La mia solidarietà digitale: conoscenza libera e gratuita

E così, per me le lezioni sono finite. Il 18 dicembre, con l’ultimo incontro dell’ultimo laboratorio, in didattica a distanza, si è svolta l’ultima lezione dell’anno accademico 2020-2021 del corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali presso l’Università di Milano-Bicocca. In questo secondo semestre non mi resta che trovare un relatore o una relatrice e iniziare a scrivere la tesi, oltre che a studiare per gli ultimi esami che mi mancano, da dare a giugno. Nel mentre, sto continuando a svolgere la mia attività presso l’Ecomuseo Adda di Leonardo, un progetto che sto vedendo crescere e che mi regala tanta fatica e parecchie soddisfazioni in cambio dell’energia e della determinazione che ci riverso con amore e orgoglio. Il rinnovato tempo libero è anche un’opportunità per me di riscoprire ciò che mi è mancato durante il lockdown della primavera 2020: camminare nei boschi, andare in bici lungo il fiume, e assistere al risveglio della natura dopo un inverno che mi è sembrato al contempo senza fine e brevissimo, perché schiacciato fra impegni che mi hanno assorbita completamente, ma che sono soddisfatta di essere riuscita a portare a compimento.

Ma questo rinnovato tempo libero, che finalmente sento come realmente uno spazio di libertà, è anche uno spazio di opportunità: in questo anniversario del DPCM che ha dato avvio al lockdown sull’intero territorio italiano e che è stato per tutti una doccia gelida circa la realtà e la dimensione del problema Covid-19, non voglio ricordare solo l’impatto drammatico che ancora oggi stiamo tutti vivendo, anche se è inevitabile pensarci. Pensare al suono delle ambulanze sullo sfondo delle lezioni, all’uscire in una città deserta in un silenzio surreale, alle immagini dei mezzi dell’esercito nei viali di Bergamo, allo stringere la mano del mio compagno durante le conferenze stampa del presidente del consiglio Conte, sforzandomi di pensare che anche se non sarebbe andato tutto bene ne saremmo usciti, in qualche modo, sorridere di fronte alle lenzuola con gli arcobaleni, simboli che si estendono dallo spazio privato delle case verso lo spazio pubblico delle strade. Solidarietà è una parola che si è usata molto e che spero impareremo a praticare di più, ogni giorno, ricordando che la solidarietà è il primo modo che abbiamo per tamponare le ingiustizie, per esprimere i nostri doveri di cittadini, per fare la nostra parte. Non per niente la Costituzione afferma nitidamente che ognuna/o di noi è tenuto ai propri “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2) che non si esprimono solo nel pagare le tasse e rispettare le leggi, ma devono essere ridefiniti in termini di responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri – prenderci cura dell’ambiente, della salvaguardia delle istituzioni della società, delle persone più vulnerabili, delle nuove generazioni, di coloro che sono ai margini – attraverso l’impegno civico e la partecipazione
In questo momento sto esprimendo il mio impegno attraverso il mio lavoro nell’Ecomuseo: stiamo costruendo opportunità per il territorio, opportunità di sviluppo attraverso il turismo e la valorizzazione dei beni culturali, di riscoperta di un senso di appartenenza che ci unisce in una storia comune, di tessitura di relazioni e network per condividere e realizzare progetti e idee. Inoltre, con l’aiuto di mia madre sto continuando a perlustrare le strade che si estendono dal paese verso le campagne per raccogliere il vetro. Guanti da lavoro, bicicletta e borse della spesa, abbiamo raccolto più di 500 bottiglie di vetro e sacchi interi di lattine in alluminio, che saranno avviati al riciclo e contribuiranno a un circolo virtuoso invece di restare dispersi nell’ambiente. Questo lavoro non è glamour, ma quando si comincia a vedere l’estensione dello scempio che avvolge i nostri territori non si può smettere di vederla, e fare qualcosa al riguardo è alla portata di tutti. Non basta non buttare i propri rifiuti nell’ambiente per dire di aver fatto il proprio dovere di cittadina/o: occorre compiere quel passo in più in nome con impegno e responsabilità.

Un altro modo in cui possiamo nutrire la nostra consapevolezza civica è quello di cogliere le opportunità di apprendimento che ci vengono messe a disposizione dall’estensione degli strumenti digitali inaugurata con la pandemia. È un risultato positivo che la ridefinizione dei modi di vivere gli eventi culturali dovuta alla pandemia abbia reso più accessibili iniziative e contenuti che altrimenti sarebbero stati riservati a coloro che potevano fruirli di persona. L’accessibilità della conoscenza è una tematica importante di questi tempi, perché dobbiamo essere consapevoli dei divari che attraversano la nostra società, generando ingiustizie e impedendo a tutti di fruire delle stesse opportunità. Pensiamo ad alcuni privilegi di cui spesso ci dimentichiamo: il privilegio di avere accesso a Internet e di saper usare il computer, che ci permette di accedere ad alcuni bonus e misure di sostegno economico che ad altre/i cittadine/i sono negate, come il Bonus Mobilità o il cashback tramite l’app Io; il privilegio di avere la cittadinanza italiana e quindi dei documenti che sono quelli di default e ci permettono di portare a termine delle procedure burocratiche senza attriti e di avere accesso a opportunità che ad altri sono precluse (due esempi vicini a me: ai programmi di stage del Ministero degli Esteri non possono accedere studenti e studentesse privi di cittadinanza italiana, anche se hanno un’altra cittadinanza europea; se il permesso di soggiorno è scaduto/in corso di rinnovo, gli studenti e le studentesse extracomunitari/e non possono ottenere la registrazione dei loro voti d’esame sul libretto). Per molte/i di noi, un privilegio è sapere l’inglese, e quindi avere accesso a un universo di libri, risorse, corsi, seminari, eventi, fumetti, serie TV e film che non sono ancora stati tradotti in italiano e forse non lo saranno mai. 

