Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 5)

Ben ritrovati nella disamina a episodi del volume Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, curato da Stuart Hall. Nella puntata precedente abbiamo riassunto il nucleo concettuale centrale della prospettiva costruzionista su cui tutto il volume si fonda, e da questa puntata svilupperemo il discorso attraverso due approcci interni al costruzionismo, quello semiotico e quello discorsivo, riconducibili alle figure fondatrici di Ferdinand de Saussure e Michel Foucault, guidati in questo viaggio da Stuart Hall, la cui attenzione per i dettagli nello svolgimento del discorso spero di aver reso decentemente con la mia traduzione.

Come nota Hall, il modello del linguaggio proposto da Saussure “ha plasmato l’approccio semiotico al problema della rappresentazione in un’ampia varietà di campi culturali”. L’interprete anglofono di Saussure a cui Hall si rifà è Jonathan Culler. “Per Saussure” – spiega Hall – “la produzione del significato dipende dal linguaggio. ‘Il linguaggio è un sistema di segni’. I suoni, le immagini, le parole scritte, i dipinti, le fotografia ecc. funzionano come segni all’interno del linguaggio ‘solo quando servono a esprimere o comunicare idee. Per comunicare idee, devono essere parte di un sistema di convenzioni”. Saussure è stato il primo a concepire il segno come composto da una forma – l’elemento concreto, materiale del segno – e da un’idea/concetto a cui la forma rimanda, e a definire la forma ‘significante’ e l’idea ‘significato’. Ricordo che il mio primo incontro con questi concetti, seppure senza tutto questo contesto, è stato in un libro di grammatica delle medie. Forse anche voi scoprirete un’antica familiarità con queste idee. Faccio solo notare che in inglese, ‘significato’ in questo uso è letteralmente il participio passato sostantivato del verbo to signify, quindi signified (‘significante’ è invece reso con il suffisso -er, che si usa per i nomi che indicano agenti, come ‘worker‘, lavoratore, ‘writer‘, scrittore’, ‘eraser‘, gomma per cancellare, quindi diventa signifier), il che lo distingue da meaning (significato come sostantivo), mentre noi in italiano abbiamo una sola parola per entrambi. Metterò quindi fra parentesi l’originale inglese in questi passaggi, in modo che l’ambiguità sia alleviata. In ogni caso, questo ci riporta alle difficoltà di pensare con concetti che non sono nati per la nostra lingua e che la nostra lingua fa fatica ad accomodare.

In ogni caso, Hall nota: “Ogni volta che sentite, leggete o vedete il significante [signifier] […] esso è correlato al significato [signified] […]. Entrambi sono necessari per produrre il significato [meaning], ma è la relazione fra di essi, fissata dai nostri codici culturali e linguistici, che regge la rappresentazione. Quindi, ‘il segno è l’unione di una forma che significa (significante/signifier) e dell’idea significata (significato/signified). […] essi esistono solo come componenti del segno, che è il fatto centrale del linguaggio (Culler, 1976)”. “Non c’è alcun legame naturale o inevitabile fra il significante [signifier] e il significato [signified]. I segni non possiedono un significato [meaning] fisso o essenziale. […] I segni, secondo Saussure, ‘sono membri di un sistema e sono definiti in relazione agli altri membri di quel sistema’”. Hall esemplifica questa affermazione con i nomi dei componenti della famiglia (padre, madre, zio, cugino…), che sono definibili solo avendo chiaro il sistema di relazioni di parentela che organizza le posizioni relative di ogni termine rispetto agli altri (lo zio è il fratello di un genitore, il cugino è il figlio dello zio…). In definitiva, “Questa marcatura della differenza all’interno del linguaggio è fondamentale per la produzione del significato [meaning]. […] Il modo più semplice per rimarcare una differenza è, ovviamente, attraverso un’opposizione binaria […] il significato [meaning] di un concetto o di una parola è spesso definito in relazione al suo diretto contrario”.

