La libertà di non opporsi: confronto fra femminismi

Questo articolo nasce da un coagulo di riflessioni e sensazioni che sperimento da parecchio tempo, e perciò è la cosa più sentita emotivamente che stia scrivendo su questo blog (non per sminuire tutto il resto, ovviamente: se l’ho scritto, è perché lo ritengo importante, perché sento il bisogno di dirlo) ed è anche molto personale. Parte di queste riflessioni hanno trovato la loro forma nel corso di una discussione con Paolo sul blog del Ricciocorno Schiattoso a proposito delle “women against feminism”: Care donne che non hanno bisogno del femminismo e dei condizionamenti culturali.

Partiamo dal principio. I condizionamenti sociali e culturali che tutti noi subiamo nel corso della nostra crescita, attraverso l’educazione e il rapporto con gli altri, sono una realtà. Alcuni di questi sono negativi di per sé perché limitano le possibilità e la libertà degli individui, precludendo loro alcune scelte attraverso la riprovazione sociale (l’esempio più noto è la rigida distinzione fra “cose da femmine” e “cose da maschi” nell’ambito dei giocattoli e dei prodotti per bambini, come nell’esempio descritto da Liz Smith nel suo pezzo La bicicletta di Amy, tradotto da Maria G. di Rienzo) e sarebbe un bene per tutta la società se smettessero di esistere. A cosa porterebbe l’abolizione del binarismo di genere nei giocattoli? Semplicemente a bambine e bambini più liberi di scegliere con cosa giocare e quindi con più libertà di immaginare, di creare mondi, di inventare. Io non vedo alcun aspetto negativo in questo.

Altri sono di per sé neutri, ma il fatto che la società veda una determinata scelta come “naturale”, “positiva” e “giusta”, e le aspettative affinché si compia quella scelta sono così pesanti da escludere di fatto che la scelta opposta sia un’alternativa praticabile rende necessario, da un punto di vista femminista, mostrare come quella scelta sia un prodotto culturale e rivendicare la legittimità della scelta opposta contro la pervasività della norma culturale. Questo è il caso di scelte come depilarsi o non depilarsi.

Tuttavia, evidenziare che alcune scelte sono frutto di condizionamenti sociali non significa negare la loro legittimità o comunque sostenere che sono “sbagliate”. Purtroppo esistono femministe che fanno questo, credo sia dovuto al fatto che la loro concezione di rapporti di potere e condizionamenti è di tipo deterministico (il perché di questo sarà argomento di un altro post, perché richiede una spiegazione piuttosto lunga). Questo si verifica soprattutto in ambiti relativi all’estetica e alla sessualità, laddove i condizionamenti sono più presenti (com’è ovvio: non è la natura che ci spinge a truccarci o depilarci o, nel caso degli uomini, a rasarsi la barba, ma la cultura. Questo è un fatto).

E ora veniamo al punto. Io sono una femminista che si depila le gambe, le ascelle, e l’area che comprende la vulva e l’inguine. Mi rendo conto della pressione sociale esistente sulle donne perché abbiano corpi perfetti e io per prima combatto con queste pressioni per riuscire a sentirmi bene con me stessa anche se non ho la taglia 40, anche se ci sono giorni in cui tutto il mio corpo mi sembra orribile e sproporzionato, le cosce troppo grosse, le braccia non abbastanza snelle (vado a nuotare da quando andavo alle elementari, perciò ho abbastanza muscoli sulle braccia). Quando sono per conto mio i peli non mi danno particolarmente fastidio, ma non mi piace l’idea che li vedano gli altri, le altre ragazze e i ragazzi. Non perché abbia paura di essere giudicata: so già che molti mi considerano strana per le mie idee e i miei interessi e le mie piccole fissazioni (come quella di correggere la grammatica e l’ortografia altrui). Semplicemente, ogni volta in cui mi trovo in una situazione “sociale” voglio apparire al meglio. Voglio essere bella. Voglio sentirmi bella.

E’ un po’ come quando metto la crema idratante: sentire la pelle fresca, più liscia e più lucida mi fa sentire bene, anche se in realtà non cambia nulla perché dopo cinque minuti la crema si assorbe e non c’è nessuna differenza percettibile rispetto a prima. Però mi fa sentire in ordine, mi rilassa e mi sento anche più bella. Una blogger anglosassone (non mi ricordo il nome) ha scritto una frase che amo: “I prefer how my body looks the specific way I craft it”, ovvero preferisco il modo in cui appare il mio corpo quando sono io a plasmarlo (rispetto al modo in cui appare quando è “incolto”, come sarebbe in natura, se non ce ne prendessimo cura sul piano estetico).

