Gli italiani in Jugoslavia e in Grecia: i crimini di guerra e la collaborazione con i partigiani

Siamo giunti alla quarta parte del capitolo sesto del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi, che riprende e approfondisce l’argomento della terza parte, la questione dei crimini di guerra italiani durante l’occupazione della Jugoslavia.

Gli italiani, diversamente dai tedeschi (ma anche dagli ustascia croati), non furono protagonisti di politiche di genocidio come quelle perpetrate contro gli ebrei; e in genere eseguirono gli ordini di ritorsione in maniera meno sistematica dell’alleato germanico, il quale applicò rappresaglie molto più radicali, come dimostra la pratica di uccisione in grande scala degli ostaggi e dei civili, di cui un caso esemplare furono le azioni condotte in Serbia nell’ottobre 1941 a Kraljevo e a Kragujevač, che provocarono migliaia di vittime”, osserva Focardi, che in una nota precisa, “Si calcolano fra 4 e 5 mila i civili assassinati nell’area di Kraljevo e 2.300 quelli uccisi a Kragujevač in base agli ordini del generale Franz Böhme, che prevedevano rappresaglie nella misura di 100 serbi da eliminare per ogni soldato ucciso e 50 per ogni ferito: cfr W. Manoschek, Kraljevo – KragujevačKalavryta.

Questo non significa che i reparti italiani non si fossero macchiati di gravi crimini di guerra, provocando la morte di migliaia di persone, fra combattenti e non combattenti, inclusi vecchi, donne e bambini. Sulla base delle denunce effettuate alla Commissione per i Crimini di Guerra delle Nazioni Unite […], Brunello Mantelli ha indicato la cifra complessiva di 250 mila vittime dell’occupazione italiana in Jugoslavia e 100 mila in Grecia. Questi dati devono essere quasi certamente ridimensionati per quanto riguarda la Jugoslavia. […] Il numero dei greci vittime dell’occupazione oltrepassa infatti la cifra di centomila se si considerano anche le vittime della grande carestia che colpì il paese nell’inverno 1941. Ma in questo caso la responsabilità italiana è condivisa con gli alleati tedeschi e bulgari.” Focardi aggiunge in una nota: “Nel 1946 le autorità greche stimarono le perdite complessive subite dal paese durante il conflitto in 620 mila morti, di cui 360 mila deceduti per fame. Cfr Aga Rossi, Giusti, Una guerra a parte”.

Assai arduo, se non impossibile, risulta poi il calcolo delle vittime dell’occupazione italiana in Jugoslavia (Slovenia, Dalmazia, Croazia, Montenegro). Il loro numero oscilla peraltro considerevolmente a seconda che si considerino o meno le uccisioni commesse dalle varie formazioni collaborazioniste create o supportate dagli italiani”, fa il punto Focardi, “Al momento, i soli dati affidabili di cui disponiamo sono relativi alle vittime dell’occupazione italiana della Slovenia, una parte della quale, con capitale Lubiana, fu annessa nel 1941 al Regno d’Italia. Su una popolazione di circa 336 mila abitanti, sono stati censiti da Tone Ferenc almeno 1569 esecuzioni capitali di sloveni (con o senza processo) e 1376 decessi nei campi di concentramento italiani, dove furono deportate 25 mila persone, pari grosso modo all’8 per cento del totale della popolazione”. Lo storico puntualizza in un’altra nota: “A questi va aggiunto un numero imprecisato di partigiani caduti in combattimento o passati per le armi dopo essersi arresi. Altri due storici sloveni – Bojan Godeša e Tadeja Tominšek Rihtar – hanno recentemente indicato la cifra di 1594 partigiani caduti vittima degli italiani e 1870 sloveni morti nei lager italiani, in La Slovenia e le sue vittime (1940-1946). Il livello della violenza tedesca in Slovenia risulta comunque molto superiore a quello italiano, con 10 mila persone vittime nei campi di concentramento e 16.700 civili uccisi nelle rappresaglie contro ostaggi o durante le offensive della Wehrmacht”.

I militari italiani nel contesto jugoslavo, fatto di continue imboscate che in ogni momento mettevano a rischio la loro vita, vissero rapidamente un processo di «interiorizzazione della violenza» e di «adattamento alla brutalità» che li trasformò – come ha notato Rodogno – in «volenterosi» protagonisti delle rappresaglie ordinate dai comandi. La guerra partigiana condotta dai «ribelli» appariva loro una pratica illegittima cui era lecito rispondere con ogni mezzo. […] I soldati italiani individuarono nella «disumanità» dimostrata nella lotta dai partigiani il motivo che li autorizzava all’uso massiccio della violenza, indirizzata senza tante remore anche contro i civili, considerati conniventi con gli insorti.”, spiega Focardi.

Nella memorialistica militare esaminata questo ‘volto’ dei combattenti italiani veniva omesso, così come veniva omesso il fatto che fosse stata l’aggressione dell’Asse a produrre intenzionalmente la disarticolazione dello Stato jugoslavo e a fomentare la guerra civile con i suoi orrori. A vestire i panni dei criminali di guerra erano le camicie nere e le autorità fasciste di occupazione, i bellicosi partigiani usi allo scannamento dei prigionieri, gli ustascia sterminatori, i «cattivi tedeschi» descritti come efficienti e spietati persecutori. […] La famigerata circolare 3C era stata presentata da Zanussi come un semplice «tonico» per rianimare lo scarso spirito combattivo dei reparti, mentre essa aveva rappresentato – per dirla con le parole di Claudio Pavone – «un’effettiva dichiarazione di guerra ai civili»; tutti avevano incensato l’opera di soccorso ai rifugiati prestata in Croazia, mentre avevano accennato appena alle repressioni in Slovenia e Montenegro, dove non c’era stata traccia di «azioni umanitarie»; l’intera descrizione delle misure repressive adottate sembrava poi svolta con il codice penale militare di guerra alla mano, per evitare incriminazioni o per controbattervi. Nei confronti degli ufficiali accusati di crimini di guerra i partiti e la stampa della sinistra antifascista avevano dimostrato tutt’altro atteggiamento. Notizie sulle violenze italiane commesse nei territori occupati erano circolate fin dal 1942 sui fogli antifascisti, che avevano espresso esecrazione, solidarietà con le popolazioni colpite e una recisa condanna dei responsabili”, spiega Focardi, che più oltre continua, “Anche un liberale come Benedetto Croce nel gennaio 1944, al congresso dei CLN di Bari, aveva manifestato il proprio «ribrezzo» verso i soldati «della patria di Mazzini e di Garibaldi» portati a «imitare, contro tutto il costume e il temperamento italiano, procedimenti tedeschi nelle terre della Jugoslavia»”.

Dopo la svolta di Salerno e la formazione del primo governo Badoglio di unità nazionale, tutti i partiti del CLN […] avevano sottoscritto il 23 maggio 1944 la dichiarazione di politica estera, che conteneva un passaggio relativo alle aggressioni di Mussolini contro altri paesi, nel quale veniva espressa la volontà di «ripagare le distruzioni della guerra, ed eseguire accurate e rigorose indagini, per precisare torti e violenze fasciste, ed adottare le più severe sanzioni per i colpevoli». In effetti, anche le principali forze della sinistra antifascista (comunisti, socialisti, azionisti) si erano mostrate favorevoli a indagare e a giudicare in Italia i responsabili dei crimini di guerra, piuttosto che concederne l’estradizione nei paesi dove avevano compiuto i loro misfatti. Come scriveva nel giugno 1944 il leader socialista Pietro Nenni, «noi rivendichiamo per il nostro popolo il diritto di giudicare e di punire con inflessibile severità i nostri criminali di guerra». Vi era però una differenza di fondo rispetto all’analoga posizione dell’establishment monarchico-badogliano […]: mentre questi usavano la rivendicazione […] come strumento politico utile a garantirne in realtà la completa impunità, le sinistre puntarono sul serio a portare sul banco degli accusati i responsabili di crimini di guerra, a partire dai vertici civili e militari protagonisti delle occupazioni. Il tentativo, destinato all’insuccesso, ebbe luogo dopo la liberazione di Roma e la formazione del primo governo Bonomi, nell’ambito della politica di epurazione degli apparati dello Stato (fra cui le forze armate) condotta dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo retto da Carlo Sforza, con il comunista Mauro Scoccimarro come suo braccio destro”, spiega Focardi.

L’operazione era necessaria perché, come scriveva «Italia Libera», organo di stampa del Partito d’Azione, «Il ricordo dell’oppressione fascista in quelle terre [occupate, ndr] è troppo recente e troppo timida ancora l’azione del nostro Governo nei suoi rapporti internazionali perché all’estero si possa sempre sentire con sufficiente chiarezza che la nuova Italia ha rinnegato la politica infame dell’Italia fascista. Non è sempre facile evidentemente per chi sta fuori dal nostro Paese distinguere l’Italia che muore, l’Italia dei martiri, dei fuoriusciti, dei patrioti, dall’Italia dei generali che si sono battuti, indifferentemente, per l’Asse o contro l’Asse, dei diplomatici pronti a rappresentare la dittatura o la democrazia. Aver colto questo elemento di sfiducia può essere una lezione preziosa. A un patto: quello di avere il coraggio di trarne la logica conseguenza».

La posizione opposta era sostenuta da «Italia Nuova», il principale organo monarchico, che sosteneva la necessità e la difficoltà di “convincere gli Alleati che «il regime fascista era una cosa e il popolo italiano un’altra» e quella, «infinitamente più grave», che derivava dal fatto che «a non tutti gli stranieri può far comodo riconoscere che il popolo italiano è innocente dei crimini del fascismo». Per ovviare a queste difficoltà e per evitare i pericoli di una pace punitiva, «Italia Nuova» sottolineava l’esigenza «di raccogliere tutti i fatti, tutte le testimonianze, tutti i dettagli che possano indurre gli stranieri a distinguere non solo tra regime fascista e popolo italiano, ma tra popolo italiano nel suo insieme e popolo tedesco»”.

Il giornale azionista sottolineò come il modo corretto di difendere il popolo italiano non fosse quello di sostenere che i «nostri genarali tennero alta la civiltà italiana fuori dai nostri confini o che i gerarchi ladri governarono con spirito di umanità» – presentando cioè «gli invasori sotto veste di civilizzatori» – bensì quello di «additare al paese ed al mondo i veri responsabili di queste nostre vergogne» e di fare rapidamente giustizia «dei generali che usarono i gas asfissiati contro gli abissini, che impiccarono e fucilarono i greci e gli jugoslavi». Occorreva in sostanza procedere rapidamente e senza sconti per nessuno sulla via dell’epurazione e della punizione dei colpevoli”, riassume Focardi.

La pressione delle sinistre si allentò momentaneamente dopo la crisi del primo governo Bonomi, caduto proprio sul problema dell’epurazione, ma riprese nel febbraio 1945 allorché dalle colonne dell’«Unità» fu avanzata la richiesta di «individuare, ricercare e punire coloro che hanno insozzato di fronte al mondo il nome d’Italia, gli sgherri del fascismo e i generali di Mussolini, i seviziatori di donne e bambini e i fucilatori dei patrioti jugoslavi», fra i quali erano indicati i generali Pirzio Biroli e Zanussi. […] Subito dopo la fine della guerra, a seguito della temporanea occupazione di Trieste e della Venezia Giulia operata fra maggio e giugno 1945 dalle forze jugoslave, si produsse una svolta significativa nell’atteggiamento delle sinistre. I propositi annessionistici di Tito e le diffuse violenze antitaliane suscitarono enorme preoccupazione nel ceto politico e nell’opinione pubblica della penisola, inducendo anche nel Partito socialista e nel Partito d’azione un forte istinto di autodifesa nazionale. Ogni ipotesi di estradizione dei criminali di guerra (di cui Belgrado era il principale accusatore) fu lasciata di nuovo cadere […]. Il partito di Togliatti, stretto fra i vincoli della solidarietà internazionalista al governo comunista di Tito e la cura degli interessi nazionali, oscillò su una linea segnata dall’ambiguità e dal tatticismo: mentre i suoi organi di stampa saltuariamente ventilarono l’esigenza di un’estradizione dei criminali di guerra, i suoi uomini nelle istituzioni […] condivisero invece senza tentennamenti la posizione dei governi di unità antifascista contrari alla consegna dei presunti responsabili e operarono attivamente in tale direzione”.