Vorrei invitarvi, lettori e lettrici di questo piccolo spazio, ad esplorare alcune opportunità fruibili attraverso i mezzi digitali di cui sono venuta a conoscenza e che penso siano utili e interessanti, perciò pubblico una lista di segnalazioni, alcune in italiano e altre i inglese. Un piccolo passo verso la condivisione solidale di idee che secondo me meritano di essere diffuse e rilanciate. Il titolo del post riprende l’iniziativa Solidarietà Digitale promossa dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) nella primavera del 2020, durante il primo lockdown, in cui tutta una serie di risorse sono state messe a disposizione di tutte/i gratuitamente da varie aziende per aiutare i cittadini a coltivare abilità, accrescere la propria formazione e trascorrere il tempo della costrizione con qualcosa in più a disposizione. 

  • Il percorso BBetween Civic Engagement – DeplastificAzione dell’Università di Milano-Bicocca è un corso online sul tema dell’impatto dell’inquinamento da plastica sugli ambienti marini, accessibile a tutte/i coloro che hanno un account Microsoft (@outlook, @hotmail) oppure Google (@gmail), oltre agli account universitari (Idem/EduGain). Si può ottenere, alla fine del percorso, un open badge che certifica l’acquisizione delle competenze sul tema, che può essere inserito nel proprio CV.
  • L’Università di Yale ha dei corsi online ad accesso libero, fra cui segnalo quello su African American History: from Emancipation to the Present per conoscere meglio le questioni razziali negli Stati Uniti. Il corso è solo in inglese, ma per chi ne ha la possibilità penso sia importante conoscere meglio questa tematica, perché educazione e consapevolezza sono sempre i primi passi per cambiare noi stessi e lavorare per cambiare il mondo. In ogni caso, ci sono anche tantissimi altri corsi gratuiti con argomenti che spaziano dalla chimica organica ai mercati finanziari, dall’architettura dell’antica Roma al Don Chisciotte, dalla storia del capitalismo all’Antico Testamento. Altri corsi ancora curati da Yale sono disponibili su Coursera, gratuitamente, registrandosi al sito. 
  • La casa editrice Settenove è una stella luminosa per quanto riguarda libri senza stereotipi per bambine e bambini e formazione su questioni di genere. Se avete la possibilità di sostenerla acquistando uno dei loro libri, fatelo. Se invece in questo momento vi è difficile supportare cause, lo capisco: è un periodo difficile. Ci sono anche dei materiali didattici scaricabili gratuitamente
  • Molti incontri, seminari e conferenze che in passato si sono svolti in presenza, in questo contesto si sono svolti online e sono quindi accessibili anche dopo la conclusione dell’evento. In particolare ho trovato molto interessante questo dibattito tra Elsa Fornero e Marta Fana, economiste, sul tema delle disuguaglianze economiche e di opportunità che attraversano la nostra società. 
  • Il documentario di Ken Loach (in inglese sottotitolato in italiano) The Spirit of ’45, che racconta la storia della nascita del Welfare State nel Regno Unito, è incredibilmente intenso e attuale nel nostro contesto in cui è apparso in tutta la sua evidenza il fatto che tenere i sistemi di welfare operativi al minimo indispensabile in circostanze “normali” ci rende del tutto impreparati ad affrontare circostanze impreviste.
  • In occasione dell’otto marzo numerosi seminari e tavole di discussione virtuali sulle questioni di genere offrono opportunità di riflettere e approfondire numerosi aspetti della persistente diseguaglianza strutturale fra uomini e donne nella nostra società. Fra quelli che conosco, vi segnalo Donne e lavoro di cura durante la pandemia e Uguaglianze e differenze: perché lottare per la parità di genere?, organizzati dall’Università di Milano-Bicocca. I seminari online hanno il grande pregio di poter essere ascoltati come podcast mentre si lavora, e offrono riflessioni dense e stimolanti con cui occupare un paio d’ore per assorbire idee e spunti. 
  • Per chi è a proprio agio con i contenuti in inglese ed è interessato al campo della personal finance, ovvero del prendersi cura dei propri soldi imparando a spendere meno e spendere meglio, costruendo uno stile di vita solido e che rispecchia i nostri obiettivi e progetti, Clever Girl Finance offre una serie di corsi gratuiti accessibili registrandosi al sito. Se alcuni contenuti sono applicabili solo al contesto americano, altri sono validi spunti per riflettere sulla propria situazione e su come migliorarla a prescindere dal contesto. Sullo stesso tema, Her first 100k ha un webinar su come dare un taglio agli acquisti d’impulso e maturare consapevolezza sui soldi che spendiamo, rivolto in particolare alle giovani donne (categoria di cui anch’io faccio parte e che uso con orgoglio).
  • Grazie al blog di Paolo Attivissimo ho scoperto l’esistenza di un programma dedicato alle fake news e ad altri problemi dell’informazione, di cui alcuni episodi sono disponibili gratuitamente online per poterli vedere anche al di fuori dell’orario di messa in onda: Fake – la fabbrica delle notizie. Non l’ho ancora visto, ma ho in programma di recuperarlo appena possibile.
  • Per chi legge in inglese, l’Università della California ha una serie di volumi scaricabili gratuitamente ad accesso libero che contengono ricerche su argomenti molto diversi. Se state cercando una lettura impegnata ma stimolante, provate a vedere se c’è qualcosa che vi ispira. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) ha una biblioteca digitale di pubblicazioni gratuite dove potete trovare report ma anche brevi saggi di una serie intitolata “Big Ideas” con contributi di ospiti fra cui Jeremy Rifkin, Massimo Bottura e Bebe Vio.