 

Quando alcune femministe condannano questo desiderio di essere belle, quando condannano tutto ciò che riguarda l’estetica come desiderio di conformarsi allo sguardo maschile, stanno inconsapevolmente riproponendo il pregiudizio secondo cui bellezza e intelligenza sono in contraddizione. In buona fede, perché dopotutto viviamo in una società in cui alle donne non è ancora riconosciuto il diritto di non essere attraenti, perfino di essere brutte, e in cui si pone continuamente l’accento sulla bellezza fisica delle donne anche in contesti in cui sarebbe totalmente superfluo farlo (quando si parla di donne di potere, per esempio, o quando si celebrano i meriti sportivi o intellettuali di una donna) perché in questo modo si riducono le donne ai loro corpi, quando sarebbe opportuno lasciare in disparte l’aspetto fisico.

Il femminismo ha rivendicato e rivendica per le donne il diritto di esprimersi sessualmente e ha focalizzato l’attenzione sul bisogno, anche a livello simbolico, di riappropriarsi del proprio corpo sottraendolo alle imposizioni della cultura patriarcale. Il problema arriva quando si considera il voler essere belle – convenzionalmente belle – come una di queste imposizioni. Ovviamente, visto che l’idea di bellezza è un prodotto culturale, i confini sono molto sfumati. Ma ciò non toglie che, se vogliamo rispettare l’autodeterminazione di ogni donna, allora dobbiamo rispettare anche le scelte che si conformano alle norme culturali vigenti, presumendo che queste scelte siano fatte con altrettanta consapevolezza e altrettanta libertà rispetto alle scelte che si oppongono a tali norme culturali.

C’è una parte del femminismo che “cortocircuita” su questo punto, come dicevo prima. Questo è apparso nella sua evidenza nelle polemiche seguite all’ultima esibizione di Beyoncé agli MTV Video Awards, in cui la cantante (che aveva già dato prova del suo impegno femminista partecipando alla campagna #banbossy di Sheryl Sandberg che si oppone all’etichetta di “prepotente” data alle bambine che vogliono imporsi, scrivendo un saggio per The Shriver Report e postando una foto di sé nei panni di Rosie la rivettatrice come risposta alle “women against feminism”) dopo aver eseguito un medley delle sue canzoni di circa 10 minuti si è fermata sul palco, da sola, mentre dietro di lei compariva la scritta “feminist” e una voce in sottofondo dichiarava:

Insegniamo alle ragazze che non posso essere “sexual beings” come fanno i maschi. Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole. Diciamo alle ragazze: “puoi avere un ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”. Femminista: una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali.

Beyoncé ha portato il femminismo letteralmente sotto i riflettori, in un’occasione in cui nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ha usato il suo star power per difendere orgogliosamente una parola e una causa spesso fraintese o distorte. Ha ribadito in sintesi cosa è il femminismo e per cosa lotta (c’è molto più di questo, ok, ma è uno show e non un trattato): per liberare le persone dai condizionamenti culturali, e in particolare per liberare le donne da quei condizionamenti culturali che le tengono in una posizione di marginalità o inferiorità rispetto agli uomini, per conquistare la parità dei sessi. Una definizione limpida, cristallina, inequivocabile.

La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell'icona femminista Rosie la Rivettatrice
La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell’icona femminista Rosie la Rivettatrice

Eppure questo ha suscitato molte polemiche, dovute alla presunta contrapposizione fra l’immagine sexy di Beyoncé, la sua sensualità molto fiera e selvaggia, con le rivendicazioni femministe. Ho avuto un lungo e articolato diverbio con femministe che sostengono che Beyoncé non rappresenti il femminismo, che il femminismo non possa ridursi a quanto Beyoncé esprime, ecc, e penso che piuttosto che riassumerlo sia meglio riportarlo nella loro interezza, perché ho già detto quello che penso e ritengo giusto che anche chi la pensa diversamente abbia la possibilità di esprimersi con le proprie parole, senza che io intervenga su di esse. La mia interlocutrice, per ragioni di privacy, è indicata come “C“, e anche le altre persone intervenute nella discussione sono indicate solo con una lettera. Le differenze fra le nostre posizioni, come ho già detto, dipendono da una diversa interpretazione degli stessi concetti, come quelli di condizionamenti culturali o di autodeterminazione, e queste diverse interpretazioni dipendono a loro volta da un diverso background culturale e ideologico (ideologia è una parola che io uso nel suo significato di sistema di idee, e mi rifiuto di cadere nella trappola retorica di chi considera le ideologie negativamente in quanto ideologie). Perciò questo è un confronto fra femminismi che non può pervenire ad una sintesi in senso dialettico.

