Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 9)

Bentornati alla nuova puntata della serie di post in cui analizziamo l’opera di Bourdieu Il dominio maschile, cercando di mantenere tutta la complessità analitica dell’originale, senza banalizzarla, ma anche di spiegarla e di connettere il discorso teorico del sociologo francese a dei processi e dei fenomeni concreti. Un’operazione per sua natura lunga: questo non è un riassunto e, al contrario, in alcuni casi mi trovo ad ampliare dei punti. E Bourdieu è un autore che tende a mettere molta carne al fuoco. Nella puntata precedente, l’ottava, abbiamo seguito la definizione che Bourdieu dà del funzionamento del dominio simbolico, che agisce attraverso schemi di pensiero, ma anche attraverso “blocchi” a livello direttamente emotivo che non sono aggirabili con un puro sforzo di volontà e che, per il suo potere pervasivo, continua a sussistere anche laddove non ci sono più i vincoli socio-economici che lo avevano prodotto. Abbiamo visto come un esempio di questo nel concreto è la segregazione orizzontale delle occupazioni, perché le donne interiorizzano l’idea che ci siano percorsi di studio e carriere più adatti alle “predisposizioni femminili” e altri invece che sono “troppo difficili” sulla base di rappresentazioni stereotipate delle capacità e delle attitudini di uomini e donne.

Oggi, invece, ritorniamo al concetto di dominio, perché Bourdieu intende dare dei chiarimenti alla sua definizione: “Ricordare le tracce che il dominio imprime durevolmente ne corpi e gli effetti che esso esercita attraverso tali tracce, non significa farsi sostenitori di quel modo particolarmente insidioso di ratificare il dominio, che consiste nell’assegnare alle donne la responsabilità della loro stessa oppressione, insinuando […] che esse scelgono di adottare pratiche di sottomissione […] o addirittura che amano l’esser dominate, che “godono” del trattamento loro inflitto, per una sorta di masochismo insito nella loro natura”. Ho letto (dalla segnalazione di una persona che sono onorata che mi segua) persone sostenere che le donne hanno sorretto il patriarcato perché ne traggono vantaggio, nello specifico perché gli uomini svolgono i compiti che implicano responsabilità e anche pericoli, mentre loro possono stare al sicuro nelle case ad occuparsi dei bambini. Non credo di avere bisogno di spiegare perché questo è ridicolo: la responsabilità è il contraltare della libertà, ed essere private della prima significa essere private della seconda. Inoltre, se stare nelle case a occuparsi dei bambini è così bello, perché non l’hanno storicamente fatto gli uomini?
Comunque, ho aperto questa parentesi per dire che Bourdieu non sta rispondendo a obiezioni assurde: cioè, sono assurde, ma non inverosimili. Bourdieu prosegue: “le disposizioni ‘sottomesse’, in nome delle quali si ha buon gioco ad ‘accusare la vittima’, sono il prodotto delle strutture oggettive e […] tali strutture devono la loro efficacia solo alle disposizioni che innescano e che contribuiscono alla loro riproduzione. Il potere simbolico non può esercitarsi senza il contributo di coloro che lo subiscono e che lo subiscono soltanto perché lo costruiscono come tale. Ma […] occorre prendere atto e render conto della costruzione sociale delle strutture cognitive che organizzano gli atti di costruzione del mondo e dei suoi poteri“.
Questa ultima frase (il corsivo è mio) è cruciale. Il modo in cui pensiamo è una costruzione sociale che riflette uno specifico ordine sociale e culturale e, inoltre, “questa costruzione pratica [è] l’effetto di un potere, inscritto durevolmente nel corpo dei dominati sotto forma di schemi di percezione e di disposizioni […] che rendono sensibili a certe manifestazioni simboliche del potere”. Per dirla in modo più semplice: il potere simbolico ha forza se noi siamo stati socializzati a dare valore ai simboli che esso esibisce e quindi a conoscere quei simboli e a riconoscere che quei simboli sono portatori di potere. “Se è vero che, anche quando sembra fondato sulla forza […], il riconoscimento del dominio presuppone sempre un atto di conoscenza, ciò non significa affatto che si abbia ragione di descriverlo nel linguaggio della coscienza, in una prospettiva [che] porta ad attendersi l’affrancamento delle donne dall’effetto automatico della ‘presa di coscienza’, ignorando […] l’opacità e l’inerzia che risultano dall’inscrizione delle strutture sociali nel corpo”. In altre parole, non basta la consapevolezza collettiva per sconfiggere il patriarcato, così come non basta la consapevolezza individuale per sconfiggere la mentalità patriarcale dentro ciascuna/o di noi. Ci vuole un lavoro costante. Una frase che ho letto su Tumblr diceva che la prima reazione che abbiamo ci dice come siamo stati socializzati, mentre la seconda ci dice chi stiamo cercando di essere. Mi è capitato di vedere ragazze vestite in un modo in cui non mi vestirei mai e pensare che erano volgari o di cattivo gusto, e poi fermarmi a ricordare a me stessa che i giudizi di “volgarità” e di “cattivo gusto” non sono oggettivi ma sono il prodotto di una cultura che costruisce la femminilità come una riga sottile fra decoro e sensualità, una cultura riflessa in questi giudizi che spuntano alla mente perché siamo socializzati a giudicare, invece di non dare peso al modo in cui gli altri si vestono. Dico questo per ribadire che il “filtro bocca-cervello” è una cosa che va esercitata fermandosi a pensare a perché pensiamo certe cose quando ci balzano in testa, e perché diventare femminista non significa ripulire al cento per cento la mente da tutta la spazzatura di pregiudizi e stereotipi, significa solo prendere un impegno con me stessa per tenerli sotto controllo attraverso la razionalità.

Bourdieu apre una parentesi per riflettere sulle errate interpretazioni a cui porta il concetto di “coscienza” inteso in un’ottica marxista, in cui si ha una “falsa coscienza” prodotta dalle strutture di dominio contrapposta a una “reale coscienza” a cui giungerebbero i dominati dopo aver compreso la loro condizione di oppressione: “Jeanne Favret-Saada, pur avendo correttamente mostrato l’inadeguatezza della nozione di ‘consenso’ ottenuto attraverso ‘la persuasione e la seduzione’, non riesce a uscire veramente dall’alternativa fra costrizione e consenso inteso come ‘libera accettazione’ e ‘accordo esplicito’ perché resta prigioniera, come Marx, dal quale trae il lessico dell’alienazione, in una filosofia della ‘coscienza’ […]; non prendendo atto degli effetti durevoli che l’ordine maschile esercita sui corpi, Favret-Saada non può capire in modo adeguato la sottomissione […] che costituisce l’effetto specifico della violenza simbolica. […] il principio di visione dominante non è una semplice rappresentazione mentale, un fantasma […], un”ideologia’, ma un sistema di strutture durevolmente inscritte nelle cose e nei corpi. Nicole-Claude Mathieu è probabilmente la studiosa che ha meglio sviluppato, in un testo dal titolo Sulla coscienza dominata, la critica della nozione di consenso che ‘annulla quasi ogni responsabilità da parte dell’oppressore’ e ‘fa ricadere, una volta di più, la colpa sull’oppresso(a)”; ma, per non aver abbandonato il linguaggio della ‘coscienza’, Mathieu non spinge sino in fondo l’analisi delle limitazioni delle possibilità di pensiero e di azione che il dominio impone alle oppresse e dell”invasione della loro coscienza da parte del potere onnipresente degli uomini'”.

Quello che Bourdieu sta cercando di far emergere è che il fatto che gli oppressi agiscano all’interno di un sistema di oppressione e per questo stesso fatto contribuiscono a tenerlo in piedi non significa che essere diano un consenso inteso come piena e libera accettazione a quel sistema. Spesso l’ordine sociale e culturale appare come l’unico possibile, la costruzione di un’alternativa non solo appare impossibile, ma non rientra nella sfera del pensabile perché il dominio costruisce una lettura della realtà che esclude la possibilità di concepire altre realtà. È un po’ il mito della caverna in Platone: gli uomini che hanno sempre vissuto nell’oscurità non possono pensare la luce. Il consenso al dominio è un prodotto del dominio.