  • Google offre una serie di corsi gratis su temi come il marketing digitale e l’avviare un’attività di commercio online, ma sulla piattaforma ci sono anche corsi correlati su argomenti come parlare in pubblico, costruire una narrazione efficace per le proprie idee e cercare lavoro online. Non è proprio il genere di argomenti che interessa a me, ma credo che possano essere utili per chi vuole magari rafforzare le proprie competenze in ambito digitale per il proprio curriculum. Di questi tempi, non guasta mai.
  • Una nuova generazione di ragazze sta lavorando all’intersezione fra educazione finanziaria e femminismo, lavorando per offrire gli strumenti per costruirsi una propria stabilità economica – anche quando il futuro è incerto, le carriere precarie, i guadagni magri, ed è difficile sentirsi adulte/i – e al contempo riconoscendo che le ingiustizie sistemiche plasmano il campo di gioco in cui tutte/i noi dobbiamo fare le nostre scelte. Ingiustizie generazionali, legate al genere, all’etnia, all’interno delle quali il compito di costruire il nostro futuro non può essere sminuito dalla retorica delle opportunità e del merito, ma deve partire da scelte consapevoli e da uno sguardo ampio, sistemico. Per chi se la cava con l’inglese, potete seguire conversazioni stimolanti e ispiratrici come questo dialogo fra Kara Perez di We Bravely Go e Lauren McGoodwin di Career Contessa sul costruire una carriera oppure questa potente e magnifica tavola rotonda sulle ineguaglianze, questo workshop su come negoziare un aumento di stipendio, oppure ancora quest’altra tavola rotonda su come costruire il proprio budget. Ascoltare voci diverse e poco note è un’occasione per imparare cose nuove che non avremmo probabilmente occasione di scoprire altrove, ed è importante ricordare che non sono solo le voci delle donne ai vertici a rappresentare “quelle che ce l’hanno fatta”, ma anche chi sta costruendo nuove strade. Queste donne emanano una forza che trovo magnifica, la forza quieta della competenza sorretta dal desiderio di costruire cambiamento attraverso l’empowerment e la consapevolezza. 
  • Questo blog non promuove nessuna azienda, né tantomeno è sponsorizzato da qualcuno (chi pagherebbe per avere visibilità su uno spazio così piccolo, che si occupa di tematiche così di nicchia?), perciò tutte le segnalazioni che trovate sono qui perché ritengo sinceramente che siano interessanti e di valore come occasioni per imparare qualcosa. Per cui vi segnalo un ciclo di webinar del Banco BPM sul tema della relazione fra donne e denaro, di cui ho appena seguito l’episodio di oggi, dedicato agli investimenti nell’economia sostenibile, che è stato davvero stimolante, soprattutto in relazione al ripensare il paradigma della crescita, pensando invece in termini di bisogni e ricordando che le risorse ambientali rappresentano il contesto e il limite entro cui si colloca il nostro agire.
  • Come avrete notato, questo post riflette anche il mio interesse crescente per la personal finance (in italiano diremmo economia domestica?), il quale a sua volta rispecchia il mio desiderio di prepararmi alla vita da adulta avendo tutte le risorse possibili per costruire la mia indipendenza economica. Sono sempre stata una persona frugale, perché i miei genitori mi hanno educata a una forte sensibilità ambientale, al risparmio e a rifiutare il superfluo, ma mi rendo conto che tradurre in pratica una mentalità richiede strumenti e conoscenze che non sono scontati, ma per fortuna là fuori ci sono molte risorse per acquisirli e approcciarsi alla gestione dei propri soldi con consapevolezza e intenzionalità. Purtroppo molte di queste risorse sono in inglese e quindi c’è ancora un problema di accessibilità, ma almeno per chi mastica la lingua possono essere un ottimo punto d’inizio, e se conoscete risorse sul tema in italiano, fatemi sapere. Intanto, vi segnalo una serie di corsi gratuiti offerti da TheSkimm.
  • Le molestie nei luoghi pubblici sono un’esperienza che accomuna quasi tutte le donne e non pochi uomini, lasciando tracce emotive che accrescono il senso di vulnerabilità in presenza di estranei, impedendoci di vivere lo spazio pubblico come uno spazio che ci appartiene, dove possiamo esistere libere e fiere, dove possiamo lasciare il segno con la nostra presenza ergendoci con la forza della nostra voce, del nostro occupare spazio. Possiamo emanare forza solo quando ci sentiamo stabili e al sicuro, e infatti le molestie esistono per creare un clima di insicurezza che impedisce alle donne di appropriarsi simbolicamente dello spazio pubblico, ma obbliga a reazioni difensive come il chiudersi in sé stesse, occupare meno spazio possibile, cercare di essere invisibili. I molestatori “agiscono il patriarcato” esprimendo il loro senso di entitlement al corpo femminile in pubblico. Stand Up! è un progetto nato a partire da Hollaback! per fare formazione su come combattere le molestie quando si è spettatori o vittime di azioni indesiderate in modo semplice e sicuro, senza esporci né al rischio di creare un’escalation della situazione, né a quello di fare figuracce di fronte a una situazione che abbiamo frainteso. E comunque, lo dico a me stessa per prima, il timore di fare figuracce non dovrebbe dissuaderci di fronte alla possibilità di aiutare un’altra persona in una situazione difficile! Per prenotare un posto per seguire il webinar di formazione, andate qui: la formazione dura un’ora ed è davvero per tutte/i. 