La stampa e la pubblicistica di matrice azionista, socialista e comunista svilupparono nelle loro narrazioni questo profilo del combattente italiano in terra d’occupazione, sottolineando il cammino che i soldati avevano percorso «da occupanti a partigiani» (per usare un’espressione del comunista Luigi Longo) […] di maturazione umana, morale e politica compiuto da migliaia di militari italiani nei Balcani e in Russia, che, disgustati dalle violenze commesse dai commilitoni tedeschi contro le popolazioni civili, avevano solidarizzato con queste e simpatizzato con le ragioni della resistenza partigiana, passando infine dopo l’armistizio a combattere contro il «comune nemico» germanico. In questa cornice di lettura, il soldato italiano assumeva tratti di umanità simili per certi aspetti all’identikit proposto dalla memorialistica militare e dai fogli monarchici, risultando al pari dispensato da qualsiasi responsabilità circa i crimini commessi nel corso delle occupazioni […]. i colpevoli erano sempre individuati nei soldati tedeschi, oppure in giovani fascisti dei battaglioni Mussolini […], in boriosi e ottusi «ufficiali fascisti», nelle bande locali di collaborazionisti loschi e sanguinari. Contro di loro era andata la ripugnanza dei militari italiani. […] Nel racconto di Longo, i ranghi inferiori dell’esercito apparivano privi di macchia rispetto alla «guerra fascista» di aggressione e spiccavano per le qualità umane dimostrate nel contatto coi civili, distinguendosi dai fascisti e dai tedeschi. […] Edulcorando una realtà che aveva visto i benevoli soldati italiani – fanti, alpini, bersaglieri – partecipare spesso volitivi alle cruente operazioni antiguerriglia (sebbene ritraendosi di solito dal fucilare donne e bambini), anche Longo addebitava le efferatezze italiane esclusivamente agli «sciagurati battaglioni M, composti di camicie nere e della feccia della società» e agli «ufficiali fascisti», imitatori gli uni e gli altri delle «brutalità e dei crimini nazisti»”, spiega Focardi, che in una nota approfondisce: “Di solito nelle rappresaglie era applicato un «codice maschile», per cui si fucilavano tutti i maschi ritenuti abili alle armi – dai ragazzi appena maggiorenni agli uomini maturi – come ad esempio era successo a Domenikon in Grecia nel febbraio 1943 (145 uomini fucilati a seguito di un’azione partigiana che aveva fatto 9 morti fra le truppe italiane). Le donne e i bambini venivano risparmiati, anche se spesso finivano nei campi di internamento, dove si registrarono numerosi decessi. Inoltre, le donne partigiane catturate non ebbero generalmente destino diverso dai compagni di lotta di sesso maschile, venendo fucilate senza tanti riguardi. È da considerare, infine, che molte donne e bambini persero la vita nel corso di bombardamenti di villaggi condotti per rappresaglia con l’artiglieria o mediante incursioni aeree”.

Incolpevole veniva descritta la massa dei soldati e alcuni loro comandanti, «gli umili gregari e i migliori ufficiali», i quali avevano solidarizzato con le popolazioni locali e simpatizzato per i partigiani («gente come loro», fatta di contadini e operai), comprendendo piano piano «sia pure confusamente, che la lotta che questi popoli conducevano era contro l’ingiustizia e l’oppressione».” Non si trattava però della maggioranza: “Sui 600 mila uomini delle 35 divisioni italiane presenti al momento dell’armistizio nell’area dei Balcani e nelle isole dell’Egeo, circa 38 mila (di cui 20 mila camicie nere) avevano affiancato il vecchio alleato, mentre una massa di 400 mila uomini fu fatta prigioniera dai tedeschi, sovente con la falsa promessa di un rapido rimpatrio. Dei circa 155 mila scampati, una parte effettivamente scelse di combattere contro gli ex alleati germanici affiancando sul posto i movimenti di resistenza, un’altra parte, invece, numericamente più consistente, rifiutò di continuare la guerra e cercò di sopravvivere nascondendosi tra la popolazione con il «rischio di morire di fame, di subire le vendette dei locali o di cadere nei frequenti rastrellamenti dei tedeschi»”, spiega Focardi, che in una specifica ulteriormente: “Una stima di coloro che effettuarono questa scelta risulta assai difficile. Dalla storiografia si può desumere una cifra approssimativa di 50 mila militari italiani impegnati a vario titolo nella Resistenza in Jugoslavia: 12 mila inquadrati nella divisione Garibaldi del generale Oxilia, 4 mila nella brigata Italia, migliaia disseminati nei reparti jugoslavi o impegnati nei battaglioni lavoratori. A questi andrebbero aggiunti circa 25 mila uomini in Albania guidati dal generale Azzi e i 23 mila della divisione Pinerolo in Grecia che però, dopo un periodo iniziale di collaborazione con i partigiani, furono da questi disarmati e internati subendo violenze e privazioni di ogni genere. Una menzione a parte spetta alla resistenza antitedesca opposta dopo l’8 settembre da unità militari italiane che avevano rifiutato di arrendersi ai tedeschi, come la divisione Perugia in Albania, la divisione Bergamo in Dalmazia, la Taurinense e la Venezia in Montenegro (che poi andarono a formare la divisione Garibaldi), la divisione Acqui a Cefalonia e Corfù le altre unità che presidiavano isole dell’Egeo, vittime di rappresaglie brutali con migliaia di morti”.
“Le vicende dei militari che si impegnarono nella resistenza antigermanica nei Balcani furono segnate da eroismo e sacrificio, ma anche da difficoltà, umiliazioni e scontri con i movimenti partigiani (soprattutto in Grecia), non sempre disposti ad accogliere a braccia aperte gli italiani e a collaborare lealmente con chi aveva rappresentato fino a poco prima il nemico e l’occupante. […] Nella raffigurazione del soldato italiano invasore diventato «combattente per la libertà» tracciata dalle sinistre si esprimeva un sincero compiacimento per quello che veniva considerato un esempio di solidarietà politica e morale fra le forze della Resistenza europea, nonché l’ennesima prova della distanza intercorsa fra regime fascista e popolo italiano, rappresentato dai suoi figli in uniforme. L’azione della Resistenza militare all’estero, come quella dei partigiani in Italia, aveva agli occhi degli antifascisti un grande valore, in quanto dimostrava concretamente – per usare parole dell’azionista Dante Livio Bianco – «che la fratellanza dei popoli europei non [era] una fantasia di sognatori, ma una realtà viva». Tale raffigurazione ebbe tuttavia anche la funzione di esaltare il contributo dell’Italia alla lotta contro la Germania. […] Se per le sinistre alla base della scelta antitedesca dei soldati vi sarebbero stati sensibilità umana e un processo di lenta maturazione politica, per le istituzioni militari invece vi sarebbe stata soprattutto la persistenza di quei valori di fedeltà al re e alla nazione, senso dell’onore e disponibilità al sacrificio tipici della tradizione del regio esercito”. 
La storiografia, osserva Focardi in una nota, ha stimato un numero di perdite fra i militari italiani nella lotta contro i tedeschi “pari a 25-26 mila soldati: 6.500 caduti in azioni di combattimento, 6.000-6.500 vittime di azioni criminali, 13 mila morti durante il trasporto in prigionia, poco più di 5.000 dispersi e 4.836 feriti”.

La questione dei crimini di guerra italiani durante l’occupazione della Jugoslavia

La terza parte del sesto capitolo del libro di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, è dedicata al tema dei crimini di guerra commessi dagli italiani durante l’occupazione della Jugoslavia e della reazione dell’opinione pubblica di fronte alle richieste di estradizione dei personaggi pubblici individuati come responsabili. Nella parte precedente abbiamo invece affrontato il salvataggio degli ebrei nei territori occupati dagli italiani.

Un discorso a sé merita l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della delicata questione dei crimini di guerra, rispetto alla quale si manifestò […] una significativa divergenza di posizioni”, afferma Focardi. “Le clausole del cosiddetto «lungo armistizio», firmato a Malta il 29 settembre 1943, avevano fatto obbligo al governo Badoglio di consegnare alle Nazioni Unite i cittadini italiani responsabili di crimini di guerra. Fra questi figuravano personaggi di spicco dell’establishment militare rimasto al fianco del re Vittorio Emanuele III, a cominciare dai generali Vittorio Ambrosio e Mario Roatta, rispettivamente capo di stato maggiore delle forze armate e capo di stato maggiore dell’esercito. Entrambi, come ex comandanti della II Armata in Jugoslavia, avevano svolto un ruolo di primo piano nella cruenta repressione dell’attività partigiana e nella guerra ai civili ed erano pertanto considerati dagli jugoslavi fra i peggiori criminali di guerra. […] La posizione italiana […] si basava su alcuni punti fondamentali: a) la rivendicazione del diritto di giudicare i criminali di guerra italiani presso tribunali nazionali; b) la rivendicazione del carattere umanitario delle occupazioni italiane e dei meriti acquisiti nella protezione delle popolazioni civili, in particolare degli ebrei; c) la contrapposizione della benevola condotta italiana a quella brutale degli ex alleati tedeschi, cui si univa la rivendicazione del contributo prestato nella lotta contro la Germania dopo l’8 settembre 1943; d) la colpevolizzazione dei partigiani per l’imbarbarimento della guerra. Quest’ultimo punto riguardava soprattutto i partigiani comunisti jugoslavi, sui cui atti di «barbarie» furono costruiti dossier che documentavano sia le violenze commesse nel periodo dell’occupazione italiana dal 1941 al 1943 sia le successive uccisioni di italiani nelle foibe. La contrapposizione del comportamento del «bravo italiano» a quello del «cattivo tedesco» costituiva dunque uno dei pilastri della strategia difensiva italiana. […] La distinzione fra Italia e Germania fu ulteriormente sviluppata […] per sostenere il rifiuto italiano all’estradizione dei presunti responsabili […], rivendicazione nevralgica che andava contro gli impegni armistiziali sottoscritti e che presto si legò alla rivendicazione avanzata dalle autorità di Roma di poter giudicare i criminali di guerra nazisti responsabili di atrocità contro civili e militari italiani perpetrate in Italia o all’estro dopo l’8 settembre”, spiega Focardi.

Operando una lettura di comodo della dichiarazione finale della conferenza tenutasi a Mosca nell’ottobre 1943 fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, [il capo di stato maggiore delle forze armate italiane, maresciallo Giovanni] Messe rilevava come, mentre a proposito dei criminali tedeschi le tre potenze avevano previsto che essi fossero riportati nei luoghi dove avevano commesso i propri delitti per esservi processati secondo le leggi locali, nel caso dei criminali italiani avevano affermato semplicemente che essi dovevano essere «arrestati e consegnati alla giustizia». L’espressione era generica, ma Messe non nutriva dubbi sul fatto che si dovesse intendere la «giustizia italiana». […] La dichiarazione di Mosca (30 ottobre 1943) sarebbe stata, a suo giudizio, un premio degli Alleati per la decisione dell’Italia di entrare in guerra contro la Germania (13 ottobre 1943) e avrebbe avuto carattere «modificativo» delle clausole dell’armistizio. Dunque, mentre i criminali tedeschi dovevano essere estradati, quelli italiani – in virtù della cobelligeranza – dovevano essere giudicati esclusivamente in patria da tribunali nazionali”.
“La distinzione fra Italia e Germania fu impiegata […] nell’agosto 1945, quando furono rese note le nuove categorie di «crimini contro la pace» e di «crimini contro l’umanità» previste per il processo contro i principali criminali di guerra nazisti, che di lì a poco si sarebbe aperto a Norimberga presso il tribunale internazionale alleato. Secondo gli esperti giuridici di Palazzo Chigi, la categoria di «crimini contro l’umanità», pensata per sanzionare le malvagità tedesche, non poteva essere applicata alla condotta dei «bravi italiani»; a loro volta, i «crimini contro la pace» nel caso italiano potevano essere imputati solo a Mussolini e ai suoi più stretti collaboratori, che nel frattempo erano già stati puniti dalla giustizia popolare. Restavano i crimini di guerra intesi in senso tradizionale, per i quali l’Italia vantava la propria esclusiva giurisdizione sulla base dell’interpretazione della dichiarazione di Mosca del 1943 proposta da Messe, una interpretazione in realtà distorta poiché gli Alleati non avevano inteso tracciare sotto il profilo giuridico alcuna distinzione fra criminali tedeschi e criminali italiani”, commenta Focardi, che più oltre prosegue, “Una delle prime ‘fiammate’ nel dibattito sui criminali di guerra si ebbe nel febbraio 1945, dopo che agenzie di stampa internazionali ebbero reso noti i nomi dei primi criminali di guerra italiani richiesti da Belgrado alla United Nations War Crimes Commission di Londra […] costituita nell’ottobre 1943 con lo scopo di vagliare le accuse mosse dai paesi vittime dell’aggressione nazifascista e di compilare le liste dei criminali di guerra. […] Ad eccezione dei fogli comunisti, la notizia sollevò una generale levata di scudi della stampa italiana di ogni tendenza politica, che rivendicò l’esclusivo diritto del paese a perseguire penalmente gli accusati.”

