Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 6)

È trascorso parecchio tempo dall’ultima puntata di questa serie, che consiste in una trattazione sistematica del saggio Representation: Cultural Representations and Signifying Practices (1997), a cura di Stuart Hall. Mi scuso per l’assenza, ma la vita (e, in questo caso, gli esami) tende a mettersi spesso in mezzo ai piani per un aggiornamento regolare degli spazi online, soprattutto per coloro come me per cui un blog è un passatempo e non una parte importante della presentazione di sé professionale. In ogni caso, eravamo rimasti alla trattazione dell’approccio semiotico al linguaggio e, per estensione, al costruzionismo sociale, avviato dalla distinzione fra langue e parole che dobbiamo a Ferdinand de Saussure, che ha posto il focus sull’interpretazione come operazione necessaria per comprendere i significati, che si danno solo all’interno dei codici linguistici e culturali, i quali quindi non hanno il potere di cristallizzare un unico significato immutabile, ma sono sistemi aperti al cambiamento. Abbiamo inoltre accennato a come Clifford Geertz ha fondato il suo concetto di cultura – il più influente nelle scienze sociali contemporanei – proprio sull’idea che la cultura sia un insieme di testi scritti attraverso le azioni sociali e interpretabili attraverso l’interpretazione che gli attori sociali fanno dei significati che circolano nella loro cultura, significati sulla base dei quali essi agiscono e comprendono la realtà.

Oggi sviluppiamo il ragionamento a partire da questo punto. “Nell’approccio semiotico” – spiega Stuart Hall – “non solo le parole e le immagini, ma anche gli oggetti stessi possono fungere da significanti nella produzione di significato”. L’esempio che l’autore propone è quello dei dress code, per cui certe combinazioni di vestiti sono state associate a certi significati che noi siamo in grado di interpretare nel momento in cui li vediamo indossati. Per esempio, giacca e cravatta rappresentano formalità, professionalità, autorevolezza e sobrietà su un uomo; su una donna, rappresentano eleganza androgina e in un certo una presa di posizione nei confronti dei ruoli di genere che tuttavia non è ‘urlata’, ma è come uno svolazzo su una presentazione di sé che resta all’interno dei codici che giacca e cravatta trasmettono se indossate dagli uomini. Anfibi e giacca di pelle sono sempre più spesso associati all’idea di una femminilità combattiva, grintosa, da guerriera, e così via. Nei termini della semiotica, i vestiti sono significanti e i concetti (formalità, femminilità combattiva, eleganza) significati che essi trasmettono per il tramite dei codici (culturalmente definiti) della moda, che “convertono i vestiti in segni, che possono poi essere letti come un linguaggio. Nel linguaggio della moda, i significanti sono organizzati in certe sequenze, in certe relazioni reciproche. Le relazioni possono essere di somiglianza – alcuni capi ‘vanno insieme’ (ad esempio, scarpe casual con i jeans). Anche le differenze sono messe in risalto – non si porta la cintura di pelle con i capi da sera. Alcuni segni in effetti creano significato sfruttando la ‘differenza’: ad esempio, anfibi Doc Martens con una lunga gonna fluttuante. Questi capi di abbigliamento ‘dicono qualcosa’ – trasmettono un significato. Naturalmente, non tutti leggono la moda nello stesso modo. Ci sono differenze di genere, età, classe sociale ed etnia. Ma tutti coloro che condividono lo stesso codice della moda interpreteranno i segni più o meno allo stesso modo”, spiega Stuart Hall. Per interpretare il codice della moda, servono di nuovo i due sistemi di rappresentazione di cui abbiamo parlato: una mappa concettuale che ci permette di avere il concetto di ‘jeans’ o di ‘anfibi’ per designare uno specifico tipo di pantalone o di scarpa e le parole per dirlo, da una parte, e un codice culturale condiviso che associa ‘formalità, ‘eleganza’ a un abito da sera, ‘stile casual’ ai jeans, ‘stile rock’ agli anfibi e che rende i jeans o gli anfibi dei segni.

Roland Barthes ha definito denotazione il primo livello, quello in cui passiamo da un oggetto a un concetto a una parola e otteniamo i nostri jeans, all’interno di un codice linguistico (culturale) in cui io posso essere sicura che voi che leggete visualizzerete nella vostra testa un paio di pantaloni che, anche se non uguali a quelli che visualizzo io, appartengono alla stessa categoria; connotazione invece è il secondo livello, in cui i jeans diventano il segno dello stile informale all’interno di una classificazione concettuale convenzionale che li pone in relazione con campi semantici più ampi, con nozioni culturali come quella di ‘informalità’, entrando quindi a far parte di un codice più vasto e meno univoco. Ci può essere un consenso culturale più vasto su cosa la parola jeans designa piuttosto che su cosa i jeans rappresentano: lo spazio per elaborare significati per l’indossare i jeans e per interpretare ciò che gli altri trasmettono indossandoli è sempre più ampio, individualizzato, perché qui stiamo “iniziando a interpretare i segni completi nei termini dei più vasti regni dell’ideologia sociale – le credenze generali, i framework concettuali e i sistemi di valore della società” e a porre in relazione i jeans con la cultura, la conoscenza, la storia, e in questo modo “il mondo ambientale della cultura invade il sistema di rappresentazione” e rende il gioco di interpretazione complesso e non univoco.

L’analisi semiotica non può stabilire un’interpretazione univoca, definitiva e incontestabile. Lo slittamento di significato è parte del gioco, è parte del funzionamento del linguaggio e dei codici culturali e linguistici che mediano la relazione fra linguaggio e significati. Tuttavia, l’analisi ha validità se è “in grado di delineare precisamente i differenti passaggi attraverso cui il significato più ampio è prodotto”, spiega Hall. Il primo passaggio consiste nel mostrare come il significante e il significato formano un segno e qual è il messaggio che quel segno trasporta; nel secondo passaggio, il messaggio del segno diventa un significante ed è posto in relazione con un set di significati più estesi attinti dalla cultura in cui il segno sta dicendo quello che dice. In questo secondo livello di analisi, i messaggi o significati sono più elaborati e hanno una cornice ideologica, nel senso che provengono dalle idee che circolano nella cultura di una società e che in effetti circolano ‘attaccate’ a questi segni-divenuti-significati.

