Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 22)

Nella puntata precedente, la ventunesima, di questa serie ci siamo occupati dell’amore, che Bourdieu legge come un atto di riconoscimento della soggettività dell’altra/o in grado di uscire dalla logica del dominio, se frutto spontaneo di libertà e reciprocità, o in grado di confermare il dominio, se nasce da imposizioni esterne, come nel caso dei matrimoni forzati. Bourdieu ha inserito un post scriptum su questo tema perché è consapevole dell’importanza di analizzare anche la sfera delle interazioni, quando si prende in considerazione il modo in cui il dominio maschile agisce in un sistema culturale patriarcale e androcentrico, ma la sua è una conclusione incoraggiante: l’amore può permetterci di costruire relazioni paritarie e reciproche in cui i rapporti di potere sono sospesi per volontà comune di entrambi i partner. Naturalmente questo non vuol dire che il patriarcato si possa smantellare solo con “peace and love”, e infatti il libro di Bourdieu non finisce con questo post scriptum, ma ha ancora due sezioni: le vere e proprie Conclusioni, e un paragrafo intitolato Alcune osservazioni sul movimento gay e lesbico. Analizziamo quindi le conclusioni del saggio.

Bourdieu scrive: “La divulgazione dell’analisi scientifica di una forma di dominio ha necessariamente effetti sociali, che possono tuttavia assumere sensi opposti: può rafforzare simbolicamente il dominio, come quando queste constatazioni sembrano ritrovare o intersecare il discorso dominante […] oppure può contribuire a neutralizzarlo”. Questo è il momento, per l’autore, di riflettere sull’impatto del suo lavoro e sul suo posizionamento all’interno del discorso sul genere, sul suo ruolo di scienziato sociale, in equilibrio fra impegno politico e rigore scientifico. Così, Bourdieu osserva: “Le ‘buone cause’ non possono fungere da giustificazioni epistemologiche e dispensare dall’analisi riflessiva che costringe talvolta a scoprire come la convenienza dei ‘buoni sentimenti’ non escluda necessariamente l’interesse per i profitti associati alle ‘buone lotte’ (il che non significa affatto che […] ‘ogni progetto militante sia ascientifico’). Se non è certo il caso di escludere dalla scienza […] la motivazione individuale o collettiva suscitata dall’esistenza di una mobilitazione politica e intellettuale […], resta il fatto che il migliore dei movimenti politici è destinato a fare cattiva scienza e […] cattiva politica, se non riesce a trasformare le sue disposizioni sovversive in ispirazione critica – innanzitutto di se stesso”.

L’autore continua: “È perfettamente comprensibile che, per evitare di ratificare il reale con il pretesto di registrarlo scientificamente, si possa essere portati a tacere sugli effetti più visibilmente negativi del dominio e dello sfruttamento: o che, in un’intenzione di riabilitazione o per paura di dare armi al razzismo che […] inscrive le differenze culturali nella natura dei dominati e che si permette di ‘porre sotto accusa le vittime’ mettendo tra parentesi le condizioni di esistenza di cui esse sono il prodotto, ci si lasci indurre […] a parlare di ‘cultura popolare’ o […] di ‘cultura della povertà’; o che, come fanno oggi certe femministe, si preferisca ‘evitare l’analisi della sottomissione per il timore che ammettere la partecipazione delle donne al rapporto di dominio equivalga a spostare l’attribuzione di responsabilità dagli uomini alle donne”.

Quello che anima queste conclusioni è un fervore etico, un’esortazione a fare scienza in modo critico e coraggioso, andando a scavare anche negli aspetti controversi e delicati degli oggetti di studio: “contro la tentazione […] di dare una rappresentazione idealizzata degli oppressi e degli stigmatizzati in nome della simpatia, della solidarietà e dell’indignazione morale, e di non considerare gli effetti stessi del dominio, soprattutto i più negativi, occorre assumere il rischio di sembrare pronti a giustificare l’ordine stabilito facendo emergere le proprietà attraverso le quali i dominati […] quali il dominio li ha fatti, possono contribuire al loro stesso dominio”. E qui Bourdieu aggiunge in una nota che “mettere in luce gli effetti che il dominio maschile esercita sugli habitus maschili non significa, come alcuni vorrebbero credere, tentare di discolpare gli uomini. Significa piuttosto mostrare che lo sforzo per liberare le donne dal dominio, cioè dalle strutture oggettive e incorporate che lo impongono, non può non accompagnarsi allo sforzo di liberare gli uomini da quelle stesse strutture che fanno sì che essi contribuiscano a imporlo”.

In un’altra nota, Bourdieu dà un avvertimento importante: “Rivendicare il monopolio di un oggetto qualsiasi […] in nome del privilegio cognitivo che si suppone sia concesso dal semplice fatto di essere al contempo soggetto e oggetto, e […] dal fatto di avere vissuto in prima persona la forma specifica della condizione umana che si tratta di analizzare scientificamente, significa introdurre nel campo scientifico una difesa politica dei particolarismi che autorizza il sospetto a priori, e mettere in discussione l’universalismo che, soprattutto attraverso il diritto di accesso a tutti gli oggetti, è uno dei fondamenti della Repubblica delle scienze”. In altre parole, il fatto di essere donne, o di essere neri, conta nel nostro posizionamento come studiosi rispetto a ciò che studiamo – non possiamo mai “mettere tra parentesi” la nostra identità, e la neutralità è qualcosa a cui possiamo avvicinarci solo diventando consapevoli dei nostri presupposti etici, epistemologici, teorici e del nostro posizionamento, e mettendo tutto nero su bianco, invece che illuderci di non averne – ma non possiamo pretendere che sia di per sé una fonte di validità di quello che diciamo, che la nostra esperienza dia valore alle nostre analisi da sola. Le nostre analisi hanno valore in virtù del rigore metodologico su cui si fondano, e allo stesso modo le analisi altrui devono essere criticate in base al loro contenuto, non in base al posizionamento di chi le ha fatte. Bourdieu scrive in quanto uomo, e la sua analisi non ha la pretesa di nascondere questo fatto: lui non pretende di parlare a nome delle donne, ma pretende che la sua opera sia criticata nel merito, con argomentazioni valide, e non perché lui è un uomo. Peraltro, la sua opera è diventata una pietra miliare degli studi di genere indipendentemente dal fatto che l’abbia scritta un uomo, perché la sua profondità analitica e la sua ricchezza teorica le danno un valore indiscutibile.

