Per una normalità inclusiva

In ogni società esiste uno standard, culturalmente costruito, in merito a quale sia il comportamento normale degli individui, quello di cui la società ha bisogno per continuare ad esistere, quello su cui si regolano le aspettative reciproche delle persone. Tutto questo ci aiuta a “navigare” l’esperienza quotidiana senza dover continuamente aspettarci l’inaspettato, ma potendoci aspettare invece una certa prevedibilità.
Esistono, ovviamente, simili modelli di comportamento per ogni sfera dell’agire e per ogni ruolo sociale, inclusi i ruoli di genere. Le donne, nel corso dei secoli, hanno individuato come in queste aspettative normative legate al genere si costruisse l’oppressione, attraverso la limitazione delle opportunità, dei diritti, conseguenti a percepite differenze di capacità, di forza, di intelligenza. Ma non si è mai trattato solo di questo, quanto anche della vitale possibilità di definirsi, di avere la possibilità di trovare la propria identità al di fuori delle ristrette gabbie create dalle rigide strutture di classe e genere.
Se consideriamo la vita di una donna borghese nell’Ottocento e la vita di una donna di classe media contemporanea, c’è un abisso in termini della gamma di opportunità, ma anche nella gamma di comportamenti ritenuti ormai normali e pienamente accettati dalla società. Parlo anche di cose semplici come andare in bicicletta, portare i pantaloni, possedere un conto corrente.
In questi ultimi decenni, diciamo dagli anni ’70 in poi, dopo aver combattuto e vinto almeno sulla carta la battaglia per la parità giuridica, le femministe stanno combattendo sia per la parità sostanziale, di cui il fulcro è il diritto a una vita libera dalla violenza di genere per tutte le donne, sia per ampliare la sfera delle opportunità attraverso la restrizione della sfera dove l’idea di normalità ha valore e potere. Sul tempo libero, l’espressione individuale attraverso l’abbigliamento e il corpo, gli aspetti “privati” dell’esistenza, non dovrebbe nemmeno esistere un’idea di normalità che diventi esclusione e stigmatizzazione per chi non vi si conforma. Purtroppo non siamo ancora a questo punto.
Molti comportamenti che semplicemente sono meno frequenti, ma non sono neppure considerabili “devianti”, come non depilarsi, il sesso occasionale, perfino cose che non sono comportamenti ma sono tratti dell’identità di una persona, come l’orientamento sessuale, ancora oggi sono motivi di bullismo, rifiuto di una persona, discriminazione.

Aprendo un inciso, le preferenze personali non possono considerarsi discriminazioni in sé (mi riallaccio alla discussione sotto il post “Il soffitto di cotone” del Ricciocorno Schiattoso, per non ripetermi) anche se indubbiamente sono collegate all’idea di normalità prevalente in una data società. E’ più facile, più comune, essere attratti da tratti diffusi e considerati positivi nella nostra cultura, come ad esempio la magrezza, piuttosto che da tratti “diversi” su cui esiste un alone di negatività, di diffidenza, che è appunto lo stigma. E’ vero che l’amore supera e prescinde il giudizio sociale, ma è anche vero che innamorarsi richiede di conoscere l’altra persona, e spesso le persone “diverse” vengono evitate e non si dà loro nemmeno una chance. Ma appunto, non possiamo forzare nessuno a dare questa chance.

Quello che possiamo – e secondo me dovremmo – fare è sforzarci di riflettere criticamente sull’origine dell’idea di normalità invece di accettarla a priori. Capiremmo che molte norme sociali non hanno alcun valore intrinseco e servono solo a limitare l’individualità delle persone. L’esempio che mi viene in mente è una discussione avuta ieri su una preside che ha deciso di punire con un abbassamento del voto in condotta gli studenti che si fossero presentati a scuola con i jeans con gli strappi. C’è un motivo sensato per imporre questa regola, per imporre un dress code a degli adolescenti che, nella maggior parte dei casi, stanno ancora cercando il proprio stile come mezzo per esprimere sé stessi e dimostrare ai coetanei che non è più la madre a scegliergli i vestiti?
Non conosco i dettagli della vicenda, né ho interesse a conoscerli. La cito solo per esporre un punto. Peraltro, moltissime regole sul dress code si basano sull’idea che le ragazzine debbano coprire i loro corpi perché potenzialmente sessualmente attraenti, come se l’attrazione sessuale fosse un male di per sé. E se preoccupa la sessualizzazione precoce, il rimedio non è certo vietare, ma mettere le ragazzine e i ragazzini in condizione di comprendere che cosa significa esprimersi come “sexual beings“, esseri sessuati e sessuali, invece di farli sentire sbagliati per come si vestono.

Peraltro, sostenere che esiste un’idea di normalità che plasma il modo in cui ci comportiamo, il modo in cui elaboriamo i materiali che galleggiano nel “pulviscolo culturale” (la metafora è dell’antropologo Arjun Appadurai) per costruire la nostra identità a partire da ciò che abbiamo assorbito durante il processo di socializzazione, perfino il nostro modo di pensare a noi stessi (l’idea di cosa è una persona varia da cultura a cultura e da epoca a epoca) e ovviamente idee e valori, che circolano nella cultura e vengono insegnati dalle varie agenzie di socializzazione, non significa affatto sostenere che gli individui vengono “programmati” dalla società, in modo occulto come vorrebbero i complottisti o in modo diretto e quasi “naturale” come postulavano i funzionalisti statunitensi degli anni ’50 – che infatti non intuirono l’avvicinarsi della controcultura degli anni ’60 e delle grandi battaglie per i diritti civili, che già da sole smentivano l’idea di una socializzazione volta a farci accettare e incorporare dentro di noi l’ordine sociale esistente.

La struttura sociale ci plasma, e noi con il nostro agire plasmiamo la struttura sociale, in un processo dialettico che non ha esiti predeterminati. Questa è una delle prime cose che s’imparano studiando sociologia. Gli esseri umani sono sempre in equilibrio in questo circolo, e in questo sta la nostra libertà. Non ha alcun senso né credere che la struttura sociale sia infinitamente deformabile, sappiamo che il cambiamento richiede tempo, sforzo, incontra resistenze, perché è un nuovo ordine che s’incunea nel preesistente per trasformarlo dall’interno; né credere che non esista la possibilità del cambiamento e che ogni riforma e rinnovamento sia solo di facciata.
Non siamo prigionieri di un ordine che ci controlla stile Matrix, ma non siamo nemmeno monadi che si autodeterminano nella libertà più assoluta da ogni influenza esterna. La cultura è una rete di significati (come la definì a suo tempo Max Weber) che si avviluppa attorno a noi, dando forma al nostro agire. Pensate alla sua manifestazione più evidente: il linguaggio. Il linguaggio non ci determina, né è predeterminato esso stesso: cambia insieme alla società, ma al contempo resta valido quando scrisse Wittemberg: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, nel senso che non possiamo pensare qualcosa che non abbiamo le parole per pensare. Così, è difficile che si possano pensare possibilità che non sono nel nostro orizzonte culturale, anche se sono sempre esistite persone capaci di pensare oltre i limiti dell’esistente.
Ma, se cercheremo di trasformare lo standard esistente nella nostra società, in questo momento storico dove peraltro è già molto meno vincolante rispetto al passato perché viviamo nel pluralismo delle culture, degli stili di vita, delle identità, delle idee, in qualcosa di ancora più aperto, di rendere più permeabili i confini, ci sarà maggiore spazio per coloro che vorranno reinventare il futuro, o semplicemente vivere in pace senza sentirsi costrette ad aderire a regole troppo strette per loro.

Per come la vedo io, si tratta di passare da una situazione in cui tutto ciò che non è normale è oggetto di riprovazione, a una in cui tutto ciò che non è oggetto di riprovazione è normale, spostando la condanna sociale quindi da ciò che è “diverso” a ciò che reprime la libertà altrui, estendendo l’idea di normalità per renderla il più inclusiva della diversità possibile. Uno slogan che ho sentito in università, motto di uno psichiatra di cui purtroppo non ho colto il nome, è: “Da vicino nessuno è normale“, che fa il paio con il più noto: “Ricorda sempre che sei unico, proprio come tutti gli altri“. Insieme, questi motti ci dicono che nell’accettazione della diversità si può costruire uno standard diverso.

“Il mio corpo mi appartiene” di Amina Sboui

Amina Sboui è diventata famosa per aver postato una foto di sé a seno nudo, con scritto sul petto “Il mio corpo mi appartiene. Non è l’onore di nessuno” in arabo, su Facebook. In seguito a questi eventi, la sua famiglia l’ha tenuta prigioniera a casa di parenti, senza permetterle di vedere nessuno o di accedere ad Internet e imbottendola di antidepressivi e sessioni di esorcismo presso l’imam locale, finché Amina non è riuscita a fuggire e a far accettare ai suoi parenti le proprie idee politiche. Successivamente, dopo la caduta della dittatura di Ben Ali seguita alle rivolte della Rivoluzione dei Gelsomini, cui Amina ha partecipato in prima persona, la ragazza è stata arrestata per aver scritto sul muro di un cimitero “FEMEN” con una bomboletta spray, poco prima di un raduno di islamisti, nella città di Kairouan. Amina

Questi i fatti, in breve. Sono passati diversi anni dal gesto di Amina e la sua storia è ormai acqua passata, le polemiche e le banalità sul suo gesto sono state archiviate, e la ragazza si è trasferita in Francia dove continua il suo attivismo femminista in altre forme. Il libro di cui voglio parlare è la sua autobiografia, in cui Amina racconta la sua educazione, la sua formazione di adolescente, il suo punto di vista interno, da persona coinvolta in prima linea, sulle rivolte della Primavera araba in Tunisia, come ha maturato la decisione di farsi quella foto e tutto quello che è successo dopo. Il fatto che sia Amina a raccontare la sua esperienza di adolescente anticonformista e ribelle che scopre la sua coscienza politica e femminista ci offre una prospettiva che nessun resoconto scritto da persone esterne, giornalisti, politologi o antropologi che siano, può dare.

Mi ritrovo molto in Amina che contesta i professori, domandando perché di certe tematiche non si può parlare in classe, citando Nietzsche durante l’ora di religione, mettendo in crisi la morale perbenista del suo ambiente con i suoi atteggiamenti provocatori, da ribelle. Ho attraversato anch’io questa fase e mi fa sorridere l’energia, l’entusiasmo con cui l’autrice descrive l’esperienza di un’adolescente che scopre l’ingiustizia e si mette a contestare tutto e tutti, con incoscienza, forse, ma anche con la consapevolezza e le conoscenze maturate attraverso la frequentazione di attivisti e militanti. La differenza fra me e Amina è forse solo che lei ha avuto l’occasione di partecipare a una rivoluzione, e io ho avuto il tempo di crescere e orientare il mio impegno verso la conoscenza e la divulgazione.

