io compro il tuo tempo’: si pone l’accento sui tempi di lavoro piuttosto che sul merito e i risultati. La mancanza di flessibilità che questo sistema genera è fortemente punitiva per le donne, ma non solo. Per come sono strutturate le aziende italiane, soprattutto le piccole e medie imprese, e per la concorrenza e le logiche del mercato globale, o s’impara velocemente a valorizzare e trattenere i talenti o si è destinati a soccombere alle multinazionali, le uniche in grado di offrire quello che i professionisti richiedono ora: un percorso basato sulla meritocrazia, ricco di senso e significato e la possibilità di conciliare vita lavorativa e vita privata. Se non si raggiungono questi obiettivi, il tessuto della piccola e media impresa italiana è destinato a diventare un parcheggio di persone che vogliono solo uno stipendio a fine mese. Il tema della maternità s’intreccia con quello della flessibilità ed è così che si forma per le donne un nodo difficile da sciogliere, se non al costo di un’alta ‘spesa di energie personali’.

Marisa Montegiove (all’epoca vicepresidente di ManagerItalia Milano) aggiungeva questa riflessione: «Non si può negare che ci siano donne con comportamenti poco virtuosi che penalizzano le altri madri (per il pediatra non ci vuole un’intera giornata), ma l’idea che la maternità debba essere vissuta come un problema delle donne e non un bene per la società non mi sembra giusta. Molte aziende sono women friendly solo a parole. In Italia è più facile aggirare le leggi piuttosto che eseguirle e anche a una top manager si può bloccare la carriera. Per questo abbiamo lanciato l’iniziativa ‘Un fiocco in azienda’, per sostenere le manager nella decisione di avere un figlio e durante la maternità. Il fiocco sulla porta dell’azienda è un simbolo della gioia ‘aziendale e pubblica’ per la nuova vita».

Alessandra Perrazzelli proseguiva con un altro commento interessante: «Mi domando: perché le giovani donne dovrebbero voler diventare come noi? C’è un grave problema di role modelling, di leadership femminile. Le donne aspettano sempre un riconoscimento da parte dell’uomo, non chiedono e tanto meno pretendono o negoziano. Se io propongo una nuova mansione a un mio giovane, lui mi parla soavemente di bonus mentre la collega mi ringrazia perché ho creduto in lei. Sono io che le spingo a darsi un valore economico. Abbiamo il dovere di prendere per mano le giovani e portarle oltre il limite che ha frenato noi».

Il discorso delle professioniste è lo stesso che abbiamo cercato di riassumere in questo blog in molte occasioni: la scarsa presenza di donne ai vertici della società – in politica, nelle attività economiche, nel riconoscimento pubblico che si concretizza nell’essere nomi famosi nel proprio campo (una scienziata tanto famosa quanto lo è Stephen Hawking al giorno d’oggi non c’è – e Hawking continuerà ad esserlo, ne sono certa, anche per i prossimi anni, nonostante la sua morte) – è dovuta a un intreccio sistemico fra i modelli di welfare che si basano su e presuppongono una ripartizione asimmetrica del lavoro di cura, le aspettative interiorizzate della società che riflettono e perpetuano questo assetto di welfare postulando che il lavoro della donna sia secondario e complementare rispetto a quello dell’uomo, condizionato comunque dal dovere di cura della donna nei confronti della casa, dei figli, dei genitori anziani non autosufficienti. Le donne non sono immuni dal peso di queste aspettative: sono in molte a ritenere che il loro ruolo sociale e la loro identità sia principalmente quella di madre, a vivere il lavoro come secondario rispetto alla cura dei figli, non sono semplicemente intrappolate fra i vincoli incrociati del contesto organizzativo (orari degli asili e degli uffici pubblici, riunioni organizzate la sera, mancanza di asili nido…) e la cultura aziendale sopra descritta, e con i loro atteggiamenti e le loro scelte contribuiscono a plasmare la cultura aziendale, a confermare i pregiudizi. Ma questo è normale, non è una colpa: se il cambiamento fosse facile da costruire, se non dipendesse dal combinarsi di scelte individuali e vincoli sistemici (azione e struttura sociale, nel linguaggio classico della sociologia), sarebbe già avvenuto.
Anche le “quote rosa” vanno intese come un cuneo che provi a conficcarsi nel sistema qui delineato per cercare di cambiarlo dall’interno, nella speranza che i suoi effetti si espandano come cerchi nell’acqua. Lo stesso effetto dovrebbero avere i congedi di paternità obbligatori: l’obbligatorietà dovrebbe servire a vincere le resistenze degli uomini a prendere il congedo, dovute al pregiudizio secondo cui spetta alle donne stare a casa ad occuparsi dei bambini dopo la nascita, e al contempo a colmare in parte il “vantaggio” che un uomo rappresenta per un’azienda per il fatto che non deve stare a casa in maternità, e che quindi è più produttivo. Qui mi ricollego al discorso di Marisa Montegiove: perché consideriamo la maternità un handicap individuale, invece che un evento dotato di valenza positiva per tutta la società, pur vivendo in una nazione caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione e da tassi di natalità fra i più bassi d’Europa? Naturalmente, vale anche il contrario: come ci si può aspettare che i tassi di natalità siano elevati se alla maternità si attribuisce, in termini pratici, tutto il discutibile ruolo di ostacolo, onere individuale, fattore di rischio di licenziamento?