Da qui arriviamo alla conclusione cruciale per lo sviluppo dell’approccio semiotico: “un linguaggio è costituito da significanti, ma affinché essi producano significato [meaning], devono essere organizzati in un ‘sistema di differenze’. Sono le differenze fra i significanti che significano. Inoltre, la relazione fra il significante e il significato [signified], che è fissata dai nostri codici culturali, non è – secondo Saussure – fissata in modo permanente. I significati delle parole mutano. I concetti (significati/signified) a cui si riferiscono cambiano anch’essi, storicamente, e ogni cambiamento altera la mappa concettuale della cultura, portando culture diverse, in momenti storici diversi, a classificare e pensare il mondo diversamente”. Culler lo spiega in questi termini: “Il linguaggio instaura una relazione arbitraria fra significanti di sua stessa scelta da un lato, e significati [signifieds] di sua stessa scelta dall’altro. Non solo il linguaggio produce un set differente di significanti, articolando e dividendo il continuum del suono (o della scrittura o del disegno o della fotografia) in modo peculiare; ogni linguaggio produce un differente set di significati [signifieds]: ha un modo peculiare, e quindi arbitrario, di organizzare il mondo in concetti e categorie”. E da questo passaggio discende una conclusione ancora più densa: “Se la relazione fra un significante e il suo significato [signified] è il risultato di un sistema di convenzioni sociali specifico di ogni società e di ogni momento storico – allora tutti i significati [meanings] sono prodotti all’interno della storia e della cultura. Non possono mai essere fissati in modo definitivo, ma sono sempre soggetti al cambiamento, sia da un contesto culturale all’altro che da un’epoca all’altra. Non c’è nessun ‘vero significato’ unico, immodificabile, universale”. Culler esprime questa idea dicendo che la combinazione di un dato significato [signified] e di un dato significante [signifier] in un segno è, in ogni momento del tempo, un risultato contingente di un processo storico.

Seguiamo lo sviluppo delle implicazioni di questo risultato, con Hall, tornando a parlare di significato come meaning, cioè come prodotto dell’elaborazione attraverso cui giungiamo a comprendere qualcosa, a dargli senso: “se il significato cambia, e non è mai fissato definitivamente, allora la ‘presa di significato’ deve implicare un processo attivo di interpretazione. Il significato deve essere attivamente ‘letto’ o ‘interpretato’. Di conseguenza, c’è una necessaria e inevitabile mancanza di precisione nel linguaggio. Il significato che traiamo, come spettatori, lettori o pubblico, non è mai esattamente il significato dato dal parlante, dallo scrittore o da altri spettatori. E poiché, per dire qualcosa che abbia un significato, dobbiamo ‘entrare nel linguaggio’, dove ogni sorta di significati più vecchi che ci precedono sono già immagazzinati da epoche precedenti, non possiamo mai sterilizzare completamente il linguaggio, filtrando via tutti gli altri significati nascosti che potrebbero modificare o distorcere quello che vogliamo dire”. Non possiamo togliere le connotazioni negative a una parola semplicemente perché vogliamo usarla in modo neutro o positivo. Per quanto io voglia definire me stessa come femminista e non abbia paura di farlo, so che nel rendere pubblica questa identità a persone che non mi conoscono bene devo premettere uno spiegone su cosa significa essere femminista perché so che la parola circola nel discorso con tutta una serie di connotazioni stereotipate negative con cui io devo fare i conti anche se le disconosco. Ogni volta che uso questa parola, devo chiarire, difendere il significato che voglio attribuirle per ‘sgombrare il campo’ dai significati negativi, ma non posso farli smettere di esistere. Posso solo ‘educare’ le persone a usare la parola femminista per quello che significa per le femministe, e non per fazioni antifemministe che vogliono distorcere il significato della parola per attaccare le idee che quella parola esprime e rimpiazzarle, nel senso comune, con pregiudizi falsi e offensivi.

Ma non posso impedire l’esistenza di quei significati distorti, come ci ricorda Hall: “C’è un costante slittamento di significato in tutte le interpretazioni, un margine – qualcosa che va oltre quello che intendiamo dire – in cui altri significati oscurano l’affermazione o il testo, in cui altre associazioni sono risvegliate, dando a ciò che diciamo una sfumatura diversa. Quindi l’interpretazione diventa un aspetto essenziale del processo con cui il significato è dato e preso. Il lettore è altrettanto importante dello scrittore nella produzione del significato. Ogni significante dato o codificato nel significato deve essere interpretato o decodificato in modo significativo dal ricevente (Hall, 1980). I segni che non sono stati ricevuti e interpretati in modo intelligibile non sono, in nessun senso utile del termine, ‘significativi'”.

Quindi, per Saussure il linguaggio era diviso in due parti: la prima è formata da “le regole e i codici generali del sistema linguistico, che tutti i suoi utilizzatori devono condividere, se esso deve essere utilizzato come mezzo di comunicazione. Le regole sono i principi che impariamo quando impariamo una lingua e ci permettono di usare quella lingua per dire ciò che vogliamo dire. […] Saussure ha chiamato questa struttura sottostante e governata da regole della lingua, che ci permette di produrre frasi ben costruite, la langue (il sistema linguistico). La seconda parte è formata dagli atti di parola, scrittura o disegno singoli, che – utilizzando la struttura e le regole della langue – sono prodotti da un concreto parlante o scrittore. Lui ha chiamato questo parole“. Langue e parole fanno riferimento a due aspetti dell’uso della lingua che non hanno corrispettivi esatti in inglese, perciò nella comunità scientifica si è deciso di non cercare di tradurre questi termini, nell’uso che ne fa Saussure, e di mantenerli sempre in francese, di modo che ogniqualvolta una persona incontra langue e parole in un testo, sa senza ambiguità di traduzione che stiamo parlando di questa concezione teorica. Culler ci aiuta a capirli: “La langue è il sistema del linguaggio, il linguaggio come sistema di forme, mentre la parole è il discorso concreto, gli atti discorsivi che sono resi possibili dal linguaggio”.

