Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 18)

Concludiamo il capitolo 12 di “Medioevo Maschio” con le riflessioni di Duby sugli esiti del cambiamento culturale descritto nelle puntate precedenti: la fioritura della cultura derivante dal fatto che la classe degli aristocratici sentì il bisogno di giustificare la propria posizione egemonica nella scala sociale non più solo attraverso la forza militare, ma anche attraverso una forma di mecenatismo che lo storico francese chiama “patronato” perché avviene attraverso la mediazione della Chiesa e dei suoi intellettuali, piuttosto che attraverso una “sponsorizzazione” dei singoli artisti  nelle corti dei signori come nel Rinascimento italiano.

Nel secolo XII si forma un nuovo tipo di cultura proposta a tutti i membri dell’aristocrazia, ma anche agli arricchiti ben consapevoli del fatto che adottarlo è per loro il miglior mezzo di far dimenticare la loro origine e di assimilarsi alle persone che «nascono bene». […] Questa cultura è in larghissima parte costituita da un riflesso delle dottrine e delle forme d’espressione che «rinascono» allora nei centri creativi dell’alta Chiesa. Chiedersi come si è formata e diffusa significa porsi il problema dell’ascolto, inseparabile da quello del patronato, poiché si tratta, in verità, di due aspetti complementari del medesimo fenomeno, a sua volta indivisibile dall’evoluzione economica e sociale”.
Duby ci descrive questa cultura come una cultura cortese: “le corti, grandi e piccole, furono il luogo del suo arricchimento e della sua diffusione. La corte è la forma piena della casa signorile. […] La liberalità, virtù fondamentale del sistema dei valori aristocratici, fa l’autorità e il prestigio di ciascun signore. Lo impegna ad attirare presso di sé tanti commensali quanti ne può mantenere, e a trattarli bene. È necessario al suo prestigio che i suoi ospiti si trovino bene in casa sua. […] L’etica della generosità fa così della corte un focolaio di creatività culturale. Essa è ugualmente una scuola dove, in una gara permanente, si imparano le buone maniere. […] L’animazione della vita cortese viene dai «giovani», cavalieri e chierici, in gara tra di loro, presi da un ardente desiderio […] di attirare sulla propria persona i favori del patrono dimostrando la propria eccellenza nelle armi o nelle lettere. Ma viene anche dalle donne. […] la loro partecipazione alla cultura dotta [fu] più precoce e più estesa di quella dei maschi dell’aristocrazia laica. Esisteva, accanto alla dimora nobile, una specie di convento dove erano educate le figlie del signore. Quelle che non vi restavano per tutta la vita, in condizione quasi monastica, o per non aver potuto essere maritate, ne uscivano senza dubbio meno superficialmente litterate dei cavalieri loro fratelli. Esse avevano una funzione centrale nella competizione culturale di cui la corte era teatro […] era ai loro occhi che i giovanotti volevano brillare; spettava a loro assegnare il «premio»”.

In questa società si realizzò […] la congiunzione tra cavalleria e clero. Il senior – e la dama sua sposa – al centro della corte, incarnavano, l’uno e l’altra, complementarmente, i valori della cortesia, e intendevano anche […] dando l’esempio alle persone della loro casa, di presentarsi come i modelli della pietà laica. Nella loro vita davano un posto alle pratiche religiose. Attraverso la loro mediazione, il loro entourage si trovava ad essere in stretta comunicazione col monastero dove riposavano gli avi della dinastia, con la comunità di monache dove si ritiravano le vedove, con la collegiata, dove il signore in abito da chierico andava […] a seguire regolarmente gli uffizi in mezzo ai canonici, suoi confratelli, leggendo in un libro, distribuendo ritualmente le elemosine. […] nell’insieme della classe dominante furono sperimentate a quest’epoca delle pratiche che favorivano una più stretta associazione dei laici alle liturgie della Chiesa. Una tale osmosi tra il religioso e il profano facilitava evidentemente la recezione da parte dell’alta società delle forme di cui la «Rinascita» suscitava la fioritura nel mondo ecclesiastico”. La contaminazione fra la cultura laica e quella ecclesiastica avveniva soprattutto attraverso i sermoni recitati dai chierici per il pubblico aristocratico: “attraverso gli exempla, attraverso la struttura e il contenuto delle omelie […] un po’ dei meccanismi logici del pensiero dotto, e delle sue concezioni della natura, della storia e del sovrannaturale si comunicava al pensiero laico. Rapporti altamente significativi si possono cogliere fra ciò che ci è rimasto della produzione letteraria in lingua volgare e ciò che sappiamo della predicazione destinata alla gente di corte”. Ma non solo. Ciò che l’aristocrazia laica assorbì della «Rinascita» del secolo XII le giunse “anche attraverso i divertimenti, poiché la società cortese, strettamente chiusa e sulla difensiva contro l’intrusione dei «villani», […] ben arroccata nella sua ricchezza e nell’ozio che la ricchezza permetteva, viveva in primo luogo nella gratuità, per il giuoco ed il piacere. Essenzialmente attraverso il racconto”.

