Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 18)

Bentornati alla serie di post su Il dominio maschile di Pierre Bourdieu, che sta volgendo al termine. Nella puntata precedente l’autore ha descritto il ruolo della famiglia, della Chiesa, della scuola, dello Stato nel trasmettere retaggi patriarcali per via del loro funzionamento, in modo implicito, ma anche per via della cultura che riproducono. L’analisi delle persistenze, che sono dovute all’inerzia istituzionale – i cambiamenti nel funzionamento delle istituzioni sono sempre molto lenti -, ora va messa fianco a fianco con l’analisi dei cambiamenti, in modo da avere un quadro complessivo da leggere alla luce di tutto il resto del libro nonché una “mappa di lavoro” per capire il campo di forze in gioco e la tensione fra conservazione dell’esistente e cambiamento.

Bourdieu esordisce con un’affermazione netta e incoraggiante: “Il cambiamento principale è […] che il dominio maschile non si impone più con l’evidenza di ciò che è ovvio. Grazie in particolare all’immenso lavoro critico svolto dal movimento femminista che […] è riuscito a rompere il circolo chiuso del rafforzamento generalizzato, tale dominio appare ormai […] come qualcosa da difendere o da giustificare […]. La messa in discussione delle evidenze procede di pari passo con le profonde trasformazioni che la condizione femminile ha conosciuto […]. Si pensi […] alla maggior diffusione dell’accesso all’insegnamento secondario e superiore nonché al lavoro salariato e, quindi, alla sfera pubblica, ma anche alla presa di distanza nei confronti dei lavori domestici e delle funzioni di riproduzione (legata ai progressi e all’uso generalizzato delle tecniche contraccettive e al ridursi del numero dei membri della famiglia) che si esprime in particolare nel differimento del matrimonio e della procreazione o nell’abbreviarsi dell’interruzione dell’attività professionale in occasione della nascita di un figlio – o nell’aumento del tasso di divorzio e nell’abbassamento del tasso di matrimonio”. Inoltre Bourdieu sottolinea la “trasformazione decisiva del ruolo dell’istituzione scolastica nella riproduzione della differenza tra i generi, come il moltiplicarsi dell’acceso delle donne all’istruzione e, con essa, all’indipendenza economica, o come la trasformazione delle strutture familiari […]. Così, […] benché l’inerzia degli habitus, e del diritto, tenda a perpetuare, al di là delle trasformazioni della famiglia reale, il modello dominante della struttura familiare e, con esso, quello della sessualità legittima, eterosessuale e orientata verso la riproduzione, […] rispetto al quale si organizzano tacitamente la socializzazione e […] la trasmissione dei principi di divisione tradizionali, la comparsa di nuovi tipi di famiglia […] e l’accesso alla visibilità pubblica di nuovi modelli di sessualità (l’omosessualità), contribuisce […] ad allargare l’ambito dei possibili in materia di sessualità. In modo analogo […] l’aumento del numero di donne che lavorano non ha potuto non investire la divisione dei compiti domestici e, con essa, i modelli tradizionali maschili e femminili […]: si è  così potuto osservare che le figlie di madri che lavorano hanno aspirazioni di carriera più elevate e meno legate al modello tradizionale della condizione femminile”.

Queste sono tutte trasformazioni che conosciamo e che abbiamo ampiamente discusso nelle puntate precedenti, nello svolgere i confronti fra la situazione attuale, quella di una cultura patriarcale le cui basi sono messe in discussione all’interno di un campo di forze pluralistico, dove agenti a favore del cambiamento e agenti a favore della conservazione si scontrano sul piano del discorso e su quello delle politiche, e la situazione che l’autore ha descritto partendo dalla sua esperienza in Cabilia, quella di un patriarcato così radicato da apparire ineluttabile (come Thanos). Le osservazioni di Bourdieu, oltre a ribadire che l’autore aveva ben presente di scrivere nella Francia del 1998, post-seconda ondata femminista, ci aiutano a vedere l’emancipazione come un processo con molte facce. Egli traccia un quadro applicabile anche al presente: “l’accesso delle bambine all’insegnamento secondario e superiore che, in rapporto con le trasformazioni delle strutture produttive […], ha comportato una trasformazione rilevante della posizione delle donne nella divisione del lavoro: si osserva così un forte aumento della presenza delle donne nelle professioni intellettuali, […] come pure un intensificarsi della loro partecipazione alle professioni vicine alla definizione tradizionale delle attività femminili. […] le diplomate hanno avuto come principale sbocco le professioni d’intermediazione medie […] ma restano praticamente escluse dai posti di autorità e di responsabilità, in particolare nell’economia e nella finanza, oltre che nella politica. I cambiamenti visibili delle condizioni celano in effetti permanenze nelle posizioni relative: la parificazione delle opportunità d’accesso e dei tassi di rappresentanza non deve mascherare le ineguaglianze che sussistono nella ripartizione tra i diversi curricula scolastici e, quindi, tra le carriere possibili. Più numerose dei maschi a diplomarsi e a fare studi universitari, le ragazze sono assai meno rappresentate nei settori più prestigiosi, in particolare in quelli a orientamento scientifico [e] restano legate alle specialità tradizionalmente considerate ‘femminili’ e poco qualificate […], mentre alcune specialità (meccanica, elettricità, elettronica) restano praticamente riservate ai maschi. […] La struttura si perpetua in coppie di opposizioni omologhe alle divisioni tradizionali [e] il medesimo principio di divisione si applica anche all’interno di ogni disciplina, assegnando agli uomini la parte più nobile, più sintetica, più teorica, e alle donne quella più analitica, più pratica, meno prestigiosa”.