Non è un discorso puramente tecnico, ci mette in guardia Hall: “Per Saussure, la struttura sottostante di regole e codici (langue) era la parte sociale del linguaggio”, ed egli riteneva che avesse una natura chiusa e limitata, che avrebbe permesso di studiare il linguaggio a livello della ‘struttura profonda’, per cui questo modello teorico è stato chiamato strutturalista. In questo modello, la parole era vista come la ‘superficie’ del linguaggio, priva delle proprietà strutturali che ne avrebbero permesso un’analisi scientifica. Questa concezione è ormai tramontata, ma all’epoca della sua formulazione ha permesso di riconoscere, appunto, il carattere sociale del linguaggio senza cadere in una formulazione deterministica, e alcuni punti mantengono la loro validità: “ogni affermazione individuale diventa possibile solo perché ‘l’autore’ condivide con altri utenti del linguaggio le regole e i codici comuni del sistema linguistico – la langue – che permette loro di comunicare in modo dotato di significato. L’autore decide cosa dire. Ma non può ‘decidere’ se usare o meno le regole della lingua, se vuole essere capito. Noi siamo nati all’interno di un linguaggio, dei suoi codici e dei suoi significati. Il linguaggio è quindi, per Saussure, un fenomeno sociale. Non è una faccenda individuale perché non possiamo inventarci le regole del linguaggio per conto nostro. La loro origine sta nella società, nella cultura, nei nostri codici culturali condivisi, nel sistema linguistico”.

In conclusione, “Il grande risultato di Saussure è stato obbligarci a focalizzarci sul linguaggio in sé, come un fatto sociale; sul processo di rappresentazione in sé; su come il linguaggio funziona concretamente e sul ruolo che svolge nella produzione del significato. Nel farlo, ha salvato il linguaggio dallo status di mero medium trasparente fra le cose e il significato. Ci ha mostrato, al contrario, che la rappresentazione è una pratica”. Tuttavia, Saussure ha trascurato il ruolo di un altro processo, il riferimento a entità che esistono e a cui, per tramite dei concetti e delle mappe concettuali, il linguaggio rimanda, nella significazione. La significazione è il prodotto sia del significato che del riferimento. Inoltre, egli si è concentrato sugli aspetti formali del funzionamento del linguaggio, il che “ha distolto l’attenzione dagli aspetti più interazionali e dialogici […] – il modo in cui il linguaggio è effettivamente utilizzato, come funziona nelle situazioni concrete, in un dialogo fra diversi tipi di parlanti. Quindi non è sorprendente che, per Saussure, le questioni legate al potere nel linguaggio – per esempio, fra parlanti di differenti status e posizioni – non siano sorte”.

I teorici che hanno seguito la strada aperta da Saussure in seguito sono giunti alla conclusione che il linguaggio è sì governato da regole, ma “non è un sistema chiuso che può essere ridotto ai suoi elementi formali. Dato che cambia costantemente, è per definizione aperto. Il significato continua a essere prodotto attraverso il linguaggio in forme che non possono mai essere predette a priori, e il suo ‘slittamento’ […] non può mai essere fermato. Saussure potrebbe essere stato tentato [di fermarsi] alla visione precedente perché […] tendeva a studiare lo stato del sistema linguistico in un dato momento, come se […] potesse fermare il flusso del cambiamento linguistico”, osserva Hall. Ovviamente, queste rielaborazioni del lavoro di Saussure non rendono meno validi i suoi punti sul funzionamento del linguaggio, li rendono solo incompleti. Ma è assurdo chiedere che un uomo elabori da solo un intero campo di studi, dopotutto. Dopo di lui, le sue teorie sono state applicate per fondare “un approccio generale al linguaggio e al significato, che fornisce un modello della rappresentazione che è stato applicato a un’ampia gamma di oggetti e pratiche culturali”. Questo approccio – o disciplina – è ciò che ora chiamiamo semiotica, che studia i segni nella cultura e la cultura come linguaggio. Il presupposto è che “dato che tutti gli oggetti culturali sono portatori di signfiicato, e che tutte le pratiche culturali dipendono dal significato, allora devono fare uso di segni, e nella misura in cui lo fanno, devono funzionare come un linguaggio”, e quindi alla loro analisi possono essere applicati i concetti saussuriani che abbiamo esposto.