Bourdieu prosegue: “Poiché il fondamento della violenza simbolica risiede non in coscienze mistificate che sarebbe sufficiente illuminare, bensì in disposizioni adattate alle strutture di dominio di cui sono il prodotto, ci si può attendere una rottura del rapporto di complicità che le vittime del dominio simbolico stabiliscono con i dominanti solo da una trasformazione radicale delle condizioni sociali di produzione delle disposizioni che portano i dominati ad assumere sui dominanti e su se stessi il punto di vista dei dominanti. […] un rapporto di dominio che funziona solo attraverso la complicità delle disposizioni dipende largamente, per la sua perpetuazione o la sua trasformazione, dalla perpetuazione o dalla trasformazione delle strutture di cui queste disposizioni sono il prodotto (e in particolare dalla strutture di un mercato dei beni simbolici la cui legge fondamentale vuole che le donne vengano trattate come oggetti che circolano dal basso verso l’alto)”. In altre parole: l’emancipazione femminile non può essere solo un’emancipazione ‘intellettuale’, in cui le donne prendono coscienza dell’esistenza di un ordine patriarcale, ma deve andare di pari passo a un’emancipazione economica, in primo luogo, e politica che mini alle fondamenta la stabilità del patriarcato. Che è quello che è avvenuto nella società occidentale negli anni ’70: le donne, per ripensare le loro identità e liberarsi dal patriarcato dentro di sé e attorno a sé, hanno dovuto prima conquistare l’indipendenza economica attraverso lo studio e il lavoro, per poter costruire relazioni con gli uomini non schiacciate dalla mancanza di autosufficienza. L’autosufficienza economica è un presupposto, peraltro, per l’esercizio dei diritti, come ad esempio il divorzio. Se le donne non fossero entrate nel mercato del lavoro negli anni ’70, non sarebbero potute entrare nella sfera pubblica e le loro rivendicazioni non avrebbero avuto la forza di cambiare le leggi e, in parte, la cultura dell’Italia.

Nella prossima puntata, ci avvicineremo al ruolo che le donne – nella società cabila studiata da Bourdieu – rivestono nell’economia dei beni simbolici, da leggere alla luce di quanto esposto sopra.

Le lotte per l’emancipazione femminile all’alba della Repubblica italiana

E così siamo arrivati all’ultima puntata di questa lunga serie di post (qui la penultima puntata), e con essa all’ultimo capitolo di Guerra alle Donne, significativamente intitolato “Tra le macerie della civiltà”, che tratta dell’impegno politico delle donne all’alba della Repubblica italiana, un impegno vissuto come la naturale e doverosa prosecuzione della lotta politica della Resistenza, che come abbiamo visto era volta anche a costruire un nuovo ordine dove realizzare la parità fra i sessi. Per me parlare di questo è importantissimo, visto che ancora oggi la maggioranza delle persone è convinta che il femminismo abbia avuto solo due “picchi” principali, nelle mobilitazioni delle suffragette nella Belle Époque e negli Anni Settanta. E nel mezzo? Per quanto riguarda l’Italia (ma il fenomeno è comune a tutti i movimenti femministi della prima ondata in Europa), durante la Prima Guerra Mondiale si ebbe una battuta d’arresto, com’è ovvio, mentre dopo fu il fascismo a reprimere il processo d’emancipazione, dato che nell’ideologia fascista la donna aveva il solo ruolo di moglie sottomessa, angelo del focolare e madre prolifica pronta a dare figli alla Patria.

La lotta per l’emancipazione si saldò quindi con la lotta antifascista. Nelle parole di Ponzani, “l’insurrezione armata non segna affatto la fine ma bensì l’inizio di un percorso di mutamento nelle relazioni tra i sessi e di rivendicazione di un proprio spazio di visibilità e di autonomia nella sfera pubblica. Lo stesso inserimento nella vita associativa femminile del dopoguerra – partitica, sindacale o di genere – rappresenterà per molte il naturale prolungamento di una militanza politica interpretata come irreversibile […] [in cui] non è raro rintracciare quella stessa sofferenza interiore, quella smania di cambiamento e di aspirazione alla libertà, che hanno segnato gli anni della clandestinità. Le donne incominciano a combattere tutte le discriminazioni di cui sono oggetto: nella scuola, nelle professioni, nei rapporti di genere“.

Il primo obiettivo che si pongono le associazioni femminili (in prima linea l’UDI, Unione Donne Italiane) è quello dell’«elevazione culturale della donna», poiché la partecipazione delle donne alla vita culturale è una premessa indispensabile dell’emancipazione. Si lotta quindi contro il pregiudizio “che considera la «mente femminile» incompatibile con la cultura scientifica”, in quanto la donna sarebbe “irrazionale, votata al sentimentalismo e incapace di pensare”, scrive Ponzani. Ada Alessandrini dell’UDI scrive:

Nella scuola: vi sono moltissime maestre, ma pochissime professoresse universitarie. Negli uffici: quasi tutte le donne sono le segretarie e le dattilografe ma nessuna donna nei quadri dirigenti della burocrazia italiana; eccezionalmente qualche capo di divisione, nessuna donna direttore generale. È vietato l’accesso per la donna italiana alla magistratura e alla diplomazia. Nelle officine e nei campi: la donna fa spesso lavori più gravosi e più delicati, per cui riscuote un salario inferiore a quello dell’uomo. [Esiste ancora,] il supersfruttamento del lavoro a domicilio con la scusa di mantenere la donna «vicino al focolare domestico». Nella politica: spesso nel nostro paese le donne sono sollecitate a prendere una posizione politica negativa dagli uomini non ancora emancipati dal loro «complesso di superiorità». Molta «carità pelosa» verso le donne per accaparrarsi i loro voti in periodo elettorale, poca autonomia ai movimenti politici femminili e scarsa rappresentatività negli organismi politici dirigenti.

Alcune cose sono migliorate da allora, ma altri problemi seppure con altre forme sono rimasti, come il divario salariale o il soffitto di cristallo. In ogni caso, “I desideri di emancipazione sono però condannati a non realizzarsi pienamente. La Resistenza e l’attività politica nella guerra partigiana hanno certamente sconvolto i tradizionali spazi simbolici di divisione sessuale dei ruoli, ma i cambiamenti sono stati di breve durata perché la liberazione non ha portato di per sé una scontata e automatica modernizzazione dei costumi, […] per cui passato il tempo dei «furori» le donne vedono ricostituirsi tutti gli assetti più arcaici della società”.

Per molte ex partigiane la delusione “per la mancata realizzazione di quei sogni di rinnovamento nei rapporti tra i sessi e sul piano culturale” è forte, e alcune di loro sono preoccupate e indignate per la rinascita del fascismo. “Sull’eredità della Resistenza continua difatti a pesare l’ombra del neofascismo, l’aver visto ricostituirsi e rinascere dal passato un nemico che si credeva sconfitto per sempre”, afferma Ponzani. Le ex partigiane (ma non solo) si domandano con angoscia e abbattimento dove abbiano sbagliato. “Sono dunque le donne a interrogarsi per prime sui reali effetti di mutamento apportati alla società italiana dalla guerra che si è combattuta; sono loro a riflettere sui limiti della cultura e della mentalità del paese in cui si ritrovano a vivere dopo tante angosce e privazioni”, spiega Ponzani, un paese in cui non c’è stata l’attesa “accelerazione nel processo di emancipazione nella mentalità della società italiana”, né la trasformazione dei “vecchi archetipi culturali”.

“Dal punto di vista normativo e sociale (nonostante il diritto al voto), la conquista dei diritti politici non si trasforma automaticamente in una parità nei diritti civili e di famiglia. La divisione sessuale del lavoro resta invariata, il predominio maschile nella società, nel diritto, nella politica e persino nei linguaggi assume un significato ben chiaro: per le donne il 1945 ha segnato una rivoluzione rimasta a metà. Il maggior segno di rottura con il passato è certamente dato dal diritto di voto […] e susseguentemente dall’approvazione dell’Art. 3 della Costituzione per cui non solo si stabilisce il principio dell’uguaglianza formale tra i sessi […] e la fine delle discriminazioni dello Stato totalitario, ma anche il dettame dell’uguaglianza sostanziale per cui «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»“.