È grazie al contributo di Barthes che l’analisi semiotica è passata dal focalizzarsi su “come le singole parole fungono da segni nel linguaggio [all’] applicazione del modello linguistico a un set molto più ampio di pratiche culturali”, spiega Hall e in questo ha acquisito un carattere più interpretativo, in quanto il significato e la rappresentazione appartengono alla sfera culturale, nella quale agiscono individui che hanno una loro agency nell’interpretare e rielaborare significati. Un campo di analisi particolarmente fertile è stato quello che ha applicato l’approccio semiotico allo studio del modo in cui le rappresentazioni visuali trasmettono significato.

“Nell’approccio semiotico” – spiega Hall – “la rappresentazione era intesa sulla base del modo in cui le parole fungevano da segni all’interno del linguaggio. Ma […] in una cultura, il significato spesso dipende da unità di analisi più ampie – narrazioni, affermazioni, gruppi di immagini, interi discorsi che operano attraversando una varietà di testi, aree di conoscenza circa una materia che hanno acquisito un’autorità diffusa”. Il passaggio dall’interpretazione ‘ristretta’ della semiotica di Saussure, che riguardava il funzionamento formale del linguaggio, a quella più ‘ampia’ di Barthes, che riguardava interi prodotti culturali visuali, ha permesso all’approccio semiotico di avvicinarsi al mettere in relazione il testo con i concetti che circolano nel senso comune, nella cultura in senso ampio: quelli che Foucault chiamerà discorsi e formazioni discorsive. 

Da qui possiamo introdurre l’approccio detto appunto discorsivo. Esso considera la rappresentazione in quanto fonte di produzione di conoscenza sociale, cioè come un sistema aperto strettamente connesso con le pratiche sociali e con la questione del potere. In questo contesto, il potere riguarda la capacità di produrre discorsi che acquisiscano carattere di verità e di autorevolezza: l’esempio che fa Hall è del modo in cui i medici uomini avevano, nel tardo XIX secolo, il potere di produrre un discorso sull’isteria che sovrastava completamente ogni tentativo delle pazienti di comprendere e articolare la propria esperienza nei propri termini. Un discorso delle donne sui propri corpi sessuati articolato attraverso categorie diverse da quelle normative di una scienza medica patriarcale sarà possibile solo con il femminismo degli anni ’70, che elaborerà la pratica dell’autocoscienza per dare alle donne uno spazio per comprendere sé stesse e parlare delle proprie esperienze e del proprio sentire legato alla corporeità e all’essere donna proprio per poter creare le parole con cui pensare. Il fondatore di questo approccio è Michel Foucault, il cui interesse riguarda la produzione della conoscenza attraverso i discorsi, ovvero “come gli esseri umani comprendono sé stessi nella nostra cultura e come la nostra conoscenza del sociale, dell’individuo in quanto corporeità e dei significati condivisi viene prodotta nei differenti periodi storici” e quindi come le relazioni di potere plasmano discorsi che assurgono allo status di conoscenza vera e autorevole. Foucault affermò: “La storia che ci sostiene e ci determina ha la forma di una guerra piuttosto che quella di un linguaggio: relazioni di potere, non relazioni di significato”. Per Foucault, il discorso riguarda le regole e le pratiche sottese alle affermazioni che forniscono un linguaggio per parlare di qualcosa, ovvero per rappresentare la conoscenza di quella cosa: le forme della produzione di conoscenza attraverso il linguaggio. “Ma dato che ogni pratica sociale comporta il significato, e che i significati plasmano e influenzano ciò che facciamo […] tutte le pratiche hanno un aspetto discorsivo”, completa Hall. “Il discorso, secondo Foucault, costruisce l’argomento. Definisce e produce gli oggetti della nostra conoscenza. Governa il modo in cui si può parlare e ragionare in modo significativo di un argomento. Influenza anche come le idee sono tradotte in pratica e usate per regolare la condotta altrui. Così come un discorso ‘regola l’ammissibilità’ di certi modi di parlare di un argomento, definendo un modo di parlare, scrivere o comportarsi accettabile e intelligibile, così esso, per definizione ‘regola l’esclusione’, limita e restringe altri modi di parlare, di comportarsi in relazione all’argomento o alla costruzione di conoscenza attorno a esso”, spiega Hall.

Un discorso definisce il modo di pensare o lo stato della conoscenza di un certo momento storico e può essere rinvenuto in una molteplicità di testi, forme di condotta e istituzioni sociali. Un insieme di eventi discorsivi che si riferiscono allo stesso oggetto e hanno uno stile e una strategia comuni costituisce una formazione discorsiva. Il significato e le pratiche che hanno significato sono quindi prodotti all’interno dei discorsi, e non può esistere significato al di fuori del discorso. Per espandere questo punto, Hall si rivolge a Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, che scrivono: “ogni configurazione sociale è significativa” e illustrano questo fatto con un esempio: calciare un oggetto sferico per strada o calciare un pallone durante una partita di calcio non sono la stessa azione, perché la seconda è inscritta in un sistema di relazioni – socialmente costruite – che rendono la palla un pallone da calcio, la situazione una partita, lo sport che si sta giocando il calcio: “Il fatto che un pallone da calcio sia un pallone da calcio solo fintantoché è integrato all’interno di un sistema di regole socialmente costruite non significa che esso smetta di esistere come oggetto fisico”, ma naturalmente sono solo attribuzioni sociali che spiegano che quel tipo di palla è un pallone da calcio, che quella è una partita e non un allenamento, che fanno esistere il calcio come sport definito da una serie di regole. Il contesto dell’azione è definito dalla stratificazione di significati che la rendono intelligibile come un’azione di una partita di uno sport. Un altro esempio fatto dagli autori è che la stessa sfera di pietra acquisisce significati diversi se è una palla di cannone o una scultura. Di fatto sono le pratiche – che discendono dai discorsi – a costruire un’interpretazione di quella sfera di pietra, a porla in un contesto di significati. E allo stesso modo in cui il discorso costruisce la situazione ‘partita di calcio’, così costruisce la posizione di soggetto degli attori sociali all’interno della situazione: “è lo stesso sistema di regole che rende un oggetto sferico una palla da calcio che mi costruisce come un calciatore”. Naturalmente questa prospettiva solleva alcune domande: “Anche se accettiamo che il significato di un’azione dipenda da una configurazione discorsiva, l’azione stessa non è qualcosa di diverso dal suo significato?”. Per rispondere a questa domanda, gli autori partono da una distinzione linguistica, quella tra semantica (ciò che riguarda il significato delle parole), sintassi (ciò che riguarda l’ordine delle parole e le conseguenze che esso produce sul significato) e pragmatica (ciò che riguarda il modo in cui una parola è utilizzata nel concreto in certi contesti discorsivi) e ci invitano a riflettere su quanto nettamente il significato di una parola può essere separato dal modo in cui essa viene utilizzata. È davvero possibile? La risposta è no: il significato di una parola dipende dal contesto. Hanna Fenichel Pitkin ha scritto: “il significato e l’uso sono intimamente, inestricabilmente legati, perché l’uso aiuta a definire il significato. Il significato è appreso, e plasmato, dalle istanze di utilizzo; quindi anche il suo apprendimento e la sua configurazione dipendono dalla pragmatica. Il significato semantico è estrapolato da casi concreti di utilizzo di una parola inclusi tutti i numerosi e variegati giochi linguistici che si giocano con essa; quindi il significato è principalmente il prodotto della pragmatica” .