Tuttavia, Bourdieu scrive anche: “il sospetto pregiudiziale che pesa spesso sugli scritti maschili relativi alla differenza tra i sessi non è del tutto privo di fondamento. Non soltanto perché l’analista, preso in ciò che crede di comprendere, può, obbedendo senza saperlo a intenzioni giustificatorie, presentare i presupposti da lui stesso costruiti come rivelazioni sui presupposti degli agenti. Ma anche e soprattutto perché, dovendo affrontare un’istituzione inscritta da millenni nell’oggettività delle strutture sociali e nella soggettività delle strutture cognitive, e potendo disporre per pensare l’opposizione tra maschile e femminile solo di una mente strutturata secondo tale disposizione, egli si espone a usare come strumenti di conoscenza schemi di percezione e di pensiero che dovrebbe trattare come oggetti di conoscenza”. Qui Bourdieu sta dicendo che soprattutto gli uomini, meno portati a percepire il fatto che gli schemi cognitivi della cultura a cui apparteniamo sono patriarcali e androcentrici perché non sono direttamente discriminati, dovrebbero porre un’attenzione specifica, nel fare ricerca, a domandarsi in un’ottica di genere se le categorie con cui stanno lavorando siano oggettive e neutrali, oppure implicitamente sessiste. Un esempio classico è il fatto che, fino a tempi molto recenti, i trial clinici nella ricerca biomedica venivano condotti solo su soggetti sperimentali di sesso maschile, finché non ci si è resi conto della necessità di quella che si chiama medicina di genere, cioè di adottare una prospettiva di genere nella scienza medica per decostruire l’idea che l’uomo sia il soggetto di default, perché l’uomo non può rappresentare anche la donna. Le differenze (biologiche, in questo caso) vanno rese visibili e analizzate. Ma lo stesso vale per le scienze sociali: anche se in questo caso le differenze sono socialmente costruite, hanno un impatto che va preso in considerazione. Le donne e gli uomini, ad esempio, vivono in modo diverso la paura e l’insicurezza nello spazio urbano, e il fattore che fa la differenza sono soprattutto le molestie sessuali. Una ricerca che consideri l’insicurezza nelle città intervistando solo soggetti maschili NON È una ricerca sull’insicurezza nelle città, è una ricerca sull’insicurezza degli uomini nelle città. È capitato abbastanza spesso, nella storia delle scienze sociali, di ottenere quadri sulla realtà incompleti e parziali perché non si considerava il punto di vista delle donne, e non sorprenderà nessuno sapere che è capitato più spesso in équipe di ricerca solo maschili; ma d’altronde succede che la prospettiva delle persone di colore non venga colta adeguatamente da osservatori bianchi, se non si impegnano a farci specificamente attenzione. E questo ci riporta al punto: non è che per fare ricerca sulle donne nere, ad esempio, occorra che i ricercatori siano donne nere a loro volta, ma occorre che essi riflettano sulle categorie con cui indagano queste donne, sui loro presupposti, che le vedano con uno sguardo il più possibile attento ai propri pregiudizi, aperto, e che cerchino di intuire cosa potrebbero non riuscire a vedere.

Bourdieu racconta di essersi messo a scrivere, da uomo, sull’oppressione delle donne “perché avevo la sensazione che il rapporto di esteriorità nella simpatia in cui mi trovavo situato poteva permettermi di produrre, fondandomi sulle acquisizioni dell’immenso lavoro incoraggiato dal movimento femminista, ma anche sui risultati delle mie ricerche sulle cause e gli effetti sociali del dominio simbolico, un’analisi capace di orientare in modo diverso sia la ricerca sulla condizione femminile o, in termini più relazionali, sui rapporti tra i generi, sia l’azione destinata a trasformarli”. E chiarisce che un risultato che spera di aver ‘portato a casa’ con la sua analisi è aver dimostrato che “se l’unità domestica, e i rapporti di forza materiali e simbolici che si esercitano al suo interno, è uno dei luoghi in cui il dominio maschile si manifesta nel modo più indiscutibile e visibile […], il principio della perpetuazione di questi rapporti di forza (che deve molto, evidentemente, alla trasmissione all’interno della famiglia), si situi per la parte essenziale fuori da tale unità, in istanze come la chiesa, la scuola o lo stato, e nelle azioni propriamente politiche, dichiarate o nascoste, ufficiali o ufficiose, di esse”.

E, avverte Bourdieu, “il movimento femminista, se da una parte ha molto contribuito a un ampliamento considerevole dell’area del politico o del politicizzabile, facendo entrare nella sfera del politicamente discutibile o contestabile oggetti e preoccupazioni trascurati o ignorati dalla tradizione politica in quanto sembravano appartenere alla sfera del privato, dall’altra non deve lasciarsi indurre a escludere […] le lotte relative a istanze che, con la loro azione negativa, e in gran parte invisibile […] concorrono in misura molto forte alla perpetuazione dei rapporti sociali di dominio tra i sessi. Ma questo non porta ad avallare e a sanzionare forme di lotta politica […] come la rivendicazione della parità tra uomini e donne nelle istanze politiche. Se hanno il merito di ricordare che l’universalismo del principio ostentato dal diritto costituzionale non è così universale come vorrebbe far credere – soprattutto in quanto riconosce solo individui astratti e privi di qualità sociali – queste lotte così rispettabili rischiano di accentuare gli effetti di un’altra forma di universalismo fittizio, favorendo prioritariamente donne uscite dalle stesse regioni dello spazio sociale cui appartengono gli uomini che occupano attualmente le posizioni dominanti. Solo un’azione politica che consideri realmente tutti gli effetti di dominio che si esercitano attraverso la complicità oggettiva tra le strutture incorporate […] e le strutture delle grandi istituzioni in cui si compie e si riproduce non soltanto l’ordine maschile ma anche tutto l’ordine sociale […] potrà […] contribuire alla progressiva decadenza del dominio maschile”.

Riflessioni sul trovare il proprio scopo

Riflessioni critiche sulla concezione dell’uomo secondo Blaise Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo, ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero“.

Pascal percepisce nitidamente il posto infinitesimale che l’essere umano ricopre nell’immensa complessità dell’universo, all’interno del quale l’esistenza è una continua lotta contro forze superiori alle possibilità umane, contro le quali l’individuo può solo tentare una strenua, ma precaria, resistenza, consapevole di poter venire sopraffatto da un momento all’altro.
La concezione pessimistica che il filosofo francese ha del rapporto fra l’uomo e la natura appare obsoleta di fronte alle conoscenze scientifiche e tecnologiche raggiunte dall’umanità ai giorni nostri, eppure ogni giorno la malattia, la morte e le catastrofi naturali ci ricordano che la conoscenza della natura non implica il controllo totale su di essa.

La fragilità dell’essere umano e la precarietà della sua esistenza spingono Pascal a ritenere che l’esistenza non abbia uno scopo in cui trovare la propria realizzazione e la propria felicità, ma si riduca solo alla lotta contro le forze della natura; sorretto solo dalla consapevolezza, l’uomo trova in essa l’unico conforto, l’unica dignità.

Non condivido questa visione: per me la vita è molto più di un conflitto che non possiamo vincere, e la ragione può essere utilizzata per rendere migliore la vita degli individui nella società, attraverso un impegno individuale in cui ognuno può trovare il proprio scopo. Nella riflessione di Pascal l’uomo è solo, mentre io credo, con John Donne, che “Nessun uomo è un’isola” e che nella collettività si possa trovare un ruolo in grado di dare senso all’esistenza, ad esempio aiutare chi è in difficoltà, progredire nella conoscenza dell’universo, creare una testimonianza – un’opera d’arte, una poesia, un’idea – che sopravviva nel tempo.

Ho letto da qualche parte che secondo Buddha lo scopo dell’esistenza è trovare il proprio scopo. Nella mia visione atea, non può che essere così: non c’è un’aldilà in cui le nostre azioni troveranno una ricompensa, per cui per dare significato al fatto di essere vivi abbiamo solo questa vita. Questa è la nostra unica chance. Perciò dobbiamo essere noi, come individui, a decidere qual è il nostro scopo: che cosa renda la nostra unica, irripetibile, effimera esistenza degna di essere vissuta, che cosa – quando saremo alla fine – ci renderà fieri di avere vissuto, ciò che potremo dire di aver costruito.