IoComunque, solo a me queste polemiche sembrano assurde? Pensavo che avessimo superato la fase in cui vestirsi/ballare in modo sexy ed essere femminista erano “in contraddizione”…poi io personalmente penso che le celebrità che si dichiarano femministe/i facciano una cosa positiva, contribuendo a legittimare socialmente un’etichetta che si porta ancora addosso disapprovazione, stereotipi negativi, ecc. E Beyoncé non è l’unica: mi vengono in mente Ellen Page e Joseph Gordon Levitt, ma sono sicura che ce ne sono altri…

C: Il femminismo storicamente quando è stato forte è stato un movimento rivoluzionario e non si è preoccupato di legittimazioni da parte del potere. I media sono uno strumento del potere, non dimentichiamolo e Beyoncé è parte di questo sistema. Nessun femminismo, piuttosto il post-femminismo ha molto a che fare con questo.

GConcordo con C. Penso che Beyoncé abbia dovuto valutare meglio una situazione del genere, per un motivo prettamente legato a quanto il sistema si propone di attuare. Tutto ciò che ha a che fare con la diffusione del sistema o la sua legittimazione, si oppone ad una veduta femminista che invece mira a riformarlo. E non dimentichiamo che il sistema e’ presieduto dai maschilisti.

IoOk, ma il concetto di riforma presuppone un cambiamento dall’interno del sistema. E come pensiamo di fare questo se non diffondiamo la nostra visione e le nostre conoscenze, facendo in modo che diventino una prospettiva globalmente accettata (per esempio attraverso il gender mainstreaming)? «I do not believe that the solution to our problem is simply to elect the right people. The important thing is to establish a political climate of opinion which will make it politically profitable for the wrong people to do the right thing. Unless it is politically profitable for the wrong people to do the right thing, the right people will not do the right thing either, or if they try, they will shortly be out of office.» – Milton Friedman.

CAppunto, Tiziana, hai citato Milton Friedman. Il post-femminismo è strettamente legato all’ordine neoliberista che sta distruggendo ogni conquista dell’umanità, parlando ipocritamente di “riforma” o addirittura “rivoluzione”. Giocare con i contenuti rivoluzionari banalizzandoli e addomesticandoli fino a rovesciarli è una tecnica di largo uso del potere. Per me il sistema non va riformato dall’interno, ci vuole un radicale rovesciamento.  “Quello che è preoccupante è che la cultura del consumo neoliberista ha tentato di fagocitare, travestire da “filosofia del libero mercato” alcune idee politiche femministe. Alcune espressioni chiave del femminismo di seconda ondata come “libera scelta” vengono manipolate e banalizzate dai media e dalla cultura popolare con lo scopo di incoraggiare l’individualismo femminile. Una forma capitalista di “femminismo” viene assunta dai media per giustificare lo sfruttamento delle donne attraverso la retorica della libertà o della versione commercializzata della liberazione sessuale. La libertà di disporre del proprio corpo, quell’autodeterminazione per cui le femministe hanno lottato, oggi è oggetto di manipolazione della retorica liberista del consumo. Noi pensiamo che la definizione data da Angela McRobbie di “postfemminismo” sia essenziale per comprendere questa strategia politico-economica con cui il capitalismo tenta di plasmare mente, comportamento e ideologia delle donne e cerca di respingere gli obiettivi politici femministi. Come l’autrice ha spiegato nel suo illuminante lavoro, il “postfemminismo” è una sensibilità, un’ideologia costruita dai media e dalla cultura popolare in cui l’identità femminile è ridotta al paradosso di un soggetto politico che sceglie liberamente di auto-oggettificarsi rinunciando alla propria agency. Il processo di auto-oggettificazione è rappresentato come una forma di empowerment femminile mentre in realtà l’obiettivo è quello di confermare e rafforzare stereotipi e ruoli di genere.” Tratto da: http://resistenzafemminista.noblogs.org/precarieta…/

Io:  Il brano che hai postato è affascinante, ma non credo sia pertinente al nostro discorso, a meno che non vogliamo affermare che qualunque forma di espressione di sé come “sexual being” sia, per una donna, auto-oggettificarsi. Fra l’altro, io credo che il “radicale rovesciamento” di cui parli sia impossibile, e credo che restare ancorati a questa prospettiva sia un errore, lo stesso che ha fatto il socialismo che non ha saputo seguire Bernstein. Guarda invece quante conquiste sono state ottenute in Europa grazie alla cultura politica riformista di sinistra. Io ribadisco la mia convinzione, l’obiettivo non può essere il rovesciamento del sistema, ma far diventare la prospettiva femminista un criterio di analisi e trasformazione della realtà (politica, economica, sociale) accettato e diffuso. Quanto alla citazione, il fatto che sia di Friedman è irrilevante. Io per esempio l’ho trovata su un blog che fa parte della comunità razionalista italiana (worldsoutsidereality.wordpress.com), comunità che per inciso si pone obiettivi analoghi a quelli di cui parlo, rendere dominante e accettata la cultura del metodo scientifico.