Duby scrive: “i romanzi antichi rappresentano evidentemente l’espressione più sorprendente dello sforzo che allora si fece per mettere alla portata di un uditorio laico gli auctores che i grammatici della scuola commentavano, ma nessuna delle opere della letteratura cavalleresca sfugge all’influenza profonda di ciò che s’insegnava nel trivium”. L’abbondanza della produzione di queste opere fa supporre che anche il pubblico in grado di capirle e apprezzarle fosse piuttosto vasto. E così iniziò a svilupparsi l’aspettativa che anche i signori conoscessero e facessero riferimento agli insegnamenti dei classici latini, proprio come facevano gli ecclesiastici. “È certo che l’ambiente sociale capace di appropriarsi di queste conquiste si amplia in tutto il corso del secolo XII”, commenta Duby. “Il movimento mi pare già molto avanzato negli ultimi decenni del secolo XI. I signori di alto rango, certamente, ma anche la gente della piccola nobiltà […] sceglievano ancora per i figli maschi, a seconda che li destinassero allo stato cavalleresco o allo stato ecclesiastico, fra due tipi di educazione, collocando i secondi in collegiate e affidandoli a precettori. Per i primi desideravano solo che diventassero abili negli esercizi del corpo e fedeli agl’insegnamenti della morale guerriera: pensavano che formarli spiritualmente attraverso gli studi potesse nuocere al loro fisico”. Ma nessuna generalizzazione storica è priva di eccezioni: “la divisione tra i due tipi di formazione non comportava una chiusura ermetica, i futuri cavalieri profittavano delle lezioni impartite ai fratelli, alcuni di loro sapevano leggere e scrivere”.

A metà del secolo XII l’unione tra cultura profana e scuola sembra strettamente realizzata in certi luoghi privilegiati, che ne irraggiano i valori, luoghi in cui la nobiltà di tutta una provincia si riunisce periodicamente per qualche tempo. A dare il tono sono le grandi corti, che dettano le mode, che mostrano come devono comportarsi le persone di buona estrazione se vogliono essere degne del loro rango”. Il processo fu avviato da quei signori che volevano competere con la corona, i quali “vedevano precisamente nell’irraggiarsi della cultura prodotta e codificata attorno alla loro persona un mezzo molto sicuro di innalzare il loro prestigio di fronte a quello del re”. E il re di Francia, d’altronde, fu “direttamente responsabile della concentrazione scolastica di cui profittò [Parigi], favorì la diffusione, più vigorosa che in qualunque altro luogo, delle forme della «Rinascita» direttamente associate all’elemento sacro”. Questo fenomeno presenta caratteri diversi nel sud della Francia, più laicizzati, che Duby spiega “con le particolari strutture culturali delle province meridionali: la separazione più profonda che dopo la riforma gregoriana si stabilì […] fra la Chiesa e il potere laico; il fatto, concomitante, che gli ecclesiastici non vi detenevano il monopolio della scrittura, che un importante strato dell’alta società cittadina, il gruppo dei giudici e dei notai, aveva diretto accesso alla cultura dotta”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 16)

Siamo arrivati – e vi ringrazio di aver sopportato questa lunga serie di post monotematici – al dodicesimo capitolo di Medioevo Maschio, che, sulla scia dei precedenti della terza parte, si allontana dalle tematiche relative alle strutture di parentela, al matrimonio e alla condizione femminile per dedicarsi in modo più ampio alla storia della cultura. Il titolo infatti è La «Rinascita» del secolo XII. Ascolto e patronato. Il merito principale di questi capitoli è fornirci una prospettiva sul lavoro dello storico, ed è per questo che sto riportando con cura le osservazioni metodologiche di Duby. Capire come uno storico – o uno scienziato in generale – è arrivato a una conclusione è più importante della conclusione stessa, perché ci permette di giudicare da soli il valore di quella conclusione. Anche questo capitolo sarà diviso in tre parti, in modo da non dover sacrificare lo sviluppo dell’argomentazione, ma poterla riproporre intatta. 

Uno dei principali problemi che si pongono oggi alle scienze dell’uomo è quello dei rapporti tra i fenomeni culturali e il movimento d’insieme delle strutture economiche e sociali, o […] fra le infrastrutture materiali e le sovrastrutture, cioè, nel caso presente, la produzione e la recezione di oggetti culturali considerati, dai contemporanei o da noi, come l’espressione di una «Rinascita»”, esordisce Duby. È un problema perché “non esiste una base teorica su cui costruire la problematica preliminare della ricerca; il lavoro è considerevolmente ostacolato dal fatto che oggi le varie discipline sono distribuite in compartimenti stagni, dalle frontiere che nelle università e negli istituti di ricerca tengono ancora spiacevolmente gli storici dell’economia e della società separati dagli storici del pensiero, della letteratura e dell’arte; […] nel mondo attuale si potrebbero contare sulle dita di una sola mano i luoghi dove la ricerca può essere condotta in un regime di indiscutibile interdisciplinarità”. Così, per tentare di mettere sul piatto il problema, Duby lancia delle proposte di indagine su questo tema.

