La responsabilità collettiva del popolo tedesco e le voci della cultura antinazista in Italia

Siamo giunti alla terza parte del settimo capitolo del saggio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. Nella puntata precedente abbiamo affrontato il tema delle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento e della ricerca dell’”altra Germania”, che sarà ulteriormente sviluppato qui, parlando del crollo della fiducia nell'”altra Germania” da parte della classe dirigente e intellettuale antifascista italiana e della conseguente impossibilità di separare il regime nazista dal popolo tedesco.

La fiducia nell’«altra Germania» e la correlata critica del principio della colpa collettiva si era associata nell’antifascismo italiano a un atteggiamento nettamente contrario a un trattamento vendicativo nei confronti della Germania. […] Progetti draconiani che prevedevano lo spezzettamento del territorio tedesco in più Stati e la sua radicale deindustrializzazione, che sembrarono trovare appoggio fino alla conferenza di Yalta da parte delle grandi potenze alleate, suscitarono viva riprovazione in seno alle élites culturali e politiche dell’antifascismo italiano e furono sostenuti solo dai settori monarchico-conservatori. […] Esponenti del Partito d’azione, quali Riccardo Bauer ed Ernesto Rossi, sottolinearono con forza il ruolo cruciale che una futura Germania avrebbe avuto per la costruzione di un’Europa federale pacifica, democratica e prospera. «L’Europa ha bisogno della Germania», scriveva già nel maggio 1944 Ernesto Rossi, che poi aggiungeva: «fare del popolo tedesco un nuovo popolo maledetto, mantenerlo diviso, nella soggezione e nella miseria, equivarrebbe a porre una polveriera nel centro dell’Europa»”, approfondisce Focardi, che tuttavia nota che tale fiducia “cui si legava la perorazione di una pace costruttiva per i tedeschi, non era però una fiducia incondizionata. Essa dipendeva infatti dall’effettiva capacità che i tedeschi avrebbero dimostrato di seguire la strada dell’Italia e di insorgere contro «il tiranno». L’attesa del riscatto germanico crebbe in tutto l’antifascismo con l’approssimarsi del crollo del Reich, ritenuto imminente a partire dal marzo del 1945, allorché gli eserciti alleati, penetrati in Germania, mossero con forze preponderanti l’assalto finale. Non avvenne però niente di quanto si era sperato. Le notizie provenienti dalla Germania non solo negavano l’attivazione di qualsiasi processo di resistenza al nazismo, ma anzi dipingevano un paese che faceva blocco attorno al Führer e alle forze armate in un atto di inutile quanto rabbiosa difesa a oltranza. […] Ciò causò un forte sbandamento e un profondo ripensamento all’interno dell’antifascismo italiano. Già all’inizio di aprile Palmiro Togliatti, intervenendo a Roma al secondo Consiglio nazionale del PCI, constatava con apprensione «l’assenza della classe operaia tedesca nel fronte della lotta per la libertà», motivo per cui si apriva un pericoloso «vuoto in Europa». […] L’immobilismo del popolo tedesco e anzi la fanatica difesa opposta agli Alleati spiccarono tanto più in confronto con la pressoché contemporanea insurrezione nazionale lanciata con successo dalla Resistenza italiana negli ultimi giorni di aprile del 1945. […] Dalla delusione e dalla disillusione si passò presto alla formulazione di un giudizio emotivo di condanna rabbiosa e incondizionata nei confronti di tutto il popolo germanico. […] Giuseppe Saragat sull’«Avanti!» rivendicò espressamente «il diritto di parlare di una responsabilità collettiva» del popolo germanico. […] La diffusione nell’immediato dopoguerra di notizie sempre più sconvolgenti sui crimini efferati commessi dalla Germania nazista non fece poi che alimentare questo sentimento di esecrazione e condanna rivolto a tutto il popolo tedesco, spazzando via la precedente distinzione che l’antifascismo più consapevole si era sforzato di tracciare fra «buoni» e «cattivi» tedeschi, ovvero fra tedeschi di sentimenti democratici oppressi dal regime e quanti avevano invece aderito al nazismo. […] Per la Germania pareva difficile, se non impossibile, poter distinguere fra popolo e regime. Le colpe di Hitler si ripercuotevano inesorabilmente sull’intera nazione tedesca”.

Da allora in avanti la diffusione di quell’immagine demonizzante del «Tedesco» di cui abbiamo parlato ebbe dunque libero corso, producendo effetti profondi e duraturi sulla memoria collettiva, segnata da un forte imprinting antigermanico. Certo non mancò fin dai mesi successivi alla conclusione della guerra un impegno notevole di alcuni intellettuali italiani, principalmente di matrice radicaldemocratica e socialista, per recuperare e introdurre in Italia il meglio della «cultura di Weimar» e più in generale della cultura democratica espressione dell’«altra Germania». Si può qui ricordare ad esempio Lavinia Mazzucchetti, amica e traduttrice di Thomas Mann, la figura più prestigiosa della cultura tedesca antinazista, di cui Mazzucchetti curò per Mondadori nel 1947 l’importante volume Moniti all’Europa. Per non dire del ruolo svolto a Milano da Paolo Grassi, che presso la casa editrice Rosa e Ballo curò la pubblicazione in italiano di opere fondamentali del teatro espressionista tedesco, da Wedekind a Toller, da Kaiser a Brecht, poi messe in scenda al Piccolo Teatro inaugurato nel 1947. Sul piano editoriale merita inoltre di essere menzionata l’azione preziosa della Mondadori, che fra il 1946 e il 1948 pubblicò alcune delle opere letterarie più note dell’opposizione antinazista tedesca come I fratelli Oppenheim di Lion Feuchtwanger, La settima croce di Anna Seghers, Erano in sei di Alfred Neumann, La selva dei morti di Ernst Wiechert”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “E tuttavia un generale, strisciante, sospetto di fondo nei confronti dei tedeschi rimase a connotare l’orientamento dell’opinione pubblica italiana, in tutte le sue espressioni culturali, politiche e sociali. […] Per Calamandrei, la «cicatrice» impressa dai «ricordi incancellabili» della brutalità germanica diventava una vera e propria «maledizione» che avrebbe pesato sugli uomini della sua generazione, vittime o spettatori dell’occupazione tedesca: la maledizione di una riconciliazione impossibile, del sospetto perenne nei confronti della Germania e dei suoi abitanti”.

Il trattato di pace del 1947, le questioni territoriali e la narrazione della Resistenza

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano dello storico Filippo Focardi. Riprendiamo qui l’argomento.

Sul piano diplomatico, lo strumento più importante per sorreggere la posizione italiana fu il dossier di 280 pagine preparato dal […] ministero degli Esteri su Il contributo italiano alla guerra contro la Germania, che venne inviato il 25 aprile 1946 […] ai ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze in occasione dell’apertura della prima sessione della conferenza di pace a Parigi.”, spiega Focardi, “Si trattava di un dettagliato resoconto che attestava, col corredo di molte tabelle non prive di alcune esagerazioni, il «tributo di sangue» pagato dal paese per la causa alleata: i morti, feriti e dispersi delle forze regolari dell’esercito, della marina e dell’aeronautica «cobelligeranti» figuravano accanto alle perdite subite dalle brigate partigiane, i civili massacrati nelle stragi nazifasciste insieme ai militari uccisi a Cefalonia o periti nei campi di internamento tedeschi, le vittime della deportazione politica accanto a quelle della deportazione razziale. Era insomma il ritratto, affidato alle stime ufficiali, di quell’Italia martire del regime mussoliniano e dell’occupazione tedesca nonché valorosa protagonista della lotta contro il nazifascismo. […] Un ritratto divulgato in quei mesi in Europa anche attraverso mostre itineranti dedicate alla Resistenza italiana, […] la più importante delle quali fu esposta a Parigi nel giugno 1946, in concomitanza con la fase più delicata dei negoziati, col proposito di influenzare le opinioni pubbliche e le diplomazie straniere”.

È significativo che l’impostazione della politica italiana non mutasse neanche dopo la divulgazione, all’inizio di luglio, della bozza del trattato di pace (draft) elaborata a Parigi, che conteneva condizioni di pace assai più dure di quanto si fosse aspettata l’opinione pubblica, la quale reagì manifestando delusione e rabbia contro il «diktat». Per migliorare le clausole, il governo e la stampa continuarono infatti a puntare sul consueto argomento di fondo della netta distinzione da tracciare fra regime fascista e popolo italiano e sull’enfatizzazione del contributo prestato alla lotta antigermanica.”. A Parigi, il 10 agosto 1946, durante il “consesso internazionale delle nazioni minori vincitrici della guerra”, la conferenza dei Ventuno, Alcide de Gasperi “perorò una «pace duratura e ricostruttiva» che rendesse giustizia all’Italia cobelligerante e partigiana per i tanti sacrifici compiuti a fianco delle Nazioni Unite”.

Seguendo le considerazioni presenti nel draft, de Gasperi argomentava che «il rivolgimento [del 25 luglio 1943] non sarebbe stato così profondo se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del Nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista […] che spinsero al colpo di Stato» e “avanzava quindi la richiesta di modifica o di rinvio delle clausole più pesanti del trattato, a cominciare dalla sistemazione territoriale del confine orientale, che aveva privato l’Italia dell’Istria e messo a repentaglio la sorte di Trieste, sottoposta a controllo internazionale” e da quella che “negava all’Italia il diritto di ricevere indennizzi dalla Germania per i danni causati dell’occupazione tedesca dopo l’8 settembre”, che fu aspramente contestata in quanto disconosceva “quanto fatto dal paese nella lotta contro l’occupante nazista e i costi umani e materiali che questo aveva comportato”, come scrive Focardi.