CIl femminismo a mio avviso non potrà mai essere parte della cultura dominante di un sistema basato strutturalmente sul dominio di alcuni gruppi su altri, sul massimo profitto e non sul rispetto dell’ambiente e di ogni essere vivente nella sua unicità. Trovo comunque che il brano postato sia pertinente, perché non si tratta qui di esprimersi come “sexual being”, ma di usare un’espressione di grande significato politico e trasformativo come “feminist” svuotando la parola del suo contenuto, visto che la cantante non fa che banalmente esprimere il ruolo che mediaticamente viene assegnato alle donne. Ti ripeto, per me il problema non è Beyoncé, ma la strategia del sistema mediatico-commerciale di cui lei fa parte integrante. L’analisi sul post-feminism in Italia andrebbe approfondita perché senza capire il contesto in cui siamo immersi si rischia di restare in superficie.

IoIo non credo che Beyoncé stia svuotando la parola del suo contenuto usandola nel corso di uno show. La definizione che ne ha dato è essenziale ma corretta, ed è stata preceduta da una piccola riflessione su come la socializzazione delle ragazze sia limitante. Non è un saggio, ma è un gesto di grande impatto, specie perché giunge subito dopo le “women against feminism. Beyoncé ha qualcosa che nessuna teorica, saggista o militante può avere, lo star power, la capacità di far sentire la sua voce nel “sistema mediatico-commerciale”. Comunque, al di là di Beyoncé, allora qual è la tua risposta? Aspettare e preparare una rivoluzione che non avverrà mai?

ACome si fa a “scegliere liberamente” e contemporaneamente “rinunciare alla propria agency”? “Agency” corrisponde esattamente alla “libera scelta” (quale che essa sia).

C:  Ma perché dovrei stare ad aspettare? Ci sono tante femministe che agiscono concretamente per un mondo migliore provando a incarnare loro stesse il cambiamento. Penso alle femministe in America latina, alle donne indiane o mi viene in mente una figura come Vandana Shiva, per dirne una. E poi che ti ha detto che la rivoluzione non verrà mai? Nella storia ci sono sempre state e sono state precedute da radicali mutamenti del pensiero con profondo rigetto del sistema vigente. Penso, per esempio alla fine dell’ancien regime e alla rivoluzione francese. Non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante, bisogna osare di immaginare altro. il femminismo per me non significa fare i soldi e diventare famose nel capitalismo, senza peraltro proporre valori alternativi.

C (in risposta ad A): Appunto. E infatti è paradossale. Ho letto Bambole viventi di Natasha Walter e in quel libro il paradosso viene sviscerato in tutti i sui aspetti. In realtà si tratta di un ritorno indietro mascherato da libertà di scelta. Io scelgo il rosa (e in realtà le bimbe trovano solo rosa), io scelgo di essere sottomessa all’uomo e così via.

IoIn America latina, India o Africa il retroterra è completamente diverso dal nostro. (E Vandana Shiva è una donna disonesta e/o incompetente, ma non apriamo questo discorso ora). Io non sono d’accordo quando dici che “non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante”, credo che l’Occidente sia a un punto di evoluzione sociale e culturale che va perfezionato – eliminando l’oppressione, che secondo me esiste perché semplicemente è “normale”, ma non esisterebbe se tutti fossimo consapevoli ed educati a combatterla – edificando sull’esistente. Non è suprematismo occidentale: non pretendo che questo debba essere applicato alle altre culture. Ma per me la riforma non solo è possibile, ma è l’unica strada praticabile.

A:  C, capisco, ma il fatto di scegliere qualcosa quando si ha una sola possibilità è diverso dallo scegliere qualcosa tra le molte possibilità.

Io: Sono l’unica che crede che noi possiamo crearle, quelle possibilità, anche all’interno di questa cultura, di questa società?