Ad esempio, «Italia Nuova» scrisse: «La necessità che i crimini dei nazisti vengano istruiti da una commissione internazionale e giudicati dai paesi dove i crimini sono stati commessi, deriva non tanto dal proposito di esercitare una rappresaglia quanto dall’incapacità del popolo tedesco a giudicare: incapacità che deriva sia dalla sua maggiore responsabilità, che dalla pertinacia con la quale segue la filosofia nazista», sottintendendo che il caso italiano non fosse comparabile perché l’Italia si era liberata da sola del fascismo, dotandosi di un governo «pienamente antifascista».

Che le istanze politiche avessero rappresentato un fattore decisivo nella costruzione e nell’impiego del cliché del «bravo italiano» contrapposto al «cattivo tedesco» è confermato dalla constatazione che il maggior numero di richiami alla pretesa ‘umanità’ del comportamento italiano comparissero sulla stampa nazionale in risposta alle rivendicazioni mosse dai paesi aggrediti da Mussolini, iniziate nell’autunno del 1944 con la progressiva liberazione dei loro territori dall’occupazione germanica, e poi intensificatesi in occasione delle varie riunioni internazionali in cui fu discussa la pace italiana. Le questioni territoriali, le riparazioni economiche e la faccenda dei criminali di guerra risultavano infatti temi fortemente interconnessi. Un momento chiave fu rappresentato dalla vigilia dell’apertura a Parigi, nell’aprile 1946, della conferenza del Consiglio dei ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze, incaricato di definire le condizioni di pace per l’Italia e per i cosiddetti «satelliti» dell’Asse”, approfondisce Focardi.

Evidenti motivazioni politiche, oltre che personali, sorreggevano anche un’altra fra le più icastiche descrizioni del «bravo italiano», ossia quella tracciata da alcuni comandanti e ufficiali del regio esercito”, Mario Roatta, Giacomo Zanussi e Giuseppe Angelini, “per neutralizzare le accuse rivolte da Belgrado alle truppe italiane di aver commesso crimini di guerra. […] Pubblicati fra l’ottobre del 1945 e il novembre 1946, i volumi dei tre militari italiani […] contenevano una comune argomentazione difensiva”, consistente nel fatto che i soldati italiani, trascinati in una guerra «non voluta né sentita», si erano ritrovati invischiati nell’«arcicomplesso, arciviolento, arcitorbido mondo balcanico» e coinvolti nella guerra partigiana “per colpa del duce che aveva deciso erroneamente di frazionare la Jugoslavia e di annettersi alcune delle sue regioni (Slovenia e Dalmazia), pretendendo di italianizzarle e fascistizzarle con la forza. Da qui erano scaturiti il risentimento e la rivolta contro le truppe d’occupazione, nonostante che queste […] avessero ovunque fatto il possibile per coltivare buoni rapporti con la popolazione e nell’estate del 1941 fossero intervenute in Croazia a salvare dalla furia genocida degli ustascia molte migliaia di serbi e di ebrei. […] gli italiani erano raffigurati non tanto come un esercito di occupazione quanto nei panni di truppe operanti in «missione di pace», impegnate nel soccorso della popolazione inerme, rimasta in balia della guerra civile. L’indole umanitaria degli italiani non sarebbe venuta meno neanche nella lotta cruentissima ingaggiata con le forze della Resistenza, una lotta per ‘legittima difesa’ che i comandi avevano intrapreso allo scopo di salvare le vite dei loro uomini. Contrariamente ai tedeschi e a qualche manipolo di squadristi «irresponsabili», […] i reparti del regio esercito non [erano] mai ricorsi a quella inaudita violenza usualmente impiegata contro di loro dai partigiani. […] Le truppe italiane avevano «reagito decisamente ed energicamente» alle azioni «subdole e proditorie» dei partigiani jugoslavi, «ma sempre nella forma consentita dalle leggi e dagli usi di guerra». Mentre gli uomini di Tito – si diceva con riprovazione – avevano seviziato, squartato, impalato, evirato, tolto gli occhi ai soldati italiani […], questi viceversa non si erano «mai allontanati da quella linea di lealtà e umanità che sono dati peculiari della razza latina»”.
“Tale giudizio contraddiceva una triste realtà, ben nota ai tre autori, fatta di azioni di rappresaglia, fucilazioni di ostaggi, deportazioni e internamento in massa di civili a scopo repressivo. Quest’ultimo fenomeno, che aveva coinvolto circa 110 mila slavi internati in condizioni spesso drammatiche ed esiziali, fu drasticamente ridimensionato da Roatta, secondo il quale i civili deportati sarebbero stati poco più di trentamila, di cui solo poche migliaia «a titolo non volontario»; mentre tutti gli altri sarebbero stati internati a scopo protettivo su loro richiesta, per metterli in salvo dalle vendette partigiane. […] Era però falso che gli italiani, soprannominati dai partigiani «bruciacase» (palikuci), si fossero ritratti dal prendere la strada dei «camerati» tedeschi nella repressione della Resistenza jugoslava. Le violenze commesse in Jugoslavia non potevano essere considerate «eccessi» sporadici di reparti di camicie nere o di singoli soldati, ma rappresentavano l’esito di una politica del terrore codificata e pianificata dall’alto […]. Le disposizioni per la lotta antipartigiana contenute nella circolare 3C, diramata da Roatta nel marzo 1942, all’insegna del motto non «dente per dente, ma testa per dente», erano per molti aspetti simili a quelle adottate dai tedeschi per la cruenta repressione della rivolta scoppiata in Serbia, basandosi anch’esse sul principio della responsabilità e della punizione collettiva nei confronti dei civili ritenuti «fiancheggiatori» degli insorti. È vero tuttavia che erano emerse differenze significative fra gli occupanti dell’Asse. La politica del saccheggio dei territori occupati e la violenza repressiva dispiegate dall’Italia monarchico-fascista e dalla Germania nazista avevano risposto, come ha sottolineato Enzo Collotti, a «logiche diverse»: dietro la spietatezza della repressione tedesca stava una macchina bellica assai potente e una «radicalità di obiettivi» dettata dall’«intransigenza razzistica del Terzo Reich», condivisa dal soldato tedesco fortemente ideologizzato, sicuro della propria supremazia tecnologica e razziale; dietro la scelta italiana di ricorrere a brutali pratiche controinsurrezionali si intravedeva piuttosto la debolezza militare e psicologica, la paura e lo «smarrimento» del soldato in grigioverde che, solo in parte indottrinato dal fascismo e privo di mezzi bellici adeguati, era ricorso alla violenza come mezzo per difendere se stesso e i propri commilitoni, piombati in una guerra di agguati e imboscate di cui non capivano bene il senso, se non la necessità di fare tutto il possibile per sopravvivere e magari vendicare i compagni caduti […]. Anche il soldato italiano, invero, era stato investito dalla propaganda fascista antislava, fondata sul ricco repertorio elaborato dal cosiddetto fascismo di frontiera, virulento fin dagli anni venti, che assimilava i popoli balcanici a popoli inferiori, violenti e selvaggi, paragonabili in certo modo alle tribù africane. Popoli ai quali il regio esercito avrebbe portato in dono la superiore «civiltà latina»”.

Per alcuni studiosi, quali Teodoro Sala, Davide Rodogno ed Eric Gobetti la controguerriglia italiana nei Balcani avrebbe avuto alcuni connotati derivati direttamente dall’esperienza delle «guerre coloniali» africane, sia dal punto di vista della propaganda, imperniata sulla negazione di qualsiasi diritto al nemico ritenuto brutale e primitivo, sia dal punto di vista della effettiva condotta bellica, caratterizzata ad esempio dall’impiego di bande di irregolari per compiere il ‘lavoro sporco‘ […] sulla scorta di quanto fatto in Africa con gli ascari. Analogo discorso varrebbe per la conduzione di una politica di ‘terra bruciata’, anch’essa già sperimentata nelle colonie, dalla Libia all’Etiopia. […] Lo stesso Giuseppe Angelini […] aveva osservato che gli era «tocca[to] esperimentare in Croazia una guerra di tipo coloniale in ambiente europeo». Quanto le occupazioni balcaniche siano state influenzate sul piano propagandistico e operativo dall’esperienza coloniale è questione ancora storiograficamente controversa. È invece assodato che ai temi del tradizionale armamentario antislavo furono associati, con un certo successo, quelli della virulenta propaganda contro il bolscevismo, equiparato tout court alla pura barbarie; motivo per cui il partigiano slavo comunista risultò oggetto di una radicale demonizzazione e disumanizzazione. Vi era stato dunque un notevole sforzo di ideologizzazione anche nei confronti del soldato italiano. E tuttavia, come osserva Eric Gobetti, a differenza del soldato tedesco, «il senso di superiorità razziale» nutrito dai militari italiani era stato preso «inficiato» dallo sperimentare sul campo la propria «debolezza tecnica». Ciò aveva aperto un baratro fra le altisonanti parole della retorica fascista e la realtà dei fatti, segnata da una demotivante inadeguatezza bellica.”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Nessuno, tranne i fascisti più radicali, vedevano nell’italiano uno Herrenvolk (razza superiore, ndr); mancava un pervasivo «razzismo biologico» (tant’è che fu prestato soccorso a ebrei e serbi) e, a differenza dei tedeschi, non fu mai messa in pratica nei confronti di greci, albanesi e jugoslavi una vera e propria «pulizia etnica» (anche se nel caso della Slovenia le autorità politiche e militari la presero in seria considerazione)”.

L’occupazione italiana di Grecia e Jugoslavia, fra mito e realtà

Affrontiamo ora la prima parte del sesto capitolo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi. Il capitolo precedente si era chiuso con la parte relativa alla demonizzazione dei tedeschi, parte 2: la rotta sul Don.

“La tendenza a distinguere il comportamento del soldato in grigioverde da quello del «camerata» germanico e a contrapporre l’uno all’altro emerse soprattutto in relazione all’atteggiamento tenuto da parte italiana nei confronti delle popolazioni dei paesi che Mussolini aveva ordinato di aggredire, nel tentativo di allargare i confini dell’Impero e dare vita” al «nuovo ordine mediterraneo». “La stampa e la pubblicistica italiane preferirono tacere, minimizzare o ridimensionare la complicità avuta dalle truppe italiane in molte brutali azioni di guerra condotte a fianco dei tedeschi e l’uso in proprio, non sporadico, di metodi di oppressione e sfruttamento non dissimili da quelli […] addebitati all’«odioso teutone»”, spiega Focardi.

Soprattutto nell’entroterra balcanico, in Jugoslavia e in Grecia (occupate grazie al decisivo concorso tedesco nell’aprile 1941), forze di polizia e unità militari italiane – sia del regio esercito sia delle camicie nere – si erano rese protagoniste di sanguinose azioni repressive contro i locali movimenti di resistenza paragonabili per tipologia a quelle condotte dalla Germania nazista: ricorso sistematico alla tortura contro gli oppositori, rappresaglie con saccheggi e incendi di villaggi, prelevamento e soppressione di ostaggi, deportazioni in massa di popolazione civile, bombardamenti di centri abitati con l’uccisione anche di donne e bambini. […] le autorità civili e militari italiane avevano predisposto un sistema di ordini per la lotta contro i partigiani analogo a quello sperimentato dai tedeschi, che equiparava gli insorti a «franchi tiratori» da passare immediatamente per le armi e postulava misure draconiane contro i loro «fiancheggiatori», dando ‘carta bianca’ […] ai comandanti dei reparti impegnati nelle azioni di «controguerriglia». Tali azioni, nel protettorato del Montenegro come nella Slovenia annessa, nelle zone occupate dello Stato indipendente croato come nella Grecia continentale (qui in particolare dall’autunno del 1942 al settembre 1943) si configurarono quali atti di una vera e propria «guerra ai civili» per la ‘bonifica’ del territorio, in cui il confine fra combattenti e non combattenti tendeva a scomparire e le popolazioni venivano investite in pieno dalla violenza repressiva”. Focardi parla di una politica del terrore pianificata, “assimilabile alla lotta senza quartiere contro la Resistenza italiana” condotta dai tedeschi agli ordini di Kesselring.