Il processo di sviluppo che […] chiamiamo la «Rinascita» del secolo XII è evidentemente inseparabile dal lungo movimento di progresso materiale di cui l’Europa occidentale fu allora il luogo. […] Notiamo che è meno malagevole fissare cronologicamente le manifestazioni dello sviluppo culturale. Le fonti di cui disponiamo sono infatti per loro natura più adatte a gettar luce su questo genere di fatti, mentre […] non permettono di seguire da vicino l’evoluzione economica e sociale”. Cosa avvenne nel dodicesimo secolo? In primo luogo, “la diffusione dello strumento monetario: i primi segni di tale diffusione compaiono verso il 1080 nei documenti concernenti le campagne del Mâconnais; cento anni più tardi il danaro è dappertutto […] e nessuno […] può dispensarsi dal farne uso quotidiano”; poi, “l’estensione della superficie coltivabile” e “lo sviluppo demografico […] che raggiunge la maggiore intensità nell’ultimo quarto del secolo XII”. Veniamo ora alle cause. “Gli organi della fiscalità signorile istituiti in Francia intorno all’anno mille, si sono perfezionati durante gli ultimi due decenni del secolo XI; durante tutto il secolo XII funzionano alla perfezione. Per corrispondere alle esigenze dei padroni del loro corpo, della terra che coltivano e di ogni potere su di loro, le famiglie contadine devono produrre sempre di più; non risulta che il loro livello di vita si elevi in modo apprezzabile prima degli anni ’80 di questo secolo. Effettivamente, il sistema dei benefici feudali e delle tasse trasferisce nelle mani del signore la maggior parte del sovrappiù di risorse determinato dall’ampliamento dell’area agricola, dall’aumento dei rendimenti e dal moltiplicarsi del numero dei lavoratori”. L’aristocrazia si rafforza anche “riducendo sensibilmente le donazioni di terre e di diritti alle chiese; soprattutto limitando le nascite, impedendo ai tronchi familiari di ramificarsi e, per questa via, di spezzettare le eredità. L’esclusione delle figlie maritate e dotate dalla divisione successoria, il mantenimento di tutti i figli maschi, eccetto uno, il maggiore, nel celibato, assicurò […] la stabilità del numero dei lignaggi nobili, e quindi del loro patrimonio, mentre la crescita economica e i perfezionamenti della fiscalità signorile ne elevavano senza posa gl’introiti”.

L’aumentata ricchezza dell’aristocrazia portò ad un aumento dei consumi, che a sua volta si tradusse in uno sviluppo dell’artigianato specializzato nei prodotti “di lusso” e del commercio, e questo favorì lo sviluppo urbano “a tal punto che negli ultimi due decenni del secolo […] si assiste al trasferimento dei poli di sviluppo nelle città. […] Tutto ciò serve di sostegno a due gruppi sociali, all’élite della borghesia mercantile e al corpo dei servitori delle grandi signorie. Questa gente si arricchì. Certuni diventarono più facoltosi di molti nobili. Ma il loro ideale rimase d’integrarsi alla nobiltà rurale, di essere ammessi a farne parte, di condividerne lo stile di vita e la cultura”. Abbiamo già visto, nei capitoli precedenti, sia le trasformazioni riassunte qui sopra, sia uno dei suoi effetti: “l’emergere di un sistema ideologico proprio dell’aristocrazia laica”, centrato sulla cavalleria, sui rituali dell’amor cortese, sul servizio dei «baccellieri» verso il signore. Duby richiama l’attenzione su un fatto: “il risorgere nella letteratura profana del vecchio schema della società con tre funzioni, ma trasformata, dissacrata: all’«ordine» dei cavalieri veniva riconosciuta la preminenza, non solo sui «villani», ma anche sugli oratores. I […] monopoli culturali che fino ad allora erano stati nelle mani della Chiesa vengono messi in discussione. La società cavalleresca pretende di partecipare anch’essa all’alta cultura. Il suo sogno è di annettersi il «clero», inteso come il sapere delle scuole. Così tende a sfumare la distinzione di natura culturale che separava la parte ecclesiastica dalla parte laica dell’aristocrazia”.