C:  Per me la riforma è utopistica, le multinazionali del profitto e della guerra non si faranno mai togliere il potere “dall’interno”. E comunque, rispetto il tuo pensiero, ma è evidente che non siamo d’accordo, visto che tu dici che l’oppressione è “normale”. Io sono femminista perché sono contro ogni forma di dominio, sento che potremmo vivere nel rispetto di ogni essere umano e della natura. E che questa è anche l’unica strada percorribile, visto che il capitalismo sta letteralmente distruggendo il pianeta. La violenza sulle donne sul piano globale sta aumentando così come lo sfruttamento sessuale delle donne povere nell’industria del sesso globalizzata. Il mio femminismo mi porta a guardare alla condizione delle donne nel suo insieme, non alla mia affermazione personale nel sistema, che è quello che, in definitiva, promuovono i media. Comunque, mi ha fatto piacere questo scambio, anche se la pensiamo diversamente.

Io:  Non è quello che ho detto! Non ho detto che l’oppressione è normale: ho detto che l’oppressione esiste perché è considerata “normale”. L’idea di normalità è ciò che fa esistere l’oppressione. Il punto per me è che il cambiamento è possibile dall’interno perché l’oppressione esiste in quanto “normale”, scontata. Se l’intera società ne prende consapevolezza e si educa a combatterla, allora le “istituzioni” possono essere “epurate” dall’oppressione.

C: Sì, A, concordo, ma il problema è che c’è anche il sistema culturale dominante che spinge a determinate scelte. E poi non è tutto bianco o nero: tra nessuna scelta e molte scelte ci sono anche le scelte limitate fortemente dalla cultura, dalla società, dalla storia familiare, ecc..

A:  Però escludendo quelle scelte che coincidono con le imbeccate del patriarcato stiamo comunque limitando la libertà di scelta di altre compagne femministe. Che si fa?

IoEh, già. Alla fine non possiamo pensare che solo le scelte “di opposizione” rispetto agli standard sociali-culturali siano veramente libere. 

C:  Il problema infatti non è criticare le singole donne, ma è aumentare la nostra consapevolezza sul fatto che il sistema ci “imbecca”. Una volta si faceva l’autocoscienza, proprio per liberarsi per riscoprire cosa si era, al di là di una società che tutto sommato ci ha escluse per millenni e ci continua di fatto ad escludere con tante forme di oppressione.

A:  Ma è anche possibile che una persona, pur fregandosene del gradimento maschile, faccia certe scelte perché corrispondono al suo gusto personale. E sarei condiscendente se andassi da una persona adulta, femminista e consapevole a dirle che le decisioni che prende non sono autonome.

C: Ma infatti io non andrei da nessuna a dirle così. Però per me scelgo di riflettere su ciò che mi impone la cultura dominante e di fare un mio percorso di liberazione. Inoltre, è naturale che voglia lottare contro una cultura di riduzione ad “oggetto sessuale” che per altre donne mie sorelle si traduce in violenza e sopraffazione.

Io: Anche per me, tuttavia è difficile definire i confini fra “espressione di sé come sexual being” e “auto-oggettivazione”, tanto per dirne una. Così come è difficile definire un confine fra ciò che io ritengo bello e ciò che la società mi ha insegnato a ritenere bello. Io mi ci arrovello spesso, ma non trovo risposte nette. So però che voglio seguire Caitlin Moran: “Ricordate, lo scopo del femminismo non è creare un tipo di donna. L’idea che esistano tipi di donna intrinsecamente sbagliati o giusti è ciò che ha rovinato il femminismo: la convinzione che “noi femministe” non saremmo disposte ad accettare ragazze un po’ superficiali, o ignave, ragazze che fanno le stronze con le altre, ragazze che assumono collaboratrici domestiche, ragazze che stanno a casa con i figli, ragazze che guidano Mini Rosa con l’adesivo “Va a cipria!”, ragazze col burka o ragazze a cui piace credersi sposate a Zach Braff di Scrubs e che sognano di fare sesso con lui in ambulanza di fronte al resto del cast, con tanto di applauso finale. Sapete una cosa, care? Il femminismo vi abbraccia tutte. Che cos’è il femminismo? E’ la convinzione che le donne debbano essere libere quanto gli uomini, per quanto siano stupide, tonte, illuse, malvestite, grasse, pigre, compiaciute, o con i capelli un po’ radi.”

AQuoto con tutte le mie forze.

C:  Sicuramente c’è un atteggiamento moralista e non femminista da parte di molte donne che criticano le show girls e che in definitiva non si discosta dalla doppia morale patriarcale. Resta però il fatto che io non mi rivedo nemmeno nella definizione di Caitlin Moran che hai riportato. Il femminismo non può essere ridotto alla “scelta di fare delle scelte”, (il cosiddetto “choice feminism”) semplicemente perché un mondo in cui tutte le donne siano libere di scegliere la propria esistenza è assolutamente al di là da venire. Se si pensa il femminismo come liberazione delle donne come genere, per dare veramente a tutte una possibilità di essere libere dall’oppressione, ci si rende conto che certe scelte individuali sono assolutamente integrate al sistema e a volte oppressive per altre donne (si pensi alle manager che non assumono le donne perché si rischia che vadano in maternità.)