“Ma nonostante ciò la mansione pubblica femminile del dopoguerra viene da subito circoscritta all’assistenza dei reduci […], dei profughi e degli orfani al fine di «partecipare attivamente alla ricostruzione morale e materiale del paese». A contrapporsi alla conquista dei diritti politici delle donne è inoltre lo stesso testo costituzionale nella parte dedicata ai rapporti etico-sociali e al diritto di famiglia. Sebbene l’Art. 29 stabilisca «l’uguaglianza formale e giuridica dei coniugi» e l’Art. 30 preveda la parità formale tra uomo e donna nell’educazione dei figli […], fortissimi limiti vengono posti al diritto di ricerca della paternità, perché la stessa Costituzione repubblicana rinvia al codice civile del 1942 e a quello penale del 1930. In altri termini, ciò significa che la Costituzione non accoglie «l’affermazione dei diritti individuali delle donne all’interno della famiglia» e ristabilisce «di fatto l’inferiorità della donna nella sfera privata»”, osserva Ponzani, “Si conferma inoltre una visione cattolica della famiglia basata sull’indissolubilità del matrimonio e intesa come «società organica e naturale, antecedente lo Stato e quindi da esso autonoma»; una famiglia all’interno della quale non può certo essere accolta «l’affermazione dei diritti individuali delle donne», indiscutibilmente collocate nella sfera domestica in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Così l’UDI si batte contro la propaganda cattolica, particolarmente attiva nelle realtà più arretrate del Sud d’Italia,  e successivamente perché alle donne “sia garantito l’accesso ai più alti gradi professionali e […] adeguate politiche di previdenza sociale a tutela della maternità; che l’assistenza all’infanzia sia libera, gratuita e soprattutto sottratta alle organizzazioni parrocchiali e vaticane e che lo Stato s’impegni a ridurre la fame, l’alto tasso di mortalità infantile e la delinquenza minorile“, mentre il movimento sindacale femminile inizia “una forte battaglia per il riconoscimento di alcuni diritti come la pensione alle casalinghe, la parità salariale, la tutela del lavoro domestico, il riconoscimento del lavoro alle donne contadine […], l’istituzione di asili nido e di strutture per la tutela dell’infanzia fino alle iniziative per il nuovo diritto di famiglia e per il divorzio“. Ci vorranno circa tre decenni per ottenere alcuni di questi obiettivi, e altri non sono ancora stati raggiunti.

Anche le parlamentari si impegnano a presentare proposte di legge, come quella del 1948 sulla Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri che prevede il divieto di licenziamento per le neomamme, ma anche «tutela igienica, economica e sanitaria», e un’altra che prevede sostegno alle madri lavoratrici e assistenza ai figli piccoli durante le ore di lavoro. L’obiettivo è superare la legislazione fascista “affinché non si scinda il problema della «tutela fisica» da quello della «tutela economica»”.

“Le donne hanno dovuto affrontare anche altri problemi relativi alla mentalità del tempo in cui vivono. Ciò che hanno dovuto fronteggiare maggiormente è la violenta ostilità e il giudizio negativo di altre donne, che […] con le loro critiche rivelano non solo un’arretratezza di mentalità e di costumi, tipica dell’Italia postbellica, ma anche la persistenza di quello stato di anomia sociale e di disimpegno dalla vita politica nazionale“, spiega Ponzani.

La vetrina dello slut-shaming

Oggi ho letto questo articolo: #Troiofobia, adolescenti, sessismi, bullismi, catene, ribellioni e desiderio, sulla negazione della sessualità femminile da una parte e la spinta a conformarsi ad un modello di seduzione e disponibilità sessuale per le adolescenti. Da una parte la società suggerisce alle ragazze che l’essere attraenti e sexy è una risorsa, una forma di potere, dall’altra le condanna se utilizzano quella “risorsa”, guardando indignata al sesso orale fatto nei bagni della scuola in cambio di ricariche e scandalizzandosi per gli autoscatti sexy nelle foto profilo di Facebook, a volte con paternalismo, a volte con aperto disprezzo per un mondo che non vuole comprendere e che non si accorge di aver creato. Anch’io penso che i modelli che la società presenta alle ragazze siano negativi, prendiamo per esempio programmi come Jersey Shore dove si esaltano l’ignoranza, l’arroganza, uno stile di vita vacuo e consumista, o come Sixteen and Pregnant, dove la maternità delle ragazzine è esaltata come momento di somma felicità e inizio di un idillio fra la mamma e il suo bambino – dimenticando che diventare madre a quell’età comporta un taglio netto con la vita precedente, responsabilità immense, spesso la rinuncia alla scuola, e in tutti i casi condiziona in modo indelebile tutta la vita futura delle ragazze, un intero immaginario sessualizzato dove le donne sono raffigurate come seducenti decorazioni adoranti degli uomini, al loro fianco come animali domestici.

Le ragazze seguono i modelli che sono posti loro di fronte come vincenti, e sono messe alla gogna per questo. Giornalisti e giornaliste scrivono lunghi articoli parlando dei danni dei social network, la vetrina di Facebook e Instagram dove mostrarsi sexy, il degrado della società priva di valori e punti di riferimento, le ragazze che ormai sono donne a 14 anni e vivono la sessualità in maniera disinibita e disinvolta ma allo stesso tempo inconsapevole e vanno protette da sé stesse e dai pericoli del mondo esterno, che in maniera bizzarra sono rappresentati più dal sesso che non dallo stupro. Intanto però nessuno riflette sul fatto che piuttosto che condannare la sessualità delle ragazze occorrerebbe insegnare loro come viverla in modo consapevole e sicuro attraverso l’educazione sessuale, un’educazione sessuale aperta, che insegni a ragazzi e ragazze non solo a prevenire le malattie sessualmente trasmissibili e le gravidanze, ma anche a scoprire il piacere, a vivere con serenità il proprio orientamento sessuale (facendo informazione su cosa significa essere gay, lesbica o bisessuale e perché è una cosa naturale, umana, non una condanna o una scelta) e a riconoscere l’importanza del consenso e la legittimità di ogni modo di vivere la propria vita sessuale.

Invece, mentre i giornalisti scrivono i loro articoli dimostrando una singolare capacità di non accorgersi della realtà, l’autodeterminazione in campo sessuale delle ragazze continua ad essere negata a causa del vecchio pregiudizio secondo cui le ragazze non dovrebbero avere desideri sessuali, pregiudizio che da una parte relega agli uomini l’onere di prendere l’iniziativa (perché una ragazza che ci prova con un ragazzo è sicuramente una facile) e dall’altra impedisce che le ragazze siano in grado di esprimere i propri desideri. L’unica forma di sessualità che sembra accettata è il compiacere il partner.

Lo slut-shaming, ovvero il mettere alla gogna come “troie” le ragazze che si vestono in modo sexy o hanno/si ritiene che abbiano una vita sessuale attiva ed eventualmente promiscua (vedi quiquiqui e pure qui), è uno di quei temi-spia che affiorano un po’ ovunque su Facebook, insieme a demagogia, razzismo malcelato, odio per la ka$ta, animalismo, giustizialismo spicciolo e l’occasionale spruzzo di misoginia, di solito quando si parla di Laura Boldrini, che ha la singolare capacità di fungere da catalizzatore di diversi elementi di questa lista. Non oso pensare a cosa accadrebbe se si dichiarasse pro-SA. Ognuno di questi argomenti lampeggia ininterrottamente, ricordandomi quando la strada sia lunga e impervia. Ognuno di questi temi ci mostra che una grossa fetta della società non ha ancora compreso principi fondamentali come la libertà di scelta, l’uguaglianza, il discernimento fra fatti e opinioni e le basi del diritto.

Oggi ho scoperto una pagina interamente dedicata al raccogliere immagini di ragazze, con tanto di “etichetta” con nome ed età, affinché l’utenza possa riversare su di loro il proprio disprezzo moralista. La pagina si chiama  Chiamarsi “cagna” senza apparenti sembianze canine. Alcune fotografie sono tratte da profili pubblici di ragazze normali, autoscatti, foto di feste e serate in discoteca, , altre sono di ragazze che hanno parecchio seguito su Instagram, altre da profili di modelle, fashion blogger e aspiranti celebrità, altre ancora sono servizi fotografici di donne famose, come Paris Hilton, Rihanna, Elisabetta Canalis, Emma Watson, Megan Fox, altre sono di ragazze-immagine ai saloni di moto, altre foto da giornale di gossip di celebrità al mare in bikini (scandaloso!). Tutto fra brodo pur di insultare le donne e le ragazze che sfoggiano il proprio corpo, non serve distinguere, per gli utenti di quella pagina il voler apparire in modo sexy è automaticamente disgustoso e immorale. è un tiro al bersaglio.