Io auspico e pretendo un discorso pubblico che non si rifiuti di considerare il ruolo delle donne nel perpetuare un sistema che sopravvive per inerzia ma il cui smantellamento porterebbe un grande vantaggio a tutta la società, quello che vede l’uomo nel ruolo del breadwinner principale e la donna nel ruolo della prestatrice di lavoro di cura principale in una famiglia, ma al contempo non attribuisca alle donne come singole persone tutta la responsabilità di cambiarlo, attribuendo tutto il peso alle loro scelte (o alla loro incapacità di compiere le scelte “giuste”). Voglio un discorso che tenga conto della complessità: siamo al lavoro su questi temi da quasi vent’anni e dovrebbe essere chiaro che non c’è un unico, ovvio, bandolo della matassa, districato il quale tutto il problema si può risolvere in una chiara, pulita, progressione lineare.  Raramente i grandi problemi sociali funzionano così.
Come donne abbiamo sicuramente il diritto di esigere una condivisione il più paritaria possibile del lavoro di cura nella sfera domestica, di esigere che i servizi pubblici e la cultura aziendale cambino per riflettere e favorire il nostro rinnovato impegno nel mondo del lavoro e concederci le opportunità che meritiamo, ma al contempo dobbiamo fare attenzione a quello che vogliamo e a fare in modo di avere gli strumenti per perseguire i nostri obiettivi, chiarendo a noi stesse le nostre vere priorità e i nostri veri bisogni al di là delle aspettative altrui. La maternità può benissimo essere la priorità e il senso della vita per una donna, così come può esserlo il lavoro, così come può esserlo voler perseguire entrambi in modo equilibrato senza sacrificare sé stesse. Sicuramente meno pressione sociale non può che aiutarci a trovare la strada giusta per noi.

Il peso del lavoro di cura

Tutti i dati seguenti sono tratti dal saggio Di mamma ce n’è più d’una di Loredana Lipperini.

In Italia le coppie senza figli sono cinque milioni e quattrocentomila (5.400.000) e rappresentano il 22,1% delle famiglie. Le madri single sono 700.000 e rappresentano il 7,1% delle famiglie. Le coppie con figli sono nove milioni e trecentomila, il 38,1%.

“I tassi di occupazione femminili diminuiscono fortemente all’aumentare del numero di figli. Da 0 a 1 figlio calano di 5 punti, da o a 2 figli di 10 punti, da o a 3 figli di 25 punti. Le interruzioni del lavoro sono elevate: il 30% delle madri con meno di 65 anni che lavorano o hanno lavorato in passato ha interrotto l’attività lavorativa per motivi familiari (matrimonio, gravidanza o altro) contro il 2,9% degli uomini. L’8% delle donne che hanno lavorato o lavorano è stata costretta a dimettersi per gravidanza, e il dato è più elevato nelle generazioni più giovani”, afferma Linda Laura Sabbadini, direttrice dell’ISTAT.