A:  Tanto più che trovo legittima anche la scelta di auto-oggettificarsi, anche con l’intenzione di farlo. Purché non sia *un uomo* a permettersi di farlo. Perché lì non c’è la scelta della singola, ma l’imposizione di un altro.

C: Sì, A, ma la cultura dominante e mass-mediatica dell’oggettificazione e la propaganda di questo come “empowerment” non fa che giustificare ad esempio la cultura del “cliente”. Anche il nostro concetto di “sexy” e “sexual being” è assolutamente indottrinato e mi metto io per prima. Il fallocentrismo è ancora ben presente.

Io:  Per me il femminismo è soprattutto eliminare quei costrutti culturali che limitano la possibilità di essere realmente libere (tipo il binarismo di genere, tutti i vari stereotipi, o l’idea di “normalità = maschio bianco etero”). Parlo della cultura occidentale, in questo caso, dove non ci sono ostacoli “materiali” (parlo di leggi e simili) alla parità, ma solo ostacoli culturali.

A: Quello a cui mi oppongo è il dare per scontato che una intraprenda un determinato percorso perché non è stata in grado di opporsi al lavaggio del cervello.

C:  Se è per questo nessuna di noi è in grado di opporsi, quindi non c’è nessuna esente, per cui per me non ha senso criticare le altre.

A:  Sul fatto che nessuna sia in grado di opporsi non mi trovo d’accordo; qualcuna chiaramente non ci riesce, qualcuna ci prova, qualcuna c’è riuscita, secondo me.  E’ obbligatorio distinguere, e questo si può fare solo ascoltando i singoli individui.

C:  Non so, io parlo a partire da me e sento comunque che molte mie scelte, pensieri, atteggiamenti, sono senz’altro indotti e che ci potrebbe essere di meglio. Sono sempre in cerca per scoprire qualcos’altro.

La discussione è proseguita su argomenti che non sono pertinenti a questo post. Comunque, dopo più di 4000 parole, sento di essermi tolta un peso e spero di aver anche chiarito il mio punto di vista, il mio modo di essere femminista e qualcosa di più su quello in cui credo.

 

Il dischiudersi della vita

Non ho mai pensato molto alla maternità, al parto, alla nascita, se non come a qualcosa di astratto, un insieme di trasformazioni biologiche di cui avevo studiato le cause a livello del DNA, delle cellule, e poi del corpo, nel libro di scienze. Il modo in cui il nostro corpo predispone i gameti, attraverso la meiosi, con la metà esatta di cromosomi, per poter creare un nuovo essere con un patrimonio genetico unicamente suo, frutto di un rimescolamento casuale di due DNA, mi affascina. L’evoluzione è caos.

Nella donna il meccanismo della meiosi è complesso, e la maggior parte dei gameti vengono sprecati, mediante le mestruazioni, per darci la possibilità, incomparabilmente preziosa a livello di sopravvivenza della specie, di essere fecondate in ogni momento dell’anno e non solo durante il periodo dell’estro, come succede alla maggior parte dei mammiferi. A volte osservo il mio sangue mestruale e penso che una parte di quella massa rosso scuro costituiva le pareti dell’endometrio, predisposte per accogliere la possibilità di una nuova vita, una possibilità che non si è realizzata e che rimane sospesa nel mondo vasto e inconoscibile dei se. Immagino il mio utero, mi chiedo se sia un posto accogliente, il luogo dove qualcosa che conosco e al contempo ignoro totalmente potrebbe accadere, forse accadrà, una nuova vita potrebbe riposare in attesa di diventare una persona, oppure potrebbe scivolare per sbaglio, per un imprevedibile errore, e allora dovrei spezzare quella possibilità…

Cellule che si duplicano. Cellule che si duplicano ancora, e ancora, e ancora. E poi, non sempre, non per tutte, scatta qualcosa, quell’insieme di cellule diventa un soggetto, viene riconosciuto, e la donna lo chiama “figlio”, e la donna diventa “madre”. Un nuovo essere in potenza. Un futuro essere che nutrito dal sangue della donna che lo ospita, un essere che le appartiene e che non le appartiene. Oppure, niente. Un grumo di cellule, un errore, un peso che non si è in grado di portare, qualcosa che non si vuole scegliere. Qualcosa da cui ci si separerà, con dolore, con la consapevolezza di aver fatto la scelta – ingiudicabile, personale, soggettiva come nient’altro – giusta. O che si porterà con sé fino al momento di liberarsene, un dono, in qualche modo, per qualcuno che non si conosce e che non sfiorerà mai la vita di quella donna.