Il primo ad applicare gli strumenti semiotici allo studio di oggetti della cultura popolare è stato Roland Barthes nel 1972, che ha considerato come segni, come linguaggi in grado di comunicare significato, oggetti e attività come spot pubblicitari, show come il wrestling, guide turistiche. L’idea sottostante è che tutti questi oggetti e pratiche possono essere viste come testi da leggere. Questa prospettiva è stata poi estesa da Clifford Geertz, uno dei più importanti antropologi del secolo, che ha proposto una definizione semiotica di cultura in cui essa è pensata come “strutture di significato socialmente stabilite, nei cui termini le persone fanno cose” (Geertz, 1987), da cui consegue che “è attraverso il flusso del comportamento – o, più esattamente, l’azione sociale – che le forme culturali trovano un’articolazione” (Geertz, 1987). La cultura è “costituita di sistemi interconnessi di segni interpretabili” (Geertz, 1987) che rappresentano il contesto entro cui eventi sociali, comportamenti, istituzioni o processi possono essere compresi come aventi significato per gli attori che li mettono in atto. Le nostre interpretazioni e descrizioni devono essere “espresse nei termini delle interpretazioni a cui persone di una particolare categoria sottopongono la loro esperienza” (Geertz, 1987), quindi devono essere fondate sulla comprensione delle loro mappe concettuali e dei loro codici linguistici. Lo scienziato sociale ha il dovere di “tenere l’analisi delle forme simboliche legata il più strettamente possibile agli eventi sociali concreti, al mondo pubblico della vita in comune” (Geertz, 1987) per raggiungere l’obiettivo di “scoprire le strutture concettuali che informano gli atti dei nostri soggetti, il «detto» del discorso sociale, e costruire un sistema di analisi nei cui termini ciò che è pertinente a quelle strutture, ciò che appartiene loro perché sono quello che sono, risalterà sullo sfondo di altre determinanti del comportamento umano” (Geertz, 1987). Poiché le interpretazioni devono essere formulate nei termini degli attori sociali, il compito dello scienziato sociale può essere inteso come quello di tracciare “un ritratto delle cornici di significato” (Geertz, 1987) degli attori, inscrivendole in quelle forme della società che sono la sostanza della cultura.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 22)

Il sedicesimo e ultimo capitolo di Medioevo Maschio, che costituisce una sezione a sé stante del libro, è intitolato Orientamenti delle ricerche storiche in Francia. 1950-1980. Come suggerisce il titolo, si tratta di un capitolo che riflette sullo stato della disciplina. Dato che tratta dell’ultimo capitolo del libro, con questo post si chiude anche questa serie. Ringrazio i miei “venticinque lettori” – come Manzoni, sono un’ottimista – per avermi seguita sin qui. Dal prossimo post si parlerà di tutt’altro, promesso! 

L’autore, che scrive nel 1980, esordisce ripercorrendo il cammino della rivista Annales, una pubblicazione accademica dedicata a ripensare la storia come disciplina: “Contro ciò che sopravviveva delle tradizioni positivistiche, solidamente arroccate in istituzioni potenti – contro la storia-battaglia, contro una storia politica isolata dal resto, contro una storia disincarnata dalle idee. In primo luogo a favore della storia economica. E sempre di più per la storia sociale”. Annales era stata fondata da Lucien Febvre e Marc Bloch nel 1929 con l’obiettivo di dare uno spazio a “una storia largamente aperta sui fenomeni culturali, che si rifiuta di privilegiare […] quei fenomeni che rientrano nel dominio del materiale […] che si allontana dagli accidenti superficiali […] per sondare in profondità, insinuandosi perciò nei ritmi di lunghissima durata, avventurandosi là dove pare che non muti più nulla, tuffando lo sguardo verso le basi, verso gli strati più stabili, gli strati contadini”. Per Duby, l’obiettivo di Febvre e Bloch resta valido e resta da compiere: “la storia che merita di essere fatta resta, nella varietà delle sue molteplici componenti, la storia di questa o quella popolazione entro lo spazio che essa occupa”.

E la disciplina della storia, nel suo percorso di rinnovamento nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, è progredita grazie alla “consapevolezza più chiara della relatività delle nostre conoscenze” nella comunità degli storici e grazie agli sforzi di codificare i metodi e le tecniche in un corpus di conoscenza facilmente accessibile. In particolare, Duby ricorda l’uscita, nel 1961, de L’Histoire et ses méthodes: “il mirabile monumento che la storia positivista aveva lasciato in eredità, [incaricato] di descrivere la precisa attrezzatura che serviva per raccogliere, conservare, criticare le testimonianze. Quel discorso del metodo storico fu prima di tutto l’elogio dell’erudizione, minuziosa, rigorosa, oggettiva”, ma conteneva in sé anche il riconoscimento del fatto che la storia «è una scienza sociale indissolubilmente legata alle altre scienze dell’uomo» (Charles Samaran). Il riconoscimento del fatto che la conoscenza non può essere totalmente oggettiva e lo sforzo per raggiungere la massima oggettività possibile devono andare insieme. «La storia è, a un tempo, oggettiva e soggettiva: è il passato, appreso nella sua autenticità, ma il passato visto dallo storico» (Henri Iréné Marrou).

