Un nuovo Risorgimento nella lotta contro i tedeschi

Nonostante le loro divergenze, (vedi post precedenti), le forze antifasciste e il Regno del Sud furono messi nella necessità di collaborare nello sforzo bellico contro i tedeschi, uno sforzo molto difficile sia per le scarse risorse a loro disposizione sia per lo stato di sfinimento e rifiuto della guerra della popolazione italiana. Il terzo capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi è dedicato appunto a questo tema, e la prima parte qui riassunta affronta l’uso del richiamo del Risorgimento come motivo propagandistico per spingere alla mobilitazione contro i tedeschi.

“Lo scontro fra la Repubblica sociale italiana, il Regno del Sud e l’antifascismo sulla questione del tradimento della patria”, ricorda Focardi, era “strettamente connesso all’esigenza fondamentale di mobilitare il paese in una nuova guerra dopo la débâcle dell’8 settembre. Il riscatto dalla sconfitta rappresentava un compito inderogabile sia per il governo fascista repubblicano, sia per il governo monarchico e i comitati di liberazione nazionale. Se la Repubblica sociale, l’«alleato-occupato» della Germania, ebbe sempre a subire severi limiti d’azione nelle sue ambizioni di partecipazione bellica a fianco dei «camerati» tedeschi, allo stesso modo, sull’altro fronte, anche il legittimo governo italiano presieduto da Vittorio Emanuele III e le forze antifasciste […] dovettero fronteggiare molti ostacoli nei loro sforzi per attuare un impegno militare contro l’invasore e il «traditore» interno che lo spalleggiava”.

Il Regno del Sud possedeva margini di autonomia molto esigui rispetto alle autorità militari angloamericane, cui il «lungo armistizio», firmato a Malta da Badoglio ed Eisenhower il 29 settembre 1943, assegnava pervasivi poteri di controllo in materia politica, economica e finanziaria, sottoponendo ogni atto amministrativo del governo regio al placet della Commissione di controllo alleata”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Enormi erano anche le difficoltà della mobilitazione militare. Difficoltà di ordine psicologico, per la stanchezza dei soldati e dei civili nei confronti della guerra, resa evidente dalle dimensioni del fenomeno dello sbandamento dei reparti dopo l’armistizio e successivamente dalla massiccia renitenza alla leva […]. A ciò si aggiungevano difficoltà materiali, dovute allo scadente equipaggiamento dei reparti militari rimasti a disposizione di Badoglio e all’atteggiamento degli Alleati, contrari a un consistente riarmo italiano: gli inglesi perché determinati a far pesare fino in fondo la loro vittoria su un avversario che non doveva risollevarsi, gli americani […] perché delusi dal remissivo comportamento italiano in occasione dell’8 settembre, in particolare per la mancata difesa di Roma tanto inattesa quanto catastrofica, e da allora scettici sulla capacità e la volontà di combattimento degli italiani. Di conseguenza gli Alleati, mentre impiegarono intensamente al loro fianco la marina da guerra italiana rifugiatasi a Malta, furono disposti a rifornire l’esercito del Regno del Sud solo di una quantità modesta di armamenti moderni, sufficienti a inquadrare appena poche migliaia di uomini, preferendo servirsi piuttosto su ampia scala dei militari italiani come «unità ausiliarie» nei servizi logistici di seconda linea e nella difesa costiera e contraerea”. Un Corpo Italiano di Liberazione (CIL) formato da 25.000 uomini e in seguito da sei gruppi di combattimento che comprendevano in tutto 50.000 uomini partecipò alla riconquista alleata dell’Italia a partire dal marzo 1944 fino alla primavera 1945, ciononostante.