I miei pensieri vagano e mi identifico con un ovulo, che scende lentamente lungo le tube di Falloppio, una placida sfera che rotola, scivola, fino ad incontrare un nugolo di piccoli ed agili spermatozoi che le si schianteranno contro, morendo nel tentativo, per sciogliere gli enzimi che ne avvolgono la superficie, finché uno di loro potrà raggiungerne il cuore, e fondersi con esso. Zigote. La placida calma dell’ovulo sostituita dal fermento delle cellule in duplicazione. Pop. Pop. Pop. Uno, due, quattro, otto… qualcosa che si sta formando, pulsante, vivo. La stessa vita che ha increspato il brodo primordiale. Sostanze inerti che galleggiavano sull’acqua, il silenzio di un pianeta ancora giovane, incontaminato, e poi…pop. La prima cellula. Pop. Pop. Pop. Altre cellule. Non sappiamo come, non sappiamo perché, possiamo solo fermarci un attimo e guardare la prolifica, straordinaria varietà che la vita ha assunto intorno a noi, in noi. Come il silenzio si è riempito di suoni, la terra di piante, gli oceani di animali. Noi siamo solo un frammento di tutto questo, e siamo gli unici che possono conoscerlo.

In quanto donna, in me esiste la possibilità di replicare questa straordinaria trasformazione, la nascita. Non ci ho mai pensato veramente, poi oggi c’era questo telefilm, o film, non ho controllato neppure il titolo, in cui una giovane donna doveva partorire in casa perché non c’era tempo per condurla in ospedale, e l’ambulanza non sarebbe arrivata in tempo, quindi i suoi familiari dovevano assisterla da soli. Contrazioni, urla, frasi concitate, gemiti di dolore. In ospedale forse sarebbe tutto più asettico, ovattato, magari. Forse più semplice, più calmo. Quel grumo di cellule è diventato un individuo, ora, ed è tempo che sia condotto nel mondo. Nel dolore, nel sangue. Il ventre di una donna diventa così grande durante la gravidanza, a me è sempre sembrato troppo grande, troppo pesante da reggere, così grande da schiacciare la donna a cui appartiene, da cancellarla. Non voglio immaginare quanto deve essere traumatico e doloroso fare uscire un bambino dalla propria vagina.

Io non so. Tutto ciò che ho letto, studiato, che mi hanno detto, non basta, non serve. Sto scrivendo queste riflessioni perché un giorno, qualunque decisione io prenda, qualunque possibilità io accolga o respinga, sarò felice di poter sapere cosa pensava una ragazza di 17 anni quando ancora ogni scelta era lontana. Le mie parole non hanno altro valore che questo. Mi sono fermata e ho pensato al mio corpo, alla vita, all’origine, e tutto questo fa parte di me e al contempo non mi appartiene affatto, anzi, non posso conoscerlo, non posso afferrarlo, non c’è nulla di più distante da me, da ciò che sono. Sono cose a cui riesco a pensare solo dimenticandomi di me stessa, della mia individualità data dalle mie idee, le mie emozioni, i miei pensieri. Come se dovessi disconnettere la mia mente per focalizzare l’attenzione su ciò che riguarda solo il mio corpo, ciò da cui la razionalità è estranea. Ciò che non può essere pensato, ma solo sentito, e forse vissuto.

Eve Ensler, scrittrice e poetessa che ammiro moltissimo perché scrive le cose come io le sento, ed è capace di tradurre in parole, bellissime parole, intense ma delicate, forti ma eteree, quello che in me è solo un insieme di sensazioni confuse, parla di un parto in una poesia tratta dalla sua prima opera, I Monologhi della Vagina. Eve è una spettatrice, non la partoriente, e il suo unico figlio, Dylan, è stato adottato. La poesia si intitola Io ero lì nella stanza ed è dedicata a Shiva, sua nuora.

Io c’ero quando la sua vagina si aprì.

Eravamo tutti lì: sua madre, suo marito e io,

e l’infermiera ucraina con la mano

dentro la sua vagina, fino al polso,

che tasta e gira col suo guanto di gomma

parlando con noi disinvolta – come stesse aprendo

un rubinetto difettoso

Ero lì nella stanza quando le contrazioni

la costrinsero a trascinarsi carponi,

e a emettere strani versi da tutti i pori.