Trovare il proprio scopo richiede un certo lavoro su di sé: il primo passo è capire in cosa si è bravi, qual è il proprio talento, e poi come metterlo a frutto per creare qualcosa. Nella mia personale etica, “creare qualcosa” significa fare qualcosa di utile per la società, cioè impegnarsi per rendere il mondo un posto leggermente migliore per chi verrà dopo di noi. Sono stata cresciuta con un’altissima coscienza civile, nutrita dall’aver constatato fin troppo spesso che se non faccio io qualcosa, non lo farà nessun altro. Vale per le piccole cose, come il raccogliere i rifiuti sui margini delle strade o lungo i sentieri nei boschi, ma vale anche per l’impegno sociale in generale. Quando ho aperto questo blog, a 16 anni, volevo un posto dove raccogliere le mie riflessioni, ma anche dove tenere traccia del mio impegno femminista, impegno che negli anni ha trovato altre direzioni: la causa della scienza, della lotta perché il metodo scientifico e i suoi risultati siano la guida delle decisioni politiche laddove è possibile (parliamo quindi di vaccini, ricerca scientifica basata sulla sperimentazione animale, ma anche politiche sociali che tengano conto delle analisi fatte da sociologi ed economisti) e la causa della difesa e valorizzazione dei beni culturali in Italia. Penso che si possa dire che tutto quello che faccio, lo faccio perché lo ritengo giusto e utile.

La scelta di studiare Sociologia come laurea triennale è stata dettata da un bruciante bisogno di conoscenza sulle questioni sociali, che avendo fatto il liceo scientifico sono state completamente trascurate negli anni della mia adolescenza dalla mia formazione “ufficiale”, ma a cui mi ero avvicinata nel tempo libero. La scelta di fare invece Scienze del Turismo e dello Sviluppo Locale come magistrale è stata orientata da un altro obiettivo: avere le competenze per costruirmi una professione che mi consenta di essere utile alla società. Come avrete immaginato se leggete il mio blog, credo che questa strada sia quella del lavorare al patrimonio culturale italiano, impegnandomi perché attraverso la cura e la valorizzazione diventi un veicolo di sviluppo per il territorio. Al contempo, non voglio smettere di perseguire le altre cause che mi stanno a cuore. Sono certa di possedere le competenze che mi consentiranno di coniugare le due cose, attivismo e professione.

Sono partita da Pascal perché il commento a quell’aforisma del filosofo francese era un vecchio compito di filosofia al liceo. Non ho mai capito perché la constatazione del fatto che siamo vulnerabili e sperduti in universo immenso e sconosciuto debba condurre alla disperazione o al senso di impotenza. Basta guardare il mondo a una scala più piccola e si vede quanto davvero possiamo fare per cambiare le cose. Naturalmente, mi rendo conto che tutto questo presuppone un’etica orientata all’altruismo, nonché la convinzione che cambiare le cose sia possibile e giusto. Ma l’egoismo indifferente è inconcepibile, per me. Così, ho trovato le mie risposte e una visione che reputo ormai chiara e consolidata, almeno a me stessa, di quello che è il senso della vita, fra altruismo, conoscenza, impegno civile.
Non sarà un granché, ma sono fiera delle mie risposte.

Donna Moderna, il biodinamico e la superficialità di certi giornalisti

Su Donna Moderna del 10 giugno 2014 è comparso un articolo di due pagine dedicato all’agricoltura biodinamica. L’ho trovato interessante, perché la visione di questa pratica fornita dall’articolo è completamente fuorviante e parziale. Come spesso accade nei media mainstream, la trattazione di tematiche green, quello stile di vita basato sulla triade ecologico-biologico-km 0, risulta superficiale e poco informativa. Se non sapessi dove trovare informazioni serie sull’agricoltura biodinamica (grazie infinite a Dario Bressanini per il suo lavoro di divulgazione), non capirei di cosa si tratta leggendo questo articolo, che alla fine è solo un ampio spot pubblicitario per l’agricoltura biodinamica. Non è la mancanza di informazioni scientifiche a deludermi, anche se mi avrebbe fatto piacere (ma so che Donna Moderna considera Michela Kuan un’esperta di riferimento, l’hanno intervistata perfino in merito alla domanda se i prodotti omeopatici fossero o meno cruelty free), è in generale la superficialità, il fatto che l’autrice dell’articolo non si sia posta due domande fondamentali: “come? perché?”.

E niente. Volevo riportare solo un po’ di affermazioni tratte dall’articolo (in corsivo) e commentarle, cominciando dall’occhiello:

Il biologico? Non ci basta. Crescono le aziende agricole che usano metodi di coltivazione ancora più naturali. Non è soltanto un modo diverso di trattare la terra, ma una vera filosofia di vita

Quindi, già prima ancora di iniziare l’articolo, apprendiamo che il biodinamico è superiore al biologico, che non ci basta, in quanto “ancora più naturale”. Be’, più è naturale meglio è, no? A questo punto perché coltivare? La raccolta di bacche e frutti spontanei è ancora più naturale, ci riporta alle nostre origini di cacciatori-raccoglitori nel Paleolitico, e vuoi mettere il contatto con la natura?

Biodinamico vuol dire, letteralmente, vita (bio) che si origina per l’attività di forze (dinamica). 

E già qui non ha senso. Quali forze?

Mentre un coltivatore biologico si limita a non utilizzare la chimica sulle piante, il coltivatore biodinamico deve andare più in profondità, preoccupandosi anche di arricchire e fortificare il terreno su cui opererà.

Tralasciando l’aver completamente mancato la definizione di agricoltura biologica (e forse anche quella di chimica), detto così sembra che solo i coltivatori biodinamici utilizzino i fertilizzanti.

Ogni campo è trattato come un enorme laboratorio, “dinamizzato” con preparati a base di sostanze naturali e letame, per incrementare la sua vitalità e le sue difese. L’obiettivo è rendere sane le piante in modo che possano autonomamente resistere alle malattie e ai parassiti.

La prima frase è l’unica “spiegazione” presente nell’intero articolo riguardo a cosa consista in concreto l’agricoltura biodinamica. E se speravate di trovare una spiegazione circa il modo in cui il biodinamico renderebbe sane le piante, rassegnatevi.

Il paragrafo successivo spiega che la riconversione al biodinamico richiede tempi lunghi e dopo si passa a raccontare di come il filosofo austriaco Rudolf Steiner abbia inventato questo metodo, “preoccupato dagli effetti dei moderni metodi di coltivazione e, soprattutto, dall’uso sempre maggiore dei concimi chimici, che aumentavano la produzione, ma peggioravano la qualità dei cibi”, e dopo ancora dell’esperienza di Giulia Maria Crespi, che, folgorata sulla via di Damasco dalle teorie di Steiner, ha deciso di creare la sua azienda biodinamica.

“Se si va su un campo coltivato con questo metodo, si infilano le mani nella terra e si raccoglie una zolla, quel terreno si muove: è vivo, grazie ai lombrichi, ai vermetti e ai microrganismi che lo compongono”, spiega Valentina Passalacqua, giovane imprenditrice pugliese.

Poetico, non è vero?