Bourdieu sostiene quindi che “i progressi delle donne non devono dissimulare quelli corrispondenti degli uomini, il che fa sì che […] la struttura degli scarti si mantenga. L’esempio più notevole di questa permanenza in e attraverso il cambiamento è rappresentato dal fatto che le posizioni che si femminilizzano sono o già squalificate […] o in declino, con una svalutazione che viene come raddoppiata […] dall’abbandono degli uomini […]. In più, se è vero che si trovano donne a tutti i livelli dello spazio sociale, le loro opportunità d’accesso (e i loro tassi di rappresentanza) diminuiscono a mano a mano che ci si avvicina alle posizioni più rare e ricercate, al punto che il tasso di femminilizzazione attuale e potenziale costituisce il miglior indice della posizione e del valore relativi delle diverse professioni. Così, […] l’eguaglianza formale tra gli uomini e le donne tende a dissimulare che, a parità di condizioni, le donne continuano a occupare sempre posizioni meno favorite. Per esempio, se è vero che le donne sono sempre più rappresentate nella pubblica amministrazione, le posizioni a loro riservate sono sempre le più precarie e basse. […] La migliore attestazione delle incertezze dello statuto attribuito alle donne sul mercato del lavoro è probabilmente data dal fatto che esse sono sempre meno pagate degli uomini, a parità di condizioni, ottengono posti meno elevati per gli stessi diplomi e soprattutto sono più colpite, in proporzione, dalla precarietà dell’impiego e dalla disoccupazione, oltre che relegate più di frequente in posti a tempo parziale – cosa che ha, tra i vari altri effetti, quello di escluderle […] dai giochi di potere e dalle prospettive di carriera”. Bourdieu “predice” anche che “le donne saranno le principali vittime della politica neoliberista, volta a ridurre la dimensione sociale dello stato e a favorire la ‘deregulation’ del mercato del lavoro”.

Bourdieu osserva inoltre che “indipendentemente dalla posizione che occupano nello spazio sociale, le donne presentano la caratteristica comune di essere separate dagli uomini da un coefficiente simbolico negativo che, come il colore della pelle per i neri o qualsiasi altro segno di appartenenza a un gruppo stigmatizzato, connota negativamente tutto ciò che esse sono e fanno”. Ciononostante, “malgrado le esperienze specifiche che le avvicinano (come quei tratti quasi impercettibili del dominio rappresentati dalle innumerevoli ferite, spesso subliminali, inflitte dall’ordine maschile) le donne restano separate le une dalle altre da differenze economiche e culturali, che investono tra l’altro molto profondamente il loro modo oggettivo e soggettivo di subire e di provare il dominio maschile – senza con questo annullare tutto ciò che è legato alla minorazione del capitale simbolico che la femminilità implica. […] Gli uomini continuano a dominare lo spazio pubblico e il campo del potere […], mentre le donne si orientano […] verso lo spazio privato […], in cui si perpetua la logica dell’economia dei beni simbolici, o verso quelle specie di estensioni di tale spazio che sono i servizi sociali […] ed educativi, oppure ancora verso gli universi di produzione simbolica […]. Se le strutture antiche della divisione sessuale sembrano ancora determinare la direzione e la forma stessa dei cambiamenti, ciò deriva dal fatto che, oltre a essere oggettivate in curricula, carriere e mansioni più o meno fortemente sessuate, essere agiscono attraverso tre principi pratici cui le donne, ma anche le persone che le circondano, si ispirano nelle loro scelte. In base al primo […] le funzioni adatte alle donne si situano nel prolungamento delle funzioni domestiche […]. Il secondo principio vuole che una donna non possa avere autorità su uomini e che quindi abbia buone probabilità, a parità di condizioni, di vedersi preferire un uomo in una posizione d’autorità, e di essere relegata a funzioni subordinate di assistenza. Il terzo principio conferisce all’uomo il monopolio della manipolazione degli oggetti tecnici e delle macchine”.