Alla fine, “le istanze italiane non vennero accolte dai vincitori e la conferenza di New York chiamò l’Italia a firmare, il 10 febbraio 1947, le condizioni fissate nel draft senza alcuna importante modifica. Giudicata come Stato nemico responsabile di una guerra di aggressione, l‘Italia subiva una limitata rettifica di frontiera a vantaggio della Francia […] era costretta a cedere l’Istria alla Jugoslavia, vedeva […] Trieste affidata al controllo internazionale […], subiva l’imposizione del pagamento di consistenti riparazioni di guerra, forti limiti alle proprie forze armate (dolorosa soprattutto la cessione della flotta, che aveva cooperato intensamente con gli Alleati), la rinuncia infine alla sovranità su tutti i possedimenti coloniali. Confermata risultò pure la clausola che impediva all’Italia di rivalersi sulla Germania […]. L’unico risultato positivo poteva considerarsi il mantenimento della frontiera al Brennero grazie agli accordi de Gasperi-Gruber, siglati nel settembre dell’anno precedente”, riassume Focardi.

Le condizioni di pace apparvero oltremodo dure e ingiustamente punitive alla maggioranza degli italiani, che avevano coltivato […] aspettative fin troppo elevate, o perché fiduciosi nei principi della Carta Atlantica o perché convinti della possibilità che l’Italia potesse mantenere un peso negoziale e continuare a svolgere una politica di potenza. Profonda fu la delusione delle forze politiche antifasciste, che avevano collaborato e combattuto a fianco degli Alleati credendo nella causa comune della democrazia e prestando ascolto in buona fede alle promesse diffuse dalla loro propaganda”. Così nell’opinione pubblica si diffuse “un flusso di risentimenti e di contestazioni” che prese la forma di scioperi, messe e cortei e toccò anche i politici, culminando nel rifiuto di Benedetto Croce di votare all’Assemblea Costituente la ratifica del trattato di pace e nell’accusa di Guglielmo Giannini alla classe dirigente ciellenista, colpevole del “fallimento diplomatico per «voluttà di martirio» e «mentalità di colpa»”.

Si era ormai entrati nel clima della guerra fredda e nella sua logica di contrapposizione fra i blocchi. Socialisti e comunisti, che de Gasperi in maggio aveva estromesso dal governo, non votarono la ratifica, scegliendo gli uni di non partecipare al voto e gli altri di astenersi come segnale di opposizione a una politica estera ormai orientata verso le potenze occidentali. Poco prima, però, il Partito comunista aveva fatto mancare in segreto alcuni dei suoi voti alla proposta avanzata da Orlando per ottenere un rinvio della discussione sul trattato”, che secondo Togliatti avrebbe rischiato di “ridare fiato a quelle forze della destra revanscista che non avevano mai smesso di accanirsi contro l’antifascismo e i Comitati di liberazione nazionale, e alle quali nel 1946 si era aggiunto il Movimento sociale italiano, il partito dei nostalgici neofascisti. La mozione non era passata per soli ventotto voti, risultando probabilmente determinante il ‘sabotaggio’ dietro le quinte operato da parte comunista”. Togliatti aveva dichiarato che le condizioni del trattato sarebbero state molto più pesanti senza tutti i contributi del popolo italiano alla caduta del fascismo e alla causa degli Alleati, di cui molto si è detto, senza i quali «forse noi ci troveremmo oggi ancora nelle condizioni in cui si trova il popolo tedesco, che ignora quale sarà il proprio destino, non sa ancora se riuscirà a ricostruire l’unità della propria Nazione e a ricostruire il proprio Stato nazionale unito e indipendente».

Queste ragioni di politica estera avevano portato a delineare “una visione epica e corale della Resistenza, intesa come guerra di liberazione e «secondo Risorgimento», frutto di uno sforzo collettivo che aveva coinvolto civili e militari, uomini e donne di ogni età e di ogni fede politica e religiosa, unendo il paese da Nord a Sud […]”, spiega Focardi, citando la definizione data da Luigi Longo, uno dei comandanti della Resistenza, di «un popolo alla macchia». “Esaltando l’unanimismo patriottico della Resistenza, se ne oscurava il carattere di guerra civile e scontro di classe. Venivano inoltre messe in ombra le marcate differenze politiche esistite fra le varie componenti del movimento antifascista; le diatribe […] fra formazioni partigiane di diversa affiliazione; il carattere non sempre amichevole dei rapporti fra i «patrioti» delle bande e gli abitanti delle zone in cui esse operavano. Anche l’idea di un coinvolgimento di tutto il territorio nazionale […] ometteva di fare i conti con differenze molto forti, a partire da quella intercorsa fra le regioni dell’Italia meridionale, solo in parte interessate dal fenomeno, e le regioni centrosettentrionali, protagoniste della lotta contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti. Infine, l’insistenza sulla leale e operosa collaborazione con le armate alleate nella lotta contro il «comune nemico» tedesco offuscava il fatto che i «liberatori» avessero trattato l’Italia come un paese vinto. L’esaltazione della «cobelligeranza» copriva, così, senza curarle, le ‘cicatrici’ profonde provocate dai bombardamenti a tappeto […] che avevano colpito duramente le città italiane provocando decine di migliaia di vittime civili, nonché il ricordo traumatico delle numerosissime violenze sessuali perpetrate contro uomini e donne indifesi dalle truppe coloniali francesi dopo il crollo della linea Gustav, ma anche i molteplici stupri commessi nel paese da soldati statunitensi, canadesi, indiani, inglesi [e] tutta una serie di atti – fra cui omicidi, aggressioni, rapine, ma anche migliaia di incidenti stradali – non di rado provocati da arroganza e ostilità nei confronti del popolo italiano sconfitto”.

La raffigurazione della Resistenza come «vera guerra» del popolo italiano era stata certamente ispirata dai sentimenti genuini di coloro che l’avevano animata, ma aveva anche rappresentato una carta politico-diplomatica […] per chiedere agli Alleati il soddisfacimento [della] «solenne promessa di Quebec»”, riassume Focardi, ricordando che l’istituzione della festa nazionale del 25 aprile, voluta da Giorgio Amendola del PCI, era stata fatta “non solo sulla base dell’esigenza morale […] di rendere testimonianza e «giustizia» ai martiri della Resistenza, ma anche […] sulla base di «criteri di opportunità specialmente nei confronti degli alleati ai quali verrebbe ricordato, specie in questo particolare momento in cui si sta stendendo il trattato di pace con l’Italia, il nostro contributo alla guerra condotta dalle Nazioni Unite»”, come scrive lo stesso Amendola.

 

Le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato la negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Qui riprendiamo a parlare delle reazioni fra la classe dirigente e gli intellettuali italiani alla mancata partecipazione dell’Italia alla Conferenza di San Francisco, che sanciva la nascita dell’ONU, del punto di vista della destra qualunquista, dei problemi relativi alle questioni territoriali e delle riflessioni, all’interno dell’antifascismo, sull'”espiazione” delle colpe del fascismo e sul consenso degli italiani al regime di Mussolini.

L’irritazione e la delusione per l’“ingiusta” esclusione dell’Italia dalla conferenza di San Francisco, che avveniva in concomitanza con la «liberazione delle città settentrionali per opera dei patrioti», per dirla con le parole di Alberto Cianca del Partito d’Azione, era “predominante in tutti i settori dell’opinione pubblica italiana, quale risulta dai giornali e dalle riviste antifascisti, dai principali quotidiani indipendenti, dalla rigogliosa pubblicistica e persino dai battaglieri fogli della destra qualunquista”, spiega Focardi. Alcuni titoli emblematici: Anche l’Italia ha vinto era quello di un numero monografico dedicato alle vicende della lotta di liberazione nel Centro-Nord (dicembre 1945) di Mercurio di Alba de Cespedes, mentre Vittoria di un Popolo quello di un libro del generale Taddeo Orlando, ex ministro della Guerra nel governo Badoglio.

Anche negli ambienti “anti-antifascisti”, rappresentati da L’uomo qualunque di Guglielmo Giannini, “espressione di vasti settori della società italiana, specialmente della piccola e media borghesia, che avevano a lungo appoggiato il fascismo staccandosene solo tardivamente dinanzi ai disastri bellici di Mussolini”, si delineò “una raffigurazione dicotomica del rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo”, spiega Focardi: “Mentre da un lato, infatti, descriveva l’Italia come un paese di ex fascisti «in buona fede» che non meritavano alcun rigore epurativo essendo veniale la colpa di essersi adattati a convivere con un regime sì autoritario ma non brutalmente oppressivo e per giunta blandito dai governi stranieri; dall’altro lato” scriveva (settembre 1945): «Ormai non c’è più persona in buona fede che non riconosca come il popolo italiano non abbia mai seguito Mussolini nella sua folle politica espansionista e filonazista; né c’è alcuno che possa negare lo sforzo compiuto dall’Italia a tempo opportuno per aiutare gli Alleati nel conseguimento della vittoria».

Nello stesso numero della rivista tuttavia si operava “una distinzione […] fra un fascismo ‘buono’ o quanto meno tollerabile fino alla metà degli anni trenta e un fascismo degenerato in esecrabile tirannia dopo la scelta di Mussolini di allearsi con la Germania, rispetto al quale gli italiani avevano preso tosto le distanze: «se è vero che gran parte del popolo italiano credette nel fascismo e lo sorresse, è anche vero che lo abbandonò e ne affrettò il crollo quando non poté più credergli. Il fascismo contro cui combatterono gli anglo-americani, e per distruggere il quale sbarcarono in Italia nel 1943, non era il fascismo del ’22 o del ’33».

Quando L’uomo qualunque divenne un movimento politico vero e proprio, questi temi furono trasposti nel suo programma. Il 16 febbraio 1946, durante la seduta inaugurale del primo congresso nazionale del partito, Giannini affermò «la verità negata dagli stranieri», che «l’Italia non ha perduto la sua guerra: l’ha vinta», in quanto la sua guerra non era quella a fianco della Germania, ma quella interna contro «la tirannia della dittatura fascista». “Chi teneva adesso in mano le sorti del paese, aveva l’obbligo, per Giannini di riconoscere moralmente e giuridicamente tale vittoria e trattare l’Italia di conseguenza, senza accanimenti punitivi”, riassume Focardi.