Nonostante, dunque, il coinvolgimento di numerosi reparti militari in una «guerra sporca» macchiata da crimini deplorevoli, della condotta del soldato italiano si tese a tracciare nel discorso pubblico una rappresentazione edulcorata, che poneva in evidenza la grande capacità di solidarietà umana e l’aiuto generoso dimostrati nei confronti dei popoli dei territori conquistati; meriti che vennero costantemente contrapposti al comportamento crudele e predatorio dei reparti germanici. All’immagine del «cattivo tedesco», guerriero fanatico e capace di ogni nefandezza, fu contrapposta quella del cosiddetto «bravo italiano»: malamente equipaggiato, catapultato contro il proprio volere in una guerra sciagurata, il soldato italiano aveva solidarizzato con le popolazioni dei paesi invasi, le aveva aiutate contro la fama e la miseria dividendo quel poco che aveva e, soprattutto, le aveva protette dai soprusi e dalle violenze dei commilitoni germanici salvando così molte vite […]. La raffigurazione del «bravo italiano» poneva in evidenza alcuni aspetti incontestabili e meritori del comportamento tenuto nei territori occupati, primo fra tutti l‘aiuto e la protezione prestati in varie occasioni agli ebrei o il salvataggio in Croazia di intere comunità di serbi braccati dagli ustascia di Pavelić assetati di «pulizia etnica». Tale raffigurazione finì tuttavia per oscurare del tutto l’altra faccia della realtà […] rappresentata dai militari italiani «invasori» e «oppressori» […] complici ed emuli dei «feroci» alleati tedeschi”.

La diversità di comportamento fra i due «camerati dell’Asse» era stata sottolineata già dalla stampa clandestina antifascista nei mesi immediatamente successivi all’8 settembre”, puntualizza Focardi, citando ad esempio «L’Azione», che scriveva: «Dove conquistarono, portarono a contrasto con il tedesco gentilezza e mitezza; e in Grecia e in Croazia sfamarono gli affamati, e salvarono la vita degli ebrei, e si schierarono sempre a difesa dei perseguitati, quale ne fosse la razza e la religione». Un’altra voce autorevole, quella di Gaetano Salvemini, ribadì lo stesso concetto nel volume scritto con Giorgio La Piana, What to do with Italy?, uscito negli USA nel 1943 e in Italia nel 1945, dove lo storico si rallegrava per aver appreso «in notizie di origine greca o jugoslava […] che il soldato italiano, di solito, non si comportava così crudelmente come il soldato nazista» ma anzi cercava, quando possibile di «alleviare la miseria della popolazione». Salvemini attribuiva questi comportamenti al fatto che l’italiano «non è capace di fredda e calcolata brutalità» e attribuiva la responsabilità dei crimini italiani ai «criminali», i capi fascisti che però non erano riusciti «a trasformare l’italiano comune in un crudele demonio».

Tanto la stampa e la pubblicistica antifasciste quanto la produzione di taglio memorialistico degli ambienti militari e diplomatici schieratisi con Badoglio si mostrarono concordi […] nel porre l’accento sulla differenza di natura quasi antropologica fra il «tedesco-automa», abituato a eseguire gli ordini «con brutalità meccanica», e l’italiano sempre ispirato viceversa nelle sue azioni da un «innato senso di umanità» che lo portava a fraternizzare con i popoli […] aggrediti militarmente. Tale differenza fu ulteriormente sottolineata attraverso la contrapposizione fra la figura del «tedesco barbaro e incivile», capace di ogni sfrenatezza, e quella dell’italiano figlio invece della superiore cultura latina e cattolica, capace di misura e di misericordia verso il prossimo. Questa duplice distinzione […] si innestava su un ricco retroterra culturale, imperniato sulla contrapposizione fra latinità e germanesimo in auge negli anni venti e nella prima metà degli anni trenta, la quale aveva attinto […] dall’armamentario propagandistico antitedesco elaborato in occasione della prima guerra mondiale. Né va trascurato il fatto che sulla superiorità della «civiltà» italiana avevano insistito ambienti di punta del fascismo […] con l’intenzione di lanciare a Berlino una sfida per l’egemonia ispirata alla pretesa di compensare su piano culturale il netto scarto […] in termini economici e militari”, riassume Focardi.

La stessa distinzione era del resto ribadita anche dagli ambienti alleati. Ad esempio, il giornalista statunitense Herbert Matthews, nel suo libro I frutti del fascismo scriveva: «L’italiano è un essere umano prima di essere un fascista o anche un italiano. Il tedesco è una macchina. L’italiano si impunta quando si trova di fronte ad una situazione che apporterà morte o sevizie a donne, bambini, vecchi, o a chicchessia. Il tedesco esegue gli ordini con fredda brutalità meccanica. È questa una delle cose che vogliamo dire quando chiamiamo gli italiani civilizzati».

Comune fu inoltre la tendenza “ad attribuire esclusivamente ai «fascisti» la responsabilità dei crimini commessi da parte italiana. […] I crimini «fascisti», inoltre, erano sovente giudicati come frutto di mera «imitazione» di quelli commessi dai tedeschi.” In questo c’era però una rilevante differenza: “i settori dell’opinione pubblica moderata e conservatrice, che si riconoscevano nei paradigmi interpretativi proposti dalla memorialistica prodotta dai vertici militari, intesero […] accusare come «fascisti» o i gerarchi di Mussolini responsabili dell’amministrazione dei territori occupati o gli scalmanati reparti di camicie nere coi loro giovani fanatici e indisciplinati; mentre la sinistra antifascista, con quel termine, non esitò a porre sotto accusa i comandi delle forze armate, che avevano diretto la guerra imperialista e organizzato sanguinose operazioni repressive, spesso sfociate in eccidi di civili”, nota Focardi.

Nonostante ciò, però, restò unanime e vigorosa la difesa del soldato italiano, motivata da ragioni politiche stringenti, “come ‘carta’ da giocare nei negoziati per il trattato di pace contro le richieste avanzate dagli Stati invasi dall’Italia fascista (Albania, Francia, Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica), che volevano imporre al paese decurtazioni territoriali, il pagamento di ingenti riparazioni e la consegna dei criminali di guerra. Il nodo fondamentale era rappresentato ancora una volta dall’esigenza di separare […] le responsabilità italiane da quelle dell’ex alleato tedesco, sul quale veniva scaricata la colpa pressoché esclusiva per lo scatenamento e la brutale conduzione della guerra dell’Asse”.

Mario Luciolli, autore di Mussolini e l’Europa, scriveva che «a nessun militare, di nessun grado, sarebbe venuto in mente di organizzare scientificamente la spogliazione delle popolazioni civili, né di organizzarne il maltrattamento» e notava, come riassume Focardi, che “di fronte alle nefandezze compiute sotto i suoi occhi dalle truppe di Hitler, il soldato italiano aveva sempre reagito con sdegno e fatto quanto in suo potere per opporvisi o per mitigarne le conseguenze, talvolta mettendo a rischio la sua stessa vita. Era intervenuto per difendere uomini, donne e bambini ebrei dal massacro. Si era comportato con umanità coi prigionieri e aveva cercato di aiutare gli sventurati che avevano avuto in sorte di cadere in mano tedesca. Ovunque aveva soccorso la popolazione civile cercando di fornire cibo, vestiario, assistenza sanitaria; spesso condividendo quel poco che aveva”. Ad esempio, durante la carestia in Grecia, scrive Luciolli, «il soldato italiano, con quel senso di solidarietà umana che è proprio dei popoli poveri, divideva la sua pagnotta con l’affamato cittadino greco», comportamento che “aveva avuto un corrispettivo in quello delle autorità civili, che avevano fatto di tutto per fronteggiare la spaventosa carestia dell’inverno 1941-1942, mentre da parte tedesca non era stato fornito nessun aiuto”.  Luciolli ammette che la sua raffigurazione idealizzata e distorta è dettata da esigenze politiche quando scrive: «Chiunque sia per scrivere in avvenire la storia dell’occupazione italiane non potrà disconoscere, se sarà animato da spirito di imparzialità, che il delitto commesso dal governo fascista aggredendo la Grecia fu almeno in parte riscattato dall’opera che i funzionari e i soldati italiani svolsero per alleviare le sofferenze della disgraziata popolazione».

In realtà la storiografia ha documentato le responsabilità di tutte le forze di occupazione in Grecia – italiani, tedeschi e bulgari – nel determinare il collasso economico del paese (aggravato anche dall’embargo commerciale britannico) e la terribile carestia dell’inverno 1941-1942. Da parte italiana era stato operato un intenso sfruttamento economico del paese attraverso requisizioni a tappeto di generi alimentari. Inoltre, l’Italia contribuì al dissesto finanziario sottoponendo la Grecia al pagamento delle spese di occupazione, scelta che innescò e alimentò un forte processo inflattivo. È comunque da sottolineare che le autorità germaniche, già nelle prime settimane successive all’armistizio greco, aveva fatto man bassa delle materie prime e delle risorse industriali del paese. Le spese di occupazione tedesche risultarono pari circa al doppio di quelle italiane”, puntualizza Focardi in una nota.

Il trattato di pace del 1947, le questioni territoriali e la narrazione della Resistenza

Nella puntata precedente di questa serie abbiamo affrontato le questioni internazionali dell’Italia post-fascista e il dibattito sull’eredità del fascismo, sulla base del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano dello storico Filippo Focardi. Riprendiamo qui l’argomento.

Sul piano diplomatico, lo strumento più importante per sorreggere la posizione italiana fu il dossier di 280 pagine preparato dal […] ministero degli Esteri su Il contributo italiano alla guerra contro la Germania, che venne inviato il 25 aprile 1946 […] ai ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze in occasione dell’apertura della prima sessione della conferenza di pace a Parigi.”, spiega Focardi, “Si trattava di un dettagliato resoconto che attestava, col corredo di molte tabelle non prive di alcune esagerazioni, il «tributo di sangue» pagato dal paese per la causa alleata: i morti, feriti e dispersi delle forze regolari dell’esercito, della marina e dell’aeronautica «cobelligeranti» figuravano accanto alle perdite subite dalle brigate partigiane, i civili massacrati nelle stragi nazifasciste insieme ai militari uccisi a Cefalonia o periti nei campi di internamento tedeschi, le vittime della deportazione politica accanto a quelle della deportazione razziale. Era insomma il ritratto, affidato alle stime ufficiali, di quell’Italia martire del regime mussoliniano e dell’occupazione tedesca nonché valorosa protagonista della lotta contro il nazifascismo. […] Un ritratto divulgato in quei mesi in Europa anche attraverso mostre itineranti dedicate alla Resistenza italiana, […] la più importante delle quali fu esposta a Parigi nel giugno 1946, in concomitanza con la fase più delicata dei negoziati, col proposito di influenzare le opinioni pubbliche e le diplomazie straniere”.

È significativo che l’impostazione della politica italiana non mutasse neanche dopo la divulgazione, all’inizio di luglio, della bozza del trattato di pace (draft) elaborata a Parigi, che conteneva condizioni di pace assai più dure di quanto si fosse aspettata l’opinione pubblica, la quale reagì manifestando delusione e rabbia contro il «diktat». Per migliorare le clausole, il governo e la stampa continuarono infatti a puntare sul consueto argomento di fondo della netta distinzione da tracciare fra regime fascista e popolo italiano e sull’enfatizzazione del contributo prestato alla lotta antigermanica.”. A Parigi, il 10 agosto 1946, durante il “consesso internazionale delle nazioni minori vincitrici della guerra”, la conferenza dei Ventuno, Alcide de Gasperi “perorò una «pace duratura e ricostruttiva» che rendesse giustizia all’Italia cobelligerante e partigiana per i tanti sacrifici compiuti a fianco delle Nazioni Unite”.