Bourdieu introduce qui un esempio sul modo in cui operano questi principi impliciti: “Quando si interrogano delle adolescenti sulla loro esperienza scolastica, si rimane immancabilmente colpiti dal peso esercitato dagli incitamenti e dalle ingiunzioni, positive o negative, dei genitori, degli insegnanti (in particolare del personale addetto all’orientamento) o dei condiscepoli, sempre pronti a richiamarle in modo tacito o esplicito al destino che è loro assegnato dal principio di divisione tradizionale. Così, molte ragazze osservano che i professori delle materie scientifiche sollecitano e incoraggiano i maschi più delle femmine e che i genitori, come gli insegnanti o gli addetti all’orientamento, le sconsigliano ‘nel loro interesse’ di affrontare certe carriere considerate maschili […]. Ma questi richiami all’ordine devono gran parte della loro efficacia al fatto che tutta una serie di esperienze precedenti, in particolare nello sport, che costituisce spesso la prima occasione di vivere la realtà della discriminazione, le hanno preparate ad accettare questi suggerimenti in forma di anticipazioni e le hanno spinte a interiorizzare la visione dominante […]. La divisione sessuale dei compiti, inscritta nell’oggettività delle categorie sociali direttamente visibili, e la statistica spontanea attraverso la quale si forma la rappresentazione che ciascuno di noi si fa del normale ha loro insegnato che […] ‘al giorno d’oggi, non è che si vedano molte donne fare mestieri da uomini'”.

Lo scienziato sociale francese traccia infine una conclusione al paragrafo: “attraverso l’esperienza di un ordine sociale ‘sessualmente’ ordinato e i richiami all’ordine espliciti […] dotati di principi di visione acquisiti in esperienze analoghe del mondo, le ragazze incorporano, sotto forma di schemi di percezione e di valutazione difficilmente accessibili alla coscienza, i principi della visione dominante che le porta a trovare normale […] l’ordine sociale così com’è e ad anticipare in qualche modo il loro destino, rifiutando le carriere o i curricula da cui esse sono in ogni caso escluse, orientandosi verso quelli cui sono in ogni caso destinate. La costanza degli habitus che ne risulta è così uno dei fattori più importanti della costanza relativa della struttura della divisione sessuale del lavoro: […] questi principi sfuggono in larga misura al controllo cosciente e insieme resistono alle trasformazioni o alle correzioni […]. Inoltre, anche se non vogliamo certo attribuire agli uomini strategie organizzate di resistenza, […] la logica spontanea delle operazioni di cooptazione che tende sempre a conservare le proprietà più rare dei corpi sociali, e in primo luogo la sex ratio di esse, affond[a] le sue radici in un’apprensione confusa […] del pericolo che la femminilizzazione fa correre alla rarità e quindi al valore della posizione, e anche, in qualche modo, all’identità sessuale dei suoi occupanti. […] le posizioni sociali stesse sono sessuate e sessuanti, e […] difendendo i loro posti contro la femminilizzazione, è la loro idea più profonda di sé stessi in quanto uomini che viene difesa, soprattutto da categorie sociali come i lavoratori manuali o da professioni come quella militare che devono gran parte se non la totalità del loro valore […] all’immagine di virilità cui sono associate”.