Nonostante l’accordo universale circa la necessità della concessione di una «giusta pace» per l’Italia da parte degli Alleati, “sui termini di tale pace e sulle modalità di perseguirli si manifestò però una profonda differenza e uno scontro politico tra il fronte antifascista e il movimento dell’Uomo qualunque”, dato che “i partiti antifascisti affermarono che una pace con giustizia non poteva prescindere dal riconoscimento del torto inflitto ai paesi aggrediti da Mussolini e da qualche misura di dolorosa ma pur necessaria «espiazione»”, nelle parole di Alcide De Gasperi, per i «torti da riparare», come li definì Pietro Nenni. Tale espiazione avrebbe potuto consistere nella “rinuncia all’Etiopia, all’Albania e al Dodecaneso”.

Ferruccio Parri tuttavia “sollecitò le forze politiche e il paese a non porsi «sul piano psicologico della ‘pace mutilata’, della congiura del mondo contro l’innocente popolo italiano», potenziale «piano inclinato dei ritorni nazionalisti»”, nota Focardi. Il fallimento degli sforzi diplomatici e propagandistici dei governi Badoglio, Bonomi e Parri nei confronti degli Alleati appariva ormai chiaro e “gli esponenti della classe dirigente antifascista […] cominciarono a preparare psicologicamente il paese al rischio di una pace punitiva”.

In questo contesto si inserì l’Uomo qualunque, che “stigmatizzò l’atteggiamento dei partiti e dei governi antifascisti come meramente rinunciatario e disfattista” e, sin dall’estate del 1945, invitò “esplicitamente a sfruttare i dissidi già sorti fra Mosca e le due principali potenze occidentali, Stati Uniti e Gran Bretagna, per lucrare sulla posizione strategica dell’Italia in funzione antisovietica. Un simile atteggiamento era allora osteggiato da tutte le forze antifasciste, che impostavano l’azione italiana nella prospettiva della prosecuzione della collaborazione internazionale fra le grandi potenze”.

Anche all’interno della compagine antifascista emersero alcune differenze non trascurabili sui contenuti della «giusta pace» per l’Italia”, osserva Focardi. Alcide de Gasperi, Ministro degli Esteri, in una lettera al segretario di Stato statunitense James Byrnes (22 agosto 1945) chiese “il mantenimento delle vecchie frontiere italiane con l’Austria e con la Francia (salvo minori rettifiche), la conservazione delle colonie prefasciste con l’eccezione del Dodecaneso da restituirsi alla Grecia, nessuna grave limitazione delle forze armate e riparazioni economiche ridotte al minimo; quanto al confine orientale, Roma […] avrebbe conservato all’Italia Trieste […] e buona parte dell’Istria compresa Pola, con la rinuncia a Fiume e a Zara”, secondo la «linea Wilson».

Questa era l’impostazione su cui “convenivano di massima tutti i partiti di governo, comprese le sinistre”, ma non il PCI. Palmiro Togliatti, infatti, “prese le distanze dal governo Parri su due questioni […]: le colonie e il confine orientale, non a caso ambiti su cui agivano interessi sovietici sia diretti (aspirazione di Mosca all’amministrazione fiduciaria della Tripolitania) sia indiretti (le mire dell’alleato jugoslavo sulla Venezia Giulia). Togliatti contestò la distinzione tra colonie fasciste e colonie prefasciste schierandosi contro qualsiasi rivendicazione coloniale italiana e avanzò una proposta, non nuova, di internazionalizzazione di Trieste e della Venezia Giulia da affidare a contatti bilaterali fra Italia e Jugoslavia. Chiese però con fermezza il mantenimento della frontiera al Brennero in funzione di diga antigermanica e reclamò il superamento del gravoso status armistiziale per ottenere il prima possibile il recupero di una piena indipendenza nazionale, senza tutele straniere”, spiega Focardi, che più oltre aggiunge: “Nondimeno […] la richiesta comunista […] si richiamava al medesimo fondamento storico e morale che sorreggeva le rivendicazioni delle altre forze antifasciste e che alimentava le aspettative dell’opinione pubblica italiana: i reclamati diritti di un popolo amante della libertà, schiacciato per un ventennio dalla dittatura fascista, che aveva infine dimostrato i suoi autentici sentimenti, meritandosi con le armi e con un pesante tributo di sangue il ritorno con pari dignità nel consesso dei popoli liberi […] secondo Togliatti fra i meriti antifascisti si sarebbe dovuto ricordare anche l’azione di quegli italiani che «bagnarono del loro sangue la terra della Spagna repubblicana» contro Franco e i «mercenari» inviati da Mussolini, nonché l’«eroica» azione clandestina «di proletari e di popolo» che fin dal 1941 si rivolse contro il regime minandone definitivamente le basi con i «grandi scioperi di massa» del 1943, «vera preparazione del 25 luglio»”.

Tale giudizio” – rileva Focardi più avanti – “era, del resto, conforme ai capisaldi dell’interpretazione marxista del fascismo come reazione di classe, che tendeva a confinare il fenomeno dell’adesione al regime nel perimetro ristretto della borghesia, mantenendo intatta l’idea della «purezza antifascista della classe operaia»”.

Abbiamo ripetuto più volte che questa narrazione dominante si sviluppò e fu diffusa per ragioni politiche, ma ciò non significa che le forze antifasciste vedessero solo questo aspetto della realtà. “All’interno di ogni area politico-culturale dell’antifascismo”, ci ricorda Focardi, si erano sviluppate “alcune analisi e raffigurazioni più veritiere sul rapporto intercorso fra gli italiani e il fascismo, che avevano riconosciuto e denunciato la profondità della penetrazione del regime in larghi settori della società italiana e le perniciose conseguenze che ne erano derivate in termini di degenerazione morale della nazione. Le critiche più acuminate erano venute da parte di esponenti della cultura azionista, che riprendendo la nota interpretazione di Gobetti e di Rosselli del fascismo come «autobiografia della nazione», erano stati caustici nel condannare la debolezza etica del paese di cui aveva approfittato il regime, capace di assicurarsi un ampio sostegno intessuto di complicità diffuse basate sul conformistico e opportunistico ‘spirito di adattamento’ degli italiani, abituati a correre al servizio del vincitore. A fare i conti con il passato senza reticenze avevano provato anche giovani politici e intellettuali cattolici come Giulio Andreotti, Sergio Paronetto o Aldo Moro, esponenti di spicco del socialismo italiano fra cui Ignazio Silone e Piero Treves, o lo stesso segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, che già nel 1935 aveva riconosciuto le basi «di massa» della reazione fascista.”

Lungi però dal tradursi in un vero «esame di coscienza» collettivo […], tali osservazioni restarono generalmente accenni sporadici e frammentari, affidati più a lettere e diari privati o a discussioni interne di partito che non a interventi pubblici […]. Quello che Luca La Rovere ha chiamato «il dibattito postbellico sull’eredità del fascismo» non fu in grado di scalfire la rappresentazione dominante […]. Inoltre, tali spunti di giudizio «eterodosso» furono progressivamente accantonati o ridimensionati dai loro stessi estensori, allorché nelle conferenze internazionali cominciò a essere affrontato il problema della definizione della pace con l’Italia”, conclude Focardi.

La negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche

Innanzitutto, felice Festa della Repubblica Italiana! In questa serie di post in effetti la nascita della Repubblica e il contesto in cui avvenne sono un tema di sottofondo alla serie di post che raccontano La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, come da sottotitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (per chi fosse appena arrivato, la puntata precedente è qui).

Qui vediamo le ragioni per cui la classe dirigente antifascista portò avanti la narrazione dell’estraneità-avversione degli italiani al regime fascista e alle imprese da esso portate avanti, culminanti nella guerra a fianco della Germania.

Come abbiamo visto, “le forze antifasciste furono concordi nel distinguere innanzitutto le responsabilità del popolo italiano da quelle del regime. L’argomento, nevralgico, corrispondeva in primo luogo a un comune sentire, a una autocoscienza diffusa all’interno delle élites dirigenti antifasciste segnate dall’esperienza condivisa di una lunga opposizione al regime pagata col confino, col carcere, con l’esilio, con la perdita dolorosa di amici e di compagni di lotta”, sottolinea Focardi, oltre che dall’esigenza di recidere ogni legame con il passato per mobilitarsi in una guerra al fianco degli Alleati per salvaguardare il futuro dell’Italia sul piano della politica internazionale.

“Da questo punto di vista, il messaggio aveva come principali destinatari proprio i vincitori e divenne tanto più imperativo quanto più, col trascorrere del tempo, Stati Uniti e Gran Bretagna dimostrarono scarsa volontà di ottemperare alle generiche promesse fatte dalla loro propaganda […] a proposito di un veloce inserimento dell’Italia, con uguali diritti, all’interno del blocco delle nazioni schierate contro la Germania nazista”, riassume Focardi.

Il “riconoscimento di un rapporto di vera e propria alleanza con le Nazioni Unite” non giunse mai, “ottenendo l’Italia solo la concessione di alcuni pur preziosi aiuti economici e un modesto miglioramento delle condizioni di armistizio, che incluse la possibilità di ristabilire normali relazioni diplomatiche con Londra e Washington e di tessere rapporti politici ed economici sul piano internazionale con un certo grado di autonomia dalle autorità alleate”, nelle parole di Focardi.
Abbiamo già detto delle divergenze fra le forze politiche antifasciste, accantonate ma non annullate dall’“esigenza di provvedere al destino della nazione sconfitta”, e dell’accordo su due punti fondamentali: “la negazione dell’esistenza di un consenso popolare al regime e l’affermazione di una perfetta linea di continuità – e dunque di un rapporto di filiazione – fra la resistenza opposta al fascismo nel ventennio e la battaglia finale contro di esso ingaggiata dopo l’8 settembre. Come scrisse a questo proposito il leader socialista Pietro Nenni, la guerra di liberazione del popolo italiano rappresentava «la continuazione, con le armi alla mano, della lotta che l’avanguardia del popolo ha condotto per venti anni contro il fascismo». Entrambi i postulati rispondevano a esigenze politiche stringenti e giustificate nel contesto di allora, imperniate sulla ricerca di autolegittimazione dei partiti antifascisti e sulla tutela internazionale del paese”.