Non manca in contrapposizione alle ‘troie’ il Finezza Time, in cui l’admin mostra ai fan com’è una ‘vera donna’ di classe. Perché la sua raffinata utenza, dopo centinaia di commenti che oscillano fra “me la porterei a letto” e “che puttana”, ha bisogno di essere elevata alle visione di angeliche creature che non portano abiti scollati, minigonne o shorts, coprendo i loro leggiadri corpi con eleganza e pudicizia. Perché “Lei non ha bisogno di spogliarsi come le cagne. A lei basta uno sguardo e un sorriso”.

Il caso emblematico che ho preso in considerazione è una foto molto semplice di una ragazza di 15 anni, Chiara Nasti, fashion blogger. Un autoscatto davanti allo specchio della sua stanza con un’amica dopo aver provato un nuovo look. Chiara Nasti

I commenti trasudano disprezzo per le donne in generale, molti si augurano di avere figli maschi perché “le ragazzine sono tutte troie”, emblema del “degrado della società moderna”, causato dalle madri che evidentemente sono altrettanto “troie” e non hanno saputo insegnare i veri valori a queste ragazzine scostumate e immorali. Non mancano appelli al decoro, come se vestirsi in modo sexy fosse una cosa indecente e irrispettosa.

Una convinzione piuttosto diffusa è che il vestirsi da “troie” riveli che coloro che lo fanno sono automaticamente persone prive di una morale e di valori, e che di conseguenza sono destinate a finire ai margini delle strade perché i loro genitori non hanno saputo dare loro una corretta educazione, che a giudicare da questi individui prevede un’ampia dose di punizioni corporali. A nessuno, nessuno, nessuno passa neanche lontanamente per la testa che l’essere sexy è una forma di libera espressione di sé. Ci sono solo due atteggiamenti possibili: scoparle come forma di “punizione” (per averli provocati, o per averli oltraggiati con il loro abbigliamento indecoroso, suppongo) o manifestare aperto disgusto e disprezzo.

Non ho neppure la forza di mettermi a fare screenshot dei commenti peggiori. Questo è il degrado: gente che giudica le ragazze e le donne dai centimetri di pelle esposta e che dà dei moralisti a coloro che rivendicano la loro libertà.

Donna e giudice: il genere e il ruolo

Questo post è la ripresa, a fini divulgativi, di un’intervista di Alessandra Beltrame alla giudice Paola Di Nicola, comparsa su Donna Moderna nel marzo 2013. Non ho modificato l’articolo dal punto di vista dei contenuti, sebbene in certi punti sentissi il bisogno di farlo, per correttezza. I grassetti sono miei.

Il “conflitto” fra genere e ruolo è ritenuto un problema che riguarda solo le donne, come se per un uomo il genere non influisse in alcun modo sulla sua imparzialità (nei confronti degli uomini il problema è posto quasi solo da femministe consapevoli di come la cultura e i pregiudizi influenzino tutti, senza che ne siamo consapevoli, e di come basti alterare la narrazione di un fatto per influenzare la percezione che la gente ne ha; tuttavia questo non significa attaccare gli uomini in quanto tali o presumere che gli uomini si difendano a vicenda in quanto uomini, significa porre l’attenzione su un contesto sociale e culturale più ampio che ha degli effetti sulle nostre azioni, sulla nostra visione del mondo e sulle nostre scelte). Io credo, comunque, che una persona che svolge una professione come quella del giudice sia consapevole dell’importanza e della delicatezza di quello che sta facendo e che sappia mettere la professionalità e la competenza al di sopra di qualsiasi altra cosa quando affronta un processo.

Paola di Nicola, al centro della foto.
Paola di Nicola, al centro della foto.

” – Chi mi processerà? Un giudice o una donna? – ha chiesto due giorni fa un arrestato prima dell’udienza per direttissima. Non è una frase detta tanto per dire. Significa che la persona che devi giudicare non ti riconosce nel ruolo. Perché sei una donna”. Paola Di Nicola fa il magistrato da vent’anni (ne ha 46), ora al Tribunale penale di Roma. E, strano ma vero, queste frasi continua a sentirle. Prima si irrigidiva, oggi sa reagire. Come racconta in La Giudice (881 Agency/Ghena), libro con cui si è tolta un bel po’ di “sassolini” dalle scarpe con i tacchi, che oggi porta orgogliosa. Non basta indossare una toga per scacciare i pregiudizi. D’altro canto, lo sapevate?, le donne sono entrate in magistratura solo 50 anni fa (nel 1963), mentre prima erano state escluse perché considerate “superficiali, emotive, passionali, e quindi non indicate per la difficile arte del giudicare”, ricorda Paola Di Nicola, citando le parole di un illustre magistrato degli anni Cinquanta. Ma oggi le magistrate sono il 46% (però solo il 10 nelle posizioni di vertice) e si avviano al sorpasso: l’ultimo concorso è stato vinto da 114 maschi e 210 femmine.

D: Nonostante i giudici donna siano ormai quasi la metà, possibile che le discriminazioni siano ancora diffuse?

R: Purtroppo sì. Il pregiudizio c’è. E, di conseguenza, la mancanza di rispetto. Ci sono uomini che ti guardano con insistenza il décolleté; quelli che fanno la battuta volgare. Quelli che non ti ritengono credibile. Come quando ti vedono in udienza e ti dicono, come mi è successo: “Signuri’, vacci a chiamare ‘o giudice”.

D: Il suo viaggio nel mondo della giustizia visto con gli occhi di una donna comincia con un interrogatorio. Ce lo racconta?

R: Ho incontrato in carcere un criminale, imputato di reati gravissimi. Lui mi guardava in modo insistente. Mi sentivo a disagio. “Perché?”, mi sono chiesta. Allora mi sono vista come davanti a uno specchio. Con la mia camicetta a fiori; i tacchi che risuonavano sul pavimento; la collana di perle. E la borsa da Mary Poppins, con dentro anche gli ovetti Kinder per i miei bambini, invece di una austera cartella. La toga non nascondeva la mia femminilità. Sotto lo sguardo di quest’uomo, mi sentivo come denudata.

D: Al punto da desiderare di “avere la barba”.

R: Un uomo non avrebbe avuto su di sé quello sguardo molesto. Leggendomi dentro, ho capito una cosa: che il pregiudizio era prima di tutto dentro me stessa. Noi per prime ci sentiamo inadeguate a fare mestieri dove finora i modelli sono stati tutti maschili. Ma non è facile se, al primo incarico, il tuo capo ti domanda: “Ha intenzione di fare figli? Sarebbe un problema”. E’ da lì che cominci a vivere la tua femminilità quasi come una colpa. Con un capo donna, forse non ci avrei messo 20 anni per portare una camicetta a fiori e sentirmi ugualmente autorevole.

D: Racconta che la vita da magistrata è faticosa, fra sopralluoghi, udienze-fiume e le tante ore passate a scrivere le sentenze. Dice che non si è goduta i figli. Pentita?

R: No, ma è la verità. Però ho ingaggiato una prova di forza contro una mentalità distorta (innanzitutto mia!) che vive con senso di colpa la maternità. Per 19 anni ho lavorato a 80 chilometri di distanza da casa, partivo all’alba e tornavo prima di cena. I figli, se li coinvolgi, capiscono: un giorno li ho portati con me, ho fatto vedere loro dove lavoravo. Da allora non hanno più fatto i capricci.

D: I suoi colleghi non le hanno reso la vita facile: quando ha chiesto di trasferirsi in una sede più vicina a casa, gliel’hanno negato perché era separata.

R: Se fossi stata con mio marito me l’avrebbero concesso: strano, no? Ho dovuto fare una causa, che ho vinto, per vedermi riconoscere questo diritto. Ora lavoro a Roma e vado a lavorare in bicicletta. Impagabile.

D: Cosa portano le donne in magistratura?

R: Un diverso punto di vista. Una diversa sensibilità, in particolare per i reati più segnati dai pregiudizi: quelli degli stranieri e delle donne. L’accusa che ci veniva rivolta, quella di essere emotive, diventa un valore aggiunto. Le faccio un esempio. Un giudice uomo chiede sempre alla vittima di uno stupro: “Perché non ha gridato?”. Una giudice no, non fa questa domanda. Perché sa come una donna reagisce, perché quella donna forse è stata lei. Da ragazzina su un autobus affollato mi è capitato di subire palpeggiamenti. Cercavo di allontanarmi, ma non ho mai urlato. Perché ero paralizzata dalla vergogna, dalla paura. Una donna giudice, questo, lo sa.