In questo contesto si situa un altro fatto chiave, “suscitato direttamente dallo spettacolo di un mondo che lo sforzo degli uomini arriva a trasformare, di una valorizzazione sempre più spinta dell’ambiente naturale: è la presa di coscienza del progresso. Si comincia con l’avvertire il rafforzarsi di questo sentimento fra gli intellettuali più strettamente legati all’aristocrazia laica, fra i membri dei capitoli delle cattedrali […]. Questi uomini di scienza, questi uomini della cultura scritta e della riflessione intellettuale si danno alla celebrazione della natura. […] Si rappresentano sempre più chiaramente l’uomo – la cui struttura profonda è omologa a quella dell’universo creato – come un essere capace di agire su questo, come chiamato da Dio a cooperare con tutte le sue forze a quest’opera, concepita ormai in una continuità temporale che è la creazione. Qui […] nasce l’idea che la civiltà cresce come una pianta, che ogni generazione prende dalle mani della precedente il compito che deve portare più avanti, verso la sua compiuta realizzazione”.
Si tratta di un completo arrovesciamento della visione della storia umana. Questa non è più guardata con pessimismo, come un processo d’inevitabile corruzione. Si presenta, al contrario, come una conquista. […] Il suo cammino, ormai parallelo a quello della storia della salvezza, non sembra più condurre a immancabile decadenza, ma elevarsi […] verso una maggior perfezione”. Duby completa la sua argomentazione descrivendo il pessimismo precedente attraverso l’esempio dei monaci cistercensi, che partivano dalla convinzione che “ogni forma si degrada nella durata” e sostenevano la necessità di “tornare ai principi primitivi della vita benedettina”. “Fedeli allo spirito del contemptus mundi, espressione fondamentale di una ideologia che si era formata nel tempo di regressione e di stagnazione, scelsero di separarsi dai movimenti della vita, di fuggire nel deserto. Per loro il lavoro manuale, a cui scelsero di costringersi, restava un valore negativo, un atto d’umiliazione e di penitenza. Tuttavia questi uomini si affrettavano a mettere in uso tutto ciò che vi era di più moderno nelle innovazioni tecniche; si accanirono a rendere sempre più produttivi i terreni incolti su cui si erano stabiliti […] finendo col situare le loro proprietà agricole all’avanguardia del successo economico; soprattutto, collocando il mistero dell’incarnazione al centro della loro meditazione, proclamando […] che, nell’uomo, le tensioni dello spirito verso la perfezione non sono dissociabili da quelle del corpo, finirono con l’unirsi anche loro alla riabilitazione del carnale”.

Tutto quello che abbiamo descritto “modificò fondamentalmente il contenuto della parola renovatio. Un tempo, ogni rinascita si assegnava come punto d’arrivo di restaurare, di strappare all’inevitabile deterioramento per renderle al primitivo splendore opere giudicate mirabili perché erano l’eredità di un’età anteriore e per questo migliore: rinnovare significava esumare. Ormai ogni rinascita fu ritenuta generativa. Riprendeva in mano l’eredità, ma per sfruttarla […] i moderni si ritennero capaci, non solo di uguagliare gli antichi, ma di superarli”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 15)

Abbiamo dedicato tre puntate di questa serie di post al solo capitolo 11 del libro di Duby perché ritengo che meriti che l’argomentazione sia sviluppata in tutta la sua ricchezza, piuttosto che riassunta dovendo tagliare troppi pezzi. Sarebbe scarnificare quello che definisco uno dei suoi capitoli migliori. Qui, infatti, vediamo come nel Medioevo la cultura cristiana – e gli intellettuali cristiani – dovettero reagire al confronto con la cultura musulmana, che non potevano liquidare come “primitiva”. Abbiamo visto che tipo di contesto culturale era: intellettualmente vivace, ma non tanto aperto al cambiamento quanto potremmo pensare sentendo la definizione “intellettuali”.

In tutto questo, secondo Duby si verificano due sole “modificazioni notevoli”. La prima è “una presa di coscienza della relatività. Prima di tutto della relatività del tempo. Esso non è più […] concepito come un blocco omogeneo, in cui il passato e l’avvenire aderirebbero al presente, stabilendo con esso dei rapporti anagogici [l’anagogia è l’interpretazione spirituale della «lettera», tesa verso il superiore «intelletto» di realtà spirituali e divine, secondo il vocabolario Treccani, ndr]”. Corollario di questa nuova idea è “la scoperta progressiva dell’immensità, della diversità, della complessità della creazione, la nuova coscienza del fatto che l’universo è pieno di uomini che rifiutano d’intendere il messaggio del Cristo, [che] obbligano i più illuminati a pensare che la cristianità forse non è situata al centro del mondo, o per lo meno che essa ne occupa solo un settore limitato. E allo stesso modo devono ben riconoscere che il pensiero cristiano si trova ad essere incapace di assorbire il blocco coerente del sistema aristotelico o di scomporlo nelle sue parti”.

La seconda modificazione è nel fatto che “molti degli uomini di cui parliamo hanno accolto senza esitazione il gusto di una felicità terrestre, di quella felicità che, secondo Jean de Meun, era stata offerta all’uomo nel mattino della creazione, di una gioia di vivere che gli arretramenti della Natura e della Ragione davanti alle offensive dell’ipocrisia sono venuti a compromettere, ma di cui spetta ai filosofi di promuovere la restaurazione”.

Sono modifiche che Duby definisce “nettamente meno rilevanti” di quelle che avvengono in altre sfere, “nell’attività economica, della demografia, nel giuoco dei poteri. I sistemi di valori non sono immobili; la trasformazione delle strutture materiali, politiche e sociali ne tocca le basi e le fa evolvere, ma si tratta di un’evoluzione che si svolge senza fretta e senza scosse, perfino negli ambienti culturali d’avanguardia, la cui funzione specifica è di lavorare all’adattamento dei sistemi stessi”.