Questo post è un lavoro in corso che sarà aggiornato con nuove segnalazioni man mano che mi capitano sottomano. Avete segnalazioni e risorse da condividere? Ho riattivato i commenti! Sentitevi libere/i di contribuire a scambiare materiali, e grazie. 

Sul patriottismo e l’impegno civile

“Essere un patriota non significa credere che la propria nazione sia perfetta ed esente da problemi, ma guardarli in faccia e impegnarsi per renderla migliore”.

Ho tenuto questa frase, scritta su un foglietto, appesa sopra la mia scrivania per anni. Poi, qualche giorno fa, ho trovato un pensiero molto simile espresso in una recensione fatta da Evgenij su Demoni di EFP, “Sfatiamo i miti” (Via i fascisti da Wattpad! #4):

“Amare la propria terra natia, e gli usi e i costumi dei propri nazionali, voler far conoscere e contribuire alla grandezza della propria cultura nel mondo, lottare per migliorare lo Stato nel quale si vive: questo è il vero nazionalismo.
Sentirsi superiori solo perché si è nati in Italia, non volere che nessun altro possa venire a vivere qui, odiare ogni forma di diversità sono invece gli effetti della degenerazione del nazionalismo, e potete vedere quanto rapidamente portino al razzismo e al fascismo.
Inoltre, noi esseri umani viviamo su una sfera limitata, un minuscolo granello di materia nel cosmo sconfinato: davvero ha senso che io prediliga in modo ossessivo ed esasperato la piccolissima parte di questa sfera dove, per puro caso, sono nato?
Non ha senso il nazionalismo inteso come lo intendono le destre estreme, che sia o meno già razzismo: siamo cittadini del Mondo. Tutti gli esseri umani sono uguali e i confini degli Stati sono solo un risultato di casi e scelte arbitrarie della Storia: per quale ragione una di queste porzioni di Terra dovrebbe essere migliore di un’altra?
Io amo l’Italia, e voglio che sia un esempio per tutto il mondo, per l’arte, per la cultura e per la scienza, voglio che sia un Paese aperto, senza discriminazioni, libero, per tutti coloro che vogliono viverci rispettandone le leggi”.

E questa coincidenza mi ha spinta a collegare il mio pensiero a una riflessione di Karl Popper, il celebre filosofo della scienza cui dobbiamo il falsificazionismo e il paradosso della tolleranza:

“Alcuni potrebbero domandarsi come un individualista può chiedere devozione ad una qualsiasi causa, e specialmente ad una causa astratta come la ricerca scientifica. Ma una domanda del genere non farebbe altro che rivelare l’antico errore dell’identificare l’individualismo con l’egoismo. Un individualista può essere altruista, e può dedicarsi non solo ad aiutare altri individui, ma anche a sviluppare i mezzi istituzionali per aiutare altre persone. (Per inciso, non penso che la devozione si possa esigere, ma solo che debba essere incoraggiata). Io credo che la devozione verso certe istituzioni, per esempio verso quelle di uno Stato democratico, e perfino verso certe tradizioni, possa ricadere nel regno dell’individualismo, purché gli scopi umanitari di queste istituzioni non vengano persi di vista. L’individualismo non va confuso con un personalismo anti-istituzionale. Questo è un errore che gli individualisti fanno spesso. Hanno ragione nella loro ostilità verso il collettivismo, ma sbagliano nel considerare le istituzioni come dei collettivi (che affermano di essere dei fini in sé), e quindi diventano personalisti anti-istituzionali; il che li porta pericolosamente vicini al principio del leader” (Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, nota 23 al capitolo 17 dell’edizione inglese, traduzione mia).