Il 76% del lavoro di cura della coppia è a carico delle donne, la situazione migliora più per il taglio operato dalle donne che per l’aumento del contributo maschile. in particolare, l’indice di disuguaglianza cala sotto il 70% solo se la donna lavora e non ci sono figli, e nelle coppie dove la donna è una lavoratrice laureata (67%). Dove la donna non lavora, sale fino all’83%.

In un giorno medio cucina il 90,5% delle donne che lavorano e il 97,8% di quelle che non lavorano, pulisce la casa l’82,7% delle donne che lavorano e il 94,8% di quelle che non lavorano, apparecchia, sparecchia e lava i piatti il 66,3% delle occupate e il 76,5% delle non occupate, lava o stira il 35,7% delle occupate e il 49,2% delle non occupate. Fa la spesa il 44,4% delle occupate e il 66,2% delle non occupate.

In un giorno medio cucina il 41,7% dei partner di donne occupate e il 21% dei partner di donne non occupate, collabora alle pulizie di casa il 31,4% dei partner di donne occupate e il 16% circa dei partner di donne non occupate, fa la spesa il 29,9% dei partner di donne che lavorano e il 27,2% dei partner di donne che non lavorano, apparecchia e riordina la cucina il 26,6% dei partner di donne che lavorano e il 13% circa dei partner di donne che non lavorano.

La cura dei figli tocca per il 65,8% alle donne lavoratrici e per il resto al partner (una donna dedica in media alla cura dei figli 2h13 min, un uomo 1h23 min, con mansioni diverse: cure fisiche e sorveglianza per le madri, gioco per i padri. Il gioco è diviso in maniera quasi paritaria: 41,5% del tempo dedicato da entrambi, mentre i compiti spettano per il 19,3% alle madri e per il 4,8% del tempo ai padri); se la donna non è lavoratrice, il 75,6% della cura dei figli tocca a lei e il partner fa molto meno.

Non penso ci sia bisogno di spiegare perché queste disuguaglianze sono inique, ma penso sia interessante analizzare il loro ruolo nel mantenere un sistema che non permette la crescita dell’occupazione, così come è stato individuato da Emilio Reyneri nel suo libro “Sociologia del Mercato del Lavoro”. In Italia, il tasso di occupazione è molto elevato per i maschi adulti, arrivando al 90,9% al Nord, 87,7% al Centro e 73,5% al Sud (il problema dell’occupazione nel Mezzogiorno è complesso e non può essere trattato qui): è parecchio più basso per i giovani (dal 33,7% del Nord al 19% del Sud) e per gli anziani (44,7% al Nord, 47,7% al Sud), ma si tratta di fenomeni legati ad un complesso di fattori culturali ed economici che definiscono la struttura occupazionale italiana. Confrontandolo con quello delle donne, 56,4% al Nord, 52,3% al Centro e 30,4% al Sud, appare stridente la distanza.

Appare anche evidente che aumentare il tasso di occupazione significa aumentare il tasso di occupazione di giovani e donne (per gli anziani si è già intervenuti aumentando l’età del pensionamento; per gli anziani già in pensione o prepensionamento, invece, non si può fare nulla). A questo proposito Reyneri scrive: “Un numero crescente di donne è presente nel mercato del lavoro come occupate o in cerca di lavoro e molte altre vi entrerebbero se vi fossero minori difficoltà a trovare un’occupazione e/o se esistessero adeguati sostegni ai carichi di lavoro familiare. L’esistenza di una disoccupazione femminile ‘scoraggiata’ o latente fa sì che il tasso di disoccupazione non basti più a indicare il livello di criticità di un mercato del lavoro. In particolare, il ricorso al tasso di occupazione come obiettivo da raggiungere impedisce di ridurre artificialmente il livello della disoccupazione con misure che incentivano le donne a rinunciare alla ricerca di lavoro, accettando di rimanere casalinghe a tempo pieno. Questo è un esito implicito nelle politiche pubbliche (dai sistemi di tassazione fondati sul reddito familiare ai sussidi monetari per la cura di anziani) che si dicono centrate sulla famiglia, ma che in realtà presuppongono il lavoro non retribuito delle donne”.