E ancora lì ore dopo, quando all’improvviso

cacciò un urlo orrendo,

fendendo con le braccia l’aria elettrica.

Ero lì quando la sua vagina si trasformò,

da timido buco sessuale

a tunnel archeologico, vaso sacro,

canale veneziano, pozzo profondo

con un minuscolo bambino in fondo,

che attende d’essere salvato.

Vidi i colori della sua vagina. Li vidi cambiare.

Vidi l’azzurro livido e rotto

il rosso pomodoro che ribolle

il rosa grigio, il bruno;

vidi il sangue come sudore imperlare gli orli

vidi il liquido bianco, giallo, la merda e i grumi

spingere fuori da tutti i buchi,

spingere forte e ancora più forte,

vidi in fondo al buco, la testa del bambino striata

dietro l’osso – un duro ricordo rotondo -,

mentre l’infermiera ucraina girava e rigirava

la sua mano scivolosa.

Ero lì mentre noi, sua madre e io,

tenendole una gamba per ciascuna

e spingendo a più non posso

contro lei che spingeva, l’aprivamo tutta;

mentre con voce asciutta

il marito contava: “Uno, due, tre”

e la spronava a concentrarsi, ancora di più.

Allora guardammo dentro di lei.

Non riuscivamo più a staccare gli occhi

da quel punto.

Dimentichiamo la vagina, tutti noi…

Cos’altro potrebbe spiegare quest’assenza

di timore reverente, di stupore?

Ero lì quando il medico

vi entrò con cucchiai da Alice

nel Paese delle Meraviglie

e sempre lì quando quella vagina

diventò una grande bocca lirica

che cantava con tutta la sua forza;

prima la testa, poi il braccio grigio e penzolante,

poi il veloce corpicino che nuota,

nuota svelto

verso le nostre braccia piangenti.

Ero lì dopo, quando mi voltai

e affrontai la sua vagina.

Restai lì, permettendo a me stessa

di vederla aperta, completamente esposta,

mutilata, gonfia e lacera,

sanguinare sulle mani del dottore

che la ricuciva con calma.

Restai lì e, davanti ai miei occhi,

la sua vagina all’improvviso

diventò un grande cuore rosso pulsante.

Il cuore è capace di sacrificio.

E così la vagina.

Il cuore è capace di perdonare e riparare.

Può cambiare forma per farci entrare.

Può allargarsi per farci uscire.

E così la vagina.

Può soffrire per noi e tendersi per noi,

morire per noi e sanguinare

e sanguinolenti immetterci

in questo difficile mondo meraviglioso.

E così la vagina.

Io ero lì nella stanza.

Io ricordo.

 

La vera ricchezza

Indonesia: abbattuti alberi protetti per fare la carta delle multinazionali.

Mi ferisce profondamente constatare quanto l’amore per il profitto sia superiore a qualsiasi volontà di proteggere il nostro pianeta. Ma la nostra Terra – sfruttata, sovrappopolata, inquinata – vive di un equilibrio fragile, che ha impiegato millenni e millenni, intere ere geologiche, per costituirsi. Noi umani siamo come puntini in questo spazio vastissimo e in questo tempo che non riusciamo neppure a pensare, eppure stiamo arrecando danni gravissimi agli ecosistemi. Distruggiamo ciò che non possiamo ricreare.

L’avidità è diventata il motore che muove il mondo, abbiamo dimenticato di fare parte della Natura, non ci accorgiamo delle conseguenze delle nostre azioni. Non capiamo che la biodiversità è una ricchezza, giudichiamo le cose solo in base all’utile. Ma le cose più preziose sono proprio quelle che non producono un utile monetizzabile. Gli alberi che ci permettono di respirare, l’erba e gli altri vegetali che sostengono l’intera catena alimentare, gli insetti impollinatori che garantiscono la sopravvivenza delle piante a fiore… Invece noi viviamo di eccessi. Bruciamo in fretta le risorse, che hanno impiegato un tempo lunghissimo per crearsi.

Non capiamo quando è il momento di fermarci. Sarà troppo tardi, quando riusciremo a farlo?

Io non credo che non ci sia più speranza. Il declino può essere arrestato, se solo abbiamo la consapevolezza e la volontà di farlo. E per farlo, dobbiamo rinunciare a qualcosa. Rinunciare all’eccesso, allo spreco, a certe comodità di cui non abbiamo realmente bisogno, all’ultimo gadget di moda, a uno stile di vita troppo energivoro. Ne siamo capaci?

Io ne sono fermamente convinta. In fondo, abbiamo tutto da perdere, se non lo facciamo.