Lo storico francese a questo punto inserisce una riflessione sulla questione “della prevedibilità di tali mutamenti”. “Il compito dello storico è di proporre delle spiegazioni a cose fatte, ossia di mettere ordine nei fatti che si presentano alla sua osservazione, di stabilire delle relazioni fra essi, e d’introdurre così una logica nello svolgimento di un tempo lineare. Da questo medesimo tentativo è portato a mostrarsi in primo luogo più attento alle novità, scoprirle, […] per metterle in evidenza, dall’ampia corrente di abitudini e di routines […]; è portato, d’altro lato, quando vuol rendere conto di queste novità, a privilegiare la necessità in rapporto al caso. E questo più particolarmente quando le novità si collocano a livello non di evento ma di strutture”. Così, lo storico giunge a delineare una relazione “fra l’espansione della gioia di vivere, la scoperta della relatività e, d’altronde, lo slancio della prosperità cittadina, la caduta delle barriere nell’Occidente, l’ascensione di certi gruppi sociali, il lento logorio dei miraggi della Gerusalemme celeste e il perfezionarsi dello strumento sillogistico”. Tuttavia, lo storico deve guardarsi dal rischio di cadere in una concezione deterministica della Storia: “consapevolmente o no, si schiera a favore […] di tutte le concezioni che si basano su una concatenazione di cause determinanti la successione delle età dell’umanità, che […] si danno a costruire su una esperienza del passato un vettore di cui suppongono che l’orientamento debba prolungarsi nel futuro”.

“L’obiettivo principale che, secondo me, deve porsi la ricerca attuale di storia sociale è precisamente di chiarire la maniera in cui si articolano i movimenti discordi che animano l’evoluzione delle infrastrutture e quella delle sovrastrutture e in cui questi movimenti si ripercuotono l’uno sull’altro”. Duby descrive come “la dissociazione delle relazioni di dipendenza personale in seno alla signoria medievale si presenti senz’altro come conseguenza diretta dell’azione di tendenze a lunga durata, del perfezionamento delle tecniche di produzione agricola, della crescita della popolazione e della diffusione dello strumento monetario” e argomenta che all’epoca in cui avvenne nessuno era stato in grado di prevederla, e così il potere dei feudatari fu eroso e la corona si rafforzò. Lo storico confronta questa situazione, esito appunto di tendenze di lungo periodo, con altri fenomeni che ritiene più inaspettati: “chi, invece, avrebbe potuto predire il brusco avvento […] di un’estetica della luce, lo stabilirsi dei riti dell’amore cortese in contrappunto a un’evoluzione delle strutture della famiglia aristocratica e della morale coniugale proposta dalla Chiesa, oppure i destini dell’eresia valdese e le forme che rivestì la devozione francescana quando fu «addomesticata» dall’autorità pontificia?”.

Egli argomenta quindi che le uniche previsioni che forse ha senso fare sono quelle che riguardano “la probabile continuazione delle tendenze profonde che mettono in moto la storia dell’economia, quella della popolazione e delle tecniche, e forse quella della conoscenza scientifica; questo senza nascondersi che le ripercussioni di un movimento d’opinione, di una propaganda o delle decisioni del potere possono, in qualunque momento, deviarne sensibilmente il corso”. E tutte queste previsioni devono, come condizione necessaria ma non sufficiente, poggiare su un metodo storiografico il più possibile rigoroso. Nel caso della storia dei valori, argomento di questo capitolo, Duby scrive: “Se si ammette che il rivestimento ideologico […] è con assoluta evidenza modificato dal movimento delle infrastrutture, ma che tende a rispondere con lenti riflessi, la cosa importante sembra sia osservare in primo luogo nel presente le tendenze di maggior peso, tutto ciò che, sul piano dell’evoluzione demografica e della trasformazione dei rapporti economici è suscettibile di provocare gli adattamenti in questione, scuotendo i quadri del pensiero, stimolando o ostacolando le comunicazioni tra gruppi, favorendo i transferts, gli sradicamenti, gli scambi e le fusioni. Importa, in secondo luogo, scoprire i punti dove le resistenze della tradizione sembrano più fragili, mettere alla prova la rigidezza dei sistemi d’educazione, in seno alla famiglia, alla scuola, a tutti gli organismi d’iniziazione e d’apprendistato; misurare la loro capacità di accogliere gli apporti esteriori, e il potere d’assimilazione di una certa rappresentazione del mondo di fronte alle possibili irruzioni di elementi proiettati dalle culture esteriori”.

Le parole conclusive del capitolo sono splendide: “Lo storico infine ha il dovere d’insistere sull’importanza stessa della storia, come elemento particolarmente attivo fra quelli che compongono un’ideologia pratica. In larghissima misura, la visione che una società si forma del proprio destino, il senso che, a torto o a ragione, essa attribuisce alla propria storia intervengono come una delle armi più potenti delle forze di conservazione o di progresso, cioè come uno dei sostegni più decisivi di una volontà di salvaguardare o di distruggere un sistema di valori, come il freno o l’acceleratore del movimento che […] porta alla trasformazione delle rappresentazioni mentali e dei comportamenti”.