Con questa puntata, in cui ho lasciato molto spazio all’autore, chiudiamo l’analisi della situazione contemporanea in termini di tensione fra conservazione e cambiamento. Nella prossima puntata tratteremo il paragrafo intitolato Economia dei beni simbolici e strategie di riproduzione, in cui Bourdieu parla delle donne nella famiglia ai giorni nostri e quello intitolato La forza della struttura, dove si parla del modo in cui interpretiamo e categorizziamo la sessualità e quindi i generi.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 12)

Con l’undicesima puntata abbiamo concluso la prima parte del saggio Il dominio maschile e possiamo dare spazio alle riflessioni che l’autore sviluppa nella seconda parte, intitolata “L’anamnesi delle costanti nascoste”. Anamnesi significa “reminiscenza, ricordo” ed è un termine che deriva dalla filosofia di Platone, dove indicava la reminiscenza delle idee, ovvero delle essenze pure di cui le cose sono solo il riflesso (così, ogni fiore è un’incarnazione imperfetta dell’idea di Fiore). Per Platone, questo atto di ricordo è l’atto conoscitivo supremo; Bourdieu, citando Freud, la descrive come una “riappropriazione di una conoscenza a un tempo posseduta e da sempre perduta”. Nell’usare questa parola, quindi, Bourdieu ci invita a un atto di conoscenza e di riconoscimento di ciò che è nascosto dentro il tessuto delle strutture socio-culturali: l’androcentrismo. Egli scrive, infatti: “La descrizione etnologica di un mondo sociale abbastanza lontano da prestarsi con una certa facilità all’oggettivazione e tutto costruito intorno al dominio maschile agisce come una sorta di ‘detector’ delle tracce infinitesimali e dei frammenti sparsi della visione androcentrica del mondo e, con ciò, come lo strumento di un’archeologia storica dell’inconscio che […] abita ciascuno di noi, uomo o donna”. Pertanto, l’obiettivo di Bourdieu è “chiarire tutto ciò che la conoscenza del modello compiuto dell”inconscio’ androcentrico permette di far emergere e di capire nelle manifestazioni dell’inconscio che ci è proprio”. Per Bourdieu non si tratta di un inconscio individuale, come nella psicologia, ma di “un inconscio insieme collettivo e individuale, traccia incorporata di una storia collettiva e di una storia individuale che impone a tutti gli agenti […] il suo sistema di presupposti imperativi, di cui l’etnologia costituisce l’assiomatica, potenzialmente liberatoria”.

“Il lavoro di trasformazione dei corpi, al contempo sessualmente differenziato e sessualmente differenziante, che si compie in parte attraverso gli effetti della suggestione mimetica, in parte attraverso ingiunzioni esplicite, in parte infine attraverso tutta la costruzione simbolica della visione del corpo biologico (e in particolare dell’atto sessuale, concepito come atto di dominio, di possesso) produce habitus sistematicamente differenziati e differenzianti. La mascolinizzazione del corpo maschile e la femminilizzazione del corpo femminile […] determinano una somatizzazione del rapporto di dominio, così naturalizzato. È attraverso l’addestramento dei corpi che si impongono le disposizioni più fondamentali, quelle che rendono insieme disposti e atti a entrare nei giochi sociali più favorevoli al dispiegamento della virilità: la politica, gli affari, la scienza ecc”. Questo addestramento dei corpi avviene anche attraverso quelle che Bourdieu chiama attese collettive e che noi potremmo ridefinire come aspettative sociali, che sono proiettate su bambine e bambini sin dalla prima infanzia e che sono differenziate in base ai modelli di genere circolanti in una società. Il sociologo francese nota che nei maschi è incoraggiata la libido dominandi, cioè il desiderio di potere sugli altri e il piacere tratto da questo potere, mentre nelle femmine questo è represso, e così laddove un bambino è un “piccolo leader”, una bambina è “prepotente”; laddove un bambino è “intelligente” o “precoce”, una bambina è “saccente” o “maestrina”. Il potere che deriva dalla conoscenza, dal sapere le cose, è ancora spesso disapprovato nelle bambine quanto il potere che deriva dalla forza e dalle capacità, tant’è che le bambine mettono in atto forme di auto-riduzione, come il rispondere alle domande in tono interrogativo anche quando sono convinte della risposta o l’evitare di rispondere.