Amina racconta cosa ha provato dopo la pubblicazione della famosa foto: “Ero un po’ nel panico, ma provavo al tempo stesso un sentimento di orgoglio, la piacevole sensazione di essere all’improvviso unica, celebre. L’istante di celebrità decantato da Andy Warhol? No, non nel mio caso. Insomma, non del tutto. Più che di me, ero soprattutto fiera della mia azione. Avevo l’impressione che fosse un gesto che poteva toccare le persone e che avrebbe smosso altri giovani, dato nuovo respiro alle nostre lotte”.
Ma Amina non è un’adolescente ingenua o irresponsabile. Proseguendo nella lettura, scopriamo che durante la sua infanzia ha subito abusi sessuali da più di un uomo adulto, abusi che non sapeva nominare perché la sua famiglia non le aveva mai insegnato nulla sulla sessualità, e che quando ha cercato di parlarne con sua madre lei si è chiusa nel diniego. Bono degli U2 ha affermato una volta che la percezione dell’ingiustizia nasce sempre come personale e diventa politica solo in un secondo momento. Anche per Amina è stato così – in quel rifiuto di sua madre di ascoltarla e di aiutarla, e in tante altre occasioni in cui la sua famiglia e il suo ambiente sociale le hanno chiuso la porta in faccia è nata un’attivista.

Amina racconta anche un altro episodio traumatico del suo coinvolgimento nella rivolta, quando stava organizzando scioperi nel suo liceo con altri studenti, è stato segnato da un trauma che renderà inscalfibile la sua volontà di lottare: “Era il 7 gennaio. Eravamo una decina di giovani nel corridoio nella presidenza, divisi tra l’orgoglio per aver intrapreso una lotta che aveva messo un liceo di 400 studenti in sciopero da diversi giorni e una certa preoccupazione per le conseguenze dei nostri atti. Il preside ci aveva appena confermato la sua decisione di espellerci. Uno dei miei compagni, Ayoub, che si trovava proprio accanto a me, ha acceso un fiammifero. E si è dato fuoco. Così, in fondo al corridoio. Davanti a noi. Davanti al preside. Davanti ai prof. Nessuno è riuscito a spegnere le fiamme. è stata una visione atroce, che mi ossessiona ancora. Non mi ero accorta dell’odore di benzina con cui si era cosparso i vestiti. Era un atto di protesta e di solidarietà verso Mohamed Bouazizi? O la paura di ritrovarsi faccia a faccia coi suoi genitori, che lo avrebbero probabilmente picchiato venendo a sapere della sua espulsione? Non lo sapremo mai”.

E ancora: “Prima della rivoluzione ero piuttosto pessimista; pensavo che a essere veramente impegnati e attivi fossimo solo una o due centinaia di militanti, non di più. Ero convinta che la maggior parte delle persone se ne fregasse e che al tunisino medio bastasse riuscire a comprarsi un po’ di carne e di frutta. Ma durante gli assembramenti e le manifestazioni mi sono resa conto che eravamo molti di più ad aspirare a un’altra vita, a rivendicare il diritto alla dignità – non parlo di libertà perché la maggior parte di noi non l’aveva mai conosciuta e non sapeva neanche cosa fosse -, il diritto a un lavoro, ai soldi sufficienti per vivere, per creare una famiglia, la possibilità per i nostri fratelli e sorelle minori di andare a scuola… […] Siamo riusciti a unire la maggior parte dei tunisini rivendicando il diritto di vivere orgogliosamente in un paese in cui ciascuno avesse il suo posto e potesse sperimentare quella libertà che non avevamo mai conosciuto. Volevo poter ricevere delle chiamate mentre ero in riunione coi miei compagni militanti senza dover togliere ogni volta le batterie al mio cellulare. Sognavo di poter alzare il telefono e dire dove mi trovavo e con chi senza paura. Volevo poter chiedere l’autorizzazione a partecipare a una manifestazione senza essere aggredita, e volevo non rischiare di essere picchiata se venivo arrestata. Volevo essere trattata dai poliziotti con rispetto e come qualunque altra cittadina”.

Amina descrive così la sua seconda azione eclatante, quella che le è costata due anni in carcere: “Nei dintorni della moschea sono passata inosservata, con il mio foulard in testa. Ma nel giro di poco – sarà stata l’atmosfera così particolare, la presenza della polizia, il nugolo di fotografi, di cameraman… gli integralisti che iniziavano ad arrivare… o solo una provocazione gratuita e irragionevole – sta di fatto che ho avvertito il desiderio di segnalare la mia presenza. Mi sono tolta il foulard e gli occhiali da sole e con la bomboletta ho scritto la parola FEMEN sul muro del cimitero, proprio accanto alla Grande Moschea… […] Avevo scritto FEMEN sul muro del cimitero. Così, semplicemente: mi era venuto in mente di farlo e lo avevo fatto! Non avevo premeditato quella provocazione, né cercato volontariamente lo scontro. Era stato un gesto stupido, ma ancora oggi non lo rimpiango perché, senza quel colpo di testa, non avrei mai incontrato le ragazze meravigliose che poi ho conosciuto in prigione”.

Del carcere Amina scrive: “In un giorno avevo fatto conoscenza con tutte le ragazze della cella. Ho raccontato loro perché ero lì: le foto, gli slogan che mi ero scritta sul corpo…e quasi tutte erano dell’idea di fare lo stesso, un giorno o l’altro. Ero molto orgogliosa che comprendessero quel che avevo fatto, e ancor più che questo desse loro voglia di agire in prima persona. Dei miei primi giorni in gattabuia conservo un grande sentimento di rabbia per tutte le ingiustizie di cui sono stata testimone: i bambini dietro le sbarre, il sovraffollamento, ma anche la violenza psicologica e sistematica da parte delle sorveglianti”.
Ma anche: “Non vorrei che si pensasse che in carcere ci fossero solo tortura e maltrattamenti. C’era anche una vitalità fuori dal comune. Cantavamo, ballavamo, producevamo perfino bevande alcoliche! In prigione si usa di solito il Cyteal – un prodotto destinato all’igiene intima – la sola cosa ammessa che contenga alcol. Bisogna tagliare dei frutti a dadini: pesche, banane, mele, pere (i frutti rossi sono vietati), metterli in una bottiglia, coprirli con un fazzoletto bagnato e lasciarli macerare per alcuni giorni. Poi si aggiunge un po’ di Coca con molto Nescafé. Si mescola e alla fine si aggiunge il Cyteal. Modificavamo anche le sigarette spennellandole con un deodorante in stick: non serve solo a eliminare gli odori, ma così utilizzato fa l’effetto di una canna!”.

Questo passaggio è il genere di cosa che avrebbe fatto la gioia di Erving Goffman, il sociologo che passò un anno in un ospedale psichiatrico per studiare le forme di adattamento degli internati, le loro strategie per ritagliarsi spazi di autonomia nell’istituzione totale. Il racconto di Amina è molto ricco di dettagli che inquadrano la continua rincorsa fra le strategie delle detenute per aggirare le regole e le repressioni delle sorveglianti carceriare.

Comunque, parlando del suo processo, Amina scrive: “Quel giorno ero galvanizzata dalle mie settimane di detenzione. Non mi ero mai sentita come una vera e propria prigioniera, ma come una militante in posizione utile per osservare e per agire. Avevo capito molto in fretta che potevo avere un ruolo, in particolare dando l’esempio alle ragazze e convincendole che avevano dei diritti anche se erano in prigione, che quei diritti dovevano essere rispettati. Per esempio convincendole che quando venivano aggredite fisicamente dovevano sporgere denuncia. Per me tutto questo era fondamentale”.

Dopo aver descritto come è riuscita ad essere assolta, Amina conclude con un bilancio della sua esperienza di attivista, parla del suo distacco dal gruppo delle Femen e di come le sue compagne di lotta l’hanno convinta a emigrare in Francia, per poter proseguire gli studi: “In Tunisia, ci sono diverse categorie di persone. Alcuni approvano il mio modo di manifestare e sono orgogliosi di me. Altri disapprovano la modalità della mia protesta, ma la rispettano e rispettano la mia libertà. Altri ancora sono del tutto contrari. Tra i giovani, c’è chi mi considera un simbolo di libertà, chi una puttana. […] Ai miei occhi, femminismo e impegno politico non hanno frontiere; il fatto che io sia tunisina non significa che devo lottare solo in Tunisia: i principi non hanno nazionalità. Posso lottare per la Tunisia da Parigi e posso manifestare accanto ai francesi per difendere insieme a loro diritti che mi sono cari. Intraprendere azioni individuali non vuol dire essere soli. Se si vuole agire, bisogna buttarsi, anche a costo di cominciare da soli in attesa che altri ci raggiungano in seguito. A volte è rischioso”.

Ecco, quello che vorrei dire, e che credo che sia il motivo per cui sto parlando di questo libro, è che Amina è stata ed è qualcosa di più di una ragazza che si è fatta una foto provocatoria, e che è sbagliato sminuire l’attivismo e la consapevolezza di un’adolescente…

 

Giornalisti che scrivono stronzate 1

Chiara Gamberetta, autrice del compianto blog Gamberi Fantasy, sosteneva che il problema con la pubblicazione di libri brutti (lei si riferiva a Brian di Boscoquieto nella terra dei mezzidemoni, ma Cinquanta sfumature di grigio va bene uguale) è che occupano spazio nelle librerie, spazio che avrebbe potuto essere occupato da libri più meritevoli. La sua affermazione mi è tornata in mente per due motivi: il primo è che nessun libro, nessuno, ha avuto tanto spazio e tanta pubblicità quanto la saga delle sfumature, lo si trova ovunque: nelle librerie, nei supermercati, nelle edicole. Perfino nell’edizione a 5€, cosa che già da sola può spingere parecchio un libro (io avrei comprato volentieri Il caso Harry Quebert di Joel Dicker, ma la prima edizione costava 28€. Cifra che mi ha indotto ad attendere che arrivasse nella mia biblioteca).
Il secondo, come da titolo, è il motivo per cui ho interrotto il mio riposo estivo e mi sono rimessa a scrivere: il fatto che sui siti Internet di importanti quotidiani nazionali in questo periodo siano comparsi articoli stupidi e inutili che occupano spazio che avrebbe potuto essere occupato in modo utile e costruttivo. O essere lasciato vuoto: come si dice, è meglio stare zitti e sembrare stupidi che aprire la bocca e confermare di esserlo.

Ma veniamo al punto. Grazie a questo splendido post del Ricciocorno Schiattoso, che vi invito caldamente a leggere perché complementare al mio, vengo a sapere dell’esistenza di un articolo, sul sito del Foglio, intitolato “Le vere misogine siete voi stronze”, scritto da un tale Lanfranco Pace. Non lo linko, ma lo riporto integralmente, con commento.

Aveva ragione Milan Kundera, le vere creature misogine sono le donne: mai avuto contezza di rapporti così grassamente maldicenti, una vera festa del pis que pendre, come tra donne.

Mirabile incipit, nevvero? In primo luogo, vorrei ricordare al signor Pace il detto britannico the plural of “anecdote” is not “data”, il plurale di “aneddoto” non è “dati”, perché l’esperienza aneddotica non è generalizzabile. Io conosco molte donne con cui ho rapporti sinceri e basati sulla condivisione di interessi e in cui le maldicenze non hanno spazio (se non altro perché anche le energie mentali sono finite e preferiamo impiegare le nostre in modi più arricchenti ed interessanti). E quindi? Io non pretendo che la mia esperienza abbia valore universale, al contrario del signor Pace.
In secondo luogo, notiamo l’aggettivo vere: se le vere misogine sono le donne, allora gli uomini misogini sono falsi misogini? Oppure non esistono? O la loro misoginia ha meno valore di quella proveniente da altre donne?

Misurata, poi, sta per levigata e cortese, comprensione senza asperità, messa al bando della violenza e della volgarità, quindi la misurata tensione misogina del caro ex direttore è animale ben strano per noi scorticati vivi, la pelle passata alla carta vetrata. Noi siamo stati sempre in allerta, vigili, concentrati. Una ventenne bruna e polposa mi rifiutò malamente che non avevo ancora la barba: la odio ancora. Con il tempo ho capito le sue ragioni ma io non me ne sono ancora fatta una, di ragione: mi brucia di essere rimasto lì come un allocco, non aver avuto la prontezza di gridarle brutta stronza e magari darle un pugno.