“Dopo la laurea in Legge ho iniziato a lavorare con mio padre, occupandomi di aziende industriali nel campo dell’ortofrutta. Ma così non riuscivo a esprimere la mia parte più femminile, più sensibile. Con l’arrivo della mia prima figlia, poi, è scattato qualcosa: ho ripreso a fare passeggiate in campagna e a ristabilire un contatto diverso con la terra” (è sempre Passalacqua a parlare, ndr)

Se io penso che il biodinamico sia una ciarlataneria senza fondamento, significa che ho perso il contatto con la mia parte più femminile e sensibile? In effetti questo spiega perché odio il rosa e non ho mai imparato a camminare sui tacchi alti…

L’agricoltura biodinamica può apparentemente sembrare un ritorno al passato: nei campi si vedono di nuovo gli animali, si riduce l’intervento della meccanica e i tempi della semina sono dettati dalle fasi lunari. La realtà, però, è che forse come nessun altro gli agricoltori biodinamici lavorano per il futuro, per lasciare una terra viva e sana alle prossime generazioni.

Non voglio sorvolare su sciatterie linguistiche come “apparentemente sembrare” e “la realtà, però, è che forse…”, perché quando si è pagati per scrivere – oltre che per documentarsi prima di scrivere, ma tant’è – bisognerebbe farlo con cura. Ma la cosa più importante è che in nessun momento alla giornalista viene in mente di chiedersi COME queste tecniche – i tempi di semina secondo le fasi lunari, la riduzione della meccanica – garantiscono “una terra viva e sana”.

Non c’è bisogno di chiederselo, d’altronde. Fa parte delle idee di senso comune sul biologico, secondo cui la chimica è una cosa negativa a prescindere, la natura è un’entità buona e armoniosa, e il biologico garantisce cibi “naturalmente” (in entrambi i sensi) più buoni e più sani.

Per saperne di più sul biodinamico, rimando alla serie di articoli di Dario Bressanini:

– Biodinamica®: cominciamo da Rudolf Steiner , per il pensiero di Steiner e una spiegazione articolata (e parecchio divertente) di cosa siano veramente le tecniche biodinamiche e del perché il pomodoro è la creatura meno socievole di tutto il regno vegetale;
– Uno studio sul vino biodinamico, per lo stato della conoscenza scientifica sul biodinamico e riflessioni sulla tendenza al “fideismo neopagano”, come lo definisce Bressanini, che è alla radice della moda del bio;
– Ma il vino biodinamico è buono?, per una spiegazione dei trattamenti chimici (ebbene sì!) utilizzati nell’agricoltura biologica e del perché l’argomentazione sulla bontà dei vini biodinamici è fallace e irrilevante;

Laboratorio Expo: un’opportunità per la scienza di farsi sentire?

L’Expo di Milano 2015 rischia di restare famosa, almeno fra chi si interessa di scienza, solo per l’infausta scelta di Vandana Shiva come ambasciatrice della manifestazione e per la collaborazione con Slow Food, le cui posizioni nel dibattito sugli OGM sono note per l’assenza di considerazione nei confronti dei fatti, due scelte che sembrano mostrare un orientamento dell’evento verso la retorica della decrescita felice, delle meraviglie dell’agricoltura biologica e sostenibile e della sacralizzazione dei cibi tradizionali (su quest’ultimo punto ci tengo a precisare che sono totalmente a favore della tutela della biodiversità e delle varietà di colture che rischiano di scomparire, ma che sono consapevole che queste colture sono state dismesse proprio per la loro incapacità di nutrire una popolazione in continua crescita e che quindi ritornare al passato non sia auspicabile).

Ma per fortuna arrivano anche notizie rassicuranti che fanno sperare che la scienza non resti ai margini del dibattito e delle sfide a livello globale che l’Expo si propone di porre. Il 28 novembre, infatti, Sette del Corriere della Sera ha dedicato un articolo di quattro pagine al Laboratorio Expo, un simposio coordinato dal filosofo della politica Salvatore Veca e organizzato dalla Fondazione Feltrinelli e da Società Expo che Veca descrive in questi termini: “L’idea centrale è semplice: sviluppare la ricerca e il confronto delle idee nella comunità scientifica internazionale intorno al grande tema ‘Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita’. Il Laboratorio vuole essere – attraverso quattro percorsi diversi – lo spazio pubblico dell’offerta di riflessioni, di contenuti, di esperienze e di pratiche, di punti di vista scientificamente e ragionevolmente fondati sui temi dell’evento”.

Il primo dei quattro percorsi è, nelle parole di Veca: “‘Fare cibo’. Quindi la filiera alimentare, la produzione, la distribuzione. L’accesso. Gli stili di educazione alimentare. Tutto ciò che ha a che fare con gli aspetti biologici, agronomici, agrari. Con i dilemmi e le opportunità dei differenti modi con cui le persone si nutrono, laddove ciò accade”. Il filosofo continua nella descrizione degli altri tre quadranti: “Il secondo è quello del punto di vista dell’antropologia culturale: ‘fare società’ attraverso il cibo, che è sempre stato uno degli assi della convivialità – con le diverse maniere di stare a tavola. Il terzo spicchio pone al centro l’idea di equità, di eguaglianza e ineguaglianza nei titoli quanto al diritto al cibo ‘adeguato e nutriente e sicuro’. E’ il percorso dei tipi di povertà assoluta e relativa, delle politiche dello sviluppo, ma anche del problema dell’energia e della sostenibilità”. Il quarto quadrante riguarda il fatto che “per la prima volta nella storia del pianeta, l’ammontare della popolazione urbana ha superato quello della popolazione rurale. Così affrontiamo il tema guardando alle ‘compagnie fisiche’ del convivere, alle città, al fare città e alle loro trasformazioni”.

Il metodo per affrontare questi temi, continua Veca, “è stato di costruire un gruppo, con competenze differenti – agraria, antropologia, economia, sociologia urbana, urbanistica – che porta avanti la ricerca interagendo con il mondo, ma lavorando anche al suo interno, in riunioni periodiche”. L’obiettivo finale della comunità scientifica che si è raccolta attorno al Laboratorio, partendo dalle università milanesi ed estendendosi attraverso i loro network a livello internazionale, è di definire “12 grandi questioni che vorremmo fossero discusse ad aprile, quando daranno luogo ad un ‘Protocollo di Milano’. In sostanza diremo: qui ci sono le questioni centrali, per come le abbiamo messe a fuoco noi in due anni di lavoro intorno al tema di Expo 2015”.

All’interno di queste questioni, Veca anticipa: “Una delle questioni aperte è senz’altro il calcolo costi-benefici, non basato su dichiarazioni di fede, sul problema ogm e biodiversità. E’ ineludibile”, “E’ ragionevole considerare quella tra smart cities e slow cities una reale alternativa? E quindi puntare tutto su tecnologie che hanno effetti su persone oppure puntare tutto sull’interazione fra persone? O dovremmo pensare a un mix?” e “E’ ragionevole pensare di ridurre le ineguaglianze che spaccano le società e come?”.

Ma non si tratta solo di definire un insieme di linee guida: “Oltre all’individuazione delle 12 questioni fondamentali per il futuro, la nostra idea – siamo però ancora nell’ambito del ‘desiderabile’ – è che Milano abbia in eredità una possibile Istituzione di alti studi e ricerca, con compiti formativi, con quella visione della sostenibilità ‘a più volti’ che è del Laboratorio”.