Riguardo alla nostra società, l’autore commenta: “benché il dominio maschile abbia perso un po’ della sua evidenza immediata, alcuni dei meccanismi sui quali si fonda tale dominio continuano a funzionare; penso in particolare al rapporto di causalità circolare che si stabilisce tra le strutture oggettive dello spazio sociale e le disposizioni che esse producono sia tra gli uomini sia tra le donne. Le ingiunzioni continue, silenziose e invisibili che il mondo sessualmente gerarchizzato in cui le donne sono inserite rivolge loro, preparano le donne stesse, almeno quanto i richiami all’ordine espliciti, ad accettare come evidenti, naturali e scontate prescrizioni e proscrizioni arbitrarie che, inscritte nell’ordine delle cose, si imprimono insensibilmente nell’ordine dei corpi”. Egli prosegue, più oltre: “È probabilmente nell’incontro con le ‘attese oggettive’ inscritte, soprattutto allo stato implicito, nelle posizioni offerte alle donne dalla struttura, ancora fortemente sessuata, della divisione del lavoro che le disposizioni dette ‘femminili’, inculcate dalla famiglia e da tutto l’ordine sociale, possono compiersi […] e trovarsi nello stesso tempo ricompensate, contribuendo così a rafforzare la dicotomia sessuale fondamentale, sia nei posti, che sembrano richiamare la sottomissione e il bisogno di sicurezza, sia in quanti li occupano, identificati a posizioni nelle quali […] essi si ritrovano e si perdono nello stesso tempo. La logica, essenzialmente sociale, di quella che diciamo ‘vocazione’ ha l’effetto di produrre questi incontri armoniosi tra le disposizioni e le posizioni, grazie alle quali le vittime del dominio simbolico possono portare a termine felicemente (nel doppio senso del termine) i compiti subalterni o subordinati che vengono conferiti alle loro virtù: sottomissione, gentilezza, docilità, devozione e abnegazione”. Leggendo questa lista di ‘virtù’ possiamo vedere facilmente che Bourdieu sta parlando del lavoro di cura, che la nostra cultura costruisce come ‘femminile’ e assegna alle donne, al contempo socializzandole a coltivare le caratteristiche di personalità che le rendono ‘portate’ per questi lavori e – nella percezione stereotipata – inadatte invece ai lavori più prestigiosi, che sono costruiti come lavori che richiedono razionalità, aggressività, freddezza.

“E l’incontro con il posto” osserva Bourdieu “può avere un effetto di rivelazione nella misura in cui autorizza e favorisce, attraverso le attese esplicite o implicite che racchiude, certe condotte, certe tecniche, sociali ma anche sessuali o sessualmente connotate. Il mondo del lavoro è così pieno di piccoli isolati professionali […] che funzionano come quasi-famiglie in cui il caporeparto, quasi sempre un uomo, esercita un’autorità paternalistica, fondata sul coinvolgimento affettivo o sulla seduzione e […] offre una protezione generalizzata a un personale subalterno in gran parte femminile […] che viene così incoraggiato a un investimento intenso, a volte patologico, nell’istituzione e in colui che la incarna”. Qui lo scienziato francese ci sta dicendo che ci sono delle culture implicite, non ufficiali, degli ambienti di lavoro – in alcuni casi – dove il carisma del leader maschile si esprime in un ruolo a metà fra il padre e l’amante, e questa seduzione del carisma (che non è seduzione in senso romantico né sessuale, ma è “il fascino del leader”) gioca sui ruoli di genere che vanno a sovrapporsi a quelli professionali, per cui la lealtà delle dipendenti verso il capo si intreccia con la lealtà delle donne verso un uomo affascinante, un intreccio che implicitamente rafforza la gerarchia perché le donne desiderano il capo, non desiderano essere il capo.

Il fatto che non si percepiscano le donne come autorevoli perché l’autorità è implicitamente associata al maschile si svela in molti piccoli dettagli nelle situazioni sociali. Bourdieu, ad esempio, scrive: “Quando partecipano a un dibattito pubblico, devono lottare continuamente per avere la parola e per tenere l’attenzione, e la minorazione che subiscono è tanto più implacabile in quanto non è ispirata da alcuna malevolenza esplicita e si esercita con l’innocenza perfetta dell’incoscienza: vengono interrotte, si dà in perfetta buona fede a un uomo la risposta alla domanda intelligente che una donna ha appena posto […]. Questa sorta di diniego d’esistenza le costringe spesso a ricorrere, per imporsi, alle armi dei deboli, che finiscono col rafforzare gli stereotipi [come] la seduzione che, nella misura in cui poggia su una forma di riconoscimento del dominio, è fatta per rafforzare il rapporto stabilito di dominazione simbolica”. Più avanti nel paragrafo, l’autore aggiunge: “non è esagerato paragonare la mascolinità a una forma di nobiltà. Per convincersene, basta osservare la logica […] del doppio standard […] che instaura una disimmetria radicale nella valutazione delle attività maschili e femminili. Oltre al fatto che l’uomo non può, senza venir meno a se stesso, abbassarsi a svolgere attività socialmente definite inferiori (tra l’altro proprio perché è escluso che egli possa svolgerle), le stesse attività possono essere nobili e difficili quando sono realizzate da uomini, insignificanti e impercettibili, facili e futili quando sono esercitate da donne […]: basta che gli uomini si assumano compiti considerati femminili e li svolgano fuori dalla sfera privata perché tali compiti vengano come nobilitati e trasfigurati. […] Se la statistica stabilisce che i mestieri ritenuti qualificati sono prerogativa degli uomini mentre i lavori lasciati alle donne sono ‘senza qualità’, ciò dipende in parte dal fatto che qualsiasi mestiere finisce con l’essere in qualche modo qualificato dal fatto di essere svolto da uomini”.