D: Coinvolge ancora i figli nel suo lavoro?

R: A volte mi aiutano a trasportare in studio i voluminosi e sgualciti faldoni dei processi, così si rendono conto del peso (e delle pecche!) della giustizia. E mi sono fatta accompagnare da mio figlio in tipografia per ordinare il nuovo timbro per firmare le sentenze, dove ho fatto scrivere “la giudice”. E sottolineo il “la”.

D: Perché è così importante specificare l’articolo femminile?

R: Perché vuol dire che non mi devo più nascondere. Finalmente sono libera, libera di essere donna. Anche e soprattutto quando giudico.

Paola Di Nicola ha rilasciato un’intervista, dal taglio più personale, anche al sito Tipi Tosti, qui: Paola Di Nicola, giudice, si racconta anche come mamma. L’intervista approfondisce il tema della conciliazione fra lavoro e famiglia e quello del modo in cui la giudice svolge il suo lavoro, valutando il contesto per cercare di avere più elementi possibile a disposizione prima di trarre un giudizio. “Coscienza e responsabilità” sono le parole che usa per descriverlo, parole bellissime, secondo me.

Libertà sessuale e slut-shaming parte 2

Mi ritrovo a parlare nuovamente in difesa della libertà sessuale delle ragazze dopo essermi imbattuta in un altro post della solita nota pagina Facebook e nell’ormai noto marasma di commenti insultanti e pieni di disprezzo. Ne scrivo perché mi preme far notare come si esplichi concretamente il sessismo fra ragazze e ragazzi ventenni e trentenni, una generazione che dovrebbe essere cresciuta imparando a rispettare la diversità, con un’idea di parità e di libertà ormai acquisite… le centinaia di commenti che questa pagina e altre analoghe ricevono dimostrano che il maschilismo non è un residuo del passato sostenuto solo da una sparuta minoranza di persone dalla mentalità arretrata, ma un insieme di condizionamenti interiorizzati anche dai giovani adulti, tenacemente radicati e mai seriamente messi in discussione.

Il mio post precedente sull’argomento aveva un intento analitico, mi premeva evidenziare gli schemi mentali e i pregiudizi alla base del non-riconoscimento del diritto delle ragazze ad avere una sessualità attiva, ed eventualmente promiscua, da parte dei commentatori.  La maggior parte di queste “motivazioni” non sono razionali, sono semplicemente state acquisite come parte della morale di queste persone e mai messe in discussione, nemmeno superficialmente. Sesso libero? Sei una cagna. Punto. In questo ho ripreso le osservazioni del precedente, integrandole con altre suggeritemi dai commenti.

Quello che mi lascia sgomenta è il fatto che queste persone non abbiamo l’apertura mentale per accettare che altri si comportino in un modo che loro non condividono. Non capiscono nemmeno che si possa difendere il diritto di altre persone a tenere un certo comportamento senza essere parte di quel gruppo di persone, il che è sintomatico di un’ottusità e una chiusura mentale ai massimi livelli.  Un po’ come quelli che non capiscono come si possano difendere i diritti delle persone omosessuali pur essendo etero. Forse per questa gente tutti gli attivisti del WWF sono panda?

Il post in questione stavolta è questo:

Leggendo i commenti ricorrenti in questa pagina mi è parso di capire che ci sia un fraintendimento generale sull’associazione tra figa-dimensione-corridoio e troiaggine.
Esempio dimostrativo (un po’ estremo, forse banalizzato, ma adatto a capire il punto):
DONNA A: fidanzata e fedele, scopa mediamente 3 volte a settimana. Risultato: 1 uomo, 156 scopate l’anno. 
DONNA B: single predisposta alla promiscuità, sta mediamente con 5 persone diverse al mese, scopate una volta e mai più riviste. Risultato: 60 uomini/donne e 60 scopate l’anno.
QUESITO: chi delle due è più sfondata?

Da una donna di tipo B.

Non condivido pienamente i contenuti di questa riflessione: alimentare contrapposizioni non è una logica che apprezzo. Non noto nemmeno una presa di distanza dagli stessi pregiudizi che si cerca di combattere. In ogni caso non voglio soffermarmi sui dettagli del post, quanto piuttosto sulle reazioni dei 343 commenti che ha ricevuto.

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Avere una sessualità libera non significa mancare di rispetto a sé stesse, come potrebbe? Ho notato che per molte ragazze questo comportamento è pressoché equivalente alla prostituzione e degrada irrimediabilmente una donna. Lo trovo assurdo. Scegliere di andare a letto con un ragazzo perché se ne è attratte, liberamente, per divertirsi, non significa farsi usare.  Un’altra cosa significativa – e irritante – di questo commento è il modo in cui condanna solo le ragazze, malvage succubi tentatrici, e non gli uomini, i quali per accettare un’offerta di sesso senza impegno devono avere per forza dei “problemi a casa” o dei “problemi personali”, perché quale altra ragione potrebbe spingere un uomo a degradarsi e umiliarsi tanto da andare con una di queste donne indegne e abiette?

La promiscuità sessuale non manca di rispetto a/danneggia nessuno (premettendo che si parli di due partner single, non scendo nel discorso dei tradimenti perché ogni caso è da valutare a sé), mentre insultare e gettare uno stigma su chi la pratica decisamente sì. Non è una cosa che si può semplicemente ignorare: essere etichettate come “puttana” è l’equivalente moderno della lettera scarlatta del romanzo di Nathaniel Hawthorne. Secondo alcuni commenti, se una ragazza vuole “comportarsi da puttana” deve essere pronta ad accettare che quella sarà l’immagine che tutti avranno di lei, che tutto quello che dirà e farà sarà filtrato attraverso quell’etichetta. Ci sono ragazze che si sono tolte la vita per il peso degli atti di bullismo legati alla loro reputazione, ma anche senza soffermarci su questi casi estremi, è un peso orribilmente grave che potrebbe essere risparmiato se la nostra società accettasse la promiscuità sessuale e la libertà sessuale delle donne come scelte normali e legittime.

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Molti commenti sostengono che le donne che hanno una sessualità promiscua sarebbero piene di malattie sessualmente trasmissibili, e per questo così “sporche” e disgustose che nessun uomo con un minimo di stima di sé vorrebbe avere rapporti, o perfino contatti, con loro. Ovviamente le malattie veneree si contraggono attraverso rapporti non protetti e si possono evitare utilizzando il preservativo, ma a quanto sembra secondo certi commentatori queste ragazze hanno così poco rispetto di sé stesse da non utilizzarlo. Tra i numerosi commenti di questo genere ne ho scelto uno in cui è presente un’affermazione orribile e gravissima: l’autrice sostiene infatti che le ragazze, probabilmente sentendosi usate o per “giustificare” il fatto che lui dopo il sesso non sia più interessato a loro (di solito chi cerca storie da una notte si aspetta che dopo il sesso ognuno vada per la sua strada ed è quello che vuole, ma tant’è) si inventino stupri. Inqualificabile.

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è ben radicata anche l’idea che le persone che non hanno relazioni stabili e serie, sia perché non vogliono impegnarsi e preferiscono divertirsi spensieratamente, sia perché non hanno trovato la persona giusta, sia perché hanno concluso da poco una relazione e non si sentono pronte a viverne un’altra, siano persone senza valori. La promiscuità sessuale non esclude l’etica. Se analizziamo a quali valori si riferiscono le persone che sostengono questa tesi, alla radice notiamo una concezione cattolica del sesso come un dono di sé da fare solo alla persona che si ama, perché altrimenti il donarsi diventa svendersi, una cosa avvilente e priva di significato. La nostra società è ancora fortemente impregnata dalla morale cattolica, ed emanciparsene completamente è difficile: in molti permane un substrato di idee che condiziona profondamente la loro visione del mondo e soprattutto la loro etica.

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C’è poi un commento che è stato per me un pugno nello stomaco. “Ragazze che si trattano come oggetti”. Vivere la sessualità in modo attivo è l’opposto dell’oggettivazione dell’immagine femminile praticata dai media: i media ci mostrano corpi senza desiderio e senza soggettività, feticci del piacere maschile, mentre una ragazza che vive la propria sessualità in modo attivo si sta ponendo come persona, corpo e mente, dotata di soggettività e desiderio, che ricerca il piacere sia per sé che per il partner. Una sessualità che non posso fare a meno di immaginare come leggera, divertita, gioiosa e spensierata. E la rivendicazione della parità, naturalmente, passa anche dall’ottenere il diritto di esprimersi sessualmente in ogni modo, non sono in quelli convenzionalmente accettati come “normalità”, senza essere per questo giudicate e stigmatizzate. Parità sarà quando nessuna ragazza, nessuna donna sarà più chiamata “troia” per una minigonna o per averci provato con un ragazzo in discoteca e la sua moralità non sarà più valutata in base al numero di partner sessuali che ha avuto.