Tuttavia la realtà era decisamente diversa da questa narrazione: “il regime a vocazione totalitaria era stato capace di attivare nel tempo meccanismi di mobilitazione del consenso e forme di adesione all’interno della società italiana, combinando abilmente l’impiego della repressione contro gli oppositori, gli strumenti di una moderna propaganda, la creazione di una liturgia politica di massa e la possibilità di allocare beni sociali, dalle pensioni ai posti di lavoro, sulla base di criteri di fedeltà politica (welfare dictatorship). A sua volta, il rapporto fra antifascismo e Resistenza presentava sì importanti elementi di continuità, politica ideale e morale, ma anche fattori non trascurabili di discontinuità, a partire dallo iato generazionale fra la vecchia classe dirigente antifascista […] e i giovani affluiti nelle bande partigiane dopo l’armistizio, fra cui molti soldati sbandati o renitenti alla leva di Salò, magari già da tempo disillusi e stufi del regime ma lontani inizialmente da ogni alfabetizzazione politica in senso antifascista”.

C’erano, come detto, motivi pressanti e fondati per sostenere questa narrazione discordante dai fatti, che i dirigenti antifascisti sapevano essere tale. “L’argomento della distinzione necessaria da operare fra popolo e regime […] fu infatti impiegato costantemente da parte antifascista […] per cercare di sollevare il paese da una condizione di sudditanza politica che minacciava di trasformarsi in una futura punizione, avvertita […] come moralmente ingiusta e intollerabile, non ultimo perché tale punizione avrebbe potuto avere pericolose ripercussioni sulla stessa legittimazione delle forze politiche antifasciste alla guida della nazione”, spiega Focardi, che ricorda l’intervento di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, su Foreign Affairs “per mettere in guardia Washington e Londra sul rischio che un futuro trattamento draconiano dell’Italia potesse avere l’effetto di alimentare revanscismi e nostalgie fasciste, come era accaduto in Italia e in Germania dopo la prima guerra mondiale”.

Si trattava di una preoccupazione diffusa fra i dirigenti antifascisti, che Focardi chiama «complesso di Weimar». “A fomentare le paure dei partiti antifascisti sulle ripercussioni politiche di un’eventuale pace punitiva era del resto la stessa esperienza italiana della «vittoria mutilata», mito che aveva ampiamente contribuito alla mobilitazione e al successo originario del fascismo, capace di intercettare e sobillare i sentimenti di larghe schiere di reduci. Il pericolo non era da sottovalutare”, aggiunge Focardi. Un trattamento punitivo avrebbe inoltre rafforzato le accuse di tradimento della Repubblica di Salò, “per quanto storicamente infondate, minando la posizione dell’antifascismo”, che poteva contrastare questo pericolo solo facendo “ogni sforzo per convincere i vincitori del diritto del popolo italiano a una pace equa, che tenesse conto della sua avversità al fascismo e dei meriti acquisiti dopo l’8 settembre con la guerra antitedesca”.

Diverso, in parte, il punto di vista del PCI di Palmiro Togliatti, che “rivendicò fin dall’estate del 1944 l‘esigenza di «guardare in faccia la realtà» e di non farsi «illusioni» sulla «sconfitta totale» patita dal paese e sulla conseguente necessità di pagare un prezzo per la «brigantesca» guerra di aggressione scatenata dal fascismo”, nella convinzione che “il problema dello statuto internazionale dell’Italia andava affrontato conquistando la fiducia del mondo democratico attraverso l’impegno nello sforzo bellico e […] l‘eliminazione di ogni traccia di fascismo in tutti i campi della vita nazionale, «distruggendo tutto quello che a questo scopo deve essere distrutto, rinnovando tutto quello che deve essere rinnovato»”.

In questo i comunisti si distinguevano dai socialisti, il cui leader Pietro Nenni, rivolgendosi agli Alleati, aveva definito il popolo italiano «la prima vittima del fascismo e del nazismo» e li aveva invitati a dare fiducia agli italiani e a consentire “al paese un’effettiva collaborazione sia sul piano bellico sia su quello della costruzione della futura pace europea”, fiducia che secondo Nenni era meritata in quanto l’«avanguardia antifascista» “aveva prodotto ogni sforzo durante il ventennio per abbattere la dittatura. Se non era riuscita nel suo intento, ciò era dovuto alla «forza dell’apparato terroristico interno del fascismo» e alle «vaste e utili complicità politiche, finanziarie e morali» che il regime aveva trovato all’estero.”, spiega Focardi.

Abbiamo già visto anche gli sforzi di Benedetto Croce e Carlo Sforza sullo stesso fronte. In particolare, Focardi riassume la visione di Sforza sulla politica estera: “Sforza auspicò una politica attiva dell’Italia in chiave europeistica fondata sull’unione con la Francia e l’amicizia con la Jugoslavia, proponendo in questa cornice la salvaguardia dell’italianità di Trieste e la destinazione di Fiume a sede di una «futura superlega delle Nazioni». All’idealismo europeistico si sposava pertanto la difesa degli interessi nazionali, come rivelava anche la rivendicazione della sovranità italiana sulle colonie, a meno che esse […] non fossero fuse in un grande consorzio internazionale, alla cui gestione l’Italia democratica avrebbe comunque dovuto partecipare”.

Per Croce la pervasiva ostilità popolare al fascismo e il tenace rifiuto della guerra dell’Asse costituivano una fulgida base morale che, unita all’impegno antigermanico messo in campo dopo l’8 settembre, attribuiva all’Italia il diritto di chiedere ai vincitori la «profonda revisione», se non l’«abolizione», delle clausole dell’armistizio per consentire al paese la «partecipazione ai consigli del nuovo assetto dell’Europa»”, ricordando agli Alleati “le promesse fatte dai «propagandisti della radio inglese» che avevano esortato il popolo italiano alla lotta, rassicurandolo sull’intangibilità dei confini nazionali e sul rispetto delle terre coloniali «redente alla civiltà» dal lavoro italiano”. Croce, ricorda Focardi, sosteneva che “Mussolini aveva costruito la sua dittatura su un suolo privo di fondamenta”, paragonandola all’«invasione degli Hyksos», il popolo sconosciuto che avrebbe invaso l’antico Egitto per poi scomparire senza lasciare tracce nella Storia, dopo la quale la nazione era ormai «vaccinata contro il ritorno dell’infezione». Nel 1944 Croce aveva dichiarato inoltre che «L’Italia, vinta formalmente secondo il giure di guerra e di pace, non si sente vinta, non si adatta a essere considerata tra i popoli vinti, ma afferma il suo diritto di stare tra i vincitori».

Anche la cultura antifascista cattolica ribadì gli stessi concetti: «Gli Alleati sanno che i totalitarismi sono menzogne. Si tratta cioè di regimi nei quali non la totalità si afferma, bensì una cricca dominante, una minoranza armata che si impone alla maggioranza disarmata», dichiarava Guido Gonella, direttore del «Popolo». Mentre il liberale Mario Ferrara rincarava la dose: «Il popolo italiano non solo non ha accettato il fascismo ma ha vissuto venti anni in ribellione».

Una prova tangibile dell’avversione italiana al fascismo fu ravvisata nelle reazioni seguite nel paese alla caduta di Mussolini […] presentate, con evidente forzatura, come la prima libera espressione degli autentici sentimenti degli italiani conculcati per vent’anni dalla dittatura fascista”, scrive Focardi, che più oltre prosegue, “Ma fu soprattutto la vittoriosa insurrezione generale lanciata dal CLNAI il 25 aprile 1945 a essere presentata dalla classe dirigente antifascista quale tappa culminante della lunga e intensa lotta contro il regime iniziata dal popolo italiano fin dal 1922”. Secondo Alberto Cianca del Partito d’Azione, questi eventi testimoniavano che «questo popolo, non appena è stato in condizioni di farlo, ha dimostrato, nonostante tradimenti e defezioni, la sua volontà e la sua capacità di liberarsi, stretto dal vincolo di un’alleanza di sangue, se non ancora di trattati, con le Nazioni Unite».

Negli stessi giorni, tuttavia, l’Italia non fu ammessa alla partecipazione alla conferenza di San Francisco, atto di nascita dell’ONU, cosa che fu vissuta come un’ingiustizia da tutte le forze antifasciste, una negazione del valore degli sforzi dei partigiani e dei partiti antifascisti che li rappresentavano.

La guerra di Mussolini, non la guerra degli italiani

La premessa – questa è una serie di post tratta dal libro di Filippo Focardi Il cattivo tedesco e il bravo italiano – è ormai inutile, me ne rendo conto, ma temo sempre che ci sia qualcuno che arriva all’ultimo post e non riesce a rintracciare le connessioni con i precedenti, perciò mi sento in dovere di linkare la puntata precedente e invitare a seguire i link per ricostruire a ritroso tutta la serie.

Comunque abbiamo visto, nella suddetta puntata precedente, come la propaganda contro i tedeschi dopo il cambio di fronte si rifacesse a temi di matrice risorgimentale. Per le forze antifasciste giustificare il cambio di fronte era imprescindibile: “Un presupposto necessario per la mobilitazione bellica era costituito – tanto per Badoglio quanto per le forze antifasciste – dalla rescissione di ogni legame di corresponsabilità fra la nazione italiana e la guerra dell’Asse. Solo così infatti era possibile dare autentica credibilità alla nuova lotta contro il nemico germanico ingaggiata a fianco degli Alleati”, sostiene Focardi.

In parallelo al dissociare il popolo italiano dal fascismo (vedi cap 2), le forze antifasciste “condannarono recisamente l’ingresso nel conflitto e la partecipazione alla guerra al fianco della Germania, sostenendo che il paese era stato trascinato contro il suo volere da Mussolini con la grave e inescusabile complicità di Vittorio Emanuele III” , spiega Focardi. L’Unità definì la guerra dell’Italia a fianco della Germania come «una guerra ignominiosa contro la volontà del popolo» e come «la guerra dell’imperialismo fascista», conclusasi «con la sconfitta del fascismo, ma non del popolo italiano». Il PCI e il PSIUP, nel loro patto d’unità d’azione, dichiararono di associarsi «contro ogni tentativo diretto a far ricadere sul popolo la responsabilità del regime fascista, contro il quale l’avanguardia popolare ha condotto per venti anni una lotta eroica».