Bourdieu prosegue, più oltre: “E dopo le lunghe lotte delle donne per far riconoscere la loro qualifica, i compiti che i cambiamenti tecnologici hanno radicalmente redistribuito tra gli uomini e le donne saranno arbitrariamente ricomposti in modo da impoverire il lavoro femminile, mantenendo in modo decisorio il valore superiore del lavoro maschile. Il principio in vigore in Cabilia, il quale vuole che il lavoro della donna, destinata a muoversi nella casa ‘come la mosca nel latte, senza che fuori si veda nulla’, sia condannato a restare invisibile, continua ad applicarsi in un contesto in apparenza radicalmente mutato, come attesta il fatto che alle donne viene ancora normalmente negato il titolo gerarchico corrispondente alla loro funzione reale”. La situazione oggi è più avanti rispetto al punto in cui la descrive Bourdieu, poco più di 20 anni fa, ma non di molto: nelle sue parole possiamo facilmente intravedere il famoso soffitto di cristallo che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni più elevate e meglio retribuite e il suo complementare, lo sticky floor (pavimento appiccicoso) che le tiene bloccate alla base delle gerarchie aziendali, ma anche fenomeni come l’inquadramento contrattuale delle donne in posizioni inferiori alle loro reali competenze e il mobbing. Le donne sono consapevoli dell’esistenza di questi fenomeni, anche quelle che non sono femministe sanno fin da quando sono studentesse che per loro le cose sono più difficili, anche se magari non sono in grado di attribuire a una discriminazione implicita nelle strutture sociali la loro situazione, così si regolano di conseguenza. Bourdieu descrive questo processo inconsapevole: “Attraverso le speranze soggettive che impongono, le ‘attese collettive’, positive o negative, tendono a inscriversi nei corpi sotto forma di disposizioni permanenti. Così, secondo la legge universale dell’adattamento delle speranze alle opportunità, delle aspirazioni alle possibilità, l’esperienza prolungata e invisibilmente mutilata di un mondo totalmente sessuato tende a far deperire, scoraggiandola, l’inclinazione stessa a compiere gli atti che non ci si attende dalle donne, senza che ci sia bisogno di divieti espliciti. […] tale esperienze favorisce l’insorgere di una ‘impotenza acquisita’ (learned helplessness)”.

Nella prossima puntata, torneremo a riflettere su come le donne e la femminilità vengano costruite nella nostra società e sulle definizioni implicite che sorreggono le aspettative di genere nel mondo del lavoro.

Il dominio maschile, di Pierre Bourdieu (parte 8)

Siamo arrivati all’ottava puntata della serie di post in cui ragioniamo sulle argomentazioni esposte da Pierre Bourdieu nel suo saggio Il dominio maschile (1998). Nel post precedente è stato esposto il concetto di violenza simbolica, ovvero la violenza che l’ordine culturale agisce sui dominati impedendo loro di pensarsi al di fuori dell’ordine di dominio stesso, la sua relazione con il concetto di habitus, la nascita del femminismo e del movimento LGBT come opere di costruzione delle soggettività di donne e persone LGBT sottraendosi alla violenza simbolica stessa, e il modo in cui l’ordine culturale agisce sulle preferenze soggettive anche nella sfera sentimentale e sessuale. Una puntata densa, quindi: se volete rinfrescarvi la memoria prima di ricominciare, la trovate qui.