Devo davvero commentare un uomo adulto che non riesce a superare il fatto di aver ricevuto un due di picche da adolescente? Credo onestamente che tutti e tutte abbiamo sperimentato un amore o una cotta non ricambiati, e il 99% di noi (fanno eccezione Elliot Rodgers e il signor Pace, evidentemente) è sopravvissuto alla cosa, è riuscito ad andare oltre, a farsene una ragione e capire che non è una colpa, né loro né nostra, se qualcuno di cui siamo innamorati non ricambia i nostri sentimenti. D’altronde, non ci si innamora a comando e non ci si può forzare a ricambiare i sentimenti di qualcuno. Non servono nemmeno delle ragioni: se non si è innamorati, non si è innamorati. E questo non ci rende delle persone stronze, né tantomeno meritevoli di odio, o di essere prese a pugni.

Un comportamento che oggi sarebbe bollato come inqualificabile, un prodromo di femminicidio che manderebbe il suo merdosissimo autore a rieducarsi da qualche parte. Cosa impossibile: perché voi vi liberate ma noi non ci liberiamo da voi, nessun uomo accetta il rifiuto senza soffrire o reagire. Chi lo dice, mente.

Notizia flash: non “sarebbe“, E’ un comportamento inqualificabile dare un pugno a una persona che ci ha respinto. E sì: voler picchiare qualcuno perché ci ha detto “no” fa parte della stessa mentalità che spinge certi uomini a perseguitare la donna “colpevole” di averli lasciati, o a ucciderla per impedirglielo. Perché un femminicidio è esattamente questo: un omicidio di una donna, da parte di un uomo, dovuto alla concezione condivisa della “femmina” come un nulla sociale, come scrive in “Femminicidio: i perché di una parola” l’Accademia della Crusca, la cultura del possesso che considera le donne in funzione degli uomini, e non accetta che esse possano sottrarsi alla loro tutela, che rivela la sua natura di dominio nel momento in cui cercano di liberarsene. A proposito di femminicidio, la domanda sorge spontanea: perché si ritiene che classificare serva a creare una gerarchia di valore, anziché a inquadrare un fenomeno nelle sue caratteristiche specifiche e renderlo facilmente riconoscibile? Seguendo questa logica e constatando l’esistenza di termini come “uxoricidio”, “infanticidio”, “parricidio” viene spontaneo chiedersi come l’esistenza di questi termini possa generare una gerarchia di valore – e come diamine dovrebbe funzionare.

Ma torniamo al signor Pace. “Nessun uomo accetta il rifiuto senza soffrire o reagire“. E anche nessuna donna, mi creda: per accettare un rifiuto senza provare nessuna emozione bisognerebbe essere dei robot. Soffrire per un rifiuto è naturale: al dolore segue poi la fase in cui lo si metabolizza, e poi gradualmente si guarisce e si scopre di essere riusciti a superarlo, di non stare più soffrendo. A volte ci vogliono mesi, o perfino anni, ma è un processo necessario. Quanto a “reagire“, la questione è complicata dal fatto che il signor Pace non ci spiega cosa intende con questo verbo. Abbiamo già stabilito che “dare un pugno” alla persona che ci ha fatto soffrire non è una soluzione accettabile in una società civile. Uscire con gli amici, focalizzarsi sui propri interessi, sperimentare cose nuove e così via invece sono reazioni positive; piangere, disperarsi, scrivere poesie piene di parole come “sofferenza”, “oscurità”, “ferite”, “sangue” e “dolore” sono reazioni altrettanto positive, almeno in un primo tempo. Rifugiarsi nel nichilismo è una reazione, anche se secondo me è negativa. Insomma, fate voi.

Chi lo dice, mente“. Disse il signor Pace dall’alto della sua profonda conoscenza della natura umana basata su un rigido e stereotipato binarismo di genere.

Ci frena rispetto al passato una percezione più acuta del ridicolo e ci tiene avvinti alla donna la paura di doverci svelare di nuovo: ma la tentazione di misurare i poveri resti della capacità di seduzione non si ferma nemmeno con la raggiunta trasparenza, morirà con noi: a casa faremmo gli scemi con le badanti e in un cronicario con le infermiere.

Il signor Pace ci fa sapere che per lui reagire significa dimostrare che il rifiuto non ha intaccato la sua virile capacità di seduzione provandoci con la prima donna a disposizione, si fosse anche con un piede già nella fossa. Cosa che forse può servire a riaffermare sé stessi in un primo momento in cui si vive il rifiuto come un affronto, ma che non aiuta il processo di guarigione di cui sopra. Notare comunque che ciò che frena il signor Pace dal gridare brutta stronza e magari dare un pugno alla donna colpevole di poter andare avanti con la sua vita senza il dolore che prova l’uomo che ha respinto (il signor Pace non parla della situazione inversa: o non si verifica, secondo lui, oppure le donne non soffrono quanto gli uomini per un rifiuto, oppure semplicemente possiamo fregarcene del dolore delle donne: tanto sono tutte stronze e probabilmente se lo meritano) non è il rispetto, o la basica considerazione che essere rifiutati fa parte della vita, ma la percezione più acuta del ridicolo. 

E’ andata così, non è colpa di nessuno: troppi anni sotto docce scozzesi, è dolorosa l’alternanza del caldo e del freddo. Fa male amare tra stati estremi: il momento in cui vorresti strangolarla e magari lei ghigna e ti dice provaci. E quello in cui stai ore, sveglio, a guardarla mentre dorme, struccata, bella e inerme, abbandonata e fiduciosa e sorridi e ti dici che per lei daresti la vita. Si può essere misurati dopo la dismisura? E poi non è detto che loro si accontentino.

Sì, l’amore fa male, implica essere vulnerabili, avere bisogno di un’altra persona. Ed evidentemente questo fa paura. Ma perché ci sono persone che riescono ad accettare questa vulnerabilità, e anche quando soffrono per amore non provano il desiderio di strangolare la persona amata? Perché mi rifiuto di credere che l’amore sia un’oscillazione fra desiderio di distruggere la persona che ci fa sentire vulnerabili e profonda adorazione. Credo si possa – e si debba – amare in modo più sano, accettando la persona che amiamo come una nostra pari, un individuo libero tanto quanto noi con cui abbiamo un legame profondo, non un essere fondamentalmente caratterizzato da alterità che ci tiene in pugno, alternativamente angelo e demone, che sembra uscito dalle opere di Baudelaire o D’Annunzio.

“E poi non è detto che loro si accontentino”. Innanzitutto, di cosa? Di essere l’oggetto di questo strano tipo d’amore? Altra notizia flash: è pieno diritto di una donna, come di un uomo, non accontentarsi di una relazione in cui non è felice. E no, non è uno sfregio all’onore o alla virilità dell’uomo, è un esercizio della sua libertà. Davvero qualcuno preferirebbe che la persona che ama restasse con lui pur essendo infelice piuttosto che vederla libera e felice da sola? E comunque, non è assurdo che il signor Pace faccia discendere la misoginia dalla vulnerabilità dell’uomo innamorato? La vulnerabilità va accettata.

Apriamo loro la portiera della macchina, perché abbiamo riflettuto sull’argomento e siamo arrivati alla conclusione che una donna che se la apre da sola è per forza di cose costretta a movenze poco femminili, sgraziate. Ma vogliono il gesto esclusivo e specialmente dedicato: una sera in un ristorante dopo un lungo battibecco con l’amatissima moglie e una reazione vagamente annoiata da parte di lei, il mio amico Louis de M. prese il vassoio di pastasciutta al sugo, calda e fumante, e se lo rovesciò sulla testa senza una parola né un lamento. Ebbero, mi dissero dopo, una bollente notte d’amore.

Immagino che non esista niente di peggio per una donna che compiere per qualche secondo movenze poco femminili, sgraziate. Mi viene spontaneo chiedere se il signor Pace non ha qualcosa di meglio su cui riflettere, ad esempio il detto che ho citato in apertura di questo articolo, visto che di nuovo sta adottando un singolo aneddoto come prova dell’affermazione generale secondo cui le donne vogliono il gesto esclusivo e specialmente dedicato.

Mai potrei dire qualcosa a donne crudeli o a donne che lamentano la scomparsa degli uomini crudeli e perciò offrono il seno alle mollette, le natiche alla spazzola per capelli. Sono grandi donne che hanno anche loro conosciuto le montagne russe.

Secondo il signor Pace praticare BDSM non è semplicemente un modo di vivere la propria sessualità in modo libero e consapevole, uno dei molti possibili, ma cela l’occulto significato di desiderare il ritorno alla sottomissione patriarcale. Come no. Basta fare un giro su qualche sito di comunità BDSM per rendersi conto che questa pratica si svolge all’interno di relazioni profondamente egualitarie, dove la fiducia è centrale, e che queste comunità sono spesso pro-femministe, pro-LGBT e in generale in difesa della libertà sessuale (sarebbe assurdo se così non fosse, in effetti). Un nome su tutti, Cliff Pervocracy, curatore del blog omonimo. Ma lasciamo pure al signor Pace la sua psicologia spicciola e l’assurda considerazione che solo le donne crudeli e quelle che praticano BDSM da Sub (e le Dom? Non pervenute) hanno conosciuto le montagne russe e sono perciò grandi donne.

Quello invece che non si sopporta e contro cui dovremmo esercitare una misoginia pesante e radicale è la donna come società e come cultura e quel che ne discende: il piagnisteo paritario, le quote rosa, la sovranità del corpo. Non sono le donne-donne quelle da contenere: sono le altre, che seguono concorsi e iniziative dei grandi giornali, vestono casual o con tailleur giacca e pantaloni, tacco basso o medio, niente extension né smalto colorato sulle unghie, occhialetti allenati da tante letture che si portano, certificato di presenza ai raduni d’un tempo contro B. e orientamento elettorale come l’ingombro, a sinistra va da sé.

Quello contro cui dovremmo esercitare una misoginia pesante e radicale è la donna che rivendica un ruolo nello spazio pubblico, che porta le sue istanze in politica, dice il signor Pace. Perché questa donna non è davvero una donna-donna, ma ha tradito la sua essenza, è qualcosa d’altro: le donne-donne, quelle vere, non seguono concorsi e iniziative dei quotidiani, portano solo tacchi alti, hanno le extension e le unghie colorate di smalto, non portano gli occhiali e non leggono, vestono solo in modo elegante e femminile, e non votano a sinistra. Dal che si evince che io non sono una vera donna. O forse che non corrispondo all’idea di donna di Lanfranco Pace. Non ci dormirò la notte.

Peraltro, derubricare come insopportabile e meritevole di essere contrastata in modo pesante e radicale ogni rivendicazione femminile (nel merito si può discutere: io sono contraria alle quote rosa, ma la sovranità del corpo ad esempio per me è un obiettivo di base) è di un’arroganza indescrivibile.

Recentemente alcune di loro hanno twittato nomi e personalità da cui sarebbero state influenzate. Bei nomi, ma a scorrerli sentivo che c’era qualcosa di strano. Quando una ha scritto Lovelace, ho avuto un sussulto: era Ada però, sono dovuto andare su Google per scoprire che è una matematica inglese dell’Ottocento morta molto giovane. Ecco queste così sono vere stronze, da prendere a schiaffi. E senza misura.