La «presunzione di innocenza» del popolo italiano”, approfondisce Focardi, “non era appannaggio solo delle forze della sinistra antifascista, ma risultava condivisa e rivendicata anche dall’antifascismo moderato, a cominciare da quanti […] avevano a cuore l’istituzione monarchica ma non concepivano altro modo di conservarla se non attraverso l’abdicazione del sovrano, irrimediabilmente compromesso col regime di Mussolini. Il ‘sacrificio del re‘ […] e la creazione in via transitoria di una reggenza e di un governo veramente rappresentativo apparivano infatti un passaggio ineludibile, utile al contempo per rilanciare lo sforzo bellico antitedesco del paese e separare in via definitiva le responsabilità del popolo italiano da quelle della dittatura fascista”.

In occasione del primo congresso dei partiti antifascisti del CLN (Bari, gennaio 1944), Benedetto Croce “sottolineò il carattere di «guerra civile» del conflitto scatenato dall’Asse, di guerra cioè anche interna ai singoli Stati fra forze democratiche e forze antidemocratiche, ponendo in evidenza come gli italiani, oppressi dal regime, in cuor loro avessero parteggiato unanimi per le nazioni aggredite dal nazifascismo, schierandosi con gli avversari di Mussolini, restauratori della libertà” spiega Focardi, “Croce spiegava come il fascismo non fosse stato che una «parentesi di venti anni» […] passata la quale l’Italia aveva potuto riannodare uno «stretto legame» con le «altre Nazioni sorelle», affiancandole finalmente sul campo di battaglia”.

Nella stessa occasione, “Carlo Sforza bollò a sua volta la guerra dell’Asse come «la più infame e antinazionale delle guerre», invisa al popolo italiano perché combattuta al fianco del tradizionale nemico tedesco contro i tradizionali alleati, Francia e Inghilterra. Dunque pose […] l‘esigenza che il re fosse allontanato il prima possibile dal trono per il bene supremo del paese”, dato che la sua permanenza rendeva «più difficile agli italiani di sostenere e provare al tavolo della pace che essi sono l’Italia nuova e che non hanno nessuna responsabilità degli errori e dei crimini del passato».

Come già detto, “la mobilitazione contro la Germania risultava scopo imprescindibile e prioritario tanto per la monarchia quanto per l’antifascismo, non solo perché nel Reich hitleriano entrambi si trovavano a combattere il protettore della Repubblica sociale contro cui si era accesa una virulenta lotta intestina, nonché lo straniero invasore […], ma anche perché la Germania rappresentava allo stesso tempo il «comune nemico» delle Nazioni Unite, dalla lotta contro il quale dipendevano le possibilità di riabilitazione internazionale dell’Italia, nazione nemica sconfitta sottoposta a resa incondizionata”, nota Focardi, che più avanti continua “Il riconoscimento dell’ambiguo status di «cobelligeranza» da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, dopo la dichiarazione id guerra alla Germania del 13 ottobre 1943, non aveva infatti risolto la posizione internazionale dell’Italia, che rimaneva sottoposta alle rigide clausole armistiziali e gravata dalla minaccia di subire alla fine della guerra un trattamento punitivo da parte degli Alleati”.

Del nesso cruciale esistente fra sforzo bellico antitedesco e riscatto delle incerte sorti nazionali era pienamente consapevole il Regno del Sud”, spiega Focardi, per via dell’esistenza del «documento di Quebec», un telegramma scritto il 18 agosto 1943 da Churchill e Roosevelt “col quale Stati Uniti e Gran Bretagna avevano dichiarato la loro disponibilità a un miglioramento delle condizioni di resa imposte all’Italia in rapporto al futuro impegno del paese nella lotta contro la Germania nazista”. Il documento affermava infatti: «La misura nella quale queste condizioni saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’aiuto che il Governo e il popolo italiani daranno realmente alle Nazioni Unite contro la Germania durante la rimanente parte della guerra».

Ancor prima che i partiti del CLN dessero vita, nell’aprile 1944, al governo di unità nazionale con Badoglio, le forze antifasciste avevano già maturato sufficiente consapevolezza del legame che intercorreva fra impegno bellico e salvezza della nazione grazie alle trasmissioni della propaganda alleata. Queste, infatti, avevano più volte sollecitato gli italiani a rivolgere le armi contro l’ex alleato germanico con la promessa, invero piuttosto nebulosa, di un trattamento generoso per il paese al termine della guerra”, aggiunge Focardi.

Ivanoe Bonomi, il 13 ottobre 1943, annota sul suo diario queste lucide parole: «Noi siamo e dobbiamo restare uno Stato che si è arreso senza condizioni. Non possiamo perciò diventare gli alleati delle Nazioni Unite e parlare da pari a pari con loro. Combattendo con loro non saremo degli alleati ma dei cobelligeranti. Al tavolo della pace dovremo rimanere dei vinti sprovvisti dei diritti che spettano soltanto ai vincitori. Ma questa umiliante condizione (frutto della confessata sconfitta militare e dell’incapacità della monarchia e del governo di negoziare, a tempo opportuno, la caduta del fascismo) può essere migliorata qualora l’Italia riprenda le armi contro la Germania. Se l’Italia farà uno sforzo guerriero essa potrà modificare la sua posizione. Il miglioramento – dice espressamente la dichiarazione degli alleati – sarà proporzionato al suo sforzo».

Questo principio divenne il cardine principale della politica del governo Badoglio e più tardi di quello Bonomi. “In conclusione, si può affermare che il tentativo di discolpare il popolo italiano, costretto a una guerra invisa al fianco del «secolare nemico», e lo sforzo promosso per concentrare le energie nazionali contro l’«oppressore nazista» risultarono due fattori correlati di un’azione di riscossa patriottica che sia la ristretta classe dirigente monarchico-badogliana sia l’antifascismo nel suo complesso erano chiamati a perseguire come obiettivo prioritario”, afferma Focardi, “Le forze cielleniste avevano contestato fin dall’inizio la capacità di un sovrano, macchiatosi di tradimento e di connivenza pluriennale col fascismo, di condurre la riscossa per la salvezza della patria e si erano proposte agli Alleati come interlocutore privilegiato per la democratizzazione del paese e la conduzione della guerra antitedesca. Tutti gli sforzi […] si infransero però contro l’opposizione alleata, innanzitutto di Churchill, che vedeva nel re il garante istituzionale delle condizioni di resa fissate dall’armistizio”.

Lo scontro fra le forze del CLN e il governo monarchico badogliano fu poi risolto “dopo il riconoscimento sovietico del governo Badoglio (14 marzo 1944) e la svolta politica prodotta dal leader comunista Palmiro Togliatti che […] affermò di concerto con Mosca la necessità per i partiti antifascisti di collaborare con il governo monarchico ai fini della guerra di liberazione nazionale (cosiddetta «svolta di Salerno»). Fu proprio sul terreno decisivo della lotta antitedesca […] che la corona e i partiti del CLN stipularono nella primavera del 1944 il loro compromesso politico e istituzionale destinato a reggere, pur con molte scosse, fino al referendum del 2 giugno 1946”, nota Focardi. Questa svolta fu suggellata dal passaggio a capo del governo di Ivanoe Bonomi, il cui governo “affermava l’esclusiva responsabilità del fascismo per l’adesione al Patto Tripatito e per la partecipazione italiana alla guerra”, rivendicava “piena legittimità alla scelta con cui la nazione, liberatasi dal «più aggressivo dei sistemi di polizia», aveva sciolto il vincolo che la legava ai tedeschi, alleati non suoi bensì del fascismo”, ribadiva ufficialmente la “condanna delle invasioni compiute dal regime mussoliniano ai danni di Stati pacifici quali la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia e l’Albania”, indicava “al paese lo scopo supremo della lotta antitedesca al fianco delle Nazioni Unite”.

Queste furono le premesse della successiva “fase caratterizzata dall’intensa azione di propaganda e, a un tempo, di mobilitazione e formazione dell’opinione pubblica, che si produsse all’indomani della liberazione di Roma (4 giugno 1944), quando ricomparve una libera stampa e un’editoria di livello nazionale […] fino alla liberazione definitiva del territorio nazionale” e della “fase seguente, caratterizzata dal dibattito sul trattato di pace e dalla nascita della repubblica, in cui una ricca produzione letteraria, pubblicistica e di taglio memorialistico contribuì […] a fissare le coordinate fondamentali della rappresentazione della guerra, destinate a costituire l’intelaiatura di […] una «narrazione egemonica» [l’espressione è di Charles Maier, ndr] nel paradigma di riferimento della futura memoria collettiva nazionale”, spiega Focardi.

Riepilogando i temi di cui si è parlato, Focardi conclude: “Di grande efficacia come strumento di radicale delegittimazione del fascismo e di contropropaganda nei confronti di Salò, nonché quale mezzo di mobilitazione alle armi contro il nazifascismo, tali argomenti vennero utilizzati principalmente dalla nuova classe dirigente antifascista come strumento di difesa degli interessi nazionali e arma di rivendicazione nei confronti degli Alleati, vincitori della guerra e arbitri del destino dell’Italia. […] E a essi ricorsero, a fini di autogiustificazione e discolpa, anche personaggi di rilievo del defunto regime in opere a carattere memorialistico a vasta diffusione (primo fra tutti il diario di Galeazzo Ciano), che contribuirono in maniera significativa a radicare nell’opinione pubblica italiana una determinata raffigurazione della guerra, destinata a profonda sedimentazione e grande longevità”.

Un nuovo Risorgimento nella lotta contro i tedeschi

Nonostante le loro divergenze, (vedi post precedenti), le forze antifasciste e il Regno del Sud furono messi nella necessità di collaborare nello sforzo bellico contro i tedeschi, uno sforzo molto difficile sia per le scarse risorse a loro disposizione sia per lo stato di sfinimento e rifiuto della guerra della popolazione italiana. Il terzo capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi è dedicato appunto a questo tema, e la prima parte qui riassunta affronta l’uso del richiamo del Risorgimento come motivo propagandistico per spingere alla mobilitazione contro i tedeschi.