Duby ribadisce: “Certamente non deve attenuarsi lo sforzo di «stabilire i fatti» con la più rigorosa precisione, ma sono caduti i paraocchi che impedivano di considerare lucidamente il carattere per forza sbilenco delle nostre sistemazioni, il fatto che non raggiungeremo mai se non più di una trascurabile porzione del passato […] e che la verità assoluta è fuori portata”. Inoltre, il lavoro dello storico non può e non deve essere volto alla fredda neutralità, se vuole avere ricchezza, profondità e significato: “Non si spiegherebbe la vivacità dei progressi che la storia fa sotto i nostri occhi senza chiamare in causa il senso sempre più vivo che per essere buoni storici bisogna tenere gli occhi aperti sul proprio tempo, che la storia neutra, quella che si scrive chiusi in biblioteca, è sempre sbiadita e dolciastra. Impegnarsi nel presente, prestare orecchio a tutte le sue voci – in una parola: vivere – questo esige in particolare che ci si tenga informati di ciò che si scopre e si trasforma nel campo delle scienze umane vicine. La storia s’indebolirebbe se restasse isolata”. La storia e le altre scienze sociali dovrebbero impegnarsi in una “solidarietà competitiva”e sforzarsi di abbattere le barriere tra le discipline. Nel caso della formazione di Duby stesso e degli storici francesi della sua generazione, ad esempio, un ruolo chiave è stato svolto dalla geografia, la cui influenza “portò gli storici a dare più volentieri per cornice alle loro indagini le monografie regionali. Hanno imparato a circoscrivere debitamente un territorio; a considerare il complesso degli uomini che lo popolano nel loro rapporto con questo ambiente, ossia con la natura lungamente modellata dalla storia; a mettere in relazione le forze molteplici intervenute per dare a questa popolazione le sue forme e per far sì che queste si evolvessero”.

Più di recente altre sfide sono state lanciate agli storici. Sono venute soprattutto dalla linguistica e dall’antropologia […]. I lavori dei linguisti sfociarono nello strutturalismo […]. Invitando a trascurare il mutevole per ciò che è immobile, lo strutturalismo negava la storia. In ogni caso, tendeva a considerarla marginale. Fu per gli storici una specie di colpo di frusta. […] Incoraggiò ad analizzare con maggiore assennatezza ciò che noi altri storici già chiamavamo «strutture». Portò certi di noi a non limitare più le osservazioni a fasi relativamente corte, a percorrere audacemente dei lunghissimi periodi, spostando dei concetti da un’estremità all’altra, in modo da distinguere ciò che è stabile da ciò che si muove. L’esempio della linguistica rafforzò la tendenza a esaminare con la massima attenzione la scorza delle testimonianze”. 

Contributi fondamentali all’evoluzione della storia come disciplina vennero da due non-storici: Michel Foucault, filosofo e sociologo, e Claude Lévi-Strauss, antropologo. “L’antropologia progrediva di pari passo con la linguistica. Come questa, prendeva soprattutto per oggetti dei sistemi, costruiva volentieri dei modelli e si sforzava di dimostrare la stabilità delle loro articolazioni”. Ma solo con Lévi-Strauss si giunse alla consapevolezza che «ogni buon libro di storia è impregnato di etnologia», anche grazie al fatto che in quel momento storico “la liberazione delle colonie obbligava una buona parte degli etnologi a ripiegare sulla «metropoli». Scelsero come loro terreno le campagne di Francia, poi, ben presto le sue città. Si assisté allo sviluppo di un’«etnologia francese» che si appropriò la funzione pioneristica assoluta a lungo dalla geografia urbana”. Questo portò anche a un’innovazione metodologica. “Gli strumenti della critica storica, effettivamente, furono costruiti per applicarsi a discorsi coerenti che evocano i movimenti più vivaci della durata. Per apprendere debitamente ciò che procede lentamente e percepire l’inespresso abbiamo bisogno quindi d’impiegare altri materiali e di trattare diversamente quelli che ci sono familiari”.