Concludo con una galleria di insulti vari, giusto per far capire quanto retrograda e irrispettosa sia la mentalità di certa gente.

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Libertà sessuale e slut-shaming

Ieri ho subito il mio primo ban su Facebook, bloccata in scrittura per 12 ore. In attesa che trascorrano, augurando le peggiori cose alle persone civili e aperte al dialogo che mi hanno segnalata e imprecando contro il sistema di gestione delle segnalazioni di Facebook, voglio raccontare come sia accaduto.

Su una nota pagina in cui si raccontano le proprie disavventure in campo sessuale, protetti dall’anonimato, una ragazza scrive il seguente post, premettendo di essere straniera e scusandosi quindi per gli errori di ortografia (il post ha raggiunto 307 316 commenti, per la cronaca):

Per favore non mi uccidete con la critica perché non sono italiana e l’italiano lo so pochissimo… Ho vissuto in Italia per un anno a studiare e ho sempre nuotato che tanti italiani sono dei ‘moralisti’.
Dopo aver letto tante di queste confessioni e anche i commenti sono sconvolta che le persone pensano ancora così! In che anno vivete?! Perché se una ragazza fa sesso, si diverte, etc dev’essere per forza una cagna, una zoccola o puttana?! Stare a leggere i commenti e davvero molto deprimente quando mi rendo conto quanti di voi siete così ottusi.
Certo che non c’e niente più bello di avere una relazione fedele e sincera ma poi non tutte le persone sono fatte per questo! O anzi, c’e il tempo per divertirsi anche! 
Io sono stata sempre molto aperta e sincera; si, sono una ragazza e a me piace fare sesso, tantissimo! E non solo ‘ l’amore’! 
Secondo me, sono le persone insicure di se stesse (uomini o donne) che sentono sempre il bisogno di insultare le donne che si divertono.
Un consiglio che viene dal cuore: Smettete di giudicare tanto e andate a far l’amore che e meglio per tutti!

La libertà sessuale delle donne, anche tra ragazzi e ragazze, non è accettata. Ancora oggi resistono pregiudizi che impediscono alle ragazze di vivere la propria sessualità come una scoperta, sentendosi libere di sperimentare, di vivere il sesso con partner differenti, di esprimere il proprio desiderio e ricercare il proprio piacere.  Riporto un po’ di commenti che questo sfogo ha ricevuto, per dimostrare quello che intendo dire, ma prima vorrei rammentare a tutti una definizione:

MORALISMO:

1 Atteggiamento che tende a dare un posto di primaria importanza ai valori morali

              2 spreg. Rigido e spesso preconcetto giudizio nel campo della morale, spec. nella valutazione del comportamento altrui: m. ipocrita

Alla luce della seconda definizione, soffermiamoci sull’atteggiamento dei commentatori nei confronti dell’autrice del post citato sopra:

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“Regalarsi in giro” è la frase emblematica, che sottintende il concetto che una ragazza che ha rapporti sessuali con uomini diversi, invece di avere un solo partner, stia svendendosi, quasi come una prostituta, però gratuitamente, il che rende la cosa ancora più disgustosa. Il sesso per il sesso, il divertirsi sono considerati una cosa indegna.  Ora, a parte il fatto che l’autrice del post originale non ha mai detto di “sbattersene uno diverso ogni sera”, ma semplicemente di apprezzare il sesso anche senza coinvolgimento emotivo, è interessante notare come una scelta che non si condivide viene descritta come degradante e svilente, invece di essere accettata nella sua legittimità.

Nei commenti successivi, la stessa persona ribadisce che c’è differenza tra farlo con una persona che si frequenta e “sbattersi il primo che passa in discoteca”, ma non si affanna a spiegarci perché questa differenza implichi che il primo comportamento sia positivo e il secondo no: a quanto pare è un concetto così ovvio che tutti dovremmo pensarla come lei. “Sono contro chi la regala”, conclude. Per me, invece, ogni modo di vivere la propria sessualità, a patto ovviamente che ci sia libero consenso da parte di entrambi, è ugualmente legittimo, perché ognuno/a ha diritto a ricercare il piacere nel modo che preferisce.

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Anche questo commento è significativo. Perché una donna dovrebbe sentirsi la coscienza sporca per il semplice fatto di amare il sesso e viverlo con serenità? Il sesso è una cosa naturale e il piacere lo è altrettanto, infatti l’orgasmo maschile è strettamente necessario al processo riproduttivo, e le donne hanno un organo, il clitoride, formato da circa 8000 terminazioni nervose, la cui unica funzione è produrre l’orgasmo femminile. L’idea che il sesso sia una cosa “sporca” e peccaminosa è un prodotto della religione cristiana, la quale ha rielaborato la dicotomia fra anima e corpo attribuendo alla prima caratteristiche di purezza e al secondo caratteristiche di abiezione: forse sarebbe anche ora che nel 2013 ci lasciassimo alle spalle questa mentalità sessuofobica e opprimente e imparassimo a riconoscere la sessualità come parte integrante e naturale dell’essere umano, che non va repressa e mortificata, ma vissuta in modo libero e sereno.

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Screen 8Non mancano i commenti di puri e semplici insulti, da “zitta e ingoia!” (152 “mi piace”, stiamo scherzando?) a “peccatrice extracomunitaria” (eh?), a “si era capito che sei una dell’est” (il solito vecchio pregiudizio sessista-razzista secondo cui le ragazze dell’est sono tutte puttane), a “scrivi male in italiano non perché sei straniera ma perché sei una cagna”, a “cagna”, “cagna straniera”, l’ossimoro “cagna moralista”, l’acuta deduzione “devi essere una grande zoccola”, lo xenofobo “cagna extra italiana”, a variazioni sul tema di “zoccola”, “troia” e via discorrendo: a riprova del fatto che una ragazza non può vivere la propria sessualità senza essere etichettata come una “puttana”, senza subire uno stigma sociale molto pesante il cui unico scopo è ribadire che non ha il diritto di vivere autonomamente e liberamente la propria sessualità, perché è una cosa indecente, immorale, sbagliata. Il mondo sarebbe un posto migliore se ci liberassimo di queste gabbie mentali, pregiudizi che ci spingono a conformare il nostro comportamento alle norme sociali e gettare disapprovazione su chi invece rifiuta di farlo. D’altronde, la dicotomia fra “brave ragazze” e “troie” è una struttura mentale esistente da secoli, dalla biblica contrapposizione fra Eva, la ribelle, e Maria, l’obbediente e sottomessa serva del Signore: una dicotomia fatta per schiacciare le donne nella disapprovazione sociale, in cui qualunque comportamento tengano deluderà le aspettative di qualcuno. Chiunque sottovaluti il problema della disapprovazione provi a pensare al fatto che molte società, come quella dell’Arabia Saudita e della Somalia, si basano su uno strettissimo controllo sociale fondato sui pettegolezzi: ogni famiglia controlla la moralità delle altre, pronta a spettegolare al resto del paese qualunque “infrazione” al codice sociale, e chi prova a ribellarsi subisce l’ostracismo di tutta la comunità, una pressione così forte che spesso porta al suicidio o alla fuga. Certo, nella nostra società il controllo non è così marcato, ma essere bollate come “troie”, ed essere considerate da tutti solo una “scopata facile” comporta una dose di scherno, disprezzo e umiliazione molto forte: i ragazzi che si aspettano che tu sia disponibile a fargli una fellatio solo perché l’hai fatta ad altri, le ragazze che mormorano malignità su di te, le battutine e i gesti osceni…

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Il moralista-psicologo si sente in diritto di giudicare il desiderio sessuale femminile e i limiti entro cui è normale, passati i quali diventa una cosa turpe e malata: ninfomani! Ninfomani ovunque! Qualcuno giustamente ha fatto notare l’assurdità delle sue affermazioni con uno splendido, sarcastico “Quindi a 29 va bene ma a 30 sei malata?”. Resta il fatto che è ancora molto radicato il pregiudizio secondo cui il desiderio sessuale femminile è scarso oppure inesistente rispetto a quello maschile, per cui una donna che desideri il sesso dev’essere per forza una ninfomane malata. Preciso che la ninfomania non è considerata una patologia dal 1992 secondo l’OMS.