Insomma, il progetto è ambizioso e il rischio che tutti i contributi raccolti nel corso dell’iniziativa finiscano poi per disperdersi o per non trovare applicazioni concrete una volta conclusosi l’Expo è forte. Nonostante questo, già il fatto di voler valorizzare la ricerca scientifica dandole uno spazio privilegiato e di darle supporto sia attraverso la creazione di un think tank collegato alla manifestazione, il che implica visibilità e prestigio per i giovani ricercatori coinvolti, sia attraverso il sostegno finanziario è meritorio di per sé.

Sette ha pubblicato anche cinque articoli più piccoli dedicati a cinque dei progetti di ricerca di Laboratorio Expo, che si preannunciano interessanti anche se forse deluderanno un po’ chi si aspettava da subito una presa di posizione netta a favore della valorizzazione degli OGM (anche se le parole di Veca fanno sperare che, almeno all’interno del Laboratorio se non dell’intera esibizione, l’ideologia non prevalga sui fatti): il primo è uno studio sull’attuale stato della coltivazione della quinoa e su come ridurne l’impatto ambientale, ad opera dell’agronoma Bianca Dendena; il secondo, uno studio coordinato da Nadia von Jacobi, economista dello sviluppo, volto a valutare l’efficacia della Bolsa Familia, un programma di sostegno all’istruzione avviato in Brasile nel 2003; il terzo, una ricerca guidata dalla filosofa applicata all’antropologia culturale Federica Riva sull’agricoltura di sussistenza praticata dalle donne nello Stato indiano dell’Uttarakhand, ai confini con l’Himalaya; il quarto, coordinato dalla sociologa e urbanista Nunzia Borrelli, è un case study sulla città di Portland, modello che coniuga aspetti smart e slow in modo efficace; il quinto, portato avanti da Jacopo Bonan, economista dello sviluppo, indaga il perché fra le comunità rurali del Mali i fornelli a carbone più ecologici stentino ad affermarsi rispetto a quelli tradizionali e, nel farlo, si concentra sull’influenza delle reti sociali nel condizionare le scelte dei membri della comunità.

In conclusione, non posso che augurarmi che questo Laboratorio Expo raggiunga i suoi risultati. Continuerò a seguire il progetto e spero di pubblicare presto ulteriori aggiornamenti. Voi cosa ne pensate?

 

 

Il volto pacato del regresso: Vandana Shiva

In un lungo articolo sul New Yorker, Vandana Shiva’s Crusade Against Genetically Modified Crops, il giornalista Michael Specter descrive in modo approfondito il pensiero di Vandana Shiva, comparando le sue affermazioni a descrizioni dei fatti storici di cui la Shiva parla (la Rivoluzione Verde e il retroterra in cui si è sviluppata), a spiegazioni sul funzionamento di alcuni OGM (il cotone BT) e a pareri contrastanti di esperti. Inoltre racconta di come la Shiva sia giunta ad elaborare le sue idee e a fondare la sua associazione, Navdanya (Nove Semi) e dell’influenza globale che esercita, testimoniata dai numerosi premi e lauree ad honorem da lei ricevute. L’articolo è molto interessante soprattutto perché svela risvolti ancora più inquietanti della visione del mondo della Shiva rispetto alle sue note teorie sul fatto che gli OGM siano da estirpare perché distruggono le sementi tradizionali, portando i contadini alla fame e al suicidio perché costretti a ricomprare le sementi ogni anno. Teorie ampiamente confutate, ovviamente.

L’articolo dimostra in maniera inequivocabile come le idee della Shiva dal punto di vista scientifico non abbiano alcun valore e come ormai sia costretta ad arrampicarsi sugli specchi per continuare la sua crociata contro gli OGM dopo che la sua argomentazione principale è stata demolita nientemeno che da Nature: l’ultima menzogna che si è inventata è che la presenza del glifosato negli OGM avrebbe causato negli ultimi anni un incremento dell’autismo, del diabete, dell’insufficienza renale e del morbo di Alzheimer. Questo mostra la sua malafede o la sua ignoranza scientifica: sia che abbia deliberatamente spacciato una correlazione per una causa sia che non sappia distinguere la differenza fra le due cose, la sua accusa non sta in piedi.

D’altronde però stiamo parlando di una persona che afferma che la Monsanto – multinazionale che si occupa di OGM, fertilizzanti e diserbanti – “controlla l’intera letteratura scientifica mondiale” (!) e che perfino Nature, Scientific American e Science “sono diventate solo estensioni della sua [della Monsanto, ndt] propaganda. Non esiste più una scienza indipendente nel mondo”.

Ma la crociata della Shiva non è indifendibile solo dal punto di vista scientifico, ma anche da quello etico. Infatti l’opposizione della Shiva agli OGM è così radicale che, dopo il ciclone che si è abbattuto sulla regione indiana di Orissa nel 1999, lei ha tenuto una conferenza in cui chiedeva al governo indiano di respingere gli aiuti alimentari statunitensi perché contenenti OGM e ha chiesto ad Oxfam di non inviare aiuti contenenti OGM. Avrebbe preferito lasciare morire migliaia di persone piuttosto che permettere loro di nutrirsi con gli OGM, in una situazione di emergenza dopo una catastrofe naturale?

Ma la cosa più inquietante è che Vandana Shiva ha utilizzato il suo carisma e la sua influenza per scomunicare Mark Lynas, un ambientalista inglese che ha cambiato idea sugli OGM dopo aver studiato attentamente la letteratura scientifica, per poi dichiarare pubblicamente alla Oxford Farming Conference di aver creduto a delle “leggende metropolitane verdi” e scusarsi per aver “demonizzato una tecnologia che può essere usata a beneficio dell’ambiente”. La similitudine usata dalla Shiva nel suo tweet di condanna è agghiacciante: “Mark Lynas che dice che gli agricoltori dovrebbero essere liberi di usare OGM che contaminano l’agricoltura biologica…è come se dicesse che gli stupratori dovrebbero essere liberi di stuprare”.

So che nemmeno un articolo così approfondito dell’autorevole New Yorker può scalfire le idee di coloro che aderiscono al culto che si è formato attorno alla Shiva, dovuto alla fascinazione che sa creare con la sua abilità comunicativa e con la sua presenza (ne ha parlato qualche tempo fa Giovanna Cosenza, docente di Semiotica presso l’Università di Bologna, in Vandana Shiva vs. Davide Serra: un contrasto fra mondi…è un peccato che i video di YouTube contenuti nel post risultino privati), ma le informazioni che contiene meritano di essere divulgate, nella speranza che possano essere utili.

PS: L’articolo di Michael Specter ha provocato una reazione decisamente irritata da parte della Shiva, che nel suo sito ha risposto con un articolo dal titolo Seeds of Truth – A response to The New Yorker che linko per dovere di completezza. All’articolo di Shiva ha risposto a sua volta David Remnick, puntualizzando sulla risposta della Shiva, qui: New Yorker editor David Remnick responds to Vandana Shiva criticism of Michael Specter’s profile.