Seguendo le considerazioni presenti nel draft, de Gasperi argomentava che «il rivolgimento [del 25 luglio 1943] non sarebbe stato così profondo se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del Nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista […] che spinsero al colpo di Stato» e “avanzava quindi la richiesta di modifica o di rinvio delle clausole più pesanti del trattato, a cominciare dalla sistemazione territoriale del confine orientale, che aveva privato l’Italia dell’Istria e messo a repentaglio la sorte di Trieste, sottoposta a controllo internazionale” e da quella che “negava all’Italia il diritto di ricevere indennizzi dalla Germania per i danni causati dell’occupazione tedesca dopo l’8 settembre”, che fu aspramente contestata in quanto disconosceva “quanto fatto dal paese nella lotta contro l’occupante nazista e i costi umani e materiali che questo aveva comportato”, come scrive Focardi.

Alla fine, “le istanze italiane non vennero accolte dai vincitori e la conferenza di New York chiamò l’Italia a firmare, il 10 febbraio 1947, le condizioni fissate nel draft senza alcuna importante modifica. Giudicata come Stato nemico responsabile di una guerra di aggressione, l‘Italia subiva una limitata rettifica di frontiera a vantaggio della Francia […] era costretta a cedere l’Istria alla Jugoslavia, vedeva […] Trieste affidata al controllo internazionale […], subiva l’imposizione del pagamento di consistenti riparazioni di guerra, forti limiti alle proprie forze armate (dolorosa soprattutto la cessione della flotta, che aveva cooperato intensamente con gli Alleati), la rinuncia infine alla sovranità su tutti i possedimenti coloniali. Confermata risultò pure la clausola che impediva all’Italia di rivalersi sulla Germania […]. L’unico risultato positivo poteva considerarsi il mantenimento della frontiera al Brennero grazie agli accordi de Gasperi-Gruber, siglati nel settembre dell’anno precedente”, riassume Focardi.

Le condizioni di pace apparvero oltremodo dure e ingiustamente punitive alla maggioranza degli italiani, che avevano coltivato […] aspettative fin troppo elevate, o perché fiduciosi nei principi della Carta Atlantica o perché convinti della possibilità che l’Italia potesse mantenere un peso negoziale e continuare a svolgere una politica di potenza. Profonda fu la delusione delle forze politiche antifasciste, che avevano collaborato e combattuto a fianco degli Alleati credendo nella causa comune della democrazia e prestando ascolto in buona fede alle promesse diffuse dalla loro propaganda”. Così nell’opinione pubblica si diffuse “un flusso di risentimenti e di contestazioni” che prese la forma di scioperi, messe e cortei e toccò anche i politici, culminando nel rifiuto di Benedetto Croce di votare all’Assemblea Costituente la ratifica del trattato di pace e nell’accusa di Guglielmo Giannini alla classe dirigente ciellenista, colpevole del “fallimento diplomatico per «voluttà di martirio» e «mentalità di colpa»”.

Si era ormai entrati nel clima della guerra fredda e nella sua logica di contrapposizione fra i blocchi. Socialisti e comunisti, che de Gasperi in maggio aveva estromesso dal governo, non votarono la ratifica, scegliendo gli uni di non partecipare al voto e gli altri di astenersi come segnale di opposizione a una politica estera ormai orientata verso le potenze occidentali. Poco prima, però, il Partito comunista aveva fatto mancare in segreto alcuni dei suoi voti alla proposta avanzata da Orlando per ottenere un rinvio della discussione sul trattato”, che secondo Togliatti avrebbe rischiato di “ridare fiato a quelle forze della destra revanscista che non avevano mai smesso di accanirsi contro l’antifascismo e i Comitati di liberazione nazionale, e alle quali nel 1946 si era aggiunto il Movimento sociale italiano, il partito dei nostalgici neofascisti. La mozione non era passata per soli ventotto voti, risultando probabilmente determinante il ‘sabotaggio’ dietro le quinte operato da parte comunista”. Togliatti aveva dichiarato che le condizioni del trattato sarebbero state molto più pesanti senza tutti i contributi del popolo italiano alla caduta del fascismo e alla causa degli Alleati, di cui molto si è detto, senza i quali «forse noi ci troveremmo oggi ancora nelle condizioni in cui si trova il popolo tedesco, che ignora quale sarà il proprio destino, non sa ancora se riuscirà a ricostruire l’unità della propria Nazione e a ricostruire il proprio Stato nazionale unito e indipendente».

Queste ragioni di politica estera avevano portato a delineare “una visione epica e corale della Resistenza, intesa come guerra di liberazione e «secondo Risorgimento», frutto di uno sforzo collettivo che aveva coinvolto civili e militari, uomini e donne di ogni età e di ogni fede politica e religiosa, unendo il paese da Nord a Sud […]”, spiega Focardi, citando la definizione data da Luigi Longo, uno dei comandanti della Resistenza, di «un popolo alla macchia». “Esaltando l’unanimismo patriottico della Resistenza, se ne oscurava il carattere di guerra civile e scontro di classe. Venivano inoltre messe in ombra le marcate differenze politiche esistite fra le varie componenti del movimento antifascista; le diatribe […] fra formazioni partigiane di diversa affiliazione; il carattere non sempre amichevole dei rapporti fra i «patrioti» delle bande e gli abitanti delle zone in cui esse operavano. Anche l’idea di un coinvolgimento di tutto il territorio nazionale […] ometteva di fare i conti con differenze molto forti, a partire da quella intercorsa fra le regioni dell’Italia meridionale, solo in parte interessate dal fenomeno, e le regioni centrosettentrionali, protagoniste della lotta contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti. Infine, l’insistenza sulla leale e operosa collaborazione con le armate alleate nella lotta contro il «comune nemico» tedesco offuscava il fatto che i «liberatori» avessero trattato l’Italia come un paese vinto. L’esaltazione della «cobelligeranza» copriva, così, senza curarle, le ‘cicatrici’ profonde provocate dai bombardamenti a tappeto […] che avevano colpito duramente le città italiane provocando decine di migliaia di vittime civili, nonché il ricordo traumatico delle numerosissime violenze sessuali perpetrate contro uomini e donne indifesi dalle truppe coloniali francesi dopo il crollo della linea Gustav, ma anche i molteplici stupri commessi nel paese da soldati statunitensi, canadesi, indiani, inglesi [e] tutta una serie di atti – fra cui omicidi, aggressioni, rapine, ma anche migliaia di incidenti stradali – non di rado provocati da arroganza e ostilità nei confronti del popolo italiano sconfitto”.

La raffigurazione della Resistenza come «vera guerra» del popolo italiano era stata certamente ispirata dai sentimenti genuini di coloro che l’avevano animata, ma aveva anche rappresentato una carta politico-diplomatica […] per chiedere agli Alleati il soddisfacimento [della] «solenne promessa di Quebec»”, riassume Focardi, ricordando che l’istituzione della festa nazionale del 25 aprile, voluta da Giorgio Amendola del PCI, era stata fatta “non solo sulla base dell’esigenza morale […] di rendere testimonianza e «giustizia» ai martiri della Resistenza, ma anche […] sulla base di «criteri di opportunità specialmente nei confronti degli alleati ai quali verrebbe ricordato, specie in questo particolare momento in cui si sta stendendo il trattato di pace con l’Italia, il nostro contributo alla guerra condotta dalle Nazioni Unite»”, come scrive lo stesso Amendola.

 

La negazione del consenso al fascismo e le sue ragioni politiche

Innanzitutto, felice Festa della Repubblica Italiana! In questa serie di post in effetti la nascita della Repubblica e il contesto in cui avvenne sono un tema di sottofondo alla serie di post che raccontano La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, come da sottotitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (per chi fosse appena arrivato, la puntata precedente è qui).

Qui vediamo le ragioni per cui la classe dirigente antifascista portò avanti la narrazione dell’estraneità-avversione degli italiani al regime fascista e alle imprese da esso portate avanti, culminanti nella guerra a fianco della Germania.

Come abbiamo visto, “le forze antifasciste furono concordi nel distinguere innanzitutto le responsabilità del popolo italiano da quelle del regime. L’argomento, nevralgico, corrispondeva in primo luogo a un comune sentire, a una autocoscienza diffusa all’interno delle élites dirigenti antifasciste segnate dall’esperienza condivisa di una lunga opposizione al regime pagata col confino, col carcere, con l’esilio, con la perdita dolorosa di amici e di compagni di lotta”, sottolinea Focardi, oltre che dall’esigenza di recidere ogni legame con il passato per mobilitarsi in una guerra al fianco degli Alleati per salvaguardare il futuro dell’Italia sul piano della politica internazionale.

“Da questo punto di vista, il messaggio aveva come principali destinatari proprio i vincitori e divenne tanto più imperativo quanto più, col trascorrere del tempo, Stati Uniti e Gran Bretagna dimostrarono scarsa volontà di ottemperare alle generiche promesse fatte dalla loro propaganda […] a proposito di un veloce inserimento dell’Italia, con uguali diritti, all’interno del blocco delle nazioni schierate contro la Germania nazista”, riassume Focardi.

Il “riconoscimento di un rapporto di vera e propria alleanza con le Nazioni Unite” non giunse mai, “ottenendo l’Italia solo la concessione di alcuni pur preziosi aiuti economici e un modesto miglioramento delle condizioni di armistizio, che incluse la possibilità di ristabilire normali relazioni diplomatiche con Londra e Washington e di tessere rapporti politici ed economici sul piano internazionale con un certo grado di autonomia dalle autorità alleate”, nelle parole di Focardi.
Abbiamo già detto delle divergenze fra le forze politiche antifasciste, accantonate ma non annullate dall’“esigenza di provvedere al destino della nazione sconfitta”, e dell’accordo su due punti fondamentali: “la negazione dell’esistenza di un consenso popolare al regime e l’affermazione di una perfetta linea di continuità – e dunque di un rapporto di filiazione – fra la resistenza opposta al fascismo nel ventennio e la battaglia finale contro di esso ingaggiata dopo l’8 settembre. Come scrisse a questo proposito il leader socialista Pietro Nenni, la guerra di liberazione del popolo italiano rappresentava «la continuazione, con le armi alla mano, della lotta che l’avanguardia del popolo ha condotto per venti anni contro il fascismo». Entrambi i postulati rispondevano a esigenze politiche stringenti e giustificate nel contesto di allora, imperniate sulla ricerca di autolegittimazione dei partiti antifascisti e sulla tutela internazionale del paese”.

Tuttavia la realtà era decisamente diversa da questa narrazione: “il regime a vocazione totalitaria era stato capace di attivare nel tempo meccanismi di mobilitazione del consenso e forme di adesione all’interno della società italiana, combinando abilmente l’impiego della repressione contro gli oppositori, gli strumenti di una moderna propaganda, la creazione di una liturgia politica di massa e la possibilità di allocare beni sociali, dalle pensioni ai posti di lavoro, sulla base di criteri di fedeltà politica (welfare dictatorship). A sua volta, il rapporto fra antifascismo e Resistenza presentava sì importanti elementi di continuità, politica ideale e morale, ma anche fattori non trascurabili di discontinuità, a partire dallo iato generazionale fra la vecchia classe dirigente antifascista […] e i giovani affluiti nelle bande partigiane dopo l’armistizio, fra cui molti soldati sbandati o renitenti alla leva di Salò, magari già da tempo disillusi e stufi del regime ma lontani inizialmente da ogni alfabetizzazione politica in senso antifascista”.

C’erano, come detto, motivi pressanti e fondati per sostenere questa narrazione discordante dai fatti, che i dirigenti antifascisti sapevano essere tale. “L’argomento della distinzione necessaria da operare fra popolo e regime […] fu infatti impiegato costantemente da parte antifascista […] per cercare di sollevare il paese da una condizione di sudditanza politica che minacciava di trasformarsi in una futura punizione, avvertita […] come moralmente ingiusta e intollerabile, non ultimo perché tale punizione avrebbe potuto avere pericolose ripercussioni sulla stessa legittimazione delle forze politiche antifasciste alla guida della nazione”, spiega Focardi, che ricorda l’intervento di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, su Foreign Affairs “per mettere in guardia Washington e Londra sul rischio che un futuro trattamento draconiano dell’Italia potesse avere l’effetto di alimentare revanscismi e nostalgie fasciste, come era accaduto in Italia e in Germania dopo la prima guerra mondiale”.