“Va detto che difficoltà non minori si trovarono ad affrontare anche le forze antifasciste”, riprende Focardi, “Scarso era il loro insediamento territoriale dopo venti anni di dittatura. Ardui i contatti con le prime, sparute, bande partigiane costituite in gran parte da militari datisi alla macchia, privi quasi sempre di una precisa coscienza politica antifascista, cui si affiancavano nuclei di studenti e operai più politicizzati. Si stima la presenza di circa 1.500 «ribelli» attivi nel settembre 1943, almeno un terzo dei quali concentrati in Piemonte […]. All’inizio del 1944, si calcola comunque che la consistenza numerica delle forze partigiane combattenti non superasse le 15mila unità, divise fra l’altro fra bande cosiddette «autonome» o «badogliane», guidate da militari di fede monarchica impegnati in una guerra patriottica di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, e bande invece politicamente inquadrate, dove spiccavano quelle legate ai partiti della sinistra antifascista (comunisti, azionisti, socialisti) impegnate in una lotta diretta non solo a liberare il paese dai nazifascisti ma anche a edificare, per via rivoluzionaria, un nuovo ordine politico e sociale. Limitati per tutti erano i mezzi di propaganda, affidati a giornali e volantini pubblicati e diffusi nella clandestinità. Impervio il compito di spingere alla lotta antitedesca e antifascista un paese stremato dalla guerra. Scarsi infine i mezzi bellici a disposizione”.

In questa difficile situazione, “sia la monarchia sia le forze antifasciste attinsero a piene mani, come già fatto dalla propaganda alleata, al repertorio retorico e simbolico antigermanico proprio della tradizione del Risorgimento e della Grande Guerra, che costituiva un patrimonio ancora assai radicato e vitale nel paese”, osserva Focardi, che più oltre continua, “L’incitamento alla lotta contro il «Tedesco» quale «nemico storico» degli italiani fu dunque fin dall’inizio uno strumento propagandistico irrinunciabile, rivolto al contempo a denunciare il carattere «antinazionale» dell’alleanza italotedesca e a spronare gli italiani contro la Germania nazista e il fascismo repubblicano suo alleato”. Questo repertorio comprendeva l’associare alle trasmissioni di propaganda gli inni di Mameli e di Garibaldi, citazioni dai quali ornavano anche le pubblicazioni della stampa clandestina e il “riferimento alla Grande Guerra come «ultima guerra d’indipendenza», tramite efficace fra il Risorgimento e la nuova contesa antitedesca, apertasi contro gli invasori agli ordini di Kesselring”.

Sia Badoglio sia Vittorio Emanuele richiamarono più volte la natura arbitraria del patto stretto da Hitler e Mussolini in spregio alle tradizioni risorgimentali e perorarono la ripresa della politica di decennale amicizia con le grandi democrazie occidentali”, spiega Focardi. Lo storico ricorda la definizione data da Badoglio degli angloamericani come «nostri vecchi compagni del Piave e di Vittorio Veneto» e quella data dal re del tedesco come «inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà», e allo stesso modo Benedetto Croce, “uomo di sentimenti monarchici ma intransigente oppositore del re, di cui chiedeva l’abdicazione”, come ricorda Focardi, “sollecitò i connazionali a prendere le armi contro lo «straniero che calpesta e vitupera l’Italia» per battersi in una guerra «che proseguiva tenace lo spirito del Risorgimento»”, condannando il Patto d’Acciaio come un «patto di partito» stretto «nell’interesse di una fazione […] contro tutta la nostra tradizione nazionale, contro tutti I nostri interessi politici ed economici, contro la nostra stessa situazione geografica», Togliatti aveva invitato gli italiani alla «guerra sacra di liberazione» contro l’«odiato tedesco», nostro «nemico secolare», e Velio Spano aveva posto l’obiettivo del Partito comunista nel «combattere sotto la bandiera del Risorgimento i tedeschi e il fascismo».

Questi temi ebbero un grande successo, “come dimostrano i nomi di battaglia scelti da molte unità (ad esempio Mazzini, Bixio, Mameli, Manin, Fratelli Bandiera, Piave, Osoppo) o le testate di alcuni fogli clandestini (fra cui «La Giovine Italia», «Fratelli d’Italia», «L’Italia e il secondo Risorgimento»)”, nota Focardi, “Ancora più significativo risulta il fatto che una delle più importanti formazioni politiche della Resistenza – il Partito d’azione – avesse scelto un nome di evidente ascendenza risorgimentale, e che lo stesso valesse per le principali formazioni partigiane della Resistenza, le brigate Garibaldi, legate al Partito comunista”.