Una modesta proposta sulle scuole superiori

Dopo cinque anni di liceo e una discreta permanenza su Internet, sono giunta alla conclusione che alcuni cambiamenti sono urgentemente necessari nell’istruzione superiore italiana. La mia riflessione è nata soprattutto dall’osservazione del fatto che non è previsto che si insegni agli studenti ad argomentare, cosa che ha ricadute nelle difficoltà a scrivere temi, o che li si aiuti ad avvicinarsi alla complessità della società contemporanea, lasciando sostanzialmente una grande ignoranza (nel senso di assenza di conoscenza), un grande vuoto su ciò che sarebbe più importante conoscere, cioè il mondo in cui viviamo.

Questo vuoto è dato da una combinazione di fattori: i principali sono il fatto che molti insegnanti si rifiutano di introdurre collegamenti con l’attualità nelle loro discipline, anche dove sarebbe possibile e logico farlo (letteratura italiana e  filosofia soprattutto, talvolta scienze) per via della regola non scritta secondo cui “a scuola non si fa politica” e il fatto che nei programmi di storia, filosofia e letteratura raramente si arriva a trattare la contemporaneità per mancanza di tempo. Tipicamente alla fine della quinta in storia si arriva alla Seconda Guerra Mondiale o alla guerra fredda se si è fortunati, ma non c’è tempo per spiegare la seconda metà del Novecento. Questo “buco del secondo Novecento” è molto grave: la civiltà umana ha conosciuto un’evoluzione rapidissima nel corso del secolo breve, in cui le trasformazioni tecnologiche e scientifiche e i mutamenti sociali sono avvenuti con una rapidità senza precedenti nella Storia.

Nel corso del ‘900 sono avvenute due guerre mondiali, tre totalitarismi sono nati e sono morti, il colonialismo è finito e decine di Stati hanno iniziato ad esistere come entità indipendenti, dall’India all’Algeria al Congo, i popoli europei divisi da secoli hanno fondato un’Unione, il capitalismo si è affermato come il sistema economico dominante a livello mondiale, è nata la globalizzazione e con essa il multiculturalismo, si è verificato un immenso incremento demografico a livello mondiale, si sono poste le premesse di un conflitto di culture che probabilmente segnerà la storia dei prossimi secoli, quello fra Islam e Occidente.

E questi sono solo macrofenomeni. In mezzo a questi si insinuano fenomeni più piccoli ma altrettanto rilevanti: la Rivoluzione Verde in India, l’emancipazione delle donne e la conquista dei diritti politici e civili, la fine dell’apartheid in Sudafrica con Nelson Mandela, la prima sconfitta militare degli Stati Uniti in Vietnam, la conquista della parità dei diritti per i neri degli Stati Uniti con Martin Luther King, lo sbarco degli esseri umani sulla Luna, il movimento studentesco del ’68, la nascita di Internet…(non sono in ordine cronologico, ovviamente, sto solo elencando). Ma per noi italiani il buco del secondo Novecento è gravissimo anche per un altro motivo: l’intera storia della Repubblica italiana si svolge in quel periodo, ed è una storia complessa che va conosciuta per essere cittadini consapevoli.

Questo squilibrio va colmato, e per farlo bisogna sacrificare qualcosa. A mio parere la scelta più sensata è tagliare (nel senso di svolgere più rapidamente, non di eliminare) sulle civiltà antiche, in particolare su quella greca e su quella romana, considerando che (almeno nei licei classici e scientifici) la storia e la cultura di quelle civiltà vengono comunque trattate in modo approfondito in letteratura latina. Un’altra cosa che si può comprimere senza troppi danni è il Medioevo, la cui cultura sarà comunque ripresa in letteratura italiana e inglese. E comunque, non so voi, ma io preferisco che una persona non sappia dirmi con esattezza tutta la successione di invasioni che hanno attraversato la penisola italiana dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente oppure tutte le dinastie alternatesi al trono di Francia piuttosto che non sappia analizzare la società in cui vive e non capisca, per esempio, le ragioni dell’immigrazione oppure il perché l’Unione Europea ha vinto un Nobel per la Pace.

Non bisogna dimenticare che le scuole superiori sono l’ultima possibilità per gli studenti di avere programmi omogenei e alcune materie obbligatoriamente comuni a tutti gli indirizzi (letteratura italiana, storia, inglese, matematica). Quando ho parlato di queste cose con i miei insegnanti, mi hanno risposto che è dovere degli studenti documentarsi sulla realtà che li circonda, leggere i giornali e seguire l’attualità, e che la scuola non può occuparsi di queste questioni perché bisogna andare avanti con i programmi. Ma ho visto quegli stessi insegnanti perdere così tante ore inutilmente (correggendo verifiche in classe, ripetendo la stessa lezione della volta precedente senza accorgersene…) che non posso che sorridere con un po’ di amarezza per loro scuse. Oltretutto, non capisco come si possa chiedere a ragazzi e ragazze di documentarsi leggendo i giornali se non hanno una cornice più ampia in cui inquadrare gli eventi di cui leggono, che per loro stessa natura sono presentati in modo frammentario. Quella cornice in cui contestualizzarli può essere fornita solo dalla scuola, così come la capacità di discernimento necessaria per capire il valore di un’informazione e la sua affidabilità. 

Ci sono insegnanti volenterosi che fanno ciò che ho descritto, ma accade troppo spesso in Italia che le tematiche importanti siano lasciate alla buona volontà dei singoli, come dimostra l’assenza di un programma ministeriale per l’educazione sessuale.

Qui di seguito riporto una lista di cose che secondo me sarebbe indispensabile insegnare durante le scuole superiori:

1) Imparare e applicare il principio di Patrick Stokes: “No, Non hai Diritto alla tua Opinione almeno finché non sei in grado di difenderla argomentando in maniera razionale e coerente, tenendo presente la distinzione fra i fatti accertati e le opinioni. Questo è indispensabile per approcciarsi alle materie scientifiche (la prima lezione delle quali dovrebbe essere dedicata al metodo scientifico) ma è una regola d’oro anche nella vita, nel formare i propri punti di vista e schierarsi su questioni importanti per quanto riguarda l’etica, la politica, ecc.

2) Sviluppare la capacità di leggere e interpretare dati e fonti. In particolare è importante insegnare a valutare l‘affidabilità delle fonti, a interpretare correttamente i grafici (per esempio ricordando il principio “correlation is not causation”) e contestualizzare le informazioni in essi contenute, e a valutare le competenze di figure presentate come “esperti” documentandosi sul loro curriculum.

3) Sviluppare le abilità argomentative-espositive necessarie per elaborare una tesi e sostenerla con argomentazioni razionali e coerenti a partire da dati e fonti. Questo significa anche riconoscere le fallacie logiche presenti in un testo e imparare a evitare di commetterne quando si scrive o si argomenta. Un percorso del genere dovrebbe avvenire anche tramite momenti di rielaborazione in cui l’insegnante presenta una problematica (per esempio temi di bioetica o altri argomenti di dibattito sui media, come gli OGM), gli studenti svolgono ricerche in merito e poi confrontano i dati raccolti e le opinioni elaborate in classe. Un’altra possibilità è iniziare confronti di punti di vista in modo più libero a partire dal pensiero di qualche filosofo, scrittore o poeta.

Insomma, un allenamento al ragionamento critico. Ce n’è bisogno.