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C’è chi poi la mette sui valori, dimenticando che ognuno ha un proprio sistema di valori e che non si può pretendere che la propria morale sia universale e tutti vi si conformino. Oltretutto, la definizione di pudore è “senso di vergogna, associato a dettami morali o sociali”: se per lei, come per me, il sesso non è una cosa sporca o immorale, farlo senza vergognarsene non significa essere impudiche, ma bensì avere una concezione diversa di cosa è il pudore, punto.  Un altro commento analogo riprende il concetto (“Si chiama dignità”) ma io non vedo come amare il piacere e godersi il sesso possa essere una cosa degradante e svilente. Ha più dignità una persona che ha avuto rapporti sessuali solo dopo il matrimonio di una che ha vissuto molte esperienze? Forse hanno entrambe la stessa dignità perché sono entrambe persone.

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E c’è quello che cerca di ammantare i propri pregiudizi di un velo di “scientificità”, per affermare che una donna che abbia lo stesso desiderio sessuale di un uomo è malata e anormale, ma subito dopo si contraddice affermando che la normalità è solo un concetto che sta ad indicare ciò che viene considerato accettabile dalla società. La distinzione fra ragazze disinibite, quelle considerate da lui accettabili, quelle a cui il sesso piace e a cui piace sperimentare ma hanno una relazione stabile, e troie, quelle non si rispettano, quelle degradate e disgustose che si concedono a tutti ma vivono il sesso con freddezza, è la versione aggiornata della dicotomia “brave ragazze”/”troie”: la disinibita ma solo con me e la puttana che fra l’altro non gode nemmeno.

Ci sono poi gli spiritosoni che ripropongono la vecchia metafora della chiave e della serratura, non tenendo conto che dietro quelle “serrature” ci sono persone con un desiderio sessuale e una volontà, non oggetti passivi in attesa di essere aperti dalle “chiavi”. E come ha sottolineato una compagna di lotte femministe, le serrature sono fatte per stare chiuse, mentre le vagine sono fatte per “essere aperte”, per il sesso. La metafora della chiave e della serratura sottintende che la verginità sia un valore e che le ragazze dovrebbero restare caste e pure in attesa dell’unica chiave adatta a loro…

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Per un altro individuo, le malattie sessualmente trasmissibili sarebbero una sorta di castigo divino per coloro che hanno una sessualità promiscua, evidentemente ignari dell’esistenza dei preservativi, o forse troppo malvagi e abietti per utilizzarli. “La natura ha posto un freno al sesso libero”, oltre a rifarsi a questa visione “religiosa”, è un esempio di come giustificare la propria posizione etica soggettiva con una presunta legge universale.  Non manca la visione sessista in cui le donne sono equiparate a dei trofei per gli uomini, come le automobili, il cui valore è però inversamente proporzionale al numero di partner avuti, e la concezione della verginità come di un valore in grado di trasformare una Fiat in una Ferrari agli occhi dell’orgoglioso proprietario, rinfrancato nella certezza di essere stato il primo.

E ora la degna conclusione di tutto questo, il ban. Il commento per cui sono stata bloccata è una risposta all’autrice del commento che ho riportato nel primo screen e di un’infinità di altri tutti sullo stesso tenore (fare sesso con un partner fisso è giusto e bello, “farsene uno a sera” è disgustoso e degradante). La ragazza ha dato un grande sfoggio di maturità continuando a ribadire il concetto senza degnarsi di spiegarne le ragioni – suppongo non ne sia in grado: si tratta di un pregiudizio illogico – e ad aggredire coloro che esprimevano un punto di vista differente.

Lo screen seguente riporta il commento “offensivo” rimosso da Facebook, molto solerte nell’eliminare offese, come si evince dall’elenco pubblicato sopra, rimasto perfettamente intatto.

Ban

Le femministe non odiano gli uomini

[Questa riflessione è stata originariamente postata, in lingua inglese, dalla pagina Facebook “Feminism and Satire“. La pagina risulta scomparsa da Facebook, e tutto l’archivio di informazioni, immagini, riflessioni che conteneva è andato perduto. Prima della scomparsa della pagina, avevo copincollato questo testo in un foglio di appunti. Il mio post rappresenta una traduzione e un ampliamento del testo originale.].

Il femminismo come movimento nasce all’inizio del ‘900 come reazione a una società patriarcale, in cui sono considerati individui e cittadini solo gli uomini. L’obiettivo della parità equivaleva pertanto a porre le donne sullo stesso piano, in quanto a diritti, degli uomini. Il nome femminismo continua ad essere utilizzato per designare il movimento che vuole dare attuazione pratica al principio dell’antisessismo, sia per la continuità con le radici storiche dell’emancipazione femminile (le battaglie delle suffragette e quelle per i diritti civili negli anni ’70) sia perché, di fatto, la battaglia del femminismo contro il patriarcato non è ancora conclusa e le donne si trovano ancora ad essere discriminate dalla società. Il femminismo ha come obiettivo l’unificare i sessi, costruendo una società libera ed egualitaria in cui non solo siano garantiti pari diritti e pari opportunità ad ogni persona, indipendentemente dal suo sesso e/o dal suo orientamento sessuale, ma ognuno abbia anche la possibilità di realizzarsi ed esprimersi liberamente, senza essere confinato in stereotipi e condizionamenti in base al sesso, mentre l’anti-femminismo consiste essenzialmente nel mettere l’uno contro l’altro i sessi. Le femministe perseguono la parità dei sessi. Le femministe non odiano gli uomini. Le femministe odiano i misogini. Questo è quanto.

Ma il definirci, il riconoscerci come femministe ci getta addosso più odio di quanto non ce ne fosse nei nostri confronti all’inizio. Siti maschilisti e misogini compiono attacchi sistematici nei nostri confronti, clonando i blog e le pagine Facebook più seguite per diffondere i loro messaggi di odio; molto spesso noi veniamo insultate in virtù del nostro genere, in virtù della causa per cui stiamo combattendo. Gli insulti che ci rivolgono ci attaccano come donne, non per le nostre idee: troia, puttana, lesbica, zitella acida, cessa inchiavabile, e così via. Lo stereotipo della femminista ci vede come donne sessualmente represse, rese acide verso gli uomini perché ignorate o disprezzate da loro, che cercano di vendicarsi sottomettendoli. Le nostre opinioni, spesso, sono ridicolizzate o ignorate: se protestiamo contro la mercificazione della donna, ci chiamano moraliste; se vogliamo una sessualità libera, ci chiamano troie; se abortiamo, ci chiamano assassine; se vogliamo partecipare alla vita politica, siamo sommerse di battutine che insinuano che il nostro posto è in cucina; quando facciamo notare le discriminazioni e le violenze che le donne subiscono, stiamo facendo le vittime; se vogliamo lavorare, siamo delle madri snaturate; se restiamo a casa in maternità, stiamo “facendo le furbe”.

Noi sentiamo il bisogno di lottare contro questo stereotipo e questo odio, affinché la nostra voce sia ascoltata, affinché la società non possa semplicemente fare finta che le discriminazioni, la violenza di genere, il femminicidio, l’omofobia, la mentalità maschilista e misogina non esistano. E quando lo facciamo, quando reagiamo, quando non restiamo in silenzio, quelle persone che odiano il femminismo ne approfittano per confermare il loro pregiudizio fuorviante secondo cui noi odiamo tutti gli uomini.

Gli stessi uomini che odiano il femminismo perché sono convinti che noi femministe odiamo gli uomini cercano con ogni mezzo di farci reagire con aggressività nei loro confronti per dimostrare di avere ragione. Ma ciò non significa, di nuovo, che noi odiamo gli uomini che non si comportano in questo modo sessista e misogino, solo per il loro essere uomini. Il femminismo non riguarda solo le donne: gli uomini sono limitati dai condizionamenti imposti dalla cultura patriarcale nella stessa misura, e in modo speculare, a come lo sono le donne (ne ho parlato in La battaglia del femminismo contro il patriarcato e Patriarcato e identità maschile).