Ma Focardi sottolinea anche la “differenza evidente fra le tradizioni risorgimentali cui si richiamava il Regno del Sud rivendicando la «continuità delle istituzioni», nel solco dunque della soluzione liberale moderata e monarchica del processo di unità nazionale, e le tradizioni risorgimentali cui si richiamavano invece le forze dell’antifascismo cattolico, al cui interno forte era l’impronta neoguelfa, e soprattutto la sinistra antifascista di matrice azionista, repubblicana, socialista e comunista. Questa si rifaceva al Risorgimento mazziniano e garibaldino, d’ispirazione repubblicana, cioè al filone risorgimentale delle forze popolari democratiche risultato sconfitto nell’Ottocento, ma di cui si auspicava la riscossa”, differenze che corrispondevano alle diverse finalità politiche: “Mentre, infatti, per le forze monarchiche l’appello a un nuovo Risorgimento poteva essere considerato […] «una formula di comodo per incanalare il rischioso ribollire della società italiana nella patriottica guerra al tedesco» (la definizione è dello storico Claudio Pavone, ndr), nel richiamo delle sinistre a Garibaldi o al Partito d’azione vi era al contrario «implicito il programma di rimettere in discussione gli assetti postrisorgimentali, non solo quello fascista, ma anche quello liberale» (citazione sempre da Pavone) […] [per non] venire meno ai propositi della lotta ideologica contro il nemico di classe e gli assetti del potere costituito”.

Nonostante le divergenze sul suo significato fra monarchia e forze antifasciste, “il patrimonio storico risorgimentale costituiva una comune risorsa strategica anche nella lotta intrapresa contro il fascismo repubblicano”, osserva Focardi, risultando “funzionale non solo alla conduzione della guerra patriottica ma anche alla conduzione della guerra civile […]. La propaganda di Salò, infatti, faceva largamente appello al Risorgimento cercando di appropriarsi dei suoi eroi e dei suoi miti, come dimostrano l’invocazione dell’inno di Mameli e dell’inno di Garibaldi, il Mazzini effigiato sui francobolli, il tentativo della RSI di rappresentarsi come l’erede della Repubblica romana del 1849. In questo contesto, la monarchia valorizzava a sua volta il ruolo centrale svolto dai Savoia nel processo di unità nazionale come principale, se non esclusivo, strumento di rilegittimazione dopo il tracollo di credibilità provocato dalla sconfitta militare e dall’armistizio. Ma anche i partiti antifascisti facevano leva sul Risorgimento per rilegittimarsi politicamente, dopo essere stati per vent’anni stigmatizzati dal regime come forze antipatriottiche […]. L’appello alle tradizioni risorgimentali risultò dunque importante anche sul piano dello scontro interno con Mussolini nella competizione per rivendicare legittimità politica agli occhi degli italiani”.

E questa mobilitazione propagandistica ebbe effetti a lungo termine. “L’equiparazione della resistenza antigermanica alle lotte risorgimentali era destinata […] a diventare nel dopoguerra uno dei principali canoni interpretativi della Resistenza”, nota Focardi, “Ma ancor prima essa rappresentò il denominatore comune fra forze moderate e forze radicali all’interno del CLN, nonché la «copertura ideologica della politica unitaria» intrapresa dal governo Badoglio e dai partiti antifascisti dopo l’accordo stretto nell’aprile 1944 per combattere assieme l’occupante germanico”.

Traditori della patria (parte 3)

Nella prima parte di questo post abbiamo visto le accuse di tradimento della patria rivolte da Mussolini al Regno del Sud dopo l’armistizio con gli alleati e nella seconda parte il punto di vista del governo Badoglio sulla stessa questione. La terza parte completa il quadro con il punto di vista dei vari partiti antifascisti, i loro punti di divergenza rispetto al Regno del Sud e il terreno comune su cui si fonderà la collaborazione contro la RSI.