Si trattava di una preoccupazione diffusa fra i dirigenti antifascisti, che Focardi chiama «complesso di Weimar». “A fomentare le paure dei partiti antifascisti sulle ripercussioni politiche di un’eventuale pace punitiva era del resto la stessa esperienza italiana della «vittoria mutilata», mito che aveva ampiamente contribuito alla mobilitazione e al successo originario del fascismo, capace di intercettare e sobillare i sentimenti di larghe schiere di reduci. Il pericolo non era da sottovalutare”, aggiunge Focardi. Un trattamento punitivo avrebbe inoltre rafforzato le accuse di tradimento della Repubblica di Salò, “per quanto storicamente infondate, minando la posizione dell’antifascismo”, che poteva contrastare questo pericolo solo facendo “ogni sforzo per convincere i vincitori del diritto del popolo italiano a una pace equa, che tenesse conto della sua avversità al fascismo e dei meriti acquisiti dopo l’8 settembre con la guerra antitedesca”.

Diverso, in parte, il punto di vista del PCI di Palmiro Togliatti, che “rivendicò fin dall’estate del 1944 l‘esigenza di «guardare in faccia la realtà» e di non farsi «illusioni» sulla «sconfitta totale» patita dal paese e sulla conseguente necessità di pagare un prezzo per la «brigantesca» guerra di aggressione scatenata dal fascismo”, nella convinzione che “il problema dello statuto internazionale dell’Italia andava affrontato conquistando la fiducia del mondo democratico attraverso l’impegno nello sforzo bellico e […] l‘eliminazione di ogni traccia di fascismo in tutti i campi della vita nazionale, «distruggendo tutto quello che a questo scopo deve essere distrutto, rinnovando tutto quello che deve essere rinnovato»”.

In questo i comunisti si distinguevano dai socialisti, il cui leader Pietro Nenni, rivolgendosi agli Alleati, aveva definito il popolo italiano «la prima vittima del fascismo e del nazismo» e li aveva invitati a dare fiducia agli italiani e a consentire “al paese un’effettiva collaborazione sia sul piano bellico sia su quello della costruzione della futura pace europea”, fiducia che secondo Nenni era meritata in quanto l’«avanguardia antifascista» “aveva prodotto ogni sforzo durante il ventennio per abbattere la dittatura. Se non era riuscita nel suo intento, ciò era dovuto alla «forza dell’apparato terroristico interno del fascismo» e alle «vaste e utili complicità politiche, finanziarie e morali» che il regime aveva trovato all’estero.”, spiega Focardi.

Abbiamo già visto anche gli sforzi di Benedetto Croce e Carlo Sforza sullo stesso fronte. In particolare, Focardi riassume la visione di Sforza sulla politica estera: “Sforza auspicò una politica attiva dell’Italia in chiave europeistica fondata sull’unione con la Francia e l’amicizia con la Jugoslavia, proponendo in questa cornice la salvaguardia dell’italianità di Trieste e la destinazione di Fiume a sede di una «futura superlega delle Nazioni». All’idealismo europeistico si sposava pertanto la difesa degli interessi nazionali, come rivelava anche la rivendicazione della sovranità italiana sulle colonie, a meno che esse […] non fossero fuse in un grande consorzio internazionale, alla cui gestione l’Italia democratica avrebbe comunque dovuto partecipare”.

Per Croce la pervasiva ostilità popolare al fascismo e il tenace rifiuto della guerra dell’Asse costituivano una fulgida base morale che, unita all’impegno antigermanico messo in campo dopo l’8 settembre, attribuiva all’Italia il diritto di chiedere ai vincitori la «profonda revisione», se non l’«abolizione», delle clausole dell’armistizio per consentire al paese la «partecipazione ai consigli del nuovo assetto dell’Europa»”, ricordando agli Alleati “le promesse fatte dai «propagandisti della radio inglese» che avevano esortato il popolo italiano alla lotta, rassicurandolo sull’intangibilità dei confini nazionali e sul rispetto delle terre coloniali «redente alla civiltà» dal lavoro italiano”. Croce, ricorda Focardi, sosteneva che “Mussolini aveva costruito la sua dittatura su un suolo privo di fondamenta”, paragonandola all’«invasione degli Hyksos», il popolo sconosciuto che avrebbe invaso l’antico Egitto per poi scomparire senza lasciare tracce nella Storia, dopo la quale la nazione era ormai «vaccinata contro il ritorno dell’infezione». Nel 1944 Croce aveva dichiarato inoltre che «L’Italia, vinta formalmente secondo il giure di guerra e di pace, non si sente vinta, non si adatta a essere considerata tra i popoli vinti, ma afferma il suo diritto di stare tra i vincitori».

Anche la cultura antifascista cattolica ribadì gli stessi concetti: «Gli Alleati sanno che i totalitarismi sono menzogne. Si tratta cioè di regimi nei quali non la totalità si afferma, bensì una cricca dominante, una minoranza armata che si impone alla maggioranza disarmata», dichiarava Guido Gonella, direttore del «Popolo». Mentre il liberale Mario Ferrara rincarava la dose: «Il popolo italiano non solo non ha accettato il fascismo ma ha vissuto venti anni in ribellione».

Una prova tangibile dell’avversione italiana al fascismo fu ravvisata nelle reazioni seguite nel paese alla caduta di Mussolini […] presentate, con evidente forzatura, come la prima libera espressione degli autentici sentimenti degli italiani conculcati per vent’anni dalla dittatura fascista”, scrive Focardi, che più oltre prosegue, “Ma fu soprattutto la vittoriosa insurrezione generale lanciata dal CLNAI il 25 aprile 1945 a essere presentata dalla classe dirigente antifascista quale tappa culminante della lunga e intensa lotta contro il regime iniziata dal popolo italiano fin dal 1922”. Secondo Alberto Cianca del Partito d’Azione, questi eventi testimoniavano che «questo popolo, non appena è stato in condizioni di farlo, ha dimostrato, nonostante tradimenti e defezioni, la sua volontà e la sua capacità di liberarsi, stretto dal vincolo di un’alleanza di sangue, se non ancora di trattati, con le Nazioni Unite».

Negli stessi giorni, tuttavia, l’Italia non fu ammessa alla partecipazione alla conferenza di San Francisco, atto di nascita dell’ONU, cosa che fu vissuta come un’ingiustizia da tutte le forze antifasciste, una negazione del valore degli sforzi dei partigiani e dei partiti antifascisti che li rappresentavano.

Un nuovo Risorgimento nella lotta contro i tedeschi

Nonostante le loro divergenze, (vedi post precedenti), le forze antifasciste e il Regno del Sud furono messi nella necessità di collaborare nello sforzo bellico contro i tedeschi, uno sforzo molto difficile sia per le scarse risorse a loro disposizione sia per lo stato di sfinimento e rifiuto della guerra della popolazione italiana. Il terzo capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi è dedicato appunto a questo tema, e la prima parte qui riassunta affronta l’uso del richiamo del Risorgimento come motivo propagandistico per spingere alla mobilitazione contro i tedeschi.

“Lo scontro fra la Repubblica sociale italiana, il Regno del Sud e l’antifascismo sulla questione del tradimento della patria”, ricorda Focardi, era “strettamente connesso all’esigenza fondamentale di mobilitare il paese in una nuova guerra dopo la débâcle dell’8 settembre. Il riscatto dalla sconfitta rappresentava un compito inderogabile sia per il governo fascista repubblicano, sia per il governo monarchico e i comitati di liberazione nazionale. Se la Repubblica sociale, l’«alleato-occupato» della Germania, ebbe sempre a subire severi limiti d’azione nelle sue ambizioni di partecipazione bellica a fianco dei «camerati» tedeschi, allo stesso modo, sull’altro fronte, anche il legittimo governo italiano presieduto da Vittorio Emanuele III e le forze antifasciste […] dovettero fronteggiare molti ostacoli nei loro sforzi per attuare un impegno militare contro l’invasore e il «traditore» interno che lo spalleggiava”.

Il Regno del Sud possedeva margini di autonomia molto esigui rispetto alle autorità militari angloamericane, cui il «lungo armistizio», firmato a Malta da Badoglio ed Eisenhower il 29 settembre 1943, assegnava pervasivi poteri di controllo in materia politica, economica e finanziaria, sottoponendo ogni atto amministrativo del governo regio al placet della Commissione di controllo alleata”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Enormi erano anche le difficoltà della mobilitazione militare. Difficoltà di ordine psicologico, per la stanchezza dei soldati e dei civili nei confronti della guerra, resa evidente dalle dimensioni del fenomeno dello sbandamento dei reparti dopo l’armistizio e successivamente dalla massiccia renitenza alla leva […]. A ciò si aggiungevano difficoltà materiali, dovute allo scadente equipaggiamento dei reparti militari rimasti a disposizione di Badoglio e all’atteggiamento degli Alleati, contrari a un consistente riarmo italiano: gli inglesi perché determinati a far pesare fino in fondo la loro vittoria su un avversario che non doveva risollevarsi, gli americani […] perché delusi dal remissivo comportamento italiano in occasione dell’8 settembre, in particolare per la mancata difesa di Roma tanto inattesa quanto catastrofica, e da allora scettici sulla capacità e la volontà di combattimento degli italiani. Di conseguenza gli Alleati, mentre impiegarono intensamente al loro fianco la marina da guerra italiana rifugiatasi a Malta, furono disposti a rifornire l’esercito del Regno del Sud solo di una quantità modesta di armamenti moderni, sufficienti a inquadrare appena poche migliaia di uomini, preferendo servirsi piuttosto su ampia scala dei militari italiani come «unità ausiliarie» nei servizi logistici di seconda linea e nella difesa costiera e contraerea”. Un Corpo Italiano di Liberazione (CIL) formato da 25.000 uomini e in seguito da sei gruppi di combattimento che comprendevano in tutto 50.000 uomini partecipò alla riconquista alleata dell’Italia a partire dal marzo 1944 fino alla primavera 1945, ciononostante.

“Va detto che difficoltà non minori si trovarono ad affrontare anche le forze antifasciste”, riprende Focardi, “Scarso era il loro insediamento territoriale dopo venti anni di dittatura. Ardui i contatti con le prime, sparute, bande partigiane costituite in gran parte da militari datisi alla macchia, privi quasi sempre di una precisa coscienza politica antifascista, cui si affiancavano nuclei di studenti e operai più politicizzati. Si stima la presenza di circa 1.500 «ribelli» attivi nel settembre 1943, almeno un terzo dei quali concentrati in Piemonte […]. All’inizio del 1944, si calcola comunque che la consistenza numerica delle forze partigiane combattenti non superasse le 15mila unità, divise fra l’altro fra bande cosiddette «autonome» o «badogliane», guidate da militari di fede monarchica impegnati in una guerra patriottica di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, e bande invece politicamente inquadrate, dove spiccavano quelle legate ai partiti della sinistra antifascista (comunisti, azionisti, socialisti) impegnate in una lotta diretta non solo a liberare il paese dai nazifascisti ma anche a edificare, per via rivoluzionaria, un nuovo ordine politico e sociale. Limitati per tutti erano i mezzi di propaganda, affidati a giornali e volantini pubblicati e diffusi nella clandestinità. Impervio il compito di spingere alla lotta antitedesca e antifascista un paese stremato dalla guerra. Scarsi infine i mezzi bellici a disposizione”.

In questa difficile situazione, “sia la monarchia sia le forze antifasciste attinsero a piene mani, come già fatto dalla propaganda alleata, al repertorio retorico e simbolico antigermanico proprio della tradizione del Risorgimento e della Grande Guerra, che costituiva un patrimonio ancora assai radicato e vitale nel paese”, osserva Focardi, che più oltre continua, “L’incitamento alla lotta contro il «Tedesco» quale «nemico storico» degli italiani fu dunque fin dall’inizio uno strumento propagandistico irrinunciabile, rivolto al contempo a denunciare il carattere «antinazionale» dell’alleanza italotedesca e a spronare gli italiani contro la Germania nazista e il fascismo repubblicano suo alleato”. Questo repertorio comprendeva l’associare alle trasmissioni di propaganda gli inni di Mameli e di Garibaldi, citazioni dai quali ornavano anche le pubblicazioni della stampa clandestina e il “riferimento alla Grande Guerra come «ultima guerra d’indipendenza», tramite efficace fra il Risorgimento e la nuova contesa antitedesca, apertasi contro gli invasori agli ordini di Kesselring”.