Il signor Pace ha un problema con il fatto che ci sono donne che sanno qualcosa che lui non sa, tipo chi fosse Ada Lovelace. E sapere qualcosa che lui ignora fa di una donna una vera stronza, da prendere a schiaffi. Davvero edificante.

E così l’articolo si è concluso. E io ritorno al punto iniziale: non solo questo articolo totalmente inutile, insignificante e pieno di stronzate è stato scritto, ma qualcuno ha deciso che meritasse di essere pubblicato, di ricevere spazio nel sito di un quotidiano nazionale. Non c’era davvero nulla di meglio su cui scrivere? Che ne so, un articolo sui vasi in bucchero dell’antica Grecia, o su Ada Lovelace (così il signor Pace mette a frutto le sue ricerche su Google), o sul punteruolo rosso…o una ricetta, magari.
Mi si obietterà: se la penso così, perché ho impegnato 2500 parole per confutare l’articolo del signor Pace? La risposta è semplice, penso che una critica debba essere argomentata per avere valore, e così come Chiara Gamberetta ha speso più di 7.000 parole per dimostrarci che Brian di Boscoquieto nella terra dei mezzidemoni è un brutto libro, io ne prendo 2.500 per dimostrare che l’articolo del signor Pace è un cumulo di stronzate. Non posso lasciare andare senza una confutazione una roba del genere.

Siria Mon Amour, una storia di fiducia tradita

Ho avuto il piacere di conoscere Cristina Obber, due anni fa, dopo aver sentito parlare del suo progetto non lo faccio più | un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d’amore, quando lei ha molto generosamente accettato di tenere un intervento nella mia scuola durante la cogestione. Intervento che per problemi tecnici abbiamo dovuto comprimere in un’ora, avvisandola all’ultimo minuto. Nonostante la situazione scomoda e imbarazzante, la gentilezza di Cristina e il suo discorso su come la violenza possa annidarsi nelle relazioni sentimentali fra ragazzi, nascosta dietro la gelosia e la protezione, e su come l’antidoto sia nel rispetto, mi hanno colpita molto. Cristina è una di quegli adulti che sanno entrare in contatto con gli adolescenti e trasmettere qualcosa.

Cristina ha conosciuto Amani El Nasif, una giovane donna di origini siriane, che le ha raccontato la storia della sua adolescenza, storia che è diventata “Siria Mon Amour”, un piccolo libro la cui storia comincia quando ad Amani viene detto dai suoi genitori che, per poter essere assunta regolarmente, ha bisogno di tornare in Siria per sistemare dei documenti. Amani è fiduciosa e spensierata di fronte a quella che le sembra una vacanza, cinque giorni prima di poter tornare in Italia, dove la aspetta una grande opportunità, il lavoro, l’indipendenza.

Ma il mondo di Amani le crolla addosso quando scopre di essere destinata a sposare Neief, un cugino che non ha mai visto e per il quale prova un’immediata antipatia dal primo momento, perché la tratta come se lei fosse una sua proprietà, come se avesse dei diritti su di lei. Ed è così: nel rigido sistema patriarcale islamico del villaggio di Al Karatz, dove gli uomini educano le donne e le figlie picchiandole, dove ogni “disobbedienza” femminile diventa un marchio di disonore per gli uomini della sua famiglia, Amani viene bollata come “ulech”, puttana, per la sua ribellione alle molestie di Neief e inizia una lotta disperata per sopravvivere, per non far annullare la propria identità sotto il velo, continuando a leggere l’unico libro in italiano portato per le vacanze, a guardare di nascosto la CNN ed MTV, a pensare in italiano.

La storia di Amani è la storia di una ragazza che perde improvvisamente la sua libertà, ma non solo. E’ la storia di una ragazza tradita dai suoi genitori, in cui le emozioni che nutre verso di loro – la rabbia, l’odio, ma anche la comprensione – sono il tema dominante, insieme al senso di sradicamento e di alienazione e la conseguente, sotterranea, resistenza. Una resistenza che si nutre di rabbia ma anche di amore: l’amore per Andrea, il ragazzo da cui è stata costretta a separarsi, che, lontano e impotente, rappresenta l’unico legame con l’Italia perduta, con una vita che in certi momenti sembra non essere mai esistita. Andrea, che Amani sente al telefono non appena può, bisbigliando per non essere scoperta dai parenti di Al Karatz, Andrea, sconvolto dal dolore, che smette di mangiare per la sofferenza.

“Siria Mon Amour” si legge in un pomeriggio, è un libro che scorre via veloce, le 164 pagine di cui è composto sembrano molte meno leggendo. Ma è un libro denso di sentimenti ed emozioni, che si respirano fra le pagine. Cercatelo in biblioteca, perché è una di quelle storie che ti lasciano dentro qualcosa. Se volete saperne di più, nell’articolo La promessa sposa di 16 anni che ha saputo dire no, Cristina Obber racconta come ha conosciuto Amani e perché ha deciso di raccontare la sua storia.

 

La libertà di non opporsi: confronto fra femminismi

Questo articolo nasce da un coagulo di riflessioni e sensazioni che sperimento da parecchio tempo, e perciò è la cosa più sentita emotivamente che stia scrivendo su questo blog (non per sminuire tutto il resto, ovviamente: se l’ho scritto, è perché lo ritengo importante, perché sento il bisogno di dirlo) ed è anche molto personale. Parte di queste riflessioni hanno trovato la loro forma nel corso di una discussione con Paolo sul blog del Ricciocorno Schiattoso a proposito delle “women against feminism”: Care donne che non hanno bisogno del femminismo e dei condizionamenti culturali.

Partiamo dal principio. I condizionamenti sociali e culturali che tutti noi subiamo nel corso della nostra crescita, attraverso l’educazione e il rapporto con gli altri, sono una realtà. Alcuni di questi sono negativi di per sé perché limitano le possibilità e la libertà degli individui, precludendo loro alcune scelte attraverso la riprovazione sociale (l’esempio più noto è la rigida distinzione fra “cose da femmine” e “cose da maschi” nell’ambito dei giocattoli e dei prodotti per bambini, come nell’esempio descritto da Liz Smith nel suo pezzo La bicicletta di Amy, tradotto da Maria G. di Rienzo) e sarebbe un bene per tutta la società se smettessero di esistere. A cosa porterebbe l’abolizione del binarismo di genere nei giocattoli? Semplicemente a bambine e bambini più liberi di scegliere con cosa giocare e quindi con più libertà di immaginare, di creare mondi, di inventare. Io non vedo alcun aspetto negativo in questo.

Altri sono di per sé neutri, ma il fatto che la società veda una determinata scelta come “naturale”, “positiva” e “giusta”, e le aspettative affinché si compia quella scelta sono così pesanti da escludere di fatto che la scelta opposta sia un’alternativa praticabile rende necessario, da un punto di vista femminista, mostrare come quella scelta sia un prodotto culturale e rivendicare la legittimità della scelta opposta contro la pervasività della norma culturale. Questo è il caso di scelte come depilarsi o non depilarsi.

Tuttavia, evidenziare che alcune scelte sono frutto di condizionamenti sociali non significa negare la loro legittimità o comunque sostenere che sono “sbagliate”. Purtroppo esistono femministe che fanno questo, credo sia dovuto al fatto che la loro concezione di rapporti di potere e condizionamenti è di tipo deterministico (il perché di questo sarà argomento di un altro post, perché richiede una spiegazione piuttosto lunga). Questo si verifica soprattutto in ambiti relativi all’estetica e alla sessualità, laddove i condizionamenti sono più presenti (com’è ovvio: non è la natura che ci spinge a truccarci o depilarci o, nel caso degli uomini, a rasarsi la barba, ma la cultura. Questo è un fatto).

E ora veniamo al punto. Io sono una femminista che si depila le gambe, le ascelle, e l’area che comprende la vulva e l’inguine. Mi rendo conto della pressione sociale esistente sulle donne perché abbiano corpi perfetti e io per prima combatto con queste pressioni per riuscire a sentirmi bene con me stessa anche se non ho la taglia 40, anche se ci sono giorni in cui tutto il mio corpo mi sembra orribile e sproporzionato, le cosce troppo grosse, le braccia non abbastanza snelle (vado a nuotare da quando andavo alle elementari, perciò ho abbastanza muscoli sulle braccia). Quando sono per conto mio i peli non mi danno particolarmente fastidio, ma non mi piace l’idea che li vedano gli altri, le altre ragazze e i ragazzi. Non perché abbia paura di essere giudicata: so già che molti mi considerano strana per le mie idee e i miei interessi e le mie piccole fissazioni (come quella di correggere la grammatica e l’ortografia altrui). Semplicemente, ogni volta in cui mi trovo in una situazione “sociale” voglio apparire al meglio. Voglio essere bella. Voglio sentirmi bella.

E’ un po’ come quando metto la crema idratante: sentire la pelle fresca, più liscia e più lucida mi fa sentire bene, anche se in realtà non cambia nulla perché dopo cinque minuti la crema si assorbe e non c’è nessuna differenza percettibile rispetto a prima. Però mi fa sentire in ordine, mi rilassa e mi sento anche più bella. Una blogger anglosassone (non mi ricordo il nome) ha scritto una frase che amo: “I prefer how my body looks the specific way I craft it”, ovvero preferisco il modo in cui appare il mio corpo quando sono io a plasmarlo (rispetto al modo in cui appare quando è “incolto”, come sarebbe in natura, se non ce ne prendessimo cura sul piano estetico).

 

Quando alcune femministe condannano questo desiderio di essere belle, quando condannano tutto ciò che riguarda l’estetica come desiderio di conformarsi allo sguardo maschile, stanno inconsapevolmente riproponendo il pregiudizio secondo cui bellezza e intelligenza sono in contraddizione. In buona fede, perché dopotutto viviamo in una società in cui alle donne non è ancora riconosciuto il diritto di non essere attraenti, perfino di essere brutte, e in cui si pone continuamente l’accento sulla bellezza fisica delle donne anche in contesti in cui sarebbe totalmente superfluo farlo (quando si parla di donne di potere, per esempio, o quando si celebrano i meriti sportivi o intellettuali di una donna) perché in questo modo si riducono le donne ai loro corpi, quando sarebbe opportuno lasciare in disparte l’aspetto fisico.

Il femminismo ha rivendicato e rivendica per le donne il diritto di esprimersi sessualmente e ha focalizzato l’attenzione sul bisogno, anche a livello simbolico, di riappropriarsi del proprio corpo sottraendolo alle imposizioni della cultura patriarcale. Il problema arriva quando si considera il voler essere belle – convenzionalmente belle – come una di queste imposizioni. Ovviamente, visto che l’idea di bellezza è un prodotto culturale, i confini sono molto sfumati. Ma ciò non toglie che, se vogliamo rispettare l’autodeterminazione di ogni donna, allora dobbiamo rispettare anche le scelte che si conformano alle norme culturali vigenti, presumendo che queste scelte siano fatte con altrettanta consapevolezza e altrettanta libertà rispetto alle scelte che si oppongono a tali norme culturali.