Duby nota: “i testi rimangono la nostra principale fonte d’informazione. La storia continua a costruire la parte più importante del suo discorso partendo da altri discorsi. Tuttavia nel modo di manipolare questi documenti, di selezionarli e di sottoporli alle nostre interrogazioni, scorgo due mutamenti recenti che sono orientati in senso inverso. Nella misura stessa in cui la storia s’interessa alle forme strutturali, […] nella misura in cui porta il suo sguardo verso gli strati profondi del corpo sociale, verso quella gente che parla poco e le cui parole si sono in massima parte perdute, nella misura in cui il quotidiano, il banale, ciò di cui nessuno pensa a serbare il ricordo le sembra più degno d’attenzione dei fatti sensazionali, deve mettersi in cerca di una molteplicità d’indizi piccolissimi”. Questo tipo di ricerca porta a elaborare modelli matematici, perché i dati raccolti sono numerici e hanno senso solo come accumulazione di fatti minuti, da sommare fra loro per rappresentare un fenomeno. Questo tipo di ricerca, inoltre, deriva soprattutto dal tipo di fonti disponibili agli storici dell’età moderna, dei secoli XVI, XVII e XVIII: “Si era cominciato col misurare le fluttuazioni del valore delle cose, del corso delle monete, del traffico mercantile. Rapidamente, applicando questi procedimenti alle menzioni dei battesimi, dei matrimoni, delle sepolture che si trovano ammucchiate nei registri parrocchiali, si giunse allo studio del movimento della popolazione. La storia demografica fu così la grande trionfatrice”.

Al contempo, si sviluppa anche una tendenza complementare, “a tornare […] a ciò che vi è di narrativo nelle fonti scritte, per l’abbondanza e la ricchezza di ciò che i racconti offrono. Una tale tendenza invita […] a trarre dal complesso il discorso più ricco per il suo valore espressivo, per la densità del suo contenuto. Estrarre il monumentale dal materiale indifferenziato. […] Gli storici non hanno inventato questi nuovi procedimenti di lettura. Li hanno presi a prestito da altre scienze umane, dalla psicologia sociale, dall’etnologia, dalla linguistica […]. Il linguaggio è trattato ormai come un materiale. Ma si tratta non tanto di contare i suoi elementi quanto di smontare le sue strutture e di metterle a confronto. […] E l’apporto specifico della storia è qui, nel cercare di discernere come questi complessi si modificano nella durata”. A questo processo contribuisce con forza lo sviluppo dell’archeologia, che ha trovato un clima culturale favorevole nella “nostalgia del «mondo che abbiamo perduto», che immaginiamo pacifico, ordinato, il mondo rassicurante della campagna. Ma il successo dell’archeologia dipende soprattutto dal fatto che essa […] ha smesso di preoccuparsi solo dell’eccezionale. Alla preoccupazione di salvare dei capolavori si è aggiunta quella di portare alla luce, di raschiare, di inventariare con cura tutte le tracce […] della vita di tutti i giorni, il progetto di ricostituire […] la «cultura materiale»”.  Ad avvantaggiarsi degli apporti di un’archeologia preoccupata degli aspetti quotidiani della vita è stata fin qui soprattutto la storia medievale. Ma da ogni parte si fa viva la curiosità per gli strumenti, per i costumi, per gli emblemi, per tutte le rappresentazioni figurate che gli uomini del passato hanno offerto della loro esistenza concreta e dei loro sogni. […] Ancora abbondanti, ma minacciate, e ci rendiamo conto di quanto sono fragili. Ci si mette a farne l’inventario, si raccolgono, si restaurano”.

Ciò che vi è di ringiovanito nella concezione della storia, nella maniera di scegliere le fonti d’informazione e di servirsene, è indissolubilmente legato al nuovo tipo di domande che lo storico si pone”. Dai tempi della fondazione di Annales, nel 1929, la storia economica che la rivista ha contribuito a porre in primo piano è stata sostituita, come prospettiva dominante, dalla storia sociale e poi dalla storia delle civiltà e dalla storia della cultura, intesa come storia “di quei fattori che non rientrano nell’ambito materiale”. “Del riflusso della spiegazione preminente in base all’economia gli storici dell’Antichità e quelli dell’alto Medioevo furono i principali responsabili: in effetti l’informazione documentaria su queste epoche è poverissima di dati suscettibili di uno sfruttamento statistico. […] D’altra parte, bastava che aprissero gli occhi per convincersi che, in quel passato lontano, il danaro teneva un posto molto meno importante nelle relazioni umane, che lo spirito di profitto influiva sui comportamenti meno dei costumi e delle credenze. […] Gli storici del feudalesimo furono così costretti ad attribuire alla gratuità un posto che non sospettavano così largo. Scoprirono che rischiavano di non capir nulla nel movimento dei beni se non riconoscevano che talvolta il gusto di distruggere allegramente le ricchezze ha il sopravvento su quello di produrle, che il valore dell’ozio, nella maggior parte delle società, supera di gran lunga quello del lavoro, che la liberalità, anzi lo spreco, sta spesso al sommo della scala delle virtù. Ammettere negli scambi il predominio del dono e del ricambio sulla compravendita, e quello della funzione simbolica dello strumento monetario sfocia in una rappresentazione della società feudale affetto nuova e molto più esatta”. 