Questo è uno dei motivi per cui credo nel Welfare State (il primo, ovviamente, è che funziona): il fatto che spesso solo le istituzioni possono raggiungere le capacità organizzative e il livello di risorse necessario per avere quel tipo di impatto che il volontariato, costretto per sua natura a lottare ogni giorno per sopravvivere, non può avere. Non sto dicendo che le istituzioni funzionino sempre meglio del volontariato: dico solo che operano su scale diverse, e che forse l’unico esempio in cui il volontariato ha raggiunto il livello di efficienza, capillarità e standardizzazione – cioè di istituzionalizzazione – che gli consente di sostituire un’istituzione è il servizio di soccorso d’emergenza, la rete di associazioni che interviene quando si chiama il 112 per un’emergenza medica (il vecchio 118). Ma, per esempio, nonostante il FAI faccia un lavoro straordinario e degno di tutta la mia ammirazione, non potrà mai sostituire il complesso sistema delle Soprintendenze, perché semplicemente ci sono troppi beni culturali in Italia.

L’impegno civile individuale è limitato, sebbene necessario: abbiamo bisogno delle istituzioni. E dobbiamo quindi impegnarci perché le istituzioni, e lo Stato che le governa, funzionino sempre meglio. Dobbiamo considerare una nostra responsabilità personale fare ogni giorno quel passo in più, come cittadini, per rendere migliore il Paese in cui viviamo. E appunto ci sono due livelli su cui farlo, due livelli che definiscono lo spirito civico.
Il primo è quello delle piccole azioni personali, quotidiane: quanto sarebbero più puliti e vivibili gli ambienti che attraversiamo ogni giorno, se tutti noi ci impegnassimo per raccogliere e gettare in un cestino un rifiuto ogni giorno? E non obiettate che ci sono persone pagate per raccogliere i rifiuti, perché non è strettamente vero: raccogliere i rifiuti da terra fa parte del lavoro degli operatori ecologici solo perché le persone gettano i rifiuti per terra. Se nessuno lo facesse, il loro lavoro consisterebbe solo nello svuotare i cestini pubblici e sostituire i sacchi. Quindi vediamo che lo Stato ha dovuto istituzionalizzare una funzione, includendola nel lavoro degli operatori ecologici, perché ci sono cittadini che non hanno spirito civico sufficiente per capire che non si dovrebbero gettare i rifiuti per terra. Ma il fatto che la funzione sia stata istituzionalizzata non ci dovrebbe esimere dal fare quel passo in più.

Il secondo livello dell’impegno civile è appunto quello che si esplica attraverso le istituzioni. È in questo livello che si inquadra l’idea della politica come servizio, ad esempio, e del potere come responsabilità, ma naturalmente il concetto non è limitato a questo. Tutte le professioni dovrebbero essere svolte con un occhio attento alla loro utilità sociale, come del resto ci ricorda l’Art. 41 della nostra Costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” (corsivi miei).
La società stessa è un mezzo per consentire la piena realizzazione delle potenzialità dell’individuo: persona e società non sono due poli in contrasto fra loro, e questo ce lo ricorda di nuovo la Costituzione, che all’Art. 2 afferma: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, riconoscendo al contempo che le appartenenze di una persona sono una parte della sua identità che non può non esistere, e che anche attraverso quelle appartenenze l’individuo sviluppa sé stesso, e in secondo luogo che la solidarietà fra gli individui è la base della società, e di conseguenza è un dovere che tutti dovremmo sentire.

Perciò, credo con Popper che si possa essere individualisti che credono nel valore della società e delle formazioni sociali in cui è strutturata, e patrioti che vedono il valore della propria appartenenza ad una collettività nazionale come una tensione a dare sempre qualcosa di più per migliorarla, attraverso l’impegno pubblico e privato. Scrivo questo perché credo che individualismo e patriottismo siano due concetti importanti, che non possiamo scartare perché sono diventati parte del discorso della destra, perché possono avere valore e significato anche in una prospettiva di sinistra.

Gli internati militari italiani, le donne tedesche e altre storie di umanità in tempo di guerra

Questo post rappresenta il proseguimento di Le “amanti del nemico”: collaborazioniste e donne innamorate, perciò non mi dilungo a introdurlo.