Da questo discende che ogni identità e ogni oggetto discorsivo sono costituiti nel contesto di un’azione. Anche i fatti naturali, gli oggetti di studio delle scienze dure come la fisica, la biologia o la geologia, sono al contempo fatti discorsivi, che ci sono intelligibili grazie a categorie e concetti che abbiamo coniato per designare aspetti della realtà che le parole isolano e fanno esistere: là fuori non esiste ‘la natura’, che è un concetto che si è sviluppato attraverso una costruzione sociale nel corso della Storia. Discorsivo non significa linguistico, significa che assume significato all’interno del discorso: “chiamare qualcosa un oggetto naturale è un modo di concepirlo che dipende da un sistema di classificazione. Di nuovo, questo non getta dubbi sul fatto che l’entità che chiamiamo pietra esiste, nel senso di essere presente qui e ora, in modo indipendente dalla mia volontà; ciononostante il fatto che sia una pietra dipende da un modo di classificare gli oggetti che è storico e contingente. Se non ci fossero esseri umani sul pianeta, quegli oggetti che chiamiamo pietre esisterebbero comunque, ma non sarebbero ‘pietre’ perché non ci sarebbero né la mineralogia né il linguaggio in grado di classificarli e renderli distinti da altri oggetti. […] Non c’è alcun fatto che permetta al suo significato di essere letto in modo trasparente”. In altre parole, “gli oggetti fisici esistono, ma non hanno alcun significato fisso [intrinseco]: essi assumono significato e diventano oggetti di conoscenza all’interno del discorso“, come chiarisce Hall, e ciò rappresenta il cuore di una teoria costruzionista del significato e della rappresentazione: “dato che possiamo avere una conoscenza delle cose solo se esse hanno un significato, è il discorso – non le cose in sé – che produce conoscenza. Argomenti come la follia, la punizione e la sessualità hanno un’esistenza dotata di significato solo all’interno dei discorsi che li riguardano”.

Per studiare questi argomenti dovremo quindi:

  • produrre delle affermazioni che ci offrano una conoscenza di essi, descrivere “le regole che prescrivono certi modi di parlare di questi argomenti e ne escludono altri – che governano ciò che è ‘dicibile’ o ‘pensabile'” in un dato momento storico su questi argomenti;
  • descrivere “i soggetti che in qualche modo personificano il discorso – il folle, la donna isterica, il criminale, il deviante, il pervertito – con gli attributi che ci aspettiamo che possiedano, dato il modo in cui la conoscenza di quell’argomento era costruita in quel momento storico”;
  • illustrare come quella conoscenza acquisisca autorità, cioè il senso di incarnare la verità delle cose in quel momento storico;
  • descrivere le pratiche con cui le istituzioni trattavano quei soggetti (come i trattamenti medici per i folli, le pratiche punitive per i colpevoli, il disciplinamento morale dei pervertiti) la cui condotta era regolata e organizzata a seconda delle idee circolanti nel discorso su chi essi fossero, perché fossero così e come andassero trattati;
  • riconoscere le formazioni discorsive che si contrappongono al discorso dominante e contengono in sé i semi per soppiantarlo, producendo nuove concezioni di follia, punizione o sessualità, che potranno acquisire l’autorità di essere considerate ‘vere’ e di regolare quindi le pratiche sociali in modi diversi da quelli prodotti dal discorso precedentemente dominante.

Per Foucault, ogni analisi del discorso, della rappresentazione, della conoscenza e della ‘verità’ deve essere radicata in uno specifico contesto storico: “in ogni periodo storico, il discorso ha prodotto forme di conoscenza, oggetti, soggetti e pratiche conoscitive che differivano radicalmente di periodo in periodo, senza alcuna continuità necessaria fra di esse”, chiarisce Hall. Prendiamo l’esempio della follia: “È solo all’interno di una formazione discorsiva definita che l’oggetto ‘follia’ è potuto apparire come un costrutto significativo o intelligibile. Esso era costituito da tutto ciò che veniva detto, da tutte le affermazioni che lo nominavano, lo articolavano, lo descrivevano, lo spiegavano, ne ricostruivano lo sviluppo, indicavano i suoi vari correlati, lo giudicavano, e forse anche gli davano parola articolando, in suo nome, discorsi che dovevano essere compresi come suoi propri […]. Ed è solo dopo che una certa definizione di ‘follia’ è stata tradotta in pratica che il soggetto appropriato – ‘il folle’ come è stato definito dalla conoscenza medica e psichiatrica – è potuto venire in essere”, spiega Hall. Con questo non stiamo dicendo che non esistessero persone con delle malattie mentali, ma che la categoria di ‘folle’ con cui comprendere queste persone e trattarle è venuta in essere in un certo momento storico, non è un fatto naturale; altre culture in altre epoche storiche hanno compreso queste persone con altri schemi cognitivi culturali, per esempio pensandole come ‘invasati’, letteralmente vasi in cui la divinità si era riversata e che parlavano la voce del divino; adesso, non pensiamo più che la pazzia sia una patologia mentale in sé, ma che sia il sintomo o la manifestazione di patologie psichiatriche o neurologiche precise, e non pensiamo più i pazzi come dei devianti pericolosi per la società e ripugnanti, da rinchiudere, ma come delle persone in una condizione di fragilità, da aiutare e curare. Questo è un discorso sulla follia che in Italia deve molto al lavoro di Franco Basaglia, un discorso di cui si può dire che si è posto come alternativa al modo precedente di concepire i pazzi e nel tempo lo ha soppiantato, producendo dei cambiamenti nelle pratiche e nelle leggi: il modo in cui pensiamo queste persone è cambiato con l’insorgere di un nuovo discorso, e dentro questo discorso si sono prodotti cambiamenti nelle pratiche e nelle norme.