C’è una parte del femminismo che “cortocircuita” su questo punto, come dicevo prima. Questo è apparso nella sua evidenza nelle polemiche seguite all’ultima esibizione di Beyoncé agli MTV Video Awards, in cui la cantante (che aveva già dato prova del suo impegno femminista partecipando alla campagna #banbossy di Sheryl Sandberg che si oppone all’etichetta di “prepotente” data alle bambine che vogliono imporsi, scrivendo un saggio per The Shriver Report e postando una foto di sé nei panni di Rosie la rivettatrice come risposta alle “women against feminism”) dopo aver eseguito un medley delle sue canzoni di circa 10 minuti si è fermata sul palco, da sola, mentre dietro di lei compariva la scritta “feminist” e una voce in sottofondo dichiarava:

Insegniamo alle ragazze che non posso essere “sexual beings” come fanno i maschi. Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole. Diciamo alle ragazze: “puoi avere un ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”. Femminista: una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali.

Beyoncé ha portato il femminismo letteralmente sotto i riflettori, in un’occasione in cui nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ha usato il suo star power per difendere orgogliosamente una parola e una causa spesso fraintese o distorte. Ha ribadito in sintesi cosa è il femminismo e per cosa lotta (c’è molto più di questo, ok, ma è uno show e non un trattato): per liberare le persone dai condizionamenti culturali, e in particolare per liberare le donne da quei condizionamenti culturali che le tengono in una posizione di marginalità o inferiorità rispetto agli uomini, per conquistare la parità dei sessi. Una definizione limpida, cristallina, inequivocabile.

La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell'icona femminista Rosie la Rivettatrice
La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell’icona femminista Rosie la Rivettatrice

Eppure questo ha suscitato molte polemiche, dovute alla presunta contrapposizione fra l’immagine sexy di Beyoncé, la sua sensualità molto fiera e selvaggia, con le rivendicazioni femministe. Ho avuto un lungo e articolato diverbio con femministe che sostengono che Beyoncé non rappresenti il femminismo, che il femminismo non possa ridursi a quanto Beyoncé esprime, ecc, e penso che piuttosto che riassumerlo sia meglio riportarlo nella loro interezza, perché ho già detto quello che penso e ritengo giusto che anche chi la pensa diversamente abbia la possibilità di esprimersi con le proprie parole, senza che io intervenga su di esse. La mia interlocutrice, per ragioni di privacy, è indicata come “C“, e anche le altre persone intervenute nella discussione sono indicate solo con una lettera. Le differenze fra le nostre posizioni, come ho già detto, dipendono da una diversa interpretazione degli stessi concetti, come quelli di condizionamenti culturali o di autodeterminazione, e queste diverse interpretazioni dipendono a loro volta da un diverso background culturale e ideologico (ideologia è una parola che io uso nel suo significato di sistema di idee, e mi rifiuto di cadere nella trappola retorica di chi considera le ideologie negativamente in quanto ideologie). Perciò questo è un confronto fra femminismi che non può pervenire ad una sintesi in senso dialettico.

IoComunque, solo a me queste polemiche sembrano assurde? Pensavo che avessimo superato la fase in cui vestirsi/ballare in modo sexy ed essere femminista erano “in contraddizione”…poi io personalmente penso che le celebrità che si dichiarano femministe/i facciano una cosa positiva, contribuendo a legittimare socialmente un’etichetta che si porta ancora addosso disapprovazione, stereotipi negativi, ecc. E Beyoncé non è l’unica: mi vengono in mente Ellen Page e Joseph Gordon Levitt, ma sono sicura che ce ne sono altri…

C: Il femminismo storicamente quando è stato forte è stato un movimento rivoluzionario e non si è preoccupato di legittimazioni da parte del potere. I media sono uno strumento del potere, non dimentichiamolo e Beyoncé è parte di questo sistema. Nessun femminismo, piuttosto il post-femminismo ha molto a che fare con questo.

GConcordo con C. Penso che Beyoncé abbia dovuto valutare meglio una situazione del genere, per un motivo prettamente legato a quanto il sistema si propone di attuare. Tutto ciò che ha a che fare con la diffusione del sistema o la sua legittimazione, si oppone ad una veduta femminista che invece mira a riformarlo. E non dimentichiamo che il sistema e’ presieduto dai maschilisti.

IoOk, ma il concetto di riforma presuppone un cambiamento dall’interno del sistema. E come pensiamo di fare questo se non diffondiamo la nostra visione e le nostre conoscenze, facendo in modo che diventino una prospettiva globalmente accettata (per esempio attraverso il gender mainstreaming)? «I do not believe that the solution to our problem is simply to elect the right people. The important thing is to establish a political climate of opinion which will make it politically profitable for the wrong people to do the right thing. Unless it is politically profitable for the wrong people to do the right thing, the right people will not do the right thing either, or if they try, they will shortly be out of office.» – Milton Friedman.

CAppunto, Tiziana, hai citato Milton Friedman. Il post-femminismo è strettamente legato all’ordine neoliberista che sta distruggendo ogni conquista dell’umanità, parlando ipocritamente di “riforma” o addirittura “rivoluzione”. Giocare con i contenuti rivoluzionari banalizzandoli e addomesticandoli fino a rovesciarli è una tecnica di largo uso del potere. Per me il sistema non va riformato dall’interno, ci vuole un radicale rovesciamento.  “Quello che è preoccupante è che la cultura del consumo neoliberista ha tentato di fagocitare, travestire da “filosofia del libero mercato” alcune idee politiche femministe. Alcune espressioni chiave del femminismo di seconda ondata come “libera scelta” vengono manipolate e banalizzate dai media e dalla cultura popolare con lo scopo di incoraggiare l’individualismo femminile. Una forma capitalista di “femminismo” viene assunta dai media per giustificare lo sfruttamento delle donne attraverso la retorica della libertà o della versione commercializzata della liberazione sessuale. La libertà di disporre del proprio corpo, quell’autodeterminazione per cui le femministe hanno lottato, oggi è oggetto di manipolazione della retorica liberista del consumo. Noi pensiamo che la definizione data da Angela McRobbie di “postfemminismo” sia essenziale per comprendere questa strategia politico-economica con cui il capitalismo tenta di plasmare mente, comportamento e ideologia delle donne e cerca di respingere gli obiettivi politici femministi. Come l’autrice ha spiegato nel suo illuminante lavoro, il “postfemminismo” è una sensibilità, un’ideologia costruita dai media e dalla cultura popolare in cui l’identità femminile è ridotta al paradosso di un soggetto politico che sceglie liberamente di auto-oggettificarsi rinunciando alla propria agency. Il processo di auto-oggettificazione è rappresentato come una forma di empowerment femminile mentre in realtà l’obiettivo è quello di confermare e rafforzare stereotipi e ruoli di genere.” Tratto da: http://resistenzafemminista.noblogs.org/precarieta…/

Io:  Il brano che hai postato è affascinante, ma non credo sia pertinente al nostro discorso, a meno che non vogliamo affermare che qualunque forma di espressione di sé come “sexual being” sia, per una donna, auto-oggettificarsi. Fra l’altro, io credo che il “radicale rovesciamento” di cui parli sia impossibile, e credo che restare ancorati a questa prospettiva sia un errore, lo stesso che ha fatto il socialismo che non ha saputo seguire Bernstein. Guarda invece quante conquiste sono state ottenute in Europa grazie alla cultura politica riformista di sinistra. Io ribadisco la mia convinzione, l’obiettivo non può essere il rovesciamento del sistema, ma far diventare la prospettiva femminista un criterio di analisi e trasformazione della realtà (politica, economica, sociale) accettato e diffuso. Quanto alla citazione, il fatto che sia di Friedman è irrilevante. Io per esempio l’ho trovata su un blog che fa parte della comunità razionalista italiana (worldsoutsidereality.wordpress.com), comunità che per inciso si pone obiettivi analoghi a quelli di cui parlo, rendere dominante e accettata la cultura del metodo scientifico.

CIl femminismo a mio avviso non potrà mai essere parte della cultura dominante di un sistema basato strutturalmente sul dominio di alcuni gruppi su altri, sul massimo profitto e non sul rispetto dell’ambiente e di ogni essere vivente nella sua unicità. Trovo comunque che il brano postato sia pertinente, perché non si tratta qui di esprimersi come “sexual being”, ma di usare un’espressione di grande significato politico e trasformativo come “feminist” svuotando la parola del suo contenuto, visto che la cantante non fa che banalmente esprimere il ruolo che mediaticamente viene assegnato alle donne. Ti ripeto, per me il problema non è Beyoncé, ma la strategia del sistema mediatico-commerciale di cui lei fa parte integrante. L’analisi sul post-feminism in Italia andrebbe approfondita perché senza capire il contesto in cui siamo immersi si rischia di restare in superficie.

IoIo non credo che Beyoncé stia svuotando la parola del suo contenuto usandola nel corso di uno show. La definizione che ne ha dato è essenziale ma corretta, ed è stata preceduta da una piccola riflessione su come la socializzazione delle ragazze sia limitante. Non è un saggio, ma è un gesto di grande impatto, specie perché giunge subito dopo le “women against feminism. Beyoncé ha qualcosa che nessuna teorica, saggista o militante può avere, lo star power, la capacità di far sentire la sua voce nel “sistema mediatico-commerciale”. Comunque, al di là di Beyoncé, allora qual è la tua risposta? Aspettare e preparare una rivoluzione che non avverrà mai?

ACome si fa a “scegliere liberamente” e contemporaneamente “rinunciare alla propria agency”? “Agency” corrisponde esattamente alla “libera scelta” (quale che essa sia).

C:  Ma perché dovrei stare ad aspettare? Ci sono tante femministe che agiscono concretamente per un mondo migliore provando a incarnare loro stesse il cambiamento. Penso alle femministe in America latina, alle donne indiane o mi viene in mente una figura come Vandana Shiva, per dirne una. E poi che ti ha detto che la rivoluzione non verrà mai? Nella storia ci sono sempre state e sono state precedute da radicali mutamenti del pensiero con profondo rigetto del sistema vigente. Penso, per esempio alla fine dell’ancien regime e alla rivoluzione francese. Non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante, bisogna osare di immaginare altro. il femminismo per me non significa fare i soldi e diventare famose nel capitalismo, senza peraltro proporre valori alternativi.

C (in risposta ad A): Appunto. E infatti è paradossale. Ho letto Bambole viventi di Natasha Walter e in quel libro il paradosso viene sviscerato in tutti i sui aspetti. In realtà si tratta di un ritorno indietro mascherato da libertà di scelta. Io scelgo il rosa (e in realtà le bimbe trovano solo rosa), io scelgo di essere sottomessa all’uomo e così via.

IoIn America latina, India o Africa il retroterra è completamente diverso dal nostro. (E Vandana Shiva è una donna disonesta e/o incompetente, ma non apriamo questo discorso ora). Io non sono d’accordo quando dici che “non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante”, credo che l’Occidente sia a un punto di evoluzione sociale e culturale che va perfezionato – eliminando l’oppressione, che secondo me esiste perché semplicemente è “normale”, ma non esisterebbe se tutti fossimo consapevoli ed educati a combatterla – edificando sull’esistente. Non è suprematismo occidentale: non pretendo che questo debba essere applicato alle altre culture. Ma per me la riforma non solo è possibile, ma è l’unica strada praticabile.

A:  C, capisco, ma il fatto di scegliere qualcosa quando si ha una sola possibilità è diverso dallo scegliere qualcosa tra le molte possibilità.

Io: Sono l’unica che crede che noi possiamo crearle, quelle possibilità, anche all’interno di questa cultura, di questa società?