Bourdieu riprende dal suo esempio sul fatto che le donne francesi esprimono preferenze per uomini più alti e più anziani, preferenze che riflettono un ordine di genere basato sulla superiorità, concreta e simbolica, dell’uomo: “le donne più osservanti e legate al modello ‘tradizionale’ – quelle che dicono di preferire una differenza d’età maggiore – si incontrano soprattutto tra gli artigiani, i commercianti, i contadini e anche gli operai, categorie nelle quali il matrimonio resta, per le donne, il mezzo privilegiato per acquisire una posizione sociale; come se, essendo il prodotto di un adattamento inconscio alle probabilità associate a una struttura oggettiva di dominio, le disposizioni sottomesse che si esprimono in queste preferenze producessero l’equivalente di […] un calcolo dell’interesse. […] queste disposizioni tendono ad attenuarsi […] a mano a mano che diminuisce la dipendenza oggettiva, che contribuisce a produrle e ad alimentarle (la stessa logica dell’adattamento delle disposizioni alle opportunità oggettive spiega infatti come l’accesso delle donne al lavoro professionale sia un fattore determinante del loro accesso al divorzio)”. Qui il concetto è molto chiaro: le possibilità di scelta sono limitate alle possibilità di pensabilità, che a loro volta dipendono dall’ordine culturale e dalle strutture sociali, e le donne che le interiorizzano, in questo caso, senza esserne consapevoli si orientano verso preferenze che vanno a favore della conservazione delle disparità sociali esistenti.

“Si può quindi pensare – afferma Bourdieu – questa forma particolare di dominio solo a condizione di superare l’alternativa tra costrizione (da parte di forze) e consenso (a ragion), tra coercizione meccanica e sottomissione volontaria, libera […]. L’effetto del dominio simbolico (di etnia, genere, cultura, lingua, ecc.) si esercita […] attraverso schemi di percezione, di valutazione e di azione che sono costitutivi degli habitus e fondano, al di qua delle decisioni della coscienza e dei controlli della volontà, un rapporto di conoscenza profondamente oscuro a se stesso. Così, la logica paradossale del dominio maschile e della sottomissione femminile […], che è spontanea ed estorta, si capisce solo se si prende atto degli effetti durevoli che l’ordine sociale esercita sulle donne […] cioè delle disposizioni spontaneamente adattate a quell’ordine che essa impone loro. La forza simbolica è una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, […] ma […] opera solo poggiandosi su disposizioni depositate […] nel più profondo dei corpi”. La forza del dominio è nel fatto che noi ci comportiamo seguendo delle regole, ma anche degli schemi di lettura e classificazione della realtà, che ci sono oscuri: li seguiamo senza avere conoscenza di come li abbiamo appresi e quindi senza aver potuto riflettere sulla loro validità o meno. Quando prendiamo consapevolezza della loro esistenza, sono già radicati dentro di noi. Dove abbiamo imparato lo stereotipo per cui le bionde sono stupide? Nessuno formalmente ce lo ha mai insegnato, tutti lo abbiamo “raccolto per la strada” della nostra crescita, perché è uno stereotipo che circola per la società. Alcune di queste norme sociali sono più rigidamente controllate dalle persone intorno a noi (provate a essere una dodicenne che non si depila ancora le ascelle in uno spogliatoio a educazione fisica), altre sono contestate (provate a dire che le donne bionde sono stupide: nella maggior parte dei casi, sarete considerati dei cretini retrogradi) e altre sono ancora piuttosto invisibili, ma il punto è che esse vengono interiorizzate quando siamo troppo piccoli per capirle, e dopo agiscono da dentro di noi finché non le vediamo per quello che sono e iniziamo ad accorgerci della loro presenza e quindi a poter controllare come rispondiamo alla loro attivazione.

Bourdieu prosegue riguardo alla forza simbolica: essa “agisce come una sorta di innesco [e] si limita ad attivare le disposizioni che il lavoro di inculcazione e di incorporazione ha depositato in coloro […] che […] le offrono presa. […] la forza simbolica trova le sue condizioni di possibilità e la sua contropartita economica […] nell’immenso lavoro preliminare necessario per operare una trasformazione durevole dei corpi e produrre le disposizioni permanenti […]; si esercita […] attraverso la familiarizzazione insensibile con un mondo fisico simbolicamente strutturato e un’esperienza precoce e prolungata di interazioni abitate dalle strutture di dominio. Gli atti di conoscenza e di riconoscimento pratici della frontiera […] tra dominanti e dominati che [il] potere simbolico innesca e attraverso i quali i dominati contribuiscono, spesso a loro insaputa, a volte contro la loro volontà, al loro stesso dominio accettando tacitamente i limiti imposti, assumono spesso la forma di emozioni corporee, vergogna, umiliazione, timidezza, ansia, senso di colpa, o di passioni e sentimenti, amore, ammirazione, rispetto”. L’ordine di genere è una struttura di dominio che ci fa leggere la realtà come se esistessero solo due generi coincidenti con i sessi biologici e caratterialmente diversi non in termini di grado, ma in termini radicali. Lo riassume un manifesto contro “l’ideologia gender”: “i bambini sono maschi, le bambine sono femmine”. Per loro non è un’ovvietà grammaticale, ma il fatto che ogni bambino deve comportarsi da maschio, e ogni bambina deve comportarsi da femmina: le eccezioni andrebbero a stravolgere la loro “natura” di maschi e femmine. L’ordine di genere può essere sfidato: se non esistesse un’opposizione a questo schema di dominio, per me sarebbe impossibile fare questo discorso, perché avrei accettato pienamente come una verità la coincidenza “naturale” fra sesso e genere.

