Fuori dagli schemi: uomini che si vestono da donne

Una premessa: quando in ambito femminista si critica una “regola” vigente nella nostra società che contribuisce a perpetuare il sessismo e il binarismo di genere (per esempio le fiabe e i racconti per bambini in cui le principesse sono passivamente salvate da un principe coraggioso) non si vuole sostituire questa regola con il suo opposto (fiabe in cui ardite principesse salvano principi indifesi) ma ampliare le possibilità e i modelli, facendo coesistere entrambe le cose.

In effetti il binarismo di genere e il sessismo sopravvivono così tenacemente perché sono considerati normali, naturali, nell’ordine delle cose. Perché è sempre stato così. Mostrare altre possibilità ponendole tutte sullo stesso piano è quindi il modo più semplice e logico di scardinare questo assunto. Il nodo centrale della questione è proprio quel “tutte sullo stesso piano”: quando il femminismo rivendica più libertà di scelta, non implica che alcune scelte abbiano un valore superiore ad altre, se non nella misura in cui, essendo minoritarie, vanno difese e divulgate affinché siano accettate dalla società. Così la libertà di non depilarsi va rivendicata, ma questo non significa che non depilarsi sia “meglio” che depilarsi (chi la pensa così sbaglia, ma questo è un altro discorso in cui non voglio addentrarmi ora). E così la principessa che salva il principe non è “meglio” del principe che salva la principessa.

Il diritto ad un ventaglio di possibilità più ampio, e quindi a più opportunità di conoscere, esprimersi o definire la propria identità, è uno dei capisaldi del femminismo, in quanto presupposto del diritto all’autodeterminazione e alla scelta. Difficile scegliere fra A e B se tutta la società esalta come giusta, normale e positiva la scelta A mentre condanna e stigmatizza la scelta B. Questo è un fatto evidente, ma non significa che chi sceglie A sbagli e chi sceglie B sia da lodare.

Le regole di genere, ovvero tutte quelle aspettative, pregiudizi e stereotipi che gravano sugli uomini e sulle donne, limitano le possibilità sia per gli uomini che per le donne. L’esempio classico di questo sono le rigide identificazioni per genere dei giocattoli, per cui esistono “cose da femmine”, contrassegnate dai colori rosa, fucsia, lilla, viola, e “cose da maschi”, di solito colorate in arancione, rosso, nero, grigio, blu.

Questa battaglia per un ventaglio di possibilità più ampio riguarda anche gli uomini, quindi. Per questo ho scelto di dedicare questo post a una cosa insolita (perché urta contro la nostra idea di normalità) come gli uomini che si vestono da donne. Non sto parlando di travestiti o drag queen, ma di uomini eterosessuali che sperimentano un look diverso, per gioco, perché gli piace farlo. Queste immagini all’inizio appaiono bizzarre, ma continuando a guardarle ci si rende conto che non c’è nessun motivo affinché sia così.

 

Lingerie per uomini 2

Lingerie per uomini

Intimo femminile

 

Iggy Pop

Si ringraziano Alessiox1 e la pagina facebook “Femminismo” per le ricerche iconografiche. Grazie ancora!

 

Sì, vestirsi in modo sexy è un nostro diritto. Problemi?

All’inizio dell’estate Internet è stato infiammato dall’intervento di uno ‘scrittore’ venticinquenne genovese che ha conquistato il suo quarto d’ora di notorietà nel modo più banale possibile: dicendo un’idiozia. In risposta, decine di siti hanno prodotto argomentate confutazioni, iniziative di protesta, lunghi post di dileggio, che hanno il grande merito di aver affrontato di petto non solo l’idiozia contingente, ma la mentalità ad essa sottesa, che a giudicare dai commenti a quegli stessi articoli continua a girare impunemente (e orgogliosamente!) nella nostra società. Pertanto, ignorando l’idiozia, mi accingo ad affrontare la vera, fondamentale questione: c’è ancora troppa gente che pensa che le donne e le ragazze vestite in modo sexy siano “troie”, e per questo “se la siano cercata”/”se lo meritino” nel caso vengano molestate o stuprate, oppure rappresentino un’offesa al decoro, oppure stiano mercificando sé stesse, svendendosi e riducendosi ad oggetto, oppure stiano svendendo la loro femminilità. Qualunque sia la scusa prescelta, ci sarà sempre qualche Catone pronto a suggerire che le donne, per il loro bene, dovrebbero coprirsi ed essere più pudiche.

Perciò, ribadiamolo ancora una volta: ogni ragazza e ogni donna, così come ogni ragazzo e ogni uomo, ha diritto a vestirsi come vuole, senza essere giudicata per questo, senza che questo dia ad altre persone “diritto” a delle pretese su di lei, come quella di invadere il suo spazio personale, fischiare nella sua direzione, suonarle il clacson, ecc: tutte queste sono molestie sessuali, a meno che lei non manifesti esplicitamente che questi comportamenti le fanno piacere.