Nella prossima puntata, proseguiremo il viaggio nel pensiero di Foucault seguendo l’itinerario delineato da Stuart Hall. Spero che lo troverete interessante anche se non è proprio semplice da comprendere. Nel caso, i commenti sono aperti: chiedete pure.

Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 5)

Ben ritrovati nella disamina a episodi del volume Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, curato da Stuart Hall. Nella puntata precedente abbiamo riassunto il nucleo concettuale centrale della prospettiva costruzionista su cui tutto il volume si fonda, e da questa puntata svilupperemo il discorso attraverso due approcci interni al costruzionismo, quello semiotico e quello discorsivo, riconducibili alle figure fondatrici di Ferdinand de Saussure e Michel Foucault, guidati in questo viaggio da Stuart Hall, la cui attenzione per i dettagli nello svolgimento del discorso spero di aver reso decentemente con la mia traduzione.

Come nota Hall, il modello del linguaggio proposto da Saussure “ha plasmato l’approccio semiotico al problema della rappresentazione in un’ampia varietà di campi culturali”. L’interprete anglofono di Saussure a cui Hall si rifà è Jonathan Culler. “Per Saussure” – spiega Hall – “la produzione del significato dipende dal linguaggio. ‘Il linguaggio è un sistema di segni’. I suoni, le immagini, le parole scritte, i dipinti, le fotografia ecc. funzionano come segni all’interno del linguaggio ‘solo quando servono a esprimere o comunicare idee. Per comunicare idee, devono essere parte di un sistema di convenzioni”. Saussure è stato il primo a concepire il segno come composto da una forma – l’elemento concreto, materiale del segno – e da un’idea/concetto a cui la forma rimanda, e a definire la forma ‘significante’ e l’idea ‘significato’. Ricordo che il mio primo incontro con questi concetti, seppure senza tutto questo contesto, è stato in un libro di grammatica delle medie. Forse anche voi scoprirete un’antica familiarità con queste idee. Faccio solo notare che in inglese, ‘significato’ in questo uso è letteralmente il participio passato sostantivato del verbo to signify, quindi signified (‘significante’ è invece reso con il suffisso -er, che si usa per i nomi che indicano agenti, come ‘worker‘, lavoratore, ‘writer‘, scrittore’, ‘eraser‘, gomma per cancellare, quindi diventa signifier), il che lo distingue da meaning (significato come sostantivo), mentre noi in italiano abbiamo una sola parola per entrambi. Metterò quindi fra parentesi l’originale inglese in questi passaggi, in modo che l’ambiguità sia alleviata. In ogni caso, questo ci riporta alle difficoltà di pensare con concetti che non sono nati per la nostra lingua e che la nostra lingua fa fatica ad accomodare.

In ogni caso, Hall nota: “Ogni volta che sentite, leggete o vedete il significante [signifier] […] esso è correlato al significato [signified] […]. Entrambi sono necessari per produrre il significato [meaning], ma è la relazione fra di essi, fissata dai nostri codici culturali e linguistici, che regge la rappresentazione. Quindi, ‘il segno è l’unione di una forma che significa (significante/signifier) e dell’idea significata (significato/signified). […] essi esistono solo come componenti del segno, che è il fatto centrale del linguaggio (Culler, 1976)”. “Non c’è alcun legame naturale o inevitabile fra il significante [signifier] e il significato [signified]. I segni non possiedono un significato [meaning] fisso o essenziale. […] I segni, secondo Saussure, ‘sono membri di un sistema e sono definiti in relazione agli altri membri di quel sistema’”. Hall esemplifica questa affermazione con i nomi dei componenti della famiglia (padre, madre, zio, cugino…), che sono definibili solo avendo chiaro il sistema di relazioni di parentela che organizza le posizioni relative di ogni termine rispetto agli altri (lo zio è il fratello di un genitore, il cugino è il figlio dello zio…). In definitiva, “Questa marcatura della differenza all’interno del linguaggio è fondamentale per la produzione del significato [meaning]. […] Il modo più semplice per rimarcare una differenza è, ovviamente, attraverso un’opposizione binaria […] il significato [meaning] di un concetto o di una parola è spesso definito in relazione al suo diretto contrario”.