Il fatto che il dominio si inscriva nei corpi anche, eventualmente, contro la nostra volontà attraverso emozioni che non possiamo controllare, implica che “è del tutto illusorio credere che la violenza simbolica possa essere vinta con le sole armi della coscienza e della volontà” perché “gli effetti e le condizioni della sua efficacia sono durevolmente inscritti nella zona più profonda del corpo sotto forma di disposizioni”. In termini pratici: provate a decidere di non sentirvi in imbarazzo quando siete imbarazzati, provate a decidere di non avere paura quando siete davvero spaventati. Bourdieu nota che è facile dedurre l’esistenza di queste disposizioni: basta osservare cosa succede quando i vincoli strutturali, economici o sociali, vengono a cadere: “quando i vincoli esterni vengono meno e le libertà formali […] sono acquisite, l’autoesclusione e la ‘vocazione’ […] finiscono col sostituirsi all’esclusione dichiarata: l’espulsione dai luoghi pubblici […] può realizzarsi […] attraverso quella sorta di agorafobia socialmente imposta che può sopravvivere a lungo all’abolizione degli interdetti più visibili e porta le donne a escludersi spontaneamente dall’agorà”. Un esempio tipico della nostra società è la segregazione orizzontale, il fatto che ancora oggi esistano “barriere di genere” che orientano le scelte delle ragazze portandole ad allontanarsi dagli ambiti di studio tradizionalmente considerati più “da maschi” e a più alta matematizzazione (anche se non è vero che le femmine sono meno brave in matematica dei maschi: il report Eurydice del 2010 dimostra che tutta la differenza nei test è imputabile ad insicurezza e ansia e quindi a un fenomeno di profezia che si autoavvera, per cui le bambine interiorizzano l’idea di essere meno brave, vivono i test con tensione e quindi ottengono risultati peggiori rispetto ai bambini). Un altro esempio è il fatto che al conseguimento del diritto di voto da parte delle donne non discende necessariamente una loro forte e paritaria partecipazione politica rispetto agli uomini. L’autoesclusione ha molte ragioni, fra cui le disposizioni che inducono a considerare un certo ambito come “maschile”: nel caso della politica, a fianco delle molte donne che la ritengono un ambiente troppo carico di aggressività e competitività, sono anche molte quelle che ritengono di non potersi adattare a logiche di governo della cosa pubblica maschili, e altre ancora che ritengono che le donne siano in qualche modo “troppo pulite per la politica” e riluttanti a mettersi in gioco in un mondo percepito come corrotto, dove bisogna scendere a compromessi, dove il potere è qualcosa di sporco.

Insomma: la caduta delle barriere strutturali di per sé non è sufficiente a produrre un cambiamento di massa negli atteggiamenti e nelle attitudini di coloro che sono liberi da quelle barriere. Ci vuole anche un cambiamento culturale che permetta loro di pensarsi oltre quelle barriere, com’è successo con l’entrata delle donne nel mercato del lavoro, che si è accompagnata a quella che noi chiameremmo una “risignificazione” della loro identità – cioè un diverso modo di pensare sé stesse – in cui il lavoro è diventato parte dell’identità femminile, invece di essere considerato un tratto che definisce solo gli uomini. L’autoesclusione dalle sfere che comportano un attraversamento delle norme di genere è un fenomeno ancora visibile nella nostra società (ad esempio, solo l’1% dei maestri delle elementari è uomo) e così pure l’idea che esistano “vocazioni” maschili e “vocazioni” femminili. Con questo chiudiamo l’ottava puntata, mentre dedicheremo la nona a chiarire il funzionamento del dominio, che Bourdieu vuole distinguere da precedenti definizioni dello stesso concetto per poter includere il fatto che il dominio agisce attraverso disposizioni e habitus, e quindi ogni scelta compiuta laddove esistono forme di dominio non è determinata dal dominio né interamente libera, ma è orientata dall’esistenza di queste disposizioni e di questi habitus che dal dominio sono prodotti.