C:  Per me la riforma è utopistica, le multinazionali del profitto e della guerra non si faranno mai togliere il potere “dall’interno”. E comunque, rispetto il tuo pensiero, ma è evidente che non siamo d’accordo, visto che tu dici che l’oppressione è “normale”. Io sono femminista perché sono contro ogni forma di dominio, sento che potremmo vivere nel rispetto di ogni essere umano e della natura. E che questa è anche l’unica strada percorribile, visto che il capitalismo sta letteralmente distruggendo il pianeta. La violenza sulle donne sul piano globale sta aumentando così come lo sfruttamento sessuale delle donne povere nell’industria del sesso globalizzata. Il mio femminismo mi porta a guardare alla condizione delle donne nel suo insieme, non alla mia affermazione personale nel sistema, che è quello che, in definitiva, promuovono i media. Comunque, mi ha fatto piacere questo scambio, anche se la pensiamo diversamente.

Io:  Non è quello che ho detto! Non ho detto che l’oppressione è normale: ho detto che l’oppressione esiste perché è considerata “normale”. L’idea di normalità è ciò che fa esistere l’oppressione. Il punto per me è che il cambiamento è possibile dall’interno perché l’oppressione esiste in quanto “normale”, scontata. Se l’intera società ne prende consapevolezza e si educa a combatterla, allora le “istituzioni” possono essere “epurate” dall’oppressione.

C: Sì, A, concordo, ma il problema è che c’è anche il sistema culturale dominante che spinge a determinate scelte. E poi non è tutto bianco o nero: tra nessuna scelta e molte scelte ci sono anche le scelte limitate fortemente dalla cultura, dalla società, dalla storia familiare, ecc..

A:  Però escludendo quelle scelte che coincidono con le imbeccate del patriarcato stiamo comunque limitando la libertà di scelta di altre compagne femministe. Che si fa?

IoEh, già. Alla fine non possiamo pensare che solo le scelte “di opposizione” rispetto agli standard sociali-culturali siano veramente libere. 

C:  Il problema infatti non è criticare le singole donne, ma è aumentare la nostra consapevolezza sul fatto che il sistema ci “imbecca”. Una volta si faceva l’autocoscienza, proprio per liberarsi per riscoprire cosa si era, al di là di una società che tutto sommato ci ha escluse per millenni e ci continua di fatto ad escludere con tante forme di oppressione.

A:  Ma è anche possibile che una persona, pur fregandosene del gradimento maschile, faccia certe scelte perché corrispondono al suo gusto personale. E sarei condiscendente se andassi da una persona adulta, femminista e consapevole a dirle che le decisioni che prende non sono autonome.

C: Ma infatti io non andrei da nessuna a dirle così. Però per me scelgo di riflettere su ciò che mi impone la cultura dominante e di fare un mio percorso di liberazione. Inoltre, è naturale che voglia lottare contro una cultura di riduzione ad “oggetto sessuale” che per altre donne mie sorelle si traduce in violenza e sopraffazione.

Io: Anche per me, tuttavia è difficile definire i confini fra “espressione di sé come sexual being” e “auto-oggettivazione”, tanto per dirne una. Così come è difficile definire un confine fra ciò che io ritengo bello e ciò che la società mi ha insegnato a ritenere bello. Io mi ci arrovello spesso, ma non trovo risposte nette. So però che voglio seguire Caitlin Moran: “Ricordate, lo scopo del femminismo non è creare un tipo di donna. L’idea che esistano tipi di donna intrinsecamente sbagliati o giusti è ciò che ha rovinato il femminismo: la convinzione che “noi femministe” non saremmo disposte ad accettare ragazze un po’ superficiali, o ignave, ragazze che fanno le stronze con le altre, ragazze che assumono collaboratrici domestiche, ragazze che stanno a casa con i figli, ragazze che guidano Mini Rosa con l’adesivo “Va a cipria!”, ragazze col burka o ragazze a cui piace credersi sposate a Zach Braff di Scrubs e che sognano di fare sesso con lui in ambulanza di fronte al resto del cast, con tanto di applauso finale. Sapete una cosa, care? Il femminismo vi abbraccia tutte. Che cos’è il femminismo? E’ la convinzione che le donne debbano essere libere quanto gli uomini, per quanto siano stupide, tonte, illuse, malvestite, grasse, pigre, compiaciute, o con i capelli un po’ radi.”

AQuoto con tutte le mie forze.

C:  Sicuramente c’è un atteggiamento moralista e non femminista da parte di molte donne che criticano le show girls e che in definitiva non si discosta dalla doppia morale patriarcale. Resta però il fatto che io non mi rivedo nemmeno nella definizione di Caitlin Moran che hai riportato. Il femminismo non può essere ridotto alla “scelta di fare delle scelte”, (il cosiddetto “choice feminism”) semplicemente perché un mondo in cui tutte le donne siano libere di scegliere la propria esistenza è assolutamente al di là da venire. Se si pensa il femminismo come liberazione delle donne come genere, per dare veramente a tutte una possibilità di essere libere dall’oppressione, ci si rende conto che certe scelte individuali sono assolutamente integrate al sistema e a volte oppressive per altre donne (si pensi alle manager che non assumono le donne perché si rischia che vadano in maternità.)

A:  Tanto più che trovo legittima anche la scelta di auto-oggettificarsi, anche con l’intenzione di farlo. Purché non sia *un uomo* a permettersi di farlo. Perché lì non c’è la scelta della singola, ma l’imposizione di un altro.

C: Sì, A, ma la cultura dominante e mass-mediatica dell’oggettificazione e la propaganda di questo come “empowerment” non fa che giustificare ad esempio la cultura del “cliente”. Anche il nostro concetto di “sexy” e “sexual being” è assolutamente indottrinato e mi metto io per prima. Il fallocentrismo è ancora ben presente.

Io:  Per me il femminismo è soprattutto eliminare quei costrutti culturali che limitano la possibilità di essere realmente libere (tipo il binarismo di genere, tutti i vari stereotipi, o l’idea di “normalità = maschio bianco etero”). Parlo della cultura occidentale, in questo caso, dove non ci sono ostacoli “materiali” (parlo di leggi e simili) alla parità, ma solo ostacoli culturali.

A: Quello a cui mi oppongo è il dare per scontato che una intraprenda un determinato percorso perché non è stata in grado di opporsi al lavaggio del cervello.

C:  Se è per questo nessuna di noi è in grado di opporsi, quindi non c’è nessuna esente, per cui per me non ha senso criticare le altre.

A:  Sul fatto che nessuna sia in grado di opporsi non mi trovo d’accordo; qualcuna chiaramente non ci riesce, qualcuna ci prova, qualcuna c’è riuscita, secondo me.  E’ obbligatorio distinguere, e questo si può fare solo ascoltando i singoli individui.

C:  Non so, io parlo a partire da me e sento comunque che molte mie scelte, pensieri, atteggiamenti, sono senz’altro indotti e che ci potrebbe essere di meglio. Sono sempre in cerca per scoprire qualcos’altro.

La discussione è proseguita su argomenti che non sono pertinenti a questo post. Comunque, dopo più di 4000 parole, sento di essermi tolta un peso e spero di aver anche chiarito il mio punto di vista, il mio modo di essere femminista e qualcosa di più su quello in cui credo.

 

Femminicidi: un’idea di normalità che uccide

L’Indice dei Libri del Mese – Femminicidi: un’idea di normalità che uccide. Consiglio caldamente la lettura di quest’articolo, uno dei più stimolanti e approfonditi che abbia mai letto (con tra l’altro una lista di libri che mi riprometto di leggere e di scrivere nel blog in futuro). In particolare, riporto quest’illuminante citazione:

Tutto, in questo particolare tipo di violenza [la violenza maschile sulle donne, ndr], assolutamente tutto ruota intorno alla libertà sessuale delle donne, molto spesso vista – ancora oggi e ancora nel mondo occidentale – come un comportamento “deviante” (anche se, almeno in certi contesti, ciò non viene detto apertamente, il che è ancora più grave, per via di una sorta di “pudore imposto” dal politicamente corretto, dalla paura di apparire primitivi, dalle leggi, dalla convenienza quando ci si trova magari in tribunale, non certo per l’effettiva elaborazione di un pensiero). Tutto ruota intorno all’idea, inaccettabile per determinati uomini, che la sessualità delle donne sia un aspetto su cui le donne stesse non possano e non debbano avere il controllo.

Mi è capitato, coincidenza, di avere occasione di osservare come l’idea della libertà sessuale delle donne non sia ancora accettata nemmeno fra ragazzi e ragazze, a riprova del fatto che una vera rivoluzione sessuale, ma non solo, che porti ad accettare pienamente la libertà di ogni individuo di fare le sue scelte nell’ambito di comportamenti, stili di vita e modi di essere, senza essere vittima di discriminazione, emarginazione o derisione per questo, è ancora da compiersi. I nemici da combattere sono il moralismo e l’ipocrisia: il che non significa auspicare una società in cui non esistano valori, ma una società in cui nessuno si senta in diritto di imporre il proprio sistema di valori agli altri, ma si senta tenuto a rispettarne la libertà di scelta e di autodeterminazione.

Quando noi femministe parliamo di matrice culturale dei femminicidi e di cultura patriarcale, ci riferiamo al concetto che l’articolo ha espresso in maniera, di nuovo, illuminante:

La complessità sta nell’individuare altri livelli ideologici sottesi al fenomeno [dei femminicidi, ndr], a volte esibiti a volte sotterranei, presenti a vari livelli di consapevolezza, ma che costituiscono sempre e comunque un pensiero ancora molto largamente condiviso: la nozione che esista una normalità rappresentata dalla famiglia tradizionale (secondo le varie tradizioni), sacralmente vincolante (secondo le varie religioni, ma talvolta anche laicamente sacra), naturale (qui solo a senso unico, eterosessuale, meglio se legalizzata). Nulla è così fuorviante come immaginare (e veicolare nei media) questo vasto, diffuso, stramaggioritario blocco sociale di ordine, di matrimoni con rapporti equilibrati e felici, e poi qualche caso limite in cui, chissà perché, “si perde il controllo”: esiste una gradazione di sfumature, che percorre parallela tutte le forme di violenza, che va da un giudizio espresso nella mente di un uomo sulla supposta moralità di una donna (anche se nella mente rimane, inespresso a parole) all’omicidio, senza soluzione di continuità.

Ripetere che la violenza non è il prodotto della follia, né tantomeno dell’amore, non basta (anche se è necessario, perché il concetto non passa): occorre analizzare la cultura e l’immaginario per vedere il quadro generale, il quadro in cui vige ancora l’idea che la donna appartenga all’uomo, nascosta in modo subdolo sotto idee all’apparenza innocue, come quella secondo cui una donna dovrebbe sacrificarsi per il bene della famiglia, anziché divorziare, annullando sé stessa in un matrimonio violento o comunque senza amore, come quella che le donne siano naturalmente portate – e tenute – a prendersi cura degli altri, ecc.

Sì, vestirsi in modo sexy è un nostro diritto. Problemi?