Appunti sul caso Stamina

Hanno parlato in molti del caso di Davide Vannoni e della sua Stamina Foundation, e non ho la pretesa di avere qualcosa di significativo da aggiungere al discorso. Avevo accennato il mio punto di vista a luglio, qui, e resto convinta di quello che pensavo allora: la presunta “cura” di Vannoni è una truffa, e quell’uomo mente sapendo di mentire, il che è immensamente ignobile e meschino.

Riassumo brevemente la vicenda: un servizio del programma “Le Iene” ha portato all’attenzione nazionale il dramma di Sofia, una bambina che soffre di leucodistrofia metacromatica, una malattia incurabile che la porterà alla morte entro cinque anni dalla comparsa dei sintomi, a cui era stata revocata la possibilità di usufruire della “cura compassionevole” di Davide Vannoni a causa di irregolarità serie nella preparazione della stessa riscontrate dall’AIFA. Renato Balduzzi, allora Ministro della Sanità, ha autorizzato il proseguimento delle “cure” su Sofia e altri 31 piccoli pazienti di Vannoni, andando contro le leggi e il parere dell’AIFA. Nel frattempo Vannoni ha rifiutato di sottoporre il proprio “metodo” ad una valutazione rigorosa ed oggettiva attraverso i test in doppio cieco. In seguito, un comitato di esperti del Ministero della Sanità, che intanto era passato sotto la guida di Beatrice Lorenzin, ha rigettato la documentazione fornita da Vannoni evidenziando come stralci di essa provenissero da lavori altrui e da Wikipedia: per gli esperti non c’è nulla sulla base del quale si possa dare una valutazione della “cura”. Mentre famiglie e malati disperati protestano contro la sospensione delle “cure” con il “metodo Vannoni”, un’azienda dalla reputazione non proprio limpida (15 censure da parte dell’Antitrust per pubblicità ingannevoli), specializzata in diete miracolose e cosmetici, Medestea, si accorda con Vannoni, contando di vendere a 5.000-7.000 € la presunta “cura”.

Rispetto a qualche mese fa siamo giunti in possesso di informazioni sempre più approfondite e accurate che permettono di dare valutazioni più precise sull’intera storia. Tenendo presente che i fatti devono restare la stella polare di chiunque voglia avere un’opinione seria e razionale, anche e soprattutto quando si discute di tematiche delicate come questa, dove la realtà confligge dolorosamente con ciò che vorremmo credere.

Ecco quindi un elenco di post che raccomando a chiunque voglia farsi un’idea corretta di cosa è il “caso Stamina” (consiglio di seguire anche i link interni a ciascun articolo):

– Cure con staminali: l’Italia dei pifferai, trattazione della vicenda dal punto di vista scientifico, da MedBunker;

Terapia con staminali, riassumendo…, una semplice sintesi degli aspetti scientifici e comunicativi del “caso Stamina” attraverso domande e risposte, sempre da MedBunker;

Stem-cell ruling riles researchers, editoriale di Nature che sintetizza la prima parte della storia (dal servizio delle Iene al decreto con cui l’ormai ex Ministro della Sanità, Renato Balduzzi, ha approvato la continuazione dell’uso del “metodo Vannoni” su Sofia e gli altri 31 bambini in cura all’ospedale di Brescia);

– Stamina, Medestea: «Ovvio che ci sono interessi economici», articolo di Tempi.it in cui sono confrontate le dichiarazioni di Davide Vannoni con quelle del presidente di Medestea;

– Staminali: i brevetti, i pericoli, il business, approfondimento sui brevetti di Vannoni (che non ci sono), sulle analisi dei preparati di Stamina e sulla collaborazione fra Vannoni e Medestea, da MedBunker.

PS: per chi sa già tutto e vuole saltare la parte noiosa, c’è sempre Nonciclopedia. 🙂

Stop Vivisection: il finale.

Domani, 1 novembre 2013, si chiude la raccolta firme per l’iniziativa Stop Vivisection, i cui progressi ho seguito in questi post: Stop Vivisection, un inganno intollerabile e Aggiornamenti su Stop Vivisection. Un altro articolo che approfondisce la vicenda è quello di VoceIdealista: [Edit] Stop Vivisection, ingannevole anche nel numero di firme.

Dunque, nel momento in cui scrivo il sito segnala che restano da raccogliere 17.360 firme per il nuovo obiettivo di 1.100.000. Il numero totale raccolto finora è 1.082.640 (108, 26% rispetto al precedente obiettivo di un milione) e il minimo necessario è stato raggiunto in 11 Stati (Italia, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Francia, Spagna, Germania, Estonia, Belgio e Bulgaria). Qui sotto gli screen dei dati ufficiali, tratti dal sito di Stop Vivisection.

Finale Stop Vivisection 1

Finale stop Vivisection 2La pagina A Favore della Sperimentazione Animale su Facebook ha reso noti da parecchio tempo questi screenshot che testimoniano mobilitazioni di animalisti per ottenere, anche irregolarmente, il maggior numero possibile di firme anche da persone del tutto inconsapevoli di che cosa si stia parlando. Sempre la stessa comunità, ne L’Inganno di STOP VIVISECTION #stopstopvivisection fa notare come non esista alcun sistema di controllo dell’autenticità delle firme, tanto che utenti chiaramente fake hanno potuto firmare senza problemi.

Questa campagna è stata mossa dall’emotività: la strenua lotta contro la tortura della vivisezione, l’urgenza di riuscire a raggiungere il numero di firme necessario, e poi le azioni collettive su Twitter, i continui messaggi in radio, la pubblicità di Almo Nature. L’impressione di fare parte di una grande massa che lotta nel nome della giustizia, del progresso e della civiltà è stata alimentata ad arte dai vari sostenitori della campagna, fra cui ricordiamo la LEAL (Lega Antivivisezionista), la LAV (Lega AntiVivisezione), il Comitato Scientifico Equivita e il PAE (Partito Animalista Europeo).

Dal sito della Commissione Europea apprendiamo che la LEAL ha donato all’iniziativa Stop Vivisection €4000, mentre la donazione della LAV ammonta a € 3000, quella di Equivita a € 1500 e quella del PAE a €3000 anch’essa. Il totale dei fondi raccolti dall’iniziativa, sommando le donazioni di privati cittadini e quelle delle grandi organizzazioni animaliste, ammonta a €14.501.

Questa petizione rappresenta la più ampia e organizzata azione animalista degli ultimi anni, e il sostegno che ha raccolto è un segnale significativo che non va sottovalutato. Il lavoro di divulgazione scientifica e debunking, abbinato ad una seria confutazione filosofica dell’antispecismo, deve essere portato avanti in modo capillare per impedire alla propaganda mistificante delle associazioni animaliste di radicarsi come verità nell’opinione pubblica.

Le stesse associazioni animaliste che avevano supportato la Direttiva 2010/63/EU ora, dopo tre anni, chiedono che sia gettata alle ortiche in favore dell’abolizione completa della sperimentazione animale. Un atteggiamento che denota profonda disonestà intellettuale e nessun reale interesse verso le ragioni della ricerca scientifica e i suoi scopi: l’ampliamento della conoscenza umana, il progresso e il miglioramento delle condizioni di vita di uomini e animali attraverso la scoperta di nuove cure.