Un altro oggetto di rimozione dalla memoria collettiva dell’Italia del dopoguerra sono le storie d’amore fra i militari italiani internati in Germania e le donne tedesche, “piccoli, grandi incontri di vita, relazioni umane e sociali stabilite con le popolazioni civili di villaggi, paesi e città di una Germania travolta e distrutta dal conflitto, con le quali gli Imi sono venuti in contatto a seguito del passaggio da prigionieri a «lavoratori civilizzati»”, nelle parole di Ponzani, “Nodo storico intricatissimo, l’Italia del dopoguerra ha bisogno di dimenticare per sempre questa dimensione umana del conflitto perché troppo discordante col topos narrativo del «patriota» in armi, chiamato a rappresentare l’onore della nuova Italia democratica e antifascista attraverso la resistenza all’«invasore tedesco»; la lotta al «barbaro teutonico» passa anche per il rifiuto della bellezza e dell’avvenenza delle «donne del nemico» e per la rimozione assoluta di un soldato «perdente» com’è appunto l’ex internato militare“. Alcuni “militari italiani desiderano tener fede al proprio onore di soldati in segno di riconoscenza per quelle donne che durante la prigionia hanno rappresentato l’unica ancora di salvezza da un mondo di distruzione” e chiedono di potersi ricongiungere con loro e sposarle, per amore, ma anche per “l’obbligo morale di non tradire la fiducia di chi, nel momento di massima disperazione, ha permesso di sopravvivere“.

“Nell’universo semantico dell’internato, le donne hanno infatti rappresentato la restituzione di una dimensione umana di vita, autonoma e complessa, contro la brutale riduzione dell’essere umano alla sfera della fame e della dissoluzione del corpo; la donna è stata un momento di sublimazione del proprio misero vivere al pari delle rare possibilità di rivolta contro i tedeschi, della possibilità di esprimersi con la poesia, con la pittura o il canto e anche di scrivere lettere o diari, divenuti nei giorni del lager antidoto agli effetti della distanza e allo straniamento dalla realtà. Non sempre le famiglie di origine di questi soldati riescono a comprenderlo. Può allora accadere che la moglie di un ex internato impedisca di ricevere notizie dall’amante indesiderata”, spiega Ponzani.

“La fine della guerra, la liberazione dal lager e il momento del rimpatrio, si caricano quindi di una particolare pressione emotiva che nel ricongiungimento con l’«amata tedesca» fa intravedere la possibilità di salvaguardare quel poco dei ricordi dell’esperienza di cui si è stati protagonisti. In molti altri casi, però, può accadere che siano le stesse compagne di quei giorni a volere il distacco, una volta finita la guerra. Si tratta, in questi casi, di una scelta d’emancipazione incomprensibile per uomini abituati a concepire la donna secondo la retorica fascista della moglie silente votata al sacrificio”, commenta la storica.

Alcune di queste relazioni tuttavia si mantengono, sopravvivendo alle difficoltà degli ex soldati tedeschi nell’integrarsi in Germania, sia per problemi linguistici sia perché «lì eravamo italiani, cioè traditori». Ponzani conclude il paragrafo con una riflessione su come queste esperienze “permettono di fuoriuscire dall’appiattimento semantico del conflitto come esclusivo momento di disumanizzazione, di crudeltà e di contrapposizione tra nemici ideologici: perché i conflitti sono fatti di esseri umani che non di rado possono entrare in contatto l’un l’altro, anche attraverso l’empatia per una comune condizione di sofferenza umana. […] La scoperta della «bontà» e della natura umana del nemico (sebbene pur sempre in conseguenza di un’esperienza individuale) è un tratto distintivo delle memorie di guerra delle donne”.

L’umanità del nemico, ricordano con commozione le testimoni, si rivela attraverso i piccoli gesti, si scopre osservando i volti dei soldati tedeschi, giovani malinconici e sfiniti, ma anche in gesti più significativi, come “l’aiuto prestato alle vittime del bombardamento alleato che colpisce Massa d’Albe una mattina d’inverno del ’44”, che vede i tedeschi che confluiscono nella cittadina e collaborano con i sopravvissuti nel portare aiuto ai feriti e nel sistemare i morti. Allo stesso modo anche le donne italiane talvolta hanno l’occasione di prestare aiuto ai  «militari tedeschi dispersi e feriti, impossibilitati a seguire i loro reparti in ritirata o decisi a non farlo», nelle parole di Rosanna C, dando loro abiti civili o approntando ospedali d’emergenza per i feriti.
“Il problema, però, è che le comunità d’origine non possono capire fino in fondo la complessità di questa dimensione esistenziale della guerra. Ciò vale in special modo per le donne, la cui sopravvivenza è stata garantita anche dall’affetto e dalla protezione di quei soldati che, in qualche modo, hanno permesso di far fronte alla solitudine, con i mariti partiti in guerra chissà da quanto e che si temeva non facessero ritorno. L’onore e la rispettabilità della donna sono gli elementi chiamati in causa a ricostruire una  «verginità» alla patria fascista: non c’è dunque spazio alcuno per la dimensione umana di caos e distruzione che la guerra ha portato nella vita di ogni singolo individuo“, afferma Ponzani.

“Dalle donne ci si aspetta che si prendano cura del focolare domestico e che rimangano fedeli a mariti e a fidanzati assenti perché al fronte: in queste condizioni, la sessualità femminile non può che essere consumata in maniera  «decente», visto che è la donna a simboleggiare la rigenerazione della nazione. Per questo gli amori di guerra che le italiane hanno in quel periodo con soldati tedeschi, ispirati da sentimenti sinceri perché maturati in mezzo a sacrifici e pericoli, sono un argomento destinato a rimanere celato dalla narrazione ufficiale della guerra e dalle rappresentazioni postbelliche del conflitto”. Queste parole conclusive di Ponzani riassumono le ragioni dell’esclusione di queste storie della Storia.