Il complesso delle politiche pubbliche di cui parla Reyneri è quello che lui chiama “welfare familistico”, in quanto opposto al welfare dei Paesi nordici, fondato sul circolo virtuoso dell’occupazione femminile: donne che lavorano = più reddito + meno tempo -> più domanda di servizi -> più occupazione femminile, e così via. Il welfare familistico comporta meno costi per lo Stato, in quanto implementare i servizi di cura pubblici risulta notevolmente costoso, ma sul lungo periodo è svantaggioso per l’economia e continua a perpetuare una disuguaglianza di genere già profondamente radicata per ragioni culturali.

A ulteriore conferma di queste ragioni culturali, Reyneri scrive: “Fa riflettere l’osservazione dell’OCSE che i tassi di occupazione delle giovani donne sono minori nei Paesi in cui è più radicata l’opinione che il lavoro della madre andrebbe a detrimento dei figli piccoli. E anche la relazione (debolmente) positiva tra partecipazione delle donne al lavoro extra-domestico e disponibilità di strutture per la cura dei bambini sino a 3 anni non incrina l’importanza degli aspetti culturali […] In Lombardia […] la gran maggioranza delle donne iscritte ai centri per l’impiego risulta disoccupata di lungo periodo anche perché è disposta ad accettare soltanto occupazioni che interferiscano poco sulla propria presenza in famiglia, quindi a tempo parziale (di mattina) e vicine alla propria abitazione. E per di più rifiuta l’idea che tale rigidità nella disponibilità al lavoro possa essere attenuata da una maggiore offerta di servizi diretta ad alleviare i carichi di cura e lavoro familiare. Dunque, ciò che porta queste donne (quasi tutte poco istruite) ad anteporre le esigenze familiari agli obiettivi lavorativi è soprattutto un orientamento culturale (Zanfrini e Zucchetti, 2003)”.

La conclusione è che l’economia italiana trarrebbe vantaggio, sebbene non immediato, dall’innescare il circolo virtuoso dell’occupazione femminile, e che siccome i fattori culturali sono quelli su cui un intervento richiede più tempo (almeno una generazione, nella migliore delle ipotesi), l’unico punto da cui lo Stato può partire è quello di rendere disponibili quei servizi pubblici (asili nido, case di riposo, ecc) che, almeno per una parte delle donne, potrebbero incoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro.

Il sacrificio della cura

L’idea che la cura sia un compito principalmente o esclusivamente femminile per ragioni naturali, ovvero perché le donne sarebbero accudenti in virtù della capacità di essere madri, è fonte di seri problemi sociali, come ad esempio il fatto che alle donne, anche se lavoratrici, nella maggior parte delle famiglie spettino tutti o quasi i lavori domestici. La mancanza di ripartizione dei lavori domestici è una conseguenza diretta di un’educazione squilibrata, in cui alle figlie femmine è spesso richiesto di imparare ad aiutare le madri nei lavori domestici, mentre nei confronti dei figli maschi i genitori tendono ad essere meno esigenti e a non considerare particolarmente importante che imparino a rifare i letti, pulire, tenere in ordine, cucinare. Questa mentalità è alimentata dall’industria dei giocattoli, che propone solo alle bambine riproduzioni rosa di kit per pulire i pavimenti, cucine dotate di ogni accessorio, asse e ferro da stiro, aspirapolveri, carrelli della spesa con prodotti vari, lavatrici. Il colore rosa manda un segnale inconfondibile: roba da femmine.