“Lo scontro fra la Repubblica sociale italiana, il Regno del Sud e l’antifascismo sulla questione del tradimento della patria”, ricorda Focardi, era “strettamente connesso all’esigenza fondamentale di mobilitare il paese in una nuova guerra dopo la débâcle dell’8 settembre. Il riscatto dalla sconfitta rappresentava un compito inderogabile sia per il governo fascista repubblicano, sia per il governo monarchico e i comitati di liberazione nazionale. Se la Repubblica sociale, l’«alleato-occupato» della Germania, ebbe sempre a subire severi limiti d’azione nelle sue ambizioni di partecipazione bellica a fianco dei «camerati» tedeschi, allo stesso modo, sull’altro fronte, anche il legittimo governo italiano presieduto da Vittorio Emanuele III e le forze antifasciste […] dovettero fronteggiare molti ostacoli nei loro sforzi per attuare un impegno militare contro l’invasore e il «traditore» interno che lo spalleggiava”.

Il Regno del Sud possedeva margini di autonomia molto esigui rispetto alle autorità militari angloamericane, cui il «lungo armistizio», firmato a Malta da Badoglio ed Eisenhower il 29 settembre 1943, assegnava pervasivi poteri di controllo in materia politica, economica e finanziaria, sottoponendo ogni atto amministrativo del governo regio al placet della Commissione di controllo alleata”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Enormi erano anche le difficoltà della mobilitazione militare. Difficoltà di ordine psicologico, per la stanchezza dei soldati e dei civili nei confronti della guerra, resa evidente dalle dimensioni del fenomeno dello sbandamento dei reparti dopo l’armistizio e successivamente dalla massiccia renitenza alla leva […]. A ciò si aggiungevano difficoltà materiali, dovute allo scadente equipaggiamento dei reparti militari rimasti a disposizione di Badoglio e all’atteggiamento degli Alleati, contrari a un consistente riarmo italiano: gli inglesi perché determinati a far pesare fino in fondo la loro vittoria su un avversario che non doveva risollevarsi, gli americani […] perché delusi dal remissivo comportamento italiano in occasione dell’8 settembre, in particolare per la mancata difesa di Roma tanto inattesa quanto catastrofica, e da allora scettici sulla capacità e la volontà di combattimento degli italiani. Di conseguenza gli Alleati, mentre impiegarono intensamente al loro fianco la marina da guerra italiana rifugiatasi a Malta, furono disposti a rifornire l’esercito del Regno del Sud solo di una quantità modesta di armamenti moderni, sufficienti a inquadrare appena poche migliaia di uomini, preferendo servirsi piuttosto su ampia scala dei militari italiani come «unità ausiliarie» nei servizi logistici di seconda linea e nella difesa costiera e contraerea”. Un Corpo Italiano di Liberazione (CIL) formato da 25.000 uomini e in seguito da sei gruppi di combattimento che comprendevano in tutto 50.000 uomini partecipò alla riconquista alleata dell’Italia a partire dal marzo 1944 fino alla primavera 1945, ciononostante.

“Va detto che difficoltà non minori si trovarono ad affrontare anche le forze antifasciste”, riprende Focardi, “Scarso era il loro insediamento territoriale dopo venti anni di dittatura. Ardui i contatti con le prime, sparute, bande partigiane costituite in gran parte da militari datisi alla macchia, privi quasi sempre di una precisa coscienza politica antifascista, cui si affiancavano nuclei di studenti e operai più politicizzati. Si stima la presenza di circa 1.500 «ribelli» attivi nel settembre 1943, almeno un terzo dei quali concentrati in Piemonte […]. All’inizio del 1944, si calcola comunque che la consistenza numerica delle forze partigiane combattenti non superasse le 15mila unità, divise fra l’altro fra bande cosiddette «autonome» o «badogliane», guidate da militari di fede monarchica impegnati in una guerra patriottica di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, e bande invece politicamente inquadrate, dove spiccavano quelle legate ai partiti della sinistra antifascista (comunisti, azionisti, socialisti) impegnate in una lotta diretta non solo a liberare il paese dai nazifascisti ma anche a edificare, per via rivoluzionaria, un nuovo ordine politico e sociale. Limitati per tutti erano i mezzi di propaganda, affidati a giornali e volantini pubblicati e diffusi nella clandestinità. Impervio il compito di spingere alla lotta antitedesca e antifascista un paese stremato dalla guerra. Scarsi infine i mezzi bellici a disposizione”.

In questa difficile situazione, “sia la monarchia sia le forze antifasciste attinsero a piene mani, come già fatto dalla propaganda alleata, al repertorio retorico e simbolico antigermanico proprio della tradizione del Risorgimento e della Grande Guerra, che costituiva un patrimonio ancora assai radicato e vitale nel paese”, osserva Focardi, che più oltre continua, “L’incitamento alla lotta contro il «Tedesco» quale «nemico storico» degli italiani fu dunque fin dall’inizio uno strumento propagandistico irrinunciabile, rivolto al contempo a denunciare il carattere «antinazionale» dell’alleanza italotedesca e a spronare gli italiani contro la Germania nazista e il fascismo repubblicano suo alleato”. Questo repertorio comprendeva l’associare alle trasmissioni di propaganda gli inni di Mameli e di Garibaldi, citazioni dai quali ornavano anche le pubblicazioni della stampa clandestina e il “riferimento alla Grande Guerra come «ultima guerra d’indipendenza», tramite efficace fra il Risorgimento e la nuova contesa antitedesca, apertasi contro gli invasori agli ordini di Kesselring”.

Sia Badoglio sia Vittorio Emanuele richiamarono più volte la natura arbitraria del patto stretto da Hitler e Mussolini in spregio alle tradizioni risorgimentali e perorarono la ripresa della politica di decennale amicizia con le grandi democrazie occidentali”, spiega Focardi. Lo storico ricorda la definizione data da Badoglio degli angloamericani come «nostri vecchi compagni del Piave e di Vittorio Veneto» e quella data dal re del tedesco come «inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà», e allo stesso modo Benedetto Croce, “uomo di sentimenti monarchici ma intransigente oppositore del re, di cui chiedeva l’abdicazione”, come ricorda Focardi, “sollecitò i connazionali a prendere le armi contro lo «straniero che calpesta e vitupera l’Italia» per battersi in una guerra «che proseguiva tenace lo spirito del Risorgimento»”, condannando il Patto d’Acciaio come un «patto di partito» stretto «nell’interesse di una fazione […] contro tutta la nostra tradizione nazionale, contro tutti I nostri interessi politici ed economici, contro la nostra stessa situazione geografica», Togliatti aveva invitato gli italiani alla «guerra sacra di liberazione» contro l’«odiato tedesco», nostro «nemico secolare», e Velio Spano aveva posto l’obiettivo del Partito comunista nel «combattere sotto la bandiera del Risorgimento i tedeschi e il fascismo».

Questi temi ebbero un grande successo, “come dimostrano i nomi di battaglia scelti da molte unità (ad esempio Mazzini, Bixio, Mameli, Manin, Fratelli Bandiera, Piave, Osoppo) o le testate di alcuni fogli clandestini (fra cui «La Giovine Italia», «Fratelli d’Italia», «L’Italia e il secondo Risorgimento»)”, nota Focardi, “Ancora più significativo risulta il fatto che una delle più importanti formazioni politiche della Resistenza – il Partito d’azione – avesse scelto un nome di evidente ascendenza risorgimentale, e che lo stesso valesse per le principali formazioni partigiane della Resistenza, le brigate Garibaldi, legate al Partito comunista”.

Ma Focardi sottolinea anche la “differenza evidente fra le tradizioni risorgimentali cui si richiamava il Regno del Sud rivendicando la «continuità delle istituzioni», nel solco dunque della soluzione liberale moderata e monarchica del processo di unità nazionale, e le tradizioni risorgimentali cui si richiamavano invece le forze dell’antifascismo cattolico, al cui interno forte era l’impronta neoguelfa, e soprattutto la sinistra antifascista di matrice azionista, repubblicana, socialista e comunista. Questa si rifaceva al Risorgimento mazziniano e garibaldino, d’ispirazione repubblicana, cioè al filone risorgimentale delle forze popolari democratiche risultato sconfitto nell’Ottocento, ma di cui si auspicava la riscossa”, differenze che corrispondevano alle diverse finalità politiche: “Mentre, infatti, per le forze monarchiche l’appello a un nuovo Risorgimento poteva essere considerato […] «una formula di comodo per incanalare il rischioso ribollire della società italiana nella patriottica guerra al tedesco» (la definizione è dello storico Claudio Pavone, ndr), nel richiamo delle sinistre a Garibaldi o al Partito d’azione vi era al contrario «implicito il programma di rimettere in discussione gli assetti postrisorgimentali, non solo quello fascista, ma anche quello liberale» (citazione sempre da Pavone) […] [per non] venire meno ai propositi della lotta ideologica contro il nemico di classe e gli assetti del potere costituito”.

Nonostante le divergenze sul suo significato fra monarchia e forze antifasciste, “il patrimonio storico risorgimentale costituiva una comune risorsa strategica anche nella lotta intrapresa contro il fascismo repubblicano”, osserva Focardi, risultando “funzionale non solo alla conduzione della guerra patriottica ma anche alla conduzione della guerra civile […]. La propaganda di Salò, infatti, faceva largamente appello al Risorgimento cercando di appropriarsi dei suoi eroi e dei suoi miti, come dimostrano l’invocazione dell’inno di Mameli e dell’inno di Garibaldi, il Mazzini effigiato sui francobolli, il tentativo della RSI di rappresentarsi come l’erede della Repubblica romana del 1849. In questo contesto, la monarchia valorizzava a sua volta il ruolo centrale svolto dai Savoia nel processo di unità nazionale come principale, se non esclusivo, strumento di rilegittimazione dopo il tracollo di credibilità provocato dalla sconfitta militare e dall’armistizio. Ma anche i partiti antifascisti facevano leva sul Risorgimento per rilegittimarsi politicamente, dopo essere stati per vent’anni stigmatizzati dal regime come forze antipatriottiche […]. L’appello alle tradizioni risorgimentali risultò dunque importante anche sul piano dello scontro interno con Mussolini nella competizione per rivendicare legittimità politica agli occhi degli italiani”.