D’altronde si tratta di ragioni pienamente valide nelle circostanze storiche del dopoguerra, dove una nazione distrutta doveva riconoscersi in una narrazione che legittimasse l’assetto che si era costituito nel biennio ’43-’45.

In lotta per la sopravvivenza, dalle città ai campi di sterminio

Proseguendo la serie di post dedicata a Guerra alle Donne di Michela Ponzani, di cui potete trovare la parte precedente qui, tratterò del quinto capitolo, “Fame, solitudine, abbandono”, che tratta delle forme di «resistenza civile» messe in atto dalle donne per sopravvivere, materialmente e psicologicamente, alle dure prove del conflitto, strategie che variano, ovviamente, in base ai diversi contesti geografici e ai problemi e risorse presenti.

La «resistenza civile» è “la prima arma che si ha per sopravvivere; una forma di lotta essenziale, non secondaria, per garantire «quelle azioni di erosione continua, se pure meno eclatante, del potere degli occupanti». La «cura della vita, anche nella sua dimensione quotidiana», assume il significato «di un’opposizione e l’affermazione di una soglia oltre la quale la violenza di chi la guerra aveva voluto non poteva più essere accettata»”, spiega Ponzani.

Questo capitolo si incentra sulle strategie di sopravvivenza delle donne in lotta contro la fame e le profonde conseguenze psicologiche che comporta: “lo stato di denutrizione patita nei giorni del conflitto si accompagna all’incontro col deperimento fisico, con la perdita della propria femminilità e in alcuni casi anche con la morte; è per questo che la memoria della fame non dà tregua, quasi come se la guerra altro non fosse stata che il senso di angoscia per non riuscire a trovare un mezzo di sostentamento e per far fronte all’aumento dei prezzi dei generi alimentari”. Le donne si affannano tutto il giorno per riuscire a scambiare i loro beni per un po’ di cibo con cui nutrire i loro figli, privandosene per darlo a loro, in una “continua situazione di precarietà dove non c’è più protezione, sicurezza e ordine sociale“.

In alcuni casi fra le donne accomunate dalla stessa situazione, rimaste sole per la partenza degli uomini al fronte, o perché prigionieri, dispersi o deportati, si creano «reti di solidarietà, soprattutto tra donne e tra famiglie, spesso legate da parentele o da amicizie, spesso anche del tutto reciprocamente sconosciute». In Germania le donne che si arrangiano per sopravvivere con quello che trovano sono chiamate Trümmerfrauen, “donne delle macerie”, e sono coloro che “decidono di «rimboccarsi le maniche per ricostruire, dalle rovine delle città distrutte, la nuova Germania». I loro sforzi non sono però destinati a rimettere in piedi la patria esaltata dal regime nazista; quel Terzo Reich che ha promesso destini tanto grandiosi quanto improbabili. La battaglia di queste donne tedesche che «andavano a caccia di cibo tutti i giorni» è tutta per i figli”, chiarisce Ponzani.

Disfando coperte e lenzuola, riciclando la lana dei materassi, insieme a tutti i capi di abbigliamento non necessari come i veli, le donne rammendano e creano nuovi vestiti, fanno scarponi con pezzi di cuoio grasso. Si ingegnano a preparare qualsiasi cosa sia commestibile, imparano a riconoscere le piante selvatiche commestibili, svolgono qualunque lavoro  in cambio di un po’ di cibo. Le donne, nelle loro testimonianze di quando erano bambine ricordano le lunghe file per le razioni previste dalla tessera annonaria, i bollini, i momenti di gioia quando il padre che lavorava sotto i comandi militari tedeschi tornava a casa con un po’ di zuppa e un pezzo di pane nero nella gavetta, le contadine che per le strade di Napoli vendevano ranocchiette scuoiate o piccole cozze con cui preparare il brodo, “piacevoli sentori di una convivialità che tuttavia non è uguale per tutti e che appare sporadicamente soltanto […] dove la presenza stanziale delle truppe può comunque garantire una minima quantità di cibo razionato”, il sistema di scambi con chi aveva qualcosa, come fornai e contadini, l’«ortica cotta e condita con sale raschiato dai barili di acciughe, per gentile concessione del nostro salumiere».

Si tratta di una lotta per la sopravvivenza. “Lo stato di denutrizione estrema, lo stress di una vita continuamente a rischio, il terrore della morte, lasciano però segni pesanti anche sul corpo delle donne adulte, perché la sofferenza fisica che si patisce sfocia ben presto in vere e proprie patologie, come denota la scomparsa delle mestruazioni. E ciò significa assistere visivamente al dissolvimento delle forme che denotano la propria identità di donna, della propria femminilità. «Non c’è stata nessuna donna che avesse le mestruazioni», ha dichiarato la partigiana Carla Capponi”, spiega Ponzani.