Mentre il governo Badoglio combatteva la sua battaglia propagandistica contro la Repubblica di Salò, una battaglia parallela veniva impostata dalle “forze dell’antifascismo, che dopo la caduta di Mussolini avevano progressivamente recuperato uno spazio d’azione nel paese, sebbene avessero continuato a operare in uno stato di semiclandestinità per i numerosi controlli e restrizioni imposti dal governo Badoglio”, come spiega Focardi. “Dopo il 25 luglio crescente era stata la loro pressione sul governo perché decretasse la fine della guerra”, considerata «contraria alle tradizioni ed agli interessi nazionali ed ai sentimenti popolari, la responsabilità della quale grava e deve gravare sul regime fascista».

Le forze antifasciste, che premevano per “preparare la nazione a uno scontro ritenuto inevitabile con le truppe tedesche che presidiavano la penisola”, non potevano sapere che il governo Badoglio stava trattando per l’armistizio finché esso non fu annunciato l’8 settembre 1943, ma quando ciò accadde si aprì un aspro conflitto fra esse e la monarchia, in quanto “le vicende dell’8 settembre, contrassegnate dalla fuga della corte e dei vertici militari, avevano avuto l’effetto di sprigionare un’ondata di acceso risentimento nei confronti del sovrano, di Badoglio e dell’intera dinastia Savoia”, afferma Focardi, “Tutta la stampa clandestina antifascista pullula di accuse contro il «re fellone», il «re codardo», il «re fuggiasco», il «re gaglioffo» e contro il suo degno compare: il «maresciallo fellone»”, e lo stesso risentimento manifestarono gli emigrati antifascisti, fra cui il maestro Arturo Toscanini, che sulla rivista statunitense Life definì Vittorio Emanuele III «quel pusillanime e degenerato Re d’Italia».

Tuttavia, anche se si trattò di voci nettamente minoritarie, “Alcuni importanti fogli antifascisti, quali «La Voce Repubblicana» e «L’Italia Libera», organo del Partito d’azione, non mancarono di condannare come atto di tradimento la decisione stessa di Vittorio Emanuele di interrompere la guerra al fianco della Germania e di stipulare in segreto un armistizio con gli angloamericani (tale si doveva infatti considerare l’azione di un re che aveva approvato il trattato di alleanza con la Germania nel maggio del 1939)”, osserva Focardi, riportando il commento di Gaetano Salvemini: «un malfattore non diventa un galantuomo quando tradisce un altro malfattore».

La maggioranza delle accuse di tradimento rivolte al re riguardarono, tuttavia, solo il “suo comportamento nei confronti del popolo italiano”: “Il sovrano – già additato come complice della dittatura fascista durante tutto il ventennio, dalla presa di potere di Mussolini nell’ottobre 1922 alla dichiarazione di guerra nel giugno 1940 – fu posto sotto accusa per aver tradito per l’ennesima volta gli italiani, abbandonati dopo l’armistizio in balia delle armate hitleriane”, osserva Focardi, “Vittorio Emanuele non aveva predisposto alcun efficace piano difensivo, aveva lasciato l’esercito senza ordini alla mercé delle truppe tedesche, era venuto meno alle promesse e agli accordi presi con i partiti antifascisti ostacolando la consegna delle armi al popolo e impedendo così la possibilità di approntare una difesa concertata”.

I pochi episodi di “efficace collaborazione fra militari e civili contro i tedeschi”, come quello di Roma a Porta San Paolo, erano stati “frutto di iniziative individuali” e si erano svolti “sotto il segno dell’improvvisazione”, e per questo erano destinati al fallimento. Il CLN, in una dichiarazione del 12 settembre 1943, afferma: «nell’ora più angosciosa della Patria il Monarca e il capo del Governo non sono rimasti al loro posto di direzione e di comando e, in conseguenza di questa carenza, ogni possibilità di difesa e di resistenza è stata profondamente scossa e vulnerata».

Per questo “il re non poteva pretendere in alcun modo di condurre la lotta contro la Germania”, spiega Focardi, e “l’antifascismo rivendicava per sé il diritto di guidare la «lotta di liberazione nazionale» contro l’invasore tedesco. Non era legittimato a farlo Vittorio Emanuele, complice del fascismo e traditore ‘di lungo corso’ della nazione. Il sovrano aveva sprecato colpevolmente con l’8 settembre l’occasione di schierare il paese contro la Germania nazista a fianco delle nazioni democratiche: le chances di riscatto – nonostante i proclami del governo di Brindisi – non potevano che essere affidate alla direzione delle forze antifasciste”, che infatti rivendicarono questo compito dopo appena tre giorni dalla dichiarazione di guerra fatta dal Regno del Sud alla Germania (13 ottobre 1943), chiedendo di costituire un «governo straordinario», «espressione dei quelle forze politiche che hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista».