Da qui arriviamo alla conclusione cruciale per lo sviluppo dell’approccio semiotico: “un linguaggio è costituito da significanti, ma affinché essi producano significato [meaning], devono essere organizzati in un ‘sistema di differenze’. Sono le differenze fra i significanti che significano. Inoltre, la relazione fra il significante e il significato [signified], che è fissata dai nostri codici culturali, non è – secondo Saussure – fissata in modo permanente. I significati delle parole mutano. I concetti (significati/signified) a cui si riferiscono cambiano anch’essi, storicamente, e ogni cambiamento altera la mappa concettuale della cultura, portando culture diverse, in momenti storici diversi, a classificare e pensare il mondo diversamente”. Culler lo spiega in questi termini: “Il linguaggio instaura una relazione arbitraria fra significanti di sua stessa scelta da un lato, e significati [signifieds] di sua stessa scelta dall’altro. Non solo il linguaggio produce un set differente di significanti, articolando e dividendo il continuum del suono (o della scrittura o del disegno o della fotografia) in modo peculiare; ogni linguaggio produce un differente set di significati [signifieds]: ha un modo peculiare, e quindi arbitrario, di organizzare il mondo in concetti e categorie”. E da questo passaggio discende una conclusione ancora più densa: “Se la relazione fra un significante e il suo significato [signified] è il risultato di un sistema di convenzioni sociali specifico di ogni società e di ogni momento storico – allora tutti i significati [meanings] sono prodotti all’interno della storia e della cultura. Non possono mai essere fissati in modo definitivo, ma sono sempre soggetti al cambiamento, sia da un contesto culturale all’altro che da un’epoca all’altra. Non c’è nessun ‘vero significato’ unico, immodificabile, universale”. Culler esprime questa idea dicendo che la combinazione di un dato significato [signified] e di un dato significante [signifier] in un segno è, in ogni momento del tempo, un risultato contingente di un processo storico.

Seguiamo lo sviluppo delle implicazioni di questo risultato, con Hall, tornando a parlare di significato come meaning, cioè come prodotto dell’elaborazione attraverso cui giungiamo a comprendere qualcosa, a dargli senso: “se il significato cambia, e non è mai fissato definitivamente, allora la ‘presa di significato’ deve implicare un processo attivo di interpretazione. Il significato deve essere attivamente ‘letto’ o ‘interpretato’. Di conseguenza, c’è una necessaria e inevitabile mancanza di precisione nel linguaggio. Il significato che traiamo, come spettatori, lettori o pubblico, non è mai esattamente il significato dato dal parlante, dallo scrittore o da altri spettatori. E poiché, per dire qualcosa che abbia un significato, dobbiamo ‘entrare nel linguaggio’, dove ogni sorta di significati più vecchi che ci precedono sono già immagazzinati da epoche precedenti, non possiamo mai sterilizzare completamente il linguaggio, filtrando via tutti gli altri significati nascosti che potrebbero modificare o distorcere quello che vogliamo dire”. Non possiamo togliere le connotazioni negative a una parola semplicemente perché vogliamo usarla in modo neutro o positivo. Per quanto io voglia definire me stessa come femminista e non abbia paura di farlo, so che nel rendere pubblica questa identità a persone che non mi conoscono bene devo premettere uno spiegone su cosa significa essere femminista perché so che la parola circola nel discorso con tutta una serie di connotazioni stereotipate negative con cui io devo fare i conti anche se le disconosco. Ogni volta che uso questa parola, devo chiarire, difendere il significato che voglio attribuirle per ‘sgombrare il campo’ dai significati negativi, ma non posso farli smettere di esistere. Posso solo ‘educare’ le persone a usare la parola femminista per quello che significa per le femministe, e non per fazioni antifemministe che vogliono distorcere il significato della parola per attaccare le idee che quella parola esprime e rimpiazzarle, nel senso comune, con pregiudizi falsi e offensivi.

Ma non posso impedire l’esistenza di quei significati distorti, come ci ricorda Hall: “C’è un costante slittamento di significato in tutte le interpretazioni, un margine – qualcosa che va oltre quello che intendiamo dire – in cui altri significati oscurano l’affermazione o il testo, in cui altre associazioni sono risvegliate, dando a ciò che diciamo una sfumatura diversa. Quindi l’interpretazione diventa un aspetto essenziale del processo con cui il significato è dato e preso. Il lettore è altrettanto importante dello scrittore nella produzione del significato. Ogni significante dato o codificato nel significato deve essere interpretato o decodificato in modo significativo dal ricevente (Hall, 1980). I segni che non sono stati ricevuti e interpretati in modo intelligibile non sono, in nessun senso utile del termine, ‘significativi'”.

Quindi, per Saussure il linguaggio era diviso in due parti: la prima è formata da “le regole e i codici generali del sistema linguistico, che tutti i suoi utilizzatori devono condividere, se esso deve essere utilizzato come mezzo di comunicazione. Le regole sono i principi che impariamo quando impariamo una lingua e ci permettono di usare quella lingua per dire ciò che vogliamo dire. […] Saussure ha chiamato questa struttura sottostante e governata da regole della lingua, che ci permette di produrre frasi ben costruite, la langue (il sistema linguistico). La seconda parte è formata dagli atti di parola, scrittura o disegno singoli, che – utilizzando la struttura e le regole della langue – sono prodotti da un concreto parlante o scrittore. Lui ha chiamato questo parole“. Langue e parole fanno riferimento a due aspetti dell’uso della lingua che non hanno corrispettivi esatti in inglese, perciò nella comunità scientifica si è deciso di non cercare di tradurre questi termini, nell’uso che ne fa Saussure, e di mantenerli sempre in francese, di modo che ogniqualvolta una persona incontra langue e parole in un testo, sa senza ambiguità di traduzione che stiamo parlando di questa concezione teorica. Culler ci aiuta a capirli: “La langue è il sistema del linguaggio, il linguaggio come sistema di forme, mentre la parole è il discorso concreto, gli atti discorsivi che sono resi possibili dal linguaggio”.

Non è un discorso puramente tecnico, ci mette in guardia Hall: “Per Saussure, la struttura sottostante di regole e codici (langue) era la parte sociale del linguaggio”, ed egli riteneva che avesse una natura chiusa e limitata, che avrebbe permesso di studiare il linguaggio a livello della ‘struttura profonda’, per cui questo modello teorico è stato chiamato strutturalista. In questo modello, la parole era vista come la ‘superficie’ del linguaggio, priva delle proprietà strutturali che ne avrebbero permesso un’analisi scientifica. Questa concezione è ormai tramontata, ma all’epoca della sua formulazione ha permesso di riconoscere, appunto, il carattere sociale del linguaggio senza cadere in una formulazione deterministica, e alcuni punti mantengono la loro validità: “ogni affermazione individuale diventa possibile solo perché ‘l’autore’ condivide con altri utenti del linguaggio le regole e i codici comuni del sistema linguistico – la langue – che permette loro di comunicare in modo dotato di significato. L’autore decide cosa dire. Ma non può ‘decidere’ se usare o meno le regole della lingua, se vuole essere capito. Noi siamo nati all’interno di un linguaggio, dei suoi codici e dei suoi significati. Il linguaggio è quindi, per Saussure, un fenomeno sociale. Non è una faccenda individuale perché non possiamo inventarci le regole del linguaggio per conto nostro. La loro origine sta nella società, nella cultura, nei nostri codici culturali condivisi, nel sistema linguistico”.