Le ragazze e le donne scelgono come vestirsi soprattutto per stare bene con sé stesse, per sentirsi a proprio agio: come ha riassunto brillantemente Caitlin Moran, la femminista più divertente degli Anni Duemila (nonché icona di costume e critico musicale inglese):

Quando una donna dice “Non ho niente da mettermi!”, ciò che davvero intende è: “Qui non c’è nulla che vada bene per incarnare la persona che voglio essere oggi”. 

L’abbigliamento di una donna è costantemente sotto osservazione e fin troppo spesso determina l’atteggiamento delle persone nei suoi confronti, in modi purtroppo non sempre piacevoli. Alcune persone pensano che il fatto che una ragazza sia vestita in modo sexy li autorizzi a trattarla come un pezzo di carne in mostra, per altre il fatto che una donna manager indossi un sari ad una conferenza sminuisce automaticamente la sua autorevolezza, per altre una ragazza che ad una fiera del fumetto faccia cosplay con un costume succinto significa che è un’attention whore, che vuole solo mettersi in mostra.

Le donne non si vestono per lo sguardo altrui. Questo non significa che le donne non si vestano in modo sexy (anche) per essere ammirate, o per sedurre un uomo, significa che è dovuto loro rispetto indipendentemente da come sono vestite, perché il loro abbigliamento è una questione che riguarda solo loro e tutte le persone che loro decidono di coinvolgere nella questione, non chiunque passi per strada. L’abbigliamento non implica niente: né disponibilità o indisponibilità sessuale, né moralità o immoralità, né stupidità o intelligenza. Queste cose le vedono coloro che guardano le donne attraverso la loro lente di matrice patriarcale in cui le donne esistono solo in funzione degli uomini, e di conseguenza tutto ciò che le donne fanno loro fanno per gli uomini. Sì, una donna può vestirsi in un certo modo per essere ammirata dagli uomini (c’è differenza fra un discreto sguardo d’interesse e l’essere fissate in modo morboso, e se il primo fa piacere, il secondo è disgustoso e umiliante), ma nessuna donna si veste appositamente per attirare l’attenzione degli idioti che le urlano contro “bel culo!” o per farsi palpeggiare dal vicino di sedile in metro. Insinuare ciò è disgustoso ed è un ottimo modo per delegittimare la voce delle donne attraverso lo slut-shaming (umiliare e disprezzare le donne che si vestono in modo sexy e/o hanno una vita sessuale attiva con diversi partner) e il victim-blaming (dare la colpa alla vittima per crimini come stupro, violenza domestica o molestie sessuali, insinuando che sia stata la causa della violenza in quanto avrebbe “provocato” l’autore della violenza).

Una donna che si veste in modo sexy lo fa perché vuole essere bella e sexy, punto. Questo non significa che stia “mercificandosi”, come obiettano tante e tanti che hanno una visione moralista del femminismo: mercificare significa “ridurre a merce o a fonte di profitto valori, beni o attività che non hanno di per sé una natura commerciale” (Zingarelli 2011) e non vedo assolutamente come esprimere in modo libero e autonomo la propria sessualità attraverso l’abbigliamento sia una forma di mercificazione. Un simile ragionamento implica che è l’essere sexy ad essere “sbagliato”, non l’oggettivazione. Vestirsi in modo sexy o volersi mostrare in modo sexy è molto diverso dalla mercificazione del corpo femminile operata dai media. Come femministe, siamo ancora impegnate, nel 2013, a lottare contro la mentalità comune per cui chi indossa la minigonna o gli shorts se l’è cercata, è una troia, è una persona superficiale e vuota, ecc.: per quanto non lo condividiamo (il che non significa che io sia fra quelle che non lo condivide, tutt’altro, è un discorso generale), dobbiamo sostenere la libertà di vestirsi come si vuole ed esprimersi e apparire come si vuole sia nella vita reale che su Internet. Altrimenti non facciamo altro che alimentare ciò contro cui combattiamo, i doppi standard, la divisione troia/brava ragazza, lo slut-shaming.

Ai saldi ho trovato un meraviglioso paio di shorts in pizzo nero. Sono eleganti e rock allo stesso tempo, comodi, leggeri, mi slanciano le gambe e vanno con tutto: per quest’estate praticamente non ho indossato altro, abbinati ad una t-shirt, con le ballerine o gli anfibi. Li metto perché mi fanno sentire bene, mi fanno sentire bella e perché sono adatti al caldo estivo (mentre scrivo ci sono 29.6° nella mia stanza, e fuori sotto il sole è peggio). Indossandoli, sto “svendendo” la mia femminilità? Non credo proprio. Credo anzi che ogni ragazza e ogni donna esprima la sua femminilità in modi diversi (si può essere femminili amando il rosa e i peluche, si può essere femminili amando lo stile gotico, femminili in shorts e scarpe da tennis, femminili in jeans da uomo e camicia a quadri) perché la femminilità è un’essenza individuale, che ognuna sente e interpreta diversamente, non una “norma” rigida e immutabile alla quale bisogna conformarsi.