Sia Badoglio sia Vittorio Emanuele richiamarono più volte la natura arbitraria del patto stretto da Hitler e Mussolini in spregio alle tradizioni risorgimentali e perorarono la ripresa della politica di decennale amicizia con le grandi democrazie occidentali”, spiega Focardi. Lo storico ricorda la definizione data da Badoglio degli angloamericani come «nostri vecchi compagni del Piave e di Vittorio Veneto» e quella data dal re del tedesco come «inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà», e allo stesso modo Benedetto Croce, “uomo di sentimenti monarchici ma intransigente oppositore del re, di cui chiedeva l’abdicazione”, come ricorda Focardi, “sollecitò i connazionali a prendere le armi contro lo «straniero che calpesta e vitupera l’Italia» per battersi in una guerra «che proseguiva tenace lo spirito del Risorgimento»”, condannando il Patto d’Acciaio come un «patto di partito» stretto «nell’interesse di una fazione […] contro tutta la nostra tradizione nazionale, contro tutti I nostri interessi politici ed economici, contro la nostra stessa situazione geografica», Togliatti aveva invitato gli italiani alla «guerra sacra di liberazione» contro l’«odiato tedesco», nostro «nemico secolare», e Velio Spano aveva posto l’obiettivo del Partito comunista nel «combattere sotto la bandiera del Risorgimento i tedeschi e il fascismo».

Questi temi ebbero un grande successo, “come dimostrano i nomi di battaglia scelti da molte unità (ad esempio Mazzini, Bixio, Mameli, Manin, Fratelli Bandiera, Piave, Osoppo) o le testate di alcuni fogli clandestini (fra cui «La Giovine Italia», «Fratelli d’Italia», «L’Italia e il secondo Risorgimento»)”, nota Focardi, “Ancora più significativo risulta il fatto che una delle più importanti formazioni politiche della Resistenza – il Partito d’azione – avesse scelto un nome di evidente ascendenza risorgimentale, e che lo stesso valesse per le principali formazioni partigiane della Resistenza, le brigate Garibaldi, legate al Partito comunista”.

Ma Focardi sottolinea anche la “differenza evidente fra le tradizioni risorgimentali cui si richiamava il Regno del Sud rivendicando la «continuità delle istituzioni», nel solco dunque della soluzione liberale moderata e monarchica del processo di unità nazionale, e le tradizioni risorgimentali cui si richiamavano invece le forze dell’antifascismo cattolico, al cui interno forte era l’impronta neoguelfa, e soprattutto la sinistra antifascista di matrice azionista, repubblicana, socialista e comunista. Questa si rifaceva al Risorgimento mazziniano e garibaldino, d’ispirazione repubblicana, cioè al filone risorgimentale delle forze popolari democratiche risultato sconfitto nell’Ottocento, ma di cui si auspicava la riscossa”, differenze che corrispondevano alle diverse finalità politiche: “Mentre, infatti, per le forze monarchiche l’appello a un nuovo Risorgimento poteva essere considerato […] «una formula di comodo per incanalare il rischioso ribollire della società italiana nella patriottica guerra al tedesco» (la definizione è dello storico Claudio Pavone, ndr), nel richiamo delle sinistre a Garibaldi o al Partito d’azione vi era al contrario «implicito il programma di rimettere in discussione gli assetti postrisorgimentali, non solo quello fascista, ma anche quello liberale» (citazione sempre da Pavone) […] [per non] venire meno ai propositi della lotta ideologica contro il nemico di classe e gli assetti del potere costituito”.

Nonostante le divergenze sul suo significato fra monarchia e forze antifasciste, “il patrimonio storico risorgimentale costituiva una comune risorsa strategica anche nella lotta intrapresa contro il fascismo repubblicano”, osserva Focardi, risultando “funzionale non solo alla conduzione della guerra patriottica ma anche alla conduzione della guerra civile […]. La propaganda di Salò, infatti, faceva largamente appello al Risorgimento cercando di appropriarsi dei suoi eroi e dei suoi miti, come dimostrano l’invocazione dell’inno di Mameli e dell’inno di Garibaldi, il Mazzini effigiato sui francobolli, il tentativo della RSI di rappresentarsi come l’erede della Repubblica romana del 1849. In questo contesto, la monarchia valorizzava a sua volta il ruolo centrale svolto dai Savoia nel processo di unità nazionale come principale, se non esclusivo, strumento di rilegittimazione dopo il tracollo di credibilità provocato dalla sconfitta militare e dall’armistizio. Ma anche i partiti antifascisti facevano leva sul Risorgimento per rilegittimarsi politicamente, dopo essere stati per vent’anni stigmatizzati dal regime come forze antipatriottiche […]. L’appello alle tradizioni risorgimentali risultò dunque importante anche sul piano dello scontro interno con Mussolini nella competizione per rivendicare legittimità politica agli occhi degli italiani”.

E questa mobilitazione propagandistica ebbe effetti a lungo termine. “L’equiparazione della resistenza antigermanica alle lotte risorgimentali era destinata […] a diventare nel dopoguerra uno dei principali canoni interpretativi della Resistenza”, nota Focardi, “Ma ancor prima essa rappresentò il denominatore comune fra forze moderate e forze radicali all’interno del CLN, nonché la «copertura ideologica della politica unitaria» intrapresa dal governo Badoglio e dai partiti antifascisti dopo l’accordo stretto nell’aprile 1944 per combattere assieme l’occupante germanico”.

Le “amanti del nemico”: collaborazioniste e donne innamorate

Con questo post, che tratta del nono capitolo del saggio di Michela Ponzani Guerra alle Donne, siamo giunti alla terzultima puntata (qui la precedente) di questa serie. In questo capitolo Ponzani tratta delle donne che furono accusate, nei processi sommari che si tennero subito dopo la fine della guerra, di collaborazionismo, analizzando in primo luogo il clima in cui maturarono quei processi, volti a “estirpare dalla società italiana il «male» del fascismo”, compiuti nel nome di quell’etica della convinzione che aveva spinto i giovani antifascisti a prendere le armi contro il regime. “Le azioni di vendetta sono vissute […] come necessarie, quasi come se si trattasse di un lavacro nazionale da cui attingere una rinascita per un paese troppo a lungo martoriato dalla guerra”, scrive Ponzani, che parla anche di “espiazione collettiva“.
Al desiderio di vendetta contro i fascisti si intrecciano vendette personali e anche la ricerca di vantaggi personali, come vedremo. D’altronde, “Per giustificare un’accusa di «collaborazionismo», nei tormentati giorni della liberazione, basterà un semplice sospetto di amicizia o un comportamento eccessivamente libero con le truppe tedesche”, spiega Ponzani, che più oltre prosegue, “L’esplosione della collera popolare e i casi di giustizia sommaria hanno però a che fare soprattutto con la scarsa preparazione politica della base del partigianato. Non è un caso che […] sia proprio il comandante delle formazioni partigiane di Ravenna, Arrigo Boldrini, a richiamare l’attenzione sulla carenza di disciplina e su quello spirito di contestazione dell’autorità, che anima i giovani partigiani nel nome di una pratica politica ispirata a una più larga e spontanea partecipazione della base […] «Sono degli operai, sono dei contadini privi di istruzione, sono solamente armati di una grande volontà e coscienza»”, sono queste le parole del comandante Boldrini.

Ma ridurre questa fase di transizione ai soli linciaggi ad opera della folla sarebbe riduttivo. “Eppure, in assenza del diritto e di riferimenti giuridici precisi, l’uso della giustizia può e deve essere un elemento fortemente educativo tra le formazioni partigiane che affrontano il delicato passaggio della transizione postinsurrezionale. Anche se di breve durata, è proprio il funzionamento dei tribunali di divisione o di brigata, predisposti su ordine del Corpo volontari della libertà, nelle singole bande e formazioni partigiane, a permettere di gestire al meglio quei territori ove la presenza dei fascisti sbandati è ancora forte. Sebbene non sia sempre possibile applicare i decreti emessi dal Clnai né si riesca a controllare il numero delle sentenze di morte, specie là dove l’odio profondo contro il nemico fascista mostra di avere radici nelle violenze e nelle brutalità commesse dai repubblichini ai danni della popolazione civile, quegli organi dimostrano di essere gli unici strumenti in quel momento realmente per «bloccare indiscriminate e individuali azioni di giustizia privata»”.

“I frequenti episodi di violenza che insanguinano le regioni del Nord nella primavera-estate del 1945 hanno del resto una loro spiegazione logica nel fatto che molti ex fascisti sono tornati dall’Italia settentrionale: considerati elementi a dir poco indesiderati dalle comunità d’origine, il popolo viene chiamato a «chiudere i conti» alla sua maniera, attraverso vendette e «punizioni» esemplari, attuate con esecuzioni in piazza, fucilazioni e condanne a morte senza alcuna sentenza“. Nel solo periodo compreso fra l’8 e il 31 maggio 1945, in Piemonte, si verificano 3237 fra omicidi, furti, rapine e rapimenti di persona.

“Il fenomeno dell’epurazione ha comunque in sé una fortissima carica simbolica, che non può essere considerata nei soli termini giuridici di applicazione delle norme e dei codici o delle culture di guerra degli attori chiamati a «sanzionare» la condotta dei fascisti nel periodo postbellico; le pratiche punitive, giudiziari ed extragiudiziarie […] sono infatti il risultato di una commistione di diversi fattori, che solo in parte possono essere confinati nell’ambito del processo penale e della condanna legale.
Nel caso delle donne il giudizio per «collaborazionismo femminile» è un vero e proprio castigo di ordine morale prima ancora che giuridico, che consente di esplorare una vasta anatomia di atteggiamenti e personalità affatto riconducibili alle immagini stereotipate dell’«ausiliaria» e dell’«amante dei tedeschi». Dietro alla condanna delle «nemiche politiche», fortemente indirizzata contro quelle donne che hanno sovvertito i ruoli di genere, alle quali si attribuiscono caratteristiche non femminili e non umane, si nasconde il tentativo di rifondare la nazione attraverso la condanna simbolico-morale del fascismo, dal forte intento pedagogico. […] Condanne e assoluzioni hanno infatti il senso simbolico dell’esclusione o della reintegrazione nella comunità nazionale che non concede sconti alla definizione del canone di donna italiana. Il «tipo criminale di donna» che si definisce nei capi d’accusa fa delle collaborazioniste l’emblema di tutti i disvalori della nazione: esse sono donne di facili costumi che sanno adescare gli uomini con le loro abilità di seduttrici”.

I capi d’accusa “muovono da un giudizio morale relativo alla sfera sessuale della donna”: le collaborazioniste, vere o presunte, sono definite donne leggere, di dubbia moralità, senza scrupoli, amanti di lusso. Ma non ci si limita allo slut-shaming: “Il loro aspetto fisico perde i tratti della dolcezza femminile per assumere quelli della bestia, secondo il vecchio tabù che fatica a riconoscere alla donna la capacità e la volontà di uccidere e di fare del male”, spiega Ponzani, “le donne accusate di «collaborazionismo» vestono con indumenti non femminili, hanno portato la divisa da uomo e usato le armi, producendo un sovvertimento dello stereotipo di genere; per questo, al di là del reato contestato, esse sono capaci di«azioni in contrasto con le leggi del [loro] sesso» oppure «precipitate nel più triste pervertimento della loro stessa natura di donna commettendo atti che costituiscono non solo la colpa penale, ma l’ignominia e la vergogna della loro vita». La loro è una condotta deviata, non onorevole, fatta di gesti lascivi, sadici e «contro natura», con evidente allusione alla sodomia”. Il pregiudizio sessista sulla morale si sovrappone al giudizio strettamente giuridico influenzandolo, ed è impossibile quantificare il numero delle donne condannate ingiustamente per questo.