In conclusione, “Il grande risultato di Saussure è stato obbligarci a focalizzarci sul linguaggio in sé, come un fatto sociale; sul processo di rappresentazione in sé; su come il linguaggio funziona concretamente e sul ruolo che svolge nella produzione del significato. Nel farlo, ha salvato il linguaggio dallo status di mero medium trasparente fra le cose e il significato. Ci ha mostrato, al contrario, che la rappresentazione è una pratica”. Tuttavia, Saussure ha trascurato il ruolo di un altro processo, il riferimento a entità che esistono e a cui, per tramite dei concetti e delle mappe concettuali, il linguaggio rimanda, nella significazione. La significazione è il prodotto sia del significato che del riferimento. Inoltre, egli si è concentrato sugli aspetti formali del funzionamento del linguaggio, il che “ha distolto l’attenzione dagli aspetti più interazionali e dialogici […] – il modo in cui il linguaggio è effettivamente utilizzato, come funziona nelle situazioni concrete, in un dialogo fra diversi tipi di parlanti. Quindi non è sorprendente che, per Saussure, le questioni legate al potere nel linguaggio – per esempio, fra parlanti di differenti status e posizioni – non siano sorte”.

I teorici che hanno seguito la strada aperta da Saussure in seguito sono giunti alla conclusione che il linguaggio è sì governato da regole, ma “non è un sistema chiuso che può essere ridotto ai suoi elementi formali. Dato che cambia costantemente, è per definizione aperto. Il significato continua a essere prodotto attraverso il linguaggio in forme che non possono mai essere predette a priori, e il suo ‘slittamento’ […] non può mai essere fermato. Saussure potrebbe essere stato tentato [di fermarsi] alla visione precedente perché […] tendeva a studiare lo stato del sistema linguistico in un dato momento, come se […] potesse fermare il flusso del cambiamento linguistico”, osserva Hall. Ovviamente, queste rielaborazioni del lavoro di Saussure non rendono meno validi i suoi punti sul funzionamento del linguaggio, li rendono solo incompleti. Ma è assurdo chiedere che un uomo elabori da solo un intero campo di studi, dopotutto. Dopo di lui, le sue teorie sono state applicate per fondare “un approccio generale al linguaggio e al significato, che fornisce un modello della rappresentazione che è stato applicato a un’ampia gamma di oggetti e pratiche culturali”. Questo approccio – o disciplina – è ciò che ora chiamiamo semiotica, che studia i segni nella cultura e la cultura come linguaggio. Il presupposto è che “dato che tutti gli oggetti culturali sono portatori di signfiicato, e che tutte le pratiche culturali dipendono dal significato, allora devono fare uso di segni, e nella misura in cui lo fanno, devono funzionare come un linguaggio”, e quindi alla loro analisi possono essere applicati i concetti saussuriani che abbiamo esposto.

Il primo ad applicare gli strumenti semiotici allo studio di oggetti della cultura popolare è stato Roland Barthes nel 1972, che ha considerato come segni, come linguaggi in grado di comunicare significato, oggetti e attività come spot pubblicitari, show come il wrestling, guide turistiche. L’idea sottostante è che tutti questi oggetti e pratiche possono essere viste come testi da leggere. Questa prospettiva è stata poi estesa da Clifford Geertz, uno dei più importanti antropologi del secolo, che ha proposto una definizione semiotica di cultura in cui essa è pensata come “strutture di significato socialmente stabilite, nei cui termini le persone fanno cose” (Geertz, 1987), da cui consegue che “è attraverso il flusso del comportamento – o, più esattamente, l’azione sociale – che le forme culturali trovano un’articolazione” (Geertz, 1987). La cultura è “costituita di sistemi interconnessi di segni interpretabili” (Geertz, 1987) che rappresentano il contesto entro cui eventi sociali, comportamenti, istituzioni o processi possono essere compresi come aventi significato per gli attori che li mettono in atto. Le nostre interpretazioni e descrizioni devono essere “espresse nei termini delle interpretazioni a cui persone di una particolare categoria sottopongono la loro esperienza” (Geertz, 1987), quindi devono essere fondate sulla comprensione delle loro mappe concettuali e dei loro codici linguistici. Lo scienziato sociale ha il dovere di “tenere l’analisi delle forme simboliche legata il più strettamente possibile agli eventi sociali concreti, al mondo pubblico della vita in comune” (Geertz, 1987) per raggiungere l’obiettivo di “scoprire le strutture concettuali che informano gli atti dei nostri soggetti, il «detto» del discorso sociale, e costruire un sistema di analisi nei cui termini ciò che è pertinente a quelle strutture, ciò che appartiene loro perché sono quello che sono, risalterà sullo sfondo di altre determinanti del comportamento umano” (Geertz, 1987). Poiché le interpretazioni devono essere formulate nei termini degli attori sociali, il compito dello scienziato sociale può essere inteso come quello di tracciare “un ritratto delle cornici di significato” (Geertz, 1987) degli attori, inscrivendole in quelle forme della società che sono la sostanza della cultura.

Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 2)

Nella prima parte di questa serie di post che affronta il tema del costruzionismo sociale partendo dal libro Representation: Cultural Representations and Signifying Practices curato da Stuart Hall, abbiamo introdotto l’argomento attraverso i concetti di cultura, linguaggio e significato, e siamo giunti alla conclusione che il significato non è una proprietà intrinseca della realtà che noi esseri umani semplicemente ‘scopriamo’, ma che è prodotto e costruito da noi attraverso la cultura e il linguaggio, appunto. In questo senso possiamo affermare che “la rappresentazione è pensata come qualcosa che entra nella costituzione stessa delle cose; e così la cultura è concettualizzata come un processo primario o ‘costitutivo’, tanto importante quanto la ‘base’ economica o materiale nel plasmare i soggetti sociali e gli eventi storici”, per dirla con Stuart Hall.