Credo che la libertà di vestirsi come si desidera, anche in modo sexy, rientri pienamente nell’ambito della libertà d’espressione e debba essere tutelato come tale, senza considerazioni di tipo moralistico. Vorrei concludere con due testimonianze sull’argomento di due ragazze americane, raccolte sul blog Dr. Nerdlove, per cui nutro ammirazione sconfinata:

Women don’t really have a space where we can express our sexuality without being ridiculed or shamed for it. (Think about it… how many “slutty” costumes do you see women wearing on Halloween? A lot of girls feel that that’s the only time they can wear something audacious like that.) We also grow up in a culture where women are taught to be ashamed of their beauty, that there is something wrong in taking pride in it or, God forbid, flaunting it. We’re taught to downplay compliments. “Wow, your hair looks so good today!” “Really? I don’t think my hair is that pretty.” It took me a very, very long time to be able to respond to sincere compliments with a “Thank you!” instead of deprecating myself a little. So, yeah, for me, admitting that I’m beautiful, celebrating that and letting the world know that I won’t be shamed into submission is a liberating form of self expression. (Hannah Solo)

Girls are told to be pure and beautiful – the “saint” side – because otherwise they’re sluts/only looking for attention. Yet we’re expected to have a “naughty” side as well, or otherwise we’re just prudes. Sometimes, wearing slutty costumes in what we consider a “safe” or “pre-approved” environment isn’t about attention. It’s about gaining control over our own sexuality and beauty. 
Example: I frequent a goth club. I often wear thigh highs, short skirts, high heels, and corsets with dramatic eye make up and “kinky” jewelry. But I guarantee you, I don’t do it for the attention. I have large boobs and I get unwanted stares and catcalls on public transportation, streets, and stores enough as it is. I don’t want or need more attention. Wearing those clothes to a club that I think of as safe and non-judgmental, surrounded by friends and the other regulars, is a way of taking back what I feel is sometimes stolen from me in my daily life by those stares and catcalls. It’s a way of saying “Yes, this is me, this is what I feel beautiful in and I refuse to feel dirty when you look at me.(MikanGirl)

 

Differences kill freedom?

It’s the end of the web as we know it « Adrian Short. An interesting post about how Facebook is taking control of what we do on the Internet by tracking secretly our activities on many websites, about how depending on a web host is not a good thing for a blogger who wants freedom and complete control on their work, and about the way social networking is changing the way the Internet works – and that’s not so positive as it seems. I tried to delete my Facebook profile once, but as I had to save one by one all the photos I shared, and those I was tagged in, and write down on my address book all the email addresses and birthdays of my friends, that Facebook collects in my place, I realized how hard it would be. And I gave up. But I’m pretty more careful now. If I want to defend my privacy and give less information possible to big companies who want my data to turn my freedom into money, well, paying attention is simply not enough. What shall I do, then?

Raccolte di firme

Teniamo famiglia: Mettici la firma!

Un’importante segnalazione per una causa di civiltà, l’equiparazione dei diritti delle coppie di fatto a quelli delle coppie regolarmente sposate. Questa proposta rappresenta un efficace esempio di democrazia popolare e della forza comunicativa di Internet (argomenti che ho trattato nel tema svolto tra oggi e ieri, e che posterò non appena la professoressa lo riconsegnerà, ampliandolo e corredandolo di link diretti), e soprattutto tratta di un argomento che ci dovrebbe riguardare tutti.

La famiglia non è una, la famiglia non è perfetta. Ciò che conta davvero, è la forza del legame tra due persone. Purtroppo, non vivendo io a Roma ed essendo ancora minorenne, sono impossibilitata a partecipare di persona alla raccolta firme, ma rimangono ancora 57 giorni, e spero che anche il mio piccolo contributo sia utile a dare maggiore visibilità all’iniziativa…e a trovare almeno una firma che possa sostituire quella che vorrei ma non posso apporre.

Sono davvero convinta che la partecipazione collettiva possa ottenere risultati concreti. Quando ho potuto, ho sempre partecipato alle raccolte firme virtuali dell’organizzazione Avaaz.org, come ad esempio l’iniziativa per il blocco definitivo della risoluzione che permetterebbe all’Agcom di intervenire arbitrariamente per rimuovere contenuti protetti da diritto d’autore su Internet (vedi Avaaz – 24 ore rimaste per fermare il bavaglio a internet!). Sfortunatamente, il mio ruolo non può andare oltre a queste piccole azioni.