Tutti i vari organi di stampa delle diverse forze antifasciste reagirono con «un senso di estraneità, se non di fastidio o addirittura di rabbia» (le parole sono dello storico Claudio Pavone) alla dichiarazione di guerra del Regno del Sud alla Germania, perché, come scritto sull’Unità (18 ottobre 1943), la guerra non poteva essere condotta da «gli uomini che, corresponsabili del fascismo e della guerra fascista, hanno ingannato e tradito il popolo italiano».

Nonostante questo conflitto, i temi propagandistici di cui le forze antifasciste si servivano contro fascisti e nazisti riecheggiavano quelli utilizzati dal governo monarchico di Brindisi: “in primo luogo, il refrain della guerra non voluta dagli italiani, in secondo luogo l’accusa del tradimento nazionale mussoliniano e della condotta proditoria da parte della Germania nazista”, che, come nota Focardi, “Erano i temi su cui aveva puntato e continuava a insistere la propaganda alleata, e che erano stati abilmente fatti propri da quella monarchica. Nell’adottarli l’antifascismo godeva però di tutt’altra credibilità rispetto al Regno del Sud. La netta distinzione tracciata fra dittatura fascista e nazione, ovvero fra regime e popolo italiano; la condanna delle avventure belliche del fascismo come azioni antipopolari […]; la denuncia dell’alleanza con la Germania come contraria alle più genuine tradizioni nazionali di matrice risorgimentale, facevano parte infatti del patrimonio storico dell’antifascismo italiano. Molti dei temi e degli slogan diffusi nel paese dalla propaganda alleata avevano dunque una radice antifascista, attestata fra l’altro […] dal coinvolgimento attivo di numerosi esuli di vario orientamento politico nelle attività propagandistiche”.

Ad esempio, nel dicembre 1943 «Il Popolo», organo della Democrazia Cristiana, “sottolineava come il patto di amicizia sottoscritto con Hitler da Mussolini non avesse vincolato affatto il popolo italiano, «spinto ad una guerra non sentita, non voluta, non preparata». Legittima pertanto era stata la scelta italiana di uscire dal conflitto, spregevole moralmente e criminale la mossa tedesca di invadere il paese. Quest’ultimo atto si configurava come il suggello di tutta la precedente linea d’azione germanica, contrassegnata dal costante tradimento dell’alleato su ogni fronte di guerra”. E Mussolini e i fascisti avevano a loro volta tradito il popolo italiano, restando “al fianco dei tedeschi dopo che la Germania, «gettata la maschera», era tornata a mostrare il suo volto più autentico: quello – scriveva l’Unità – del «peggiore nemico d’Italia». […] Schierandosi coi «barbari invasori», coi «banditi dalla croce uncinata», si erano macchiati del più grave dei tradimenti. Tanto più grave in quanto, così facendo, avevano innescato la feroce «guerra civile» che stava insanguinando il paese. In questo modo veniva ribaltata sulle spalle di Mussolini e della Repubblica sociale l’accusa di aver scatenato la «guerra fratricida»”, spiega Focardi.

Prima ancora, il 16 ottobre 1943, il CLN aveva lanciato una dura invettiva contro il fascismo, in cui sosteneva la necessità di «riconfermare la sua più recisa e attiva opposizione, negando al fascismo ogni diritto e autorità – dopo le sue tremende responsabilità nella catastrofe del paese ed il suo asservimento al nazismo – di parlare e agire in nome del popolo italiano». Allo stesso modo, Palmiro Togliatti aveva definito la RSI «il governo fantasma di Mussolini, istituito da Hitler per rompere l’unità nazionale ed acquistare uno strumento per la lotta contro i patrioti che agiscono alle spalle dell’esercito tedesco», creato per «realizzare i suoi ultimi piani di vendetta verso il popolo che gli ha mostrato il suo odio e il suo disprezzo».