A perpetuare lo status quo contribuisce inoltre il mito del multitasking, che trasforma una condizione di oggettiva diseguaglianza a sfavore delle donne in un motivo di orgoglio, un segno della “superiorità intellettuale” femminile. La “forza delle donne”, secondo il mito, risiede nella loro abilità di fare tutto, gestire il lavoro, la famiglia, i rapporti sociali mantenendosi in equilibrio, nella loro dedizione e talento in tutto ciò che fanno, nella generosità con cui mettono gli altri al primo posto. Il mito del multitasking rientra nel campo del sessismo benevolo, che Chiara Volpato, docente di Psicologia Sociale presso l’Università Bicocca di Milano e autrice del saggio Psicosociologia del Maschilismo (2013), descrive in questo modo: “Il sessismo benevolo riconosce alle donne una serie di qualità positive, arrivando a definirle creature preziose, da proteggere, adorare e adulare perché bravissime a fare tutto ciò che gli uomini non desiderano fare”. Il sessismo benevolo, prosegue Volpato, “propone alle donne di identificarsi con un’immagine femminile positiva, ma subalterna” che si incarna esattamente nel ruolo di cura.

Se la cura è affidata principalmente ad una sola persona, invece di essere condivisa in maniera più o meno equa, la persona su cui questo lavoro grava si trova in una posizione subalterna, poiché è tenuta a dedicare una porzione considerevole del proprio tempo e delle proprie energie a servizio degli altri, semplicemente perché è ciò che ci si aspetta che faccia, perché questo lavoro è dato per scontato, al punto che la fatica che richiede viene sottostimata, così come il suo valore. Questa è anche la ragione per cui le professioni di cura, nella nostra società, sono sottopagate e godono di una bassa considerazione sociale. Se invece la cura è condivisa, in uno spirito di collaborazione e reciprocità, allora la parola ritorna ad assumere il suo vero significato: prendersi cura di qualcun altro. La cura non può essere a senso unico.

Le donne immerse in una cultura patriarcale spesso reagiscono agli scarsi spazi di autoaffermazione concessi dalla società rivendicando il loro ruolo di cura – nei fatti, un fardello – come una prerogativa di cui essere orgogliose: traggono soddisfazione compensando la fatica che fanno (e che potrebbero non fare se imponessero la condivisione dei lavori domestici al 50%: tutti i lavori domestici, non solo cucinare, ma anche quelli più ingrati come pulire le persiane e i vetri, stirare, pulire i pavimenti, lavori che possono essere svolti senza alcun problema anche da esseri umani di sesso maschile, dato che non richiedono abilità particolari, solo tempo e disponibilità a faticare un po’) con l’orgoglio di essere indispensabili, di essere brave a occuparsi degli altri. Il meccanismo è così insito nella mentalità collettiva che è frequente che, quando una donna “delega” (scelta lessicale che sottolinea come comunque spetterebbe a lei occuparsene) una parte dei lavori domestici al proprio compagno, sia oggetto di malignità , mentre il compagno sia considerato una “vittima” (la situazione è stata raccontata dalla Zitella Felice qui).

Le aspettative sociali sono interiorizzate dalle donne stesse, sia da quelle che rivendicano con orgoglio la superiorità derivante dall’essere multitasking e dal prendersi cura della famiglia con abnegazione, a metà fra la casalinga anni ’50 e la mamma del Mulino Bianco, (senza riconoscere il sessismo benevolo radicato in questi due modelli), sia da quelle che li respingono, ma ne sono comunque condizionate e si sentono “inadeguate” o “imperfette” perché non sono in grado di soddisfare le aspettative sociali che si riverberano su di loro.

Quello che più mi dà fastidio è che le rivendicazioni della “forza delle donne” da link di Facebook (le solite cascate di retorica su quanto sia nobile essere una madre che si dona completamente ai figli, una moglie che fa di tutto per compiacere il marito, una donna che fa tutto, e sempre con il sorriso sulle labbra perché non esiste gratificazione più alta che annullarsi per gli altri e vederli sorridere per come si è state brave) sono comunemente scambiate per femminismo. E mentre il vero femminismo lotta per la liberazione dagli stereotipi e dalle norme sociali, inclusi quelli “benevoli”, questi link alimentano l’idea che il femminismo celebri la superiorità femminile, presa come un dato a priori.

Il femminismo rifiuta l’idea di un’essenza femminile che s’incarna nel prendersi cura degli altri a scapito di sé stesse. Il femminismo lotta perché la parità sia costruita attraverso la collaborazione, riequilibrando il carico di lavoro domestico che oggi grava in maniera sproporzionata sulle donne.