Esistono donne che odiano le donne, che hanno aderito alla mentalità sessista della cultura patriarcale, ma le femministe non sono sessiste, e queste donne sessiste non renderanno noi femministe meno femministe in alcun modo; anzi, di fatto, ci spingono ad esserlo di più, perché le femministe combattono il sessismo, sia che provenga dagli uomini che dalle donne. Il singolo fatto di essere donna non rende nessuna di noi né migliore né peggiore, di per sé. “Femminista sessista” è un ossimoro. Solo perché alcune donne che si definiscono femministe si comportano in modo sessista, ciò non significa che smetteremo di chiamarci femministe. Noi combattiamo le donne sessiste, come facciamo con gli uomini sessisti. L’unica differenza sta nelle ragioni per cui gli uomini e le donne sono sessisti: i primi per difendere lo status quo, la loro posizione di superiorità e privilegio, le seconde perché hanno interiorizzato la cultura patriarcale come “naturale” e “normale” e, pur essendone relegate in posizione di inferiorità, percepiscono quel ruolo come quello che spetta loro e non sentono il bisogno di cambiare le cose.

Combattere i preconcetti che ci tarpano le ali II: minigonne e libertà

Vorrei non dover parlare sempre di corpi, quando scrivo di donne, ma sembra che non possa farne a meno, perché, nonostante tutto sia già stato detto, nessuno lo ha ascoltato. Purtroppo, il corpo è ancora la prima cosa che qualifica una donna, e viene usato come un’arma contro di lei. Contro di noi, perché “Per ogni donna ferita o offesa siamo tutte parte lesa” non è solo uno slogan: il fatto che ci siano ancora donne uccise da un partner che voleva controllare la loro vita e non riusciva ad accettare la loro indipendenza significa che questa società non ha ancora accettato la nostra parità, e questo è un problema che riguarda ognuna di noi, in quanto donna, e riguarda tutti, in quanto cittadini, in quanto persone.

Meme di Facebook. Il testo recita “Come si chiama una donna che fa molto sesso?” “Con il suo nome”

Nel 2012, permane ancora la divisione tra “sante” e “puttane”, espressa più elegantemente con “ragazze serie” e “ragazze facili”. Etichettare come troia una ragazza che ama il sesso è una forma di controllo sul suo corpo, retaggio di una cultura patriarcale e cattolica in cui da una parte il corpo femminile è sempre stato considerato come peccaminoso e la sessualità come un tabù, e dall’altra gli uomini hanno assunto il controllo del corpo femminile, limitando le libertà delle donne e le loro possibilità di autodeterminarsi. La sessualità femminile è sempre stata negata, ricercare il proprio piacere invece di restare passive era considerata una cosa da prostitute, indegna di una donna perbene, soprattutto se madre, e il sesso era accettato solo all’interno del matrimonio e con finalità riproduttive. L’adulterio era considerato un crimine solo femminile, mentre era giustificato nel caso degli uomini, così come era tollerato che un uomo sfogasse i suoi desideri con le prostitute, concedendosi ciò che sarebbe stato sconveniente fare con la moglie. Ancora oggi, per un uomo ammettere di masturbarsi è normale, ma è inappropriato per una ragazza.

Meme tratto da Facebook. Il testo recita “Cammina per strada vestita così – si la menta che non riesce a trovare un uomo serio (oppure, un uomo che la rispetti)”

Lo stesso vale per una ragazza che indossa minigonne e maglie scollate: la convinzione generale è che lo faccia per  attirare l’attenzione maschile, per mettersi in mostra, e che di conseguenza voglia provocare. La foto qui accanto,  pubblicata su Facebook, ha riscosso commenti del tipo:

che troia però (da parte di una ragazza)

non puoi pretendere il rispetto di un uomo se vai in giro nuda. (da parte di un ragazzo)

Se ci tiene ad apparire così probabilmente non è in cerca di un uomo rispettabile. (da parte di un ragazzo)

se una non è cagna non si veste così… evidentemente lo siete anche voi se sentite il bisogno di difendere il suo ‘onore’ (da parte di una ragazza)

se si veste così e mette in mostra la carrozzeria si capisce cosa va cercando…altro che ”si è vestita così perchè le piace il modello del vestito”…se uno giudica in base alle apparenze è perchè molto spesso le apparenze sono reali…e molto spesso donne come questa sono delle gran cagne (l’Amministra Tope, non censuro il nome perché è fittizio)

L’abbigliamento è anche un modo per esprimere la propria individualità. Ci si veste in un certo modo per sentirsi a proprio agio con sé stessi, per comunicare il proprio stato d’animo, per appartenere ad un gruppo, per affermare la propria identità, e anche per essere apprezzati dagli altri. Questo vale anche per le foto scelte come immagine del profilo su Facebook: si sceglie una foto perché ci si sente rappresentati, perché esprime la propria personalità, perché si ha un bel sorriso, perché è il ricordo di un bel momento e per mille altre ragioni. Il fatto che si fosse in bikini, in shorts o con un abitino non è una buona ragione per permettersi approcci sessuali non graditi (e succede: Io Odio i Maniaci di Merda, su Facebook, raccoglie gli screen di queste molestie virtuali, con una buona dose di ironia).

Libertà è anche poter decidere cosa indossare, o quale foto postare, senza essere giudicati dagli altri per questo. Quello che una ragazza indossa è una questione che riguarda solo ed esclusivamente lei, nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a dare giudizi sulla sua moralità per questo, a fischiarle contro per strada, a fare apprezzamenti volgari, o addirittura a palpeggiarla o stuprarla. La foto che una ragazza mette sul suo profilo riguarda solo lei, non è un invito a molestarla. Giudicare una persona che non si conosce dal suo abbigliamento, o dalle sue foto, è come giudicare una canzone dal titolo o un libro dalla copertina: significa fermarsi all’apparenza, e l’apparenza è sempre condizionata dai nostri preconcetti.

Ogni volta che una ragazza da’ della troia ad un’altra per il modo in cui è vestita, inconsapevolmente non fa che tracciare la vecchia di linea di distinzione della cultura patriarcale, quella tra “madonne” e “puttane”: una divisione che impedisce all’individuo di essere ciò che vuole essere per sé stesso. Neanche “Né puttane, né madonne, ma solo donne” è solo uno slogan: rappresenta la volontà di essere definite solo come persone, solo in virtù della propria individualità, anziché in base ai ruoli fissi previsti dal patriarcato, ruoli che limitavano le possibilità di autodeterminarsi della donna (per non essere bollata come puttana) e le sue aspirazioni (che dovevano consistere solo nell’essere la perfetta madonna, moglie e madre impeccabile).

Rifiutare questa dicotomia significa affermare lo spazio dell’individuo. Uno spazio all’interno del quale lui o lei può ribellarsi a tutti i “dover essere” e decidere cosa vuole essere.

A proposito della distinzione tra “brave ragazze” e “cattive ragazze”, vorrei concludere questo post con le parole di Rosemary Agonito:

La sindrome della ‘brava ragazza’: essere una ‘brava ragazza’ significa mettere sé stessi per ultimi. Significa accontentare gli altri a tutti i costi, soddisfare i loro bisogni e i loro voleri – anche quando questo ci danneggia. Nell’essere protese all’essere piaciute ed accettate, opprimiamo i nostri bisogni e sentimenti, le nostre credenze e valori, per soddisfare quelli degli altri. Come ‘brave ragazze’ non vogliamo ferire i sentimenti di nessuno, quindi non parliamo alle spalle e non lottiamo alle spalle, anche quando siamo sotto assedio. Andiamo avanti, sopportiamo… Una sofferenza prolungata e non ci lamentiamo, la ‘brava ragazza’ è sempre diligente. Ma essere diligente significa sottostare alle regole di qualcun altro, regole che non sono state da noi create.

Nel caso del comportamento sessuale, queste regole sono state definite da secoli di civiltà patriarcale per tenere sotto controllo le ragazze. Ogniqualvolta si ripete lo stereotipo della “madonna vs puttana”, non si fa altro che limare via una piccola, ma significativa, essenziale, parte della nostra libertà. Non voglio sentire mai più, MAI PIÙ, dire che una ragazza stuprata “se l’è cercata”, “se l’è meritata” o “sotto sotto lo voleva” perché indossava una minigonna, era ubriaca, era tornata a casa da sola, aveva accettato di uscire con un ragazzo conosciuto da poco, o qualsiasi altra ragione. Non è colpa sua. Non è mai colpa della vittima. E se, ragazze, pensate questo, vi state ingabbiando da sole.