Rabbia

Quando le persone dicono che la rabbia acceca e trasforma, intendono letteralmente. La rabbia deforma il nostro modo di percepire le cose, di ricordarle: una deformazione strumentale a costruire una narrazione in cui la colpa è del nemico, del bersaglio, il cui scopo è trasformare le emozioni che ci fanno sentire vulnerabili e feriti (frustrazione, umiliazione, dolore) in carburante. È come se si attivasse in noi un motore che brucia dolore e lo trasforma in rabbia, pronta per essere gettata su qualcun altro. Ci sono persone che sanno come impedire a questo motore di attivarsi, altre che sanno come riassorbire la rabbia risucchiandola all’interno di oggetti, gesti, facendola dissolvere nel respiro. Altre che la tengono dentro di sé finché non svanisce da sola, perché la rabbia è un fuoco che muore presto una volta che si smette di alimentarlo, e spesso basta solo un po’ di tempo per rendersi conto che non è successo davvero nulla.

E poi ci sono le persone come me, in cui la rabbia divampa. La mia rabbia richiama e assorbe ogni stilla di dolore che mi porto dentro, cresce e cresce in pochi istanti finché tutto quello che voglio è riversare il dolore sul bersaglio che mi ha ferita. Non c’è nessuna persona, nessun altro: solo la mia rabbia e un bersaglio. Se potessi incanalarla in una vera scarica di forza come i supereroi, spesso finirei per fare del male a qualcuno.

Quando la rabbia si spegne resta solo un grande senso di vuoto, di mancanza di scopo, di solitudine. Le lacrime scorrono lungo le mie guance e sono calde come se davvero un fuoco si fosse appena spento. La rabbia si è ritrasformata in dolore, dolore inespresso e inascoltato. Non voglio ascoltare! Non voglio che mi si dica che la mia rabbia è inutile! Perché quando c’è la rabbia non sento il dolore. Non voglio che mi si dica di calmarmi! Cosa ne faccio ora di questa rabbia latente, di questo grumo di dolore?

Poi arriva il momento in cui passi il punto di non ritorno, e dai fondo alla rabbia. Spegni l’ultimo barlume di razionalità, non pensi alle conseguenze, pervasa dal desiderio di ferire, di restituire il dolore, l’umiliazione che porti dentro ogni giorno, come un peso di cui non riesci a liberarti, un grumo denso e nero che riaffiora anche nei momenti sereni, che ti risucchia nei momenti tristi.

Poi vedi la terra bruciata. E le persone tutt’attorno ti guardano, e nelle loro parole aspre, che non hanno voglia di vedere attraverso il tuo sguardo distorto, nei loro giudizi implacabili, vedi quello che non vorresti vedere. In mezzo alle rovine fumanti, alla polvere nera, non c’è un bersaglio, c’è una persona. Una persona ferita. Per rimediare a un’ingiustizia, ne hai creata un’altra, più grande e più nera, e tutti la vedono. Nessuno vuole ascoltare, nessuno è disposto a capire perché l’hai fatto, a essere solidale con te. Le loro parole sono come schiaffi, sono gelide e brucianti, e ti strappano di dosso le giustificazioni della rabbia, ti riportano in una dimensione dove anche tu riesci a vedere quello che hai causato. Vorresti fuggire. Vorresti solo non sentire quello che hanno detto e che ora ti pulsa in testa, scardinando la visione delle cose che avevi costruito durante i momenti di rabbia e che si era impressa con forza nella tua mente, diventando vera.

Ti hanno detto che pretendi che gli altri ti capiscano e ti rispettino, ma che tu ti rifiuti di fare altrettanto se non sono d’accordo con te. E dove tu vedevi un nemico, ora vedi una persona offesa dalla tua arroganza, bloccata da un muro di scherno. Come puoi pretendere che capisca? Ti hanno detto che non puoi esigere dalle persone di dimenticare il modo in cui le hai deliberatamente ferite, sminuite, insultate, e aspettarti che siano imparziali nei tuoi confronti. Dietro quel muro di scherno, stavano nutrendo la loro rabbia per non essere calpestate. Ti hanno fatto capire che la tua visione delle cose era alterata, e ora tu riesci a capire che avresti potuto fare in modo che le cose andassero diversamente se non avessi voluto restare dentro lo scudo fiammeggiante della rabbia, ostinatamente.

E così siedi in silenzio. Non cerchi più scuse. Non cerchi più conforto. Sei solo con il peso delle tue azioni, bloccato in un punto in cui devi affrontare ciò che è successo veramente. La rabbia è morta, spenta, tace, e tu, libero dalla sua azione ottundente, guardi i tuoi errori, vedi i tuoi difetti, la tua arroganza, il tuo desiderio di distruggere. Ti sentivi un guerriero in lotta conto un’ingiustizia soverchiante, ma eri un tiranno che si accaniva su una persona per una misera colpa. Piangi, ma non è più il pianto rabbioso di prima: è un pianto purificante, il pianto che dissolve la rabbia e che vorresti lavasse via la colpa, ma sai che non può farlo.

Le ore passano, la calma ritorna e con essa la consapevolezza. Ora sai cosa implica veramente la rabbia, come ti spinga a volere il dolore altrui, a calpestare gli altri come un tornado finché non resta altro che il vuoto e il silenzio della solitudine. E nemmeno allora la rabbia si placa. La rabbia non ha uno scopo, solo un nemico. Finché c’è un nemico contro cui lottare, tutto il resto passa in secondo piano, finché c’è qualcosa da distruggere, tutte le questioni irrisolte possono non venire affrontate.