Le grandi cause fanno sentire le persone piccole e insignificanti di fronte alle battaglie che stanno combattendo. Sembra che chi sta nelle stanze dei bottoni possa fare qualsiasi cosa, e che se non prestiamo attenzione alle loro mosse si mangeranno la nostra libertà pezzetto dopo pezzetto, come se fosse una tavoletta di cioccolato, ma non siamo soli né inermi. Se ascoltiamo le voci della rete delle reti, ci accorgeremo che molte altre persone si accingono a combattere per la nostra stessa causa. Persone che non conosceremo mai, persone che appaiono solo come nomi accanto al nostro in un contatore, ma che diventano parte di una massa, un’onda in grado di fare pressioni contro le mura dei palazzi del potere.

Non è il rombo furioso della rivoluzione, la rabbia cieca della disperazione; non è il suono carico di morte dei kalashnikov: è un valzer ribelle, un’antica canzone che riecheggia sul colle, come cantavano i Clash nella bellissima Rebel Waltz, è un ticchettio incessante di tastiere, informazioni che corrono, veloci, sempre più veloci, per raggiungere sempre più persone. Il passo della burocrazia è lento, ma dobbiamo fare in fretta…dobbiamo essere in tanti. Oppure è il passo dei ragazzi del nuovo millennio, children of the night, soldiers of our time, per citare anche i Crashdiet di Generation Wild. Una generazione che vuole emergere dall’immagine di superficialità e disinteresse a cui è stata condannata…

Ma forse è solo la voce corale di chi vuole difendere la propria libertà, di chi chiede che i propri diritti siano rispettati. Ed ha un suono bellissimo

 

Anonymous e l’ACTA: un’altra battaglia per Internet.

Una nuova minaccia per Internet, e tutto quello che posso fare è informarmi, firmare petizioni, condividere link su Facebook, diffondere la notizia; è essenziale che tutti sappiano cosa sta succedendo, per poter fare pressioni sui nostri governi e spingerli a recedere dai loro propositi. Alcune di queste iniziative funzionano, il plateale sciopero contro le leggi statunitensi SOPA e PIPA (di cui ho parlato in alcuni post precedenti), è servito a farle archiviare e ha dimostrato quanto sia vasta la comunità di utenti di Internet disposta a battersi in nome della libertà d’espressione e della neutralità della rete delle reti. Ma sembra che i problemi non manchino mai.

L’attività delle lobby produttrici di contenuti (case discografiche, società di produzione cinematografica, ecc) sembra procedere a tappeto, rapida e inesorabile. Le loro pressioni sono sempre più forti, e la riprova è che, a poche settimane dalla “vittoria” su SOPA e PIPA, un’altra battaglia si prepara ad essere combattuta. La posta in gioco è sempre la stessa, ma la sostanziale differenza è che le persone informate e consapevoli di cosa stia succedendo sono sempre meno.

Io ringrazio il team di Avaaz.org, che con le sue e-mail mi avverte tempestivamente di questo genere di avvenimenti, ma quante persone questa volta rischiano di rimanere all’oscuro? Occorre una mobilitazione rapidissima. Dobbiamo stare costantemente attenti, vigili, pronti a scendere in campo contro ogni tentativo di limitare le libertà che Internet rappresenta. A quanto sembra, ancora una volta il gruppo di hacktivisti di Anonymous dovrà scendere in campo, con le maschere di V per Vendetta e gli attacchi DDoS. I grandi gruppi di Internet saranno dalla nostra parte?

Rimando a questo interessante video, semplice e comprensibile, anche se in inglese, per i dettagli: http://youtu.be/bAkpsRLESWk. Quello che mi preme rimarcare è che dobbiamo agire collettivamente, se non vogliamo che i nostri sforzi si disperdano in mille rivoli. Non ho la pretesa – forse solo la speranza – che la mobilitazione della comunità di Internet distolga le grandi compagnie, che hanno interessi per milioni di euro nel “proteggere” i contenuti protetti da diritto d’autore e che non avranno alcuna esitazione nel distruggere  Internet e tutto ciò che significa, se questo permetterà loro di guadagnarci di più, tornare a vendere CD come prima che la musica fosse liberamente disponibile, ma i nostri governanti dovranno ascoltarci!

Dovranno farlo! Non sono ingenua, è anche possibile che non lo facciano, e Internet troverà sempre un percorso sotterraneo in cui fluire. Ma davvero vogliono minacciare così tanto la nostra libertà? Davvero pensano di restare impuniti? Davvero i soldi sono così importanti per loro? No, io mi rifiuto. Io non ci sto. La vera ribellione è la consapevolezza. E io so che non vincerete mai. Perché…

We’re Anonymous.
We’re legion.
United as one.
divided by zero.
We don’t forgive.
We don’t forget.
Expect us…