All’inizio dell’estate Internet è stato infiammato dall’intervento di uno ‘scrittore’ venticinquenne genovese che ha conquistato il suo quarto d’ora di notorietà nel modo più banale possibile: dicendo un’idiozia. In risposta, decine di siti hanno prodotto argomentate confutazioni, iniziative di protesta, lunghi post di dileggio, che hanno il grande merito di aver affrontato di petto non solo l’idiozia contingente, ma la mentalità ad essa sottesa, che a giudicare dai commenti a quegli stessi articoli continua a girare impunemente (e orgogliosamente!) nella nostra società. Pertanto, ignorando l’idiozia, mi accingo ad affrontare la vera, fondamentale questione: c’è ancora troppa gente che pensa che le donne e le ragazze vestite in modo sexy siano “troie”, e per questo “se la siano cercata”/”se lo meritino” nel caso vengano molestate o stuprate, oppure rappresentino un’offesa al decoro, oppure stiano mercificando sé stesse, svendendosi e riducendosi ad oggetto, oppure stiano svendendo la loro femminilità. Qualunque sia la scusa prescelta, ci sarà sempre qualche Catone pronto a suggerire che le donne, per il loro bene, dovrebbero coprirsi ed essere più pudiche.

Perciò, ribadiamolo ancora una volta: ogni ragazza e ogni donna, così come ogni ragazzo e ogni uomo, ha diritto a vestirsi come vuole, senza essere giudicata per questo, senza che questo dia ad altre persone “diritto” a delle pretese su di lei, come quella di invadere il suo spazio personale, fischiare nella sua direzione, suonarle il clacson, ecc: tutte queste sono molestie sessuali, a meno che lei non manifesti esplicitamente che questi comportamenti le fanno piacere.

Le ragazze e le donne scelgono come vestirsi soprattutto per stare bene con sé stesse, per sentirsi a proprio agio: come ha riassunto brillantemente Caitlin Moran, la femminista più divertente degli Anni Duemila (nonché icona di costume e critico musicale inglese):

Quando una donna dice “Non ho niente da mettermi!”, ciò che davvero intende è: “Qui non c’è nulla che vada bene per incarnare la persona che voglio essere oggi”. 

L’abbigliamento di una donna è costantemente sotto osservazione e fin troppo spesso determina l’atteggiamento delle persone nei suoi confronti, in modi purtroppo non sempre piacevoli. Alcune persone pensano che il fatto che una ragazza sia vestita in modo sexy li autorizzi a trattarla come un pezzo di carne in mostra, per altre il fatto che una donna manager indossi un sari ad una conferenza sminuisce automaticamente la sua autorevolezza, per altre una ragazza che ad una fiera del fumetto faccia cosplay con un costume succinto significa che è un’attention whore, che vuole solo mettersi in mostra.

Le donne non si vestono per lo sguardo altrui. Questo non significa che le donne non si vestano in modo sexy (anche) per essere ammirate, o per sedurre un uomo, significa che è dovuto loro rispetto indipendentemente da come sono vestite, perché il loro abbigliamento è una questione che riguarda solo loro e tutte le persone che loro decidono di coinvolgere nella questione, non chiunque passi per strada. L’abbigliamento non implica niente: né disponibilità o indisponibilità sessuale, né moralità o immoralità, né stupidità o intelligenza. Queste cose le vedono coloro che guardano le donne attraverso la loro lente di matrice patriarcale in cui le donne esistono solo in funzione degli uomini, e di conseguenza tutto ciò che le donne fanno loro fanno per gli uomini. Sì, una donna può vestirsi in un certo modo per essere ammirata dagli uomini (c’è differenza fra un discreto sguardo d’interesse e l’essere fissate in modo morboso, e se il primo fa piacere, il secondo è disgustoso e umiliante), ma nessuna donna si veste appositamente per attirare l’attenzione degli idioti che le urlano contro “bel culo!” o per farsi palpeggiare dal vicino di sedile in metro. Insinuare ciò è disgustoso ed è un ottimo modo per delegittimare la voce delle donne attraverso lo slut-shaming (umiliare e disprezzare le donne che si vestono in modo sexy e/o hanno una vita sessuale attiva con diversi partner) e il victim-blaming (dare la colpa alla vittima per crimini come stupro, violenza domestica o molestie sessuali, insinuando che sia stata la causa della violenza in quanto avrebbe “provocato” l’autore della violenza).

Una donna che si veste in modo sexy lo fa perché vuole essere bella e sexy, punto. Questo non significa che stia “mercificandosi”, come obiettano tante e tanti che hanno una visione moralista del femminismo: mercificare significa “ridurre a merce o a fonte di profitto valori, beni o attività che non hanno di per sé una natura commerciale” (Zingarelli 2011) e non vedo assolutamente come esprimere in modo libero e autonomo la propria sessualità attraverso l’abbigliamento sia una forma di mercificazione. Un simile ragionamento implica che è l’essere sexy ad essere “sbagliato”, non l’oggettivazione. Vestirsi in modo sexy o volersi mostrare in modo sexy è molto diverso dalla mercificazione del corpo femminile operata dai media. Come femministe, siamo ancora impegnate, nel 2013, a lottare contro la mentalità comune per cui chi indossa la minigonna o gli shorts se l’è cercata, è una troia, è una persona superficiale e vuota, ecc.: per quanto non lo condividiamo (il che non significa che io sia fra quelle che non lo condivide, tutt’altro, è un discorso generale), dobbiamo sostenere la libertà di vestirsi come si vuole ed esprimersi e apparire come si vuole sia nella vita reale che su Internet. Altrimenti non facciamo altro che alimentare ciò contro cui combattiamo, i doppi standard, la divisione troia/brava ragazza, lo slut-shaming.

Ai saldi ho trovato un meraviglioso paio di shorts in pizzo nero. Sono eleganti e rock allo stesso tempo, comodi, leggeri, mi slanciano le gambe e vanno con tutto: per quest’estate praticamente non ho indossato altro, abbinati ad una t-shirt, con le ballerine o gli anfibi. Li metto perché mi fanno sentire bene, mi fanno sentire bella e perché sono adatti al caldo estivo (mentre scrivo ci sono 29.6° nella mia stanza, e fuori sotto il sole è peggio). Indossandoli, sto “svendendo” la mia femminilità? Non credo proprio. Credo anzi che ogni ragazza e ogni donna esprima la sua femminilità in modi diversi (si può essere femminili amando il rosa e i peluche, si può essere femminili amando lo stile gotico, femminili in shorts e scarpe da tennis, femminili in jeans da uomo e camicia a quadri) perché la femminilità è un’essenza individuale, che ognuna sente e interpreta diversamente, non una “norma” rigida e immutabile alla quale bisogna conformarsi.

Credo che la libertà di vestirsi come si desidera, anche in modo sexy, rientri pienamente nell’ambito della libertà d’espressione e debba essere tutelato come tale, senza considerazioni di tipo moralistico. Vorrei concludere con due testimonianze sull’argomento di due ragazze americane, raccolte sul blog Dr. Nerdlove, per cui nutro ammirazione sconfinata:

Women don’t really have a space where we can express our sexuality without being ridiculed or shamed for it. (Think about it… how many “slutty” costumes do you see women wearing on Halloween? A lot of girls feel that that’s the only time they can wear something audacious like that.) We also grow up in a culture where women are taught to be ashamed of their beauty, that there is something wrong in taking pride in it or, God forbid, flaunting it. We’re taught to downplay compliments. “Wow, your hair looks so good today!” “Really? I don’t think my hair is that pretty.” It took me a very, very long time to be able to respond to sincere compliments with a “Thank you!” instead of deprecating myself a little. So, yeah, for me, admitting that I’m beautiful, celebrating that and letting the world know that I won’t be shamed into submission is a liberating form of self expression. (Hannah Solo)

Girls are told to be pure and beautiful – the “saint” side – because otherwise they’re sluts/only looking for attention. Yet we’re expected to have a “naughty” side as well, or otherwise we’re just prudes. Sometimes, wearing slutty costumes in what we consider a “safe” or “pre-approved” environment isn’t about attention. It’s about gaining control over our own sexuality and beauty. 
Example: I frequent a goth club. I often wear thigh highs, short skirts, high heels, and corsets with dramatic eye make up and “kinky” jewelry. But I guarantee you, I don’t do it for the attention. I have large boobs and I get unwanted stares and catcalls on public transportation, streets, and stores enough as it is. I don’t want or need more attention. Wearing those clothes to a club that I think of as safe and non-judgmental, surrounded by friends and the other regulars, is a way of taking back what I feel is sometimes stolen from me in my daily life by those stares and catcalls. It’s a way of saying “Yes, this is me, this is what I feel beautiful in and I refuse to feel dirty when you look at me.(MikanGirl)

 

Costruire la parità come antidoto ai femminicidi

Il problema di quest’ondata di omicidi, o meglio, femminicidi (tra parentesi, la definizione non è nuova, già nel 2010 era stata coniata in seguito ad un altro rilevante incremento in questo tipo di crimini), perché il loro comune denominatore è che le vittime sono donne uccise in quanto tali, è che nella percezione comune, e nella visione dei mass media, c’è l’idea che si tratti di casi isolati, relativi ad una particolare situazione familiare o di coppia, senza correlazioni gli uni con gli altri. Quando delle donne sono uccise solo perché sono donne, e questo avviene in contesti molto diversi tra loro, trasversali per età, distribuzione geografica ecc, invece, deve esserci chiaro che il problema ha a che fare con l’intera società, e quindi con tutti noi.

Io credo che il nucleo del problema stia nel fatto che la nostra società è ancora profondamente maschilista, e per molti uomini la donna non è un individuo pensante, capace di autodeterminarsi in modo indipendente, quanto piuttosto una loro estensione “naturale”. Un oggetto inerte di cui servirsi per appagare i propri desideri, una serva che si occupi della casa, una madre. Qualcosa di diverso dall’individuo, con cui non ci può essere un rapporto di uguaglianza e reciprocità.

Michela Marzano, in un articolo uscito su Repubblica il 14 luglio 2010, due anni fa, ma ancora drammaticamente attuale, scrive:

Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all’uomo, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono.

Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del “declino dell’impero patriarcale”. Come se la violenza fosse l’unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l’amore si dissolve e sparisce.

Questo denota che c’è un problema relazionale tra i sessi. Ricercarne le cause, oltre il singolo caso, ma approfondendo in tutto ciò che riguarda il tessuto della società, le visioni correnti e condivise che ci danno un riflesso comune, ci permetterebbe di capire su cosa dobbiamo intervenire per trasmettere una visione nuova.

Pensiamo che sia normale che ci siano differenze tra uomini e donne, ma quale parte di queste è causata dai condizionamenti? E quali effetti hanno questi condizionamenti? Interrogarci su queste domande, e cercare di costruire una società dove le differenze non siano così ampie da impedire il dialogo e la reciprocità, è la cosa più importante che possiamo fare. Penso che quelle donne avrebbero voluto solo poter essere capite dai loro compagni o mariti, e l’impossibilità di comunicare le ha uccise.

Dicono che il femminismo abbia distrutto le relazioni tra uomini e donne, ma secondo me le ha solo trasposte su un piano in cui la donna non è più il riflesso in cui l’uomo può specchiarsi, ma un individuo che può ricambiare il suo sguardo, sostenerlo, e con questo semplice fatto “costringerlo” ad ammettere una relazione paritaria. La reazione spontanea è quella di respingere la donna ai suoi ruoli “naturali”, che la subordinano e differenziano. E quando le donne non ci stanno, l’uomo pensa di poter uccidere ciò che considera come una sua proprietà. Non la vede come suo pari, e si sente in diritto di ucciderla.

Siamo tutti responsabili di questo, perché se non superiamo la contrapposizione fra i generi, e l’inevitabile riduzione della donna all’Altro di cui parlava Simone de Beauvoir, che è ancora insita nella mentalità collettiva, la nostra società non potrà fare nulla per ridurre il solco che divide le donne dagli uomini, un solco fatto di discriminazioni e piccola, insignificante oppressione quotidiana. Credo fermamente che sia nostro dovere lavorare perché nell’immaginario siano costruite relazioni  meno stereotipate e più paritarie.