Forse questo shock è ciò di cui avevo bisogno per comprendere pienamente con cosa ho a che fare. Ciò che credevo fosse forza, che non ho mai imparato a controllare e gestire, ora mi mostra in tutta la sua devastante chiarezza il punto a cui può condurmi: distruggere ciò che ho costruito con tanto impegno, un obiettivo importante per il mio futuro e in cui ho riposto le mie energie. Distruggere legami, innalzare barriere di incomprensione, lasciare un’ombra di non detto fra due persone, perché in fondo come si fa a parlarne, a spiegare?

La mia rabbia divampa come un incendio, ma almeno non coagula in odio. L’odio è rabbia bloccata e inespressa, rimasta dentro di sé. Non sono mai riuscita a odiare nessuno. Credevo di sì, ma ho sempre perdonato: non l’ho scelto, è successo spontaneamente, perché non riesco a portare dentro di me il peso della rabbia troppo a lungo, una volta superato il dolore. La mia rabbia si misura in ore, non in mesi o anni. Mi domando perfino come sia possibile portarsi dentro la rabbia solidificata, densa e pesante, per mesi o anni.

La rabbia è un peso, in qualunque forma si esprima. Fa parte di noi e ci dice cose su noi stessi che preferiremmo non sentire, ci mostra lati di noi stessi che preferiremmo non avere (non semplicemente non vedere). Immagino che sia un male necessario, inestirpabile, ma non posso impedirmi di sognare di lasciarmela alle spalle per sempre. Sarà possibile?

Siria Mon Amour, una storia di fiducia tradita

Ho avuto il piacere di conoscere Cristina Obber, due anni fa, dopo aver sentito parlare del suo progetto non lo faccio più | un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d’amore, quando lei ha molto generosamente accettato di tenere un intervento nella mia scuola durante la cogestione. Intervento che per problemi tecnici abbiamo dovuto comprimere in un’ora, avvisandola all’ultimo minuto. Nonostante la situazione scomoda e imbarazzante, la gentilezza di Cristina e il suo discorso su come la violenza possa annidarsi nelle relazioni sentimentali fra ragazzi, nascosta dietro la gelosia e la protezione, e su come l’antidoto sia nel rispetto, mi hanno colpita molto. Cristina è una di quegli adulti che sanno entrare in contatto con gli adolescenti e trasmettere qualcosa.

Cristina ha conosciuto Amani El Nasif, una giovane donna di origini siriane, che le ha raccontato la storia della sua adolescenza, storia che è diventata “Siria Mon Amour”, un piccolo libro la cui storia comincia quando ad Amani viene detto dai suoi genitori che, per poter essere assunta regolarmente, ha bisogno di tornare in Siria per sistemare dei documenti. Amani è fiduciosa e spensierata di fronte a quella che le sembra una vacanza, cinque giorni prima di poter tornare in Italia, dove la aspetta una grande opportunità, il lavoro, l’indipendenza.

Ma il mondo di Amani le crolla addosso quando scopre di essere destinata a sposare Neief, un cugino che non ha mai visto e per il quale prova un’immediata antipatia dal primo momento, perché la tratta come se lei fosse una sua proprietà, come se avesse dei diritti su di lei. Ed è così: nel rigido sistema patriarcale islamico del villaggio di Al Karatz, dove gli uomini educano le donne e le figlie picchiandole, dove ogni “disobbedienza” femminile diventa un marchio di disonore per gli uomini della sua famiglia, Amani viene bollata come “ulech”, puttana, per la sua ribellione alle molestie di Neief e inizia una lotta disperata per sopravvivere, per non far annullare la propria identità sotto il velo, continuando a leggere l’unico libro in italiano portato per le vacanze, a guardare di nascosto la CNN ed MTV, a pensare in italiano.

La storia di Amani è la storia di una ragazza che perde improvvisamente la sua libertà, ma non solo. E’ la storia di una ragazza tradita dai suoi genitori, in cui le emozioni che nutre verso di loro – la rabbia, l’odio, ma anche la comprensione – sono il tema dominante, insieme al senso di sradicamento e di alienazione e la conseguente, sotterranea, resistenza. Una resistenza che si nutre di rabbia ma anche di amore: l’amore per Andrea, il ragazzo da cui è stata costretta a separarsi, che, lontano e impotente, rappresenta l’unico legame con l’Italia perduta, con una vita che in certi momenti sembra non essere mai esistita. Andrea, che Amani sente al telefono non appena può, bisbigliando per non essere scoperta dai parenti di Al Karatz, Andrea, sconvolto dal dolore, che smette di mangiare per la sofferenza.

“Siria Mon Amour” si legge in un pomeriggio, è un libro che scorre via veloce, le 164 pagine di cui è composto sembrano molte meno leggendo. Ma è un libro denso di sentimenti ed emozioni, che si respirano fra le pagine. Cercatelo in biblioteca, perché è una di quelle storie che ti lasciano dentro qualcosa. Se volete saperne di più, nell’articolo La promessa sposa di 16 anni che ha saputo dire no, Cristina Obber racconta come ha conosciuto Amani e perché ha deciso di raccontare la sua storia.