 

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 14)

Nella puntata precedente della serie eravamo rimasti all’undicesimo capitolo della raccolta di saggi di Georges Duby che stiamo trattando ormai da maggio e che sta arrivando alla fine. Avevo optato per dividere in più parti il capitolo, perché si tratta di uno dei più densi del libro. Riprendiamo dunque lo sviluppo dell’argomentazione di Duby sul cambiamento nei valori, nella mentalità collettiva e nella cultura con degli esempi.

Duby ci propone di osservare “un ambiente che si può credere dei più disposti ad accogliere delle novità, quello degli uomini di studio che si riunirono a Parigi durante il Medioevo centrale. Il loro luogo d’incontro: uno dei principali del mondo; un agglomerato urbano in continua crescita, la cui popolazione si trovava […] agitata dalle correnti dell’economia e, nel cuore del più grande Stato d’Occidente, dal via vai dell’azione politica; il punto di concentrazione, infine, di tutti coloro che, da un capo all’altro della cristianità latina, sentivano più vivo il bisogno di conoscere”. Questi studiosi si occupavano di “un insegnamento professionale che mirava a formare i membri eminenti del clero”, ma l’insegnamento è una professione che “mette chi lo esercita di fronte a esseri più giovani di lui le cui esigenze lo stimolano a spingersi più avanti”, ed è una professione che prevede “metodi di lavoro fondati sul dialogo, la disputa, la libera discussione, su uno spirito di competizione […], quindi sulla contestazione delle idee comunemente accettate”. Così, Duby si propone di “ricostruire il sistema di valori com’era accettato, da un lato, verso il 1125, dai contemporanei di Abelardo, d’altro lato, verso il 1275, dai contemporanei di Jean de Meun”, e parte dal contestualizzare i cambiamenti avvenuti in quei 150 anni: “al tempo di Abelardo le città emergono appena dalla circostante campagna; la circolazione monetaria ha di recente ripreso vigore, ma la sola ricchezza è ancora la terra; il solo lavoro è quello dei campi, qualunque sia ormai l’importanza della produzione artigianale stimolata dalla propensione al lusso ostentato di un’aristocrazia che la crescita agricola, da un secolo, rende meno bisognosa; per tutti gli uomini un’esistenza interamente dominata dai ritmi e dalle pressioni dell’ambiente naturale”.

All’epoca di Jean de Meun abbiamo, invece, “una popolazione senza dubbio tre volte più numerosa; delle campagne che hanno raggiunto una sistemazione definitiva, ma che si trovano ormai, economicamente e politicamente, a dipendere dalle città; all’interno di queste, dei modi di vivere che […] si sottraggono all’oppressione della fame, del freddo e della notte; il danaro, che è diventato il principale strumento di potere, la molla delle promozioni sociali”. Parlando delle relazioni politiche, invece, Duby nota che all’inizio del secolo XII, al tempo di Abelardo, esse “si trovano del tutto inserite nel quadro della signoria, il che significa per la massa dei lavoratori un completo assoggettamento ai signori dei castelli e ai capi dei villaggi; per i più ricchi, la specializzazione militare, i profitti delle spedizioni per rapina, il rifiuto di tutti gli obblighi, salvo quelli che scaturiscono dall’omaggio, dalla concessione feudale e dalla sottomissione agli anziani del lignaggio”. Invece, al tempo di Jean de Meun troviamo “uno Stato vero e proprio, basato su un’armatura amministrativa abbastanza perfezionata perché possa rinascere una nozione astratta dell’autorità e perché la personalità del sovrano sparisca dietro quella dei suoi servitori; […] la ritualizzazione dell’arte della guerra […]; regole giuridiche messe per iscritto e messe in mano di professionisti della procedura; […] un senso di libertà che si rafforza in seno alle associazioni di uguali, di tutti i gruppi di mutui interessi che si annodano ai vari livelli della società e che sono abbastanza vigorosi […] per suscitare i primi scioperi”.
In questi 150 anni non si sono solo verificate trasformazioni nelle strutture sociali, ma anche eventi di grande portata come: “lo sviluppo e il fallimento dell’avventura della crociata, il saccheggio, in Spagna, in Sicilia, a Costantinopoli, delle culture superiori il cui fulgore un tempo rendeva più irrisorio il carattere rozzo della civiltà carolingia; uno stupefacente indietreggiamento dei confini dell’universo, l’irrompere dell’Asia mongola, la marcia di Marco Polo verso Pechino, la penetrazione dei confini africani e asiatici […] da parte di trafficanti e di missionari, che si abituano a parlare altre lingue e ad utilizzare altre misure”, e poi lo sviluppo e la repressione di numerose eresie in seno al cristianesimo.