Riflettere sugli scambi non di mercato porta a riflettere sulle strutture di parentela, il luogo sociale in cui la maggior parte di questi scambi avveniva sulla base di obbligazioni di solidarietà reciproche. E guardare ai rapporti sociali che si stabilivano fra i parenti porta a guardare “con occhi diversi i fatti politici, religiosi, economici”. “Quando […] i medievalisti affinano il concetto di un tipo di produzione familiare, quando cercano di capire come si ripartivano i compiti, i profitti, l’autorità all’interno di quella essenziale cellula sociale che è la parentela, che disponeva delle donne e decideva di darle in spose, quando tentano di misurare ciò che anche i morti consumavano, sollevano un poco il velo”. La storia della famiglia si avvicina alla sociologia della famiglia, smette di essere solo una storia demografica della famiglia per interessarsi “ai sogni che regolano i comportamenti, ai codici, ai divieti, alle loro violazioni, alle speranze in cui ci si culla, ai rituali”.

Il fatto di prendere in considerazione l’importanza dei miti, dei riti, dell’immaginario nell’evoluzione delle società umane fu senza dubbio facilitato dal progressivo scadimento del concetto di causalità”, aggiunge Duby. “L’evoluzione di una formazione sociale è determinata da innumerevoli fattori. Agiscono tutti insieme e subiscono a loro volta l’azione di quelli che li circondano. […] Rassegnati a non poter raggiungere che verità molto parziali e relative e costretti da questa stessa convinzione a parlar sempre con riserva, gli storici si persuadono dell’indissociabile globalità delle influenze. […] Il loro sforzo si volge a penetrare le sottigliezze di un giuoco di correlazioni, d’«interconnessioni»; vorrebbero stabilire «relazioni intelligibili» tra diversi rami contemporanei dell’attività umana; la lor speranza è di ricostruire delle «unità coerenti, significative» (Marrou). E così ci si avvicina a un’ulteriore prospettiva: la storia delle mentalità. “Non c’è oggi nessuno storico che non ammetta la necessità, per chi vuol capire un fatto storico […] di immergersi in quel magma disordinato e tuttavia coerente di idee accettate, di ordini, di figure apparentemente vaghe ma le cui ossature sono tuttavia abbastanza solide da costringere le parole ad associarsi in questo o quel modo, che insegnano a comportarsi in certi modi e su cui si trova esposta la totalità di una visione del mondo. «Prigioni a lunga scadenza» certamente, le mentalità non sono tuttavia immobili: spetta alla storia, in pieno sviluppo, dell’educazione […] di aiutare a scoprire precisamente ciò che le trasforma”. Da questa prospettiva discendono la storia dei sistemi di valori e quella delle ideologie, basate sulla ricerca delle espressioni simboliche prodotte dagli esseri umani e condensate nei prodotti culturali (testi, affreschi, cattedrali, vasi, abiti, gioielli…). Questa storia “invita a scoprire a quali interessi siano servite le formazioni ideologiche, quindi gli ambienti a cui danno sicurezza e di cui giustificano le azioni, i mediatori che le diffondono, gli stratagemmi che servono a imporle e le resistenze che suscitano”.

Studiare le ideologie insegna che in ogni società in qualche misura complessa esistono parecchi sistemi ideologici e che un conflitto permanente li contrappone. Ogni complesso culturale è eterogeneo. Gli storici […] giudicano di dover studiare nel passato i diversi «livelli di cultura». Questa metafora […] rischia d’imporre l’immagine di strati sovrapposti; essa spinge a far coincidere questi strati con la stratificazione economica delle società”. Ma, nonostante questo rischio, è importante incamminarsi in questa strada per contrastare “l’esorbitante potere che il monopolio delle conoscenze nobili, della familiarità con lo scritto e con tutte le forme d’espressione capaci di sopravvivere attraverso le età, conferisce a chi dà vita o diffusione all’ideologia dominante”.  Le tracce più visibili delle formazioni ideologiche che sono state sconfitte da altre ideologie […], che ne sono state respinte un po’ alla volta nei piani meno accessibili dell’edificio culturale, risalgono al momento in cui le ideologie sconfitte furono oggetto di repressione. È il fuoco della polemica che le illumina; si conoscono per i proclami che le denunciano, per l’apologia dei loro detrattori, per le motivazioni dei giudizi che le condannano. Le vediamo con gli occhi dei loro oppressori. Messe in ridicolo, sfigurate. Nel frattempo, per scoprirne l’esistenza, conviene interpretare il silenzio dei testi. […] quando si mette a osservare delle ideologie, lo storico deve arrovesciare l’oggetto dei suoi sforzi di oggettività. La storia positivista si dedicava a stabilire la veridicità dei fatti. Ora questi, secondo le circostanze, importano meno della maniera in cui se ne è parlato […]. Quando la testimonianza è messa alla prova, non si tratta di separare il vero dal falso a proposito di ciò che pretende far credere. Si prova da se stessa, per ciò che rivela della personalità del testimone, per ciò che questi nasconde o dimentica non meno che per ciò che afferma e per il modo che ha di affermarlo”.