Da questi presupposti discendono diverse prospettive di analisi, che Hall introduce in questo modo: “Il ‘linguaggio’ fornisce quindi un modello generale di come la cultura e la rappresentazione operano, specialmente […] nell’approccio semiotico – dove la semiotica è lo studio o la ‘scienza dei segni’, e del loro ruolo generale come veicoli di significato nella cultura. In tempi più recenti, questo focus sul significato ha compiuto una svolta, concentrandosi maggiormente non su come ‘funziona’ il linguaggio, ma sul più ampio ruolo del discorso nella cultura. I discorsi sono modi di riferirsi a o di costruire conoscenza su un particolare argomento di pratica: un cluster (o una formazione) di idee, immagini e pratiche, che forniscono modi di parlare di, forme di conoscenza e di comportamento associate a, un particolare argomento, attività sociale o sito istituzionale nella società. Queste formazioni discorsive […] definiscono ciò che è appropriato o meno nel nostro modo di definire, e nelle nostre pratiche riguardo a, un particolare soggetto, sito o attività sociale; quale conoscenza è considerata utile, rilevante e ‘vera’ in quel contesto, e che tipo di persona o di ‘soggetto’ incarna le sue caratteristiche”. Hall approfondisce la distinzione fra i due approcci: “l’approccio semiotico riguarda il come della rappresentazione, il modo in cui il linguaggio produce significato […]; mentre l’approccio discorsivo è più focalizzato sugli effetti e sulle conseguenze della rappresentazione – la sua ‘politica’. Esso esamina […] come la conoscenza prodotta da un particolare discorso si connette al potere, regola il comportamento, costruisce identità e soggettività, e definisce il modo in cui certe cose sono rappresentate, pensate, praticate e studiate. L’enfasi nell’approccio discorsivo è sempre sulla specificità storica di una particolare forma o ‘regime’ di rappresentazione […], su specifici linguaggi o significati, e su come sono dispiegati in particolari luoghi, in particolari momenti. Esso ci indirizza verso una maggiore specificità storica – verso il modo in cui le pratiche di rappresentazione operano in concrete situazioni storiche, in pratiche effettive”.

L’approccio discorsivo e quello semiotico sono due versioni del costruzionismo che forniscono modelli di come funzionano cultura, significato e rappresentazione, che rappresentano, per Hall, “uno dei più significativi cambiamenti di direzione nella nostra conoscenza della società”. Presentiamo ora una panoramica del volume, l’itinerario che seguiremo per sviluppare i temi presentati finora. Il primo capitolo, di Stuart Hall, spiega come i significati siano in costante fluttuazione (shift) nello spostarsi da una cultura all’altra, da un linguaggio all’altro, da un contesto storico, una comunità, un gruppo, una subcultura a un altro, e come essi siano fissati, sebbene in modo solo temporaneo, attraverso i nostri sistemi di rappresentazione.
Il secondo capitolo, di Pete Hamilton, indaga la costruzione di significato sul mondo attraverso un linguaggio visuale, quello della fotografia, attraverso il caso di testimonianze fotografiche della Francia post-seconda guerra mondiale prodotte da fotografi aderenti al ‘paradigma umanista’. “Questo peculiare corpus di lavori ha prodotto un’immagine molto specifica e una definizione di ‘cosa significa essere francese’ in questo periodo, e quindi ha contribuito a dare un significato particolare all’idea di appartenenza alla cultura francese e alla ‘francesità’ come identità nazionale. Quindi, qual è lo status, quali sono le ‘pretese di verità’, che questi documentari fotografici stanno affermando? Cosa stanno ‘documentando’? […] Come si collega l’immagine della Francia che emerge da questi lavori con i rapidi cambiamenti sociali che hanno investito la Francia di allora e con la nostra immagine di ‘francesità’ attuale?”, si chiede Stuart Hall nel presentare i temi che saranno affrontati da Hamilton nel suo capitolo.
Il terzo capitolo è di Henrietta Lidchi e affronta un tema diverso e un diverso set di pratiche significanti: la messa in mostra, intesa come “produzione di significato attraverso l’esposizione di oggetti e artefatti di ‘altre culture’ nel contesto del museo contemporaneo”, in cui “gli elementi esposti sono spesso ‘cose’ piuttosto che ‘parole o immagini’ e le pratiche significanti coinvolte sono quelle dell’ordinamento e dell’esposizione in uno spazio fisico […]. Ciononostante, […] la messa in mostra è anch’essa un ‘sistema’ o una ‘pratica della rappresentazione’ – e di conseguenza opera ‘come un linguaggio’. Ogni scelta – mostrare questo piuttosto che quello, mostrare questo in relazione a quello, dire questo di quello – è una scelta su come rappresentare ‘altre culture’; e ogni scelta ha delle conseguenze sia in termini di quali significati sono prodotti e di come il significato è prodotto. […] questi significati sono inevitabilmente implicati in relazioni di potere – specialmente fra chi realizza l’esposizione e chi viene esposto”. Questo capitolo ci porta quindi più vicini a un tema caro al femminismo, quello della costruzione delle differenze come Alterità, come un divario irriducibile fra “noi” e “loro”, attraverso le rappresentazioni che sostengono e producono la differenza stessa.
Il quarto capitolo riporta la parola nelle mani di Stuart Hall, che affronta appunto il modo in cui la differenza razziale, etnica e sessuale è stata rappresentata, partendo da due punti fermi: il modo in cui la ‘differenza’ è rappresentata come ‘Altro’ e l’essenzializzazione della ‘differenza’ attraverso gli stereotipi. Da qui, Hall ci porta a vedere “come le pratiche significanti effettivamente strutturano il modo in cui ‘guardiamo’ – come differenti modi di ‘guardare’ sono inscritti in pratiche di rappresentazione; e come la violenza, la fantasia e il ‘desiderio’ giocano un ruolo nelle pratiche di rappresentazione, rendendole molto più complesse e rendendo i loro significati più ambivalenti. Il capitolo si conclude con la considerazione di alcune contro-strategie nella ‘politica della rappresentazione’ – il modo in cui il significato può essere oggetto di lotte, e se un particolare regime di rappresentazione può essere sfidato, contestato e trasformato”.
Il quinto capitolo, di Sean Nixon, mette a tema il modo in cui lo spettatore/consumatore è attirato e implicato in certe pratiche di rappresentazione attraverso l’analisi della costruzione di nuove identità genderizzate nella pubblicità, nelle riviste e nelle industrie contemporanee rivolte agli uomini. Nixon cerca di capire se le pratiche di rappresentazione nei media hanno costruito nuove identità maschili e si chiede: “I differenti linguaggi della cultura del consumo stanno sviluppando nuove ‘posizioni per il soggetto’ con cui i giovani uomini sono invitati a identificarsi in misura crescente? E, se è così, che cosa ci dicono queste immagini sui significati della mascolinità e sul modo in cui essi stanno slittando nella cultura visuale tardo-moderna?”.
Il sesto e ultimo capitolo è di Christine Gledhill ed è una disamina del modo in cui la rappresentazione opera nelle soap opera, che sono “fonti immensamente popolari nella vita moderna di narrazioni di fiction, che mettono in circolo significati attraverso tutta la cultura popolare – e in modo sempre più globale – che sono state tradizionalmente definite come ‘femminili’ come appeal, riferimenti e modi di operare. Gledhill chiarisce il modo in cui questa identificazione genderizzata di un genere televisivo è stata costruita. Considera come e perché questo ‘spazio di rappresentazione’ si è aperto nella cultura popolare; come il genere narrativo e gli elementi di genere interagiscono nelle strutture narrative e nelle forme di rappresentazione; e come queste forme popolari sono state plasmate e piegate ideologicamente. Esamina come i significati che circolano nelle soap opera – così spesso sminuiti come stereotipici e artificiali – nonostante tutto entrano nell’arena discorsiva dove il significato delle identificazioni con mascolinità e femminilità viene contestato e trasformato”.