A questo punto, aspetto con ansia il responso della Commissione Europea in merito, che è previsto per il 2014. La Commissione non ha alcun vincolo riguardo al legiferare sulla materia proposta in esame dall’iniziativa dei cittadini, e sono convinta che le richieste – assurde e inaccettabili – di Stop Vivisection saranno nettamente respinte, ma non posso fare a meno di temere che la disinformazione e l’emotività riescano a vincere. Questa è una battaglia che non possiamo permetterci di perdere.

Fondi Stop Vivisection

La validità delle firme, parte 2.

La validità delle firme di Stop Vivisection

Aggiornamenti su Stop Vivisection

Dell’iniziativa Stop Vivisection avevo scritto circa due mesi fa, il 21 luglio, in Stop Vivisection, un inganno intollerabile. Ora, a 50 giorni dalla chiusura della raccolta di firme (prevista per il primo novembre), voglio fare il punto della situazione e integrare quanto avevo scritto con i nuovi dati. Come allora, mi rifiuto di inserire nel mio blog link diretti al sito dell’iniziativa: una rapida ricerca su Google potrà porre rimedio, per chi lo desiderasse, alla mia scelta. Qui mi limito a dire che i dati che riporto sono quelli forniti dal sito ufficiale di Stop Vivisection.

A luglio, il totale di firme raccolte era 479.249, a fronte di un obiettivo di un milione, ovvero il 47,92%. Adesso sono 629.258 / 1.000.000 (62,92%). Pur avendo superato la metà della cifra che si erano posti come obiettivo, i sostenitori di Stop Vivisection in due mesi hanno ottenuto solo 150.009 firme in più, un risultato deludente a fronte delle ambizioni della campagna. A luglio le firme provenienti dall’Italia erano 374.567, pari al 75% della quota minima fissata per il nostro Paese (500.000 firme), e solo la Slovenia aveva raggiunto la quota minima, fissata a 6.000 firme per loro.

Oggi l’Italia continua ad essere lo Stato che contribuisce maggiormente, in valori assoluti, alla raccolta firme: 417.799, ovvero l’83,5% della quota; nessun altro Stato è arrivato ad un numero nell’ordine delle centinaia di migliaia, e al secondo posto per valore assoluto si trova la Germania, con 46.567 firme ottenute ed una quota minima di 74.250 (62,5 % della quota). Ritengo interessante che solo l’Italia, il Paese da cui provengono tutti i membri del comitato organizzatore, abbia una quota nell’ordine delle centinaia di migliaia, mentre, ad esempio, per la Francia è di 55.500, per la Spagna di 40.500 e per il Regno Unito di 54.750. Non ho trovato una spiegazione di questo fatto nel sito ufficiale di Stop Vivisection, fonte dei dati riportati in questo post.

Parlando di quote, mentre la Slovenia è arrivata, dal 123% di luglio, al 153% della propria quota, anche il Belgio ha raggiunto e superato la propria, raccogliendo 17.572 firme a fronte delle 16.500 previste. 

Nel post precedente ho preso in esame l’aspetto “scientifico” dell’iniziativa, i promotori e il comitato scientifico dei garanti. Particolare attenzione però meritano gli sponsor e le associazioni che supportano con il proprio nome, marchio e autorevolezza quest’inganno.

Fra le associazioni troviamo in prima fila la LEAL, il “comitato scientifico” Equivita e Antidote Europe, a cui appartengono membri del comitato organizzatore (Vanna Brocca è coordinatrice della rivista ufficiale della LEAL, Fabrizia Pratesi de Ferrariis è coordinatrice di Equivita) e del comitato dei garanti (André Menache dirige Antidote Europe, Claude Reiss ne è il fondatore; Gianni Tamino è il presidente di Equivita). Ho già osservato come entrambi i comitati fossero composti esclusivamente da oppositori della sperimentazione animale, perciò non posso essere sorpresa dal fatto che le loro associazioni sponsorizzino apertamente Stop Vivisection, tuttavia questa è un’ulteriore, evidente prova della scarsa autorevolezza e imparzialità di quello che dovrebbe essere il comitato di garanzia.

Seguono la Lega Italiana per i Diritti dell’Animale (LIDA), l’Organizzazione Internazionale Protezione Animali (OIPA), il Partito Animalista Europeo (PAE), la Lega Anti Vivisezione (LAV), la Coalizione Antivivisezione (ADC-AVC-CAV), a cui appartengono altri due membri del comitato dei garanti, Daniel Flies e Robert Molenaar, 83 organizzazioni straniere, la Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Gaia Italia, il Progetto No Macello, Salviamo gli Orsi della Luna e la sezione italiana del WWF. Al fianco del logo del WWF, infatti, compare un asterisco che segnala che solo il WWF Italia ha dato il proprio supporto all’iniziativa, un dato che, sinceramente, mi delude e mi rincuora al tempo stesso:  mi delude perché ammiro e rispetto il lavoro di protezione della biodiversità delle Oasi WWF, una delle quali si trova non lontano da dove vivo e sorge su un’ex cava di argilla, poi trasformatasi spontaneamente in un’area palustre molto ricca e riqualificata dal lavoro dei volontari; mi rincuora perché le altre sezioni del WWF devono avere un po’ più di buonsenso e conoscenze riguardo la sperimentazione animale.

L’unica azienda presente fra gli sponsor è l’italiana Almo Nature, produttrice di cibo per animali nota per le campagne di marketing volte a suscitare polemiche: da quella di due anni fa con le fotografie di Oliviero Toscani raffiguranti uomini e donne nudi con maschere da animali a quella attualmente in corso il cui slogan è “La sperimentazione animale è crudeltà.” SemplicementeScienza ha dedicato una serie di articoli a questa campagna, a cui rimando per chi volesse approfondire: Ipocrisia + Ignoranza = Maggior Profitto: il caso Almo Nature!  e L’ipocrisia continua: aggiornamenti sul “caso” Almo Nature.

Posto che non mi aspetto che Stop Vivisection riesca nel suo intento, e che anche se ci riuscisse dubito che la Comunità Europea sarebbe disposta a gettare alle ortiche una metodologia il cui valore è accertato e indiscutibile solo perché glielo chiede una massa di cittadini disinformati, è comunque sconfortante notare quanto l’animalismo sia un facile strumento di marketing e quanto faccia presa sulle persone, sfruttando l’emotività e la disinformazione.

Comunque, ecco i dati aggiornati a oggi sullo stato dell’iniziativa Stop Vivisection (la Slovenia compare due volte perché ho dovuto suddividere la tabella in due screenshot):

Update Stop Vivisection

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Update Stop Vivisection 2

A cosa serve la ricerca di base?

Le ragioni della ricerca inutile | Borborigmi di un fisico renitente. Questo articolo dà una risposta interessante ai pregiudizi nei confronti della scienza “inutile”, che non produce risultati concreti e immediatamente utilizzabili. Ci ricorda l’importanza del progresso della conoscenza umana e della comprensione dell’Universo che ci circonda, ci ricorda che a volte la vera conquista della scienza è un cambiamento di prospettiva, la creazione di un nuovo paradigma entro il quale pensare il mondo. L’ignoranza e l’indifferenza sono i grandi mali di questa società che ha tutto e non accetta più la morte, il dolore, le rinunce. Una società nella quale l’arte è una merce, gli ideali sono considerati vacui sogni di gente illusa e la scienza vale solo in funzione di ciò che può produrre non è quella in cui voglio vivere.