Duby definisce questo ambiente culturale come “penetrato dall’esigenza della verità, dalla sete di capire e dal gusto del moderno”, ma nonostante questo il sistema dei valori non si modifica in modo radicale come tutti gli altri sistemi appena descritti. “Senza dubbio, il primato della ragione è, verso il 1275, esaltato con maggior deliberazione […]. Ma due generazioni prima della stessa generazione d’Abelardo, Berengario di Tours proclamava la ragione «onore dell’uomo»; e la chiara visione delle cose che, valendosi dello strumento razionale, i contemporanei di Jean de Meun si sforzano di raggiungere, procede, infatti, dal paziente uso dei meccanismi logici che i maestri delle scuole parigine insegnavano ad utilizzare, nei primi anni del secolo XII, per dissipare l’ambiguità dei segni di verità sparsi nei testi sacri e nello spettacolo del mondo visibile”. Non si tratta quindi di un’innovazione nel sistema culturale, ma della prosecuzione di un fenomeno già presente. “Lo spirito critico, nel 1275, affronta con audacia tutto ciò che gli intellettuali dell’epoca chiamano finzione, le ipocrisie della devozione, la sottomissione dei bigotti alle disposizioni pontificie, i privilegi della nobiltà del sangue che Abelardo, perfettamente integrato in questa categoria sociale che non rinnegava, non aveva per nulla pensato di mettere in discussione, fino agli eccessi dei giuochi di cortesia, che lo stesso Abelardo si era sforzato di praticare come meglio poteva, e alle sofisticazioni dell’etica mondana. Ma anche a questo proposito […] una simile tendenza alla contestazione, una simile aspirazione all’onestà e alla misura, caratterizzavano i maestri di Parigi nel primo quarto del secolo XI; se non miravano alle stesse cose è solo perché i problemi che nascevano dall’ambiente sociale, politico, morale non si ponevano nei medesimi termini”.

Il fatto che siamo di fronte a sviluppi graduali di idee e valori preesistenti e non a radicali innovazioni, secondo Duby si applica anche ad altre idee, come l’attenzione verso la natura, la “volontà di scoprirne le leggi, di giungere alla chiara comprensione di un ordine naturale «da cui scaturiscono le vie oneste», e di raggiungere così i fondamenti solidi di un’etica e di una fede”. Certo, il cristianesimo, pur essendo un ordine culturale così dominante da non essere nemmeno pensabile non essere credenti, non è rimasto cristallizzato nel tempo: il cristianesimo degli intellettuali di cui parla Duby “si presentava con un volto nuovo; si mostra molto più libero, di quanto non fosse centocinquant’anni prima, dalle terrificanti prosternazioni e dall’involucro del ritualismo, orientato ormai verso un Dio sofferente e fraterno, con cui l’uomo può tentare il dialogo; molti di loro […] si mettono allora per le vie del misticismo”. La conoscenza filosofica prosegue ma “ciò che di fatto si mostra più nettamente sono delle persistenze: quella di una tecnica d’analisi; quella di un desiderio di capire fatto più acuto dai metodi e dagli obiettivi di un insegnamento; quella di esigenze morali governate da una certa situazione in seno alla società; quella di una visione di un universo naturale e soprannaturale fondata su testi interpretati sempre meglio”.

Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 13)

L’undicesimo capitolo di Medioevo Maschio è intitolato La storia dei sistemi di valori. Si tratta di un capitolo piuttosto lungo, che quindi suddividerò in due parti. 

La storia globale di una civiltà risulta dei cambiamenti che si producono a livelli diversi, a livello di ecologia, di demografia, di tecniche di produzione e di meccanismi di scambio, a livello della ripartizione dei poteri e della situazione degli organi di decisione, a livello, infine, di atteggiamenti mentali, di comportamenti collettivi e della visione del mondo che domina questi atteggiamenti e questi comportamenti. Strette correlazioni uniscono questi diversi movimenti, ma ognuno di essi si svolge in maniera relativamente autonoma […]. La mia esperienza personale mi spinge a pensare che la storia dei sistemi di valori ignori i mutamenti subitanei”. Può accadere che la storia dei valori sia “turbata da fenomeni di acculturazione. Una cultura può, a un certo momento della sua evoluzione, trovarsi ad essere dominata, invasa, penetrata da una cultura esteriore, sia per traumatismi d’origine politica, come l’invasione o la colonizzazione, sia per […] l’incidenza di meccanismi di fascino o di conversione, essi stessi successivi al disuguale vigore, al disuguale sviluppo, al disuguale potere di seduzione delle civiltà messe a fronte”. Ma le culture sono resistenti al cambiamento. Duby prende come esempio “la lentezza della penetrazione del cristianesimo (che è solo un elemento fra altri presi a prestito dalla cultura romana) tra le popolazioni che le grandi migrazioni dell’alto Medioevo avevano messo in più stretto contatto con una civiltà meno rudimentale. L’archeologia rivela che i simboli cristiani si sono insinuati solo molto progressivamente fra le sepolture dei cimiteri germanici, e le credenze pagane, sotto il rivestimento superficiale di riti, di gesti e di formule imposti a forza al complesso della tribù dai capi convertiti, sopravvissero a lungo”.