“Nella punizione delle donne fasciste agiscono dunque quelle che Jon Elster ha efficacemente definito «meta motivazioni» della giustizia di transizione, connotate da un intreccio irrisolvibile tra «ragione, emozioni e interessi»; sono questi fenomeni a regolare la punizione dopo il crollo di una dittatura e l’inizio del passaggio a nuovi regimi democratici. Ciò non significa, tuttavia, che nei processi d’epurazione siano coinvolte soltanto delle innocenti o che i capi d’imputazione non siano reali“, precisa Ponzani, “nel caso di Roma la Corte d’assise straordinaria si trova a giudicare un mondo fatto di piccoli truffatori, delinquenti divenuti delatori, spie al soldo dei tedeschi, collaboratori e confidenti delle questure che hanno realmente concorso alla cattura di soldati sbandati, renitenti alla leva, esponenti antifascisti e famiglie ebree perseguitate dalle leggi razziali. […] Le vicende delle «collaborazioniste» rivelano un mondo sordido, sotterraneo, fatto di ricatti incrociati, di vendette personali, di castighi morali: si accusa allora l’affittuaria di «collaborazionismo» perché si rivuole per sé un appartamento o perché lo si è abusivamente occupato e non lo si vuole restituire alla proprietaria; i mariti o gli ex amanti possono denunciare le mogli di «collaborazione col tedesco» nel tentativo di vendicarsi di un loro tradimento o dell’abbandono del tetto coniugale”.

Spesso le donne accusate di collaborazionismo sono punite con il linciaggio o la rapatura dei capelli in piazza, altrimenti «i loro capi venivano dipinti di rosso e così conciate venivano portate in giro per le vie della città», nelle parole di Giovanna P. Questi sfregi “hanno nell’eliminazione violenta del simbolo della femminilità un tratto distintivo del tipico rituale «maschile» di guerra; si tratta però anche di una forma di punizione esemplare, inflitta a quelle donne che hanno «tradito» la propria comunità nazionale di origine, divenendo le «amanti del tedesco» o collaborando con le truppe fasciste, che è anche parte di una società in cui la violenza e la brutalizzazione denotano quanto forte sia stata l’eredità del conflitto e della guerra civile”.

Ma oltre alle collaborazioniste vere e proprie, ci sono state anche donne italiane che si sono davvero innamorate e hanno avuto relazioni e figli dai soldati tedeschi. Le loro storie sono state a lungo occultate perché si sono privilegiate narrazioni volte a “descrivere l’odio che si prova verso il «tedesco occupante», funzionale a chiudere i conti col passato e a dimenticare di aver condotto una guerra comune con la Germania nazista. Il racconto delle relazioni amorose, dei rapporti d’amicizia, dei matrimoni «misti» fra tedeschi e donne italiane e dei figli che ne nacquero sono esperienze che […], permettono di fuoriuscire dal canone patriottico-risorgimentale della donna partigiana, dalla rappresentazione mitica e stereotipata dell’eroina/guerriera in lotta contro il nazismo, chiamata dall’iconografia monumentale della Resistenza a rappresentare simbolicamente la rinascita dell’Italia democratica e antifascista”.

C’è anche l’elemento del pudore a condizionare il silenzio su queste storie: l‘idea che, sfuggendo al controllo sociale, le ragazze intreccino relazioni spontanee con i giovani soldati tedeschi cozza contro l’idea di donna casta e pura molto radicata nella mentalità dell’epoca. “Ben al di là del cliché delle «collaborazioniste», di donne cioè che avevano relazioni sentimentali con militari tedeschi solo perché facenti parte dei reparti ausiliari della RSI o perché «spie dei nazisti», i racconti di guerra superano […] le narrazioni ufficiali fondate sul senso di rispettabilità e di decoro della donna italiana, modellate nella contrapposizione con il comportamento amichevole tenuto dalle «traditrici» della comunità nazionale“.

Ci sono anche relazioni che iniziano “per necessità di sostentamento economico e di riparazione a situazioni sociali di povertà o d’indigenza. In altre parole non sono pochi gli italiani che hanno sperato di sopravvivere alla miseria dando le proprie figlie in mogli a cittadini di un paese ritenuto più ricco, industrializzato e quindi socialmente e culturalmente evoluto qual era la Germania degli anni Trenta e Quaranta”, aggiunge Ponzani, che poi continua, “Dietro alla celebrazione di questi «matrimoni misti» si celava infatti il tentativo di porre rimedio a un senso di rispettabilità sociale compromesso, perché violato da relazioni considerate scandalose, in quanto intrattenute al di fuori del matrimonio“.

E ci sono poi disertori e disertrici, tedeschi e austriaci, che hanno prestato aiuto alla Resistenza “in termini militari e di intelligence”. Lo riconoscerà il ministero della Guerra della neonata Repubblica italiana, che permetterà a questi uomini di tornare in patria e di essere liberati dai campi di prigionia alleati, purché la loro collaborazione sia convalidata da tre testimoni. Michela Ponzani ricorda le storie di Jakob Maschein, che trattò la resa di Forte dei Ratti fra il Gap di Genova e i tedeschi, evitando spargimenti di sangue, di Alfred Heineke, che ha fornito ai partigiani genovesi documenti utili per sfuggire alle retate, e di Enrica Knapp, impiegata alle poste che ha distrutto le lettere dei delatori in cui venivano denunciati i partigiani.

FINE PRIMA PARTE – SEGUE

Stupri di guerra. La violenza sessuale nella strategia del terrore tedesca

Nel settimo capitolo, “Ricordare l’indicibile”, del suo saggio Guerra alle Donne (qui la puntata precedente, relativa al sesto capitolo), Michela Ponzani affronta il tema delle violenze sessuali commesse dagli eserciti sul territorio italiano. “A differenza delle violenze commesse dai fascisti nei luoghi di detenzione della RSI, gli stupri di massa perpetrati dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli della CLXII divisione Turkestan, aggregata ai reparti militari della Wehrmacht […] appartengono al contesto più generale della violenza diffusa scatenatasi in quei mesi nella «guerra ai civili» […] e rimandano all’insieme delle azioni terroristiche contro popolazioni inermi di cui fanno parte gli incendi di villaggi, gli arresti, le uccisioni di donne e persino di neonati”.

“Assistere alla violenza sessuale inflitta alla propria madre, sorella, amica o parente, specie se durante la prima infanzia, significa conservare in sé le radici di un fortissimo trauma impossibile da elaborare e pertanto destinato a celarsi nell’oblio; il vissuto del senso di colpa è infatti non solo schiacciante, ma destinato a divenire tanto più profondo quanto più a quella violenza si è rimaste a guardare impassibili o si è scampate per puro caso”, riflette Ponzani.

Gli stupri si inquadrano all’interno della «politica del terrore», “la tattica di terrorismo pianificato e preventivo utilizzata dalle forze militari occupanti tedesche tra il ’43 e il ’45 per punire «la popolazione civile e privare la resistenza armata dell’humus in cui svilupparsi e rafforzarsi». Le donne sopravvissute al conflitto […] non riescono però a estrapolare la matrice dei fatti di sangue dal mito pseudostorico del «cattivo tedesco» descritto come barbaro, sanguinario e insensibile. D’altra parte è proprio grazie a questo mito che le popolazioni riusciranno a sopravvivere al terribile ricordo di quei giorni e a trovare una motivazione, seppur labile, alla ferocia nazista, spiegata appunto come frutto di una bestialità primitiva”, spiega Ponzani, che chiarisce poi, “Se per le popolazioni locali tutto è riconducibile alla […] «malvagità del nemico», la strategia del terrore […] è in realtà ispirata dal timore che possa nascere un possibile legame tra le formazioni partigiane e i civili e si orienta a contenere il pericolo eliminando alla radice le condizioni che lo rendono tale. Tuttavia le continue vessazioni, i furti, gli omicidi, i rastrellamenti, le violenze sessuali ripetute che vanno funestando la zona in quei mesi sono atti che non possono essere letti dalle vittime come logici e razionali elementi della cultura di guerra del nemico“.

Eppure lo sono: “è la guerra condotta «casa per casa», il diffondersi della paura da usare con strategica precisione affinché i civili restino intrappolati in una dimensione totale della violenza e non siano più in grado di garantire quelle condizioni che rendono possibile l’operatività delle brigate partigiane. […] Visto che non si riescono a stanare i «ribelli» dai loro nascondigli, si preferisce adottare la tattica meno dispendiosa e più efficace per garantirsi il controllo del territorio. È una strategia […] in cui si distinguono tanto le truppe tedesche d’occupazione quanto i reparti armati fascisti della Repubblica sociale, resa possibile da una serie di norme emanate nella primavera-estate del ’44 che incitano le truppe dell’esercito a una brutalizzazione del conflitto, garantendo l’impunità per i responsabili dei crimini commessi”, spiega Ponzani.

Queste norme hanno un precedente “nell’Europa dell’Est dal 1942 nella lotta al bolscevismo: le «regole» che ne stabiliscono i piani operativi sono sintetizzate nelle disposizioni contenute nella […] «Merkblatt 69/1», una direttiva che ha previsto da tempo la legittimità dell’uccisione di civili che si ritiene (a torto o a ragione) siano utilizzati dai partigiani come informatori o semplicemente che sostengano la guerriglia, senza alcun accertamento della loro presunta colpevolezza“, ricorda Ponzani.

“Le violenze e gli stupri compiuti dai soldati tedeschi non sono solo il frutto di sadismo o di innata ferocia, [ma sono prodotto] della «radicalizzazione della politica repressiva decisa dagli apparati di potere nazisti in Italia», come un tragico ed estremo esempio di «operazioni di annientamento nelle zone di stanziamento partigiano». […] Una strategia che può anche accompagnarsi ad altre tipologie di violenza diffusa come rastrellamenti, uccisioni indiscriminate di singoli prigionieri o di partigiani, deportazioni di renitenti alla leva o di disertori, distruzione integrale dell’ambiente circostante con l’incendio di villaggi; fucilazioni indiscriminate, minacce, saccheggi, torture sui corpi dei prigionieri politici.  […] Il senso di questa operazione «contro gente indifesa» [è] da inquadrare nella tattica militare che mira a rendere inospitale un territorio pronto ad accogliere le bande di «ribelli».

Ma parlando specificamente dello stupro, Ponzani rileva dalle testimonianze delle sopravvissute che “chi ricorda lo stupro è destinato a riviverlo, a rivederne la dinamica, i luoghi, le voci, i suoni e a sentire sulle spalle il peso del vuoto, del silenzio, dell’abbandono di fronte alla violazione del sé. Lo stupro è un’esperienza che annienta e investe anche le tradizionali forme di solidarietà sociale intrafamigliare; e le memorie delle donne sono piene di immagini ricorrenti, come quelle di padri, mariti, fratelli resi impotenti di fronte al sopruso inflitto alle proprie donne, incapaci di riprendersi da una ferita non rimarginabile. Ciò che pesa sulle loro coscienze è infatti lo sfregio e l’umiliazione del corpus famigliare di origine, la violazione dell’onore e del pudore della donna, tratto essenziale per eccellenza con cui da secoli la civiltà occidentale ha stabilito l’integrità della comunità d’appartenenza“.

“Se non proprio giustificato dalle «esigenze» dei soldati in guerra, l’abuso inflitto alle donne viene in qualche modo sminuito da tutta una serie di preconcetti, come quello che imputerebbe alla vittima una sorta di complicità e anche di responsabilità se lo stupro avviene a opera di un solo aggressore, se confessato dopo molti anni (a causa della necessità di un difficile e sofferto processo di elaborazione della violenza, specie nei casi di bambine) o se la vittima è considerata di «dubbia moralità»”, spiega Ponzani, “Nelle loro testimonianze le donne denunciano di non aver avuto un’adeguata considerazione rispetto a ciò che stava loro accadendo, di essere state addirittura schernite per i tentativi di violenza a opera delle truppe occupanti. Ci sono casi poi in cui le donne sono costrette a sottomettersi al proprio destino e a subire l’abuso dietro invito al sacrificio di sé, tipico della rassegnazione cristiana, al fine di salvare i componenti della propria famiglia”. La cosa triste è che il victim blaming sia rimasto inalterato dagli anni ’40 ad oggi.

“A sopravvivere dalle selezioni della memoria e a riemergere costantemente […] è questo profondo smarrimento per una violenza che si continua a percepire come insensata, fatta di gesti spietati, crudeli che colpisce con assoluta discrezionalità. […] A ogni modo sono proprio le memorie delle donne che hanno vissuto la guerra lungo il fronte tedesco a sconfessare il mito del comportamento onorevole dei militari della Wehrmacht, contrariamente al senso comune nazionale che avrebbe addossato la responsabilità degli stupri di massa ai soli soldati algerini e marocchini a seguito dell’esercito francese.”, conclude Ponzani. Delle violenze delle truppe coloniali avremo modo di parlare nella prossima puntata.