A partire da uno degli stereotipi più diffusi e limitanti, quello che riguarda l’immagine del femminismo stesso e delle femministe, di cui ho parlato in questi articoli: “Questioni femminili”? e Le ragazze e il femminismo: qualcosa non va. Questa è la prima barriera che dobbiamo affrontare, per ribadire a voce alta chi siamo, e non lasciare che quello per cui lottiamo sia offuscato da un pregiudizio.

Articoli interessanti:

Aggiornamento all’articolo. Il linguaggio dei giornalisti nel descrivere negli articoli di cronaca i femminicidi è sempre più giustificante nei confronti degli uomini violenti e completamente incurante della prospettiva della vittima, di cui spesso sono riportate descrizioni che ne sottolineano la bellezza oppure la qualificano solo in virtù di moglie, compagna, ecc. Dopo aver partecipato ad un’azione di mail-bombing per segnalare un paio di articoli di questo genere, non posso fare a meno di pensare che bisogna partire proprio dalla rappresentazione: il problema non è solo nel descrivere questi fatti come eventi isolati dovuti a “raptus”, “gelosia” o quant’altro, ma nel fatto che la prospettiva adottata è giustificatoria. Ne parla Riscritture di omicidi estivi, di Michela Murgia,  un articolo che ritengo molto interessante perché raccoglie alcune idee in cui credo fermamente e fa un’analisi di un articolo giornalistico che tratta di femminicidio, riscrivendolo in una prospettiva che non giustifichi l’assassino ma ponga l’attenzione sul nucleo del problema: una donna è stata uccisa da un uomo.

Le ragazze di Un Altro Genere di Comunicazione hanno fatto un lavoro ammirevole nel raccogliere e catalogare gli articoli a cui mi riferisco nel post Articoli irrispettosi che giustificano i femminicidi: l’Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige interviene (tra l’altro, l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti è la riprova dell’importanza della rappresentazione data dai media nella percezione di un fenomeno) e in Cresce il sessismo nei quotidiani nazionali.

 

Femen e l’Islam

Non pretendo di essere un’esperta di Islam, ma il rapporto tra questa civiltà  e il mondo occidentale è una tematica che mi affascina, e credo che sia uno dei nodi centrali che dovremo affrontare nel mondo globalizzato in cui viviamo.

Mi soffermo un attimo su questo punto. Definire l’Islam come una religione è una definizione riduttiva. Citando due pensatori di radici islamiche, sebbene ai poli opposti:

L’islam è una religione, come tutte le altre, con una serie di idee e di pratiche relative alla morale, all’etica, a Dio, al cosmo e alla morte. Ma allo stesso tempo potrebbe essere inserito in una classe completamente diversa, che include il comunismo, la democrazia parlamentare, il fascismo e così via, poiché l’islam è anche un progetto sociale, un’idea di come dovrebbe essere gestita la politica e l’economia, con un sistema legale, civile e penale tutto suo. Ma l’islam può anche essere inserito all’interno di un’altra classe ancora, che include la civiltà cinese, indiana, occidentale e così via, perché esiste un intero universo di manufatti culturali […] che può essere definito propriamente islamico.

Tamim Ansary,  Un destino parallelo

L’islam dominava la vita della nostra famiglia sin nei minimi dettagli. L’islam era la nostra ideologia, la nostra politica, la nostra morale, il nostro diritto e la nostra identità. In primo luogo eravamo musulmani, soltanto in seconda battuta somali. Mi è stato insegnato che l’islam ci distingue dal resto del mondo, dai non musulmani. Noi musulmani siamo i prescelti da Dio. Loro, gli altri, i kafir, gli infedeli, sono asociali, impuri, barbari, non circoncisi, immorali, privi di coscienza e soprattutto osceni.

Ayaan Hirsi Ali,  Non Sottomessa

Troppo spesso ci accostiamo all’Islam con una visione superficiale e gonfia di pregiudizi, senza voler veramente comprendere una civiltà così diversa dalla nostra, e troppo spesso questo avviene in relazione alle tematiche dei diritti delle donne. Si parla di infibulazione, burqa, donne sfregiate con l’acido o bruciate vive, spose bambine. Le testimonianze di donne che hanno subito queste atrocità si affastellano sugli scaffali, i loro visi ci guardano dalle copertine. Nella biblioteca del mio paese un’intera sezione, chiamata “storie vere”, è riempita da questo genere di libri, con titoli come Murata VivaBruciata Viva, Figlie del DoloreLa Principessa Schiava, ed è stato proprio questo genere di letture a spingermi a volerne sapere di più sull’Islam.

Man mano che ho iniziato ad approfondire l’argomento, mi sono resa conto della sua complessità e soprattutto di come le molteplici correnti al suo interno e tutte le differenze vengano eliminate nella visione riduttiva e semplicistica che i mass media occidentali ne danno (con le debite eccezioni). La cosa interessante, o inquietante, è che è esattamente ciò che avviene, fuori dal Five Millions Club (definizione di Beppe Severgnini, vedi The Five Million Club e l’informazione), con la rappresentazione della donna: riduttiva, stereotipata. Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi.

Ci sono, all’interno dell’Islam, sicuramente frange di integralisti sostenitori di una morale sessuale fortemente repressiva per le donne e del totale controllo della religione su ogni aspetto della vita, ma ci sono anche forze che si impegnano attivamente per il rinnovamento. Un esempio di questo è dato da un passo dell’autobiografia di Ali Eteraz, Il bambino che leggeva il Corano:

Presi carta e penna e scrissi dei saggi infiammati che denunciavano i «signori dei serpenti» che manipolavano l’Islam per scopi politici e militari, i musulmani che sostenevano la pena di morte per gli apostati, i musulmani incapaci di accettare che l’Islam promettesse l’uguaglianza di tutti, i musulmani che soffocavano la libertà di parola in nome della religione – erano questi musulmani il bersaglio dei miei attacchi.
La questione dell’apostasia, l’abbandono della propria fede, erano importanti per me quanto per i riformisti. Troppi musulmani in disaccordo con il terrorismo e con la teocrazia erano accusati di apostasia e aggrediti, sfigurati e uccisi. Misi in fila una serie di citazioni dalle scritture islamiche per dimostrare che gli apostati non dovevano essere puniti. Studiai le opere dei saggi del passato e dei contemporanei. Iniziai una corrispondenza con studenti e pensatori in tutto il mondo, e insieme analizzavamo singoli versetti del Corano, perfino singole parole, e innumerevoli hadith per dimostrare ai nostri “co-religionari” estremisti che l’Islam non forniva una base per l’uccisione degli apostati.

L’Islam non è una cultura nemica delle donne e della libertà individuale di per sé, sebbene alla dimensione dell’individuo non sia data un’importanza pari a quella che assume nella cultura occidentale: è ancora Tamim Ansary ad affermare questo concetto: Solo se esiste il concetto di “individuo” è possibile dire: «Ogni individuo ha dei diritti», e solo una volta che quell’assunto è stato accettato è possibile sostenere che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, poiché entrambi sono individui. Certamente le conseguenze di questo punto di vista sono più gravi per le donne, con conseguenze che ben conosciamo, ma, di nuovo, puntualizzerei che generalizzare significa ridurre l’importanza di coloro che operano per un cambiamento e cercano di portare un “illuminismo” nell’Islam e al contempo contribuisce a dare una visione totalmente negativa di questa civiltà, cosa che rischia di sfociare nell’intolleranza e nell’odio razziale.

Un esempio della pericolosità delle generalizzazioni è la tematica del velo. Io non mi sono ancora data una risposta univoca alla domanda: è giusto proibire alle donne musulmane di indossare il velo in luoghi pubblici?, né voglio commentare le decisioni prese in Francia e i dibattiti sviluppatisi di conseguenza anche qui in Italia. Con questa riflessione, quindi, non voglio entrare nel merito della questione del velo, di cui spero di poter parlare in un post successivo. Mi limito a riportare un altro passo de Il bambino che leggeva il Corano, in cui l’autore discute con un amico proprio di questo punto:

«È repressivo. Dobbiamo liberare le donne come loro. Le donne con il velo allevano dei fondamentalisti: il velo è la “droga di passaggio” all’estremismo».
Ziad rise. Sorseggiò il tè e ci pensò un attimo prima di rispondere.
«Un velo non è una bomba», disse. «Inoltre, liberarle da cosa? Il velo è un simbolo culturale che ha una storia lunga. Se vivi nel Qatar per un bel po’, prima o poi ti troverai in una tempesta di sabbia. Le particelle di sabbia sono finissime, e ti entrano negli occhi, nel naso e nella gola e ti tappano tutto. Ti assicuro che quando ne arriverà una, ti coprirai il naso e la bocca anche tu. Probabilmente è così che la gente di questa parte del mondo ha iniziato a portare il velo migliaia di anni fa. In ogni caso, comunque, se vogliono portare il velo, sono libere di farlo. Perché non rilassarsi e compiacersi della varietà del mondo? Mi piace pensare al mondo come a un film di fantascienza. Ci sono tutte queste creature che si trovano vicendevolmente bizzarre, e anche se qualcuno non ci piace dobbiamo comunque rivolgergli la parola».
«Ma in questo mondo ci sono anche persone – musulmani – che vogliono imporre il velo a tutti. Sono queste le persone che la riforma dell’Islam cerca di fermare».
«Questa però non è una riforma islamica», rispose Ziad. «Per “imporre” qualcosa a qualcuno, si deve stare al governo. Ogni volta che un governo ti impone qualcosa e tu ti opponi, quella è un’opposizione al governo e basta. Perché devi tirare in ballo l’Islam?»
«Perché sono loro a dire che è tutta una questione di Islam».
«Il fatto che lo dicano non vuol dire che sia vero. Sta a te vedere al di là. Ascolta, se il governo americano dice che una parte della popolazione va messa in prigione in nome dei Pokémon, ti trasformi in un esperto di Pokémon per cercare di dimostrargli che mai e poi mai i Pokémon farebbero una cosa del genere?»

Il velo fa parte della cultura e dell’identità delle donne di molti Paesi, accomunate dalla religione islamica. Ma nel Corano non è sancito espressamente l’obbligo di indossare il velo integrale, o niqab (vedi IL GRANDE IMAM DEI SUNNITI: “IL VELO INTEGRALE NON E’ ISLAM”). Per questo trovo che la recente protesta del gruppo femminista ucraino Femen contro l’Islam (quale Islam?) sia offensiva per le donne musulmane e rifletta una concezione culturale arrogantemente eurocentrica.

La liberazione del corpo è sicuramente un valore importante per noi donne occidentali, ma brandire cartelli che recitano “Muslim Women Let’s Get Naked!” ha un senso? Non voglio mettere in dubbio i valori su cui le attiviste di Femen hanno posto l’accento nella loro protesta, il diritto all’autodeterminazione del corpo, la laicità, l’uguaglianza, la libertà, ma quale efficacia può avere una protesta del genere sulle donne che si riconoscono come musulmane? Penso che ci sia il rischio concreto che questo tipo di manifestazione appaia come una dimostrazione della corruzione dell’Occidente e che getti discredito sull’intero movimento femminista, facendolo apparire immorale, e facendo apparire le donne che ne fanno parte come “prostitute”.

Credo che parlare di un argomento delicato come l’Islam in maniera così superficiale sia del tutto controproducente.