Oppure, per prendere un secondo esempio, “quando l’espansione militare della cristianità occidentale, negli ultimi anni del secolo XI, fece scoprire, a Toledo, in Campania, a Palermo, dagli uomini di studio che accompagnavano i guerrieri, la sconvolgente ricchezza delle dottrine ebraiche e greco-arabe, questi intellettuali si precipitarono a sfruttarne i tesori. Ma il sistema di valori di cui erano portatori li trattenne per lunghi decenni dall’attingervi altro che delle tecniche, applicate sia all’arte di ragionare, sia alle misure delle cose, sia alle cure del corpo”. Ovviamente qui entrano in gioco anche i divieti della Chiesa, volti a “impedire a quegli studiosi di appropriarsi anche del contenuto filosofico e morale delle opere tradotte. Ma questi divieti furono sempre aggirati; la Chiesa totalitaria del secolo XIII non riuscì a impedire, in nessuno dei grandi centri di ricerca, la lettura e il commento del nuovo Aristotele. Tuttavia la potenza corrosiva di questo corpo dottrinale, due secoli più tardi, non era arrivata ad aprire nella coerenza del pensiero cristiano delle brecce di qualche importanza”.

Le tendenze alla crescita o al regresso dell’attività economica […], esse stesse strettamente legate al tracciato della curva demografica e alla modificazione delle tecniche, determinano sicuramente dei mutamenti nell’articolazione dei rapporti di produzione e nella distribuzione delle ricchezze ai diversi gradi dell’edificio sociale. Ma questi mutamenti si presentano più scaglionati nel tempo delle trasformazioni economiche che li producono, e si scopre che questi ritardi e questi rallentamenti sono in parte dovuti al peso dei complessi ideologici. Si determinano, in effetti, all’interno di un quadro culturale che si presenta ad accoglierli, ma che si mostra meno pronto a modificarsi […], costruito su un’armatura di tradizioni, che, di generazione in generazione, sono trasmesse, sotto molteplici forme, dai diversi sistemi d’educazione, tradizioni di cui il linguaggio, i riti, le convenienze sociali costituiscono il solido sostegno”. La tradizione è una forza inerziale rispetto al progresso, ma occorre ricordare che “gli ostacoli alle innovazioni si presentano con una forza molto variabile a seconda dei diversi ambienti culturali, che si giustappongono e si penetrano a vicenda in seno ad ogni società. […] Lo spirito conservatore appare particolarmente vivace nelle società contadine, la cui sopravvivenza a lungo è dipesa dall’equilibrio estremamente fragile di un insieme coerente di pratiche agrarie, sperimentate con pazienza, che sembrava temerario modificare, il che comportava un rigoroso rispetto di ogni consuetudine, e una saggezza di cui i vecchi apparivano i più sicuri depositari. Ma questo spirito, senza dubbio, non è meno vivo in tutte le élites sociali, apparentemente aperte alla seduzione delle idee, delle estetiche e delle mode nuove, ma, in verità, inconsapevolmente attanagliate dal timore di mutamenti meno superficiali che rischierebbero di mettere in discussione la loro autorità. È forse più vigoroso che ovunque nel clero di tutte le religioni, legato al mantenimento delle visioni del mondo e dei precetti morali su cui si fondano l’influenza che esercita e i privilegi di cui gode. Tali resistenze sono d’altronde naturalmente rafforzate dalla tendenza che guida […] i modelli culturali, costruiti in funzione degli interessi e dei gusti degli strati dominanti, […] a diffondersi di grado in grado verso gli strati inferiori dell’edificio sociale; l’effetto di simili slittamenti è di prolungare molto a lungo la vitalità di certe rappresentazioni mentali e dei comportamenti che ne dipendono, mantenendo sotto una modernità di superficie dove le élites trovano di che appagarsi, una solida base di tradizioni su cui possono trovare un punto d’appoggio le aspirazioni conservatrici”.

Naturalmente, se fosse sempre così ogni cambiamento sociale e culturale sarebbe solo apparenza. Infatti, le aspirazioni conservatrici “si trovano di fatto ad essere contrastate nei momenti in cui l’evoluzione più rapida delle strutture materiali rende più porose le barriere interne ed esterne e favorisce le comunicazioni e le osmosi, sia per il rallentarsi delle solidarietà familiari, sia per l’apertura ad altre culture, sia per il vacillare delle gerarchie. Come conseguenze più dirette si presentano i mutamenti che si verificano nelle strutture politiche, nella misura in cui una nuova distribuzione dei poteri può tradursi nella deliberata intenzione di modificare il sistema d’educazione”. Il sistema politico è il più facile da alterare, e dal controllo del sistema politico discende la capacità di intervenire sugli altri sistemi. Comunque, Duby sottolinea che il punto è un altro: “Importa […] scoprire quali sono in seno alla società i gruppi d’individui che, per la loro posizione professionale e politica, per la loro appartenenza a una certa fascia d’età si trovano ad essere meno soggetti al peso delle tradizioni e più portati a combatterle; importa ugualmente misurare la potenza di cui dispongono effettivamente questi agenti innovatori. Ma qualunque sia loro importanza e la loro capacità di sovvertimento, il sistema culturale oppone alla loro azione un’architettura molto salda”.