La storica prosegue parlando delle condizioni delle donne nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove «il corpo subisce una repentina e costante trasformazione con il deperimento, la perdita delle mestruazioni, le piaghe dell’avitaminosi, i pidocchi, i segni delle scudisciate, la perdita dei denti, i dolori alle ossa». Sono circa 45.000 le donne internate nel lager di Ravensbrück Fürstenberg/Havel, nella Germania orientale. Entrato in funzione nel 1939, è un campo prevalentemente femminile, destinato alle «prigioniere politiche» provenienti da tutti i paesi invasi e occupati dalle truppe hitleriane: le donne che vi arrivano hanno viaggiato sui convogli provenienti dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Francia e dall’Italia. Decine di migliaia saranno uccise proprio dalla fame, oltre che dalle malattie o a causa di esperimenti medici. Costrette a resistere come possono agli stenti, alla denutrizione, al rigidissimo clima invernale, le italiane internate a Ravensbrück sono a oggi conteggiate in 768, ma il loro numero è destinato a salire a 871 «se si tiene conto dei transiti complessivi»”.

Nel campo, “l’accanimento del personale di sorveglianza sulle detenute politiche è certamente una forma di pressione psicologica per far scontare il loro attivismo politico, ma assume talvolta anche le sembianze di veri e propri atti di sadismo: perlomeno questo è il senso che la testimone dà delle continue perquisizioni nelle camerate, effettuate senza motivo, delle adunate al freddo, delle umiliazioni cui le prigioniere vengono sottoposte e degli esperimenti medici sui loro corpi”, spiega Ponzani, che prosegue, “La deportazione e la detenzione nei campi di sterminio hanno fatto sì che il senso d’abbandono assumesse tratti devastanti; il lager ha segnato per tutte l’«esperienza del limite», perché non esiste un ordine simbolico nel quale inserire la perdita del carattere di ogni tipo di umanità, spenta e azzerata irrimediabilmente per sempre. La peggior punizione inflitta alle nemiche politiche è passata anzitutto per l’azzeramento della dimensione privata del corpo, spogliato di ogni dignità. […] Il campo non è soltanto un moderno e sofisticato luogo di detenzione fisica e di isolamento dal mondo esterno, ma anche un «non luogo» della memoria, l’inizio dell’azzeramento di ogni condizione umana e sociale, finora conosciuta, dove non c’è più rispetto per la decenza e il pudore”. Per alcune questo azzeramento passa attraverso lo stupro, per tutte significa “affrontare altre forme di sofferenza più sottili, di natura psicologica, attuate volutamente per degradare l’essere umano agli istinti più bassi, in un tragico bollettino di afflizioni e supplizi quotidiani: alla promiscuità nelle baracche, all’assenza di acqua e cibo, ai banali incidenti sul lavoro, si aggiunge la violenza di restare chiuse, con le porte sigillate, all’interno dei capannoni di fabbrica che vengono quotidianamente distrutti dai bombardamenti dell’aviazione anglo-americana”.

“All’interno di quel limbo che è il campo di detenzione non si è dunque assistito solo al deturpamento del proprio corpo violato: il lager ha fatto pure saltare quei codici culturali che la civiltà occidentale ha posto a difesa della maternità, perché alle donne incinte che sono arrivate nel campo è stato imposto di abortire anche in avanzato stato di gravidanza. Altre invece sono state costrette a veder morire i loro figli appena venuti al mondo perché i neonati non sono riusciti a resistere alle condizioni del campo”.

“Il ricordo di quel periodo resta comunque imperniato nell’annichilimento del corpo e della personalità e quindi sulle angherie, le percosse e i maltrattamenti inflitti dal personale di guardia dei campi”, spiega Ponzani, “A queste espressioni di aridità umana quando non di vera e propria follia fanno da contrappunto i gesti di solidarietà tra compagne, come quello di farsi coraggio e di infondersi forza nei momenti di maggiore sconforto. Quando si ha freddo sono le compagne a «scaldare le mani» e a consolare nei momenti d’abbattimento”.

Alcune internate ricevono la possibilità, che a loro appare come un’ancora di salvezza, di lavorare come manodopera forzata nelle industrie belliche del Reich. “Ma dietro questo invito si nasconde un inganno, perché andare a lavorare nelle fabbriche del Reich segnerà soltanto il passaggio da prigioniere schiave. L’offerta delle autorità militari tedesche nasce infatti da una decisione imposta da necessità puramente organizzative, dettata dall’esigenza di far fronte al prolungarsi inaspettato del conflitto, al conseguente esaurimento della manodopera tedesca e all’utilizzo più efficiente possibile del bacino di forza lavoro prelevato nei campi di prigionia. […] Ma […] le detenute politiche sembrano avere maggiore consapevolezza del fatto che i periodi di tregua e di allentamento della disciplina, rispetto alla vita del campo, siano fenomeni conseguenti all’incapacità delle autorità militari tedesche di gestire e padroneggiare un numero di lavoratori coatti sempre più crescente, e alle difficoltà nel garantire un buon funzionamento di quella macchina bellica tedesca“.