Da questa panoramica deriviamo quindi una ricchezza di oggetti di analisi e di prospettive, sguardi, che è il motivo per cui mi sono accostata a leggere per intero questo volume, al di là di quanto richiesto. Stuart Hall, prima di proseguire, ci invita a ricordare che ogni lavoro che riguarda l’ambito delle rappresentazioni “è destinato a essere interpretativo” e ogni dibattito non può essere impostato in termini di interpretazioni ‘giuste’ o ‘sbagliate’, ma di competizione fra interpretazioni ugualmente plausibili, in cui il metodo da seguire è quello di “tentare di giustificare la propria ‘lettura’ nei dettagli in relazione alle concrete pratiche e forme di significazione utilizzate, e a quali significati ti sembra che esse stiano producendo”. Ampliando il discorso, “Ci sono sempre differenti circuiti di significato che circolano in una cultura allo stesso tempo, formazioni discorsive che si sovrappongono, da cui attingiamo per creare significati o per esprimere ciò che pensiamo. Inoltre, noi non abbiamo una relazione diretta, razionale o strumentale con i significati. Essi mobilitano sentimenti ed emozioni potenti […]. A volte essi mettono in discussione le nostre stesse identità. Noi lottiamo con essi perché essi sono importanti – e queste sono contese da cui possono discendere conseguenze serie. Essi definiscono ciò che è ‘normale’, chi appartiene – e di conseguenza chi viene escluso. Essi sono profondamente inscritti in relazioni di potere. Pensate a come le nostre vite sono profondamente plasmate a seconda di quali significati di maschio/femmina, bianco/nero, ricco/povero, gay/etero, vecchio/giovane, cittadino/immigrato, sono in gioco in diverse circostanze”.

Proprio il fatto di partire dalla costruzione sociale delle differenze attraverso i significati che vengono attribuiti ad esse e le diseguaglianze che ne discendono rende così affini il costruzionismo sociale e la prospettiva femminista, che poi si allarga in un’ottica intersezionale a comprendere la lotta contro ogni forma di discriminazione, il razzismo, l’omofobia e la transfobia, il classismo. Chiariamo ulteriori definizioni per avere con noi tutti gli strumenti necessari per affrontare il testo. “Il fatto che i concetti, le idee e le emozioni siano incarnati in una forma simbolica che può essere trasmessa e interpretata in modi pieni di significato è ciò che intendiamo con ‘le pratiche della rappresentazione’. Il significato deve entrare nel dominio di queste pratiche, se deve poter circolare in modo efficace all’interno di una cultura. E non si può ritenere che abbia completato il suo ‘passaggio’ nel circuito culturale finché non è stato ‘decodificato’ o ricevuto in modo intelligibile in un altro punto della catena. Il linguaggio […] è lo ‘spazio’ culturale condiviso in cui la produzione del significato attraverso il linguaggio – ovvero, la rappresentazione – si svolge. Il ricevente di messaggi e significati non è uno schermo passivo su cui il messaggio originale viene proiettato in modo trasparente e accurato. Il ‘prendere significato’ è una pratica significante tanto quanto il ‘mettere nel significato'”. I processi di rappresentazione sono dialoghi fra un mittente e un destinatario dei significati trasmessi attraverso le rappresentazioni. Hall aggiunge: “Ciò che regge questo ‘dialogo’ è la presenza di codici culturali condivisi, che non possono garantire che i significati rimarranno stabili per sempre – anche se tentare di fissare il significato è esattamente il motivo per cui il potere interviene nel discorso. Ma, anche quando il potere è in circolo attraverso significato e conoscenza, i codici funzionano solamente se sono almeno in una certa misura condivisi, almeno nella misura in cui rendono possibili efficaci ‘traduzioni’ tra ‘parlanti’. Dovremmo forse imparare a pensare al significato […] in termini di scambio efficace – un processo di traduzione, che facilita la comunicazione culturale mentre riconosce sempre la persistenza del potere e della differenza fra diversi ‘parlanti’ nello stesso circuito culturale”.

Poiché l’introduzione si conclude qui, chiudo anch’io il post. Nella prossima puntata affronteremo il primo capitolo.