E questa mobilitazione propagandistica ebbe effetti a lungo termine. “L’equiparazione della resistenza antigermanica alle lotte risorgimentali era destinata […] a diventare nel dopoguerra uno dei principali canoni interpretativi della Resistenza”, nota Focardi, “Ma ancor prima essa rappresentò il denominatore comune fra forze moderate e forze radicali all’interno del CLN, nonché la «copertura ideologica della politica unitaria» intrapresa dal governo Badoglio e dai partiti antifascisti dopo l’accordo stretto nell’aprile 1944 per combattere assieme l’occupante germanico”.

Traditori della patria (parte 3)

Nella prima parte di questo post abbiamo visto le accuse di tradimento della patria rivolte da Mussolini al Regno del Sud dopo l’armistizio con gli alleati e nella seconda parte il punto di vista del governo Badoglio sulla stessa questione. La terza parte completa il quadro con il punto di vista dei vari partiti antifascisti, i loro punti di divergenza rispetto al Regno del Sud e il terreno comune su cui si fonderà la collaborazione contro la RSI.

Mentre il governo Badoglio combatteva la sua battaglia propagandistica contro la Repubblica di Salò, una battaglia parallela veniva impostata dalle “forze dell’antifascismo, che dopo la caduta di Mussolini avevano progressivamente recuperato uno spazio d’azione nel paese, sebbene avessero continuato a operare in uno stato di semiclandestinità per i numerosi controlli e restrizioni imposti dal governo Badoglio”, come spiega Focardi. “Dopo il 25 luglio crescente era stata la loro pressione sul governo perché decretasse la fine della guerra”, considerata «contraria alle tradizioni ed agli interessi nazionali ed ai sentimenti popolari, la responsabilità della quale grava e deve gravare sul regime fascista».

Le forze antifasciste, che premevano per “preparare la nazione a uno scontro ritenuto inevitabile con le truppe tedesche che presidiavano la penisola”, non potevano sapere che il governo Badoglio stava trattando per l’armistizio finché esso non fu annunciato l’8 settembre 1943, ma quando ciò accadde si aprì un aspro conflitto fra esse e la monarchia, in quanto “le vicende dell’8 settembre, contrassegnate dalla fuga della corte e dei vertici militari, avevano avuto l’effetto di sprigionare un’ondata di acceso risentimento nei confronti del sovrano, di Badoglio e dell’intera dinastia Savoia”, afferma Focardi, “Tutta la stampa clandestina antifascista pullula di accuse contro il «re fellone», il «re codardo», il «re fuggiasco», il «re gaglioffo» e contro il suo degno compare: il «maresciallo fellone»”, e lo stesso risentimento manifestarono gli emigrati antifascisti, fra cui il maestro Arturo Toscanini, che sulla rivista statunitense Life definì Vittorio Emanuele III «quel pusillanime e degenerato Re d’Italia».

Tuttavia, anche se si trattò di voci nettamente minoritarie, “Alcuni importanti fogli antifascisti, quali «La Voce Repubblicana» e «L’Italia Libera», organo del Partito d’azione, non mancarono di condannare come atto di tradimento la decisione stessa di Vittorio Emanuele di interrompere la guerra al fianco della Germania e di stipulare in segreto un armistizio con gli angloamericani (tale si doveva infatti considerare l’azione di un re che aveva approvato il trattato di alleanza con la Germania nel maggio del 1939)”, osserva Focardi, riportando il commento di Gaetano Salvemini: «un malfattore non diventa un galantuomo quando tradisce un altro malfattore».

La maggioranza delle accuse di tradimento rivolte al re riguardarono, tuttavia, solo il “suo comportamento nei confronti del popolo italiano”: “Il sovrano – già additato come complice della dittatura fascista durante tutto il ventennio, dalla presa di potere di Mussolini nell’ottobre 1922 alla dichiarazione di guerra nel giugno 1940 – fu posto sotto accusa per aver tradito per l’ennesima volta gli italiani, abbandonati dopo l’armistizio in balia delle armate hitleriane”, osserva Focardi, “Vittorio Emanuele non aveva predisposto alcun efficace piano difensivo, aveva lasciato l’esercito senza ordini alla mercé delle truppe tedesche, era venuto meno alle promesse e agli accordi presi con i partiti antifascisti ostacolando la consegna delle armi al popolo e impedendo così la possibilità di approntare una difesa concertata”.

I pochi episodi di “efficace collaborazione fra militari e civili contro i tedeschi”, come quello di Roma a Porta San Paolo, erano stati “frutto di iniziative individuali” e si erano svolti “sotto il segno dell’improvvisazione”, e per questo erano destinati al fallimento. Il CLN, in una dichiarazione del 12 settembre 1943, afferma: «nell’ora più angosciosa della Patria il Monarca e il capo del Governo non sono rimasti al loro posto di direzione e di comando e, in conseguenza di questa carenza, ogni possibilità di difesa e di resistenza è stata profondamente scossa e vulnerata».

Per questo “il re non poteva pretendere in alcun modo di condurre la lotta contro la Germania”, spiega Focardi, e “l’antifascismo rivendicava per sé il diritto di guidare la «lotta di liberazione nazionale» contro l’invasore tedesco. Non era legittimato a farlo Vittorio Emanuele, complice del fascismo e traditore ‘di lungo corso’ della nazione. Il sovrano aveva sprecato colpevolmente con l’8 settembre l’occasione di schierare il paese contro la Germania nazista a fianco delle nazioni democratiche: le chances di riscatto – nonostante i proclami del governo di Brindisi – non potevano che essere affidate alla direzione delle forze antifasciste”, che infatti rivendicarono questo compito dopo appena tre giorni dalla dichiarazione di guerra fatta dal Regno del Sud alla Germania (13 ottobre 1943), chiedendo di costituire un «governo straordinario», «espressione dei quelle forze politiche che hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista».

Tutti i vari organi di stampa delle diverse forze antifasciste reagirono con «un senso di estraneità, se non di fastidio o addirittura di rabbia» (le parole sono dello storico Claudio Pavone) alla dichiarazione di guerra del Regno del Sud alla Germania, perché, come scritto sull’Unità (18 ottobre 1943), la guerra non poteva essere condotta da «gli uomini che, corresponsabili del fascismo e della guerra fascista, hanno ingannato e tradito il popolo italiano».

Nonostante questo conflitto, i temi propagandistici di cui le forze antifasciste si servivano contro fascisti e nazisti riecheggiavano quelli utilizzati dal governo monarchico di Brindisi: “in primo luogo, il refrain della guerra non voluta dagli italiani, in secondo luogo l’accusa del tradimento nazionale mussoliniano e della condotta proditoria da parte della Germania nazista”, che, come nota Focardi, “Erano i temi su cui aveva puntato e continuava a insistere la propaganda alleata, e che erano stati abilmente fatti propri da quella monarchica. Nell’adottarli l’antifascismo godeva però di tutt’altra credibilità rispetto al Regno del Sud. La netta distinzione tracciata fra dittatura fascista e nazione, ovvero fra regime e popolo italiano; la condanna delle avventure belliche del fascismo come azioni antipopolari […]; la denuncia dell’alleanza con la Germania come contraria alle più genuine tradizioni nazionali di matrice risorgimentale, facevano parte infatti del patrimonio storico dell’antifascismo italiano. Molti dei temi e degli slogan diffusi nel paese dalla propaganda alleata avevano dunque una radice antifascista, attestata fra l’altro […] dal coinvolgimento attivo di numerosi esuli di vario orientamento politico nelle attività propagandistiche”.

Ad esempio, nel dicembre 1943 «Il Popolo», organo della Democrazia Cristiana, “sottolineava come il patto di amicizia sottoscritto con Hitler da Mussolini non avesse vincolato affatto il popolo italiano, «spinto ad una guerra non sentita, non voluta, non preparata». Legittima pertanto era stata la scelta italiana di uscire dal conflitto, spregevole moralmente e criminale la mossa tedesca di invadere il paese. Quest’ultimo atto si configurava come il suggello di tutta la precedente linea d’azione germanica, contrassegnata dal costante tradimento dell’alleato su ogni fronte di guerra”. E Mussolini e i fascisti avevano a loro volta tradito il popolo italiano, restando “al fianco dei tedeschi dopo che la Germania, «gettata la maschera», era tornata a mostrare il suo volto più autentico: quello – scriveva l’Unità – del «peggiore nemico d’Italia». […] Schierandosi coi «barbari invasori», coi «banditi dalla croce uncinata», si erano macchiati del più grave dei tradimenti. Tanto più grave in quanto, così facendo, avevano innescato la feroce «guerra civile» che stava insanguinando il paese. In questo modo veniva ribaltata sulle spalle di Mussolini e della Repubblica sociale l’accusa di aver scatenato la «guerra fratricida»”, spiega Focardi.

Prima ancora, il 16 ottobre 1943, il CLN aveva lanciato una dura invettiva contro il fascismo, in cui sosteneva la necessità di «riconfermare la sua più recisa e attiva opposizione, negando al fascismo ogni diritto e autorità – dopo le sue tremende responsabilità nella catastrofe del paese ed il suo asservimento al nazismo – di parlare e agire in nome del popolo italiano». Allo stesso modo, Palmiro Togliatti aveva definito la RSI «il governo fantasma di Mussolini, istituito da Hitler per rompere l’unità nazionale ed acquistare uno strumento per la lotta contro i patrioti che agiscono alle spalle dell’esercito tedesco», creato per «realizzare i suoi ultimi piani di vendetta verso il popolo che gli ha mostrato il suo odio e il suo disprezzo».

 

La propaganda alleata in Italia fra il 1943 e il 1945

Questo post è la terza parte (qui la precedente) della serie dedicata al saggio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano.