Un simile rigore nel trattamento dell’informazione importa specialmente quando s’interrogano i testi che rivelano certi aspetti della cultura popolare. Le espressioni di questa cultura, in effetti, fino a tempi vicinissimi a noi, sono o degli oggetti, in massima parte molto deteriorabili, o delle parole, che volano via. Molto di rado ascoltiamo il popolo. Tutto ciò che ci è detto di esso proviene da intermediari. Questi hanno trascritto ciò che hanno sentito dire”. Questi intermediari contribuirono “a diffondere dall’alto in basso le conoscenze, gli usi, le mode che un mimetismo molto comunemente condiviso fa diffondere da sé di grado in grado, verso gli strati più bassi della società; come contropartita trasportarono verso le élites quegli ingenui ornamenti che fanno l’incanto del distinto populismo della gente bene. In questa seconda funzione informano: dobbiamo tutto alle relazioni che hanno steso, alle collezioni che hanno costituito. Ora, la pratica dell’etnologia ci mette in guardia: la trasmissione non si opera senza che il messaggio venga poco o molto snaturato. Il mediatore non è mai imparziale. La sua cultura influenza ciò che riporta, e l’impronta è tanto più deformante quanto più il testimone è dotto o crede di esserlo, e s’impiccia di offrire una sua interpretazione, nella grande libertà che gli viene dal senso di dominare dall’alto della sua scienza i fragili oggetti che raccoglie”.

Tutto ciò che si può raccogliere delle arti e tradizioni popolari risale allo stesso secolo XIX, non viene dai villaggi ma dalle borgate, molte di queste vestigia sono manipolate ed è pericoloso supporre che possano validamente informarci su ciò che si credeva e si sentiva nelle campagne cento, trecento, o anche novecento anni fa. Significa far torto al popolo e trattarlo da essere privo di nerbo figurarsi immobile la sua cultura. Essa è viva, dura, anche, e la durata la trasforma”. Nell’ambito dell’evoluzione della disciplina storica in Francia si situa anche un nuovo rapporto con l’evento storico: “la tendenza attuale a osservarlo più da vicino, per stabilire come s’inserisce nelle masse più stabili che fungono da supporto, che provocano il suo zampillare e su cui determina dei riflessi. […] Non è per se stesso, in effetti, che l’evento è diviso in pezzi, disarticolato. È per ciò che rivela, per il sommovimento di cui è causa e che senza di esso passerebbe inosservato. Il contraccolpo c’interessa più dello stesso colpo: quel mulinello che fa emergere dal profondo cose che di solito sfuggono all’occhio dello storico. In effetti gli eventi scatenano un’effervescenza di discorsi che danno conto di ciò che non è abituale, ma nel flusso delle parole ce ne sono alcune […] che rivelano delle strutture latenti”. Lo stesso vale anche per l’individuo: “il grand’uomo, o l’uomo medio, di cui il caso fa sì che abbia molto parlato di sé, o che si sia parlato molto di lui, è alla stessa maniera dell’avvenimento, rivelatore attraverso tutte le dichiarazioni, le descrizioni, le illustrazioni di cui è occasione accidentale, attraverso le onde che i suoi gesti o le sue parole mettono in moto attorno a lui”.

Con questa panoramica sullo stato della storia come disciplina, Duby conclude il suo libro, fiducioso nelle possibilità aperte da queste prospettive di rivelare aspetti inediti delle società del passato, di collegare temi precedentemente messi a fuoco in modo separato, di estendere la conoscenza e la sua oggettività proprio grazie alla consapevolezza del fatto che l’indagine storica, come ogni forma di ricerca nelle scienze sociali, parte da un punto di vista.

Grazie per avermi seguita fin qui. Spero che sia stato un viaggio interessante: siamo partiti dalla condizione della donna in relazione all’amore, al matrimonio, alle forme di controllo sociale che si giocavano attraverso il suo corpo, per poi arrivare a una storia culturale attraverso le strutture sociali ed economiche (la parentela, l’accumulazione della ricchezza, il potere statale e il potere feudale). Abbiamo concluso con le riflessioni di Duby in merito al mestiere dello storico: poche domande sono importanti tanto quanto “come sappiamo quello che sappiamo?”. Non finirò mai di dirlo: è il metodo che FA la scienza, che ci può dire se un’affermazione che pretende di dire qualcosa di vero ha le carte in regola per essere considerata per quello che dice. Prima il metodo, poi i contenuti. E Duby ha dedicato capitoli interi a riflettere sullo stato della Storia come disciplina, della sua capacità di dirci qualcosa di vero pur con tutte le limitazioni dovute alle fonti, ai punti di vista, al fatto che chi scriveva nel passato scriveva a sua volta con un punto di vista e degli obiettivi, consapevoli o meno. Credo che tutto questo viaggio ci possa far capire che la storia non è come un manuale scolastico, e sappiamo molto meno del passato di quello che la scuola ci rappresenta.