La conquista alleata del territorio italiano cominciò il 10 luglio 1943 dalla Sicilia. Sei giorni dopo, Roosevelt e Churchill inviavano da Radio Algeri un messaggio al popolo italiano in cui sostenevano che la guerra che stava lacerando l’Italia era colpa «del vergognoso governo» cui gli italiani erano stati «assoggettati da Mussolini e dal suo regime fascista» e che “l’Italia, impreparata sul piano militare e vulnerabile agli attacchi nemici, era stata posta dunque dai «capi fascisti» al servizio del Terzo Reich”, come scrive Focardi.  I soldati italiani, inoltre, erano stati «traditi e abbandonati al fronte russo ed in ogni campo di battaglia africano da El Alamein a Capo Bon». Le potenze alleate, proseguiva il messaggio, riconoscevano questa situazione e non volevano punire il popolo italiano, purché esso accettasse subito «un’onorevole capitolazione».
Il messaggio continuava così:
«Tutti i vostri interessi e tutte le vostre tradizioni sono state tradite dalla Germania nazista e dai vostri stessi capi falsi e corrotti; soltanto col distruggere l’una e gli altri un’Italia rinnovata può avere la speranza di rioccupare un posto rispettato nella famiglia delle Nazioni europee. È questo il momento, per voi Italiani, di tener conto del vostro amor proprio, dei vostri interessi e dei vostri desideri per ricostituire la dignità nazionale, la sicurezza e la pace; è arrivato il tempo per voi di decidere se gli Italiani dovranno morire per Mussolini e Hitler oppure vivere per l’Italia e per la civiltà».

In questo messaggio troviamo quindi tutti i temi descritti da Focardi nell’introduzione al suo saggio; il messaggio si inscrive in una precisa strategia: “Fin dall’inizio della guerra il governo britannico, e poi anche quello sovietico e statunitense, avevano individuato nell’Italia fascista l’«anello più debole» dell’Asse e predisposto un’intensa azione di propaganda allo scopo di provocare il collasso interno del paese e la sua uscita dal conflitto”, spiega Focardi.

Le linee della propaganda volta a questo scopo erano state delineate dal Foreign Office e dal Ministero delle Informazioni britannico. “Per Londra la propaganda doveva essere innanzitutto «anti-regime» piuttosto che «anti-italiana». La maggioranza degli italiani veniva descritta come antifascista e contraria a una «guerra impopolare». […] Come si osservava, «gli italiani generalmente non amano ma temono i tedeschi»”, sottolinea Focardi, riportando dai documenti inglesi, e per questo occorreva “ricordare le «ragioni storiche» del sentimento antigermanico degli italiani, sottolineare che essi stavano combattendo «per la Germania», porre in risalto che «le popolazioni civili italiane stanno soffrendo le privazioni, la perdita di affari, di lavoro, di paghe ecc, il semi-affamamento, tutto per la Germania», che «i dirigenti fascisti italiani hanno tradito il proprio paese per le ambizioni smodate dei tedeschi»; in conclusione che «l’Italia è semplicemente uno Stato vassallo della Germania» e che, in caso di vittoria dell’Asse, l’Italia sarebbe rimasta «sotto la tutela del Reich»”.

Anche il Dipartimento di Stato statunitense, sin dall’inizio, tramite un documento affidato all’ambasciatore italiano Ascanio Colonna e destinato al re, sottolineava l’assenza di risentimento da parte americana verso l’Italia e il suo popolo, «trascinato in guerra per ordine dei tedeschi», nella speranza di tenere aperta la possibilità di una pace separata. La propaganda statunitense riprendeva gli stessi temi di quella britannica, poiché “Entrambi gli alleati puntavano in questo modo a minare il consenso al regime e la saldezza dell’alleanza italotedesca”, puntualizza Focardi. Con l’evolversi del conflitto, nel gennaio 1943, “quando sussistevano ormai pochi dubbi sulla prossima sconfitta italiana”, le direttive della propaganda americana erano volte a descrivere l’Italia come «un paese occupato e allo stesso tempo abbandonato», non aiutato e difeso ma «sfruttato dai suoi dirigenti fascisti e dai nazisti come i popoli dei paesi occupati».

Il principale mezzo di trasmissione della propaganda era la radio, in particolare la britannica Radio Londra, curata dalla BBC con la collaborazione di numerosi antifascisti italiani e dei celebri speaker, il colonnello Harold Stevens e Candidus (John Joseph Marus, di origini italiane).

Nel nord d’Italia si captavano anche Radio Mosca e Radio Milano-Libertà (quest’ultima trasmetteva in realtà da Mosca, ma “fingendo di operare dal territorio italiano come stazione radiofonica clandestina di un gruppo di antifascisti”, nota Focardi), curate da Palmiro Togliatti per l’URSS. Le trasmissioni di queste due radio erano più politicizzate e rivolte soprattutto alle masse popolari e ai quadri comunisti, che si ispirarono ad esse per le loro pubblicazioni clandestine, ma riecheggiavano anche gli stessi tempi di Radio Londra.

La propaganda americana avveniva principalmente grazie alla Voce dell’America, che annoverava fra i suoi speaker il sindaco di New York, Fiorello La Guardia, e alla cui redazione lavoravano numerosi esuli antifascisti italiani, fra cui lo storico Roberto Lopez.

Se esistono prove del tutto convincenti, di fonte fascista e tedesca, che testimoniano per il periodo successivo all’armistizio il pieno successo delle radio e in generale della propaganda alleate nella sfida ingaggiata con la propaganda nazista e con quella orchestrata dal governo repubblicano fascista, l’efficacia degli sforzi alleati risulta nondimeno sufficientemente accertata anche per quanto riguarda il periodo precedente la resa italiana”, commenta Focardi, che conclude scrivendo: “Gli argomenti della propaganda alleata, divenuti familiari a milioni di italiani e da molti di loro intimamente condivisi, non mancarono di produrre effetti rilevanti: non solo contribuirono a sgretolare il «fronte interno» e ad affrettare la capitolazione italiana, ma rappresentarono anche il quadro di riferimento per la costruzione di quella rappresentazione dell’esperienza bellica che «l’Italia democratica e antifascista» avrebbe di lì a poco sviluppato”.

Le ragioni alla base del mito del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”

Questo post rappresenta la seconda puntata della serie, inaugurata con Il “cattivo tedesco” e il “bravo italiano” come miti fondanti della narrazione sulla seconda guerra mondiale, dedicata appunto a questi due stereotipi indagati dallo storico Filippo Focardi.

“L’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose” (Ernest Renan)

Focardi sostiene che la maggior parte degli studi storiografici italiani sulla “definizione delle coordinate della memoria nazionale, connotata dalla rimozione del consenso al fascismo e del carattere di guerra civile della Resistenza” riconducano le cause di questo fenomeno “alle stringenti esigenze di legittimazione politica dei partiti della antifascisti, [che], consapevoli del livello di adesione popolare al regime, dei limiti della Resistenza e del suo carattere anche di guerra civile, avrebbero evitato di chiamare il paese a un drastico redde rationem col passato per non scuotere la società e minare il loro consenso elettorale, rivendicando piuttosto l’idea di una corale ostilità degli italiani al fascismo e presentandosi come rappresentanti di un popolo mondo da colpe”, lavate dalla Resistenza stessa e dal cambio di fronte.

Ripercorrendo le varie declinazioni di questa tesi, Focardi ricorda il ruolo del Partito comunista, che ha promosso il mito del «popolo alla macchia» “per accreditarsi come forza nazionale e democratica occultando gli stretti legami politici e ideologici con Mosca” e quello delle forze moderate “interessate a rimuovere il coinvolgimento del popolo italiano nel regime (soprattutto quello capillare delle sue élites politiche ed economiche) addebitando ogni colpa a Mussolini e ai suoi più stretti accoliti, per favorire una transizione politica non traumatica garantita da un blando processo di epurazione”. Vanno ricordati anche, sull’altro versante, i lavori di Mariuccia Salvati e Luca La Rovere che si sono concentrati sull’«esame di coscienza» avviato all’interno dei partiti antifascisti, “imperniato sulla denuncia delle «profonde connessioni della società italiana con il sistema di potere totalitario», come atto necessario per una autentica rigenerazione democratica”, un processo che secondo La Rovere è stato interrotto di fronte alle proteste popolari nei confronti dell’epurazione (si ricordi alla fine che l’epurazione fu sospesa con un’amnistia dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti già nel giugno 1946), mentre secondo Salvati tale riflessione è stata interrotta “per effetto della «scoperta dell’efferatezza degli atti commessi dai fascisti della RSI alleati dei tedeschi e insieme dell’eroismo degli italiani resistenti»”, scoperte che avrebbero condotto a re-incanalare la narrazione della Resistenza nei binari del «patriottismo espiativo» (la definizione è di Gian Enrico Rusconi), in cui i partigiani vengono assimilati a dei martiri cristiani, il cui sangue lava le colpe della Nazione.
“Sia Salvati sia La Rovere”, tira le somme Focardi, “non negano dunque il rapido prevalere di un meccanismo di rimozione delle colpe, ma lo individuano come esito di un processo caratterizzato anche da tentativi opposti di resa dei conti con il passato fascista, interrotti nell’immediato dopoguerra per motivi politici interni”.
Per Focardi gli sforzi messi in luce da Salvati e La Rovere, in conclusione, non hanno “lasciato alcun segno sulla narrazione collettiva della guerra, la cui costruzione fu influenzata fin dal 1940 dall’efficace propaganda di guerra alleata e modellata dopo l’armistizio sulla base delle esigenze prioritarie di mobilitazione bellica e difesa degli interessi nazionali”. Questi sforzi si infrangevano quindi con una narrazione diffusa con ben altri mezzi, più potenti e più autorevoli.

Focardi conclude l’introduzione del suo saggio con queste parole: “Costruire e alimentare una memoria collettiva basata sulla contrapposizione fra «cattivo tedesco» e «bravo italiano» ha però avuto l’effetto di impedire finora una consapevolezza critica su cosa abbia significato – non solo per l’Italia – l’esperienza del fascismo. La malvagità tedesca ha cioè funzionato, volutamente o meno, come un perfetto alibi, permettendo di rinviare una riflessione pubblica sulla violenza fascista nel suo complesso: le politiche razziste e antisemite, i progetti espansionistici, le occupazioni militari, le repressioni e i crimini di guerra”. L’auspicio dell’autore è che il suo libro possa contribuire a questa consapevolezza e “favorire una coscienza storica più informata e responsabile”.